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"La disoccupazione c'è ma non fa notizia", di Tito Boeri

Quei 15 milioni e oltre di nostri connazionali che nel 2009 hanno ridotto i consumi di beni di prima necessità, come pane e zucchero (addirittura in termini nominali, vale a dire senza tenere conto dell´inflazione), in questo mese d´agosto 2010 devono essersi sentiti come il ragionier Fantozzi. Inseguiti da una nuvoletta nera che si ostina a fare cadere pioggia esclusivamente sulla loro testa, mentre tutt´intorno c´è un cielo azzurro, che più azzurro non si può.
Ieri nessun cenno nei titoli di testa del Tg di maggiore ascolto delle 80.000 persone che sono uscite dalle forze lavoro nel mese di luglio, secondo i dati appena resi pubblici dall´Istat. Sarebbero suonati in stridente contrasto con l´apertura di Tg1 e Tg5 del 6 agosto (insieme visti da quasi 12 milioni di telespettatori) che aveva narrato di un´industria che «vola», di una produzione industriale tornata «al top dal 2000». Purtroppo la nostra produzione industriale è tuttora di circa il 21 per cento al di sotto dei livelli del secondo trimestre del 2008, prima dell´inizio della crisi. Nei titoli di testa dei Tg di metà agosto anche un prodotto interno lordo che ha registrato «l´incremento annuo più alto dall´inizio della crisi». Peccato che da quando è iniziata la crisi ci fossero stati solo tassi di crescita con davanti il segno meno: per fare meglio bastava solo che il pil non diminuisse ulteriormente. E il reddito medio degli italiani è tuttora del 7 per cento al di sotto dei livelli raggiunti nel secondo trimestre 2008. I Tg più visti dagli italiani, nelle edizioni del 13 agosto e del 18 agosto, non hanno ritenuto di informare i telespettatori sui dati diffusi da Eurostat e Ocse sulla crescita negli altri paesi, forse perché queste statistiche ci pongono come fanalino di coda nella ripresa mondiale. Nessuna traccia neanche del famoso superindice Ocse assurto alle prime pagine dei giornali quando volgeva al bello e sparito nel nulla ora che indica l´addensarsi di nubi al nostro orizzonte, nel terzo trimestre del 2010. Analoga sorte è toccata ai dati sulle ore di Cassa Integrazione, ignorati dai maggiori Tg forse perché segnalavano un forte incremento nel ricorso a questi ammortizzatori sociali.
Mentre i dati Istat vengono generalmente riportati in modo asettico e documentato e quindi non sarebbe disagevole per i media fornire in modo accurato la notizia, nel caso dei dati amministrativi prevale oggi la disinformazione nella comunicazione stessa del dato ai media. Il comunicato dell´Inps del 4 agosto che annunciava l´aumento del 10% delle ore di Cassa Integrazione a luglio lo presentava come un «lieve incremento» (!), attribuibile «alla dinamica stagionale». Tesi singolare perché l´incremento è stato tutto nella Cassa Integrazione Straordinaria (+26%) che, come spiega lo stesso sito dell´Inps, è fruibile solo da imprese che hanno problemi strutturali («ristrutturazione, riorganizzazione, riconversione aziendale»), non certo stagionali. Un successivo comunicato Inps del 13 agosto ha voluto ulteriormente addolcire la pillola sostenendo che «diminuisce ancora il tiraggio della cassa integrazione: a fronte dell´aumento delle richieste di ore autorizzate, sono solo la metà quelle che sono state fin qui utilizzate». Singolare che il comunicato non riporti il numero di ore utilizzate, ma solo le percentuali di cosiddetto «tiraggio», il rapporto fra ore utilizzate e ore autorizzate, senza peraltro fornire alcun chiarimento su come questa statistica viene calcolata. Se moltiplichiamo le percentuali di «tiraggio» riportate dal comunicato per il numero di ore autorizzate comunicate in precedenza dall´Inps, scopriamo che nei primi 4 mesi del 2010 l´utilizzo della Cassa Integrazione è aumentato rispetto all´anno precedente (215,6 milioni di ore contro le 197 in media per quadrimestre del 2009). Per questo non motivo non si pubblicano i dati sulle ore utilizzate, ma solo questo imprecisato «tiraggio»? Il fatto è che il comunicato Inps serviva solo a lanciare la volata ad un comunicato del ministero del Lavoro che, nonostante il clima ferragostano, viene prontamente recapitato e ripreso dalle agenzie lo stesso giorno. «I dati Inps» recita il comunicato «sono la prova di un Paese che reagisce e un Governo che lo asseconda garantendo, come ha garantito, stabilità e coesione sociale», non senza lanciare una frecciata ai dissidenti tra le fila della maggioranza: «tutto ciò rende ancora maggiore la responsabilità di coloro che, per piccole ragioni autoreferenziali, vogliono mettere in crisi la maggioranza di Governo».
Non molto dissimili i comunicati dell´Agenzia delle Entrate, anch´essi prontamente ripresi dai Tg di maggiore ascolto di mezza estate, che narravano di clamorosi successi nella lotta all´evasione. Se l´evasione accertata aumenta quando i controlli diminuiscono (si veda la Relazione della Corte dei Conti), non sarà forse perché l´evasione media sta aumentando? E perché aumentano solo le somme ottenute a fronte del ricorso a strumenti di conciliazione (come l´accertamento con adesione)? Non sarà forse perché si concedono sconti più generosi agli evasori? Il sospetto non sembra minimamente affiorare tra chi riprende alla lettera queste veline:
Si tratta in tutti questi casi di prove tecniche di campagna elettorale. È sin troppo evidente che questa sistematica disinformazione sullo stato della nostra economia, questa strumentalizzazione delle statistiche prodotte dalle amministrazioni pubbliche, servono unicamente a deresponsabilizzare un esecutivo che, non solo non vara riforme per sostenere una fragilissima ripresa, ma addirittura non compie neanche l´ordinaria amministrazione, lasciando per 120 giorni vacante il posto del ministro dello Sviluppo Economico e per poco meno la Presidenza della Consob, nel mezzo della grande crisi finanziaria globale. L´altra faccia della medaglia del falso ottimismo dispensato a piene mani dai Tg di mezza estate è il documento di cinque punti che dovrebbe servire a ricomporre la maggioranza nel programma di fine legislatura: nessun accenno alle riforme del lavoro e degli ammortizzatori sociali da sempre promesse e sempre rinviate. Nessun riferimento nel programma neanche alla lotta all´evasione, perché quella viene rivendicata come uno dei successi già conseguiti dall´azione di Governo, riprendendo pressoché alla lettera i comunicati dell´Agenzia delle Entrate. Mentre le parole «lavoro», «crescita», «povertà» non vi hanno cittadinanza, si trova spazio (e presumibilmente risorse) per rilanciare il Ponte sullo Stretto e per finanziare il «processo breve» che oggi si presenta come una vera e propria amnistia. In queste scelte di priorità ed omissioni c´è una misura dei costi economici della mancanza di un´informazione economica libera in Italia: la classe politica semplicemente può permettersi di parlare d´altro. Come se niente fosse.

La Repubblica 01.09.10

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“Per i giovani non c’è lavoro.Uno su quattro non ce la fa”, di Giuseppe Vespo

Sempre più giovani senza lavoro: più di uno su quattro, per l’esattezza il 26,8 per cento degli italiani tra i 15 e i 24 anni. Lo dice l’Istat, che al rientro dalle ferie segnala come la disoccupazione degli under 25 sia cresciuta dell’1,1 per cento rispetto a luglio di un anno fa (mentre si è ridotta dello 0,6 rispetto a giugno 2010).

GLI SCORAGGIATI Più in generale il dato sui senza impiego è stabile, rispetto a giugno, all’8,4 per cento mentre aumenta sul 2009 dello 0,5 per cento – con 172mila occupati in meno. Cresce anche il numero degli «inattivi», quelli che un’occupazione ormai neanche la cercano: gli «scoraggiati », come li hanno ribattezzati gli stessi analisti dell’Istat. Non sono mai stati così tanti da quando vengono contati, dal 2004: 14,948 milioni di cittadini tra i 15 e i 64 anni, una donna su due (il 49%), fuori dal mercato del lavoro. Nel complesso, sono cresciuti dello 0,5 per cento su giugno 2010 (+76mila) e dell’uno per cento su luglio 2009 (+153mila). Per contro l’occupazione, sempre a luglio, è al 56,9 per cento, in calo di 0,1 punti percentuali rispetto a giugno e di 0,7 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2009. Il tasso di quella maschile è pari al 67,9% (in calo di 0,8 punti negli ultimi 12 mesi), quello femminile al 46 per cento. Mentre il numero di persone in cerca di un impiego diminuisce dello 0,7% rispetto a giugno, ma risulta in aumento del 6,1% rispetto a luglio 2009. «Una situazione preoccupante », ammette il ministro del Welfare Sacconi, che però invita a guardare oltre i confini nazionali: tra i 16 Paesi di Eurolandia la disoccupazione è al 10 per cento (15,8 milioni di persone), mentre nell’Ue a 27 è al 9,6 per cento (23 milioni di europei). Mac’è da dire che di fronte al dramma dei giovani alle prese con il mondo del lavoro non ci batte nessuno: i disoccupati sotto i 25 anni sono il 19,6 per cento nell’Eurozona e il 20,2 nell’Ue27.

PARLIAMO DI PROCESSI «Abbiamo il 30 per cento di disoccupazione giovanile – lamenta il segretario delPd Bersani alla festa torinese dei Democratici – Credo che queste siano percentuali più da regioni del Maghreb che da regioni europee, quindi bisogna che il Paese sia concentrato su questo problema. Eppure non riusciamo a discuterne. La politica non ce la fa e temo che anche a settembre non se ne parlerà». Il fatto è anche di fronte a quella che Cesare Damiano, capogruppo dei Democratici in commissione Lavoro alla Camera, chiama «Waterloo sociale» il «governo non trova di meglio che discutere del processo breve per dare l’ennesimo salvacondotto a Berlusconi». Invece «dovrebbero tremargli i polsi» di fronte a questi dati, aggiunge Giuseppe Fiorni, che per il Pd è responsabile Welfare. Sulla stessa linea anche Maurizio Zipponi, ex sindacalista oggi responsabile Lavoro e Welfare dell’Idv. Preoccupati anche i sindacati. «Sono dati molto gravi – afferma FulvioFammoni, segretario confederale Cgil – Anche perché vanno aggiunti a quelli sull’utilizzo altissimo della cig, che nel 2010 supererà il miliardo di ore autorizzate, sulle aziende in crisi e la piaga del lavoro nero. In Europa – dice Fammoni – il tasso di occupazione è più alto di dieci punti e non esistono questi livelli di lavoro irregolare e di inattività. Occorrono risposte urgenti perché l’enorme platea di lavoratori che usufruisce di ammortizzatori sociali non scivoli verso la disoccupazione». Chiedono interventi anche Giorgio Santini, segretario confederale Cisl e Guglielmo Loy della Uil.v

L’Unità 01.09.10

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L’Europa riparte, ma senza lavoro

In Italia disoccupazione all’8,4%. Eurozona al 10%, Spagna al 20%.
L’occupazione in Italia continua a soffrire la crisi economica ma il dato dei senza lavoro resta migliore di quello medio dell’Eurozona: a luglio – secondo i dati provvisori diffusi oggi dall’Istat – gli occupati sono diminuiti di 18.000 unità rispetto a giugno (-0,1%) e di 172.000 rispetto a luglio 2009 (-0,7%) ma il tasso di disoccupazione è rimasto sostanzialmente stabile rispetto al mese precedente fissandosi all’8,4%, oltre un punto e mezzo al di sotto di quello medio dell’Ue a 16 pubblicato oggi da Eurostat.

Rispetto al 7,9% di luglio 2009 la disoccupazione è aumentata di 0,5 punti percentuali portando i senza lavoro a quota 2.105.000. Rimane però l’allarme giovani. Il tasso di disoccupazione, anche se cala di 0,6 punti percentuali, rimane altissimo, al 26,8%: in pratica resta senza lavoro oltre un giovane su quattro. Negativo è anche il dato degli inattivi, cioè di coloro che tra 15 e 64 anni restano fuori dal mercato del lavoro. Se a luglio la disoccupazione frena leggermente (15.000 senza lavoro in meno rispetto a giugno), gli inattivi crescono di 76.000 unità: sono a quota 14.948.000 persone, il livello più alto dall’inizio delle serie storiche nel 2004. Questo – secondo i tecnici dell’Istat – è dovuto anche all’effetto scoraggiamento, ovvero alla rinuncia di una parte di persone disponibili al lavoro alla ricerca di un’occupazione a causa della scarsa fiducia nella possibilità di trovarla.

Continua a scendere il tasso di occupazione (ora al 56,9% con un calo di 0,1 punti su giugno e di 0,7 punti su luglio 2009) mentre cresce il tasso di inattività (al 37,8% con un aumento di 0,2 punti su giugno e di 0,3 sullo stesso mese del 2009) mentre nel mese si è verificato un calo del tasso di disoccupazione giovanile (-0,6 punti al 26,8%) anche se resta senza lavoro oltre un giovane su quattro. A fronte di 172.000 occupati in meno in un anno sono stati gli uomini a subire l’arretramento maggiore (115.000 in meno pari a un calo di 0,8 punti) mentre le donne hanno perso 57.000 posti (-0,6 punti). Su 153.000 inattivi in più in un anno (un punto percentuale in più) le donne sono state 60.000 (+0,6 punti) e gli uomini 93.000 (+1,8 punti). Per gli uomini il tasso di disoccupazione a luglio è al 7,5% mentre per le donne è all’8,4%. Per le donne il tasso di inattivita resta consistente con una donna su due (il 49%) tra i 15 e i 64 anni fuori dal mercato del lavoro.

«La situazione rimane preoccupante – dice il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi – ma sarebbe colpevole non riconoscere il dato oggettivo di un differenziale positivo con l’Europa e di una tendenza negativa sostanzialmente fermatasi». «È una Waterloo sociale – sottolinea il capogruppo Pd in Commissione lavoro, Cesare Damiano – ma il governo non trova niente di meglio che discutere del processo breve per dare l’ennesimo salvacondotto a Berlusconi». Preoccupazione viene poi espressa dai sindacati. «La ripresa non si traduce in aumento dell’occupazione», dice Giorgio Santini della Cisl che chiede interventi così come Giorgio Fammoni della Cgil indicando il massimo storico del tasso di inattività. «Politiche per i giovani e per il Sud», è invece Guglielmo Loy della Uil.

La Stampa 01.09.10

Nessuna alternativa all'ora di religione: scuola padovana condannata dal tribunale

L’istituto Vivaldi dovrà risarcire i genitori, dichiaratisi atei, di una bimba che aveva scelto di non seguire l’insegnamento. Il Tribunale Civile di Padova ha condannato a un risarcimento danni di 1.500 euro l’Istituto Comprensivo Vivaldi di Padova e il Ministero dell’Istruzione, per «comportamento discriminatorio indiretto» connesso alla religione a scuola. A promuovere la causa due genitori padovani, dichiaratisi atei, che lo scorso anno scolastico hanno scelto di non far partecipare la loro bambina all’ora di religione. Ma all’elementare cui era stata iscritta la figlia non era previsto l’insegnamento alternativo alla religione.

I due genitori hanno così presentato ricorso in Tribunale contro la scuola vedendosi riconosciuto il risarcimento. I giudici del Collegio hanno stabilito nella sentenza che gli insegnamenti alternativi sono «facoltativi ma devono essere offerti obbligatoriamente per rendere effettiva la scelta compiuta dallo studente».

il gazzettino.it 31.08.10

Gheddafi show: il biglietto costa 5 miliardi

Dopo le 500 hostess e la tenda sulla Cassia, il colonnello pretende 5 miliardi di euro per impedire il passaggio dalle coste libiche a quelle italiane altrimenti “farà nera l’Europa”. Il governo si prostra, il PD attacca: “Diritti umani calpestati per curare gli affari di famiglia del premier”. 5 miliardi di euro per non “fare nera l’Europa”. Non è una metafora, è un ricatto. Quello di Muammar Gheddafi, che da circa tre giorni, grazie al polso tremante del governo, ha fatto di Roma lo scenario delle nuove follie dell’imperatore. Prima l’incontro per convertire le 500 ragazze pagate per per pendere dalle sue labbra, poi le richieste assurde, avallate da un Presidente del Consiglio, il nostro, che non fa altro che prostrarsi ai piedi del dittatore libico, arrivando addirittura a baciargli la mano ad occhi chiusi, in segno di adorazione mistica. Questa volta Gheddafi non vuole una tenda in Via Cassia (quella l’ha già avuta), pretende 5 miliardi per bloccare gli sbarchi sulle coste italiane. In caso contrario la Libia lascerà correre, riversando frotte di disperati sul suolo italiano.

Proprio così: non sono esseri umani, non rischiano la vita scappando da regimi violenti e sanguinari come quello del colonnello, non affidano al mare tutte le proprie speranze in cambio dei giorni di stenti. Sono solo merce di scambio, da offrire senza pudore a quel governo italiano che fino ad oggi ha concesso a Gheddafi di fare il bello e il cattivo tempo, non pensando neanche per un secondo ai diritti umani che le parole e le azioni del dittatore libico negano ogni giorno.

Lo sconcerto per lo spettacolo a cui stiamo assistendo è diffuso e trova numerose vie di espressione, ad esempio un editoriale come quello del quotidiano della Cei, “Avvenire”, che condanna il “deliberato spettacolo di proselitismo (anche grazie a un Tg pubblico incredibilmente servizievole…). Non sapremmo dire in quanti altri paesi tutto questo avrebbe avuto luogo o, in ogni caso,avrebbe avuto spropositata (e stolida) eco”.

Dura la denuncia del Partito Democratico e del segretario Pier Luigi Bersani che ieri, durante un’intervista a Repubblica tv per bocca ha valutato gli show’ del leader libico Muhammar Gheddafi ‘figli’ della politica estera dell’attuale governo. ”Più che teatrino libico è il teatro della politica estera berlusconiana. E’ una impostazione fatta delle cosiddette relazioni speciali, ‘io sono amico di Gheddafi, io sono amico di Putin’, che ci ha portato a star fuori da tutte le cose rilevanti: non siamo nel gruppo che si occupa della crisi iraniana e c’eravamo, abbiamo risolto noi la crisi del Libano e siamo fuori da ogni discussione sul Medio Oriente. Questa politica, dicono, ci porta affari. Ma non è vero. Quando ci si viene a raccontare che gli affari con la Russia li facciamo perché c’è l’amico Putin, è falso, molte cose sono state impostate quando c’era il governo Prodi. E su questi affari con la Libia, certo qualche via libera in più ci sarà stato, ma vedremo con quali intrecci”.

Bersani ha rivendicato al centrosinistra il merito di aver lavorato “per rapporti equilibrati con la Libia come con la Russia, ma non fino al punto di assistere a episodi come quelli di queste ore, che francamente lasciano perplessi. Nel rapporto con la Libia – ha concluso – sono interessato al profilo di dignità del mio Paese”.

Livia Turco, capogruppo PD nella commissione Affari Sociali alla Camera e responsabile del Forum Immigrazione attacca: “L’incontro tra Gheddafi e il presidente del Consiglio – afferma – presenta aspetti offensivi per il nostro paese in parte resi possibili dall’atteggiamento di colpevole accondiscendenza del nostro governo. Ciò che a prima vista sembra essere una carnevalata serve soprattutto a distrarre l’attenzione dalle questioni salienti. Meglio, infatti, parlare di cavalli e hostess che dei diritti calpestati dei migranti e soprattutto di quali accordi economici sta sottoscrivendo il nostro paese e l’imprenditore Silvio Berlusconi, che non si fa scrupolo di usare la carica istituzionale per curare gli affari di famiglia”.

Dura anche la reazione di Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento europeo: “La sceneggiata di Gheddafi non ha avuto la giusta e adeguata reazione dal governo italiano che invece di rispondere fermamente agli insulti e all’ignoranza ostentata sulla realta’ europea, fondata sulla tolleranza e sul rispetto del pluralismo culturale e religioso, ha riservato un’accoglienza trionfale a un dittatore showman. In nome degli affari il governo preferisce chiudere gli occhi senza curarsi del pugno di ferro con cui Gheddafi stringe il suo paese, delle torture , del trattamento inumano riservato alle donne, agli oppositori, ai migranti’’.
Così anche la deputata del Pd Ileana Argentin commenta la visita del leader libico Muammar Gheddafi a Roma: “Non potrebbe accadere di peggio alla dignità delle donne e alla moralità di un Paese di quello che il leader libico sta facendo nelle ultime 24 ore a Roma sotto la supervisione del Presidente Berlusconi. E’ ormai evidente come, oltre ad interessi privati, tra il premier italiano e Gheddafi sia di comune denominatore anche la visione e il disprezzo della dignità della donna. Chiediamo alle poche rappresentanti femminili del Governo Berlusconi se non sentano l’esigenza di dissociarsi dallo spettacolo tristemente organizzato in onore del leader libico con centinaia di hostess radunate in gran segreto, e se non ritengono opportuno evitare a questo punto la cena ufficiale organizzata questa sera dal premier”.

“Allo spettacolo estivo di un governo debole, preda delle lacerazioni di una maggioranza che non c’è più e immobile di fronte ai problemi del Paese, si aggiunge oggi quello da circo offerto dal leader libico Gheddafi, andato in scena sul suolo italiano e con il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri a fare da comprimari. Uno show discutibile nella forma e inaccettabile nella sostanza, che trasmette un’immagine del nostro Paese di profonda debolezza, oltre che di scarsa autorevolezza, di cui il governo italiano porta per intero la responsabilità”.
Lo afferma, a nome della delegazione Pd al Parlamento europeo, il capogruppo David Sassoli.
“Una cosa è mantenere rapporti diplomatici con uno Stato importante per gli equilibri euro mediterranei come la Libia – continua la nota -, altro è trasformare questi rapporti nel circo a cui abbiamo assistito in questi giorni. L’Europa non può venire umiliata né posta sotto ricatto con l’acquiescenza di chi è alla guida di un Paese che è tra i suoi primi fondatori e che dovrebbe esserne una delle colonne portanti. Sarebbe auspicabile che, oggi, il governo smentisse quanto affermato ieri dal leader libico, e cioè di essere sostenitore dell’intimidazione lanciata all’Europa su una questione dirimente come quella dell’immigrazione e dei diritti umani. Sarebbe un atto dovuto alla nostra storia e al ruolo che intendiamo giocare nel futuro dell’Europa”.

Ivana Giannone

www.partitodemocratico.it

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Gheddafi, le critiche dei cattolici: “Una messa in scena incresciosa”
L’Avvenire: show è boomerang. L’Unione europea: no comment
La visita del leader libico Gheddafi a Roma, con i suoi show e le sue “provocazioni” su un futuro musulmano per l’Europa, lascia l’amaro in bocca al mondo cattolico. Un’ «incresciosa messa in scena», o «forse solo un boomerang», la definisce Avvenire, quotidiano dei vescovi.

«Certamente è stata una lezione, magari pure per i suonatori professionisti di allarmi sulla laicità insidiata», scrive oggi il direttore Marco Tarquinio in un editoriale. Il giornale della Cei mette l’accento sui «momenti incresciosi e urtanti» quali l’incontro per «una sessione di propaganda islamica (a sfondo addirittura europeo) tra il leader libico e hostess appositamente reclutate». Tarquinio si chiede come Gheddafi – nella «tollerante e pluralista Italia» dalle «profonde e vive radici cristiane» e al tempo stesso capace di «una positiva laicità» – abbia potuto «fare deliberato spettacolo di proselitismo». «Non sapremmo dire – aggiunge – in quanti altri paesi tutto questo avrebbe avuto luogo o, in ogni caso, avrebbe avuto spropositata (e stolida) eco». «Probabilmente è stato un boomerang, una dimostrazione di quanto possano confondersi persino in certo islam giudicato non (più) estremista piano politico e piano religioso», conclude.

Le voci del malessere della Chiesa di fronte alle sortite di Gheddafi, comunque, sono diverse. Se il segretario di Propaganda Fide, Robert Sarah, parla in un’intervista a Repubblica di «una provocazione poco seria, irrispettosa verso il Papa e l’Italia», don Andrea Pacini, consultore della Commissione per i Rapporti con i musulmani presso il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, dice alla Radio Vaticana che quella del leader libico Muammar Gheddafi sul futuro musulmano dell’Europa è una «boutade» che «vuol essere un modo per confermarsi o cercare di vedere confermato un proprio ruolo di leadership anche all’interno del mondo musulmano, che è molto variegato». Per il padre gesuita Samir Khalil Samir, di origini egiziane, islamologo di fama internazionale, però, quello che ha detto Gheddafi «va preso terribilmente sul serio». Quella sull’islamizzazione dell’Europa è «una previsione non certo campata in aria. Ed io starei attento a liquidarla come una boutade di poco conto», dice all’Avvenire, invitando a «guardare ai fatti» e cioè al tasso di natalità degli europei che è «la metà di quello degli immigrati di provenienza extracomunitaria, in gran parte musulmani».

Nessun commento su questi aspetti viene invece stasera dall’Osservatore Romano, che si limita a una sobria cronaca della celebrazione italo-libica «tra immigrazione e finanza». E proprio sul tema dell’immigrazione, in rapporto alla difesa dei diritti umani, si sofferma il vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, che era invitato al ricevimento di ieri sera ma poi non è riuscito ad aver un colloquio con Gheddafi. «Speravo di potere aprire qualche piccola finestra almeno sul fronte umanitario. Ma non sono riuscito ad avvicinare il colonnello», dice in un’intervista a Famiglia Cristiana. «Volevo chiedere che fine hanno fatto molte persone respinte, anche se non si deve dimenticare che la politica dei respingimenti è una decisione italiana». Mogavero, molto critico sull’accordo Italia-Libia, spiega che «sull’immigrazione serve una strategia comune dell’Unione Europea che per ora non c’è. E non si può affidare il presidio dell’intero fronte africano ad un solo Paese e sulla base di accordi bilaterali che prevedono, in cambio, contratti di carattere economico a vantaggio della Libia e dei nostri imprenditori». Per il vescovo, «è un errore affrontare in questo modo il problema dell’immigrazione. Non verrà mai fermata finchè esistono situazioni di conflitto e di povertà. Dunque va governata – conclude – e non lo si fa con i respingimenti».

Le “minacce” di Gheddafi su un’Europa «nera» invasa dagli immigrati incassano solamente un “no comment” da parte di Bruxelles. Ma al di là dell’esosissima richiesta del colonnello di 5 miliardi all’anno per contrastare l’avanzata di milioni di disperati, l’appello per un maggior coinvolgimento dell’Ue raccoglie il sostanziale appoggio del ministro degli Esteri Franco Frattini e un’apertura tutt’altro che scontata anche da Parigi. La convinzione che l’Europa debba finalmente dotarsi di una «politica migratoria comune», aiutando i Paesi di transito «a far fronte a un peso enorme», traspare anche dalle parole di oggi del titolare della Farnesina, secondo cui «Gheddafi ha fatto un ragionamento che hanno fatto tutti gli altri leader nordafricani: noi non vogliamo e non possiamo essere i guardiani d’Europa». Soprattutto senza contropartite. Tanto è vero che neanche da Parigi arrivano chiusure e condanne, bensì la sollecitazione del Quai d’Orsay a chiudere «rapidamente» l’accordo tra Europa e Libia: novembre, quando Ue e Unione Africana si riuniranno guarda caso ancora a Sirte (città natale del colonnello) potrebbe essere il momento buono.

La Stampa 01.09.10

Scuola. Pd, Gelmini rompa l’altezzoso silenzio sui precari e dia i dati sul tempo pieno

Il ministro ha annunciato una conferenza stampa, speriamo non per dare nuove picconate alla scuola pubblica. “Attendiamo fiduciosi la conferenza stampa del ministro Gelmini sull’apertura del nuovo anno scolastico perché vorremmo sentire le sue parole su almeno due questioni: la prima, dopo l’incomprensibile quanto altezzoso silenzio del ministro, sul dramma dei precari, l’altra sui dati del tempo pieno, in termini assoluti e in percentuale rispetto agli anni precedenti, tenuti nascosti nei cassetti del ministero e negati anche a fronte di una mia interrogazione parlamentare”. Lo afferma Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, la quale ricorda che “saranno almeno 20 mila i docenti precari che non lavoreranno nel prossimo anno scolastico a causa delle politiche draconiane di Berlusconi, Tremonti e Bossi. Si tratta di professionisti ai quali abbiamo affidato fino ad oggi l’educazione e l’istruzione dei nostri ragazzi e che ora si vedono letteralmente scaricati, con tutto ciò che questo significa anche sul piano del diritto degli studenti alla continuità didattica. Inoltre, non capiamo perché i dati sul tempo pieno siano segreti: forse dimostrano che i calcoli del ministro e dei suoi consiglieri sono sbagliati? Di certo, non vorremmo che la conferenza stampa si tramutasse nel megafono dei soliti e inaccettabili slogan governativi sulla scuola ostaggio del ‘68 e costoso ammortizzatore sociale. Il ministro si assuma la responsabilità di smettere di prendere a picconate la scuola pubblica, perché fino ad ora questa è sembrata la sua unica mission, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti”.

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“No elemosine ma assunzioni. Il Pd c’è con i precari della scuola, la Gelmini resta in silenzio”

Precari della scuola manifestano a Montecitorio. Russo, in sciopero della fame, ricoverato in ospedale è raggiunto da Puglisi, Vita e Marino. Puglisi: “Siamo disponibili ad iniziare uno sciopero a staffetta con i nostri parlamentari ed amministratori”. Marino: “Dal ‘porta a porta’ all’operazione di ‘scuola in scuola’”. Fassina: “No ai tagli del governo. Gelmini e Tremonti recuperino i fondi dall’ evasione”
immagine documento “No elemosine ma assunzioni”, questo il motto dei precari della scuola che protestano da settimane in tutto il Paese, a causa dei pesanti tagli ai fondi scolastici inferti dal ministro Maria Stella Gelmini, ed avallati nella manovra economica di Giulio Tremonti.

Ecco cosa è previsto per la scuola italiana, con la prima campanella dell’anno in programma tra una manciata di giorni: ancora una volta banchi pieni di bambini e ragazzi, ma vuoti di professori, con pochi fondi e tanto caos.

Da 3 giorni è in corso un sit-in a Montecitorio, organizzato dal Coordinamento Precari di Roma, insieme ad altri insegnanti venuti da diverse parti d’Italia. Ma il ministro non li vede e non risponde alle loro richieste: ritiro dei tagli, assunzione a tempo indeterminato, rifiuto del maestro unico e ritiro della riforma della scuola secondaria. ”Non accettiamo elemosine che servano a tirare a campare ancora un anno nel precariato – lamentano i lavoratori- vogliamo l’assunzione a tempo indeterminato e il ritiro dei tagli”.

Ma evidentemente il futuro del Paese non è compreso nel programma di governo, e per questo il Partito Democratico si schiera attivamente al fianco dei numerosi lavoratori precari, alcuni dei quali in sciopero della fame da parecchi giorni.

Come Giacomo Russo, insegnante palermitano in sciopero della fame dal 16 agosto, che ha partecipato al presidio davanti Montecitorio, ma proprio questa mattina ha avuto un malore ed è stato ricoverato d’urgenza in ospedale a Roma, per grave disidratazione.

Francesca Puglisi, Responsabile Scuola della segreteria del Pd, e i parlamentari democratici Ignazio Marino e Vincenzo Vita si sono recati all’ospedale Santo Spirito di Roma per fargli visita.

Gli esponenti del Pd hanno portato anche il saluto del Segretario Pier Luigi Bersani, impegnato oggi a Torino, che ha espresso il desiderio di incontrare Russo il prima possibile.“Non si può rischiare la vita per questo governo – ha dichiarato Puglisi – Siamo disponibili ad iniziare uno sciopero a staffetta con i nostri parlamentari e amministratori, come si è fatto per il caso Eutelia, a sostegno della battaglia dei precari per una scuola pubblica di qualità”.

“Chiediamo che il governo ritiri i tagli dell’art. 64 della 133 e assuma gli insegnanti che servono per coprire le cattedre vacanti, per dare le risposte di sostegno ai bambini con disabilità e per garantire il tempo pieno. Siamo in una vera e propria emergenza educativa – ha ribadito la responsabile scuola –i precari della scuola scioperano non solo per difendere il proprio posto di lavoro, ma per salvare la scuola che è un baluardo per la difesa della democrazia nel nostro Paese”.

Ignazio Marino, senatore Pd e medico, all’uscita dell’ospedale Santo Spirito di Roma, ha raccontato: “Ho trovato Giacomo Russo gravemente disidratato, ma fortemente motivato a non desistere. E’ inaccettabile che questo governo volti la testa dall’altra parte di fronte a chi ha nelle sue mani la formazione dei nostri figli e chiede solo lavoro e dignità”.

È già noto che non appena la flebo di glucosio terminerà, Giacomo Russo tornerà in piazza Montecitorio per proseguire nella sua azione di protesta, per questo Marino ha sottolineato come “tutto ciò sia intollerabile e che si debba ricorrere a gesti estremi per ottenere l’attenzione che i precari della scuola meritano. Non dobbiamo fare soltanto il ‘porta a porta’ ma una operazione di ‘scuola a scuola’ in tutto il Paese. Compito del Pd e di tutti i suoi parlamentari è essere presenti sul territorio e fare della scuola uno dei temi centrali del Partito”.

“Per la scuola siamo ormai di fronte al piano della P2 – ha ironizzato il senatore – che prevede due percorsi diversi: una scuola per i ricchi con l’informatica, l’inglese, l’istruzione musicale e una scuola nella quale una insegnante, come quella in presidio qui, che deve lasciare i suoi tre figli a Palermo per andare a insegnare a Brescia dove si trova una classe con 35 alunni”.

“Di iniziative straordinarie da prendere in questo settore, alla ripresa dei lavori parlamentari”, parla Vincenzo Vita Vicepresidente Pd in Commissione Cultura al Senato. “Va espressa la massima solidarietà ai precari in presidio permanente davanti a Montecitorio. Chi sa se qualche telegiornale, tra un omaggio ai cavalli di Gheddafi e ai conclamati affari tra i due paesi, si accorgerà delle sofferenze di questi lavoratori”. “Non ha niente da dire il ministro Gelmini, così impegnata a dispensare consigli in tutti i settori, tranne che in quello di sua competenza?

E sul silenzio del ministro dell’istruzione, davanti alle numerose proteste, si sofferma anche Cesare Damiano, Capogruppo Pd Commissione Lavoro della Camera. “Che fine ha fatto il governo del fare? Mentre i precari della scuola manifestano, mentre le decine di migliaia di giovani che hanno vinto i concorsi pubblici pretendono giustamente di avere un lavoro; mentre saranno licenziati 149mila lavoratori della pubblica amministrazione con la manovra correttiva di Tremonti, il governo è completamente assente e interessato soltanto agli scontri interni e alle leggi ad personam”.

Stefano Fassina, Responsabile Economia e Lavoro della Segreteria del Pd, ha analizzato la questione dal punto di vista economico. “Il ministro Gelmini ha continuato a chiamare ‘riforma’ il taglio orizzontale ai fondi scolastici fatto dal ministro Tremonti a giugno 2008 per fare cassa. Le diamo un suggerimento – ha dichiarato Fassina -vada dal suo collega Tremonti, l’autore dello ‘scudo fiscale’, gli suggerisca di far pagare ai grandi evasori, condonati con sconti immorali, il 5% in più sugli ingenti capitali evasi e portati al’estero. Così, può ottenere almeno 5 miliardi di euro per recuperare almeno in parte il furto di futuro di cui è stata complice”.

E intanto il Ministro Gelmini insiste nel disperato tentativo di convincerci che 8 miliardi di tagli rendono la scuola migliore. Precari gli insegnanti di oggi, precari i lavoratori di domani. L’Italia non ha futuro se non si investe sulla scuola pubblica. I precari del settore stanno portando avanti una mobilitazione per il futuro del Paese e il Partito democratico è con loro.

Anto P.

www.partitodemocratico.it

Festa Pd Modena Ponte Alto: dibattito sull’università

Domani sera alle 18.30 nella sala Abitcoop. “L’Università da salvare e da cambiare”. Questo il titolo dell’incontro in programma domani, mercoledì primo settembre, alla Festa del Pd di Modena. Partecipano all’incontro Marco Meloni, responsabile nazionale Università del Pd; Patrizio Bianchi, assessore regionale all’Università; Claudio Baraldi, preside della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia; Daniela Fontana, docente di geologia alla facoltà di Scienze della Terra dell’Università di Modena e Reggio. Conduce il dibattito Anna Ferri, giornalista di E’Tv. Inizio alle 18.30 nella sala Abitcoop.

"Questa Italia non è più da decenni un paese per le donne e i bambini", di Serena Gana Cavallo

Ogni tanto la stampa nazionale scopre l’acqua calda e le dedica il dovuto spazio. L’ultima sorgente venuta alla luce sgorga dalla Relazione generale sulla situazione economica del paese 2009, prodotta dal ministero dell’economia, dalla quale si ricava che in tutta Europa l’Italia è quella che spende di meno per la famiglia e la maternità.
A parte il fatto che qualsiasi casalinga o laureata, di Voghera o di Forlimpopoli, avrebbe potuto comunicare identico scoop, e trascurando che una delle promesse più corrive e logore di qualsiasi forza politica è quella di «fare qualcosa per la famiglia», può essere simpatico ricordare che nel 1990 La Stampa pubblicò una lunga intervista a una notissima demografa, Olivia Ekert-Jaffè, che aveva fatto una corposa ricerca internazionale proprio sulle politiche familiari. Alla fine dell’intervista il giornalista le chiese perché nel suo testo l’Italia non comparisse mai e la lapidaria risposta fu: «Perché sull’Italia non ci sono dati, almeno per ora. Purtroppo l’Italia, per quanto riguarda le politiche familiari viaggia a rimorchio, è un paese tra i più indietro d’Europa».

La demografa non aveva naturalmente contezza del fatto che l’assenza di una qualsiasi politica a favore della maternità in Italia è stata dettata da una scelta politica, per segnare anche in questo campo una assoluta distanza dalle abominevoli politiche del fascismo. Comunque il vago cenno di speranza, implicito nell’inciso «almeno per ora», era ed è restato un pro-forma, perché la situazione è rimasta immutata: tra il ’94 ed il ’99 la spesa per maternità e famiglie nel nostro paese è rimasta invariata, vale dire quasi nulla, mentre si registrava un aumento medio del 4% nei paesi europei, Olanda esclusa visto che era già al top delle prestazioni. In una serie di articoli apparsi sul Nuovo Avanti tra il 2002 e il 2003, venivano analizzati i dati più significativi dello Stato sociale di dodici paesi europei e la fotografia continuava ad essere impietosa. Per tenere sott’occhio la situazione, se ci si vuole deprimere, basta consultare periodicamente i dati elaborati dalla Commissione occupazione e affari sociali dell’Ue, anche se è più facile e comodo aspettare che, a sintetizzarli, sia un soggetto istituzionale nazionale, anche perché la non notizia certo non solleciterà dibattiti e ventate di rivendicazioni data l’assuefazione delle madri e delle famiglie italiane a barcamenarsi tra private difficoltà e pubbliche solenni promesse. Poiché nel giornalismo nazionale non è d’uso fare due più due, in alcuni articoli si sottolineava che tra le voci in diminuzione nella spesa sociale italiana spiccavano consistenti riduzioni sia per gli assegni familiari sia per l’indennità di maternità, che è il minimo che ci si possa aspettare in un paese che scoraggia la maternità e che ha avuto e ha in corso una notevole crisi occupazionale di cui le donne sono le non felici portabandiera. Stando così le cose, è meglio che non si vada a elezioni anticipate perché si potrebbero formare gruppi spontanei di lanciatrici di ortaggi vari, pronte a spostarsi velocissime da un palco a un teatro o uno stadio o studio televisivo, per omaggiare qualsiasi politico o aspirante tale che volesse parlare di mirabolanti e futuribili politiche per la maternità e la famiglia.

Da ItaliaOggi 31.08.10

"I nuovi tecnici? Da rifare", di Carlo Forte

Una bocciatura e un rinvio. È il bilancio dell’attività di valutazione effettuata dal Consiglio nazionale della pubblica istruzione, rispettivamente, sui decreti che tagliano le ore negli istituti tecnici e professionali e sull’analogo provvedimento che rielabora le classi di concorso delle secondarie. Il procedimento dei emanazione dei regolamenti ministeriali prevede, infatti, che prima dell’emanazione il ministero debba acquisire il parere del parlamentino dell’istruzione. E sebbene non vincolante, tale parere va tenuto nel debito conto. Perché in sede di contenzioso può costituire un’arma molto efficace per demolire i provvedimenti, quando essi contengono vizi di legittimità già evidenziati in sede consultiva e non successivamente sanati.

Taglio delle ore

La bocciatura senza appello riguarda i decreti emanati dal ministero del ridurre le ore di lezione nelle classi intermedie dei tecnici e dei professionali, che partono già da quest’anno. Secondo il consiglio nazionale della pubblica istruzione si tratta di interventi attenti al solo contenimento della spesa e non indirizzati a tenere fermo il raccordo dei modelli organizzativi della didattica con i risultati di apprendimento.

I decreti interministeriali andrebbero anche oltre la ratio dei tagli «e si pongono come elemento di disturbo del processo di riforma degli istituti tecnici e professionali, perché non ne consentono una sistematica attuazione».

Il parlamentino dell’istruzione ha criticato anche le modalità individuate per operare i tagli nei percorsi maxi-sperimentali «che crea inevitabilmente ulteriori elementi di divaricazione tra i diversi percorsi e le discipline individuate dalle scuole interessate». Il Cnpi ha evidenziato, inoltre, che i provvedimenti in esame sono «destinati a generare confusione e disorientamento nell’intera comunità scolastica». E ci sarebbe anche il rischio di una frammentazione dell’offerta formativa e di una gestione approssimativa dei percorsi di studio, «a tutto danno degli alunni».

Classi di concorso

L’altro provvedimento al vaglio del parlamentino dell’istruzione era il decreto sulle nuove classi di concorso, che dispone l’adeguamento delle qualifiche dei docenti, suddivise per discipline o gruppi di discipline, in vista dell’entrata regime della riforma. Su questo decreto l’organo consultivo ha dato parere favorevole, a patto che l’amministrazione si adegui ad alcune indicazioni. Iil Cnpi per esempio ha ricordato all’amministrazione che la disciplina delle utilizzazioni dei prof soprannumerari o in esubero è materia contrattuale. E quindi ha chiesto la cancellazione dell’articolo del regolamento che se ne occupa.

da Scuola Oggi 31.08.10