Sul palco della Festa con Podesta e Gonzalez: quale ricetta per la ripresa?
«Quando ci chiedono qual è la collocazione internazionale del Pd, eccola, è questa qua precisa». Pier Luigi Bersani seduto sul palco della Festa torinese (davanti alla folla delle grandi occasioni) tra uno dei massimi pensatori dei democratici americani, John Podesta, e l’ex premier socialista spagnolo Felipe Gonzalez “vede” già nei fatti una casa comune del progressismo mondiale.
E individua già anche le sfide che essa ha di fronte: «Lavoro e reddito, clima e politiche ambientali, pace e diritti. Se riusciamo a dare l’esempio, unificando i nostri programmi su questi temi, potremo dare una mano al pianeta».
Nell’immediato, la domanda a cui dare una risposta è la via d’uscita dalla crisi finanziaria. Con essa si sta scontrando Obama, che «ha avuto successo nello stabilire le basi di una nuova economia – ricorda Podesta – a partire dalla sanità, realizzando il sogno di generazioni di democratici americani. Adesso invece la gente vuole che torni a concentrarsi sull’oggi, sul lavoro, la scuola, la produzione.
Obama non deve preoccuparsi di piccole minoranze come quelle del Tea Party, ma parlare direttamente al cuore del paese per spiegare che la sua linea è quella giusta». Più critico sulla situazione internazionale è Gonzalez, che invoca una risposta europea («invece si è presa la strada del nazionalismo») e stigmatizza la ripresa avviata in Germania, «dovuta solo alle esportazioni, favorite dal calo dell’euro» e invita l’Europa a puntare invece sulla conoscenza e sulla qualità dei prodotti, «perché sui salari non possiamo certo competere con Cina o America Latina». Ma anche a «finirla con il corporativismo, per dare più spazio ai giovani».
Parole che Bersani coglie al volo, ricordando gli interventi che il Pd ha chiesto al governo italiano, che invece è andato in un’altra direzione: «Bisogna mettere i soldi nelle tasche della gente, creare occupazione detassando le imprese e calcando sulle rendite e puntare sull’innovazione». Invece, «solo noi in mezzo alla crisi abbiamo fatto un salasso al mondo della scuola». E ad ascoltarlo in platea, dispersi nella folla ma pronti a mostrare i loro striscioni alla fine del dibattito, ci sono proprio gli insegnanti precari, ai quali garantisce: «Aboliremo la riforma Gelmini». Quanto al corporativismo, poi, il segretario del Pd individua i suoi bersagli: «Perché non disturbiamo i petrolieri per abbassare il prezzo della benzina? Perché continuiamo a rendere possibile il fatto che i giovani svolgano mesi e mesi di praticantato a zero euro? Perché manteniamo la vergogna del massimo scoperto in banca per le piccole imprese? Se non scomodiamo tutti questi, rischiamo di non venirne fuori».
Con l’ex premier spagnolo, che chiama Felipe, dimostrando una confidenza di più lunga data rispetto a Podesta, il segretario del Pd duetta anche sul tema del federalismo. Un processo positivo, per Gonzalez, perché «avvicina il potere alla società», ma che va affrontato «senza perdere di vista la coesione territoriale nazionale. Quando il federalismo si concentra sull’egoismo regionale, ci perdono tutti». Bersani coglie l’occasione per attaccare la Lega e l’emergere degli egoismi territoriali anche al Sud. Il Carroccio, per il leader dem, «tradisce il Nord» non mantenendo le sue promesse, e allora lui prova a suscitare l’orgoglio dei suoi: «Se vogliono parlare di decentramento che funziona, i leghisti non hanno niente da insegnarci. Tutto quello di buono che è stato inventato sui servizi locali viene dalle nostre culture, loro hanno inventato solo le ronde. Noi siamo un vero partito popolare, rimettiamoci a combattere».
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"Dal ministero altre 80 cattedre. Caos nomine nelle province", di Alice Loreti
Il buco resta, ed è una voragine. Ma per le scuole emiliano-romagnole una bella notizia c’è. Lunedì il ministero ha concesso altre 80 cattedre ai nostri istituti. Posti che verranno coperti dai precari e che saranno utilizzati per gli sdoppiamenti delle classi troppo numerose e per le materne. Soprattutto quelle bolognesi. Sempre lunedì, infatti, il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale (Usr), Marcello Limina, ha avuto un breve colloquio telefonico con il commissario, Anna Maria Cancellieri. E, secondo indiscrezioni, Limina avrebbe indicato al commissario l’obiettivo primario di “rimpolpare” il personale delle materne bolognesi. Il conto adesso arriva a 171 cattedre concesse in più da Roma. Anche se il fabbisogno si aggira intorno ai 350 posti per elementari, medie e superiori, più 218 solo per le materne.«Apprendiamo questa notizia dalla stampa – afferma Raffaella Morsia, segretario regionale Cgil scuola -. Di certo 80 posti sono insufficienti. Ma è la dimostrazione che le battaglie, se vere e condivise, alla fine pagano». I sindacati sono in attesa della convocazione di un incontro urgente con il direttore dell’Usr, per condividere, insieme agli enti locali, i criteri di distribuzione dell’organico per ordine di scuola e provincia. Le cattedre in più arrivano tardissimo, a poco più didue settimane dall’avvio dell’anno scolastico. E le province si sono già mosse per coprire i posti, con le nomine nei vari uffici. La difficoltà sarà quindi capire come muovere le pedine a gioco iniziato. Le scuole sono già al lavoro per coprire il piano formativo con le risorse che credevano di avere fino a ieri. I primi ad essere chiamati sono stati i supplenti perdenti posto, l’esercito dei precari che lavorano nella scuola da 10 anni – se non di più – con incarichi annuali. Con questa nuova e tardiva immissione di cattedre, un precario storico che è riuscito ad avere una supplenza annuale ma in una scuola di montagna, potrebbe assistere alla nomina di un collega molto più in basso nella graduatoria, in una scuola in pieno centro a Bologna. E la stessa situazione, moltiplicata per 80, potrebbe presentarsi in tutte le province della regione. Senza contare il fatto che gli uffici scolastici dovranno fare altre convocazioni, in un tempo limitatissimo. «Questa è la modalità di lavoro del ministero – riprende Morsia -: agire senza un progetto e nel non rispetto delle regole. Questo causa incorrettezze nelle scuole e poca sicurezza per i lavoratori precari». A Roma navigano a vista e «fanno pasticci » e a pagarla (ma questo ormai non fa più notizia) sono sempre i più deboli. I nuovi posti che la Gelmini ha tirato fuori dal cilindro – ben sapendo che in Emilia-Romagna docenti, genitori e sindacati non se ne stanno certo zitti davanti alla caduta libera della qualità della scuola pubblica – sono comunque insufficienti. E tra le priorità da mettere in agenda, oltre alle classi sovraffollate e alle materne, secondo il sindacato c’è anche l’educazione per gli adulti che «hanno il diritto sacrosanto di rimettersi nel circuito della formazione, eppure non si parla mai di risorse per loro».
L’Unità/Bologna 01.09.10
"Dell´Utri e la patacca su Mussolini", di Francesco Merlo
Ecco una disinformazione da «manuale Minzolini»: ieri sera Marcello Dell´Utri è diventato l´eroe della libertà come il suo modello Mangano lo era stato della mafia.
Ma, nonostante lo spudorato servilismo del Tg1, non è solo all´intolleranza che fanno pensare i fischi che hanno impedito al senatore condannato in appello per mafia di esibirsi a Como sotto un tendone del festival culturale «Parolario». È infatti vero che la cultura liberale non nega a nessuno la libertà di parola, ma esistono anche i delitti di truffa, di falsificazione e di contraffazione, ben più gravi e socialmente ben più dannosi dei soliti fischi di piazza. Ebbene, Marcello Dell´Utri gira l´Italia, spesso messo in cattedra, a Como come altrove, da Istituzioni dello Stato, e ogni volta sale su un palco e, con la faccia che si compone in autorità, legge brani scelti di un improbabile Mussolini patetico e crepuscolare come Gozzano, sentimentale come Gianni Morandi, antinazista come un partigiano, intimista come Marcel Proust, scettico e amaro come Leonardo Sciascia.
Dell´Utri dice di attingere a un documento preziosissimo: i diari del duce di cui sarebbe entrato in possesso nell´ormai lontano 2007. Erano cinque volumi, ora sono diventati sei e forse cresceranno ancora, ma nessuna comunità scientifica, né archivistica né storiografica, ha certificato la loro autenticità. Al contrario, a tutti gli studiosi di Storia contemporanea sono sembrati falsi e, com´è noto, erano già stati bollati come patacca da, nientemeno, Renzo De Felice, che certo non si sarebbe spaventato di raccontare un Mussolini non gradito agli antifascisti. Insomma c´è il fortissimo sospetto che si tratti di un´impostura: aliud pro alio direbbero i colti garanti della libertà di espressione, se non fossero distratti dai fischi.
Ovviamente la condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa non significa che questi cosiddetti diari di Mussolini siano roba mafiosa. È anzi possibile ed è sicuramente lecito che un presunto brigante sia anche un presunto storiografo, fosse solo come prezzo che il vizio paga alla virtù. Ma sarebbe due volte brigante un presunto mafioso che, in veste di presunto storico, arricchisse gli archivi con documenti falsi, spacciasse patacche e cercasse così di imbrogliare anche la storia. Insomma, se fossero veri, i diari di Mussolini suonerebbero in qualche modo come un´attenuante (morale), ma se fossero falsi suonerebbero come un´aggravante (morale) perché l´attività «virtuosa» e «scientifica» confermerebbe solo la natura di brigante. Altro che fischi!
E perché dovremmo prendere sul serio documenti che nessun esperto di storia contemporanea ha mai preso sul serio? Aggiungo che sicuramente non spetta ai giudici di Palermo né soltanto agli storiografi stabilirne l´autenticità, la quale dovrebbe essere accertata con metodi laboriosi che richiedono anche perizie chimiche, grafiche e grafologiche che non sono state fatte benché Dell´Utri abbia i mezzi e il potere per sollecitarle.
E va bene che neppure del sangue di San Gennaro è stata mai provata l´autenticità, ma qui non siamo nel mercato della devozione popolare ma in quello dell´ingegno e il miracolo del presunto mafioso presunto storico sa troppo di commedia all´italiana per essere protetto dai fischi che in teatro sono in fondo come gli applausi. È infatti sicuramente teatro il Dell´Utri trasognato e beato che toglie a Mussolini il roboante impeto e lo veste di bonomia e di generosa saggezza, trasfigura il carnefice in vittima, ne fa un eroe della dolcezza italiana… Sembra il falsario Scorcelletti (Totò) che scopre la tela e rivela al mondo che in realtà non la «Maja Desnuda» Goja aveva dipinto, ma «la Maja in cammisa».
Inutile dire che spetta a Dell´Utri dimostrare l´autenticità della sua «Maja in cammisa» e non agli altri la sua falsità. A me pare soltanto che si meriti i fischi di tutto il pubblico italiano e non perché è fascista o revisionista o perché è mafioso, ma perché vuol fare di una patacca storica una specie di Sindone mussoliniana, una sorta di falso autentico. È una sceneggiata che la comunità scientifica dovrebbe smascherare perché i falsi storici fanno molto più danni dei falsi farmaci, più danni per esempio della somatostatina (ricordate?) con la quale il dottor Di Bella pretendeva di curare il cancro.
In Italia esistono le autorità che sanzionano le patacche, siano esse alimentari o dell´abbigliamento o farmaceutiche. Come una pillola-patacca fa male al corpo così un libro-patacca avvelena la mente. Se vendo cacca e ci scrivo cioccolata vengo punito con almeno un anno di reclusione. Se vendo il blabla di qualcuno e ci scrivo «Mussolini» a cosa vengo condannato?
Abbiamo fatto una battaglia (e io ho dato il mio piccolo contributo) non certo per impedire agli ex terroristi di parlare, ma perché non siano più chiamati in cattedra dalle università e dalle istituzioni dello Stato a dottoreggiare di morale, di poesia, di diritto del lavoro. Allo stesso modo vorremmo che ai condannati per delitti che hanno a che fare con la mafia lo Stato non offrisse cattedre istituzionali di storiografia. E va bene che si vendono sempre meno libri e il mercato dell´editoria è in crisi ma stupisce che gli amici della Bompiani abbiano in cantiere la pubblicazione di questi diari di Mussolini-Dell´Utri, legittimando con un nome di grande prestigio questo brutto pasticcio che non rimanda certo all´intolleranza e alla soperchieria dei soliti, rituali e conformisti fischi di piazza che in Italia, prima o poi, toccano a tutti. Infine: i diritti d´autore vanno a Mussolini o a Scorcelletti?
La Repubblica 01.09.10
"Università, i test inutili di medicina", di Eugenia Tognotti
A dispetto delle sacrosante critiche che, da anni, ormai, piovono da ogni parte sui test di Medicina, i 90 mila aspiranti camici bianchi si troveranno di fronte, domani, alla solita sequenza di domande a risposta multipla (18 di biologia, 11 di chimica, 11 di Fisica e Matematica, 40 di Logica e cultura generale), cui ci si affida, qui da noi, per reclutare i futuri medici. Nessun test psicoattitudinale, non uno straccio di colloquio per accertare le predisposizioni, le attitudini specifiche, la «vocazione», che non appare un termine obsoleto e sorpassato, trattandosi di medici che dovranno rapportarsi alla malattia e al dolore, e confrontarsi non solo con «casi clinici», ma con «persone».
In mancanza, anche, di una valutazione legata al percorso degli studi superiori e al voto finale – almeno in alcune materie – è, dunque, alla prova d’ammissione che è affidata la funzione di «filtro». Ma basta scorrere la lunga sequenza di domande di cultura generale, incongrue, se non dissennate – improbabili anche se riguardate dal punto di vista della preparazione media degli studenti italiani – per rendersi conto quanto sia malsicuro e inadeguato. Può aiutare, per dire, a valutare i saperi scientifici degli aspiranti medici, le qualità cognitive connesse col ragionamento, la capacità di risolvere i problemi, la domanda sul nome dell’architetto che progettò la Reggia di Caserta? O sul limite massimo a cui si spinsero le conquiste di Alessandro Magno, che riuscì a sconfiggere il re persiano Dario III e a conquistarne il regno.
Si potrà davvero essere sicuri che gli studenti più motivati ad intraprendere gli studi medici sono quelli che ricordano quale «entità politica» – tra la Repubblica di Venezia, il Ducato di Parma, il Regno di Sardegna, lo Stato della Chiesa e il Granducato di Toscana – è sparita dalla geografia (sic) della penisola italiana dopo il Congresso di Vienna (1814-15)? O che sono in grado di dare un ordine cronologico ad alcuni eventi (lo scoppio della guerra civile spagnola, l’entrata in guerra dell’Italia nella prima guerra mondiale, la Rivoluzione d’ottobre, il crollo di Wall Street)?
E si potrà, ancora, essere certi che la scelta degli studenti «giusti» per la professione di medico possa avvenire sulla base della capacità di abbinare a Cesare Pavese (e non a Sandro Penna, Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo) i versi «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». E, ancora, di ricordare in quale romanzo italiano è importante un albero di nespole? O che i patriottici, ma non eccelsi versi della «Spigolatrice di Sapri» – Eran trecento, eran giovani e forti e sono morti, Sceser con l’armi e a noi non fecer guerra, ma s’inchinaron per baciar la terra – sono riconducibili alla sciagurata impresa di Carlo Pisacane e non ad altri consimili tentativi insurrezionali nel Risorgimento italiano?
Al di là di qualsiasi altra considerazione sulla capacità dei Test di fornire qualche indicazione sulle attitudini degli aspiranti medici, sulla loro capacità di «prendersi cura» e di comunicare, c’è da dire che a scorrere l’elenco delle domande di cultura generale, si ha l’impressione di trovarsi in un altro tempo e in un’altra scuola. Quanti studenti, anche tra i più brillanti, sono in grado di rispondere, in pochi minuti, a domande come queste, scelte, a caso, come le altre, tra quelle degli anni scorsi: «Contro la pratica diffusa delle detenzioni arbitrarie, una norma ha imposto la sollecita conduzione dell’imputato al cospetto di un magistrato che potesse, valutate le motivazioni dell’arresto, convalidarlo oppure annullarlo» (Placet, Non expedit, Exequatur, Habeas corpus, Dictatus papae)? E, ancora: «Come si definisce un provvedimento di carattere generale con il quale lo Stato rinuncia a punire i soggetti che hanno commesso dei reati o rinuncia ad eseguire la pena già comminata» (amnistia, indulto, grazia, indulgenza, perdono)?
Nello scorrere la lunga sequenza di domande, l’occhio cade sulla parola «stetoscopio». Una domanda sul ruolo che questo primo strumento diagnostico, inventato nel 1816, ha avuto nel trasformare la pratica della medicina e il rapporto medico-paziente? No. Il candidato doveva solo specificare a quale categoria di beni appartiene per la scienza economica. Un bene durevole, non durevole, strumentale, complementare o succedaneo?
Limitare gli accessi è indispensabile, si sa. Ma occorre ripensare a come fare. Da anni si parla di una modifica delle procedure per l’ammissione alle Facoltà di Medicina. Non se n’è fatto niente, ancora. In Italia, si sa, niente è più definitivo del provvisorio.
La Stampa 01.09.10
“Rete Ricerca Pubblica” e “Rete29Aprile” insieme per la Ricerca e la Scuola Pubblica
La “Rete Ricerca Pubblica” (libera aggregazione di lavoratori della ricerca pubblica per la salvaguardia della libertà e dell’indipendenza della ricerca in Italia – http://retericercapubblica.blogspot.com/) e la “Rete29Aprile” (rete dei ricercatori universitari http://www.rete29aprile.it/), nella volontà di unire le proprie forze per una battaglia in difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della Ricerca in Italia che sia di tutti i Ricercatori Italiani (Enti di Ricerca Pubblici e Università Pubbliche), dichiarano totale solidarietà e appoggio a tutti i lavoratori precari della scuola pubblica che da mesi protestano contro la legge 133 e da giorni sono in sciopero della fame a Montecitorio per difendere la scuola pubblica in vista dell’avvio del nuovo anno scolastico per il quale sono previsti ingenti tagli di risorse e di personale che faranno piombare circa 20.000 precari della scuola nella disoccupazione.
Ricercatori e insegnanti della scuola pubblica sono accomunati dall’essere parte del sistema di produzione e diffusione della conoscenza e della cultura del nostro Paese, sistema che in questi mesi sta vivendo un attacco frontale inedito e pericoloso, un attacco fatto di tagli pesantissimi ed ingiustamente punitivi che mettono a rischio la sopravvivenza del sistema stesso.
Mentre tutti i paesi evoluti investono massicciamente in formazione e ricerca, in Italia si approfitta della crisi per smantellare scuole, università ed enti di ricerca. Il prezzo da pagare sarà ben più oneroso dei risparmi ottenuti: abbandonare all’ignoranza le generazioni future avrà costi economici e sociali insostenibili per il Paese. Attaccare la formazione e la ricerca abbasserà il livello di benessere dei cittadini e renderà impossibile affrontare le sfide del futuro e la stessa convivenza civile.
R29A e RRP auspicano quindi il coordinamento delle proteste di tutti coloro che lavorano nel settore della conoscenza (Scuola, Università e Ricerca) per difendere tutti insieme il diritto dei cittadini ad avere un futuro di crescita e sviluppo culturale e civile nel Paese.
SOPPRIMERE LA RICERCA SPEGNE ANCHE IL TUO FUTURO.
Riferimenti:
Rete Ricerca Pubblica: retericercapubblica@gmail.com – Federica De Luca
Rete29Aprile: ricercatori@rete29aprile.it – Alessandro Ferretti
"Falsi Handicappati o medici compiacenti", di Federico Niccoli
Prima dell’inizio di ogni anno scolastico, si fanno le pulci ai vari dislivelli nell’ “approvvigionamento” delle risorse umane tra Nord e Sud.
Ultimo, in ordine di tempo, è Gian Antonio Stella che, in un’inchiesta molto documentata sul Corriere della Sera, si occupa della crescita esponenziale, soprattutto negli ultimi anni, degli alunni disabili, che diventano un formidabile propellente per la costruzione di cattedre di “sostegno” nei vari gradi e ordini di scuole.
Tutto ciò avviene nel dopo Cristo di Gelmini e Brunetta, i quali, a fronte di roboanti proclami sulla serietà e sul rigore, incassano clamorosi insuccessi nella pubblica amministrazione e nella scuola reali.
L’analisi di Stella è, come sempre, puntuale. Sulle cause del fenomeno indagato serve un supplemento di attenzione.
È sicuramente esatto che, come per tante altre situazioni della pubblica amministrazione, il numero degli handicappati certificati nelle regioni meridionali è molto più alto (sia in termini assoluti che in termini percentuali) rispetto alla stessa categoria presente nelle scuole del Nord: dove la disoccupazione morde con più asprezza, i malcapitati insegnanti e l’apparato istituzionale circostante utilizzano tutte le forme di creatività occupazionale per sopravvivere.
Ma, la questione centrale che non è mai stata affrontata seriamente non solo dai governi berlusconiani, ma anche di quelli di centro-sinistra, è da ascrivere alla decisione sempre vigente, in virtù della quale alle scuole possono essere assegnate risorse aggiuntive di organico solo in presenza di alunni definibili come “persone handicappate” ai sensi della legge 104/92.
Negli ultimi anni è sicuramente aumentato, a due cifre percentuali, il numero degli alunni extracomunitari e non in situazione di disagio e di svantaggio socio-culturale.
Dal punto di vista delle risorse aggiuntive indispensabili alle scuole per elaborare decentemente un piano dell’offerta formativa in grado di coniugare le esigenze della generalizzazione con quelle dell’individualizzazione è, in molte occasioni, necessario un insegnante di supporto più per gravi situazioni di svantaggio che per situazioni di handicap lieve.
Dato che l’attuale governo del fare ha fatto strage di posti-docente “in tutti i luoghi e in tutti i laghi”, arrivano le truppe di medici compiacenti che attraversano con noncuranza la sottile linea di demarcazione tra disagio e disabilità con certificazioni improbabili, molto simili alle diagnosi di “nevrosi ansiosa depressiva”, elargite a schiere di dipendenti della pubblica amministrazione in congedo/aspettativa per motivi di salute.
I disabili aumentano in termini assoluti, ma – e questo Stella non lo ha notato – crescono, e considerevolmente, nel passaggio da un grado di scuola all’altro (soprattutto dall’infanzia alla secondaria di 1° grado). Verrebbe da dire, con una battuta, che “la scuola ammala”! In realtà, ancora una volta questo progress della disabilità è dovuto alla confusione tra “difficoltà di apprendimento” e “disabilità”, nonostante i criteri per la certificazione dell’handicap siano rigorosissimi. Ed anche in questo caso, si deve dire che le difficoltà di apprendimento sono un grave problema da affrontare, ma non certo con i tagli selvaggi di organico del duo Tremonti-Gelmini né, tanto meno, con l’aumento indiscriminato di alunni per classe.
Che dire, poi, del fatto che i posti di insegnante di sostegno sono coperti nel Nord da poco più del 50% di incarichi a tempo indeterminato con sacche enorme di precariato, mentre al Sud le percentuali si ribaltano?
Per diretta esperienza professionale, so che a Milano abilitiamo decine di migliaia di insegnanti di sostegno (in prevalenza meridionali), che, ottenuto il titolo di specializzazione, lo utilizzano, appena possibile, per trasferimenti/incarichi al Sud in base alle leggi esistenti, che a nessuno è mai venuto in mente di modificare con tanti saluti alle sacrosante esigenze di continuità didattica e ai diritti inalienabili degli alunni in situazione di handicap ad una prestazione stabile nel tempo e non soggetta ai caroselli migratori direzione nord-sud.
Che fare allora?
Bisogna riscoprire una vecchia, sempre attuale, idea sindacale di costruzione di organici funzionali alle reali esigenze delle scuole, valutando i bisogni formativi speciali non sono dei disabili (quelli veri, denunciando chi inventa quelli falsi!), ma anche dei disagiati, degli svantaggiati, degli extracomunitari,…
E, su questa base, formulare organici con posti per cattedre curricolari più posti per risorse aggiuntive con docenti tutti contitolari e corresponsabili del progetto formativo di ciascun istituto.
da ScuolaOggi 01.09.10
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La fabbrica delle cattedre al Sud con i «furbetti del sostegnino»
In quindici anni i docenti per i ragazzi con difficoltà sono triplicati. «Vogliamo più disabili!». L’invocazione surreale che spinse un gruppo di precari ad assediare il Provveditorato di Caserta chiedendo un aumento degli insegnanti di sostegno appare esaudita: la crescita dei portatori di handicap è dieci volte superiore a quella degli studenti. Una notizia da brividi se non ci fosse un sospetto. Che l’impennata sia dovuta alla scoperta da parte di chi aspira alla cattedra di un’equazione: più handicappati, più assunzioni. Soprattutto nel Mezzogiorno.
La clamorosa denuncia è contenuta in un dossier di Tuttoscuola. «Nell’anno scolastico 2009-10 gli alunni disabili inseriti nelle scuole statali di ogni ordine e grado hanno superato le 181 mila unità (il 2,3% della popolazione studentesca), con un incremento di oltre 5 mila rispetto all’anno precedente», scrive la rivista diretta da Giovanni Vinciguerra. Peggio: «Negli ultimi cinque anni sono aumentati del 12,3%, mentre nello stesso periodo la popolazione scolastica aumentava dell’1,2». Un decimo. Sgomberiamo subito il campo: quello dei portatori di handicap, come dimostra tra gli altri il libro di Matteo Schianchi La terza nazione del mondo — I disabili tra pregiudizio e realtà, è un tema serissimo. Che toglie il sonno ai genitori dei ragazzi affetti da qualche disabilità, costretti ad affrontare il percorso scolastico troppo spesso senza un’assistenza adeguata. Il sito Internet di riferimento della Fish, la federazione italiana per il superamento degli handicap, www.superando.it, segnala a ripetizione casi di seria difficoltà. Certo, grazie a Dio è cambiato tutto rispetto a quando i nostri nonni erano malvisti al loro ingresso negli Stati Uniti perché provenienti da una nazione a rischio con una mortalità infantile così alta che l’età media dei morti negli ultimi decenni dell’Ottocento era di sei anni e mezzo e Regina Armstrong scriveva su Leslie’s Illustrated nel 1901 che «c’è una gran quantità di malattie organiche in Italia e molte deformazioni, molti zoppi e ciechi, molti con gli occhi malati». È cambiato tutto, ma il problema c’è.
Proprio perché il problema esiste, però, suona offensivo il modo in cui alcuni ne approfittano. Come accadde tempo fa ad Agrigento, dove il Circolo della legalità mandò una lettera al ministero sottoscritta da 550 addetti e un esposto alla Finanza per denunciare l’abuso della legge 104. Legge che, a tutela dei dipendenti che abbiano invalidità superiori a un certo limite o debbano farsi carico di un parente disabile, dice che hanno la precedenza in graduatoria per avere un posto più vicino a casa. Norma giusta. Ma utilizzata, stando alla denuncia, da troppi furbi: «Praticamente il 100% dei posti nelle “materne” è stato assegnato negli ultimi tempi grazie alla legge 104. C’è una dilagante e prepotente disonestà che coinvolge non solo chi usufruisce dei benefici della Legge, ma anche chi consente queste pratiche fraudolente». Di più: «Il sistema sta dilagando». Dice oggi il dossier Tuttoscuola che «nel 1995-96, con una popolazione scolastica complessiva superiore a quella attuale, gli alunni con disabilità erano 108 mila. In quindici anni sono aumentati di quasi il 70%. I docenti di sostegno, che in quell’anno erano 35 mila, sono diventati ora più di 90 mila». Quasi il triplo: «Allora vi era un docente di sostegno ogni tre alunni disabili; oggi c’è un docente ogni due». Sia chiaro: è bene che i ragazzi più sfortunati vengano aiutati. E sotto questo profilo la legge italiana è migliore di tante altre al mondo. E lo riconosce anche la rivista di Vinciguerra: «È cresciuto molto negli ultimi 10-15 anni lo sforzo dello Stato verso un settore che sotto molti aspetti rappresenta un fiore all’occhiello» della nostra scuola.
Ormai «l’Italia investe circa 3 miliardi di euro l’anno solo per il personale di sostegno». E quell’esercito di 90 mila insegnanti specializzati è maggiore più di tutti gli psicologi (70 mila) e i pediatri (14 mila) messi insieme. Che ci sia qualcosa che non va lo dice la mappa, da cui emergono squilibri sorprendenti»: «Ci sono più studenti disabili al Centro e nel Nord Ovest, ma lo Stato destina gli insegnanti di sostegno (a tempo indeterminato o precari) soprattutto al Sud e nelle Isole. E tra questi offre posti stabili (immissioni in ruolo a tempo indeterminato) molto di più proprio al Sud e nelle Isole che nel resto del Paese: il 52% dei posti fissi sono assegnati infatti nel Meridione». Dove vive circa il 27% degli italiani e dove risultano (sulla carta) il 40% degli alunni bisognosi di un appoggio. Dice la legge che ogni 100 insegnanti di sostegno 70 devono essere stabili ma questa percentuale sale all’89% in Campania e in Sardegna e crolla al 56% in Lombardia e in Veneto, si impenna al 91% in Basilicata e precipita al 55% in Emilia Romagna. Perché differenze così abissali? Tuttoscuola risponde che dipende «probabilmente in buona misura dai diversi criteri utilizzati dalle Asl per la valutazione delle disabilità» e questo nonostante «la legge richieda l’utilizzo dei parametri internazionali dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità: e non a caso la manovra finanziaria di inizio estate ha introdotto la responsabilità per danno erariale da parte dei medici preposti». Quanto al «numero di docenti di sostegno e, tra questi, di quanti sono assunti stabilmente, si tratta di decisioni prese dal Ministero dell’istruzione».
Di più: la sproporzione negli ultimi anni «si è accentuata». Esclusa l’ipotesi che Maria Stella Gelmini abbia un occhio bonario per le clientele meridionali, con le quali ha bisticciato spesso, la spiegazione è una sola: c’è qualcuno negli uffici assai disponibile a fare piacerini agli amici e agli amici degli amici. C’è chi dirà che anche qui si tratta di un «risarcimento» al Mezzogiorno, come lo chiamava Mastella. Ma che c’entra il riscatto del Sud coi «furbetti del sostegnino»? Spiega il dossier che il posto d’insegnante di sostegno è in realtà una scorciatoia, tanto più in questi tempi di magra e di riduzione del personale, per la conquista della cattedra a vita. Basti dire che «dei 10 mila posti di docente per le nuove immissioni in ruolo 2010-11, più della metà (5.022) sono per posti di sostegno». Posti che dopo 5 anni, una volta guadagnata l’assunzione, si possono abbandonare per «passare all’insegnamento tradizionale». Ma come si diventa insegnanti di sostegno? Penserete: chissà quanti studi! No: basta frequentare «un semestre aggiuntivo all’università, per 400 ore totali. E non sempre la preparazione è all’altezza: per gli alunni con disabilità visiva, ad esempio, non è raro imbattersi in docenti di sostegno che non conoscono l’uso del Braille, la scrittura per ciechi».
Corriere della Sera 31.08.10
"Se si uccide la scuola pubblica", di Sofia Toselli*
Si riapre un nuovo anno scolastico all’insegna dell’incertezza e del disorientamento. La scuola superiore in particolare è nel caos più totale. Tagli di organico, di materie, di ore di lezione. Persino nelle classi già avviate si cambia in corsa. Mentre l’assenza di un organico funzionale, classi più numerose, la mancanza di risorse, il ritorno ad un lavoro individualista e autoritario, l’introduzione di indicazioni nazionali povere culturalmente con obiettivi di apprendimento impraticabili, disegnano uno scenario particolarmente pesante: aumenteranno disagio, demotivazione, dispersione; si allontaneranno gli obiettivi di Lisbona; non miglioreranno gli esiti delle prove Ocse-Pisa. Oggi ci troviamo di fronte a un processo di ridefinizione del ruolo della scuola pubblica, espropriata della sua funzione costituzionale: quella di creare inclusione, di rimuovere i condizionamenti sociali, gli ostacoli all’uguaglianza. Anzi, le disuguaglianze di partenza sono diventate il criterio con cui viene ripensato il nuovo modello scolastico. Sembrerebbe che, attraverso la scuola, si stiano creando le condizioni perché i più deboli siano messi ai margini della società in modo definitivo e irreversibile. Altro che scuola del merito e della qualità. Non sfugge infatti a chi si occupa seriamente di insegnamento- apprendimento che i fattori presupposto di una scuola di qualità siano: l’intenzionalità democratica, e dunque parliamo di una scuola che agisce per includere e non per selezionare, con tutti gli strumenti e i percorsi possibili per garantire a ogni allievo cittadinanza piena; l’interazione di tipo cooperativo, che si esprime attraverso un rapporto di collaborazione tra adulti (team docente) e classe, per stimolare l’interesse reciproco e la collaborazione, per valorizzare le diversità, per costruire il rispetto delle regole e la solidarietà; la scelta di contenuti significativi per produrre conoscenza e indurre processi mentali e comportamenti maturi (cioè un grado di cultura e di consapevolezza di sé e del mondo che faccia di ogni singolo ragazzo un cittadino dotato di criticità e responsabilità). Non meno importanti sono le condizioni materiali in cui l’azione educativa si esercita. In primis, il rapporto numerico tra allievi e docenti, il tempo scuola, l’organizzazione scolastica, i laboratori, il materiale didattico, ecc. La scuola che oggi si sta imponendo a colpi di decreti va in senso contrario al merito e alla qualità: una scuola classista, che ripropone selezione, esclusione, canalizzazione precoce. Per questa strada siamo destinati a diventare fanalino di coda dell’Europa e del mondo, con grave danno per la cultura, l’economia la democrazia dell’intero Paese.
*Presidente Nazionale CIDI
L’Unità 01.09.10
