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"In sette mesi oltre 650mila cassintegrati", di Roberto Mania

Un esercito di cassintegrati a zero ore: oltre 650 mila nei primi sette mesi di quest´anno. È come se l´intera popolazione di una città come Palermo fosse rimasta a casa da gennaio a luglio senza mai andare a lavorare. È un pezzo del nostro sistema industriale che si sta insabbiando, per il quale i segni di ripresa potrebbero non arrivare mai. A elaborare i dati dell´Inps sulla cassa integrazione (ordinaria, straordinaria e in deroga) è stato il dipartimento Settori produttivi della Cgil, secondo il quale ciascun lavoratore in cig a zero ore ha perso circa quattromila euro di retribuzione, ricevendo unicamente il sussidio al reddito. Un “buco” potenziale nella domanda interna che si avvicina ai tre miliardi di euro. Non a caso la Confcommercio ha lanciato poche settimane fa un vero allarme sul calo dei consumi in Italia.
I dati della Cgil coincidono sostanzialmente con quelli dell´Unità per la gestione delle crisi presso il ministero dello Sviluppo economico dove arrivano i casi più difficili, le aziende che appaiono quasi spacciate. Valga per tutti l´esempio della “Antonio Merloni” (elettrodomestici) che occupa circa quattromila lavoratori distribuiti in tre stabilimenti (nelle Marche, in Emilia Romagna e in Umbria) e che da anni ormai si dibatte alla ricerca di una soluzione. Per questo – sostengono i sindacalisti di Corso d´Italia – il 2010 è destinato ad essere «l´anno del boom della cassa integrazione». Analisi non diversa, nella sostanza, da quella svolta ieri dall´ad di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera: «Ci stiamo rimettendo in moto ma non abbiamo neanche lontanamente raggiunto la velocità di cui avremmo bisogno per creare nuova occupazione».
La tesi della Cgil, allora, è che dai dati della cassa integrazione stia ormai emergendo l´Italia che dalla crisi non è mai uscita. La conferma arriva anche dall´aumento (+17,45 per cento) delle richieste di cassa integrazione per fallimento, per ricorso all´amministrazione controllata (+30 per cento) o al concordato preventivo (+ 14,95 per cento). «La cruda realtà – è scritto nel dossier – è che la ripresa non investe tutto il Paese e la forbice tra le attività in ripresa e il resto dell´economia comincia ad allargarsi». In sostanza da una parte c´è chi, forte anche di prodotti innovativi, si è rapidamente spostato sui mercati asiatici, sudamericani e anche medio orientali, oppure ha potuto agganciarsi alla locomotiva tedesca; dall´altra chi aveva fatto del mercato domestico la principale area di sbocco e ora non riesce più a reggere la competizione.
Può spiegarsi anche in questo modo la crescita (+ 10 per cento circa) della richiesta di cassa integrazione tra giugno e luglio, nonostante qualche segnale di ripresa mondiale. Nel dettaglio, la cassa ordinaria è aumentata mese su mese dell´1,64 per cento; la cassa straordinaria ha fatto registrare un +26,32 per cento e la cassa cosiddetta “in deroga” si impennata in un anno (da luglio 2009 a luglio 2010) del 414 per cento.
Secondo la Cgil la galoppata della cassa integrazione straordinaria (in un anno + 216,48 per cento) confermerebbe che ormai «molte aziende continuano a non riprendere il lavoro oltre il tetto massimo delle 52 settimane previste per la cassa ordinaria». Inoltre sarebbero «sempre più i lavoratori che restano disoccupati senza più coperture».
Le grandi e medie imprese hanno assorbito, per ora, soprattutto la cassa ordinaria e quella straordinaria, ma, come la stessa Fiat, si stanno “spostando” verso il bacino della cassa in deroga. A questa si sono rivolti i settori un tempo privi di questo tipo di ammortizzatore sociale: edilizia, commercio, piccola industria. La cassa in deroga (finanziata dalle regioni) è diventato lo strumento più utilizzato nel 2010. E ora – secondo la Cgil – si potrebbe porre anche un problema di risorse visti i tagli che con la Finanziaria sono stati fatti agli enti locali.

La Repubblica 31.08.10

"Riapre la scuola del ministro Gelmini senza insegnanti", di Maristella Iervasi

«I have a dream» dice all’Unità on line la maestra Linda Ciullara. «Sogno il cedolino…. Sogno di svegliarmi presto e fare le corse per andare scuola. Sogno di posare gli occhiali, e i compiti corretti sul comodino e non dovermi svegliarmi e scoprire che sul comodino ci sono solo troppe bollette da pagare». Zaini in spalla, la scuola sta per cominciare. La campanella per l’inizio delle lezioni suonerà per tutti lunedì 13 settembre, salvo anticipi sull’anno scolastico. Ma l’istruzione pubblica che riapre i battenti è sempre più «ristretta»: meno classi e più studenti tra i banchi, meno docenti, meno bidelli, meno igiene e sicurezza degli edifici. E meno fondi in cassa e zero carta igenica nei bagni. Il count-down della protesta questa volta è scattato in anticipo: supplenti e personale precario Ata hanno manifestato fin da Ferragosto con sit-in a Montecitorio e sotto il Miur.
AVVIO TRA LE PROTESTE Sono oltre 22mila i precari a rischio licenziamento quest’anno, alcuni sono in sciopero della fame. Altri hanno già occupato gli Usp. Altri ancora, come Retescuola di Agrigento, lanciano l’idea dell’«Invasione dello Stretto»: una catena umana contro la distruzione della scuola pubblica, nei pressi dell’opera simbolo dello spreco statale, il Ponte di Messina. Anche il sindacato è in mobilitazione. Per ora solo la Flc-Cgil si è mossa: assemblee negli istituti fin dal primo giorno di scuola, sciopero a intermittenza nelle prime ore dal 1°ottobre e i sabati della Conoscenza nelle piazze (l’11 e il 18 settembre) per informare le famiglie sullo stato della scuola. NOMINE Più della metà di 10mila posti di insegnante per il 2010/2011 vanno ai docenti di sostegno (5.022, pari al 50,2% del totale). 1.681 all’infanzia, 792 alla primaria, 1.740 alla secondaria di primo grado e 729 alla secondaria e 6.050 amministrativi, tecnici ed ausiliari. Assunzioni “contate” e all’insegna dello squilibrio, come si evince dalle tabelle provincia per provincia pubblicate dal Miur. Zero maestre elementari in Campania, Puglia e Sicilia. A fronte dello strapotere della Lombardia in tutti gli ordini scolastici (infanzia, primaria, medie e superiori): 1.547 nuovi posti da professore e 1.207da impiegato tecnico amministrativo. Una “scelta” dipesa dall’alto numero di posti vacanti e dalla bassa presenza di titolari in sovrannumero. E per le supplenze solo briciole: all’incirca sono 100mila posti in tutt’Italia: 20mila per gli insegnanti senza cattedra e 50mila per gli Ata, oltre ai posti temporanei e fino al 30 giungo. Marystar (Gelmini) –come la chiama la scuola in protesta – si merita proprio un premio per aver incrementato in Italia la disoccupazione tra il personale docente e non ma anche la disuguaglianza tra gli studenti. Bene ha fatto il Codacons ad assegnare al ministro dell’Istruzione il beffardo rinoscimento: «Giufà 2010».
LE NUOVE SUPERIORI Lo scorso anno la controriforma Gelmini si è abbattuta sulla scuola elementare, eliminando il modello tanto vantato all’estero delle compresenze e imponendo dall’alto il maestro unico prevalente per giustificare i tagli. Ora tocca ai licei e agli istituti tecnici e professionali. Sei gli indirizzi per i licei, con opzioni per gli studenti dell’anno scolastico 2010-2011 e si comincerà con le prime e le seconde classi. Eccoli: Classico, Scientifico (con anche un indirizzo tencologico), Musicale e Coreutico (con 44sezioni in tutto), il liceo delle Scienze umane con la new entry dell’indirizzo economico-sociale, l’Artistico (articolato in 3 indirizzi: arti figurative, architettura/design/ ambiente e quello audiovisio/ multimedia/scenografia) e infine il liceo Linguistico, con 3 lingue straniere una materia non linguistica che verrà insegnata in inglese. In partica, meno ora di lezione per la maggiorparte degli iscritti, soprattutto al biennio: 27 ore contro le 30delle medie. Al Classico l’inglese per tutto il quinquennio. Allo scientifico- tecnologico salta il Latino. Ma per la Gelmini è “una riforma epocale”. Tecnici: due soli settori (economico e tecnologico) e 11 indirizzi con un orario settimanale di 32 ore di lezione contro le 36 dello scorso anno. Professionali: ridotti da 26 a soli 11 indirizzi. Due macrosettori: servizi e industria e artigianato.

ALUNNI STRANIERI Con una circolare il Miur ha imposto il tetto del30%degli studenti stranieri con ridotta conoscenza della lingua italiana per classe. Il limite per quest’anno riguarda solo le prime classi. La Flc-Cgil ha impugnato il provvedimento davanti al Tar del Lazio.

L’Unità 31.08.10

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“Neolaureati, disabili, precari, la campanella non suona per tutti”, di Giuseppe Rizzo

Per chi suonano le campanelle? Per i disabili scarsamente assistiti, per i professori precari, per il personale Ata, per i genitori che non riescono a star dietro alle spese dei libri e del materiale didattico necessario per i propri ragazzi e per i dirigenti scolastici che in alcuni casi non hanno soldi neanche per la carta igienica. Da Palermo ad Aosta, le campanelle stanno per suonare e, come molti di ci hanno scritto a unisciti@ unita.it e sulla nostra pagina Fb, sono campanelle foriere di brutte notizie per la scuola. I tagli della Gelmini, tra i banchi, si trasformano in storie di licenziamenti, di precari decennali messi alla porta, di classi sovraffollate e risorse centellinate col contagocce. Per tutta l’estate ci avete scritto, segno che i portoni delle scuole si son chiusi solo per il ministro e non per voi. Continuate a farlo, a scriverci cosa sta succedendo nelle vostre scuole e noi pubblicheremo i vostri racconti.

Sui disabili solo promesse
Informo di aver presentato un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano a proposito della situazione di degrado e abbandono in cui mia figlia, disabile grave, è costretta durante la giornata, assieme ad altri quasi 70 minori, presso la Scuola Speciale Statale ospitata dalla Fondazione Don Gnocchi di Milano. Negli anni, io e altri genitori abbiamo più volte segnalato alla Direzione Didattica e alla Fondazione le gravi carenze di servizi e di personale, senza peraltro vedere soluzioni, ma solo promesse. La Fondazione riceve migliaia di euro dall’Asl a rimborso della permanenza dei bambini che in cambio ricevono poco e niente. Sono a disposizione per ulteriori informazioni e per fornire copia dell’esposto di cui sopra. Ringrazio in anticipo se potete dare voce alla mia protesta affinché in un Paese che si dichiara civile anche i diritti dei disabili vengano rispettati.
MARA UGENTI

Precario dall’86, ora a casa Sono un insegnante di Scienze Motorie dal 1986. Ho insegnato negli ultimi dieci anni con incarichi annuali, nel senso di assunzione a settembre e licenziamento a giugno, tuttavia ero soddisfatto, anche se questa situazione creava una condizione di umiliazione. Dopo tanti anni, quest’anno, insieme a oltre20000 colleghi, in particolare del Sud, a seguito della Riforma Gelmini (Ministro della Pubblica Istruzione) siamo stati messi fuori dalla scuola, io sto lavorando con poche ore settimanali, con uno stipendio da fame. Nel mese di Agosto, facendo seguito ai tanti movimenti di precari in lotta sorti in tutta Italia per contestare questa riforma, ho creato ad Avellino il CPS, Coordinamento Precari della scuola. Insieme a circa 200 precari abbiamo dato luogo ad una serie di manifestazioni, scioperi, assemblee, presidi permanenti, tutto in perfetta sintonia con le azioni dei tanti movimenti di precari in Italia.

Dopo 11 anni, mi penso triste senza i ragazzi Sapevo che sarei stata un’insegnante già a sei anni. Lo sapevo e lo volevo. Mi sono laureata in filosofia e ho sempre lavorato in ambito educativo dall’età di ventun’anni, perché per me è una reale passione. Dopola laurea ho conseguito due abilitazioni con il massimo dei voti alla SISS… nella SISS di un’altra regione, perché i miei corsi, nella mia regione non c’erano. Mi sono sobbarcata fino a 400 km al giorno, tra andata e ritorno e ho cominciato con le supplenze. Una gioia che non posso raccontare, una gioia che ancora oggi, dopo undici anni, accompagna il mio quotidiano lavoro. Ho collaborato e ho litigato con molti colleghi, quasi tutti persi per strada, data la mia condizione di precarietà. Quest’anno non so cosa accadrà, sono qui e davvero tremo dentro, non tanto e non solo per la paura di non avere uno stipendio, qualcosa troverò – continuo a ripetere a me stessa e alla mia bimba di quattro anni che qualcosa troverò nel caso, anche se in certi momenti non ci credo molto, ho quasi quarant’anni, chi mi si prenderebbe? A questa gente fa comodo distruggere definitivamente uno degli organi pulsanti della nostra democrazia: una scuola pubblica e laica, che zoppica ma ancora c’è.
Mi penso senza i ragazzi, senza le ore trascorse con loro, senza la possibilità di lavorare con loro sui punti di forza e di debolezza e mi sento davvero mancare il respiro. Egoisticamente penso che non potrò più mettermi continuamente in discussione grazie al mio lavoro e mi sento di colpo vecchia a 37 anni.
LUCIA DONAT CATTIN

Io precaria, mio figlio in classe con altri 27 e una sola maestra Sono una trentacinquenne “precaria”da 9 anni. Prima in graduatoria da tre anni in Umbria, nessuna immissione in ruolo e condizioni di lavoro in peggioramento… Specializzazione nel sostegno, tre master…Potrei essere annoverata tra le docenti meritevoli? Qualcuno ha forse chiesto il mio curriculum, ha controllato il lavoro svolto in classe… Parole vuote meritocrazia., selezione per competenza…. La scuola italiana è il vostro più grande fallimento, peggiorata al punto da avere 33 ragazzi in aule che non sono neppure a norma e ai quali sarà destinata una sempre minor offerta formativa.. Per non parlare di mio figlio di 4 anni che all’asilo si ritrova con altri 27 bambini ed una sola maestra in parte della giornata….

Neolaureato: noi neanche riusciamo a essere precari Ho26 anni, mi sono iscritto alla facoltà di Lettere a 19 anni con la speranza di diventare insegnante perché l’ho sempre considerato un lavoro difficile ma meraviglioso. Quando mi sono laureato nel Marzo del 2009, le SICSI, scuole di specializzazione all’insegnamento, erano state già chiuse dalla Gelmini e non c’è stato modo per me, e per tutti i laureati degli ultimi2 anni di tutte le facoltà, di abilitarci all’insegnamento e di essere così inseriti nella prima fascia delle graduatorie scolastiche. Hofatto l’inserimento nelle graduatorie di terza fascia della provincia di Treviso (dato che al Sud non c’era alcuna speranza)ma nell’anno scolastico 2009-2010 non ho ricevuto nemmeno una telefonata. In passato anche i non abilitati di terza fascia venivano chiamati, laddove c’era carenza di personale, per delle supplenze. Oggi è impossibile, nessuno dei miei ex compagni di università ha avuto una chiamata da una scuola. Per questo motivo inviterei tutti a ricordarsi che non ci sono soltanto migliaia di precari che non possono più insegnare a causa dei tagli, ma ci sono migliaia e migliaia di giovani che non hanno avuto mai la possibilità di entrare nella scuola e di fare le prime esperienze di insegnamento.
ANTONIO SIRAGUSA

Tagli: niente più compresenze o aiuti ai bimbi in difficoltà Nella mia scuola, storicamente a tempo pieno, il prossimo anno, causa mancanza insegnanti, andremo ad attuare una modularizzazione con l’uso delle ore di compresenza in classi diverse dalla propria. Questo comporterà una diminuzione della qualità dell’offerta formativa, nell’impossibilità di usare tali ore per il recupero dei bambini in difficoltà, per le attività in piccolo gruppo e per le uscite sul territorio.
VALERIA PRITONI

Tagli agli Ata: a Villagrande Strisaili, in Ogliastra, è stato tagliato il personale Ata, finendo per schiavizzare il personale in servizio!
GIULIA CONTU

Perdere il lavoro a 52 anni. Vedere una collega precario da più di dieci anni, praticamente disoccupato con la totale certezza di non poter più lavorare a scuola, a 52 anni, sposato con tre figli all’università, a me ha spezzato il cuore.
CLEMENTE MAZZÙ

Tutti in piazza Stanno smantellando tutto con un’ossessione patologica,ma davvero l’Italia è un paese anomalo! Qui dovremmo scendere tutti in piazza o sbizzarrirci con mille e più iniziative di protesta e invece come ebeti, frastornati e impotenti, aspettiamo “a cuccia” la prossima razione di fango del nostro “pseudogoverno”.
PASQUALE DANIELE

Bagni come fogne A Napoli, rione Sanità, la situazione è questa: la scuola non è neanche più vista come un passaggio fondamentale della vita di un ragazzo. È una perdita di tempo. E noi, per incentivarlo in questa sua idea che facciamo? Niente, tagliamo i loro professori, li costringiamoa ore buche perché non ci sono soldi per pagare gli studenti, a chiedere di organizzare spettacolini per comprare gessetti e lavagne, a scongiurare i genitori di non avere troppe pretese e non prendersela con noi se i figli non possono neanche entrare nei bagni tanta è la puzza di fogna. Gli affiancamenti e i corsi pomeridiani per i più bisognosi ce li sogniamo.
MARIA CONCETTA, NOVARA

L’Unità 31.08.10

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Cgil: Gelmini peggio di Marchionne, taglia 25mila posti
ROMA – Il governo e il ministro Mariastella Gelmini stanno adottando rispetto al sistema della scuola pubblica il metodo dell’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne: quello dei licenziamenti. È di questa idea il segretario generale della Flc Cgil, Mimmo Pantaleo, che sostiene il sit-in dei precari della scuola davanti a Montecitorio.
«La ministra Gelmini – sostiene Pantaleo – ha trovato il tempo di lodare il metodo Marchionne attraverso un’intervista in cui dà ragione alla Fiat per non aver reintegrato tre lavoratori. Ma rispetto ai precari della scuola non abbiamo sentito una parola». La Cgil scuola teme che «il metodo Marchionne, che è quello dei licenziamenti, sia la stella polare con cui Gelmini e il governo intendono affrontare i problemi della scuola pubblica».
Il sindacato ha fornito le cifre per questo anno rispetto ai tagli previsti dalla riforma Gelmini: «25600, e sono dati ufficiali, oltre il 50% dei quali concentrati nel sud d’Italia». Questo anno i precari in attesa della nomina annuale sono circa 20 mila «13 mila docenti, e 7 mila Ata, ma le cifre definitive le sapremo solo al termine delle assegnazioni su cui si è in ritardo perché sono slittate di una decina di giorni».

La Provincia/Piacenza 31.08.10

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Il “dopo Cristo” della Gelmini, di Pippo Frisone

Non è da oggi che il camaleontico Ad della FIAT Marchionne va sostenendo che la globalizzazione ci ha scaraventati irrimediabilmente nell’epoca “dopo Cristo”.
Cosa ciò significhi basta chiederlo agli operai di Pomigliano o a quelli di Melfi.
“Dopo Cristo” per Marchionne significa aumento della produttività, maggiore flessibilità, utilizzo pieno degli impianti giorno e notte, meno diritti contrattuali agli operai, licenziamenti.
Altrimenti gli investimenti vanno in Serbia o in Polonia. Il “dopo Cristo” della scuola, invece, è iniziato con la finanziaria del 2009, quella approvata dal consiglio dei ministri in mezz’ora ( L.133/08), fortemente voluta da Tremonti, con la faccia della Gelmini e tagli da 8miliardi che significano 85mila cattedre + 45mila posti ATA in meno (130.000).
Gli effetti sono stati e saranno una forte riduzione del personale in servizio (43 mila in media all’anno per un triennio fino al 2012).
Aumento degli esuberi di ruolo (oltre 5mila) soprattutto nelle scuole del centro-sud.
Licenziamenti e disoccupazione per migliaia di precari annuali (almeno 10mila).
Riduzione dei finanziamenti alle scuole che vantano dal ministero un miliardo di euro di arretrati. Taglio del 50% alla formazione e alle supplenze. Tagli al tempo pieno e al tempo scuola degli studenti. Minori risorse all’integrazione di alunni stranieri e handicappati. Blocco per un triennio del contratto nazionale, riduzione dei diritti contrattuali, rilegificazione.
Ulteriore rinvio delle elezioni delle RSU e loro probabile superamento. Inasprimento delle sanzioni disciplinari e dei rapporti gerarchici.
E’ un dopo Cristo della scuola molto pesante quello voluto dalla Gelmini, in controtendenza a quanto sta avvenendo negli Stati Uniti o nella maggior parte dell’Europa, dove le risorse destinate all’istruzione, formazione e ricerca vengono aumentate e non tagliate, dove si investe per aiutare i rispettivi paesi ad uscire dalla crisi. In Italia, invece, si tagliano le risorse sulla conoscenza per fare subito cassa, mettendo così a rischio il futuro d’intere generazioni, condannando così il paese ad un inarrestabile declino. Perciò il “dopo cristo” della Gelmini, al di là della strumentale solidarietà mostrata all’Ad della Fiat (“è giusto che la Fiat non rispetti la sentenza…”), è ancora peggio di quello di Marchionne.
Senza investimenti e senza futuro.E’ un “dopo Cristo” solo per poveri cristi!

da ScuolaOggi 31.08.10

Ognuno protagonista di un pezzo di storia da costruire. Idee per l'Italia che verrà

Incalzato da Marco Castelnuovo, giornalista de La Stampa, Marco Meloni, responsabile Pd di Riforma dello Stato, Pubblica Amministrazione, Università e Ricerca ha voluto ricordare come l’impegno del Pd vada distinto tra la proposta politica alternativa di medio-lungo respiro e le risposte da dare nell’immediato dell’attualità politica. “Occorre reagire nell’immediato, proprio perché viviamo un periodo di politica instabile e siamo chiamati a difendere la democrazia. Ma, nello stesso tempo, continuare a fare una discussione politica nell’Assemblea nazionale per una chiara proposta alternativa”. In oltre 15 anni di Berlusconi non è stato realizzato alcun processo riformatore: “il berlusconismo è giunto alla sua naturale consunzione – ha continuato Meloni – e per questo dobbiamo rilanciare la speranza per un Paese coeso, per i giovani in base ai propri meriti”. Interrompere il circolo vizioso dove regole scriteriate sono diventate normali e dove si è perso il senso di legalità complessiva.

Per Debora Serracchiani, europarlamentare del Pd, il primo investimento per il futuro è rappresentato dalla competitività che sono il sapere può dare. “C’è solo uno stato europeo che in questo periodo di crisi ha smesso di investire in Scuola, Università e Ricerca: è l’Italia. È il sapere che nel mercato globale garantisce le condizioni di competitività”.

Stiamo assistendo ad una abdicazione della classe dirigente del futuro. L’esempio che ci da la Germania dovrebbe farci aprire gli occhi: “con una politica industriale orientata verso le energie alternative sono riusciti a creare 250mila posti di lavoro nuovi e non di ricollocamento. Primeggiando in un settore hanno vinto la scommessa della competitività. In Italia non si fa così. Un vero governo che fa politica si siede al tavolo e si confronta con le parti senza accettare ricatti. Un governo che fa politica non si prende i meriti per il taglio del nastro di qualcosa che è stato messo in pratica da qualcuno precedente”.

Più critico è stato il giudizio del professore Giovanni De Luna che ha voluto pungolare i due esponenti democratici. “Siamo in un nuovo mondo e come tale va visto perché i problemi non si possono affrontare solo con decisioni politiche. È necessario conoscere il passaggio storico che stiamo vivendo e puntare maggiormente su un’identità precisa”.

La disaffezione politica è un fenomeno principalmente di sinistra e per questo “occorre riguardare complessivamente gli schieramenti non ripresentando gli schemi degli ultimi 60 anni. Occorre costruire un minimo albero genealogico della nostra politica, sapere quale sono le nostre radici”.

Una tesi ripresa anche dal professore Schiavone che ha voluto evidenziare come l’egemonia culturale della sinistra tra gli anni ’60 e ’70 era legata alla conoscenza e alla modernità. “La sinistra fu capace di interpretare la necessità e la voglia di modernizzare il Paese. Il Pci era una forza modernizzatrice. Oggi invece abbiamo perso questo rapporto con il Paese perché non c’è stata una lettura delle grandi trasformazioni come la deindustrializzazione, il cambiamento dello stato sociale e la globalizzazione. Marchionne quando parla che non esiste più lo stato sociale degli anni ’70 dice una grande verità ma non dà una soluzione. Oggi non si trovano nuovi meccanismi di tutela dei lavoratori”.

“La proposta di Berlusconi – ha continuato Schiavone – si è polverizzata sebbene potrà rimanere in carica per altri 2/3 anni. Stanno emergendo nuove linee come quella voluta da Tremonti fatta di rimpicciolimento, chiusure e difese”. Una linea contraria alla pluralità, alla società multietnica e sempre più egoista. “Da qui il deficit nostro perché non riusciamo a dare risposte. Ora è importantissimo il pensiero, l’analisi e la proposta: serve una storia, chi la racconta e come la racconta. Davanti a noi si è aperta un’autostrada sociale ancora più grande di quella che percorse Berlusconi nel 1994. Dobbiamo far nostra questa autostrada altrimenti ci sarà un’Italia ancora più brutta”.

L’analisi di Schiavone è stata abbracciata da Marco Meloni che ha evidenziato come la lacuna del Pd di “essere percepito come una forza conservatrice è perché, forse, non è stato capace di interpretare bene i cambiamenti in corso o perché li ha studiati con vecchi sistemi. Da questa fase si esce se riusciamo a dire le stesse cose a Torino, a Bari e a Cagliari. Parlare con una sola voce che tutti possano capire”.

Ma per Meloni vanno respinte le critiche e i luoghi comuni sul fatto che il Pd non faccia proposta politica. “Le proposte ci sono e sono state presentate in Parlamento. Verrebbero prese in considerazione in un Paese normale, ma non in Italia dove il Parlamento è chiamato solo per intervenire sui processi di Berlusconi”.

Una tesi che non è stata accolta del tutto da De Luna il quale ha voluto riporre l’accento sul problema dell’identità del Pd e del suo racconto da proporre. “Berlusconi ha azzerato la religione civile, quella fatta dagli eroi della Resistenza. Oggi il paradigma è fatto da vittime e non eroi. È stata creata la democrazia del dolore al posto di quella che dovrebbe essere”.

“Il Pd – ha replicato Debora Serracchiani – non è il compromesso tra storie precedenti. È una storia nuova. Proveniamo sì da storie ma queste devono essere portate nel futuro e modernizzate”. Nella storia che va scritta, che va raccontata e con dei modi giusti è necessario che “ogni italiano si riconosca in un pezzo, anche piccolo, della sua vita. Marchiando la differenza tra la proposta politica nostra e loro, puntando sulla dignità e sull’orgoglio di essere italiani, ognuno protagonista della storia che costruiamo. Radichiamo le idee e poi le persone, la nostra identità si costruisce giorno per giorno”.

“Il Paese – ha confermato Aldo Schiavone – non ha più bisogno della proposta di Berlusconi perché è un programma vecchio. Opponendosi a Berlusconi in difesa della democrazia, non si vince. Noi dobbiamo dare un’alternativa”.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it

Pd, Bersani attacca la Lega "Sul territorio la battiamo 10 a 0", di Giovanna Casadio

Bersani rilancia l´orgoglio del Pd e attacca Bossi. In Lombardia roccaforte leghista, a Cremona, il segretario democratico rivendica la forza e il radicamento del partito. «Noi battiamo in questo la Lega 10 a zero – dice – Mi sono un po´ stancato di queste leggende metropolitane sul consenso che la Lega ha al Nord. Noi stiamo facendo in Italia 2000 feste Pd, abbiamo decine di migliaia di volontari. Non abbiamo niente da farci dettare ma casomai da dare lezioni in fatto di territorio e di radicamento». Dispiaciuto Bersani invece per quelle critiche, diffidenze e dubbi che – dopo gli apprezzamenti, soprattutto quello di Prodi – piovono ora sulla sua proposta di Nuovo Ulivo, ovvero di come riorganizzare il campo del centrosinistra e quindi la riscossa anti-Berlusconi. «Il Nuovo Ulivo può interessare Di Pietro, Sel e Rutelli», ribadisce.
È il momento delle polemiche nelle file democratiche. Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi demolisce la “costruzione” politica bersaniana picconandone l´architrave con una battutaccia: «Il Nuovo Ulivo fa sbadigliare, è ora di rottamare i nostri dirigenti». E indica tre nomi per la leadership democratica, cioè Zingaretti, Chiamparino e Vendola. Bersani in questo quadro fa parte del vecchio di cui «liberarsi», insieme con D´Alema e Veltroni. Gli risponde duramente il segretario democratico di Torino, Gioacchino Cuntrò: «Il popolo di centrosinistra spera in Bersani, prova ne è l´accoglienza alla Festa di Torino. Evidentemente Renzi chiuso nei bellissimi palazzi fiorentini non può accorgersene, ed è un peccato che dal sindaco di una grande città come Firenze arrivi come unico contributo una critica fine a se stessa». E Michele Ventura rincara: «È il momento di fare squadra, non servono uomini soli».
Avverte dei rischi e si mostra scettico sul Nuovo Ulivo anche Giuliano Amato, che alla Festa di Torino ieri parla di unità d´Italia e di federalismo: «Se l´Ulivo è un cartello elettorale allora è destinato a fallire. Non si possono mettere dei pezzi nello stesso cassetto se non gli si dà un senso politico». Attenti quindi – è il ragionamento dell´ex premier – perché «l´esperienza 2006-2008 ha avuto momenti di frustrazione che potrebbero ripresentarsi se il principio è di occuparsi di ciò che ci divide e non di ciò che ci unisce. Se la vocazione rimane quella, l´operazione ha poche possibilità di successo». Così come polemico è Arturo Parisi, uno dei “padri” dell´Ulivo del 1996: «Fosse per i nomi, visto che nella proposta di Bersani ci sono tutti (Pd, Alleanza democratica, primarie, Ulivo) dovrei esultare. Quello che conta è quello che ci sta dietro – spiega – Se si dice di tornare allo spirito dell´Ulivo farebbe piacere capire perché ce ne siamo allontanati . Non vorrei, ahimè, che molte delle condizioni che furono alla sua origine non esistono più mentre ci sono quelle che ne causarono la fine».
Il ricorso all´Ulivo sarebbe, secondo Parisi, «un nome di speranza in un momento di disperazione», mentre «la linea di riferimento del gruppo dirigente del Pd resta quella di D´Alema sostenitore dichiarato delle ragioni della restaurazione». A Bersani insomma tocca la scelta tra Ulivo e D´Alema. A favore Piero Fassino, leader della minoranza, che vede il bicchiere mezzo pieno: «Da Bersani giusta proposta per il Nuovo Ulivo. Il fatto che l´Udc abbia confermato di non votare il processo breve, significa che con i centristi è possibile realizzare una convergenza per offrire agli italiani un´alternativa a Berlusconi». Ci sta a mettersi insieme in «un´alleanza riformista» il leader del Psi, Riccardo Nencini. In un´intervista a Repubblica afferma: «Vedo che Ferrero conferma di non volere partecipare all´Ulivo perché non interessato a partecipare al governo. E il nuovo Ulivo si configurerebbe perciò come alleanza di tutti i riformisti».

La Repubblica 30.08.10

"Tor Bella Monaca la politica degli annunci", di Vittorio Emiliani

Tutto fumo e niente arrosto, la sortita di Alemanno? Anche il fumo fa male: può avvelenare. La sortita ferragostana del sindaco di Roma in vacanza a Cortina (“Raderò al suolo Tor Bella Monaca e la ricostruirò”) ha raccolto l’applauso sonoro dell’architetto (divenuto, per qualche foglio, urbanista) Paolo Portoghesi aduso a correre in soccorso del vincitore e dell’Ordine degli ingegneri, oltre che del suo partito, il Pdl. Mentre hanno detto un chiaro “no, grazie” i residenti del quartiere, i parroci, urbanisti, economisti, specialisti (non mancano) della cosiddetta “edilizia di sostituzione” praticata anche in Italia (a Torino Mirafiori, per esempio, e anni fa nelle periferie napoletane come San Pietro a Patierno). 
Vediamo cosa caverà ora dal cilindro Alemanno. Forse un privato potente al quale regalare fior di cubature (in più) per demolire e ricostruire “Torbella” altrove? Il sospetto viene quando si osserva che il quartiere è stato edificato sulla tenuta dei conti Vaselli i quali reclamano tuttora maxi-indennizzi dal Campidoglio per gli espropri subiti. Tuttavia, secondo l’ex assessore all’Urbanistica, on. Roberto Morassut, il costo della gigantesca operazione – coinvolgerebbe 3 milioni di metri cubi e 180 ettari di suoli – sarebbe pari a circa 4 miliardi di euro. Una follia. Né si saprebbe dove mettere nel frattempo oltre 30.000 persone.


In realtà – come ha mostrato il Tg3 guidato dall’urbanista Paolo Berdini – Tor Bella Monaca ha bisogno di investimenti per eliminare una sporcizia intollerabile, per fare manutenzione edilizia, migliorare le scuole, dare vita alle piazze, ai luoghi di socializzazione, offrire un trasporto pubblico collegato al centro che non sia soltanto il bus sulla Casilina distante 3 Km, e così via. Senza dire che il “sindaco della sicurezza” ha assistito impassibile alla soppressione, grazie a Tremonti, del presidio di Ps al centro del grande quartiere romano. 


Se Gianni Alemanno avesse riproposto con forza questi problemi nel contesto di un piano di investimenti pubblici avrebbe compiuto un gesto avveduto. Ancora una volta invece siamo davanti ad una politica fatta di annunci poi puntualmente disattesi, in cui è maestro indiscusso Silvio Berlusconi. Si lancia uno slogan ad effetto, Confindustria e alcuni sindacati plaudono, talune corporazioni brindano. Poi, che succeda o no qualche cosa di concreto non ha molta importanza: l’illusionismo finanziario trionfa nel Paese che, del resto, si è tenuto per un ventennio Mussolini e chissà quanti anni ancora l’avrebbe lasciato a Palazzo Venezia se, imitando Francisco Franco, il duce avesse evitato l’errore mortale della guerra assieme ad Hitler.

Dopo quasi settant’anni siamo tornati lì, nei pressi del 25 luglio 1943? Certo, molti italiani sembrano aver scordato le conquiste concrete della democrazia, i diritti e i doveri, la prassi stessa, di una democrazia vera e partecipata.

L’Unità 30.08.10

"Quel Porcellum sciagurato e resistente", di Ilvo Diamanti

La legge elettorale è argomento di dibattito politico ormai da vent´anni. Con alterne fortune. In questo momento fa discutere in modo particolarmente acceso. Tanto che il Pd ha proposto, se non un governo istituzionale, un´alleanza parlamentare larga intorno a questo esplicito obiettivo.
Scrivere una legge elettorale migliore del Porcellum, come la definì Giovanni Sartori (ispirato dallo stesso autore, il ministro Calderoli). Un´impresa semplice, nei contenuti, perché è difficile immaginare un dispositivo altrettanto sgangherato e precario. Ma, in effetti, assai complicata. Perché, in un sistema politico fazioso come il nostro, il bene comune viene decisamente dopo quello del partito e degli uomini politici. E, nonostante tutto, non sono pochi a considerare il Porcellum vantaggioso. Non per il Paese, ma per se stessi.
Anzitutto (ma non solo, come si dirà più avanti), nella maggioranza. Se si fa riferimento al formato della competizione elettorale del 2008, PdL e Lega continuano a prevalere sull´intesa Pd-IdV. Certo, il PdL appare in difficoltà, viste le tensioni interne – e, infatti, com´era prevedibile, Berlusconi ha congelato la scadenza elettorale. Per ora. Mentre Bersani ha aperto al “nuovo Ulivo”, che, tradotto in termini pratici significa allargare la coalizione oltre l´IdV, come nel 2006. Si tratta, comunque, di lavori in corso. Per cui il PdL, ma soprattutto la Lega, non hanno alcuna intenzione di cambiare il sistema elettorale. Se non dopo aver calcolato bene la propria convenienza, come nell´autunno del 2005. Allora, in vista delle elezioni dell´anno successivo, decisero di abolire la competizione uninominale (dove si eleggevano i tre quarti dei parlamentari), a favore di quella proporzionale (dove il centrodestra otteneva risultati molto migliori). Con tre innovazioni, importanti e significative. L´attribuzione di un premio di maggioranza alla “coalizione” e non al partito vincente. L´indicazione del candidato premier. L´introduzione delle liste bloccate e la conseguente abolizione delle preferenze. In questo modo, il centrosinistra perdeva il suo vantaggio. Mentre il dominus diventava il leader capace di fare coalizione. E, soprattutto, di costringere gli alleati a rispettarla, con le buone o le cattive (cioè: Berlusconi assai più di Prodi e dei successori). Mentre la probabilità di venire eletti, per i candidati, dipendeva dalla loro posizione in lista. Con l´esito di aumentare enormemente il potere delle segreterie centrali e dei “padroni” dei partiti, che detenevano e detengono il controllo delle candidature.
Da ciò i diversi ostacoli – e i diversi nemici – di fronte a ogni cambiamento di questa legge. Vi si oppongono il PdL e la Lega. Soprattutto di fronte alla prospettiva di una legge, come l´uninominale di collegio, che li penalizzi.
Ma è difficile immaginare una larga convergenza, su questa prospettiva, in Parlamento, anche fra i partiti di opposizione. L´Udc, anzitutto, che ispirò l´attuale legge. In nome del proporzionale. Non è pensabile che accetti un´alternativa ancor più maggioritaria.
Nel Pd si incontrano posizioni diverse e lontane. Vi sono componenti disponibili a ipotesi proporzionali, magari di tipo tedesco (i gruppi dirigenti maggiormente ancorati all´esperienza dei vecchi partiti, Popolari e Ds). Mentre altre sono attaccate al principio maggioritario e bipolare, se non più bipartitico (i veltroniani, i prodiani “puri”, come Parisi). Morale: costruire una maggioranza parlamentare intorno a una legge elettorale continua ad essere molto complicato.
Tanto più perché i “riformatori” pensano a reintrodurre il principio di responsabilità “personale”, attraverso le preferenze, nel voto di lista, oppure attraverso l´uninominale di collegio, che rende più stretto il rapporto fra candidati ed elettori. E sottrarrebbe, in parte, ai gruppi dirigenti nazionali il controllo sul partito. Una ragione sufficiente per ritenere non solo utile, ma necessaria una nuova legge elettorale. Che restituisca maggior potere agli elettori e al territorio.
Per questo merita attenzione il progetto di riforma, in senso uninominale, promosso da un comitato di politici e studiosi autorevoli. Dove, peraltro, prevalgono i politici del Pd ma, anzitutto, i radicali. Poi, i finiani. Mentre gli esponenti del PdL sono pochi (ne abbiamo contati 6-7 su 40, perlopiù di impronta liberale e radicale).
Ma se i parlamentari sono tiepidi, neppure gli elettori sembrano sensibili a questa materia. Mobilitarli è sempre più difficile, visto che, da oltre 15 anni, i referendum elettorali non raggiungono il quorum. Da ultimo, quello organizzato nel 2009 (mirava ad attribuire al partito il premio di maggioranza previsto per la coalizione). Vi partecipò il 23% degli elettori. L´affluenza più bassa della storia repubblicana.
Prova inequivocabile che le leggi elettorali, da sole, non riescono più a scaldare il cuore. Tuttavia, fondano la democrazia rappresentativa. Possono valorizzare o scoraggiare la responsabilità dei leader politici di fronte ai cittadini. Accentuare o vanificare le possibilità di comunicazione e di controllo della società nei confronti dei leader. Se l´attuale legge garantisce alle oligarchie di partito e ai leader nazionali un potere senza verifica, il problema è spiegarlo ai cittadini. Farne un obiettivo condiviso e “significativo”. Coinvolgendo gli attori che, da tempo, conducono campagne civili, a livello nazionale e globale. Oltre che nella società: sulla rete e attraverso i media. Il problema è dare significato politico e sociale alla tecnicalità istituzionale. Farla uscire dalla cerchia degli addetti ai lavori. Come nei primi anni Novanta, quando i referendum elettorali divennero il simbolo della lotta contro il vecchio sistema e i vecchi partiti. Oggi, quel sistema non c´è più, neppure quei partiti. Ma le cose, nel rapporto fra i cittadini e la politica, non sono cambiate molto. Anzi: nella società la delusione ha preso il posto dell´indignazione. Per mobilitare di nuovo i cittadini occorre convincerli che cambiare la legge elettorale significa cambiare davvero.
Non sarà facile. Ma vale la pena di provarci.

La Repubblica 30.08.10

Poveri. Sempre di più, sempre più invisibili

Alla Festa Democratica Nazionale si parla di povertà ed emarginazione sociale. Carmassi:”Il governo gioca con la crisi e vuol lasciare i privati ad occuparsi di chi resta indietro”. Il 2010 è l’anno europeo della lotta alle povertà, eppure a leggere i dati a guardarsi intorno in Italia la lotta alla povertà e alla emarginazione si faccia veramente poco, e male.
Di questo si è parlato nell’incontro tenutosi alla Festa Democratica Nazionale in corso a Torino, dal titolo “Poveri. Sempre di più, sempre più invisibili” al quale hanno partecipato Cecilia Carmassi, responsabile Terzo settore e Politiche per la famiglia del Partito Democratico, Marco Revelli, il maestro di strada Marco Rossi Doria, Joli Ghibaudi, Rafaela Milano, Michele Consiglio.

Aprendo il dibattito, Marco Revelli, presidente della Commissione sull’esclusione sociale, snocciola dati impressionanti sullo stato delle cose nel nostro paese, evidenziando come in Europa l’Italia sia tra i paesi più fragili.

Ci sono 8 milioni di persone in situazione di “povertà relativa”. Ovvero poveri in rapporto al resto della popolazione, una misura di distanza sociale, fissata alla soglia pari alla metà della spesa media degli italiani.

Un milione e 300mila le famiglie in situazione in povertà assoluta, e 3 milioni gli individui. In questa società che parla tanto di famiglia, che la idealizza, la famiglia è quella a cui si pone meno attenzione, e avere figli diventa una maledizione. L’incidenza della povertà minorile è del 25%.

La crisi ha avuto un impatto sociale sui lavoratori tremendi, c’è un’alta percentuale di “working poor”, poveri al lavoro. Prima i poveri erano quelli che il lavoro non l’avevano, o lo avevano perso, avere un lavoro tutelava dall’essere povero. Nell’Italia del 2010, il lavoratore povero è una realtà, anche piuttosto consistente (9,6% le famiglie con capofamiglia lavoratore in condizione di povertà relativa, il 6% quelli in povertà assoluta). In questo contesto si aggiunge che 8 punti percentuali del Pil nell’ultimo decennio si sono spostati. Dalle tasche dei lavoratori sono andati ai profitti. Si assiste ad una parallela diminuzione degli investimenti degli imprenditori nelle aziende. Questi 8 punti non sono tornati sotto forma di ricerca e sviluppo, impianti, migliorie in generale, ma si sono persi nella Las Vegas delle Borse.

I salari dei lavoratori italiani sono rimasti al palo negli ultimi 15 anni, all’interno dei paesi dell’Ocse sono quelli che sono cresciuti meno. I salari dei lavoratori italiani sono del 40% al di sotto di paesi come la Gran Bretagna o Corea del Sud e 30% sotto a quelli dei paesi europei.

In Italia l’idea che il reddito possa essere ridistribuito, che il reddito dei più ricchi, di quelli scandalosamente più ricchi, si possa ridistribuire in basso, è scomparsa. Mentre occorre ripensare alla redistribuzione del reddito e la difesa dei diritti. Non è possibile la logica del ministro Tremonti, quella del “Dono”, di classi dirigenti ricche che si possono concedere il lusso di tanto in tanto di concedere qualche diritto ai lavoratori.

Per Cecilia Carmassi il Governo ha giocato con la crisi: ” Prima non c’era, poi eravamo usciti, poi la crisi ci costringeva alla manovra. Il ministro pensa ad una società che lascia ai privati, al volontariato, al terzo settore, il compito di occuparsi di coloro che questo modello di società sta lasciando indietro. Spendendo sempre meno in sostegno alle famiglie e alle diversità”.

Raffaela Milano, vicepresidente nazionale di Save the children, racconta che l’associazione che rappresenta, non può restare indifferente ai dati che Revelli ha citato. “Il 25% di bambini poveri è un dato spaventoso. Perché molti di questi bambini hanno il futuro segnato, quello di essere quasi sicuramente condannati a restare nella povertà”. Quest’anno il rapporto sulla condizione delle madri che sono in situazione di povertà, che Save the Children, stila ogni anno, riguarda anche l’Italia. Le madri povere in Italia sono donne con famiglie numerose, che quando hanno un compagno che lavora non lavorano (in Italia, dove il tasso di occupazione femminile è già basso, scende al momento in cui le donne hanno un figlio e crolla se i figli sono tre), o madri sole che fanno lavori di qualsiasi tipo. A questo disagio si aggiunge la “vergogna” che vivere in questa situazione porta con sé, il sentirsi in colpa.

Ma questa situazione si può cambiare, si può invertire. Occorre, però affrontarlo sul serio, con piani strutturati e con un cambio di rotta per quanto riguarda gli investimenti sociali, e potenziando i servizi per l’infanzia. Mortificare la scuola significa aumentare le diseguaglianze, perché la scuola è un fortissimo strumento per abbattere le barriere sociali. Occorre, poi, incentivare l’occupazione femminile, gli studi hanno evidenziato che dove c’è maggiore lavoro femminile c’è maggiore natalità.

Raffaela Milano chiude ricordando che: “i bambini che nascono in Italia da cittadini stranieri devono essere considerati italiani, e devono poter esercitare i propri diritti di cittadinanza e non sentirsi figli di nessuno.”

Joli Ghibaudi, del Gruppo Abele e Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, ricorda che parole come accoglienza, dignità della persona, rispetto, sono parole ormai umiliate. Perché è umiliante ottenere un permesso di soggiorno solo perché sei considerato forza lavoro, è umiliante arrivare in Italia e trovare lavoro solo tramite vie clandestine, perché non esiste un permesso di “ricerca lavoro” e si diventa il boccone prediletto da certi giri criminali, è umiliante lavorare, potersi permettere un affitto e sentirsi chiedere 10 mesi di anticipo per il colore della tua pelle. È umiliante essere un rifugiato, avere, per legge, tutti i diritti, e vedere che non tutte le città ti concedono la residenza, non avendo così diritto all’accesso ai servizi, alle scuole ai centri per l’impiego.

È un’accoglienza di facciata che più che altro tende a respingere. Li respingiamo e poi poco importa se muoiono in mare o nelle carceri libiche, se non possono presentare richiesta di asilo, come tutti i trattati prevedono. Sono informazioni che le persone dovrebbero avere, per non permettere che passi l’idea del migrante che è solo criminale. Occorre un lavoro di sensibilizzazione.

Non si dice mai che i 4 milioni di migranti in italia producono il 9,7% del pil nazionale, quindi concorrono alla nostra ricchezza e pagano le tasse.

E chiude citando Italo Calvino e invitando a: “Cercare nell’inferno quel qualche cosa che inferno non è, e farlo durare il più possibile” Marco Rossi-Doria, è un “maestro di strada” e parla della situazione nel Mezzogiorno, dove i bambini poveri sono il 37% e nelle periferie dei grandi centri urbani si tocca il 50%. Contemporaneamente in queste zone il lavoro della scuola è complicato dal problema della mancanza di molti servizi. Il tempo pieno è gravemente penalizzato, perché la presenza di molte famiglie monoreddito, quindi con un genitore a casa, permettono di fare meno scuola, dove ce ne sarebbe più bisogno. Occorre un prolungamento del tempo di scuola, che implica un maggiore impegno ed una struttirazione dei programmi per dare di più. Le scuole devono aprirsi al territorio, diventare un centro di aggregazione sociale, uno spazio su cui riflettere sul modo di educare. La scuola pubblica italiana non è riuscita nel suo compito di favorire l’uguaglianza sociale, questo anche a causa dell’azione (o non azione) dei governi.

Rossi Doria ricorda che “chi non finisce la scuola non sono i benestanti, ma quelli che appartengono alle classi disagiate”. Dove c’è la scuola d’infanzia ben consolidata che lavora bene e che fa un lavoro costante con le mamme, soprattutto quelle in maggiore difficoltà, abbiamo risultati migliori.

È necessario dare di più a chi parte con meno. Il sistema scolastico pubblico standardizzato non fa che favorire la dispersione scolastica. Ci vogliono ore in più e attenzioni in più a chi parte con meno. E cita Don Milani per cui: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.“

Michele Consiglio, vicepresidente nazionale Acli, afferma che gli interventi che devono essere messi in campo non possono essere univoci, occorre la capacità d’intervenire su diversi modelli. Sui temi del sociale l’investimento viene, erroneamente, considerato improduttivo. Invece è produttivo anche dal punto di vista della produzione di una società democratica. “Perché parliamo di 8 milioni di persone fuori dalla società, fuori dalla democrazia”. Gli interventi devono avere il senso della complessità. La social card non ha a che fare con la considerazione delle difficoltà e delle criticità, dà solo dei soldi scordandosi di fornire servizi.

Il tema della povertà interessa tutto il paese, bisogna proporre al parlamento di farsi carico di un problema.

I comuni possono essere soggetti che erogano i contributi ma a cui la famiglia e gli utenti possano far riferimento, nella domanda. L’intervento non dev’essere solo in misura economica, ma anche di servizi.

Tutto questo si può fare se portiamo al governo un altro tipo di coalizione, perché i tagli fatti da questo governo impediscono tutto quello di cui abbiamo parlato.

“Il primo dato emerso dall’incontro – ha dichiarato Cecilia Carmassi – è che, al di là della retorica sulla famiglia, il governo sta demolendo tutto il sistema sociale a garanzia dei diritti dei più deboli”.

“Gli atti del governo rivelano la scelta di tagliare i servizi in sostegno a chi parte da una condizione di svantaggio, abbandonando gli ultimi a quella che ha tutto l’aspetto di un’impietosa selezione naturale”.

“Con il dibattito di oggi il Pd – ribadisce la Carmassi – ha voluto rivendicare la storia di politiche a favore dei soggetti deboli, politiche che, se il governo si degnasse di portare alle Camere i disegni di legge presentati da noi su questi temi, potrebbero tradursi in aiuti concreti”.

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