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"La metamorfosi di Marchionne dall´elogio dell´etica all´Ok Corral", di Paolo Griseri

Da canadese a texano, da manager-filosofo che cita Popper a uomo del saloon che sfida i sindacati all´Ok Corral. Non è chiaro se Sergio Marchionne, 52 anni e tre nazionalità, abbia davvero cambiato idea. E´ evidente che nel giro di pochi mesi la sua immagine si è clamorosamente rovesciata, una metamorfosi non solo mediatica che gli consente oggi di planare come un marziano nel tempio post-democristiano di Cl. Com´è stato possibile che il maglioncino blu più amato dalla sinistra italiana si sia trasformato in quello che un nutrito gruppo di sindacalisti chiama ormai «il nuovo Valletta»?
Sembrano lontani i tempi del Marchionne 1. «La Fiat è spesso caricata di un´identità simbolica, come una specie di matrice di idee e di valori. Sentiamo la necessità che tutte le nostre decisioni siano prese con cura, diligenza e rigore e con piena coscienza delle conseguenze che ne possono derivare. Per questo lo sviluppo della Fiat sta seguendo principi etici e sociali ben definiti». Era il 27 maggio 2008 quando l´uomo in maglione riassumeva così la sua filosofia manageriale agli studenti del Politecnico di Torino. Parole di miele per i sindacati e il centrosinistra: «Finalmente – avevano commentato i sindacalisti – un amministratore delegato che non rinuncia a confrontarsi con l´etica e le conseguenze sociali delle decisioni della Fiat». Una rivoluzione. Fino ad allora l´etica era arrivata ai vertici di corso Marconi solo in chiave difensiva, quando, all´inizio degli anni Novanta Cesare Romiti aveva varato in gran fretta un «codice etico» per parare gli effetti di tangentopoli. Più in generale, piaceva del nuovo leader Fiat quel pragmatismo all´americana che contrastava con i riti burocratici da esercito sabaudo del gruppo dirigente piemontese e con le consuetudini da salotto della politica dell´era romitiana. Quel Marchionne sarebbe andato al meeting di Rimini?
Era stato possibile quel salto di stile perché nel 2004 il Lingotto era sull´orlo del fallimento e quando la casa brucia non si può guardare all´etichetta. «Perché sono tutti in fila? Non hanno da lavorare?», aveva chiesto l´ad ai suoi collaboratori commentando, nell´autunno di quell´anno, la lunga coda di dirigenti davanti alla sala mensa di Mirafiori. Non molti di quei dirigenti sarebbero sopravvissuti al repulisti ordinato dall´uomo con il maglione per abbattere i costi e «appiattire la piramide del comando aziendale», come si diceva allora. Ma non ci furono sommosse né appelli al Presidente della Repubblica. I quadri e i capi, ai quali doveva apparire texano già allora, non protestarono perché glielo impediva la disciplina sabauda. I sindacati perché finalmente qualcuno si era accorto che molti dirigenti erano inutili. L´immagine simbolo di quella luna di miele con sindacati e sinistra è la fotografia del 26 maggio 2006 a Mirafiori con le mani dell´ad che schiaccia il pulsante rosso inaugurando la linea della Grande Punto e i sorrisi unitari dei leader di Fim, Fiom, Uilm e Fismic sullo sfondo. In primo piano la fascia tricolore di Sergio Chiamparino nel suo ultimo giorno di campagna elettorale per la rielezione e, molto in lontananza, Rocco Buttiglione nello scomodo ruolo di sfidante del supersindaco per conto del centrodestra. Il lunedì successivo Chiamparino vinse 66 a 33.
Il Marchionne 2 è molto recente ma fa precipitare l´età della luna di miele con i sindacati nel passato profondo. «E´ bene che la Fiom non abusi delle buone intenzioni. Adesso stiamo spingendo ai limiti. Altrimenti la soluzione più facile è quella di smantellare tutto e andarsene fuori». E´ il 12 giugno 2010, la location è il Consiglio delle relazioni Italia-Usa a Venezia. Marchionne è imbufalito per i distinguo e le diffidenze che sta incontrando il suo piano di rilancio della fabbrica di Pomigliano. Chi lo conosce da vicino assicura che si tratta di arrabbiatura autentica, non certo strategica. «Credo – osserva oggi Chiamparino – che in quella arrabbiatura abbia giocato anche la delusione per l´atteggiamento di una parte del sindacato, quella su cui lui inizialmente aveva fatto conto». Il sindaco di Torino non dice di più ma è evidente che con la trattativa su Pomigliano si è rotto un feeling. Soprattutto con quella Fiom che a Torino aveva collaborato per salvare la fabbrica dalla chiusura e in Campania non sembra altrettanto entusiasta del progetto di portare la Panda con 18 turni di lavoro. Luogo di grandi delusioni, Pomigliano, fabbrica refrattaria al primo tentativo “marchionniano” di cambiare tutto, nel 2005, modificando anche il nome dello stabilimento e battezzandolo con quello del filosofo Giovambattista Vico, il pensatore dei corsi e dei ricorsi storici.
Se dalla delusione può essere partita la spinta originaria alla metamorfosi, «il resto – osserva ancora Chiamparino – lo fanno spesso le strutture». Quelle che sentono il richiamo della foresta e che hanno trattenuto a stento per anni la tentazione di tornare alle abitudini della vecchia Fiat. Chi ha avuto l´idea di licenziare un dipendente di Torino accusato di aver usato il computer aziendale per mandare una mail di protesta contro la Fiat? Nessuno lo sa, ma ormai è irrilevante. Anche se è chiaro che il rapporto di causa-effetto è sproporzionato, in guerra ogni struttura difende i suoi. Nell´Ok Corral del Marchionne 2 mancano gli ambasciatori tra un campo e l´altro. I più attenti si interrogano sul dilemma di fondo: l´ad del Lingotto ha scelto il muro contro muro perché si sente molto forte e spera di spezzare così l´ultima resistenza sindacale o lo fa, al contrario, perché prevede l´arrivo di una stagione di lacrime e sangue nella quale la protesta sindacale rischia di diventare un lusso?
I palazzi del potere, osservano la guerra e la metamorfosi con apparente indifferenza. «Quel che lui pensa dei politici italiani, di destra e di sinistra, è facilmente intuibile», dicono i collaboratori. Che al maglioncino non vadano a genio le grisaglie è più che naturale. Incompatibilità stilistica. E culturale. Il manager laureato in legge e filosofia conosce i cavilli della cultura europea e per questo li detesta. Attribuirgli oggi una vicinanza al centrodestra, come ieri al centrosinistra quando Bertinotti lo definiva «un borghese buono», sembra del tutto improprio. Ma uno dei rischi indiretti della guerra in corso è proprio questo: quello di inserire l´uomo del maglioncino nel multiforme presepe della politica, applaudito da Sacconi e contestato dalla sinistra, costretto ad andare contro la sua natura per indossare la cravatta dei salotti all´italiana. O a cogliere l´applauso dei Formigoni-boys. I bene informati dicono che oggi al meeting di Rimini Marchionne eviterà l´insidia andando dritto per la sua strada. «Ma l´ipotesi peggiore – conclude Chiamparino – è quella del Marchionne 3, il rischio che cominci a perdere interesse per l´Italia, relegandola in coda ai suoi pensieri». Perché nella terza trasformazione, ci sarà sempre una Serbia o uno stabilimento americano dove andare a produrre le auto del futuro.

La Repubblica 26.08.10

"Repubblica fondata sul turpiloquio", di Gian Enrico Rusconi

Ci avviamo verso una repubblica del volgo. Lo si sente dal linguaggio ormai corrente dei suoi esponenti politici più in vista, un linguaggio volgare, nel senso letterale del volgo, appunto. Quando chiedete la ragione dell’indecenza delle battute di molti politici, sentite rispondere: «Ma così parla la gente!». I politici parlano (finalmente) come la gente al bar o sotto l’ombrellone. In realtà è un inganno: più la politica non sa argomentare e affrontare i grandi problemi, più aggredisce con la finta intimità dello scurrile.

Quando anni fa l’innocua parola «gente» è entrata nel linguaggio politico non più a segnalare una moltitudine anonima di persone, ma a indicare un soggetto politico cui rivolgersi, si disse che era la versione dell’americano «people». Adesso però siamo arrivati al vulgus alla latina (prossimo alla plebs, non quella della repubblica romana, ma quella del cesarismo).

Ma perché mai Bossi, che è il campione dell’involgarimento del linguaggio pubblico, non dovrebbe usare nei confronti di Casini il doppio senso che è associato quotidianamente al suo nome? Perché non chiamare gli avversari politici con gli epiteti che sono comuni nelle conversazioni tra amici? Questi epiteti suoneranno indecenti alle orecchie di chi è ancora affezionato allo stile verbale della Prima Repubblica (italiana). Ma è tempo che ci si abitui al linguaggio della Repubblica attuale, ancora senza nome proprio, comprese le sue varianti goliardiche e parolacce (per usare un termine che ora suona deamicisiano).

La gente scambia la volgarità per genuinità; invece è un trucco per sottrarsi alle spiegazioni. Se si dà dello «stronzo» a un collega politico, ci si sottrae all’onere della dimostrazione. E soprattutto distrae e diverte la gente che ormai non fa neppure più finta di scandalizzarsi. I giornalisti poi ci fanno sopra un bel pezzo di colore che divertirà i loro lettori. Tutti si divertono. Come comico residuo del pudore giornalistico sono rimasti i puntini con l’iniziale (c…, m…, ecc) che riempiono con sempre maggiore frequenza le cronache politiche. È una strizzatina d’occhio d’intesa tra giornalista e lettore.

Altrimenti che barba questa politica, incomprensibile e inconcludente. Ecco allora le sparate che perforano lo schermo televisivo o quello del tedio della comunicazione politica: devi colpire con la battutaccia, là dove ti mancano gli argomenti.

Esistono paradossalmente anche forme sofisticate di volgarità. L’ultima è quella vista nei giorni scorsi rivolta contro l’articolo di «Famiglia Cristiana» che con severità e precisione argomentava la sua critica a Berlusconi. È stato definito «pornografia politica». Bossi avrebbe detto semplicemente che è una «stronzata». L’espressione di un esponente del Pdl che ha parlato di «pornografia» è sembrata più intelligente, e zelantemente ripresa dai tg nazionali. In realtà la sostanza è la stessa: quando mancano gli argomenti, ci si rivolge all’insulto.

Ogni fase della Repubblica italiana ha avuto il suo linguaggio o gergo. Quello della Prima Repubblica è stato ideologico, serio o serioso anche nelle sue forme aggressive. Era un linguaggio insieme controllato e allusivo; poi a partire da un certo periodo è diventato un codice per adepti. Ma era sempre costruito sulla separatezza tra privato e pubblico, la cui rottura è la premessa che trasforma anche l’attacco ideologico più duro (frequente tra comunisti e democristiani) in insulto volgare. Naturalmente anche allora i politici in privato usavano parolacce. Ma rimanevano, appunto, rigorosamente private.

Con il tracollo della Prima Repubblica il linguaggio è sembrato inizialmente liberarsi da ipocrisie; è sembrato innovativo oltre che dissacrante. Poi è cominciata un’inarrestabile aggressività. Al suo interno l’innovazione comunicativa di Silvio Berlusconi ha messo in moto una dinamica espressiva nuova, carica di aspetti sia negativi che positivi (che vanno riconosciuti francamente) che soltanto oggi sta deragliando verso la vera e propria volgarità, di cui stiamo parlando. Ciò che stupisce è la passività dell’intero sistema mediatico italiano di fronte a questi fenomeni. Sembra che sia complice o succube dell’attivismo dei nuovi leader della repubblica del volgo.

Gli intellettuali hanno provato un’altra strada, quella di esporsi alla sfida di espressività alternative, forme nuove come i festival in piazza, che sono però insufficienti a cambiare il segno del discorso pubblico.

La Stampa 26.08.10

"La mannaia della riforma Gelmini", di Augusto Pozzoli

Maria Stella Gelmini a proposito della riforma della scuola aveva ripetutamente affermato che l’operazione (in pratica un massacro degli organici delle scuole) non avrebbe comportato nessun licenziamento. Una bugia clamorosa drammaticamente confermata dai crescenti casi di protesta dei precari che oggi, da Palermo a Pordenone, arrivano adirittura allo sciopero della fame. Per anni, e talora per decenni, hanno lavorato e ora si trovano improvvisamente senza un posto. Docenti di ogni livello e personale tecnico amministrativo. Negli anni passati hanno lavorato perché sono stati chiamati a coprire posti vacanti, cattedre senza insegnanti e uffici senza il personale sufficiente per far funzionare le scuole.

E quando è calatala la mannaia dei 135 mila posti da tagliare entro il prossimo anno in tutta Italia, per buona parte di loro il lavoro è svanito. Messi alla porta, scaricati come macchine da rottamare. E questi non sono licenziamenti? Chi lo nega si appella a cavilli formali che ormai non convincono neanche gli sprovveduti. I tagli erano stati giustificati, oltre che per risparmiare, per eliminare una volta per tutte la piaga del precariato che per decenni ha messo in discussione uno dei cardini della scuola, la continuità didattica? Non ci saranno più classi che ogni anno cambieranno insegnante? Niente affatto. Nonostante tutto proprio in questi giorni gli uffici scolastici territoriali stanno lavorando per coprire le cattedre che non hanno un titolare. Infatti, nonostante la manciata di immissioni in ruolo (16 mila, contro i 23 mila chiesti dalla stessa Gelmini al collega Giulio Tremonti), ci sono ancora migliaia di posti da assegnare, almeno al Nord. Ci sono addirittura sedi scolastiche ancora senza preside. E la soluzione non può essere che di tipo precario.

Nel frattempo nelle scuole, e sempre a causa della riforma, ci sono almeno 10 mila insegnati cosiddetti soprannumerari. Insegnanti di ruolo che hanno il posto, ma non hanno più la cattedra. Che fare di queste persone che non avranno più una classe da guidare? Una situazione paradossale che il ministero ha affrontato con una circolare in cui si invitano gli uffici scolastici a lasciare questo personale per lo più nelle scuole dove hanno finora prestato servizio. A disposizione. E se ne vedranno di tutti i colori per cercare di tenerli in servizio senza fare nulla. Mai la scuola italiana ha vissuto tempi tanto assurdi. A scapito di chi ci lavora, e di conseguenza di chi la frequenta. Il nuovo anno scolastico è alle porte. Un anno che nelle intenzioni della Gelmini doveva rappresentare il recupero del merito e della qualità. Non è mai andata peggio di così.

da Il Fatto quotidiano 25.08.10

"Salviamo Sakineh", di Tiziana Ferrario

Non si può restare indifferenti di fronte alla tragica sorte di Sakineh Mohammadi Ashtiani,la donna iraniana di 43 anni accusata di adulterio e condannata a morte per lapidazione a Tabriz,la città dove è detenuta. C’è una grande mobilitazione internazionale intorno al suo caso, per convincere le autorità iraniane a sospendere la pena, ma sinora nessuna decisione è stata presa. L’ultima a scendere in campo la premiere dame francese Carla Bruni, ma in questi mesi si sono mossi personaggi del mondo dello spettacolo, imprenditori, intellettuali. E una raccolta di firme parte anche da Articolo 21. Al momento si sa che il caso di Sakineh dovrà essere riesaminato,ma solo per cambiare le modalità dell’esecuzione:trasformare la sentenza di lapidazione in impiccagione. Ad alimentare la campagna a favore di Sakineh sono il figlio Sajad di 22 anni e la figlia Farideh di 17. “ Nostra madre è innocente, è in prigione da 5 anni senza avere commesso alcun crimine.”dicono i due figli. La vicenda di Sakineh parte da lontano. Già nel maggio 2006 era stata sottoposta a 99 frustate per aver avuto una “relazione illecita” con due uomini.. Successivamente era stata quindi condannata alla lapidazione perché si era aggiunto il reato di “adulterio durante il matrimonio”, accusa che lei ha negato. Ma sulla sua testa pendeva anche l’accusa di essere stata complice nell’omicidio del marito. I suoi legali hanno contestato quest’altra imputazione ,affermando che la donna era stata perdonata dalla famiglia dell’uomo.Secondo quanto scrive Amnesty International, durante il processo, Sakineh Mohammadi Ashtiani ha ritrattato una “confessione” rilasciata sotto minaccia nel corso del suo interrogatorio e ha negato l’accusa di adulterio. Due dei cinque giudici hanno ritenuto la donna non colpevole, facendo presente che era già stata sottoposta a fustigazione e aggiungendo di non aver trovato le necessarie prove di adulterio a suo carico. Tuttavia, i restanti tre giudici, tra cui il presidente del tribunale, l’hanno ritenuta colpevole, nonostante la mancanza di prove decisive e Sakineh è stata condannata alla lapidazione. Una morte atroce,quella per lapidazione, regolata dagli Articoli 102 e 104 del Codice penale iraniano: “La donna deve essere seppellita in piedi sino al seno. Le pietre con le quali deve essere colpita alla testa non devono essere né troppo grandi,perché la ucciderebbero subito,né troppo piccole” Una pena che ha lo scopo di infliggere dolore e una lenta sofferenza, sino alla morte. Ci sono al momento 11 detenuti in Iran che rischiano la lapidazione come Sakineh, denuncia Amnesty, che ricorda come in Iran gruppi di attivisti per i diritti umani si stanno battendo da anni per l’abolizione della lapidazione . Dal 2006 ad oggi, grazie alla campagna “Stop Stonig for ever” 15 sentenze sono state commutate, ma in almeno tre casi i condannati sono poi morti per impiccagione. Nel paese c’è un dibattito tra chi vorrebbe,anche tra i conservatori, cambiare la brutalità di tali punizioni che rischiano solo di minare la reputazione dell’Iran sulla scena mondiale, alle prese con le nuove sanzioni per la questione nucleare. Un confronto – scontro,come abbiamo visto nell’ultimo anno tra chi chiede riforme e chi difende lo status quo. Nel chiedere con forza una sospensione della pena per Sakineh, il pensiero torna alle migliaia di donne coraggiose iraniane che ho visto scendere in piazza a Teheran rischiando la vita, per avere più diritti e libertà. Valori che non vanno mai dati per scontati a nessuna latitudine.

da www.articolo21.org

Modena, prende avvio la Festa provinciale PD a Ponte Alto

Quest’anno il tema è l’uguaglianza. Domani pomeriggio l’inaugurazione con Vannino Chiti, Davide Baruffi e il sindaco Giorgio Pighi.
“L’uguaglianza fa la differenza” è il titolo della Festa provinciale del Partito Democratico di Modena, in programma dal 26 agosto al 20 settembre nei consueti spazi di Ponte Alto. Poco meno di un mese di spettacoli, dibattiti, mostre, incontri e buona gastronomia. Il taglio del nastro è previsto per le ore 18,30 di giovedì 26, alla presenza del vicepresidente del Senato Vannino Chiti, del segretario provinciale Davide Baruffi, del sindaco Giorgio Pighi e del segretario dei Giovani democratici Alessio Mori.

In serata, alle ore 21, il PalaConad ospiterà il primo dibattito politico: Chiti, il senatore Giuliano Barbolini, il segretario regionale della Lega Nord Angelo Alessandri e Maria Ida Germontani di Futuro e Libertà discuteranno intorno al futuro del nostro Paese, stimolati dalla domande di Eugenio Tangerini, direttore del quotidiano L’Informazione.

Sempre alle ore 21, nella sala AbitCoop verrà inaugurata la mostra fotografica “Terre di Libertà”, alla presenza della parlamentare Laura Garavini, del segretario comunale Giuseppe Boschini, di Enzo Rando in rappresentanza dell’associazione Libera e del fotografo Ivano Adversi. La serata si concluderà alle ore 23 con i fuochi d’artificio.

Il programma della Festa provinciale 2010 presenta numerose iniziative politiche, tra dibattiti, interviste, e presentazioni di libri. Sono da segnalare le presenze del segretario Pierluigi Bersani (sabato 18 settembre), del vicesegretario Enrico Letta (sabato 28 agosto) e dei due capigruppo Pd alla Camera e al Senato: Dario Franceschini (20 settembre) e Anna Finocchiaro (11 settembre). Si annunciano di particolare interesse le occasioni di confronto fra i diversi schieramenti come quello fra il presidente della Regione Vasco Errani e il ministro degli Affari Regionali Raffaele Fitto (14 settembre), e quello che vede discutere di federalismo fiscale i primi cittadini di tre città del Nord: Modena, Varese e Piacenza (domenica 29 agosto).

Ricco anche il programma degli spettacoli e dei concerti all’Arena del Lago: si parte venerdì 27 agosto con Eugenio Finardi, poi Paolo Villaggio (7 settembre), Carmen Consoli (8 settembre, a pagamento), il gruppo belga Deus nell’unica data italiana (9 settembre), Goran Bregovic (11 settembre), Teo Teocoli (16 settembre). Di assoluto rilievo le mostre del fotografo Sebastiao Salgado “Aqua Mater” (in esclusiva per l’Italia) e della fotografa emiliana Antonella Monzoni “Ferita armena”.

I ristoranti sono 19 con 4500 posti, 10 punti di ristoro, 10 bar, 2 sportelli bancomat e la consueta libreria che si estende per 750 metri quadri. Tre gli ingressi: Stradello Anesino, Ponte Alto e Lago. La Festa rimane chiusa il lunedì, ad eccezione del giorno di chiusura, il 20 settembre.

Per informazioni più dettagliate sul programma: www.pdmodena.it

"Quegli errori da evitare", di Tito Boeri

l Presidente Napolitano ha chiesto alla Fiat di rispettare le sentenze e quindi di reintegrare a tutti gli effetti i tre lavoratori prima licenziati e poi riammessi solo formalmente senza poter esser messi in condizione di lavorare.
Nel ricordare opportunamente i principi cardine di uno stato di diritto, il capo dello Stato ha auspicato che si creino le «condizioni per un confronto pacato e serio su questioni di grande rilievo come quelle del futuro dell´attività della maggiore azienda manifatturiera italiana e dell´evoluzione delle relazioni industriali nel contesto di una aspra competizione sul mercato globale». Perché il Presidente ha inteso riferirsi a questioni di portata così generale anziché limitarsi al caso specifico dei tre lavoratori che lo avevano interpellato? E perché Fiat ha affrontato uno scontro così duro a Melfi, incorrendo nella censura della massima autorità dello Stato, in un momento in cui in Italia, a Pomigliano, sono in gioco accordi ben più importanti per il suo futuro?
Marchionne è oggi impegnato nella realizzazione di un piano industriale ambizioso che, come negli Stati Uniti, richiederà la massima collaborazione dei lavoratori. Perché allora apre un nuovo terreno di conflitto che ricompatta il sindacato e che schiera anche l´opinione pubblica, gran parte della stampa e la stessa classe politica dalla parte dei tre lavoratori che dovevano essere reintegrati? Alcuni hanno parlato di mobbing, un tentativo di convincere i lavoratori ad autosospendersi, a lasciare volontariamente l´azienda. Anche nelle squadre di calcio i «lavoratori» in esubero, indesiderati, vengono costretti ad allenarsi a parte, non possono lavorare assieme al gruppo.
Formalmente per non contaminare il morale degli altri. In verità per convincerli ad andarsene e risparmiare così sui loro ingaggi. Ma se la famiglia Agnelli si occupa oggi quasi esclusivamente della Juve, e tenderà a farlo ancora di più dopo lo scorporo che ne diluisce la quota di controllo in Fiat-auto, la multinazionale Fiat ha oggi strategie che vanno ben al di là del problema di tre lavoratori in uno dei suoi impianti. Oggi Marchionne può permettersi di scegliere sistema di relazioni industriali e il sistema prevalente in Italia proprio non gli va. Come presumibilmente non va bene a molte altre aziende che potrebbero investire da noi e che non lo fanno.Il fatto è che non esiste in Italia un sistema di relazioni industriali che vincoli al rispetto di un accordo raggiunto prima di realizzare un grande investimento, prima di costruire un nuovo impianto. Fiat vuole tutelarsi contro il rischio che l´accordo raggiunto a Pomigliano possa essere vanificato una volta che l´azienda ha realizzato l´investimento, rinunciando a farlo in altri paesi. Non vuole trovarsi in una condizione in cui una minoranza di lavoratori possa indire uno sciopero per rimettere in discussione i contenuti dell´accordo siglato prima di realizzare l´investimento. Bloccando la produzione che, in uno stabilimento fortemente automatizzato, può essere interrotta avvicinandosi a uno dei radar che costellano la catena di montaggio. È quanto, secondo l´azienda, sarebbe avvenuto a Melfi, quando i lavoratori hanno convocato un´assemblea lungo il ciclo di produzione avvicinandosi troppo ad un sensore «allo scopo di bloccare la produzione».
Un sistema di relazioni industriali deve essere in grado di prendere impegni vincolanti per le parti. Questo è un presupposto perché ci sia contrattazione, perché i lavoratori possano far valere le loro ragioni. Se non c´è modo di impegnarsi in modo credibile, non ci sarà l´accordo, dunque non ci sarà l´investimento. Cosa fareste voi sapendo che un vostro potenziale assicuratore può ridiscutere i contenuti della polizza che state negoziando, riducendo la protezione che vi ha offerto quando avete pagato il premio assicurativo, una volta che avete avuto un incidente? Scegliereste un altro assicuratore in grado di impegnarsi al rispetto dei contenuti della polizza sottoscritta. Un sistema giudiziario in uno stato di diritto serve a permettere che i contratti vengano rispettati. Per questo Fiat ha commesso un grave errore nel non applicare la sentenza di primo grado,anziché limitarsi a cercare di far valere le proprie ragioni in un successivo grado di giudizio. Ma il problema rimane. Come quello affrontato a Pomigliano, dove la Fiat ha scelto di creare una nuova società per assicurarsi il rispetto di un contratto aziendale che avrebbe altrimenti potuto essere impugnato se riconosciuto in violazione del contratto nazionale dei metalmeccanici, applicabile alla «vecchia compagnia».Anche questo è un problema che non può essere ignorato. Il fatto è che il nostro sistema di relazioni industriali funzionava finché c´era un´intesa di fondo fra i diversi sindacati e quindi gli accordi da questi sottoscritti impegnavano tutti i lavoratori. Funzionava anche quando le aziende di una categoria avevano esigenze relativamente simili e quindi contratti sottoscritti a livello nazionale per un insieme di aziende non troppo diverse tra di loro erano adattabili alle diverse realtà aziendali. Oggi queste due condizioni non ci sono più. Il sindacato è diviso al suo interno e le aziende presenti nel nostro paese hanno esigenze talmente diverse che si fatica a chiudere i contratti a livello nazionale. Basti pensare che l´accordo normativo per i metalmeccanici risale addirittura al 1972, come ha ricordato Pietro Ichino.
Per questi motivi raccogliere l´invito di Napolitano a un «confronto pacato e serio», significa varare rapidamente una legge sulle rappresentanze che permetta ai lavoratori, azienda per azienda, di scegliere i loro rappresentanti, offrendo a questi ultimi la possibilità di impegnarsi al rispetto delle intese raggiunte. Nel caso in cui l´accordo non piaccia, i lavoratori potranno cambiare i rappresentanti alle successive elezioni aziendali. Per questi motivi un ministro del Lavoro che ha fatto di tutto per dividere il sindacato deve oggi prendere atto della vera natura del problema, imponendo che il tema delle rappresentanze venga inserito nell´agenda di fine legislatura. Deve anche ammettere nei fatti che quello «storico accordo» del 22 gennaio 2009 sulle nuove regole della contrattazione non è palesemente in grado di governare «l´evoluzione delle relazioni industriali nel contesto di una aspra competizione sul mercato globale». E´ tempo allora di riaprire il tavolo sulla riforma del sistema di contrattazione, facendo di tutto questa volta perché un accordo vero venga trovato. Vero significa anche che deve impegnare chi poi dovrà applicare queste regole, a partire dalla Cgil, il sindacato che oggi ha il maggior numero di iscritti.

La Repubblica 25.08.10

La scuola ai tempi della Gelmini: tagli, tagli, tagli

Rassegna stampa dai territori:
Solo cinque insegnanti per Rimini: «Molte scuole non sanno come aprire».
La rabbia dell’assessore Soldati contro il governo. All’appello mancavano almeno 90 insegnanti, per effetto dei tagli della riforma Gelmini. Ma a Rimini le scuole speravano almeno di riuscire a portare in cattedra, con gli organici di fatto, qualche docente in più rispetto alle previsioni. Così non è stato: appena 5 gli insegnanti assegnati con le nuove nomine, a fronte dei 90 tagliati’. Solo 5 posti per Rimini, e 91 in tutta l’Emilia Romagna, quando la richiesta era molto più alta. «Con questi numeri, molte scuole elementari e medie non sanno come aprire. Manca il personale per coprire l’orario scolastico in parecchi plessi», attacca l’assessore provinciale all’Istruzione, Meris Soldati. Ma anche dai sindacati arriva il grido di allarme. «Hanno assegnato una manciata di posti: un’elemosina, una risposta inadeguata e insufficiente sottolinea dalla Cgil Roberto Barbieri E’ una situazione insostenibile. Non sarà possibile estendere il tempo pieno (nelle classi che l’avevano richiesto quest’anno per la prima volta, ndr), ne si potrà favorire un corretto avvio del nuovo anno scolastico». Le classi del Riminese dove il tempo pieno è a rischio sono una decina, e tra queste c’è anche una delle prime della Toti’. Il quadro sarà più chiaro dopo che saranno stati assegnati gli incarichi a tempo determinato. Ma la situazione, secondo il sindacato, non dovrebbe migliorare granché. Anzi. La Cgil si aspetta tagli pesanti anche sui supplenti annuali. BUONE notizie, invece, arrivano per le insegnanti che avevano superato il concorso indetto, un paio di anni fa, dall’amministrazione comunale di Rimini. Per una trentina di loro, grazie all’apertura di nuove scuole, dovrebbe arrivare finalmente un’assunzione, anche se a tempo determinato. Il datore di lavoro però per loro, come è noto, non sarà direttamente il Comune ma l’Asp Valloni, a cui l’amministrazione ha affidato la gestione di due nuovi nidi e due sezioni di scuola dell’infanzia. L’altro ieri si è tenuto un incontro tra i sindacati e la direzione dell’Asp, e a giorni si dovrebbe arrivare all’accordo.

Il Resto del Carlino 25.08.10

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Scuola, l’urlo dei precari contro i “tagli”

La prima ondata di precari della scuola si è riversata nell’ufficio scolastico provinciale. La carica dei collaboratori scolastici (oltre duecento ieri mattina) ha bussato alla porta del dirigente Troccoli. Nel mirino i “tagli” agli organici. La disperazione corre su un filo sottilissimo che rischia di spezzarsi da un momento all’altro. «Non vogliamo i soldi del decreto “salvaprecari”, magari stando comodamente seduti a casa, nè sussidi di disoccupazione. Chiediamo solo di lavorare!», urlano esasperati i manifestanti. I numeri che riguardano il personale Ata – nella fattispecie i collaboratori scolastici – sono impietosi. Ma difficilmente verrà recuperata qualcosa. Lo scorso anno gli incarichi annuali hanno toccato quota 525. A distanza di dodici mesi sono poco più di 300. Dietro le richieste dei precari si celano storie strappalacrime che, comunque, non impietosiscono la crudele realtà. Come spiegano anche i sindacalisti. «L’ufficio scolastico provinciale può fare poco o niente», afferma Pino Assalone (Flc-Cgil), sfuggito dalle “grinfie” dei manifestanti. «Logicamente, nella mia posizione, non posso schierarmi di certo contro i lavoratori, ma nemmeno cavalcare una protesta senza capo nè coda: il ministero della Pubblica Istruzione ha stabilito dei criteri discutibili, ma bisogna attenersi. Non ha senso manifestare oggi, quando non si può più porre rimedio. Nè tanto meno la risoluzione passa per il boicottaggio degli Lsu (tirati in ballo nei giorni scorsi dal coordinamento dei precari e dall’Anief: ndc): il loro inserimento negli organici è stabilito da un legge che esiste da un decennio. Sono i “tagli” il vero problema».Ma i precari rincarano la dose. «Circa sessanta scuole rischiano di non aprire», afferma Anna Maria Di Buono, «perchè c’è carenza di personale e non può essere garantita la sorveglianza dei ragazzi». Un capitolo a sè merita la situazione di 40 collaboratori scolastici che non potranno nemmeno usufruire del decreto “salvaprecari”, avendo chiesto il rientro in provincia. Tra questi anche Luigi Martire. «Possono beneficiarne», afferma, «solo coloro i quali hanno lavorato nel 2008-2009. Chi, come me, è rimasto un anno fermo perchè ha chiesto il trasferimento, verrà inevitabilmente scavalcato, pur vantando una graduatoria migliore e non potrà effettuare progetti e supplenze». E oggi i precari torneranno alla carica

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“Dieci anni da precarie e ora la scuola le caccia” di LUCILLA PICCIONI

Annalisa e Sabrina sono colleghe, lavorano in segreteria all’istituto Pertini Allievi, anzi saranno colleghe solo fino al primo settembre, data di scadenza del loro contratto annuale. Dopodiché da precarie, con più di dieci anni di lavoro alle spalle, diventeranno perdenti posto, come si dice in termini tecnici. Disoccupate. E non c’è da sperare neanche in una supplenza temporanea, per gente come loro le porte della scuola, da quest’anno, si chiudono definitivamente. «E pensare che io ho lasciato un posto presso un privato per avere la sicurezza, la scuola mi dava affidabilità, mi sentivo finalmente tranquilla, tanto che ho anche comprato la casa con il mutuo», racconta Annalisa. Mutuo di cui deve ancora pagare le rate. Lei in graduatoria è al quarantunesimo posto e l’anno scorso hanno avuto l’incarico annuale anche quelle persone che erano al cinqunantacinquesimo posto. Annalisa è in prima fascia, tra coloro che, pur essendo precarie e non di ruolo, fino a quest’anno potevano sentirsi sicure di riavere il posto di lavoro alla scadenza del contratto.

«Nell’anno scolastico 2008/2009 hanno lavorato anche persone che erano in terza fascia, ossia tra coloro che vengono scelte per terze, quando si esauriscono le altre due graduatorie», controbatte Annalisa. Insomma le carte per sentirsi tranquilla c’erano tutte.

Ma da quest’anno la situazione è diversa. I tagli hanno contratto i posti di lavoro. Per il personale amministrativo di segreteria ci sono disponibili solo 27 posti a tempo pieno più tre a part time. Solo per chi lavora in segreteria a Terni, ci sono 25 posti in meno. In tutto tra amministrativi, collaboratori scolastici e tecnici di laboratorio a perdere il lavoro a Terni saranno in 130. E tra questi Annalisa e Sabrina.

«Figuriamoci se in questa situazione posso lavorare io che sono cinqunatacinquesima in graduatoria», dice sconsolata Sabrina che non riesce proprio a digerire la via della disoccupazione. Anche lei lavora da anni, ha un diploma di scuola superiore e non è di certo al primo incarico, ha cominciato a lavorare nel 2000 con una supplenza all’istituto magistrale Angeloni, poi i primi incarichi annuali, uno di seguito all’altro. E dopo dieci anni la botta: si va a casa ci sono i tagli. Anche al Provveditorato alzano le braccia. Loro hanno numeri in mano tanti studenti, tante classi, tanto personale di segreteria. Un incastro matematico. Che oltretutto non finisce qui perché il prossimo anno ci saranno tagli uguali a quelli di quest’anno. Vale a dire altri 20 insegnanti mandati a casa e 130 del personale Ata che saranno nuovi disoccupati.«Per mantenere questo posto ho anche frequentato dei corsi che mi sono pagata, 1500 euro l’ultima certificazione. Ed adesso che faccio?», ripete Annalisa.

Sabrina e Annalisa hanno superato i quaranta anni, «andare in cerca di un nuovo lavoro non è facile, chi ci prende?», si chiedono preoccupate.

Quello che le angoscia oltre alla perdita del lavoro è anche il fatto che tutto passi sotto silenzio. «130 più 130 fa 260, posti tagliati, quasi una piccola impresa. E’ come se a Terni, nel giro di due anni, chiudesse una fabbrica di piccole dimensioni. Ma nessuno dice nulla, nessuno prende posizione, la gente sembra non rendersene conto. E’ giusto arrabbiarsi per il licenziamento di tre operai, ci mancherebbe, ma perché noi non abbiamo la stessa visibilità? Perché non finiamo sui giornali? Anche noi abbiamo una famiglia da mandare avanti, ora ci sono i libri da comprare, il mutuo della casa. Sono problemi gravi anche per noi, almeno la considerazione», tiene a chiarire Sabrina.

Messaggero/Umbria 25.08.10