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"Il digiuno dei precari italiani", di Laura Anello

Si allarga la lotta contro i tagli. In Sicilia un docente in sciopero della fame finisce all’ospedale. «Da qui me ne andrò con un lavoro oppure morto». Pietro Di Grusa, collaboratore scolastico precario da un quarto di secolo, lo dice misurando parole stanche e ferme, senza provocazioni, senza lacrime. Da dieci giorni ha smesso di mangiare e di prendere i farmaci per il cuore. Protesta così contro i tagli alla scuola che lo lasceranno a casa, dopo che già l’anno scorso è rimasto senza supplenza, «la Caritas a pagarmi le bollette della luce e a darmi qualche sacchetto con la spesa». È seduto davanti ai cancelli dell’Ufficio scolastico provinciale di Palermo insieme con i suoi due compagni d’avventura: Salvo Altadonna, docente di sostegno, e Giacomo Russo, assistente tecnico. Lascia il suo posto soltanto quando le forze lo abbandonano e allora arriva l’ambulanza a portarselo via per qualche ora: era successo l’altro giorno, è successo di nuovo ieri.

È lui il simbolo di una protesta che dalla Sicilia si allarga a macchia d’olio, con nuovi scioperi della fame annunciati per i prossimi giorni a Pisa e a Pordenone, con manifestazioni promosse oggi a Palermo e domani a Roma, con una mobilitazione che corre sulle gambe dei 150 mila precari italiani che nel prossimo anno scolastico vivranno sulla propria pelle il taglio di 25 mila e 167 cattedre. Situazione esplosiva, che non a caso vede la prima deflagrazione in Sicilia, dove ieri il presidente della Regione Raffaele Lombardo – arrivato per incontrare i tre precari in sciopero della fame – si è beccato contestazioni e sberleffi, a dispetto dell’impegno a «chiedere formalmente al ministro Gelmini di rivedere i tagli all’organico, uno spreco insopportabile». E non solo perché in Sicilia l’economia è in ginocchio e la mano pubblica della scuola uno storico bacino di occupazione, ma perché i tagli nell’Isola peseranno per il 13 per cento del totale nazionale: 3.329 posti in meno, che si andranno ad aggiungere ai 7 mila e 600 perduti dal 2008 a oggi.

D’altronde, le assunzioni a tempo indeterminato sono poco più di un miraggio, se quest’anno in Italia ce ne saranno soltanto 10 mila per i docenti e 6 mila e 500 per gli amministrativi, tecnici e ausiliari (Ata), la maggior parte delle quali disponibili nelle regioni centrali e settentrionali. Una torta di cui la Sicilia vedrà soltanto le briciole: 681 posti fissi. Abbastanza per esasperare animi già provati da precariati storici, famiglie e bambini tirati su senza certezze, anni passati lontani dalla famiglia, come per Caterina Altamore, che ha voltato le spalle a marito e bambini e l’anno scorso è andata a fare la supplente a Brescia: «Non è facile lasciare tre figli, ma è stata una forma di protesta: ai miei ripeto sempre che bisogna lottare».
Ecco allora la protesta estrema, lo sciopero della fame. Scelta che sta per risalire lo Stivale. A Pisa l’ha annunciato Rocco Altieri, insegnante di Diritto ed Economia al corso serale dell’istituto professionale Matteotti, la cui prima classe è caduta sotto la scure del ministro. A Pordenone c’è Maria Carmela Salvo, supplente nella scuola d’infanzia e primaria. «Dal primo settembre – dice – inizierò a digiunare fino a quando non avrò l’incarico».

La Stampa 26.08.10

"Maroni, i clandestini e quelle bugie sui complimenti Ue", di Umberto De Giovannangeli

Il ministro dell’Interno al Meeting afferma che anche l’Unione apprezza l’accordo con la Libia sui respingimenti. Ma mente. Una rivendicazione imbarazzante. Numeri sparati a raffica. Citazioni clamorosamente sbagliate. L’accordo fra Italia e Libia sull’immigrazione ha ridotto gli sbarchi di immigrati clandestini, proclama il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, parlando al Meeting di Cl a Rimini, in vista del vertice della prossima settimana fra Berlusconi e Gheddafi. «Quell’accordo sottolinea Maroni è un ottimo accordo che ha risolto un’emergenza seria, che erano gli sbarchi dei clandestini in Italia….».
A sostegno della tesi, il ministro snocciola i numeri: «Nell’ultimo anno, finito dal 1 agosto 2009 al 31 luglio 2010, sono sbarcati in italia complessivamente 3.499 irregolari, nell’anno precedente, ne erano arrivati 29.076, per una riduzione complessiva dell’88%». Rispetto agli arrivi, Maroni ne conta nell’ultimo anno 403, dalla Libia, mentre «l’anno prima sono stati 20.665 per una riduzione del 98%». Il titolare del Viminale mette quindi sul piatto «i 20.262 irregolari in meno quest’anno non sono stati respinti, non li hanno fatti partire». Quelli effettivamente ricondotti in Libia «sono stati 850». Il calo rilevante degli sbarchi «non è frutto del caso, nè del maltempo ma è il frutto dell’accordo con la Libia». Un accordo modello, esulta Maroni. E guai a contraddirlo. L’Unità lo fa. Poco importa al ministro-contabile che dietro quei numeri dei «20.262 irregolari» che il regime libico «non ha fatto partire», vi sono uomini, donne, bambini che fuggivano da guerre, violenze, pulizie etniche…. E nulla importa al ministro leghista che, come denunciato ripetutamente dalle più autorevoli organizzazioni umanitarie, migliaia di quei respinti o «non partenti» avessero i requisiti per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiati. L’Unità ha fatto i suoi calcoli, sulla base di approssimazioni in difetto: le vittime acclarate dei disperati viaggi verso l’Italia dal 1990 al 2009 sono 4.772. Di queste, 2500 avevano diritto all’asilo. Più della metà. Verifiche incrociate, portano a una conclusione agghiacciante: almeno il 30% dei 20.262 esseri umani che, per vanto di Maroni, non «sono stati fatti partire» dalla Libia. avevano i requisiti per ottenere asilo: 6mila persone. Che fine hanno fatto? In quali lager sono state segregati? Quanti tra loro hanno perso la vita? Quanti hanno fatto la fortuna dei trafficanti di uomini? Domande a cui il ministro Maroni, impegnato ad esaltare l’Accordo con Gheddafi, non ha dato, né intende dare, risposta.
Ma nel suo show a Rimini, il ministro Maroni si è cimentato anche in una citazione clamorosamente errata. La seguente: «L’accordo con la Libia è stato lodato dalla Commissaria europea Cecilia Malmstrom, Affari interni, come moderno, che dovrebbe utilizzare anche l’Europa…».
Le cose non stanno così. Anzi, stanno opposto. Al ministro-smemorato conviene rileggere quanto affermato, in data 29 aprile 2010, dalla Commissaria agli affari interni della Ue. «Siamo ben lungi da un accordo con la Libia» in materia di immigrazione, ma un’eventuale intesa dell’Ue con Tripoli «non sarebbe sul modello di quella tra Italia e Libia». E ancora: «In caso di accordo è chiaro che per la Libia la conditio sine qua non sia l’adesione alla Convenzione di Ginevra o a quella equivalente tra gli Stati africani» sui diritti dei rifugiati politici. Così Malmstrom in conferenza stampa a Roma (fonte: agenzia Ansa). «L’Ue mira a raggiungere un accordo con la Libia sull’immigrazione, ma ad oggi si è ben lungi anche solo dall’aver avviato un dialogo. E comunque,qualora le trattative dovessero andare a buon fine, l’accordo tra Ue e Libia non ricalcherebbe certo il modello italiano… A spiegarlo scrive l’agenzia Agi è la Commissaria europea agli Affari interni,Cecilia Malmstrom, in una conferenza stampa al termine dei vari incontri che ha avuto con il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, il sottosegretario Alfredo Mantovano, alcuni rappresentanti della società civile e di Ong…». «Si deve comunque evidenzia ancora in quell’occasione Malmstromrispettare il diritto di richiedere asilo quando si è in mare…». Domanda finale al ministro Maroni: ma di quale lode sta parlando? Ha forse sbagliato persona o cos’altro?».

L’Unità 26.08.10

"Alla sinistra ora serve un nuovo Ulivo", di Pier Luigi Bersani

Caro direttore, dopo anni di illusione berlusconiana l´Italia continua a regredire sul piano economico e sociale e si allontana, alla luce di ogni parametro, dai paesi forti dell´Europa. Nello stesso tempo l´impegno a riformare e a rafforzare le istituzioni repubblicane si sta trasformando in una deformazione grave della nostra democrazia. Ci si vuole trascinare ad un sistema dove il consenso viene prima delle regole e cioè delle forme e dei limiti della Costituzione; dove si limita l´indipendenza della Magistratura; dove il Parlamento viene composto da nominati; dove il Governo ha il diritto all´impunità e ad una informazione asservita e favorevole; dove si annebbiano i confini fra interesse pubblico e privato. I segni di tutto questo li abbiamo potuti valutare in questi anni berlusconiani: regressione dello spirito civico e della moralità pubblica, politica ridotta a tifoseria, allargamento del divario tra nord e sud, nessuna buona riforma sui problemi veri dei cittadini. Il populismo infatti è, per definizione, una democrazia che non decide, specializzata com´è nell´usare il governo per fare consenso e non il consenso per fare governo. Il dato di fondo della situazione politica sta qui, mentre la questione sociale e quella del lavoro sono senza risposte e si drammatizzano ogni giorno. Il consenso per Berlusconi è ancora largo, ma il rapporto fra parole e fatti e fra promesse e realtà diventa sempre più labile anche nella percezione dei ceti popolari. Vengono alla luce degenerazioni corruttive che vivono all´ombra di un potere personalizzato. Gli strappi all´assetto costituzionale non sono più sopportati da una parte della destra attratta da ipotesi liberali e conservatrici di stampo europeo.
A questo punto per Berlusconi la scelta è fra ripiegare o alzare la posta. Per l´Italia la scelta non riguarda più solo un governo, ma finalmente una idea di democrazia e di società. La prossima scadenza elettorale, più o meno anticipata che sia, comporterà in ogni caso una scelta di fondo. Rispetto a tutto questo, la proposta alternativa soffre ancora di debolezze che devono essere rapidamente superate. Il venir meno di una promessa populista produce sempre, direttamente o specularmente, fenomeni di distacco dei cittadini dalla politica, una spinta alla radicalizzazione impotente, espressioni vere e proprie di antipolitica che possono insorgere da ogni lato. Il compito dell´alternativa è quello di trasformare grande parte di queste forze disperse in energia positiva, collegandole ad un progetto politico capace di sorreggere non solo una proposta di governo ma una proposta di sistema. Tocca al PD innanzitutto, come maggiore forza dell´opposizione, indicare una strada che colleghi efficacemente l´iniziativa di oggi alla sfida radicale e dirimente di domani.
Rendendoci disponibili oggi ad un governo di transizione non cerchiamo né scorciatoie né ribaltoni. Sfidiamo piuttosto la destra a riconoscere la realtà e ad ammettere l´impossibilità di mandare avanti l´attuale esperienza di governo e ad introdurre correttivi, a cominciare dalla legge elettorale, che consegnino lo scettro ai cittadini, per tornare poi in tempi brevi al voto. Sarebbe questo un tradimento del mandato elettorale? L´elettore in realtà è stato tradito da chi non è più in grado di rappresentare la sua coalizione e mantenere le promesse del suo programma. Sarebbe questo uno strappo costituzionale? Qui siamo all´analfabetismo o alla sfacciata malafede. E´ l´esclusione in via di principio di questa ipotesi, il vero strappo costituzionale!
Chi ha rispetto della Costituzione della Repubblica e del suo Presidente deve considerare invece tutte le possibilità. Noi lo facciamo. Noi consideriamo la possibilità che il Governo provi a sopravvivere con una specie di respirazione artificiale, rifiutandosi di prendere atto della sua crisi politica. Una soluzione che non porterebbe lontano e alla quale risponderemmo con una opposizione netta. Riteniamo infatti doveroso che la destra in disfacimento certifichi la sua crisi in Parlamento. Consideriamo altresì la possibilità che la situazione precipiti verso un vuoto politico e verso elezioni svolte con questa sciagurata legge elettorale, in una situazione economica, sociale e finanziaria di acutissima criticità. In questo caso la nostra proposta avrebbe la stessa ispirazione che oggi ci fa proporre un governo di transizione; una ispirazione cioè che deriva dall´analisi di fondo cui ho accennato. Noi proporremmo un´alleanza democratica per una legislatura costituente. Un´alleanza capace finalmente di sconfiggere una interpretazione populista e distruttiva del bipolarismo, capace di riaffermare i principi costituzionali, di rafforzare le istituzioni rendendo più efficiente una salda democrazia parlamentare (a cominciare da una nuova legge elettorale) e di promuovere un federalismo concepito per unire e non per dividere. Sto parlando di una alleanza che può assumere, nell´emergenza, la forma di un patto politico ed elettorale vero e proprio, o che invece può assumere forme più articolate di convergenza che garantiscano comunque un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali e sulle regole del gioco. Una proposta che potrebbe coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo che in un contesto politico normale (come già avviene in Europa) avrebbero un´altra collocazione; una proposta che dovrebbe rivolgersi ad energie esterne ai partiti interessate ad una svolta democratica, civica e morale. Come si vede, questa idea nasce dalla convinzione che la fuoriuscita dal berlusconismo non sia un processo lineare, cioè legato ad una semplice alternanza di governo in un sistema che funziona. Si dovrà uscire, lo ribadisco, da una fase politica e culturale e non solo da un governo, verso una repubblica in cui alternanza e bipolarismo assumano la forma di una vera fisiologia democratica.
Per dare l´impulso decisivo a questo cruciale passaggio occorre l´impegno univoco, leale, convinto e coeso di tutte le forze progressiste, che sono adesso chiamate a mettersi all´altezza di una responsabilità democratica e nazionale. Come potrebbero queste forze essere credibili se in un simile frangente non dessero per prime una prova di consapevolezza, di unità e di determinazione comune? Ecco allora la proposta di un percorso comune delle forze di centrosinistra interessate ad una piattaforma fatta di lavoro, di civismo, di equità, di innovazione e disponibili ad impegnarsi ad una progressiva semplificazione politica e organizzativa che rafforzi il grande campo del centrosinistra. Un simile percorso dovrebbe lasciarci definitivamente alle spalle l´esperienza dell´Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo. Un nuovo Ulivo in cui i partiti del centro sinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l´Italia e per l´Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese. Dunque, un nuovo Ulivo ed una Alleanza per la democrazia. Su queste proposte il Pd vuole esprimere la sua funzione nazionale e di governo.
Su queste basi politiche il Partito Democratico organizzerà per l´autunno una grande campagna di mobilitazione sui temi sociali e della democrazia. E´ giunto il tempo infatti di suonare le nostre campane.

La Repubblica 26.08.10

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E il Pd blinda il segretario “È il nostro candidato premier”, di U.R.

Dalla segreteria del Pd uno stop alla candidatura di Chiamparino. Vendola contro l´ex segretario. Confronto aperto sulla linea politica e, anche, dibattito sulla candidatura a premier che prende quota fra i democratici. Se, finora, dopo la discesa in campo di Vendola e Chiamparino, i sostenitori del segretario si erano mossi sotto traccia, adesso i “bersaniani” escono allo scoperto: «Bersani è il candidato del Pd». La corsa alla premiership del centrosinistra del segretario del partito è dunque ufficialmente aperta. Prende posizione Piero Fassino, ex leader dei Ds, che sostiene: «Sono favorevole allo schema europeo: il candidato è il leader del principale partito della coalizione. Le primarie è giusto farle, e il Pd ci va con Bersani candidato premier». Alla guida, spiega Fassino in un´intervista a Europa, di una coalizione larga, «non penso che un´alleanza che vada dall´Udc alla sinistra passando per il Pd sia un´ammucchiata. L´abbiamo sperimentata due volte: alle regionali e al secondo turno delle amministrative del 2009». Uno stop alle candidature di Vendola e Chiamparino arriva da Filippo Penati, capo della segreteria del Pd, che non ha dubbi: «Bersani è il nostro leader. E´ l´unico che è stato scelto con il metodo delle primarie. Non ci sono altri partiti nella sinistra, anche di quelli che parlano tanto, che hanno usato questo metodo. Vorrei ricordarlo a tutti». E, in un intervista ad Affaritaliani. it, avverte: «Chi si candida si assume la responsabilità di aver diviso questo partito in un momento in cui bisogna invece cercare l´unità». Le alleanze? «Nessuno pensa di fare una grande ammucchiata, ma dobbiamo chiudere il pericoloso periodo eversivo di Berlusconi».
Però Antonio Di Pietro, prima delle primarie e della scelta del leader, vuole il programma. «In un sistema bipolare si devono mettere insieme tre componenti: la coalizione, il programma e la leadership. Individuare il leader senza sapere con quale squadra deve giocare e per realizzare quale obiettivo a me pare un controsenso». Così il presidente dell´Italia dei Valori conferma l´impegno del suo partito a partecipare alle primarie, ma chiede che da subito si stabilisca quali partiti facciano parte della coalizione e su quale programma. Nichi Vendola, che alle primarie si è già autocandidato, prende di mira invece il «mito» veltroniano della vocazione maggioritaria del Pd, «ci portò alla sconfitta». Il 2008, l´anno della tornata elettorale affrontata dal centrosinistra secondo lo schema di Walter Veltroni, ha segnato una drammatica battuta di arresto perché «ha seppellito una breve esperienza di coalizione di centrosinistra con una grande presunzione illuministica: il mito dell´autosufficienza». In un´intervista al manifesto, il presidente della Regione Puglia spiega di provare «simpatia e rispetto per la volontà innovativa» di Veltroni, però «molti si autoproclamano narratori del riformismo. Ma ci sono diversi riformismi. E´ difficile capire perchè sarebbe riformista dar ragione a Marchionne». Alla sinistra radicale e all´Idv che fanno appelli all´unità porta aperta ma a qualche condizione: «Certo, serve che ci si rimetta insieme, ma che insieme si cerchi un´alleanza con il popolo largo».

La Repubblica 26.08.10

Fiat: cerchiamo una soluzione

“Superare il grave episodio per creare le condizioni per un confronto pacato e serio”. Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha risposto alla lettera dei tre operai della fabbrica Fiat di Melfi licenziati e poi reintegrati ma con il solo ruolo sindacale, gli hanno inviato chiedendo un sollecito intervento per risolvere la loro difficile questione con l’azienda di Torino.

Il Capo dello Stato ha espresso il “vivissimo auspicio – che spero sia ascoltato anche dalla dirigenza della FIAT – che questo grave episodio possa essere superato, nell’attesa di una conclusiva definizione del conflitto in sede giudiziaria, e in modo da creare le condizioni per un confronto pacato e serio su questioni di grande rilievo come quelle del futuro dell’attività della maggiore azienda manufatturiera italiana e dell’evoluzione delle relazioni industriali nel contesto di una aspra competizione sul mercato globale”.

Napolitano ha concluso la sua lettera esprimendo “il profondo rammarico per la tensione creatasi alla FIAT SATA di Melfi in relazione ai licenziamenti che vi hanno colpito e, successivamente, alla mancata vostra reintegrazione nel posto di lavoro sulla base della decisione del Tribunale di Melfi. Anche per quest’ultimo sviluppo della vicenda è chiamata a intervenire, su esplicita richiesta vostra e dei vostri legali, l’Autorità Giudiziaria: e ad essa non posso che rimettermi anch’io, proprio per rispetto di quelle regole dello Stato di diritto a cui voi vi richiamate. Comprendo molto bene come consideriate lesivo della vostra dignità percepire la retribuzione senza lavorare”.

Per Pier Luigi Bersani, segretario del Pd”è indispensabile non far cadere il senso profondo dell’appello del presidente Napolitano sul caso Fiat di Melfi; il richiamo cioè ad un confronto pacato e serio sull’evoluzione delle relazioni industriali nel contesto del mercato globale. In questo richiamo c’è l’esigenza di un dialogo di cui Fiat e sindacati, senza esclusioni o posizioni pregiudiziali, devono trovare la chiave”.

“Credo – ha continuato il leader democratico – che la ricerca di una composizione del caso dei tre operai di Melfi, che ricevono una retribuzione senza poter lavorare, non possa attendere i mesi che inevitabilmente ci separano dalla decisione in sede giurisdizionale, che andrà comunque rispettata”.

“Avessimo un governo, potrebbe venirne in questo senso, e nelle forme giuste, un contributo. Nella nostra situazione e nella contingenza estrema che si è creata, credo – ha concluso Bersani – debba venire adesso dall’azienda una parola di disponibilità e di buona volontà per la ricerca di una soluzione”.

La lettera del Presidente Napolitano ha raccolto non solo pareri favorevoli. La Conferenza episcopale italiana, per voce del suo presidente, il monsignor Giancarlo Maria Bregantini ha evidenziato come l’intervento di Napolitano sia stato “nobilissimo, rapido, incisivo e lucido. L’azienda ha dei compiti e degli obblighi non solo di natura economica ma anche di natura personale” che vanno ben oltre al semplice pagamento dello stipendio.

Di natura opposta è stato il commento del presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia che si è schierata a favore della Fiat. “Tutti – ha dichiarato a margine del Meeting di CL a Rimini – devono rispettare le decisioni del giudice, ma quella di Fiat non è in disaccordo con quella del giudice. Il problema non è tanto quello del reintegro, quanto quello di capire se vogliamo avere un futuro industriale. Se l’Italia vuole avere un futuro industriale, se un’impresa fa una delocalizzazione al contrario e chiede una gestione possibile e chiara degli stabilimenti, questi accordi devono essere portati avanti. Si parla di diritti dei tre lavoratori, ma ci sono anche diritti degli altri lavoratori che vogliono lavorare e delle imprese”.

Fuori dal coro invece il giudizio sulla querelle è arrivato dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini che invece di occuparsi di migliorare il mondo del Sapere ha voluto dire la sua sul licenziamento/reintegro degli operai di Melfi. “Quella di Marchionne è una scelta coraggiosa. Le sentenze vanno sempre rispettate, ma vanno rispettate anche le aziende. Sono un luogo di creazione e distribuzione di ricchezza e anche di crescita sociale”. Del resto lei sì che di tagli se ne intende, basta chiederlo ai professori ora senza lavoro.

Immediata la replica di Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Pd: “la Gelmini ha gettato la maschera e, nel giorno in cui il Capo dello Stato invita la Fiat a rispettare la sentenza e a non alimentare lo scontro, il ministro dell’Istruzione definisce “coraggioso” Marchionne e un intralcio i
sindacati. Così, mentre il ministro “licenzia” in tronco migliaia di precari della scuola, spiega il vero disegno politico dei tagli all’Istruzione: produrre masse di lavoratori senza diritti, e non formare cittadini liberi, come chiede la nostra Costituzione. Con la cultura padronale dell’ordine e disciplina e la demolizione della scuola tecnica e professionale, Gelmini non vuole formare chi avrà il compito di rilanciare il made in Italy nel mondo, ma produrre, come in una catena di montaggio, masse di obbedienti. Il Partito Democratico continuerà la propria battaglia nelle Istituzioni e nel Paese, perché la scuola continui a essere il più grande ascensore sociale del nostro Paese e motore di sviluppo.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"Lo stato, l'etica e il caso di Sakineh", di Chiara Saraceno

Le condotte “immorali” delle donne appaiono più gravi: disonorano gli uomini di famiglia e “tentano” gli altri. Una colpa “morale” diventa reato penale: questo sta succedendo all´iraniana condannata a morte per adulterio. Il caso Sakineh, come quello di molte altre donne condannate a morte (con lapidazione!) a causa del loro supposto adulterio non riguarda solo la sproporzione tra la colpa e la pena, ma il fatto stesso che una supposta colpa secondo il codice morale sia automaticamente un reato dal punto di vista penale. E che reato, vista la pena cui viene condannata chi lo compie.
Si può discutere o meno se l´adulterio sia una colpa morale e se l´essere vedove non sciolga dall´obbligo della fedeltà verso il coniuge defunto. Molte società, in passato e in parte anche nel presente, hanno risposto affermativamente a questa domanda. Anche in alcuni paesi occidentali fino a relativamente pochi anni fa l´adulterio poteva avere conseguenze sul piano civile e penale. In Italia fino al 1975 il sospetto adulterio di una donna (ma non di un uomo) poteva essere causa bastante per una richiesta di separazione per colpa. E l´abbandono – da parte della moglie come del marito – del tetto coniugale per vivere con un´altra persona poteva essere non solo causa di separazione ma anche di condanna penale, come avvenne, sia pure per poco, a Coppi e alla sua “dama bianca”. Tuttavia proprio questi due esempi, pur testimoniando di un interesse da “Stato etico” alla regolazione dei rapporti tra coniugi e al mantenimento della asimmetria nei rapporti tra marito e moglie, mostrano che lo Stato interveniva per punire un supposto torto nei confronti dell´altro coniuge, permettendogli di separarsi senza nulla dovere all´adultera, o sanzionando chi veniva meno a quelli che venivano definiti gli “obblighi coniugali”, tra cui rientrava anche la convivenza. Il “reato” riguardava la lesione del contratto coniugale, non un attacco alla integrità dello Stato al punto da richiedere una punizione esemplare. Questo pericoloso cortocircuito tra colpa morale e tradimento di Stato è avvenuto, nell´Italia fascista come nella Francia di Petain, solo nel caso dell´aborto. E non a caso questa trasposizione ha comportato un aggravamento delle pene, che in Francia potevano anche arrivare fino alla condanna a morte.
È sempre pericoloso, prima che per la democrazia per i diritti minimi degli individui, quando lo Stato si impone come guardiano etico. È ancora più pericoloso quando confonde moralità con reato penale, perché il passaggio al considerarlo una lesione agli interessi dello Stato, e perciò punibile con il massimo della pena, è sempre in agguato. E le donne sono più a rischio degli uomini, non solo perché negli “Stati etici” hanno di solito molto meno potere che in quelli democratici, ma perché al loro comportamento sessuale è affidato non solo l´onore degli uomini della loro famiglia ma più in generale il comportamento virtuoso degli uomini. Più sottoposte a sorveglianza degli uomini, le loro “colpe” appaiono più gravi: perché disonorano e tradiscono gli uomini di famiglia e perché “tentano” gli uomini fuori dalla famiglia, o si lasciano da loro tentare. Per questo le donne hanno conquistato più tardivamente degli uomini il diritto all´habeas corpus, che non è solo il diritto all´integrità personale, ma anche il diritto ad essere in controllo del proprio corpo e della propria sessualità. Quando lo Stato si presta ad a vallare, ed anzi rafforza questa asimmetria, facendone un fondamento dell´ordine sociale, non hanno scampo.
Facciamo sentire la nostra voce perché Sakineh e tutte le altre nelle sue condizioni siano salvate dalla morte, ma anche da bastonate, fustigazione, prigione. Ma teniamo anche aperti gli occhi e la testa sui rischi e le derive degli Stati etici, là dove agiscono allo scoperto, e anche dove tentano nuovamente di farsi valere. È pericoloso per tutti, ma soprattutto per le donne.

La Repubblica 28.08.10

"Il viaggio dell'Unità, 150 anni dopo. Torniamo a vincere tutti insieme", di Giuseppe Civati

È appena iniziato, il viaggio alla ricerca dell’unità perduta. Ci tocca proseguire, nella speranza che sia la democrazia a porre una lapide e a deporre, contestualmente, chi sapete voi. Dobbiamo fare in fretta e, per cambiare le cose, dobbiamo cambiare noi stessi. Perché più le cose sono semplici, più sembriamo inadeguati. E, dopo Mi fido di te, sembra che la colonna sonora del Pd sia diventata L’ombelico del mondo. Tutti a parlare di sé, a distinguere come entomologi tra mozioni, espressioni tecniche, modi di dire del burocratese. Con un vero trionfo della retorica politicista quando si è trattato di discettare di governi tecnici. Rispetto alle cose da fare, questi sono “puri nomi”. Anzi, “puri cognomi”. E non va bene. Per niente.

Attraversando il Paese, parlando con le persone che ci vivono (e lo vivono), la politica sembra assente. Anzi, di più, sembra inutile. Non dimentichiamolo: si riparte dalla ‘A’ di astensione, la lettera scarlatta della politica italiana, che deciderà anche le prossime elezioni.

Non lasciamo nulla di intentato. Anche Grillo, per dire: prendiamolo sul serio, anche se la cosa non è reciproca. Cerchiamo di capire, al di là dei toni sbagliati e di polemiche spesso pretestuose, quali sono gli argomenti che frequenta. La finanza, la democrazia, l’ambiente. Estendiamo il messaggio, però. Perché cinque stelle non bastano: qui ci vuole tutto il firmamento.

E allora attraversiamo l’Italia, a ritroso, e la metafora del ritorno ci accompagna. Perché tutto si tiene, lo abbiamo visto, e tutto ritorna. Lo sapevano quelli del Rinascimento, lo sapevano anche i teorici dell’Italia da unire. Perché loro avevano studiato, e forse dovremmo farlo anche noi. Proprio perché ora non studia più nessuno e la scuola è un problema secondario, fin dalla primaria. Appunto.

Sulla strada del ritorno, lo sanno tutti, bisogna fare il pieno. E cercare tutti i consensi possibili, soprattutto se la destra si dividerà e se Fini (finalmente) vorrà costituirsi “parte civile” e fondare, con Casini, il terzo polo, noi dobbiamo portare tutti i nostri elettori al voto. Con la stessa passione del 2008, per vincere, questa volta, perché il declino riguarda l’avversario e non i nostri Prodi. Con l’attenzione a non ricomporre l’Unione, ma a ricomporre il Paese. Alleandoci con le forze vive della società, come si diceva una volta, prima ancora che con le etichette di partito. A cui siamo ancora troppo affezionati.

Siccome siamo alla ricerca di slogan, facciamoci ispirare dai Giuseppe di questa storia. I Mille parlamentari? Cinquecento possono bastare. E vogliamo conoscerne i nomi, a uno a uno, e poter scegliere con le primarie i nostri candidati (se ci sarà ancora il porcellum) e essere noi i primi a presentare una proposta di legge elettorale, in Parlamento, chiedendo di votarla a chi vuole chiudere questa stagione politica. Ve lo vedete un Berlusconi che cade sul porcellum (absit iniuria verbis)? Sarebbe epico.

Porta Pia? Aprite quella porta, certamente. Perché ho cercato l’Ottocento, ma a volte, nell’Italia del 2010, sembra di stare nel Medioevo. E facciamolo, il porta-a-porta. Senza sbatterla, non c’è bisogno di fare baccano. E già che ci siamo andiamo anche a Ballarò, che prima di essere una trasmissione, è un mercato di Palermo, a qualche metro dall’Antica Focacceria da cui sto scrivendo. I mercati. E i luoghi di lavoro, che sono all’Anno zero: frequentiamo le fabbriche. Non solo quelle di Nichi. Le fabbriche fabbriche. E le aree industriali. E le botteghe artigiane.

E affidiamoci a un disegno ambizioso: perché contro il piccolo cabotaggio, ci vuole l’alto mare aperto. E ci vuole la ricerca. E l’azione temeraria.

È questo il compito della nostra generazione: non tanto sostituire i vecchi, come vuole una facile contrapposizione giornalistica, ma fare quello che ci tocca e ci compete: lanciare una sfida contemporanea, parlando ai giovani, certamente, anche perché ora non parla loro proprio nessuno, ma rivolgendoci alla società tutta.

E poi ci vuole speranza e un po’ di ottimismo, perché la “mestizia democratica” non ci fa bene.
Un satiro danzante, ci vuole, come quello di Mazara. Scoperto in profondità, come una sorpresa, in quel canale di Sicilia pieno di fantasmi. E non intendo certo una politica che giri su se stessa, ma che abbia l’orecchio a punta del satiro e l’animo ispirato. Dalla passione. E poi, certo, saper fare le cose. E farle, una buona volta. E indicare quelli che le fanno come modelli. Come esempi. Come una volta.

I templi non sono cambiati, ma i tempi possono farlo. E ci sono mondi infiniti, diceva il mio filosofo preferito. A noi basterebbe riscoprirne uno, il nostro, che sembra scomparso dalla politica italiana. A cominciare dall’Europa, per proseguire con il Mediterraneo. E guardare al di là del mare, per capire cosa sta succedendo anche a noi, dalla grande città al piccolo paese della provincia italiana.

Rimettiamoci in viaggio. Con l’utilitaria. Con una politica semplice e comprensibile. A contatto con la realtà. Partendo da casa, anzi, dalla casa, il tema dei temi. E usciamo per andare a lavorare, per unire i diritti dei lavoratori, per dare dignità a quelli che ora non ce l’hanno e qualche prospettiva a quelli che si trovano in gravi difficoltà. Investendo nelle cose buone, sapendo scegliere, perché la politica non è un terno al lotto. Andiamo per le strade, tra cittadini che sono italiani perché lavorano in Italia, accendono un mutuo, costruiscono una famiglia. E pagano le tasse. E attraversiamo le piazze della concorrenza, libera, sulla qualità e sul merito, non grazie alle amicizie o le entrature, anche in ragione di una politica che non è dei politici e del loro piccolo potere, ma dei cittadini e della loro vita. Perché appartiene ai loro bisogni. E anche ai loro sogni.

Berlusconi un giorno o l’altro politicamente non ci sarà più. Non torniamo indietro, però. E facciamo che la Terza Repubblica, da inaugurare con una festa d’altri tempi, non sia troppo uguale alla prima. Ci meritiamo qualcosa di nuovo, dopo tanti anni di sofferenza, con un ricco spregiudicato (e, non fosse per i ‘lodi’, anche senza ‘s’ iniziale) che ci ha reso più poveri. Sotto ogni punto di vista.

Possiamo farlo. E ci saranno donne e uomini. E piroscafi. E bandiere. E ci saremo anche noi.

L’Unità 26.08.10

"I 15 mila prof licenziati", di Flavia Amabile

Saranno almeno 15-20 mila i prof e maestri non di ruolo che non si vedranno riconfermare la supplenza annuale o fino al temrine delle lezioni, spiega la rivista «Tuttoscuola» in uno studio sui tagli voluti dal governo. L’ultima speranza per questi precari è recuperare almeno le supplenze brevi, quelle che i dirigenti scolastici assegnano per malattie o aspettative dei prof di ruolo, oppure nelle indennità o nei contratti di disponibilità previsti dal decreto salva-precari.

L’allarme è scattato agli inizi di agosto, quando il ministero dell’Istruzione – in ritardo rispetto ai tempi usuali – ha reso noti i dati sulle assunzioni previste per il prossimo anno. E’ stato allora che la realtà si è presentata in tutta la sua cruda drammaticità per i precari, in particolare per quelli del sud: assunzioni azzerate nella scuola primaria (in tutta la Campania, la Puglia, la Sicilia ed in 27 province non se ne effettuerà neanche una) e minime nella secondaria: a Napoli saranno solo 44 i docenti precari a firmare il contratto per il ruolo. A Milano 46, a Firenze 27 e a Torino 25. Nella capitale appena 69. Meglio, comunque che in altri capoluoghi di provincia: a Genova e Venezia 10, a Bologna 9, a Perugia e Catania 8, a Palermo 6, a Parma e Cagliari 2, a Trieste solo 1.

Hanno subito protestato gli uffici scolastici perché i tagli effettivi sono anche superori a quelli previsti che già apparivano esagerati. Lo sostiene il Cosa Scuola Piemonte che parla di 455 cattedre in meno negli istituti superiori (rispetto a un’ipotesi di 142), 124 nelle elementari, 20 nelle medie. Ma in difficoltà ha ammesso di essere anche il responsabile dell’ufficio della provincia di Firenze, Claudio Bacaloni, predisposto «per tempo il quadro delle disponibilità di posti (presunti) per il personale da sistemare», ma il tentativo di semplificare il lavoro «quest’anno è stato frustrato, proprio il 5 agosto, dalla disarmante comunicazione per cui alla nostra provincia (ma non solo ad essa, peraltro) viene assegnato un numero di posti più basso di quello attribuito con l’organico di diritto».

E hanno protestato i precari, e la loro agitazione è destinata ad allargarsi: dalla Sicilia arriverà a Roma domani e coinvolgerà tutte le regioni italiane. «Siamo solo all’inizio – avverte Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil – sarà un autunno caldo, e non potrebbe essere diversamente: un esercito di persone è senza lavoro e il ministro ha un atteggiamento di disinteresse». Alla Cisl ieri pomeriggio era in corso una riunione tecnica proprio per elaborare le cifre dei posti cancellati. «Quella dei precari è una protesta non solo comprensibile ma del tutto legittima. Secondo i nostri calcoli più recenti – spiega il segretario generale, Francesco Scrima – quasi 300 mila persone si troveranno senza le supplenze annuali e avranno soltanto le supplenze brevi in cui sperare. E’ una mortificazione della dignità personale di queste persone del tutto inaccettabile».

La Stampa 26.08.10

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“I precari sul piede di guerra. 15-20 mila perderanno il lavoro”, di SALVO INTRAVAIA

Sarà un autunno caldo per la scuola. Le proteste si moltiplicano e si estendono in tutta Italia. Da venerdì prossimo due precari faranno lo sciopero della fame a Roma, in piazza Montecitorio. I tagli agli organici stanno mettendo in ginocchio migliaia di famiglie, soprattutto al Sud. Ma non solo: gli alunni disabili avranno a disposizione meno ore di sostegno e le classi saranno ancora più affollate. Una situazione che rischia di scoppiare proprio con l’avvio dell’anno scolastico e con l’apertura delle scuole. La prima protesta è scoppiata dopo Ferragosto a Palermo. Ma è certo che nei prossimi giorni seguiranno altre manifestazioni.

Dal 17 agosto, nel capoluogo siciliano, tre precari (un docente, un assistente amministrativo e un collaboratore scolastico) sono al nono giorno di sciopero della fame 1 e “non hanno nessuna intenzione di mollare”. Salvo Altadonna, Giacomo Russo e Pietro Di Grusa, tutti e tre sposati e con famiglia a carico, a settembre rimarranno senza lavoro e hanno deciso di digiunare a tempo indeterminato. Di Grusa, 50 anni, ha anche sospeso le medicine per la cardiopatia da cui è affetto e domenica scorsa è finito in ospedale. Ma il giorno dopo, contro il parere dei medici, è tornato a digiunare. “Senza lavoro sono comunque un uomo morto”, dichiara. Da tutte le regioni italiane, ai tre temerari palermitani, sono arrivate attestazioni di solidarietà.

Il numero dei precari della scuola che, anche dopo un decennio, dovranno dire addio all’incarico e allo stipendio non è ancora noto con precisione, ma si parla di 15/20 mila unità in meno rispetto allo scorso anno. Ieri mattina a Caltanissetta è stata occupata la sede dell’Ufficio scolastico provinciale (l’ex provveditorato agli studi). Insegnanti e personale Ata precario intendono proseguire la protesta a tempo indeterminato. In tre anni, nella sola provincia nissena, sono spariti più di mille posti. Per Paolo Ferrero (Prc) “l’indifferenza di fronte allo sciopero della fame dei precari della scuola a Palermo è il segno che la politica italiana è afflitta da un cinismo, indegno di un Paese civile”.

Intanto, dopodomani nella Capitale si riunirà l’Osservatorio permanente dei Coordinamenti precari scuola. Dopo un incontro con i sindacati i supplenti romani intendono chiedere un aumento dei posti assegnati dal ministero e, in caso contrario, si dichiarano “pronti a rioccupare via Pianciani”, la sede del provveditorato agli studi di Roma. Nelle scuole della provincia, spiegano i precari, per tagliare più posti possibile, le classi sono state riempite a dismisura. In parecchi casi si sfiorano i 30 alunni. Un trend che ormai prosegue da alcuni anni. Negli ultimi due, la popolazione scolastica è cresciuta di 50 mila alunni, ma le classi sono in calo di 6 mila unità. E per il prossimo anno si prevede un ulteriore incremento di alunni e ancora un taglio delle classi.

Alla protesta di chi ha perso il lavoro potrebbe presto aggiungersi quella dei genitori dei bambini disabili. Dalle prime stime, il loro numero è in crescita rispetto a 12 mesi fa, ma l’organico predisposto dal ministero prevede lo stesso numero di cattedre dell’anno scorso: 90.469 posti. Questo significa che ogni alunno avrà meno ore di sostegno. Per rendere difficile l’avvio dell’anno scolastico basterà poco quest’anno. Per effetto dell’entrata in vigore della riforma delle superiori, che ha richiesto uno slittamento delle iscrizioni, tutte le operazioni di nomina del personale di ruolo e dei precari sono in enorme ritardo rispetto al passato.

Nelle grandi città la nomina dei supplenti slitterà a settembre e certamente migliaia di precari non potranno partecipare alla riunione del primo settembre, dove si stabiliscono tutti i passaggi e i criteri per affrontare l’anno scolastico. E col suono della prima campanella dal 13 settembre in dieci regioni italiane, con tutta probabilità buona parte dei 120 mila supplenti in attesa di un incarico a tempo determinato non potrà neppure essere in classe. A Roma, tanto per fare un esempio, fino al 31 agosto si nomineranno i nuovi assunti. Il calendario delle nomine a tempo determinato verrà affisso, scrive il dirigente Giuseppe Minichiello, dopo il 2 settembre. E sarà piuttosto difficile nominare in poco più di una settimana almeno 8 mila supplenti e oltre 5 mila precari Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari).

La Repubblica 26.08.10