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"Ballaman, il leghista recordman dell'auto blu", di Gian Antonio Stella

C’era da andare a prendere i parenti della moglie all’aeroporto? «Autista: la macchina!». Voleva vedere la partita di calcio Padania-Tibet? «Autista: la macchina!». Era invitato a pranzo dei suoceri? «Autista: la macchina!». Finché tutti questi viaggi poco istituzionali sono finiti in un dossier. Sul quale c’è un’inchiesta della Corte dei conti. Protagonista: il presidente del consiglio regionale del Friuli, Edouard Ballaman. Della Lega Nord. Il partito che era nato tuonando contro le auto blu.

La dettagliatissima ricostruzione dell’uso disinvolto dell’auto di servizio da parte dell’alto esponente del Carroccio, già deputato per tre legislature e questore della Camera, è stata pubblicata dal Messaggero Veneto. Dove Anna Buttazzoni ha rivelato un elenco sconcertante di una settantina di «missioni» dure da spacciare come dovute a obblighi d’ufficio. Frequenti trasferte a Campongara (Venezia) a casa dei genitori della fidanzata e poi moglie Chiara Feltrin. Una puntata a Jesolo «da un notaio per rogito appartamento al mare». Una serata con la fidanzata al ristorante «Da Giggetto» a Miane. Un viaggio all’aeroporto di Venezia «con fidanzata per accogliere nonna e zio di lei in arrivo dal sud Africa per il matrimonio». Un paio di sfacchinate fino a Milano per assistere ai primi di maggio 2008 all’incontro di calcio citato tra la Padania e il Tibet e poi per partecipare alla proiezione del film fortissimamente voluto dai leghisti «Barbarossa» di Renzo Martinelli. E via così…

Un dettaglio spicca sugli altri: nella lista ci sono due trasferimenti alla Malpensa. Prima per «partenza viaggio di nozze». Poi per «rientro viaggio di nozze». Esattamente lo stesso sfizio che si era preso Giuseppe Buzzanca che proprio per quel viaggio era stato non solo messo sotto accusa ma addirittura dichiarato decaduto, dopo un tormentone di sentenze e appelli, dalla carica di sindaco di Messina. Qual è la differenza? Che di là c’era il solito «terrone» della solita «Terronia» che si prende i lussi della Casta e di qua invece un virtuoso padano dedito al bene comune e costretto dalla forza degli eventi a utilizzare l’auto blu per il più personale di tutti motivi personali? Difficile da sostenere. Tanto più agli occhi dei leghisti duri e puri. Quelli che non hanno dimenticato come la Lega Nord sia stata per anni scatenata contro l’abuso delle auto di servizio.

Prima di «rassegnarsi» al comfort del sedile posteriore delle macchine dai vetri oscurati («È vero che noi della Lega per anni abbiamo dato battaglia su questa cosa. Ma per una donna e una mamma come me, diciamo la verità, l’auto blu è una bella comodità», spiegò l’allora presidente della regione Friuli-Venezia Giulia, Alessandra Guerra, «Non so come farei, se non venissero a prendermi a casa tutte le mattine») i leghisti erano arrivati al punto di presentare, nel 1993, un progetto di legge per abolire le Croma, le Mercedes, le Bmw da sostituire con Panda, Cinquecento, Renault 4 e Fiat Uno: «I potenti devono viaggiare in utilitaria».

Per non dire del «Manuale di resistenza fiscale» benedetto da Umberto Bossi nel novembre 1996 e illustrato da Mimmo Pagliarini e quel Roberto Maroni che oggi è al Viminale. I quali invitarono il contribuente «a un atto di disobbedienza» e a rivendicare il «diritto naturale» di togliere dalla dichiarazione dei redditi, tra l’altro, «35 mila lire di detrazione per le ingiuste spese delle auto blu». Una offensiva durata anni. E ogni tanto tirata fuori tra mille strilli. Contro il governo quando a palazzo Chigi c’era Dini. Contro la regione Emilia-Romagna. Contro la provincia di Milano quando era presidente Filippo Penati. Contro Letizia Moratti, tre anni fa, quando Matteo Salvini propose di tagliare le auto in dotazione alla giunta e a ventitré dirigenti comunali: «Facciamo andare a piedi gli assessori per costruire due villaggi solidali in Africa».

Rintracciato da Marco Ballico del Piccolo, che a maggio aveva già rivelato come andasse in ufficio tenendo sotto l’ascella un revolver modello «357 magnum» («tranquilli, non lo porto in aula»), Ballaman ha detto: «Se ho sbagliato pagherò. La maggior parte dei viaggi è giustificata. Sul resto vedranno i legali». Pagherà fino alle dimissioni? «Non penso proprio. Si paga il giusto, non di più». Come mai è saltata fuori la lista di questi viaggi? Ovvio: un complotto. Di chi? Dei conducenti: «Probabilmente a lasciarli a casa, mi sono inimicato qualche autista». Come mai? Perché il presidente, il 1° aprile scorso, forse intuendo d’avere un po’ esagerato, aveva deciso di fare il bel gesto: la rinuncia all’auto blu! Peccato che lo stesso Piccolo di Trieste l’aveva beccato: grazie al ricorso all’auto propria, una Rover, Ballaman incassava oltre allo stipendio lordo mensile di 16.500 euro, anche 3.200 euro in più al mese di rimborsi.

Ballaman non è nuovo alle cronache. Come scrisse il Gazzettino, nel 2001 il sito internet dei Monopoli dello Stato comunicò che «tra i cinque concorrenti» le concessioni di due sale Bingo erano «state assegnate alla Cristallina Srl (47 punti) e alla Milleuno bingo (45)». E chi c’era tra i soci della Cristallina Srl? Lui. E sempre lui c’entrava nella sventurata speculazione immobiliare leghista a Punta Salvore, in Istria. La faccenda più «curiosa», però, fu lo scambio delle mogli con l’allora sottosegretario agli Interni Maurizio Balocchi. Niente sesso, si capisce: per aggirare la legge che vieta di assumere i propri parenti, lui prese in ufficio la signora Laura Pace, compagna di Balocchi, e Balocchi prese come collaboratrice Tiziana Vivian, alla quale Ballaman era legato prima di fidanzarsi e poi sposarsi con l’attuale compagna di autoblù. Anche allora, manco a dirlo, trovò del tutto superfluo perfino l’accenno alle dimissioni. E quando mai?

Il COrriere della Sera 02.09.10

"Lo show di Gheddafi e le domande da fare", di Nadia Urbinati

Caro direttore, c’è qualcosa di sano, di straordinariamente sano nelle risposte delle hostess proletarie che hanno recitato la parte del pubblico nello show di Gheddafi nella Roma berlusconiana: la paga giornaliera è una cosa seria, le stupidaggini dei politici clown sono un pretesto. Sfogliando il Libro verde della rivoluzione libica ricevuto insieme al Corano come gadget della parata, una ragazza (che doveva premunirsi di restare anonima per non perdere il salario) ha cosí commentato, secondo le parole riportate dal giornalista di Repubblica: «Siamo qui per soldi, per noi è solo un lavoro». È un lavoro fare platea, anche perchè se non fosse per il compenso alle spettatrici, il nuovo profeta islamico non avrebbe avuto pubblico. Il pubblico lo si deve in qualche modo risarcire, e se non è la rappresentanzione che vale da risarcimento allora occorre pagare.
A preoccuparsi debbono essere i cittadini italiani, dobbiamo essere noi: poichè la politica nel nostro paese ha generato nuove professioni, agenzie che fanno affari con lo spettacolo politico e i suoi attori. Questo è grave, e le ragazze in fila per la “giornata” ce lo ricordano con limpida semplicità. E lo fanno con straordinario disincanto: poichè non sono lí per essere convertite, anche se al tiranno libico conviene essere visto in questa veste (ecco perchè la condizione per essere selezionate è stata il silenzio stampa!), ma per fingere di poter essere oggetto di conversione: le tre presunte convertite pare abbiamo ricevuto un extra. Tutto finto, come l’ottone quando viene esposto per ingannare chi lo guarda ed essere scambiato per oro. Sono loro, quelle ragazze, con il loro ragionare economico spiccio e diretto, con la loro curiosità un po’ troppo da Canale 5 che ce lo fanno capire bene. Ci fanno capire che la parata libica è stata un espediente per affari altri da quelli mostrati alle televisioni.
Ci fanno naturalmente porre la domanda che noi, come cittadini/e, dobbiamo e siamo legittimati a porre a chi ci governa: sul conto di chi è stato messo lo show per il leader libico? Insomma, chi ha pagato le hostess a giornata? E poi, quali sono esattamente gli affari succulenti che sono stati siglati con la scusa del circo poichè soltanto questo ha attirato l’attenzione dei media? Per il bene di chi si è messo in scena uno spettacolo del quale c’è da vergognarsi di fronte a tutte le nazioni del mondo, e soprattutto a quelle politicamente e culturalmente piu vicine a noi? Anche perchè è davvero imbarazzante vedere come Berlusconi sia l’unico nei paesi democratici a dirsi e comportarsi come amico dei dittatori e degli autocrati: di quello della Bieolorussia, della Russia e della Libia. A chi giova questa sua amicizia privata? Giova alla nostra nazione? Giova alla nostra economia e agli impegni politici che il nostro Stato ha solennemente preso per difendere i diritti umani e operare per promuoverli?
C’è dunque una ragione fondata per restare allibiti/e nel vedere che le ragazze italiane hanno messo nella lista delle possibili (e sempre più necessarie) attività saltuarie quella di apparire alle feste organizzate dalla politica di Stato. Quando
ero universitaria, le mie coetanee racimolavano qualche soldo facendo le stagiste nelle fiere (Bologna, città fieristica, era un buon mercato per molte). Per noi ragazze “impegnate” quella scelta era disdicevole, ma non dichiaravano ostracismo per quelle di noi che avevano bisogno di raccogliere qualche soldo e si mettevano la divisa di stagiste. Cosí oggi non dovremmo penalizzare quelle ragazze hostess del circo Gheddafi-Berlusconi. Però oggi, c’è di diverso e davvero gravissimo che i capi di Stato (per giunta quelli di un paese democratico) si sentano autorizzati a fare dello spazio pubblico una fiera, di aver bisogno di stagiste per offrire all’ospite di turno ciò che chiede. Oggi le ragazze da convertire al Corano, e domani? E com’è possibile che la Farnesina acconsenta di fare tanti strappi al protocollo delle cerimonie ufficiali?
Ciò che è diverso rispetto ai tempi andati è che la politica si faccia essa stessa fiera, che si faccia piazza per affari grandi e piccoli che i cittadini e le cittadine abbiano appreso che c’è un nuovo tipo di bracciantato, al quale si sottomettono senza nemmeno chiedersi per quali piani sono prestatori d’opera, al di là di quelli fasulli nei quali essi sono i primi a non credere. Di diverso c’è che queste agenzie assoldino e paghino (con il contributo di chi?) a patto che le ragazze non parlino con i giornalisti ma non era questa “fiera” libica un evento promosso sotto l’egida dello Stato? Com’è possibile che per poter fare un servizio che è a tutti gli effetti pubblico le ragazze siano state invitate a non parlare con il pubblico? È questo permanente privatismo dello spazio pubblico che disturba, inquieta e deve, giustamente, fare rabbrividire. Ed è grazie alle hostess alla giornata che vediamo meglio questo disgustoso spettacolo. Ma perchè l’opposizione non incalza con un’interpellanza parlamentare per porre queste domande al governo a nome nostro, di noi cittadini attoniti?

L’Unità 02.09.10

Scuola: Ghizzoni (PD) "conferenza stampa Gelmini: 40 minuti di propaganda"

“Disagi per tutti e nulla sui precari. 40 minuti di propaganda per magnificare la ‘riforma epocale’ e per sottrarre alle responsabilità la sua parte politica che ha governato per 8 anni nell’ultimo decennio.
Il ministro Gelmini ha negato le difficoltà oggettive dovute, alla drastica riduzione delle risorse finanziarie e umane che accompagneranno il prossimo anno scolastico a causa delle sue scelte. Evidentemente fuori da Palazzo Chigi docenti, precari, dirigenti, studenti e famiglie sono tutti in preda ad allucinazioni collettive circa il sovraffollamento delle classi, la riduzione degli insegnamenti e delle attività di laboratorio nelle scuole superiori, il tempo peinoe il tempo prolungato non concessi sebbene richieste dalle famiglie, precari che saranno estromessi dall’insegnamento a differenza degli anni passati. Questa e la realtà che il ministro cocciutamente non vuole vedere e neppure ascoltare visto il rifiuto di incontrare i precari che da giorni sono in sciopero della fame. Non si tratta di agitatori politici come vuol far credere il ministro ma di persone che difendono il loro lavoro. “

Lo ha dichiarato Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd della commissione Cultura della Camera.

“Sui precari – prosegue Ghizzoni – ha insistito sugli accordi regionali mentre la sola strada possibile è l’immissione in ruolocosì come prevedeva il piano del governo Prodi: 150 mila docenti reclutati in 3 anni per garantire il diritto degli studenti alla continuità didattica e il lavoro ai professionisti precari. In quanto anche in questo modo si contribuisce alla qualità della scuola, mentre il governo Berlusconi ha preferito interrompere questo programma e ora se ne deve assumere la responsabilità. Inmerito ai precari che non avranno la conferma di nominaè proprio il caso di dirlo che uno zero fa la differenza. Nonsaranno infatti 2000 come ha sostenuto il ministro bensì 20.000 per tre motivi taciuti dal ministro: la diminuzione di quasi 20 mila unità dell’organico di diritto, la presenza di 12 mila docenti in sovrannumero e la riduzione a circa 30 mila dei posti da riservare ai precari per il sostegno.”

“Un concetto – aggiunge Ghizzoni- non è mai apparso nella conferenza stampa: investire nella scuola. Su questo punto la ministra è stata molto chiara: per l’edilizia scolastica, per le nuove tecnologie, per l’aggiornamento insegnantile risorse si vanno a prendere risparmiando sul personale. Il ricatto del Ministro è: tolgo i soldi per il personale così posso investire. Per questo motivo nel 2008 ha deciso di tagliare 87mila posti in 3anni.

Preoccupa il fatto che il ministro non sia sfiorato dall’idea di investire di più nel sistema dell’istruzione visto che secondo i dati Eurostat su questo punto siamo al 18° posto nella classifica dei paesi dell’Unione. Allarmaquindi – conclude Ghizzoni – che al ministro sia estraneo un pensiero: la produzione e il consumo della conoscenza sono essenziali alla crescita del paese cosi come alla democrazia.”

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Un anno scolastico all’insegna della rabbia e della protesta
Lo sciopero della fame degli insegnanti di Palermo davanti a Montecitorio ha dato il via: da Livorno a Campobasso, a Napoli, a Milano, in Friuli, la protesta dei precari della scuola si estende a tutto il Paese e dilaga inarrestabile.
Comincia così quest’anno scolastico: all’insegna di proteste estreme e di un diffuso e
profondo malessere. Il ministro Gelmini però non se ne preoccupa, non vi presta la
minima attenzione, non dà nessuna risposta. Va avanti senza incertezze, pur se un iter
legislativo incompleto, che riguarda tutta la scuola superiore, e i tanti ricorsi vinti da
associazioni e sindacati, indurrebbero alla prudenza.
Intanto la scuola, l’educazione, il futuro e i diritti delle persone si dissolvono come
neve al sole e la precarietà del lavoro diventa una dimensione irreversibile
dell’esistenza.
Nel momento in cui si riparte, all’inizio di questo nuovo anno scolastico, il Cidi si
associa all’indignazione che sta crescendo nelle scuole.
Vogliamo far sentire a coloro che con tanta forza protestano per la difesa del proprio
posto di lavoro tutta la solidarietà possibile, e invitare le scuole ad alzare la testa, a
rendere assordante e inarrestabile la rabbia e la protesta perché la precarietà dei
nostri colleghi è la precarietà di tutta la scuola pubblica.

CIDI Centro Iniziativa Democratica Insegnanti

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“Non possiamo assorbire i precari. Con 51 giorni di assenza bocciatura”

Le assenze nel corso dell’anno non potranno superare i 50 giorni, pena la bocciatura. E’ una delle novità annunciate dal ministro Mariastella Gelmini, che ha presentato stamane le linee guida dell’anno scolastico 2010-2011 con i primi effetti della riforma, che dispone in tutte le scuole più attenzione allo studio del Novecento, e maggior impegno sull’italiano e sulla lingua straniera.

Il ministro s’è detta contraria all’abolizione dei test d’ammissione all’università – compresa la facoltà di Medicina -, e ha anche affrontato il nodo dei precari, «il frutto delle politiche del passato». Ha parlato del fatto che il 97% dei fondi di cui dispone la scuola è destinato agli stipendi, indicando come «indispensabile» il «riequilibrio delle risorse». Poi ha espresso «solidarietà» ai precari, ma «nessun Governo è in grado di assorbirne 200 mila: prioritario è non crearne altri». Però «molti hanno rifiutato dei posti di lavoro, preferendo l’indennità di disoccupazione», e «la politica deve smettere di strumentalizzare e il loro disagio».

Ed ecco i contenuti della riforma, secondo il ministro «epocale». Per i licei si supera la legge Gentile del 1923 e per i tecnici «si assumono iniziative attese da 80 anni». Vengono «ripensati i quadri orari», come sostenuto dall’Ocse, «vengono incrementati gli orari della matematica, della fisica e delle scienze» e «potenziato lo studio delle lingue, con la presenza obbligatoria dell’insegnamento di una lingua straniera nei 5 anni dei licei ed eventualmente di una seconda lingua straniera», usando la quota di autonomia degli istituti. Non solo, «una materia del quinto anno sarà insegnata in inglese».

Nascono due nuovi licei, il liceo musicale e coreutico e quello delle scienze umane, mentre «il governo punta molto sugli istituti tecnici e professionali» non più concepiti, ha detto il ministro Gelmini, «come tipologia di scuola di secondo ordine». Sono, infatti, «più di 50mila i profili tecnici richiesti dall’impresa che la scuola non riesce a formare». Un rilancio della cultura tecnica e professionale come risposta alla crisi.

Nasce anche una nuova filiera non universitaria che «dura 2 anni e vede università, scuole e aziende protagoniste della formazione». Si tratta degli istituti tecnici superiori post-secondaria creati «per formare figure professionali richieste dal mondo del lavoro». E che, ha sottolineato il ministro Gelmini, andranno a sostituire i corsi di laurea triennali «che si sono rivelati poco utili per favorire l’occupazione»

E’ in arrivo anche la progressione in carriera degli insegnanti basata sul merito: «Abbiamo aperto un tavolo con i sindacati. In Europa solo Italia e Grecia non hanno un avanzamento per merito nella carriera degli insegnanti». Bisogna, per la Gelmini, «superare l’egualitarismo e investire sulla qualità». Ha poi spiegato che quest’anno «sono stati recuperati 10 mila posti di lavoro», rispetto alla precedente Finanziaria che tagliava 40 mila posti. E, secondo la Gelmini, non è vero che gli insegnanti di sostegno sono diminuiti nella scuola italiana. «Abbiamo incrementato gli insegnati di sostegno di 2.700 unità – ha detto il ministro – perchè non devono mancare laddove ce n’è effettivo bisogno».

Questa mattina i 729mila insegnanti e le 237mila unità di personale non docente si sono ritrovati dopo la pausa estiva per svolgere le riunioni collegiali preparatorie alla ripresa delle lezioni. L’anno scolastico parte comunque tra le polemiche sui 250mila insegnanti iscritti nelle graduatorie ad esaurimento, la maggior parte di quali accede solo a supplenze brevi. Quattro precari della scuola milanese sono entrati in sciopero della fame, seguendo l’esempio dei colleghi di Taranto, Roma, Benevento e Pordenone.

www.lastampa.it

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Gelmini all’attacco dai precari “Strumentalizzati dalla politica”, di Salvo Intravaia

Il ministro a Palazzo Chigi presenta le novità dell’anno scolatico 2010-2011 e affronta la questione dei lavoratori della scuola. Chiede alle forze politiche di non strumentalizzarla e si dice disponibile al confronto “ma solo se si tratta di ragionare in un clima costruttivo e su dati veri”. Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, non incontrerà i precari in sciopero della fame da giorni in mezza Italia. L’attesa per la conferenza stampa sull’avvio dell’anno scolastico di questa mattina a Palazzo Chigi era tutta per loro: i precari che manifestano contro i tagli. La Gelmini ha parlato delle novità che accompagneranno l’inizio delle lezioni. In primis: la riforma “epocale” della scuola secondaria di secondo grado, che parte fra qualche giorno dalle prime classi. Ha poi parlato del tempo pieno alla scuola elementare, che secondo i conteggi del ministero aumenta rispetto all’anno scorso, del sostegno, del nuovo concorso per dirigente scolastico e della riforma “epocale” del reclutamento degli insegnanti, che dovrebbe porre un freno al precariato.

Ma l’attenzione era focalizzata su precari. Di fronte alle proteste di piazza, la Gelmini esprime “solidarietà ai precari che manifestano il loro disagio” per la perdita del lavoro causata dei tagli, ma al momento non li incontrerà. “Ho incontrato i precari tante volte”, ha detto il ministro. E chi si attendeva una apertura dall’inquilino di viale Trastevere è rimasto deluso. Il ministro non incontrerà i precari perché sono stati strumentalizzati da forze politiche. “Non occorre strumentalizzare il disagio come stanno facendo in questo momento alcune forze politiche. Si scopre – risponde – che alcuni di quelli che protestano in piazza non sono precari ma esponenti di Italia del valori”.

E per spiegare l’ineluttabilità dei tagli che dovrebbero rimettere in piedi la scuola ha detto: “Il governo non è onnipotente e non può tutto. Siamo in un momento di crisi e occorre razionalizzare le risorse al meglio”. “Non è possibile – prosegue – che il 97 per cento delle risorse complessive, 43 miliardi di euro circa, vengano utilizzate per stipendi come adesso. Se vogliamo una scuola di qualità non si può spendere solo il 3 per cento delle risorse”. Secondo la Gelmini 760 mila docenti in Italia “sono più che sufficienti” e il taglio “vero” sui precari effettuato dal governo sarebbe di appena 12 mila cattedre: 10 mila l’anno scorso e 2 mila quest’anno. In pratica, i pensionamenti hanno attenuato la sforbiciata di 67 mila cattedre in due anni.

“I precari in sciopero della fame chiedono da giorni di incontrarla, lo farà?”, chiede una cronista. “No, al momento”, risponde il ministro, che prosegue: “Chi protesa non sa ancora di essere stato escluso dalle supplenze, questo si vedrà fra qualche settimana e non voglio aggiunge altre tensioni proprio in avvio dell’anno scolastico. Sono disponibile a un incontro con i precari quando vedrò che la nostra azione a sostegno anche dei precari sarà giustamente considerata e poi anche quando verificherò che gli accordi con le Regioni verranno adeguatamente presi in considerazione”, spiega il ministro, chiarendo che “se si preferisce l’indennità di disoccupazione alle possibilità che si aprono con gli accordi regionali” allora c’è qualcosa che va verificato.

Il governo, oltre a tagliare 87 mila cattedre e 42 posti di personale non docente in tre anni, starebbe facendo tanto per i precari: un decreto salva-precari che dà la priorità nell’attribuzione delle supplenze a color che hanno perso la cattedra e una serie di accordi regionali che, sfruttando fondi Ue, impegnano a scuola una fetta dei precari “tagliati”. Sulla questione del precariato, la ministra è netta. “Duecento mila precari sono il frutto di decenni di politica in cui si sono distribuiti posti che la scuola non era in grado di assorbire. Se si vuole far passare l’idea che 200 mila precari sono frutto della Finanziaria e dell’azione del governo Berlusconi, allora non sono disponibile. Non sono disponibile a prestare il fianco agli attacchi al governo che può essere anche legittimo, ma noi andiamo avanti a lavorare”.

Il resto della conferenza stampa ha toccato il tema delle novità. Il ministro snocciola dati, parla di sostegno e tempo pieno. Fra pochi giorni, parte la riforma della scuola secondaria di secondo grado: “docenti e dirigenti sono stati messi nelle condizioni di operare al meglio”. Le famiglie hanno premiato le novità: come i licei linguistici e i musicali. Inoltre, in un biennio il tempo pieno alla scuola elementare è cresciuto del 3 per cento. Per il ministro, il governo ha anche tutelato gli alunni disabili. “I posti per il sostegno cresceranno a 93 mila e 700 unità. Nessun disabile rimarrà senza sostegno, ma non ci devono essere sprechi”.

“Il libro dei sogni del ministro Gelmini – dichiara Francesca Puglisi, responsabile Scuola per la segreteria del Pd – contrasta con la drammatica realtà della scuola e dei problemi che si riverseranno sulle famiglie italiane: l’anno scolastico parte con 50 mila classi senza insegnanti, mille e 600 senza presidi, 8 miliardi di euro in meno in tre anni e 170 mila docenti e dipendenti della scuola pubblica lasciati per strada dopo anni di lavoro. Il resto, purtroppo, sono solo chiacchiere e numeri che non hanno alcun riscontro nella realtà. D’altra parte – conclude – non ci vorrà molto per appurarlo, visto che tra poco i nostri ragazzi toccheranno con mano i problemi della scuola e constateranno di persona se, ad esempio, come dice il ministro Gelmini, il tempo pieno è aumentato o no”.

www.repubblica.it

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Gelmini non incontra i precari. La finta solidarietà di un minsitro, di Maristella Iervasi

Si vanta di «aver fatto molto per loro». Eppure i precari della scuola sono alla fame da Ferragosto. Lei, il ministro dell’Istruzione, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, continua a ignorare la protesta che da Palermo si è estesa in tutt’Italia. Rivendica senza vergogna l’ attivita del governo per risolvere la questione del precariato, a partire dal cosiddetto dl salva precari agli accordi con le regioni e ha detto chiaro: «i precari che noi abbiamo ereditato sono un numero spaventoso». Se si considerano precari anche coloro che «hanno fatto una supplenza sola. Sono 229 mila a fronte dei 700 mila insegnanti già impiegati nella scuola. E 700 mila è un numero sufficiente per far fronte al bisogno di insegnanti del paese». Per il ministro è necessario che la politica del passato faccia autocritica perchè sono stati «distribuiti posti di cui la scuola non aveva bisogno. Nessun governo può assorbire 200 mila precari».

«Adesso non li incontro»
Altro che solidarietà verso i prof in protesta. «Protestano – ha spiegato la Gelmini – senza ancora essere stati esclusi. Una protesta legittima ma non motivata. Non si tratta di persone che sono state licenziate, presumono di non avere un posto di lavoro, ma il ministero non ha ancora completato le operazioni. Vedremo – ha aggiunto – quanti precari risponderanno positivamente agli accordi regionali, se poi preferiscono l’indennità di disoccupazione….». Il ministro ha comunque assicurato che una volta completate le operazioni continuerà a incontrare i precari, a sentire le loro ragioni, «ma non voglio essere coinvolta in una contrapposizione politica che – ha osservato – avrebbe un impatto negativo sull’avvio dell’anno scolastico».

Poi Marystar Gelmini annuncia nuovi provvedimenti per l’anno scolastico che sta per cominciare: «Non si potranno superare i cinquanta giorni di assenza, pena la bocciatura». Questa misura – ha sottolineato il ministro – «servirà anche a bloccare la prassi di certi diplomifici dove si arriva al diploma pur avendo frequentato poco o nulla».

www.unita.it

"Il fastidio del Colle per i flop di Silvio", di Marcella Ciarnelli

Lo sconforto davanti allo scontro in atto nella maggioranza che ha riflessi sull’intera situazione politica. La preoccupazione per il futuro del Paese ancora alle prese con le difficoltà di una crisi che rischia di travolgere innanzitutto i giovani e il Mezzogiorno, gli anelli deboli della catena. Il fastidio per questo sentirsi continuamente tirare in ballo, da ultimo nell’elaborazione della legge sul “processo breve”, per cercare, da parte di chi lo fa, di sventarne il fallimento già all’orizzonte. Tant’è che i soloni giudiziari del premier stanno già ipotizzando norme sul divieto di acquisizione delle sentenze definitive e la negazione al magistrato di pronunciarsi sul numero di testimoni ammessi ai procedimenti. Espedienti che rivelano, per il solo fatto che vengono studiati, una sensazione di sconfitta prima ancora di ingaggiare la battaglia.

C’è tutto questo dietro le parole dette dal presidente Napolitano, a Venezia in visita privata, che non ha voluto rinunciare a segnalare il profondo disagio di chi ogni giorno legge, lui per primo, tutto e il contrario di tutto. Che assiste ad accese discussioni su leggi che rischiano di finire su un binario morto. Che si sente porre mille interrogativi da chi invece dovrebbe fornire solo risposte. Nette. Precise. Possibilmente utili.

Il “governo del fare” è mancato troppe volte all’appuntamento con la concretezza. Non ha mantenuto gli impegni. Ha dilazionato scadenze che sembravano irrinunciabili. Silvio Berlusconi in questi mesi, troppo preso dai propri problemi, si è dimenticato troppe volte della parola data.

Un rapido sommario. C’è chi si ricorda il gran dibattito che ci fu sul finir dell’inverno sulla legge sul lavoro che sembrava dovesse rivoluzionare i rapporti nelle imprese. L’arbitrato divise le forze politiche e il Paese. Il presidente della Repubblica rinviò la legge alle Camere. Era il 31 marzo. Sono necessarie «più garanzie» disse Napolitano. Immediata fu la reazione. «Faremo rapide modifiche sulla linea indicata dal Quirinale». Quella legge non è stata ancora modificata.

C’è poi la questione del ministro per lo Sviluppo economico. E perché no, anche quella del presidente della Consob. Claudio Scajola ha lasciato il suo incarico il 4 maggio. «Prendo l’interim ma sarà brevissimo» promise il Cavaliere al presidente della Repubblica. E non è stato così. In quella carica si sono andati ad intrecciare gli interessi privati e la crisi con i finiani. Inutili le sollecitazioni arrivate dal Colle che non vuole un ministro purché sia in uno dei dicasteri più delicati in tempi di crisi. Nè vuole che la poltrona vada ad un fedelissimo. Non a caso è stata stoppata la nomina di Paolo Romani.

C’è anche il venir meno all’impegno preso in qualche modo con la legge sul legittimo impedimento, ora al vaglio della Corte Costituzionale che con molta probabilità la boccerà. Quella legge, a carattere temporaneo, entrava in vigore per diciotto mesi in attesa dell’approvazione di una legge costituzionale per prevedere uno scudo alle alte cariche dello Stato. E’ stata approvata, utilizzata ma sulla via costituzionale nulla di fatto. Meglio le soluzioni rapide, a colpi di fiducia. Segno di una incapacità concreta a misurarsi con l’impegno a governare.

L’Unità 02.09.10

Inno di Mameli a scuola, no della Lega "Siamo italiani, ma non ci sentiamo tali"

La vicenda a Ponteranica, il comune che cambiò nome alla biblioteca intitolata a Impastato
Un consigliere del Pdl aveva chiesto l’affissione del testo di “Fratelli d’Italia” negli istituti del paese. Il Pdl vuole l’inno di Mameli a scuola, ma i leghisti lo bocciano perché “non si sentono italiani”. Succede a Ponteranica, il comune alla porte di Bergamo che lo scorso anno fu già al centro di una dura polemica per la decisione di cambiare nome alla biblioteca che era intitolata a Peppino Impastato.

Stavolta c’è di mezzo l’inno nazionale. Il consigliere comunale della minoranza pdl Luca Oriani aveva presentato una mozione (seguendo l’invito della segreteria nazionale del partito) per chiedere l’affissione del testo di Mameli negli istituti scolastici primari e secondari di primo grado, con lo scopo di “promuovere tra gli studenti la conoscenza del loro inno nazionale, con la speranza di poter consolidare il sentimento di coesione e appartenenza ad una stessa Patria che dovrebbe accumunare tutti i cittadini”.

La proposta è stata bocciata dal vicesindaco Giuseppe Minetti, che sostituiva il sindaco assente e ha tagliato corto: “Io non mi sento italiano, anche se purtroppo lo sono”. Una risposta che ha scatenato una vivace polemica tra i consiglieri e con il pubblico presente. E alla fine la proposta è stata bocciata.

La Repubblica/Milano 02.09.10

"Non stiamo convincendo", di Pierluigi Castagnetti

Il problema del Pd, anzi dell’Italia, è la letargia morale che affligge la società italiana. Quando il corpo sociale dorme non vede, non sente, non reagisce. Fortunatamente la patologia di cui parliamo non è di natura organica. È stata infatti indotta da dosi fortissime di anestetici politico–mediatici ed è, dunque, reversibile. allora urgente darsi una strategia per risvegliare il corpaccione che sta dormendo. «La gente non si indigna più», mi diceva un amico insegnante, pensando al dramma che sta vivendo la scuola italiana. Sì, è vero, però chiediamoci se noi stiamo facendo il possibile per reiniettare gli antidoti efficaci, se, insomma, per caso anche noi, sia pure involontariamente, non favoriamo questo sonno. Sappiamo infatti che l’indignazione è una reazione morale, che nasce quando esplode il conflitto fra ciò che è esterno e ciò che è interno alla persona. Il problema allora è quello di aiutare i cittadini a liberarsi dal materiale tossico assorbito in questi anni («il Berlusconi che è in me» come diceva Gaber), e sostituirlo con sostanze pregiate sotto il profilo etico. Non è facile contrastare il novanta per cento dei cannoni televisivi che continuano a sparare veleno. Quello che è certo è che non lo si può fare puntando solo sulle nostre cerbottane. Occorre cambiare gioco se ci si riesce.
Faccio tre esempi concreti, per indicare come non solo il linguaggio ma le strategie comunicative del Pd debbano cambiare.
Il primo: la scuola. Nei prossimi giorni andremo tutti (speriamo di essere in tanti) davanti alle scuole a fare volantinaggio e possibilmente anche qualche discussione. 150mila licenziamenti in tre anni, «il più grande licenziamento di massa della storia», come dice Bersani, 50mila cattedre ancora da assegnare che fanno prevedere un inizio di anno scolastico drammatico. Reagirà qualcuno? Se ne accorgeranno i genitori? Forse sì o forse no, perché nella frammentazione dell’organizzazione scolastica che si è determinata in questi anni tutto si confonde, ci saranno tanti insegnanti che corrono da un’aula all’altra, e tutto si maschererà. Occorre allora “coprire” la nostra campagna di volantinaggio che pure richiede uno sforzo organizzativo enorme, con una campagna politica, manifesti, spot radiofonici e televisivi in cui si sceglie di rivolgersi a un solo interlocutore: le famiglie (gli altri, studenti e insegnanti, lo saranno di conseguenza).
E ai genitori chiedere in termini duri: lo sai che tuo figlio è condannato a crescere nell’ignoranza? Non per colpa sua, ma per colpa tua che vedi e non reagisci! Lo sai che in questa scuola senza bidelli tuo figlio è abbandonato (droga, bulli…)? Cos’è per te la sicurezza, quella dei campi rom o quella di tuo figlio abbandonato nel cortile della scuola? Se non lo sapevi, adesso te lo abbiamo detto. E ti aggiungiamo che a noi tuo figlio preme, anzi è la ragione, l’unico vero senso della nostra azione politica.
Il secondo: la visita di Gheddafi. Sono giustamente state dette tutte le cose che si doveva. Ma l’argomento non può essere lasciato cadere, perché quella visita sintetizza in modo drammatico l’immagine dell’Italia, dell’italietta berlusconiana, e la questione non può lasciare indifferenti gli italiani che pensano al futuro dei loro figli. Ho provato a buttar giù quattro conti sul costo smisurato e assurdo di cui le casse dello stato italiano si sono dovute far carico per questi festeggiamenti hollywoodiani, in un tempo in cui a tutti viene chiesto di tirare la cinghia. Soldi buttati al vento per soddisfare il narcisismo di due vecchietti al tramonto che sognano di essere i padroni del mondo, spese coperte dal segreto di stato. Ho presentato al riguardo una interpellanza, ma sono sicuro che non mi risponderanno. Ci hanno già detto che business is business, ma quale business? Balle!: dicano quali imprese e da chi saranno pagate. Sì, ci sono alcune grandi imprese che andranno in Libia, pagate però dal governo italiano. Tutte, tranne quelle belliche. Sì, perché il “Colonnello” vuole sistemi d’arma moderni da usare eventualmente contro chi dice lui, semmai contro le portaerei Usa che in base ad accordi Nato stanno nel Mediterraneo, e che lui ha dichiarato – davanti al “sorriso Durbans” un po’ ebetito del nostro ministro degli esteri – di non volere. Ma poi, non spetta all’opposizione ricordare al governo che l’Italia ha una legge (la 185 del 1990) che vieta il commercio d’armi con paesi che violano i diritti umani, e la Libia è tra questi, non avendo mai ratificato la Convenzione sullo statuto dei rifugiati del 1951 e continuando ad impedire all’Onu di visitare i propri campi profughi? (Vedremo se mi risponderanno anche su questo punto).
Chissà se alzando e circostanziando il tiro delle polemiche in tutte le feste, nelle piazze italiane oltreché in parlamento, non riusciremo a far drizzare le orecchie a qualche italiano sonnecchiante.
Il terzo: le legge elettorale. Il dibattito che si sta sviluppando dalle nostre parti è un po’ inquietante. Non ne sono sorpreso, ma ne sono amareggiato. È partita una discussione a briglia sciolta, come se ci fossero già in questo momento pacifiche condizioni politiche per discutere e approvare una nuova legge elettorale. È evidente a tutti che quel piccolo spiraglio che potrebbe esserci viene immediatamente chiuso dal confronto fra liberi pensatori che affollano il nostro campo. Senza dire poi delle ricadute sul morale dei nostri elettori, quelli che non dormono e che non si sono berlusconizzati e che si rendono conto che in questo modo non arriviamo da nessuna parte.
Ieri sul Messaggero un giornalista, non un dirigente politico, Claudio Sardo, ci ha dato una lezione come sapeva fare Leopoldo Elia, per chiarirci le idee, e ricordarci che il nostro dibattito spesso appare surreale agli occhi di chi osserva dall’esterno un partito che, mentre pretende di ergersi a difensore della Costituzione, discute in modo disinvolto di sistemi elettorali che la stravolgono, senza porsi il problema, se è il caso, di riformarla. E ci ha spiegato anche come le formule su cui stiamo discutendo, compreso il modello tedesco, possono essere adattate alle esigenze di un bipolarismo sensato e non ideologico, e che un sistema uninominale maggioritario può sfociare in un presidenzialismo che, se lo si vuole, necessita di solide garanzie e contrappesi parlamentari di cui nessuno sembra farsi carico.
Confesso che condivido l’amarezza di Bersani e la sua sollecitazione ai dirigenti del Pd a un dibattito più responsabile. Ci sono sedi, modi e tempi per parlare di questi problemi, diversi da quelli visti in questi giorni. Sempreché ci interessi svegliare il corpaccione della società italiana anestetizzata dal berlusconismo, o anche solo evitare di indurla, appena si desta, a rivoltarsi dall’altra parte del letto.

Da Europa quotidiano 02.09.10

"Un medico non si fa a colpi di crocette", di Ignazio Marino*

Caro direttore,
sono 90 mila le ragazze e i ragazzi che oggi affronteranno i test d’ammissione alle facoltà di Medicina. Novantamila persone, ognuna con la sua storia, con la sua cultura, con la sua sensibilità, con la sua attitudine all’ascolto e alla solidarietà. Qualcuno saprà fin dove Alessandro Magno spinse i confini del suo impero, altri riconosceranno i versi di Pavese, in molti sapranno dire chi era Ippocrate. Ma nessuno sarà in grado di rispondere alla domanda: fare il medico è un mestiere o una missione? Nessuno potrà farlo, semplicemente perché questa domanda non figurerà tra quelle 80 alle quali il medico del 2016 dovrà rispondere in queste ore. A nessuno di loro verrà chiesto, neanche in un colloquio psico-attitudinale, perché vuole fare il medico, com’è nata la sua vocazione. Se c’è.

Credo che una cultura generale sia necessaria per affrontare il mondo, ma per essere medico oltre che per farlo occorre avere dentro anche empatia, senso di responsabilità, capacità di prendersi cura dell’altro, attitudini che nessuna crocetta su un test a risposta multipla potrà rivelare. In tal senso sarebbe invece determinante un incontro dello studente con la commissione, perché l’aspirante futuro medico possa spiegare perché si trova lì.
In assenza di una profonda revisione dei criteri di valutazione e selezione, torneremo invece a commentare, anche quest’anno, le domande improbabili e i quesiti inadeguati a centrare il profilo del medico che ci curerà nei prossimi anni.

Nel metodo, invece, l’applicazione dello sbarramento alle facoltà di Medicina offre un quadro gravemente disomogeneo, ancora una volta molto diverso tra Nord e Sud del Paese, con il punteggio necessario per essere ammessi estremamente variabile da ateneo ad ateneo. Auspicabile sarebbe integrare la valutazione con i voti della maturità o degli ultimi tre anni di media superiore, ma doveroso – oltre che trasparente, rigoroso e, mi permetto di dire, democratico – sarebbe stilare una graduatoria unica nazionale, che consenta ai migliori di scegliere le università migliori.

In sostanza oggi 90 mila ragazze e ragazzi risponderanno alle stesse domande, ma la graduatoria che ne deriverà non sarà unica: ogni ateneo predisporrà la propria classifica e il numero di risposte necessario per l’ammissione sarà determinato dal rapporto tra candidati e posti disponibili in ciascuna sede. Così accadrà che studenti esclusi per poco dalla facoltà in cui hanno sostenuto l’esame abbiano raggiunto il numero di risposte sufficiente per entrare in un’altra sede. E così si verificherà che studenti più meritevoli debbano aspettare un altro anno per riprovare, mentre altri meno capaci inizieranno subito la loro carriera universitaria. Se la classifica fosse invece nazionale, si potrebbe stilare un’unica lista di persone idonee all’ammissione, consentendo loro di scegliere l’Ateneo che preferiscono, con un diritto di priorità determinato dalla posizione in graduatoria.

La cultura del merito coinvolgerebbe anche le Università, in una sana competizione per la maggiore capacità di attrazione, e diverrebbe anche cultura del metodo, producendo benefici effetti sull’impostazione seria, rigorosa, scientifica della futura classe medica italiana. Dopotutto perché non selezionare la nuova generazioni di medici come se dovessimo affidare a loro la nostra salute? E’ una proposta così bizzarra?

* (Chirurgo-Senatore del Pd)

La Stampa 02.09.10