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Franceschini: «Non regaliamo nostre divisioni a destra spaccata»

«Non regaliamo le nostre divisioni a una destra frammentata e spaccata». È il monito rivolto dal capogruppo alla Camera del Pd, Dario Franceschini che intervistato alla festa nazionale del partito ha richiamato tutti al senso di responsabilità invitandoli a mettere da parte discussioni e litigiosità. «In questo momento non offriamo pretesti per dare l’impressione che ci siano divisioni nel Pd. Ci sono i luoghi per discutere, discutiamo e poi sarà un segretario nazionale che ha vinto le primarie a dare sintesi e voce a quella linea, ma dopo aver preso una decisione sosteniamola tutti».

«Questa discussione molto agostana su cosa dovremmo fare in caso di elezioni, se andare da soli oppure l’unione evidenzia posizioni estreme – ha osservato Franceschini- nessuno ha mai sostenuto di andare da soli. Io penso si possa trovare una sintesi: se la legislatura va avanti nel suo percorso normale ci dobbiamo presentare alle prossime elezioni in modo credibile con una coalizione costruita attorno ad un programma vincolante di governo, non frammentata e divisa, e quindi bisogna spingere quelli che vogliono allearsi con noi ad accettare e mettere in moto meccanismi di aggregazione tra di loro».

«Se invece -ha proseguito – ci troviamo in una situazione di emergenza, con Berlusconi che tenta di arrivare allo scioglimento delle Camere, allora ad una emergenza democratica serve una risposta di emergenza e a quel punto chiederemmo a tutte le forze disponibili a fermare quel disegno e ad accompagnare l’Italia verso un bipolarismo normale, di accantonare la discussione e di costruire un campo che punti a fermare quel disegno. Questo – ha concluso Franceschini – vuol dire alleanza democratica o alleanza costituzionale, come la si vuol chiamare».

«Fini è e resterà nostro avversario, ma un avversario che si muove su una linea di normalità»: ha chiosato Franceschini. «Lui ha in mente una destra normale che rispetta le regole nella quale ci si può opporre, simile a quella degli altri paesi europei. Berlusconi invece ha un’idea padronale dello Stato e del suo schieramento, però – ha rimarcato – non facciamo confusioni: quella è una partita che avviene nell’altro campo».

L’Unità 31.08.10

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“Destre spaccate, ora massima compattezza contro i rischi per la democrazia italiana”
Franceschini alla Festa Democratica di Torino: “Mai più l’Unione, si cambi la legge elettorale con chi ci sta e poi al voto. Ma Fini resta un avversario”

La stagione dei litigi si è chiusa con la nascita del Pd, ora che le destre sono spaccate, non ingigantiamo le nostre divisioni”. Dario Franceschini, ex vice di Veltroni, poi segretario fa il suo debutto da capogruppo della Camera alla Festa democratica di Torino, rimbrottando i “giovani e meno giovani che alimentano i dissidi interni al partito, le discussioni sui giornali in questo momento sono da irresponsabili. I rischi che corre la democrazia italiana sono talmente profondi che c’è bisogno della massima compattezza da questa parte. Non regaliamo le nostre divisioni a una destra frammentata”.
Auspica “l’incontro delle culture riformiste, anche quelle che hanno deciso di non entrare nel nostro partito, per ricostruire un campo di governo”. Il riferimento è al progetto del nuovo Ulivo voluto da Bersani, e anche lui chiarisce che non sarà l’ennesima ammucchiata anti-berlusconiana: “Mai più torneremo all’Unione con 11 sigle, non si può rinunciare a quello per cui è nato il Pd, cioè semplificare il campo del centrosinistra. Disegniamo un programma alternativo alla destra, diciamo di volere un welfare universale per i lavoratori, stabili o precari che siano, e più investimenti su scuola, ricerca e innovazione e costruiamo attorno alle idee alleanze di governo”.

Ma se ci trovassimo di fronte a un’emergenza, se Berlusconi volesse portare il paese al voto per rafforzare oltre i limiti i propri poteri “bisognerebbe dare una risposta adeguata. Adesso dobbiamo vedere se in Parlamento c’è una maggioranza disponibile, senza confusione di ruoli, dico che Gianfranco Fini resta un nostro avversario, disposta a fare una nuova legge elettorale e aprire una fase di transizione per consegnare al Paese un vero bipolarismo moderno, centrodestra-centrosinistra, superando l’anomalia Berlusconi. Ma se ci fossero adesso le dimissioni di questo governo per noi sarebbe un giorno di festa e non di paura. Dopo il giorno di festa dovremo andare avanti con un governo di transizione e fare la legge elettorale. Ma se noi andiamo oggi alle elezioni, le vinciamo, perché gli italiani hanno capito per la terza volta la distanza siderale tra le promesse di Berlusconi e i fatti”. Insomma il premier sa “che tra poco rischia di non essere più presidente. Ho l’impressione che Berlusconi stia cambiando priorità: sarebbe una bella beffa fare tanta fatica, fare il lodo Alfano e poi… Allora non a caso sta spostando l’attenzione sul processo breve, perché riguarda anche chi non fa il capo dello Stato. Per questo adesso punta a bloccare centinaia di processi e non gli interessa nulla se migliaia di criminali resteranno impuniti, perché il suo problema è un altro. Vuole una norma che lo tuteli anche quando non sarà più presidente del Consiglio”. Un atteggiamento duro, tanto che nel pomeriggio i partecipanti alla videochat de La Stampa chiedevano come mai del cambio di rotta rispetto alle elezioni del 2008: “Dopo le elezioni c’è stato un tentativo per vedere se c’era spazio per normalizzare i rapporti politici, ma purtroppo Berlusconi ha di fatto aggravato le cose della sua precedente legislatura e questo rende impossibile all’Italia diventare un normale Paese europeo”.

Sulla legge elettorale con cui tornare a votare si rifà ai documenti votati all’assemblea nazionale PD di maggio: “Un modello che richiama il doppio turno alla francese, che concilia la governabilità con la rappresentanza. La priorità resta quella di restituire agli elettori il diritto di scegliersi gli eletti, preferibilmente con il collegio uninominale”.

Spazio anche per la visita di Gheddafi a Roma, con una condanna dura: “È inimmaginabile per qualsiasi paese europeo guidato dalla destra offrirsi per costruire un palcoscenico a Gheddafi e per far sfilare 500 ragazze a pagamento mandate da un’agenzia per far finta di essersi convertite all’Islam. C’è di mezzo la dignità di un paese e la dignità delle donne italiane”.

Ma.Lau.

www.partitodemocratico.it

"Test di ammissione all'università? Ma chi ci crede, per l'85% degli studenti meglio una raccomandazione", di Enrico Bronzo

L’85% degli studenti alle prese con i test di ammissione all’università preferirebbe essere raccomandato. È quanto rivela un’inchiesta condotta dal portale UniversiNet.it su oltre 11mila neodiplomati attraverso un questionario on line. Alla domanda «Secondo te è più importante studiare o trovare una raccomandazione per i test di ammissione?» il 12% ha risposto studiare (la percentuale era del 15% in un’analoga inchiesta svolta lo scorso anno) e l’85% ha optato per la raccomandazione (78% l’anno passato).

Quanto alla raccomandazione migliore il 18% ha indicato un parente professore (23% nel 2009), il 25% una relazione sessuale (12%), l’11% i centri di preparazione al test (21%), il 18% un politico nazionale (25%), il 23% (15%) un parente o genitore professionista (medico, ingegnere, architetto e così via). Per avere una raccomandazione non ci si fanno troppi scrupoli: il 27% (22% nell’inchiesta precedente) degli interpellati sarebbe disposto a pagare, il 34% (29%) a offrire prestazioni sessuali e la percentuale sale al 45% tra le ragazze, il 16% sarebbe disposto a iscriversi a un partito politico (18% nel 2009) e il 14% (18%) si iscriverebbe a un corso di preparazione.

Per Renato Reggiani, direttore editoriale di www.UniversiNet.it, i dati del 2010 «mostrano una incredibile perdita di fiducia nel sistema dei test di ammissione, ritenuti assolutamente inutili dalla maggior parte degli studenti e al livello di una lotteria». «Dai nostri dati – osserva – emerge la totale sfiducia degli studenti verso il sistema di valutazione con i test di ammissione che ritengono quasi inutile la preparazione sui libri e optano per scorciatoie classiche come la raccomandazione del politico o del professore o sessuali». Tutto ciò mentre emergono forti difficoltà per bandire concorsi per docenti.

Intanto la facoltà di Medicina, Chirurgia e Scienze della salute dell’Università del Piemonte orientale si conferma fortemente ambita dalle aspiranti matricole. Il dato definitivo reso noto dopo la chiusura dei termini per le iscrizioni è di 671 candidati per il corso di laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia: +22% rispetto al 2009. Il test di ammissione, informano dal Rettorato, si terrà il prossimo 2 settembre, alle 11, nelle aule di via Perrone 18, a Novara. I test di ammissione ai corsi di laurea triennali nelle professioni sanitarie sono invece in programma l’8 settembre 2010.

Il Sole 24 Ore 31.08.10

"Bersani: la riforma del voto con chi ci sta ma non impicchiamoci a un modello", di Laura Pertici

Più forti di ogni debolezza. Pronti alla riscossa civica. Con un compito storico: piegare e vincere il berlusconismo. Per Luigi Bersani inizia a fine agosto la sua campagna d´autunno. Abbronzato al sole della Sardegna, tonificato dalle feste democratiche, sembra spinto da una nuova determinazione.
Arriva a Repubblica Tv per spiegare con gli occhi e la voce cos´è il Nuovo Ulivo, la sua proposta politica apparsa l´altra settimana su questo giornale. Mette subito in chiaro che non si impiccherà ad un modello di legge elettorale, «il meccanismo che ho in mente può venire da una correzione del modello tedesco e da una correzione del Mattarellum». Ma già che c´è risponde a Renzi che «per costruire non basta distruggere, sono sicuro che in giro c´è il nuovo Maradona, io però ancora non l´ho visto». E a Bossi dice: «Altro che voti Pd offerti a Berlusconi. Tu sei il vero traditore, che ti aggrappi a Roma ladrona». Il segretario del Pd parla nel videoforum di Repubblica Tv. Lo attendono in tanti, davanti al televisore o al computer. In mezza giornata, prima dell´appuntamento fissato per le 16, giungono in redazione cinquecento domande via e-mail. Oltre mille i quesiti inviati invece in diretta, centinaia quelli postati quando Bersani è già andato via.
Nuovo Ulivo e Alleanza democratica. Due concetti diversi?
«In Italia abbiamo due problemi. Quello dell´alternativa di governo e quello dell´assetto democratico, altamente deformato. Su Repubblica ho parlato di Nuovo Ulivo pensando proprio all´alternativa di governo. Che stavolta deve nascere da un patto non occasionale tra le forze di centrosinistra. Mi spiego: queste forze, se ci sono, devono stringersi per un´intesa credibile, devono trovare parole univoche e devono rendersi disponibili anche a considerare possibile la riorganizzazione dello stesso centrosinistra, per evitarne la frammentazione».
Cos´è allora l´Alleanza democratica?
«Dal Nuovo Ulivo deve venire una larghezza di idee, una visione e dunque una proposta rivolta anche a quelle forze che non si definiscono di centrosinistra ma che non sono disposte ad una deriva plebiscitaria. Con loro si può ragionare di riforme istituzionali, di legge elettorale, di regole che stiano saldamente nel terreno della nostra Costituzione».
Parla a Fini e Casini?
«Sì, parlo a quelli che ci stanno, a chi punta alle regole. Il coinvolgimento dei finiani è possibile nella misura in cui – come si diceva una volta – abbiano un´idea di destra europea. Bisogna credere nell´equilibrio dei poteri, non nel “ghe pensi mi”. Ma le intenzioni e la disponibilità della destra sono tutte da verificare. A partire dal processo breve».
Quale sarà il vostro programma?
«A Torino dirò bene cosa abbiamo intenzione di fare su scuola, fisco, lavoro. Noi non abbiamo mai smesso di fare le nostre proposte, ma si è creato un cortocircuito informativo che ci ha dipinti come incapaci di costruire, uniti solo dall´opposizione a Berlusconi. Questo è profondamente falso, ed è grave perché negli Stati Uniti la gente sa cosa dicono Repubblicani e Democratici. In Italia invece i cittadini sono tenuti all´oscuro da quel che propone l´opposizione».
Legge elettorale: come si seppellisce il Porcellum?
«Non voglio rimanere impiccato ad una formula, a dei modelli. Prima vediamo in quanti siamo d´accordo nel dire che questa legge è un abominio. Consente ad una persona sola di nominarsi tutti i suoi parlamentari, è all´origine di una distorsione micidiale per cui il Parlamento risponde al governo e non viceversa, ha prodotto 38 voti di fiducia e 54 decreti, un conformismo dilagante, poteri ricattabili. E´ deleteria. Ma la questione della legge elettorale attiene a quella più ampia delle regole. Quindi ai miei dico: bisogna discutere anche con chi la pensa diversamente da noi».
C´è chi teme un bipolarismo indebolito.
«Bipolarismo, la preoccupazione è sempre la stessa. O che venga indebolita o che venga rafforzata la prospettiva bipolare. La mia posizione in merito è quella di sempre, da lì non mi muovo. Solo un esagerato ottimismo può far pensare che le regole elettorali possano modificare i dati di fondo della cultura politica di un paese. Da quando è caduto il Muro di Berlino in Italia si è determinato un assetto sostanzialmente bipolare che non saranno quattro righe a modificare. Questo assetto può essere forzato per provare a fare persino il presidente della Repubblica, dato il 35 per cento dei consensi».
Oppure?
«Oppure va reso flessibile. Non certo fino al punto di incoraggiare il vecchio sistema della frantumazione, ma per dare degli elementi di respiro allo stesso meccanismo. Con la nuova legge elettorale non ci si potrà esimere dal dire con chi si sta, questo è ovvio. Per il resto io ho in mente un disegno che abbia radici territoriali, che non sia basato su personalismi, che scaturisca dalla correzione del modello tedesco o dalla correzione del Mattarellum. Vedremo, discuteremo. Questo fanno i partiti. Non devono morire per una formula».
Primarie: si faranno o temete Vendola?
«Si faranno e saranno primarie di coalizione. Tutti quelli che vengono da mondi diversi ed esprimo sensibilità potranno dire la loro. Se ci saranno più candidati nel Pd lo deciderà il partito».
Perché per il suo progetto ha guardato indietro, all´Ulivo?
«Perché la parola Ulivo politicamente corrisponde ad un´idea, ad un movimento, ad una riscossa civica. Non è dunque solo una questione di partiti. Per me il concetto dell´impegno e del risveglio dei cittadini è cruciale. Abbiamo il dovere di ridestare il protagonismo democratico dei cittadini. E possiamo farcela. Perché siamo più forti delle nostre debolezze. Dobbiamo smetterla di guardarci la punta delle scarpe ed impressionarci per il fatto che ci troviamo davanti ad una battaglia difficile. Diamoci solidità, smettiamola di essere demo-depressi».
La litigiosità è stato il tratto distintivo nonché il killer dell´era Prodi. Perché oggi dovrebbe andare meglio?
«Perché lo scenario è completamente diverso. Per esempio: Rifondazione ha fatto un discorso onesto, escludendo qualsiasi partecipazione ad un futuro governo. Va bene, ho detto, ma siete interessati ad un confronto vero sui temi costituzionali? Siete pronti ad affrontare la battaglia per dare una linea certa al nostro profilo democratico? Mi hanno risposto di sì. Ecco, è così che intendo procedere. Il Nuovo Ulivo è una straordinaria occasione per prendersi delle responsabilità».
Berlusconi l´ha bollato come ammucchiata.
«Ammucchiata? E´ esattamente il contrario e non vedo come il premier possa fare prediche, lui che sta governando con un´accozzaglia di gente che si insulta dalla mattina alla sera. Sapete quali sono i punti programmatici del premier? Viva la mamma e il papà».
Bossi dice che lei ha offerto i voti del Pd a Berlusconi.
«Non ho mai parlato in modo spocchioso della Lega, ma adesso basta. Davvero. Devo mandare una letterina al Carroccio. Bossi sta attaccato al vecchio zio per prendersi l´eredità e non ci sono neanche badanti di mezzo. Il suo è un puro tradimento degli elettori. Per anni ha gridato contro Roma ladrona, ora sta proprio con quei ladroni».
Renzi, il sindaco Pd di Firenze, afferma che il Nuovo Ulivo fa sbadigliare.
«A Renzi rispondo che per costruire non basta distruggere. L´idea della costruzione creativa non ha mai portato da nessuna parte. L´azzeramento del vertici del Pd non serve a niente. Noi non siamo qui a pettinare le bambole, abbiamo invece un compito storico che ci impone di accettare le critiche ma che non prescinde dalla lealtà alla ditta. Siamo pieni di bravi dirigenti di quaranta anni: se c´è in giro un nuovo Maradona, e sono sicuro che c´è, si vedrà. Io sono qui proprio per questo, per far girare la ruota. Ma dobbiamo sentirci come in un collettivo».

La Repubblica 31.08.10

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Legge elettorale, Pd in cerca di una proposta comune

Bersani: possiamo correggere il modello tedesco o il mattarellum Non sarà semplice né indolore, per il Partito democratico, ritrovarsi attorno a una proposta condivisa di riforma della legge elettorale. Doveva averlo ben chiaro ieri il segretario Pierluigi Bersani quando, intervenendo al forum di Repubblica Tv, continuava a mettere l’accento sulla parola “flessibilità”, spiegando che «legge elettorale vuol dire “regole”» e che quindi bisogna «discutere con tutti coloro che hanno a cuore le regole». Un punto comune dal quale partire c’è: «Vediamo in quanti siamo d’accordo a dire che questa legge è un abominio ». Questa legge, il porcellum, che «consente a una persona sola di nominarsi tutti i suoi parlamentari», è all’origine di una «distorsione micidiale»: è il parlamento a rispondere al governo e non viceversa. Dunque, insiste il segretario, vediamo chi ci sta a lavorare per cambiarla davvero.
Il fatto è che ieri mattina Repubblica era uscita con una intera pagina di retroscena “dalemiano” a firma del vicedirettore Massimo Giannini, in cui l’ex presidente del consiglio chiariva attraverso numerosi virgolettati, ancor più nettamente di quanto già non avesse fatto in passato, la sua preferenza per il sistema elettorale tedesco, proprio quello più avversato dai bipolaristi convinti.
«Con il sistema tedesco – è il ragionamento di Massimo D’Alema – noi potremmo convogliare un campo vasto di forze, dall’Udc alla Lega, e creare un assetto tendenzialmente bipolare, anche se non bipartitico, dove si andrebbe alle urne con cinque, massimo sei partiti, con un centro forte che si allea con la sinistra, con la sfiducia costruttiva, con una buona stabilità dei governi, che volendo potremmo persino rafforzare con l’introduzione di una clausola anti-ribaltone.
Non riesco a immaginare uno schema migliore, per un paese come il nostro». D’Alema non ritiene adatto alla situazione italiana neanche il mattarellum, che invece gode di buona fama tra i democratici: «Ma ci rendiamo conto che col mattarellum siamo andati alle urne con quattordici partiti?».
La sortita di D’Alema ha creato una certa fibrillazione nel Pd, già alle prese con l’appello per l’uninominale lanciato sul Corriere della Sera da politici e professori bipartisan, tra cui alcuni esponenti di rilievo del partito, come Pietro Ichino, Ignazio Marino, Enrico Morando, Nicola Rossi, Giorgio Tonini, Ermete Realacci, oltre ai parlamentari radicali nel gruppo Pd come Emma Bonino e Maria Antonietta Coscioni. «Non si può tornare indietro, alla politica delle mani libere, come di fatto propone D’Alema con il sistema tedesco, delle coalizioni costruite a tavolino dopo il voto», ha detto la presidente Rosy Bindi». Ironico Arturo Parisi: «Sono passati appena tre mesi da quando un’assemblea nazionale del Pd varava con enfasi un documento che indicava come posizione del partito un sistema di impianto maggioritario fondato sui collegi uninominali. È più di un anno che chiedo a Bersani: che D’Alema stia dalla tua parte è risaputo. Si può almeno sapere se tu stai con D’Alema?».
Molto critico Stefano Ceccanti: «D’Alema propone il centro forte che si allea con la sinistra, ma ciò nega la radice Ulivo e Pd, in ogni caso in parlamento i voti non li avrà».
Dove potrà spingersi la «flessibilità» di Bersani? «Oggi il problema non è la formula…
la ragionevolezza porterà a un sistema che non metta in discussione il bipolarismo, ma ci eviti i rischi del plebiscito. Si può valutare il modello tedesco o il mattarellum.
L’assemblea nazionale del Pd ha fissato alcuni paletti, approfondiremo».

da Europa Quotidiano 31.08.10

"Da Unicredit all’Eni, ecco gli affari sotto la tenda beduina", di Raffaella Cascioli

Sotto la tenda del Muammar Gheddafi, allestita nella residenza dell’ambasciatore libico in Italia, il business italo-libico riflette quello che fonti diplomatiche definiscono l’«eccellente stato dei rapporti bilaterali » tra Italia e Libia.
Potere della globalizzazione avrebbe sentenziato il ministro dell’economia Giulio Tremonti che non da oggi va spiegando in giro come la Vecchia Europa debba iniziare a ragionare non potendo più contare su vecchie rendite di posizione. E così nel corso di trenta minuti di colloquio tra Berlusconi e Gheddafi, presente il ministro Frattini, sono molti i temi economici ad essere stati affrontati. A cominciare da quello che si profila essere un importante accordo nel settore della difesa. Un ruolo da protagonista, a quanto si apprende, dovrebbe averlo Finmeccanica che tra l’altro è impegnata a fornire il “Selex sistem”, un sistema satellitare di controllo delle frontiere terrestri libiche. Nella doppia veste di premier nonché di ministro dello sviluppo economico, Berlusconi avrebbe fra l’altro affrontato con il leader libico anche i temi delle infrastrutture e dell’energia che tuttavia sono poi stati oggetto di incontri ad hoc tra il colonnello e i big dell’industria italiana presenti nella serata di ieri alla sontuosa cena per 800 invitati offerta dal presidente del consiglio e alla quale hanno partecipato, oltre al direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli, lo stato maggiore di Finmeccanica e dell’Eni, ma anche il presidente dell’Enel Piero Gnudi, l’ad di Unicredit Profumo oltre al presidente di Impregilo Ponzellini.
Come si ricorderà in tema di infrastrutture, proprio il trattato di amicizia e cooperazione sottoscritto dai due paesi due anni fa impegna Tripoli a “girare” buona parte dei 5 miliardi di dollari che l’Italia pagherà a risarcimento del passato coloniale a imprese italiane a cui sarà appaltata la costruzione dell’autostrada costiera libica. Tre i lotti in cui saranno suddivisi i lavori e che saranno affidati a tre diversi consorzi creati tutti da aziende italiane.
Non è un mistero, infatti, il forte interesse per la visita del colonnello dimostrato dai grandi costruttori, come Impregilo e Italcementi, mentre nei giorni scorsi l’ad dell’Eni Paolo Scaroni ha avanzato l’ipotesi di un incontro d’affari con Gheddafi visto che il cane a sei zampe ha già annunciato investimenti per 25 miliardi di dollari in Libia dove, sulla base di un accordo che risale al 2007, è impegnato a produrre petrolio fino al 2042 con la principale compagnia petrolifera libica, National Oil Corporation.
E che i rapporti tra le economie dei due paesi siano sempre più stretti lo testimoniano i dati dell’interscambio che registrano una costante lievitazione senza contare che il nostro Paese è ormai il terzo investitore europeo in Libia, dove sono presenti 100 imprese italiane, e a cui guardano con crescente interesse molte aziende a cui Gheddafi un anno fa in Confindsutria aveva strizzato un occhio.
Silenzio assoluto, però, sull piatto forte dell’incontro tra Berlusconi e Gheddafi: ovvero la presunta scalata libica a Unicredit, su cui la Lega di Bossi ha alzato il velo chiedendo a governo e Consob di verificare l’accresciuta presenza nell’istituto di credito. All’inizio di agosto infatti la Lybian Investment Authority ha portato la propria quota nel capitale di piazza Cordusio oltre la soglia del 2% facendo così lievitare la presenza della compagine libica intorno al 7%. Infatti, come è noto, la Central Bank of Libya è da qualche anno il secondo azionista di UniCredit con il 4,988% della banca guidata da Alessandro Profumo dopo Mediobanca. E proprio Unicredit non ha fatto mistero di voler aprire in Libia tramite una joint venture. Gli affari sono affari.

da Europa Quotidiano 31.08.10

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“Perché i finiani ora si ricredono sul Colonnello”, di Stefano Baldolini

Europa islamizzata, le hostess ad ascoltare Gheddafi: un piatto troppo indigesto per una fetta della destra italiana.
Così anche quest’anno la festa dell’amicizia Italia-Libia ha come corollario un aumento di tensione nella maggioranza. Lo show del Colonnello produce un altro fronte con i finiani; e lo fa, proprio nei giorni in cui si parlava con una certa insistenza (il Giornale a parte) di una presunta tregua nel Pdl. Eppure, dopo l’invito del premier a minimizzare («Le cose serie sono altre, lasciamo perdere il folklore »), qualcuno ci aveva provato a smorzare i toni. A partire dal ministro La Russa («L’ospite è sempre sacro») o del fedelissimo Gasparri («Meno clandestini, e nessun rischio per l’identità cristiana»).
Invece, ecco dalle artiglierie “leggere” dei finiani partire il doppio attacco. Il “solito” Fare futuro web magazine: «Siamo la Disneyland di Gheddafi», scrive Carmelo Palma, peraltro direttore di Libertiamo.it, creatura del deputato Fli, Della Vedova.
«Nelle passeggiate romane – scrive Palma – il rais libico esibisce la sua paradossale centralità nella politica di un governo che è passato dall’atlantismo all’agnosticismo, dalle suggestioni neocon alla logica commerciale per cui il cliente, se paga, ha sempre ragione». Poi arriva l’affondo di Generazione Italia, altra emanazione della destra finiana. «Basta con le pagliacciate », scrive Gianmario Mariniello. Per un altro deputato di Futuro e libertà, Carmelo Briguglio, «queste visite di Gheddafi aumentano le distanze tra governo e Stati Uniti e creano con la Santa Sede malumori di cui nessuno sentiva il bisogno ». Ecco, su questo punto, almeno a giudicare l’espressione terrea di Gianni Letta, ripreso dalle tv sempre alle spalle di Berlusconi e Gheddafi, probabilmente il sottosegretario alla presidenza del consiglio non sarebbe molto distante.
L’offensiva finiana sembra legittimamente prodotta ad arte per tenere la tensione alta in vista di Mirabello. Non ci sarebbe da stupirsi. Dalle nostre parti spesso la politica internazionale è piegata agli interessi di parte. Per dire, Italo Bocchino, non più di un anno fa, ai tempi di Villa Certosa e dello scandalo D’Addario, difendeva il premier parlando «di manina dei servizi segreti deviati», che non avevano gradito le «cose straordinarie che Berlusconi aveva compiuto su tre fronti importanti: la Russia, la Turchia e la Libia». Inoltre, per certi versi, peggio dell’anno scorso non poteva andare. Con Fini che annulla l’incontro alla Camera per le due ore di ritardo del Colonnello, Pisanu (e D’Alema) costretto a ricucire nella tenda piantata a villa Pamphili.
A proposito dell’ex ministro dell’interno, non c’è forse immagine migliore per rendere la lacerazione che attraversa il corpo un po’ ammaccato della destra.
Amico della Libia, da titolare del Viminale dal 2003 lavorò con Tripoli – dove andò decine di volte – per preparare l’accordo sull’immigrazione, Pisanu è da più parti considerato l’asso che Fini potrebbe calare domenica prossima a Mirabello, nel suo discorso alla nazione.

da Europa Quotidiano 31.08.10

"Il ministro che manca da 119 giorni", di Massimo Giannini

C´è una vicenda esemplare che la politica, l´establishment e l´opinione pubblica continuano a sottovalutare. Fotografa la palude nella quale sta sprofondando il governo Berlusconi. Riflette l´irresponsabilità nella quale sta declinando il presidente del Consiglio. Questa vicenda si chiama ministero per lo Sviluppo Economico. Oggi sono 119 giorni. Sabato prossimo saranno 4 mesi esatti. Nell´anno più nero dell´industria italiana, nel cuore di una recessione di cui non si vede l´uscita, a tanto «ammonta» il vuoto di potere in quel dicastero, strategico per la tenuta del Sistema-Paese e per il sostegno delle imprese.
La sede è «vacante» da maggio. Da allora il premier esercita un´impalpabile e insostenibile «supplenza», in attesa di nominare il nuovo ministro. Attesa vana, consumata nel Palazzo tra annunci ambigui, tentativi grotteschi, promesse inevase. Attesa cara, pagata dall´Italia al prezzo di una crisi economica e occupazionale gravissima. Ci si chiede come sia possibile, in una grande democrazia industriale impegnata a fronteggiare la «tempesta perfetta» di questi ultimi due anni.
Eppure succede, nell´Italia berlusconiana di oggi, dove l´intera dimensione della politica economica si esaurisce nella tenda beduina di Gheddafi, nella pacca sulle spalle con Putin, nel verso del «cucù» ad Angela Merkel. Era il 4 maggio scorso, dunque, quando Claudio Scajola si dimise da ministro dello Sviluppo Economico in circostanze avventurose. Sui giornali rimbalzano da giorni i verbali delle procure, dai quali si evince senza ragionevoli dubbi che la «cricca» del G-8 – cioè quel micidiale sistema di potere imperniato intorno ad Anemone, Balducci e la Protezione Civile di Guido Bertolaso – ha pagato al ministro il prestigioso appartamento romano, vista Colosseo, nel quale risiede con la famiglia. In conferenza stampa, di fronte ai cronisti attoniti, l´autodifesa di Scajola è surreale: «Un ministro non può sospettare di abitare una casa pagata in parte da altri… Siccome considero la politica un´arte nobile, con la p maiuscola, per esercitarla bisogna avere le carte in regola e non avere sospetti… Mi devo difendere, e per difendermi non posso fare il ministro come ho fatto in questi due anni…». Quasi un caso di comicità involontaria. Il premier assume invece i toni gravi: «Scajola ha assunto una decisione sofferta e dolorosa, che conferma la sua sensibilità istituzionale e il suo senso dello Stato…». È un testacoda, nel quale il colpevole diventa vittima, il sospettato diventa colui che sospetta. La sera stessa Berlusconi va al Quirinale da Napolitano, e prende l´interim del dicastero. Rassicura il Capo dello Stato: «Presidente, dammi qualche giorno e tornerò da te con il nuovo ministro per il giuramento».
Mai promessa fu più bugiarda. Il presidente del Consiglio ci prova, ma a modo suo. Risultano agli atti almeno tre tentativi. Il primo è un sondaggio telefonico con Luca Cordero di Montezemolo, a metà maggio. Respinto al mittente: il presidente della Ferrari non lascia il suo team, e comunque ha ben altre ambizioni. Il secondo tentativo è di pochi giorni dopo. Il 27 maggio, all´assemblea annuale della Confindustria, il premier lancia un´«opa» su Emma Marcegaglia. Davanti ai duemila delegati confindustriali, sale sul palco e dice: «Volete voi che il nostro presidente di Confindustria affianchi il presidente del Consiglio al ministero dello Sviluppo Economico? Alzi la mano chi dice sì…». In una sala ammutolita, tra lo stupore e l´imbarazzo, cala il gelo. E il premier chiosa la sua gaffe: «Nessuno? Allora non potete lamentarvi di quei poveracci che sono al governo e che hanno ereditato un deficit pubblico che si è moltiplicato per otto…». Il terzo tentativo è di un mese dopo: a metà giugno, al termine di un incontro a Palazzo Chigi con le parti sociali, Gianni Letta «abborda» il leader della Cisl, Raffaele Bonanni: «Silvio mi chiede di dirti se saresti disposto a fare il ministro dello Sviluppo Economico…». La notizia non è il rifiuto di Bonanni. Quanto piuttosto la disinvoltura con la quale un importante incarico di governo, decisivo per gli assetti dell´economia, viene offerto indifferentemente a chiunque: un leader degli industriali o un dirigente sindacale.
Incassati i tre no, Berlusconi tira avanti come nulla fosse. Fa di peggio: non nomina un ministro necessario, ne nomina uno impossibile. Il 24 giugno porta al Quirinale non il successore di Scajola, ma Aldo Brancher, premiato «ad personam» all´Attuazione del federalismo, e nominato ministro solo per sfuggire a un processo penale, come nella migliore tradizione berlusconiana. Intanto crescono le tensioni sociali, e in parallelo le pressioni politiche. Dilagano le crisi della Glaxo, deflagrano le proteste dei minatori nel Sulcis, esplode il conflitto sulla Fiat di Pomigliano. In Parlamento piovono le interrogazioni parlamentari su un interim che, alla luce di quello che sta avvenendo nel Paese, sembra sempre più incomprensibile. Il 22 luglio i capigruppo dell´Idv al Senato, Donadi e Belisario, scrivono al presidente della Repubblica: «Intendiamo, con questa lettera aperta, portare alla Sua attenzione la nostra preoccupazione per questo delicatissimo dicastero, strategico per il rilancio dell´economia italiana…». L´iniziativa coglie nel segno. Il giorno dopo al Quirinale, durante la cerimonia del Ventaglio, Napolitano parla chiaro ai giornalisti, prima della pausa estiva: «L´istituzione governo non può ormai sottrarsi a decisioni dovute, come quella della nomina del titolare del ministero dello Sviluppo Economico e del presidente di un importante organo di sorveglianza come la Consob…». Nel frattempo, infatti, all´urgenza di sostituire Scajola si aggiunge quella di sostituire Lamberto Cardia, che il 28 giugno ha lasciato dopo 13 anni il vertice della Commissione di controllo sulle società e la Borsa. Altra posizione «apicale», che una grande nazione capitalista alle prese con fibrillazioni finanziarie e tracolli di mercato non dovrebbe permettersi di lasciare sguarnita.
L´appello del Capo dello Stato sembra raccolto. Lo stesso giorno, a Milano, al termine di un bilaterale con il presidente russo Putin, Berlusconi in conferenza stampa fa un annuncio impegnativo: «In questo periodo ho fatto qualche cambiamento importante nella struttura del ministero, ma ora posso annunciare che la prossima settimana procederemo alla nomina del nuovo ministro per lo Sviluppo Economico…». La notizia viene accolta da un sospiro di sollievo. Non solo sul Colle, ma anche in Parlamento e tra le parti sociali. Ma il sollievo svanisce presto. Il 4 agosto, nell´ultimo Consiglio dei ministri prima delle ferie, la nomina del nuovo ministro «non compare all´ordine del giorno». Il leader del Pd Bersani tuona: «È una vergogna». Fioccano nuove interrogazioni parlamentari. Trapela l´irritazione del Quirinale. Ma il premier tace. Non ha nulla da dire. Nella maggioranza parla solo Daniela Santanchè, con una frase memorabile: «Berlusconi all´interim sta facendo bene…». Da allora, più nulla. E adesso, alla ripresa di settembre, lo Sviluppo Economico rimane ancora «sede vacante».
Nel metodo, l´interim è un´anomalia per due ragioni. La prima ragione è che Berlusconi ci ha abituato a farne un uso smodato. Accadde il 5 gennaio 2002, quando lo assunse agli Esteri dopo le dimissioni di Renato Ruggiero in polemica sull´Europa. Accadde il 2 luglio 2004, quando lo assunse all´Economia dopo le dimissioni di Giulio Tremonti in seguito agli scontri con An e Udc. Accadde il 10 marzo 2006, quando lo assunse alla Sanità dopo le dimissioni di Francesco Storace travolto dal Laziogate. in totale, 471 giorni di interim in tre legislature. Troppi. La seconda ragione è che anche questo interim amplifica, ancora una volta, l´ennesimo conflitto di interessi di un presidente del Consiglio-proprietario di un impero mediatico che, nella sua veste di «ministro competente», deve decidere l´assegnazione delle frequenze televisive alle quali concorre anche Sky (principale concorrente di Mediaset sulla tv digitale) e deve firmare il contratto di servizio con la Rai (principale concorrente di Mediaset sulla tv generalista).
Nel merito, l´interim è un danno per il Paese. Mentre Berlusconi si occupa d´altro, la recessione non rallenta, semmai morde più a fondo nella carne viva degli italiani. Il premier-ministro non parla delle numerose crisi emerse, da Telecom alla Fiat di Pomigliano e Melfi. E non si occupa delle innumerevoli crisi sommerse. Secondo Movimprese, nel secondo trimestre di quest´anno (e dunque in piena coincidenza con l´interim) le aziende italiane che hanno portato i libri in tribunale per fallimento sono aumentate a 3.505, contro le 2.897 dello stesso periodo del 2009. E secondo un report diffuso dallo stesso dicastero dello Sviluppo Economico a metà agosto, i «tavoli» di crisi aziendale aperti presso il ministero, nei primi otto mesi dell´anno, sono passati da 100 a 170. Chi se ne occupa? «I posti di lavoro a rischio – si legge nel documento – sono circa 200 mila». Chi se ne fa carico? «Su 686 “Sistemi locali di lavoro” mappati a livello nazionale, 113 sono in “elevata crisi”, 136 sono in “crisi medio-alta”». Chi li monitorizza? Sono domande senza risposta. L´unica cosa certa è che prima dell´estate (come «Repubblica» ha certificato) è cominciato un silenzioso smembramento del ministero. La manovra 2011 gli ha sottratto 900 milioni di fondi di dotazione. I fondi Ue e Fas sono stati trasferiti al ministro degli Affari regionali Raffaele Fitto. I circa 800 milioni di fondi per il turismo sono passati direttamente sotto la gestione di Michela Vittoria Brambilla. L´Istituto per la Promozione Industriale è stato soppresso. E il 24 giugno 150 imprenditori che avevano vinto il bando per le agevolazioni previste dal programma «Industria 2015» e non hanno visto un solo euro, hanno scritto una lettera al premier: «In queste condizioni è difficile realizzare gli obiettivi condivisi dal ministero».
Non hanno avuto né soldi né risposte. La poltrona dello Sviluppo Economico è mestamente vuota. Da 119 giorni. Quella della Consob lo è altrettanto, da 64 giorni. Ma non importa. «La nave va», avrebbe detto uno dei più famosi «maestri» del Cavaliere. Giusto pochi mesi prima di sfasciarsi sugli scogli.

La Repubblica 31.08.10

"Un passo alla volta per resistere e provare a cambiare", di Mila Spicola

Basta un piccolo passo alla volta per cambiare», diceva qualcuno che di cambiamenti se ne intendeva, Gandhi. Lo ripeto ai miei ragazzi quando mi dicono, pigramente, «non sono capace» e bloccano a mezz’aria matite e colori. Basta un piccolo passo alla volta per fargli buttare giù con forza matite e colori per disegnare il loro presente e il loro futuro. Sono tempi lunghi quelli di un professore. Sono i tempi del silenzio, delle parole, della pazienza, dello sforzo. Domani torno a scuola per il collegio dei docenti di inizio anno. Saranno abbracci e sorrisi e fatti e decisioni di «ordinaria amministrazione » in un mondo che è sempre meno ordinario. È come se a ciascuno di noi, nelle scuole, avessero tolto il sangue poco alla volta: non te ne accorgi ma sei sempre più debole per sforzi sempre più grandi. Più alunni, meno ore, meno tempo, meno soldi,meno aule, meno bidelli. Meno colleghi. I precari che non sono precari: sono colleghi con i quali dividere i primi consigli di classe, con i quali programmare decisioni e lavori, ai quali raccontare di Luigi, di Antonio, di Martina. Uno ha il padre in galera, l’altro è quello «bravo», lui invece ha delle difficoltà relazionali. E spesso è un eufemismo. Quel collega vivrà con me un anno intero. Caffè e registri, progetti. E adesso lo ritrovo in via Praga, un budello di pochi metri dove si trova l’ufficio scolastico provinciale di Palermo, a tentare di capire se «ci sarà» o meno. Una di questi è Cleide. Docente di sostegno, la mia Cleide, l’unico sostegno, un’ora appena, che io ho avuto lo scorso anno, sulle 18 che insegno, nelle mie 9 classi, e tra i miei 240 alunni circa. Cleide è brava. Si occupava di M., uno dei miei alunni «h», in genere i nostri più amati e sono quelli più bistrattati dalle leggi. La Gelmini, o chi attraverso di lei, ha tolto loro ore di sostegno. Eppure con la mia Cleide, ed M. ne abbiamo compiute di meraviglie. Cleide è incinta. Sarà di nuovo mamma. È precaria, esclusa. Eppure è di una bravura… come tanti colleghi precari. Come Caterina, con la quale abbiamo veramente condiviso battaglie su battaglie in questi tre anni e in queste ore è a Roma a fare lo sciopero della fame. Come Gandhi? Sì: gesti eclatanti per permetterci di compiere i nostri piccoli passi lenti in modo sano, dentro le classi. Per permetterci di tornare a fare con dovizia di attenzioni e di mezzi il nostro mestiere e allontanare da noi l’ombra dell’accusa di essere «agitatori sociali» o, peggio, mangiapane a tradimento. Per permetterci persino, a chi fa politica attiva, di schivare la accuse di protagonismo. Ché poi tanto ti arrivano lo stesso: se stai zitto perché stai zitto, e se parli perché ci sarà sicuramente un retro motivo a giustificarlo, il tuo dire. Mai e poi mai viene da dire la verità: amiamo questo mestiere come un adolescente la propria ragazza. Eppure, posso dirlo? In beni quantificabili ci dà sempre meno.

L’Unità 31.08.10

"I peccati della legge elettorale", di Michele Ainis

L’appello per l’uninominale, firmato da intellettuali e da politici di ambedue gli schieramenti, ha il pregio di deporre sul tappeto un’idea concreta, in alternativa all’attuale legge elettorale. Però, attenzione: il sistema perfetto non esiste, anche se nessun sistema al mondo sarà mai peggio del Porcellum. E in secondo luogo alle nostre latitudini la ricerca della legge perfetta diventa sempre un alibi perfetto per lasciare tutto come prima.

Si sa come vanno queste cose: tu metti insieme due partiti attorno a un tavolo, loro sputano fuori tre idee distinte e contrapposte. Salvo poi mettersi d’accordo se c’è da tirare uno sgambetto all’avversario, facendolo cadere un metro prima del traguardo. Nel 2005 la legge Calderoli è nata a questo scopo, per sabotare il trionfo annunciato del centrosinistra alle elezioni successive. In Italia nascono così pure le riforme costituzionali, da quella «federalista» dettata dal governo Amato nel 2001 alla «devolution» battezzata dal governo Berlusconi nel 2005, in entrambi i casi alla vigilia d’una prova elettorale. Insomma qui da noi la Grande Riforma è sempre un bottino di guerra, imposto col coltello fra i denti dalla maggioranza di turno all’opposizione di turno. Meglio non farsi illusioni.

C’è però un esercizio cui possiamo dedicarci, mentre la politica affila i suoi coltelli. Possiamo elencare non tanto le virtù, quanto i peccati mortali della legge elettorale. Possiamo ripetere il verso di Montale: «Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

E i peccati da cui dovremmo mondarci sono almeno quattro, come gli elementi del nostro pianeta.

Primo, la terra. Quella italiana, che calpestiamo tutti i giorni. Significa che non è una buona legge elettorale quella che offende le nostre tradizioni, il nostro abito civile. Come diceva il vecchio Montesquieu, le leggi dovrebbero rispecchiare la geografia dei popoli, il numero dei cittadini, perfino il clima. Sicché smettiamola d’almanaccare sui modelli stranieri, dividendoci fra tifoserie tedesche, francesi, americane. E siccome la nostra carta d’identità collettiva si conserva nella Costituzione, via il premio di maggioranza (340 deputati) senza una soglia minima per guadagnare il premio. Così com’è viola il principio costituzionale dell’eguaglianza del voto. E con la scomposizione del quadro politico, permette a una coalizione votata dal 30% del corpo elettorale d’accaparrarsi il 54% dei seggi in Parlamento. Accaparrandosi per giunta il presidente della Repubblica, quelli delle Camere, i giudici costituzionali.

Secondo, il fuoco. Quello che dovrebbe divampare attorno ai santuari dei partiti, restituendo voce ai cittadini. Perché sta di fatto che il Porcellum ci ha tolto la possibilità di scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento. E perché non è affatto vero che anche in passato la scelta stava tutta nelle mani dei partiti. Con il Mattarellum le segreterie politiche sceglievano i candidati, non gli eletti. Se aggiungiamo l’obbligo d’indire le primarie su ogni candidatura, se sforbiciamo il numero di sottoscrizioni necessarie per presentarsi alle elezioni (alla Camera servono 4500 firme), forse s’aprirà una chance anche per i non addetti ai lavori.

Terzo, l’aria. Quella che respira l’eletto dev’essere la stessa che respira l’elettore. In questo senso l’uninominale recupera un rapporto fra i due perfetti sconosciuti inventati dalla legge Calderoli. Di più: recupera il sapore della sfida, uno contro uno. Poi vi si potrà affiancare una quota proporzionale, tagliare ogni collegio in lungo o in largo, plasmare il sistema secondo le nostre specifiche esigenze. D’altronde i collegi uninominali inglesi sono ben diversi da quelli tedeschi o francesi. L’importante è che i parlamentari rimangano ancorati al territorio, e che quest’ultimo non sia esteso quanto un continente. Come diceva, ancora, Montesquieu: una buona Repubblica deve riflettersi su un piccolo territorio.

Quarto, l’acqua. Sorgente di vita, giacché in Italia avremmo quantomai bisogno di far sorgere una nuova classe dirigente. Quella che c’è è la stessa da vent’anni, e da vent’anni caracolla con il suo fagotto di promesse tradite, riforme mancate, progetti effimeri quanto un battito di ciglia. Ma almeno questo non dipende solamente dalla legge elettorale, benché la legge attuale santifichi la cooptazione come tecnica di trasmissione del potere. Dipende da noi, dalla voglia che ci rimane in corpo.

La Stampa 31.08.10