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"La riscoperta di un telegiornale", di Curzio Maltese

Nella vita pubblica italiana c´è soltanto una cosa peggiore del teatrino della politica ed è il teatrino del giornalismo televisivo. Prevedibile, fatuo, servile, in mano da vent´anni a una casta d´intoccabili, i domatori del circo mediatico.
Quando vengono interrogati, hanno sempre una scusa pronta: non hanno tempo, soffrono di stress (questa parola orribile), sono preoccupati per la crisi economica, per la guerra in Afghanistan, per le prossime vacanze in Italia, per la salute della madre, per le prossime elezioni politiche, per una partita a bridge con il cugino; e se hanno più di un figlio, li accusano di essere incapaci di giocare, perché litigano incessantemente. Poi, come è naturale, qualsiasi cosa accada, «tutta la colpa è sempre della società».
L´inchiesta inglese rivela una condizione tremenda. Sebbene si proclamino intelligenti e progrediti, gli uomini del 2010 hanno perduto quella che Goethe chiamava «la natura originale» e Leopardi «il primo uomo». Hanno ucciso la loro anima infantile, che dovrebbe accompagnarli sino alla morte. Appena l´infanzia muore o si esaurisce in noi, si spegne l´immaginazione, il cuore, l´intelligenza, l´intuizione psicologica, l´estro, il gioco, l´eccentricità, la solitudine, la tenerezza, il divertimento. Diventiamo spettri lenti e tediosi. Non abbiamo più né amori né amicizie. Non riusciamo a respirare. Un cielo tenebroso si posa, plumbeo e soffocante, sopra il capo, e getta lampi di tenebre su tutte le occasioni della nostra esistenza. Non si vede per quale ragione dobbiamo continuare a vivere, se abbiamo completamente smarrito il senso e la luce della vita.
Soltanto se restiamo in qualche misura infantili, continuiamo a capire l´infanzia: ciò che è uno dei massimi doni dell´esistenza. Perché lì, in quelle risa e in quei pianti e in quei rossori e in quelle parole e affermazioni impossibili, si nasconde qualcosa che non appartiene al «qui»: soffia un altro tempo, un altro spazio, un´altra musica. Se non riusciamo a cogliere questo soffio siamo creature diminuite.
Così, dobbiamo moltiplicare i nostri rapporti con i bambini. Per esempio leggere ai figli «Pinocchio» e l´«Iliade» e «Alice nel paese delle meraviglie» e la storia dell´elefante nel fiume e le «Favole italiane» di Calvino: nostro figlio ci fissa, spaventato e divertito; e noi seguiamo sul suo volto l´aspetto sconosciuto che prende in lui il libro che conosciamo. Mentre ascolta, il bambino riflette in sé il padre e la madre: li fa rivivere in sé; è felice di avere una simile affinità con loro. Non c´è momento, forse, in cui padre e madre siano così prossimi al figlio.
La lettura finisce. Il bambino fugge, prende a scalare un albero o a scavare una fossa, come se volesse scostare da sé con un gesto il peso delle cose che ha appena ascoltato. Non riemergono più durante il giorno e sembra che se ne sia perduta ogni traccia. Ma vi sono degli istanti rivelatori. Prima del sonno o dopo il sonno, quando il bambino pare abbandonato a sé stesso, in certi lunghi pigolii – monologhi, dove la sua esperienza viene ripresa e riepilogata, ritornano sulla sua bocca i nomi dei libri: l´elefante si bagna di nuovo nel fiume, Patroclo viene pianto dal suo fratello di elezione, Pinocchio vola sulle ali del grande colombo, Alice attraversa lo specchio, i cinque italiani avventurosi compiono il loro viaggio picaresco verso Parigi. Tutto è stato adattato, trasformato e assimilato, fino a diventare irriconoscibile: le notizie che il padre e la madre hanno portato in dono dalle loro esplorazioni sono entrate a far parte di un destino che si tesse, oscuro ed insondabile, accanto a loro.
La forma narrativa che il bambino preferisce è semplice e concentrata: tende alla ripetizione, alla stilizzazione, al gioco geometrico, come le strutture lineari e ternarie della favola. Ma guai a supporre che ami la semplicità e l´ovvietà dei contenuti! Egli vuole conoscere cosa è il bene e il male, il padre e la madre: cosa è eroismo, viltà, rapidità, nascita, morte, caduta, protezione e avventura: quali sono i rapporti che stringono insieme le molte facce del mondo; e cerca invano di comprendere il numero e il tempo. A che gli servirebbero dunque i racconti senza sfondi e senza mistero? I libri che continua a pretendere dal suo lettore adulto sono le grandi storie simboliche, che rappresentano e intrecciano i destini umani, come l´«Iliade» e l´«Odissea», «Cenerentola», «La Bella e la Bestia», «Robinson Crusoe», «Pinocchio»: libri semplici, lineari e talvolta ingenui in superficie, ma complicati, polisensi e quasi esoterici nello sfondo, che ci suggeriscono centinaia di interpretazioni diverse, tutte egualmente vere. Non importa che egli ora afferri solo una piccola parte dei loro significati. Se lascerà depositare nella sua mente queste storie, se crescendo continuerà a consultarle e ad ascoltarle in se stesso come ora le ascolta dalla bocca degli altri, finirà per comprendere per quale ragione egli è insieme Achille ed Ulisse, Cenerentola ed Robinson, la Bestia moribonda e il mai nato burattino di legno.
Tra padre, madre e figli tutto può diventare gioco, perché lo spirito dell´infanzia si impadronisce di tutto. E niente insegna più dei giochi. Uno di questi, per esempio, è il «riassunto». Il padre e la madre leggono al figlio una storia; e il figlio la riassume per scritto. Il bambino impara a concentrare ciò che è diffuso: a dire con parole semplici ciò che è stato detto con parole mirabili: a insinuare i suoi pensieri in quelli di Omero e di Collodi; a fare il ritratto di Achille o della Fanciulla dai capelli turchini. Questo esercizio viene spesso trascurato nelle scuole italiane: eppure non c´è esercizio che insegni meglio a raccontare, e a esprimersi con parole proprie e precise.
Oppure c´è il gioco dei giochi: quello con le biglie sulla spiaggia. Non c´è nulla di più divertente: nulla che susciti in questo modo l´abilità, l´emulazione, la vanità, l´astuzia, l´accortezza. In primo luogo bisogna bagnare la sabbia con l´acqua di mare e renderla compatta: poi costruire la pista, più larga o più stretta, con curve amplissime, ponti, salite, abissi da varcare d´un balzo e perfide trappole. Infine, distesi sulla sabbia, spingere la biglia con un colpo secco del dito medio puntato sul pollice, con la giusta forza. Molto meglio se ci sono bambini di altre famiglie. E bisogna ricordarsi di una cosa. I bambini devono vincere quasi sempre: non si può togliere loro questo immenso piacere. Alcune ingiustizie possono essere tollerate. Ma, qualche volta, la biglia del padre o della madre deve arrivare per prima. Così accade nella realtà, dove vincono i grandi; e, sebbene i giochi appartengano al regno dell´immaginazione, debbono risvegliare, all´orecchio del bambino, almeno un´eco lontana del mondo reale.

La Repubblica 02.09.10

"Muore dov’era nato: l’agonia Pdl a Milano", di Francesco Lo Sardo

Pessime notizie per la destra milanese sempre più alle corde sul mega-progetto del 2015.
Di tutte le disgrazie che gli sono capitate – e che in gran parte s’è procurato da solo – quella della morte annunciata dell’Expò 2015 che dalla berlusconianissima Milano finirà a Smirne, in Turchia, è forse la peggiore di tutte. Peggio del terremoto dell’Aquila, della festa di Noemi a Casoria, dei rendez-vous con le escort, della bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta, della rivolta di Fini.
L’Expo dalla Padania all’Asia minore. Un fallimento epico dai forti connotati simbolici, una parabola rovinosa che porta la firma di Berlusconi: che smaschera anni di retorica sul “governo del fare”, straccia le maschere di cartapesta della propaganda, scioglie il cerone su un logoro make-up incapace di coprire le profonde ferite, non più solo le rughe, della carcassa del Pdl del nord.
Ieri il ben informato Italia Oggi ha dato definitivamente per spacciata la celebrazione a Milano di Expo 2015. Smirne, città turca “del fare” assai più efficiente della metropoli del centrodestra meneghina “del parlare”, è pronta a rilevare l’evento, sganciando fior di quattrini di cui la Milano padronal-berlusconiana di Letizia Moratti e la Lombardia pdl-ciellina di Formigoni, gettate sul lastrico da Tremonti, hanno bisogno per sopravvivere.
Smirne s’era attrezzata da tempo a questa eventualità. Al molto fumo del Cavaliere la Turchia non ha mai creduto. Dalle parti dell’antica Bisanzio non c’è voluto molto a capire che le feroci liti sull’Expo italiana scoppiate nel governo, nel Pdl e tra il Pdl e la Lega, dopo mesi di boccheggiamento avrebbero condotto a questo penoso epilogo.
A palazzo Grazioli si dice che il Cavaliere intenderebbe «correre ai ripari». Ma ormai sono troppe le falle nello scafo del governo, della maggioranza e del Pdl che il vecchio Cavaliere dovrebbe riuscire a tappare. Salvare l’Expo, per le risorse che richiede e che Tremonti gli nega, è la più disperata delle imprese.
Forse anche inutile. «Meglio chiuderla ora qui», pensa qualcuno nell’entourage del capo, sperando che l’opinione pubblica dimentichi la figuraccia. Ma il Cavaliere non la pensa così. Dopo il disastro della Moratti sull’Expo e tutto il resto sente aria di catastrofe alle comunali di Milano del marzo 2011 e l’idea di perdere in casa non gli va giù.
«Certo – ipotizza un falco del Pdl – se ci fossero anche le elezioni anticipate, allora il voto sarebbe catalizzato tutto su di lui…».
Può anche darsi. Ma per ora le elezioni anticipate generali non ci sono: quelle comunali invece sì. Il Pd ha preso la rincorsa e punta sull’architetto Stefano Boeri candidato sindaco. Mentre il Pdl annaspa e affonda.
Nato sul predellino di una Mercedes in piazza san Babila, sulle ceneri della milanesissima Forza Italia in quella che è stata per quindici anni la roccaforte elettorale di Berlusconi, il Pdl meneghino sta morendo, consumato da estenuanti guerre intestine. Dallo scontro An-FI-Lega, s’è passati a quello tra Pdl e Lega e poi a quelli all’interno del Pdl: tra laici e cattolici ex forzisti (Romani contro Formigoni), tra gli ex aennini di La Russa e i cattolici non-ciellini della Gelmini (la corrente Nostra Destra contro LiberaMente), tra questi e i pdlciellini di Lupi-Formigoni-Mauro (nessun invito alla Gelmini al Meeting di Rimini dove scuola e istruzione sono il pane quotidiano). Per non parlare dei finiani.
Ammainare la bandiera su Milano non si può, men che mai cedere il sindaco alla Lega. Ma in queste condizioni chi candidare a sindaco? Berlusconi vorrebbe Maurizio Lupi, ma l’idea di un sindaco di Milano e di un governatore lombardo entrambi di Cl trasformerebbe la guerra civile nel Pdl in guerra atomica. Milano, per il Pdl, è già virtualmente perduta. La Lega se ne farà una ragione e Bossi già si frega le mani pensando al premio di consolazione: un colossale bottino di voti di lista a danno del Pdl.
Dopo la caduta di Veneto e Piemonte, le esequie del partito di Berlusconi in Lombardia.

da Europa Quotidiano

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“Un flop annunciato”, di Filippo Penati

Non ci voglio credere e mi auguro che non succeda, ma se accadesse sarebbe una perdita temuta, purtroppo annunciata. Se Milano dovesse davvero rinunciare all’Expo, come si ipotizza su Italia Oggi, si verificherebbe una gravissima perdita per la città ma certamente non ci si potrebbe stupire.
L’esposizione universale da anni è impantanata nelle liti fra comune di Milano, regione e provincia, è snobbata dal governo, in primis dal ministro dell’economia, Giulio Tremonti, abbandonata da Umberto Bossi. Priva dei finanziamenti necessari. È ormai sempre più probabile che non siano stanziati i fondi per le opere connesse; non solo non si farà un solo chilometro di metropolitana in più, ma il rischio è anche quello che non siano realizzate le opere già finanziate, quali la Brebemi e la parte bassa della Pedemontana. Questo per non parlare del problema delle aree per le quali gli enti interessati ad oggi non sono ancora riusciti a trovare una soluzione condivisa e praticabile e che da mesi vede uno scontro diretto fra il sindaco di Milano, Letizia Moratti e il presidente della Regione, Roberto Formigoni.
Per Expo sono stati cambiati tre amministratori delegati in due anni. La società è stata di fatto paralizzata, inattiva dal giorno della sua nascita. Quella che Shangai ha saputo sfruttare come straordinario volano di crescita, per Milano è stata una rissa di cortile. Di fronte a questo quadro non ci si può stupire se l’esposizione universale da migliore opportunità di sviluppo degli ultimi trent’anni per Milano si potrebbe trasformare in una sciagura.
La sciagura di dimostrare al mondo di non essere in grado di portare a termine un solo progetto di ampio respiro, degno di una metropoli europea, quale è per vocazione, ma che quasi vent’anni di governo di centrodestra hanno cercato di ridurre a provincia, lontana dall’Europa.
Perdere Expo per Milano e per tutto il paese sarebbe una sconfitta troppo grande, anche se è ormai chiaro che anche se sarà realizzato comunque non sarà all’altezza delle aspettative. Una sconfitta di cui non si può non chiedere conto a chi l’ha gestito, accentrando tutte le decisioni, perseguendo solo gli interessi di pochi.
Letizia Moratti ha fatto dell’esposizione universale il cuore della sua azione di governo. Ha trascurato l’ amministrazione della città per occuparsene. Se perdesse Expo certificherebbe, caso mai ce ne fosse bisogno, il suo totale fallimento di sindaco. La sua corsa per le prossime elezioni comunali sarebbe chiusa in partenza. Il disagio dei milanesi nei suoi confronti credo si trasformerebbe in un netto rifiuto. A essere premiata non potrebbe essere che un’alternativa di governo improntata a un progetto civico, volto a risollevare la città dalla palude regressiva e depressiva durata troppo a lungo, un progetto civico di cui credo il miglior interprete possa essere chi in Expo ci ha veramente creduto e deluso dalla Moratti vuole continuare a impegnarsi per la città e il suo futuro, chi ne ha realizzato l’unica parte positiva, il masterplan: l’architetto Stefano Boeri.
La sua disponibilità a candidarsi a sindaco può rappresentare il punto di partenza per la costruzione di un’aggregazione di forze politiche, della società civile anche appartenenti a mondi diversi in grado di sconfiggere le destre.

Da Europa Quotidiano 02.08.10

"Il piano del Cavaliere per votare a marzo", di Claudio Tito

All´accordo non ci crede. Dei “finiani” non si fida. «Le elezioni a marzo sono quasi inevitabili». Silvio Berlusconi non vede più spazi di manovra. Il percorso che porta ad un´intesa con il presidente della Camera è «strettissimo».
Anzi, nonostante il batter d´ali delle “colombe”, lo considera sbarrato. Al punto di preparare una vera e propria road map che porti al voto anticipato in primavera e alla definizione di un “salvacondotto” prima che le eventuali sentenze di condanna diventino definitive. E soprattutto prima che l´incubo della pena accessoria, quella dell´”interdizione dai pubblici uffici”, diventi esecutiva.
Discorsi che ieri nella riunione con Umberto Bossi e martedì nel summit con il ministro della Giustizia Alfano e con Niccolò Ghedini, il premier ha deciso di esplicitare. «Come potete pensare – ha chiesto ai suoi interlocutori – che io vada avanti con delle persone che manifestamente puntano a distruggermi?». Il Cavaliere è pronto a un passo indietro solo in presenza di una «totale adesione» dei finiani al testo sul processo breve. «Ma non mi pare che questo sia il loro orientamento, anzi mi risulta il contrario. Non mi fido di loro». E già, perché il nodo resta proprio quello: il destino dei tre processi (Mediaset, Mediatrade e Mills) che, nel caso in cui la Consulta a dicembre dovesse bocciare il legittimo impedimento, riprenderanno a “correre” nelle aule dei tribunali. E le ultime parole del presidente della Repubblica hanno rafforzato la sua convinzione. Il riferimento al ddl intercettazioni lo ha mandato su tutte le furie: «Vedete, vogliono che il processo breve faccia la stessa fine…».
In effetti anche a Montecitorio gli uomini del presidente della Camera non intendono cedere. Fini, rientrato a Roma, ha parlato ieri a lungo con Italo Bocchino e Giulia Bongiorno. Risultato: «Una vera trattativa non c´è». Tanto meno sul processo breve che nella formulazione uscita dal Senato non ha assolutamente l´approvazione di Futuro e Libertà. Ma, come ha fatto capire Giorgio Napolitano, nemmeno del Quirinale. Tant´è che domenica prossima a Mirabello, l´inquilino di Montecitorio pur non annunciando apertamente la nascita del nuovo partito, inizierà a porre una serie di condizioni politiche tali da rendere perlomeno complicato un accordo. L´obiettivo di Fini, infatti, è certificare l´esistenza di una coalizione con tre leader. Ma sulla questione giustizia, inchioderà la linea del suo gruppo a due concetti: la strada maestra per risolvere lo scontro politica-magistratura resta il «Lodo Alfano costituzionale» e Fli non concederà mai il suo avallo a «provvedimenti che salvaguardano le cariche istituzionali ma danneggiano i cittadini in attesa di giustizia». Ogni riferimento al processo breve è puramente voluto. Così come la retroattività della procedura inserita nella norma transitoria.
Proprio per questo il premier ha deciso nelle ultime ore di rompere gli indugi. «Se allunghiamo i tempi, a rischiare siamo solo noi. Dobbiamo accelerare». Non vuole offrire la possibilità che l´asse tra Colle, Camera, Pd e Udc si saldi davvero in una prospettiva di legislatura, ma con un altro esecutivo. A Palazzo Grazioli danno dunque per scontato che «Fini non possa tornare indietro» e che una concessione dei finiani su qualsiasi tipo di «scudo» a difesa del premier «chiuderebbe di fatto la partita a nostro favore». Quindi, ripete Berlusconi, «non ci può essere altra strada». L´unica tutela richiesta (soprattutto a livello mediatico) è quella di far ricadere sul presidente della Camera la responsabilità della rottura. La stessa preoccupazione che agita i finiani. Non a caso ieri il premier ha incontrato la delegazione leghista, incaricata della mediazione e ora invitata a svolgerla in modo che la colpa venga attribuita proprio ai “dissidenti”. E su questo ha chiesto al Senatur una prova di lealtà.
La road map di Palazzo Chigi, insomma, è ormai definita. O accordo «vero» subito o elezioni a marzo. «Se concediamo altro tempo – ha avvertito il premier ai suoi fedelissimi – consentiamo a Fini di organizzarsi e al Pd di rianimarsi. Avete visto cosa ha detto D´Alema? Ora non sono pronti. Ora dobbiamo colpire». I dubbi del Cavaliere, poi, non riguardano solo l´opposizione. Ma spesso vanno a concentrarsi sugli esponenti considerati di «confine». A cominciare da Giulio Tremonti. «Concedere tempo – è il suo ragionamento – significa correre troppi rischi». Tra questi la nascita di un altro esecutivo che abbia nel programma due punti davvero dirompenti per il Pdl: la riforma elettorale e una nuova normativa sul conflitto di interessi.
Non solo. La primavera viene considerata l´ultima tappa per affrontare e risolvere la “madre di tutte le battaglie”, quella processuale. Se la Corte costituzionale boccerà il legittimo impedimento, Berlusconi – calendario alla mano con Ghedini – ha verificato di aver tempo almeno fino a ottobre 2011 prima che le condanne diventino definitive e l´interdizione dai pubblici uffici esecutiva. «Io – ha spiegato Berlusconi chiuso nel suo quartier generale di Via del Plebiscito – sono sicuro di poter vincere a marzo anche senza Fini e bloccare il complotto. Se nel frattempo mi condannano in primo grado, quello diventerà il cuore della campagna elettorale». Ma il presidente del consiglio è pronto anche ad un´ipotesi peggiore: se il fronte Pdl-Lega non dovesse ottenere la maggioranza al Senato, «chiunque voglia fare un governo dovrà comunque trattare con me. E il primo punto del patto di governo sarebbe la giustizia e il ritorno ad una sorta di immunità parlamentare».

La Repubblica 02.08.10

"Tensione tra i supplenti. Arrivano i carabinieri", di Maria Teresa Martinengo

Sono arrivati anche i carabinieri alla chiamata dei supplenti annuali di Lettere delle medie, ieri mattina, alla scuola di via Ada Negri. All’inizio delle operazioni un rappresentante del comitato precari ha preso il microfono per comunicare la mobilitazione del pomeriggio (il programma in progress ha incluso, alla fine, marcia dall’istituto Berti al Provveditorato, presidio, incontro con il provveditore, spedizione alla Festa del Pd per incontrare Bersani), ma la funzionaria Caterina Petrasanta ha reagito annunciando una telefonata alla forza pubblica. Ne è seguito un lungo momento di tensione con i docenti – oltre 200 i presenti – ad urlare «vergogna!».
Poco dopo nell’aula magna sono entrati i militari che hanno preso atto dell’accaduto e se ne sono andati. Le operazioni sono quindi iniziate: chiamata di un docente, scelta del posto, annuncio dell’abbinamento. Così fino al pomeriggio: 350 cattedre assegnate, graduatoria praticamente esaurita. Una giornata, quella di ieri, in via Ada Negri, come al Berti (cattedre di diritto, discipline tecniche, educazione fisica), come alle nomine del personale non docente, filata tra speranze, soddisfazione per il posto ottenuto, delusioni e molta solidarietà per i tanti che sembrano non avere speranza di ottenere un lavoro.

Come per Rosa Salsedo, arrivata due anni fa dalla Sicilia per insegnare alle superiori. «Lo scorso anno nella mia classe di concorso, italiano e latino, la 051, sono state fatte 94 nomine, quest’anno 4… Io e il mio fidanzato saremo disoccupati». Monica F. lunedì aveva dovuto rinunciare ad una cattedra «intera» a Cuorgnè alle superiori e ieri ci riprovava alle medie. «Quella cattedra sarebbe stata una soluzione, ma come ci arrivo a Cuorgnè ogni giorno? Ho una figlia di 5 anni, dovrei assumere una baby sitter? E come la pago?».

Monica ha anche ricordato lo scandalo di un costo che sta diventando obbligatorio per gli insegnanti in graduatoria, «i corsi di specializzazione on line che valgono 3 punti. Se non li fai vieni superato da altri. È una farsa, la speculazione di alcune agenzie di formazione avallata dal ministero». Raffaella: «Io non ho figli, ma ho il mutuo da pagare e così ho accettato una cattedra a Ivrea. Scade il 30 giugno ed è fatta di tre spezzoni, due diurni e uno serale. Ora sono qui sperando di trovare qualcosa di più vicino a casa».

Cecilia Costa è indignata: «Finirà che tanti prenderanno la disoccupazione perché hanno lavorato in passato, mentre nelle scuole ci saranno classi superaffollate e ragazzi disabili da aiutare. Che senso ha spendere in questo modo?». Di sera, alla Festa del Pd, Matteo Saudino, docente precario di Filosofia, è intervenuto per spiegare a Bersani la sofferenza della categoria. «È il più grande licenziamento in massa nella storia della Repubblica: 78 mila insegnanti, tre volte Mirafiori. È un’emergenza sociale». Il segretario gli ha risposto che la scuola è al primo posto nei programmi del Pd. E che se andrà al governo cancellerà la riforma Gelmini.

La Stampa 02.09.10

«E se a “scattare” fosse il merito?», di Giancarlo Cerini *

Motivi di urgenza
Non è facile riprendere il filo del discorso sulla valorizzazione della professione docente o, come si dice, sul merito. Pesa ancora il retaggio negativo della vicenda del “concorsone” di una decina di anni fa (beneficio permanente di 3.000 euro annuali da attribuire al 20% dei docenti, previa procedura concorsuale). Inoltre, le proposte di legge al momento sulla “piazza” (cfr. progetto di legge Aprea, n. 953, Atti Camera) sembrano forzare troppo gli attuali (seppur sonnolenti) equilibri, prefigurando una stratificazione permanente dei docenti su tre fasce di carriera (sul modello della docenza universitaria), e preannunciano una drastica riduzione delle prerogative sindacali in materia di contrattazione sulla professione docente. Non è un buon viatico.
E’ però urgente riprendere una riflessione su “merito, professione, carriera” , aprendo nel mondo della scuola un dibattito franco e leale sul futuro del nostro sistema educativo, introducendo tra le riforme necessarie anche elementi di dinamismo “virtuoso” nella professione docente. Per almeno tre buoni motivi:
1) non fosse altro, per riconoscere il lavoro di chi si impegna –nonostante tutto – con passione e competenza per il funzionamento e il miglioramento della scuola pubblica;
2) perché occorre esprimere (alle organizzazioni sindacali e alle forze politiche) qualche orientamento in merito all’utilizzo di quota-parte delle risorse che si “liberano” a seguito dei risparmi ottenuti con la manovra finanziaria del 2008;
3) perché intanto fervono “lavori in corso” per verificare se quanto previsto dal D.lgs 150/2009 (c.d. Decreto Brunetta) in merito alla valutazione delle performances ed alla erogazione di premi sia applicabile agli insegnanti (in proposito dovrà essere formulato un Decreto della presidenza del consiglio dei ministri) .

Alcune questioni di metodo
In via preliminare una proposta credibile per la valorizzazione ed il riconoscimento della professione docente deve rispondere ad alcuni requisiti di metodo che possono essere così riassunti:
– svilupparsi con la partecipazione attiva ed il consenso della grande maggioranza dei docenti interessati (anche attraverso un confronto serrato con le organizzazioni sindacali e le associazioni professionali che, su questo punto, sono potenzialmente portatrici di interessi diversi);
– distinguere una prima fase sperimentale, che potrebbe consentire di affrontare il problema della gestione di parte del fondo del 30% sulla “premialità” (legge 133/2008) da una seconda fase – nel medio periodo – da impostare per via legislativa e contrattuale;
– verificare la possibilità di “riscrivere” (dopo l’esperienza positiva del 1973-74) uno stato giuridico nazionale della professione docente (contenente un profilo alto, costituzionale, della docenza, che espliciti i principi fondamentali di esercizio della professione: formazione, autonomia, sviluppo, diritti-doveri);
– garantire la permanenza di tavoli appropriati e diversi per la gestione dei rapporti di lavoro e quindi: al Parlamento la riserva di legge sulle questioni di tutela nazionale e costituzionale; al Sindacato la gestione dei contratti di lavoro sulle condizioni anche economiche; all’Associazionismo la delineazione di profili, standard professionali, modelli di formazione.

Effetto di squadra: quando il merito è “cooperativo”
Il fallimento delle precedenti ipotesi di valutazione/valorizzazione del merito si deve certamente alle procedure adottate (concorso con test), al meccanismo discriminatorio (solo il 20% in fascia di eccellenza), ma anche alla nebulosità del profilo di docente da “premiare”. Non possono essere né un test sulle conoscenze, né un curriculum che magari privilegia il “fuori scuola”, né una generica osservazione in classe a “scoprire” il merito.
Ma è lo stesso concetto di “merito” ad essere messo in discussione, per la sua ambiguità e la sua possibile carica ideologica . Soprattutto se il merito fosse interpretato come il carburante per una competizione antagonistica, che all’interno della scuola è fuori luogo. La specificità dell’insegnamento –scrive una fonte non sospetta come la Fondazione Agnelli – “risiede nell’importanza dell’intero corpo docente e delle interazioni di classe (il cosiddetto peer effect) nel determinare i risultati scolastici” . Il lavoro educativo è di tipo cooperativo, dunque meriti e premi dovrebbero essere attribuiti a gruppi piuttosto che a singoli. “Questa sorta di premio di risultato collettivo allo staff di una scuola dovrebbe poi essere ridistribuito internamente tra chi ha contribuito a tale successo, secondo i criteri che ogni scuola vorrà darsi” . E’ sempre il Rapporto della Fondazione ad esprimere perplessità nei confronti della proposta Aprea di articolazione individuale delle carriere, come fattore non in grado di per sé produrre quel “valore aggiunto” nelle competenze dei ragazzi e nelle loro capacità di relazione sociale, che ci si aspetta da una scuola che sappia fare il suo mestiere (democratico, aggiungiamo noi).
Dunque, le ipotesi sul merito da sperimentare dovrebbero tener conto di questa prospettiva e coniugare il riconoscimento di impegni e meriti personali, con il miglioramento complessivo del funzionamento della scuola.

Gli indicatori di qualità per il lavoro dei docenti
Nella scuola c’è un lavoro d’equipe e ci sono le persone singole. I docenti ci tengono a “far vedere” e “pesare” le diverse caratteristiche del loro lavoro, in modo da poter “riconoscere” e valorizzare le reali condizioni di impegno e di insegnamento:
a) una prima categoria da considerare riguarda il contesto di esercizio della professione (aree a rischio, scuole connotate da forte turn-over, particolari modelli organizzativi con più ampia flessibilità di impiego; nello stesso novero di indicatori potrebbero rientrare – anche se di più difficile quantificazione- il numero delle classi/plessi di impiego, il numero degli allievi da seguire, la diversa tipologia dell’insegnamento; ecc.
b) un secondo blocco di indicatori riguarda il tempo effettivamente prestato all’attività professionale, che può riferirsi sia allo svolgimento di compiti aggiuntivi all’insegnamento (sull’esempio delle funzioni “strumentali” o assimilabili) o la scelta opzionale di un diverso regime orario di insegnamento (a tempo parziale, a tempo normale, a tempo potenziato);
c) un terzo elemento dovrebbe considerare la capacità di realizzare progetti di lavoro innovativo, in termini di imprese collaborative (da parte di un team docente, un consiglio di classe, un plesso, un dipartimento di disciplina, un gruppo di miglioramento) con la definizione concordata di obiettivi di qualificazione dell’insegnamento e la verifica del raggiungimento degli stessi;
d) infine, anche la “maturità professionale” conseguita a seguito di una esperienza di lavoro in classe, di formazione in servizio, di partecipazione a contesti innovativi e di ricerca, di documentazione e socializzazione delle conoscenze acquisite, potrebbe essere oggetto di un apprezzamento, mediante la costruzione di un port-folio personale o procedure di confronto e validazione nell’ambito della comunità scientifica.
Ovviamente un prerequisito trasversale ad ogni indicatore è la cura della propria professionalità attraverso la formazione in servizio, che dovrebbe far parte integrante del profilo di ogni docente. Non ci riferiamo solo alla sporadica partecipazione a qualche corso di aggiornamento, ma all’attitudine permanente all’autoformazione, alla riflessione sulla pratica, alla ricerca-educativa, alla progettazione e verifica collegiali, elementi che dovrebbero essere resi obbligatori o quanto meno riconosciuti all’interno di un portfolio o di un curriculum professionale che documenta “crediti formativi e professionali” .

Ma chi valuta? Il merito va affidato all’autonomia scolastica
Le 4 variabili della professione (condizioni di contesto, tempo di lavoro, promozione di azioni innovative, competenza personale) dovrebbero essere tenute ugualmente in considerazione, ma il loro peso potrebbe essere oggetto di specifica negoziazione, come pure le modalità di valutazione e documentazione (da differenziare in base alle diverse tipologie di variabili).
Mentre risulta abbastanza agevole ipotizzare degli standard quantitativi per i primi due indicatori, invece per la valutazione dei progetti collaborativi e delle competenze personali si richiede un apprezzamento qualitativo. Una proposta praticabile dovrebbe prevedere criteri di carattere nazionale, ma la sua gestione dovrebbe essere affidata alle singole unità scolastiche, sia per snellire e deburocratizzare le procedure, sia per incrementare la responsabilità e l’autogoverno delle singole unità scolastiche autonome.
Se si opta per questa ipotesi la valutazione dovrebbe essere affidata ad un nucleo (team o commissione) a composizione mista, con membri (es. 2 colleghi, dirigente scolastico, 1 esperto esterno) individuati sulla base di un esame comparato dei curricoli e della produzione didattica e scientifica.
Mentre l’esito dei primi tre indicatori porterebbe a degli incentivi temporanei, legati all’effettivo svolgimento di attività, la quarta tipologia potrebbe prefigurare l’individuazione –in ogni scuola- di un quadro intermedio di docenti “accreditati” ai quali assegnare compiti di supervisione e validazione scientifica della progettualità di istituto (nell’ambito dei dipartimenti disciplinari, dei nuclei di valutazione, dell’accoglienza dei neo-insegnanti, di tutoraggio e consulenza didattica).
A tali docenti andrebbe richiesta la garanzia di una permanenza pluriennale nell’istituto di appartenenza.

Proposte nel breve periodo (con utilizzo dei fondi “premialità”)
Non ci nascondiamo le difficoltà di procedere verso questo tipo di proposte. L’alternativa, tuttavia, sarebbe la rigida ripartizione dei docenti in tre profili stabilizzati di carriera con procedura concorsuale (cfr. proposta Aprea) o la distribuzione di premi a tre fasce di docenti (cfr. proposta Brunetta). Qui ci ispiriamo piuttosto ad alcune suggestioni provenienti da agenzie di ricerca (come il gruppo Treellle o la Fondazione Agnelli ), che suggeriscono di adottare –intanto- un sistema di incentivi temporanei però consistenti e legati alla progettualità e agli impegni dentro la scuola.
Nell’attesa che maturino le condizioni per lo sviluppo di nuove politiche di valorizzazione del merito e della professionalità, ci sembrano comunque praticabili nel breve periodo (ad esempio, utilizzando la quota-parte dei fondi risparmiati con la legge 133/2008) alcune ipotesi che possono favorire il delinearsi di queste nuove prospettive:
a) incremento del fondo di istituto. Nella scuola dell’autonomia aumentano i margini di discrezionalità nella progettazione dell’azione formativa, nella gestione di più ampi spazi di flessibilità organizzativa, nell’allestimento di azioni di verifica interna. Tali impegni richiedono una più consistente disponibilità di tempi e di energie progettuali dei docenti (singolarmente o
in gruppi) che va riconosciuta anche sotto il profilo economico. E’ da valutare se è il caso di porre qualche forma di criterio nazionale per la distribuzione delle risorse finanziarie (ad esempio, tipologie delle azioni da ammettere al finanziamento per incentivare alcuni comportamenti auspicati: es. progettazione didattica e curricolare piuttosto che progetti di
accoglienza o viceversa, ecc.);
b) attivazione in ogni scuola di un fondo per l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo professionale. Si tratta di rendere disponibile un fondo ad hoc che renda possibile l’attivazione di misure di sostegno individuale alla formazione dei docenti. Il fondo dovrebbe consentire di: finanziare la partecipazione a stage e corsi esterni (iscrizione, soggiorni, supplenze, ecc.); di erogare borse di ricerca didattica, in relazione a progetti di innovazione proposti da docenti in collaborazione con istituzioni scientifiche e centri di ricerca accreditati; di finanziare le supplenze per coprire esoneri brevi (1-2 mesi) per la partecipazione a momenti di formazione; di erogare finanziamenti a docenti per l’acquisto di attrezzature informatiche, dotazioni librarie, iscrizioni a corsi ecc. ed altre misure assimilabili. Il merito si riconosce anche con benefit ed opportunità (non solo) simboliche;
c) individuazione di uno staff di docenti (5-6 insegnanti per ogni istituto scolastico) con il compito di promuovere e sviluppare la ricerca sui curricoli disciplinari, in relazione al progressivo riassetto delle indicazioni curricolari nel primo e nel secondo ciclo e della scuola (rilettura delle Indicazioni in termini di curricoli e didattica per competenze). L’assegnazione di un compenso dovrebbe stimolare funzioni di consulenza, documentazione, produzione di materiali, allestimento di prove di verifica formativa, ecc. L’attività non dovrebbe essere quantificata in termini temporali, ma di autorevolezza e supervisione scientifica a quegli insegnanti che in molti casi già svolgono questo ruolo di promozione, spesso a puro titolo di volontariato.

Queste misure potrebbero concretamente mostrare nuove possibilità di valorizzazione della professione docente, in sintonia con le aspettative degli insegnanti, collegando il miglioramento di alcune posizioni individuali al benessere organizzativo complessivo dell’istituzione scolastica.

*L’intervento, pubblicato ora su http://www.edscuola.it, fa parte di un più ampio saggio contenuto nel volume curato dal Cidi di Milano, edito da Mursia, sulla funzione del dirigente scolastico.
clicca qui per leggere l’articolo con l’apparato di note.

L'Europa raccontata da Felipe Gonzalez

L’ex capo dello stato spagnolo alla terza Festa Democratica nazionale di Torino, racconta l’Europa. Bisogna credere nei giovani e rimetterci al passo con la rivoluzione teconologia – Guarda il video.
La Sala Norberto Bobbio è piena anche nella quarta serata della Festa Democratica Nazionale. Sono le 22.00 e sul palco per tenere, non una lezione, come ci tiene a sottolineare, ma una testimonianza, c’è Felipe Gonzalez, ex Presidente del Governo della Spagna dal 1982 al 1996, sull’Europa.

Si definisce un “pessi-ottimista”. Sogna un’Europa che sappia tornare al primo posto come potenze Economico-politica. Non più una potenza che sa solo pagare le fatture ma poi non ha il giusto peso nei posti che contano. Un’Europa che abbia le proprie cantine piene di nuovi Bill Gates o un nuovo fenomeno Google, made in Europa. Ma sa che finché non saranno i dirigenti politici a comprendere che tutto questo è possibile, non ci sarà il vero cambiamento.

20 anni fa la fine della politica dei blocchi, con la liquidazione del blocco comunista e la rivoluzione tecnologica, che ha colpito tutti gli aspetti della nostra vita. Hanno cambiato il mondo.
La rivoluzione tecnologica ha cambiato il nostro modo di comunicare e che ha cambiato il nostro sistema finanziario mondiale, sull’economia mondiale, le nostre relazioni politiche mondiali. Ma che l’Europa ha seguito distrattamente, restando indietro dal punto di vista tecnologico e rispetto al suo ruolo nel mondo. Perché negli ultimi 20 anni c’è stata una concentrazione nel lodevole sforzo di trasformarsi in una comunità di 27 paesi, dai 12 iniziali.
L’Europa è ancora la prima potenza economica commerciale del mondo, ma sta perdendo terreno sul campo della tecnologia. È la prima potenza nel campo degli aiuti allo sviluppo e della cooperazione. Eppure non ha voce in capitolo come unione europea sulle scelte politche mondiali. Il paradosso è che tanto più abbiamo bisogno dell’Europa, tanto più la vediamo in una crisi di recupero del nazionalismo.

Quella raccontata dall’ex-premier spagnolo è un’Europa che è forte nel pagamento delle fatture, ma che poi non sa essere rilevante nelle occasioni in cui questo impegno viene riconosciuto.
E a questo proposito Gonzalez racconta un aneddoto che lo riguarda: “dopo la distruzione di Sarajevo l’Unione Europea finanziò il 90% della ricostruzione del nuovo aeroporto internazionale di Sarajevo, al momento della consegna dell’aeroporto, lo tenne Magdalena Allbright. Gli USA avevano contribuito per il 2%, 5 passi dietro di lei un funzionario dell’UE, che non è neanche nella foto”.

Parliamo dell’Europa come un potere blando. “Non possiamo aspirare ad essere una grande potenza militare. Ma se il potere blando è un pupazzo di plastilina, non serve a nulla.”
27 paesi non sono capaci di avere 150mila unità in un corpo di pace permanente. Abbiamo un’organizzazione il nostro sistema difensivo come quello che c’era nella guerra fredda, ma la guerra fredda non c’è più. Quindi quando dobbiamo organizzare un contingente di pace per qualche paese dobbiamo tenere conto degli interessi particolari di ogni paese, le sue tradizioni storiche i suoi vincoli. Ogni volta si organizza “un’asta”, “io ne mando 800, ma se loro ne mandano 1000 io ne mando 2000”. Non abbiamo più rilevanza.

Le forze progressiste europee devono denunciare che la crisi finanziaria ha origine nella politica reganiana e Usa, ma eliminare la regolarizzazione. Non solo denunciare, ma anche dire ai cittadini dove sono le responsabilità e poi fornire le risposte, che li convincano e li mobiliti.

“Sento parlare delle alternative progressiste, e sento dire che ora c’è meno epoca, meno impulso, più scetticismo. Come se le battaglie della mia generazione, contro la dittatura, per estendere il sistema sanitario. L’istruzione, pensioni, fossero battaglie epiche. Ora il mondo è incerto e annoiato. È vero, il mondo è incerto, ma la politica non è mai stata appassionante come oggi. La politica quella vera, ovviamente.”
Chiama ad una mobilitazione: “Se potessimo mobilitare tutte le nostre forze produttive per dichiarare una guerra, non come la II mondiale. Ma per estirpare le povertà, per sradicare le malattie, per superare l’ignoranza, per superare il cambiamento del climatico”

A questo proposito Gonzalez cita Gramsci, ma al contrario: “Oggi abbiamo gli strumenti per comprendere, lottare e vincere questa guerra. Ma finché noi dirigenti politici non avremo questa volontà e convinzione non avremo mai la maggioranza sociale che ci permette di vincere questa guerra”.
È un periodo storico in cui ci sono sfide appassionanti ed importanti, ma non c’è mai stata una volontà così debole per attuare questa lotta. “Il mio pessimismo non è nell’intelligenza, ma nella volontà. E in Europa manca la volontà”.

Ad esempio di questa mancanza di volontà e di ciò che si può fare volendo cambiare, cita Obama, che vuole avvicinarsi al nostro modello sociale, riformando il sistema sanitario. “Benvenuto. È una grandissima invenzione europea, ma un altro conto e se sapranno mantenerlo“
Noi, in Europa, dobbiamo dare appoggio e sostenere la creatività, le aspettative, le ambizioni dei giovani. Poter avere anche noi i nostri Bil Gates nelle cantine europee. L’occupazione è creata dai datori di lavoro, non dalle leggi, dai decreti, facilitano, ma non creano posti di lavoro. Dobbiamo parlare di impiegabilità e non di impiego. I nostri giovani devono essere preparati all’impiegabilità per adattarsi alle innovazioni tecnologiche che possono creare crisi nell’occupazione, ma possono dare anche nuove opportunità.

I sindacati dovrebbero pretendere che il governo oltre a dare un sussidio a chi resta disoccupato deva anche formarli, per favorire la riconversione, la formazione non deve essere una punizione.
Ci serve un’economia sociale di mercato, sostenibile, e altamente produttiva e competitiva, perché non voglio salari bassi. “E lo voglio di fronte a questa società di “casino” che crea una finzione di ricchezza, che crea una bolla finanziaria immensa, di prodotti che neanche i bancari capiscono (i derivati), quello che ha creato il fallimento delle borse 3 anni fa.“

L’Europa ha 10 anni di ritardo e deve reagire. Quando venne approvata la strategia di Lisbona si fece un pronostico, paragonandoci agli Usa. L’obiettivo era che per il 2010 avremmo recuperato la prima posizione al mondo come potenza economico- tecnologica e venne stilato un elenco di 29 priorità. “Quando sentite un politico avere 29 priorità, credetemi, non e ha nessuna. Le priorità possono essere 3-4, non 29.“

“Io rimprovero a tutti i leader europei, perché non hanno detto ai cittadini che la strategia di Lisbona è fallita, e non hanno spiegato come e perché è fallita. In questo modo i cittadini potranno crederci e impegnarsi. Stiamo facendo come il g8 (o i 7 più 1) che ogni volta che c’era una crisi l’hanno sempre negata, ottimismo professionale, e che poi si riunivano e dicevano”la crisi è passata” e mi sono sempre chiesto come può passare qualcosa che non c’è mai stato.”

Fra.Mino

www.partitodemocratico.it

Napolitano sul processo breve «Ricordate il ddl intercettazioni»?

”Ho gia’ detto che non faccio previsioni” : cosi’ il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in merito alle tensioni politiche in atto e sulle ipotesi circolate di una fine anticipata della legislatura. Napolitano parla con la stampa a Venezia, dove si trova in visita privata e dove stamani ha visitato la Mostra internazionale di architettura della Biennale.
”Quando accade qualcosa che coinvolga le mie decisioni – sottolinea – allora rifletto e adotto e motivo le decisioni”. Per Napolitano, ”attualmente non c’e’ che da ‘leggere’, cercando di non confondersi quotidianamente troppo le idee”. Bisogna, ha ribadito, ”leggere quello che viene detto e i passi che vengono annunciati: i tremila punti interrogativi che poi, a un certo punto, si scioglieranno”. ”Io – ha detto il Capo dello Stato – cerco di non sentirmi mai all’inferno”.

Per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in merito dell’attuale situazione politica, ”c’e’ una grande molteplicita’ di idee, sovrapposizioni di ipotesi su cosa succederà”. Per il responsabile del Colle, pero’, ”si va verso una evoluzione piu’ benigna”, anche se ”siamo nella febbre politica”.

‘Su queste cose ho gia’ detto tante volte mentre si discuteva della legge sulle intercettazioni. Sapete che fine ha fatto quella legge?” Cosi’ Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, risponde ai cronisti che lo sollecitano sulle indiscrezioni di tentativi in atto da parte del Governo di coinvolgere il Quirinale nella stesura di leggi in gestazione. ”Siete informati” su quale fine abbia fatto il ddl intercettazioni?”, ha chiesto rivolgendosi ai giornalisti. Alla replica di un giornalista: ”Un binario morto?”, il presidente ha concluso: ”Ecco…”.

L’Unità 01.09.10