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«Alleanza larga non vuol dire nuove ammucchiate», intervista a Piero Fassino di Mario Lavia

Parla Piero Fassino: il candidato premier del Pd è Pier Luigi Bersani. «Siamo di fronte ad una crisi che non è né transitoria né temporanea, ma strutturale». L’impressione, parlando con Piero Fassino, è che “la fine è nota”, lo scivolamento verso le urne un esito quasi sicuro, anche se c’è un signore che ne è terrorizzato chiamato Silvio Berlusconi.
La vulgata dice che è il Partito democratico ad avere paura.
Dobbiamo cominciare a dire con più forza che noi le elezioni non le temiamo, anzi, e che al contrario è il premier ad averne paura perché sa che non otterrà mai più il 37 per cento del 2008. Alle europee era sceso al 35, alle regionali era sul 30, secondo i sondaggi è sotto quella soglia… D’altronde se davvero volesse aprire la crisi dovrebbe andarsi a dimettere. Avrebbe già potuto farlo e non lo ha fatto. E non lo ha fatto perché ha paura.

Ma che margini ha per andare avanti in questa situazione?
Strettissimi. Perché tutto quello che sta succedendo rende evidente l’esaurirsi di un ciclo politico e anche della forza del suo protagonista principale. Questo governo è investito da inchieste giudiziarie, approfondendo le distanze fra politica e società, i continui bracci di ferro di Berlusconi sulla giustizia si sono tradotti in fallimenti. E infine non credo che il contrasto con Fini sia componibile: ci pensa ogni giorno Feltri a tenerlo ben vivo…

Anche Tremonti ne esce male.
Lui si è prodotto per una cosa sola: la tenuta dei conti pubblici. Ma in omaggio a questo obiettivo, in sé giusto, non ha sostenuto alcuna politica per la crescita, lo sviluppo, le liberalizzazioni, le riforme. È un altro segno del fallimento strategico di questo governo.

Meglio il voto, allora?
Dunque, intanto Berlusconi deve venire in parlamento per certificare questa situazione di crisi e perché dopo si possa aprire una fase diversa.

Ma si può varare un governo diverso da quello uscito dalle urne? Il Pdl già agita lo spettro del ribaltone…
Io penso, e non da oggi, che in una democrazia dell’alternanza quando vengono meno una maggioranza e il suo leader, e soprattutto si è giunti alla fine di un ciclo, si deve tornare alle urne. Ma qui c’è un aspetto ineludibile, e cioè questa pessima legge elettorale che può produrre effetti perversi.
Basti pensare che se alle elezioni andassero 4 o 5 raggruppamenti elettorali il vincitore con il 30,35 per cento dei voti avrebbe il 55 per cento dei seggi: una sproporzione che non ha eguali al mondo. E che fra l’altro metterebbe il vincitore nella condizione di essere fortemente contestato da tutti gli altri. Per questo dico che sarebbe meglio un governo di transizione non per fare un ribaltone ma per una brevissima durata per fare una nuova legge elettorale.

Mettiamo che non si fa e si va dritti alle elezioni. Il Pd che propone, con chi si allea? Veltroni parla di «alleanze fondate su una reale convergenza»: niente ammucchiate.
Veltroni dice molte cose condivisibili, a partire dal suo allarme per la crescente distanza fra il paese e il sistema politico…

Ma?
Ma un’alternativa cammina su due gambe.
Certamente su un programma che parli al paese, come giustamente sollecita Veltroni, ma anche di uno schieramento che lo porti avanti. E io non penso che un’alleanza che vada dall’Udc alla sinistra passando per il Pd sia un’ammucchiata. D’altra parte è un’alleanza che abbiamo già sperimentato due volte: alle regionali e al secondo turno delle amministrative del 2009. Senza contare che in parlamento abbiamo votato assieme il 95 per cento delle volte.

Facile dire no tutti insieme, più difficile dire dei sì. Non c’è il rischio di un’Unione- bis?
Ma il nodo delle alleanze è ineludibile. In tutta Europa il modello bipolare è pluripartitico: in Italia non ci sono due partiti ma due coalizioni.

Ma la vocazione maggioritaria…
La vocazione maggioritaria significa che il Pd deve avere un consenso largo ma che non è esclusivo e che ha la capacità di guidare una coalizione. Nessuno ha mai pensato di poter prendere il 51 per cento.

Questo giornale ha scritto che alla fine, il problema del Pd è sempre quello: il candidato premier. Sbagliamo?
È certamente un passaggio importante. Alleanze e candidati sono più facili da scegliere quando la prospettiva delle elezioni è concreta. Prima è più complicato, prevale la tattica… Però io sono favorevole allo schema europeo: il candidato è il leader del principale partito della coalizione.

Non servono le primarie?
Le primarie è giusto farle. E il Pd ci va con Bersani candidato premier. È moralmente ingiusto che il leader del partito più forte poi si debba fare da parte, lo lasci dire a me che sono stato segretario del partito più grande per sette anni…

Bersani, dunque. Se fosse la posizione di tutta Area democratica sarebbe una novità.
A parte che anche da noi possono esserci opinioni diverse, io penso che il congresso sembra ormai lontanissimo, con tutto quello che è successo dopo. Francamente far sopravvivere quella dialettica sarebbe ridicolo e anche poco spiegabile. Noi dobbiamo garantire un partito unito intorno a Bersani. Ciascuno naturalmente con il suo profilo, ma consapevoli tutti della responsabilità che abbiamo di fronte al nostro partito e al paese.

da Europa Quotidiano 25.08.10

"Tra trono e altare alleanza al tramonto", di Carlo Galli

Che “Famiglia Cristiana” attacchi Berlusconi e la sua politica con argomenti – fondatissimi e di per sé evidenti – che mescolano l´indignazione civile e lo sdegno religioso non ha nulla di “disgustoso”. È semplicemente la dimostrazione di una verità quasi bimillenaria: che la Chiesa cattolica è capace di stringere compromessi con ogni potere, di allearsi con potenze mondane di ogni risma – da Costantino a Mussolini, solo per dare un´idea.Ed è capace di agire con la spregiudicatezza che la politica richiede, trovando sempre (del resto non è troppo difficile) il modo di giustificare il proprio operato, davanti a se stessa e davanti al mondo. Ma che da questi abbracci la Chiesa sa anche sciogliersi per tempo, quando le diventano scomodi.
E questo perché la Chiesa non ha mai una politica soltanto, ma ne ha sempre altre di riserva. Ed è “con riserva” che sta nelle cose del mondo, senza sposare mai una causa una volta per tutte: del resto, è la Sposa di Cristo, non di questo o di quel potere. Questa intrinseca duplicità deriva dal fatto che la radice religiosa del messaggio di cui la Chiesa è portatrice ha almeno due lati: quel messaggio è da una parte una volontà di organizzazione del mondo sul fondamento stabile del dogma e del magistero delle gerarchie. E per questo motivo la Chiesa è organismo politico, che si confronta con altri, secondo logiche di potenza. E´ la Chiesa costantiniana, che cerca il potere per essere in grado di esercitare in sicurezza la propria missione. Ma d´altra parte quel messaggio è anche la potenza profetica del Dio che libera dal peccato e dall´oppressione, del Dio che mobilita gli animi, muove le coscienze, e suscita gli scandali. E´ anche questa una Chiesa politica, sia chiaro; ma di una politica caritatevole e battagliera, per nulla diplomatica o benpensante, che nel corso della storia si è sempre affiancata criticamente alla Chiesa gerarchica; e questa, per quanto l´abbia temuta e, per quanto possibile, normalizzata, non ne ha mai potuto prescindere. La Chiesa è entrambe le cose, contemporaneamente; fa coesistere in sé gli opposti. Non è un´azienda in cui regni la volontà unica del padrone, ma una realtà per sua natura complessa e plurima. Anche il rigido centralismo vaticano, il primato del Papa, si confronta con questa ricchezza inesauribile, a cui dà sì una direzione ma non un´uniformità totale.
Non c´è da stupirsi, quindi, se dentro la Chiesa cattolica le posizioni su Berlusconi sono differenziate: su queste differenze ha giocato, del resto, lo stesso premier, che, col caso Boffo, ha sfruttato a proprio vantaggio i contrasti fra la Cei e la Segreteria di Stato; mentre su altre differenze, ora, inciampa. “Famiglia Cristiana”, da parte sua, non è nuova a questo esercizio di critica: e quindi non ci sarebbe da stupirsi. Ma forse la destra sta fiutando – nell´asprezza, nella libertà, nella costanza degli attacchi del settimanale – un cambiamento di vento nelle stesse gerarchie, con le quali ha stipulato molti e vantaggiosi (per entrambi) compromessi, scambiando benefici fiscali e acquiescenze verso gli aspetti più chiusi del magistero (sulla bioetica e sulla biopolitica) con un appoggio politico di fatto. Un appoggio per nulla scontato poiché il modello d´uomo e di società proposto dalla destra di Berlusconi e Bossi – per non parlare del troppo laico Fini – non dovrebbe essere gradito alla sensibilità religiosa. In ogni caso, la settimana scorsa, a un analogo attacco di “Famiglia Cristiana” era stato risposto, da parte della destra, con l´invito agli estensori – evidentemente ritenuti ignari – a ripassare i capisaldi della dottrina sociale della Chiesa, e, con un po´ più di verosimiglianza, a non dimenticare i tanti segni tangibili della vicinanza di questo governo alle richieste delle gerarchie.
Nelle risposte davvero sopra le righe a “Famiglia Cristiana” (rea di darsi alla “pornografia politica”), c´è forse solo l´esasperazione di una maggioranza in crisi per ben altri motivi. Ma potrebbe anche esserci la preoccupazione di Berlusconi di perdere, dopo Casini e Fini, e – chissà – Bossi e Tremonti, anche la benevolenza vaticana. Forse il fido Letta non è riuscito a far digerire Oltretevere le nuove minacciate leggi di ispirazione leghista contro immigrati e rom; o forse le gerarchie si rendono conto che dal Cavaliere hanno spremuto tutto quello che si poteva, e che la sua politica ormai di rottura, di lotta disperata per la sopravvivenza, non è più in grado di garantire quello spazio che la Chiesa chiede per sé e per le proprie istanze in Italia. Forse la prospettiva di un clima di divisione permanente – che mette a rischio l´unità dello Stato (tema spesso sollevato ad altissimo livello, in queste settimane) e della società, e che spezza l´unità dei cattolici (come “Famiglia Cristiana” denuncia) – comincia a interessare meno i vertici della Chiesa. Che non vogliono e non possono legare il loro destino a quello di un´avventura politica ormai incerta, e mandano messaggi trasversali come sanno fare. Forse, un´alleanza fra trono e altare – un buon affare per entrambi, ma di solito più per il secondo che non per il primo – sta tramontando, e il trono comincia a temere per la propria stabilità.

La Repubblica 25.08.10

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Nuovo affondo di Famiglia Cristiana

Il «berlusconismo» sta distruggendo il dissenso e ha già spaccato in due il mondo cattolico. E nell’ Italia del Cavaliere, a differenza delle «attuali democrazie», «comanda solo lui». In un torrido giorno di fine agosto Famiglia Cristiana lancia l’ennesimo affondo al presidente del Consiglio e alle sue esegesi costituzionali senza nascondere un certo allarme per le divisioni che attraversano gli ambienti cattolici davanti allo spettro di un ritorno anticipato alle urne.

Divisioni attribuite anch’esse «alla discesa in campo di Berlusconi». Nello stesso giorno Farefuturo, Fondazione vicina a Fini, scrive ai berlusconiani moderati invitandoli a cambiare strada, abbandonando l’idea «che la Rivoluzione liberale (quella che guardava alla signora Thatcher e al presidente Reagan con ammirazione e con invidia) possa avere il volto di Vladimir Putin, e possa davvero consumarsi sotto il tendone di Gheddafi».

Parole che richiamano quelle di Walter Veltroni, ex leader del Pd, che questa mattina, dalle colonne del Corriere dell Sera, metteva in guardia contro il rischio «che si faccia strada, anche in Occidente, quella suggestione di ‘democrazia autoritaria’ che è già realtà nei sistemi russo o cinese». Tuttavia, nel bilancio di fine giornata, il coro moderato viene travolto da uno scontro al vetriolo, con il settimanale cattolico all’attacco, e le voci forti del Pdl, tra cui Bondi e Lupi, a gridare allo «sconcerto rendendo pubblico il proprio ‘disgusto’ per l’articolo, tacciando il settimanale dei Paolini di essere ormai ‘una fotocopia del Fatto quotidiano e dell’Unità’».

Il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro si spinge ancora più avanti definendo l’articolo un esempio di ‘pornografia politica’. «Dice il vero sul premier e il governo», replica Ventura del Pd. Per De Magistris (Idv) quella del Pdl al settimanale è ‘un’aggressione tribale’, e Pedica suggerisce di ‘cacciare Berlusconi e leghisti dalle chiese’. A scatenare l’ira del Pdl è stato un editoriale dal titolo ‘Il cavaliere rampante e la Costituzione dimezzata’ sul numero di Famiglia Cristiana domani in edicola.

“La situazione politica italiana – vi afferma Beppe del Colle, firma di punta del settimanale diretto da don Sciortino – è unica in tutte le attuali democrazie, che prevedono sistemi bilanciati, in cui nessun potere può arrogarsi il diritto di fare quello che vuole, avendo per di più in mano la grande maggioranza dei mezzi di comunicazione”. Citando poi le parole di Berlusconi sul “piano dei cinque punti” e sui “formalismi costituzionali”, accusa il premier di aver così confessato che “in Italia comanda solo lui”.

“Parole impermeabili al dissenso – sostiene Famiglia Cristiana – grazie al controllo dei mezzi d’informazione e alla “regola del berlusconismo” che «se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: il ‘metodo Boffo’ (chi dissente va distrutto) è fatto apposta».

Moltissime le reazioni, soprattutto quelle, negative, provenienti da casa Pdl, alle quali si aggiunge in serata quella del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini che accusa Famiglia Cristiana di «propaganda e faziosità, invitandola ad analizzare con più obiettività i risultati raggiunti dal presidente e dalla maggioranza».

Della situazione politica in Italia, tuttavia, cominciano a preoccuparsi anche i massimi rappresentanti del mondo cattolico italiano, visto che solo tre giorni fa il giornale dei vescovi di Avvenire paventava il pericolo di una “decadenza” della politica in Italia e “del governo della cosa pubblica, sebbene senza eccezioni di schieramento”.

L’Unità 25.08.10

"Anche per le città serve una politica nazionale", di Paolo Verri*

Perché le città italiane non sono in grado di fare della cultura una forte leva di sviluppo economico e sociale? Nell’ampio articolo di Irene Tinagli apparso sulla Stampa il 23 agosto, in cui si citano casi internazionali di grande successo il nostro Paese, anche sul fronte dello sviluppo urbano, pare bloccato. In Italia non si è consapevoli dell’opportunità costituita dal sistema urbano diffuso. Le città sono considerate lo sfondo dell’azione politica, economica e culturale e non il motore della nazione. Esistono casi che vanno contro tale impostazione: città di dimensioni medio piccole, come Siracusa e Matera, Rimini e Reggio Emilia, Mantova e Trento hanno dimostrato che la trasformazione urbana può essere gestita unendo al meglio creatività e spazi architettonici, dando vita a scene culturali alternative in cui convivono nuovi mercati del lavoro, forme di ricerca scientifica e innovazioni tecnologica, apertura sociale e qualità culturale.

Anche grandi aree ex industriali hanno visto coinvolti migliaia di metri cubi di rinnovamento: Genova, Napoli e Torino sono le tre aree metropolitane che meglio hanno affrontato la sfida del passaggio dal fordismo a una nuova concezione dello spazio urbano, e in tutti le tre città sono stati i movimenti culturali a dare slancio al cambiamento. Ma oggi, dopo vent’anni di esperimenti anche riusciti, in Italia manca ancora un Dipartimento delle aree urbane, manca la consapevolezza che investire in cultura urbana porti nel medio lungo periodo a risultati importanti per tutti. Nessuna città italiana sembra in grado oggi di impegnare risorse per immaginare quello che sarà tra dieci o quindici anni.

Serve un dialogo nazionale sul tema, per costruire al più presto un luogo di confronto e di scelta in cui «cooperare per competere». Dare uno slancio a un nuovo rinascimento urbano, con un progetto nazionale da qui al 2020, sarebbe una scelta prioritaria per il nostro Paese. Un modo concreto di mettere insieme territori e sviluppo. Ma c’è chi a tempo di lavorare a un simile progetto?

Perché le città italiane non sono in grado di fare della cultura una forte leva di sviluppo economico e sociale? Nell’ampio articolo di Irene Tinagli apparso sulla Stampa il 23 agosto, in cui si citano casi internazionali di grande successo il nostro Paese, anche sul fronte dello sviluppo urbano, pare bloccato. In Italia non si è consapevoli dell’opportunità costituita dal sistema urbano diffuso. Le città sono considerate lo sfondo dell’azione politica, economica e culturale e non il motore della nazione. Esistono casi che vanno contro tale impostazione: città di dimensioni medio piccole, come Siracusa e Matera, Rimini e Reggio Emilia, Mantova e Trento hanno dimostrato che la trasformazione urbana può essere gestita unendo al meglio creatività e spazi architettonici, dando vita a scene culturali alternative in cui convivono nuovi mercati del lavoro, forme di ricerca scientifica e innovazioni tecnologica, apertura sociale e qualità culturale.

Anche grandi aree ex industriali hanno visto coinvolti migliaia di metri cubi di rinnovamento: Genova, Napoli e Torino sono le tre aree metropolitane che meglio hanno affrontato la sfida del passaggio dal fordismo a una nuova concezione dello spazio urbano, e in tutti le tre città sono stati i movimenti culturali a dare slancio al cambiamento. Ma oggi, dopo vent’anni di esperimenti anche riusciti, in Italia manca ancora un Dipartimento delle aree urbane, manca la consapevolezza che investire in cultura urbana porti nel medio lungo periodo a risultati importanti per tutti. Nessuna città italiana sembra in grado oggi di impegnare risorse per immaginare quello che sarà tra dieci o quindici anni.

Serve un dialogo nazionale sul tema, per costruire al più presto un luogo di confronto e di scelta in cui «cooperare per competere». Dare uno slancio a un nuovo rinascimento urbano, con un progetto nazionale da qui al 2020, sarebbe una scelta prioritaria per il nostro Paese. Un modo concreto di mettere insieme territori e sviluppo. Ma c’è chi a tempo di lavorare a un simile progetto?

* Comitato Italia 150

La Stampa 25.08.10

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“Sgravi fiscali più creatività e la città rinasce”, di Irene TInagli

Barcellona, eclettica di giorno e di notte, con un capitale culturale immenso. Unica al mondo con 9 edifici Patrimonio dell’Umanità. Da Seattle a Lille per riqualificarsi le città ex industriali ora puntano su cultura e arti, nuove leve per uno sviluppo economico e sociale.
AA.A. creativi e artisti cercansi per rilancio urbano. Ormai da diversi anni è questa, pare, la tendenza più in voga in tema di sviluppo urbano: far leva su fattori creativi ed immateriali come l’arte, la cultura, la musica o il design per promuovere una nuova immagine della città, per attrarre artisti, giovani professionisti e imprenditori innovativi.

Molte le città che hanno abbracciato o stanno cercando di adottare questo approccio: dagli esempi più spesso citati come Seattle, Austin, Barcellona o Bilbao, fino a realtà meno note al grande pubblico. Ma non meno interessanti come Glasgow, Edimburgo, Denver, Pittsburgh o Lille. Tra le grandi città che in anni più recenti hanno adottato politiche culturali molto aggressive troviamo anche Toronto e Berlino.

Le strategie e le politiche adottate su questo fronte sono molto variegate e spesso includono un mix di interventi e azioni che spaziano dalle infrastrutture alla programmazione culturale e all’istruzione, dal grande museo simbolo a un insieme di piccoli eventi di strada, festival e concerti. In linea di massima, e semplificando un po’, le strategie possono essere classificate in due tipologie molto diverse. Da un lato c’è chi tende a investire soprattutto in infrastrutture, in enormi progetti architettonici di riqualificazione urbana e grandi eventi, come è avvenuto per esempio in molte città spagnole, da Barcellona a Bilbao. Quest’ultima, col suo famosissimo Guggenheim attrae quasi un milione di visitatori ogni anno, ed è riuscita così a trasformarsi da città industriale in declino in meta privilegiata del turismo culturale internazionale.

Dall’altro lato invece c’è chi adotta politiche culturali più diffuse, quasi micropolitiche che cercano soprattutto di operare sul piano sociale e culturale, magari attraverso un mix di incentivi fiscali per artisti e programmi educativi e culturali rivolti ai bambini e alla popolazione in generale. Più che puntare solo su grandi progetti. È stato questo, per esempio, il caso di Denver, che è riuscita a trasformarsi in uno dei «distretti culturali» più vivaci e attrattivi d’America attraverso un’agenzia di sviluppo dinamica ed efficiente (il Colorado Business Committee for the Arts) e un originale metodo di finanziamento che dal 1989 destina a organizzazioni artistiche e culturali l’uno per mille di tutte le tasse sul fatturato prodotto nella regione.

Un caso che per certi versi ricorda quanto accaduto a Lille, che già da fine Anni Settanta ha iniziato a trasformarsi da vecchia città industriale in centro culturale vibrante e dinamico attraverso programmi educativi che coinvolgono scuole e università, ma anche programmazioni culturali che riguardano decine di associazioni, volontari, negozi e aziende, nonché un generoso sistema che ogni anno supporta progetti artistici, manifestazioni ed eventi. Basta pensare che oggi Lille destina ben il 15% di tutto il budget cittadino alla produzione e promozione di attività culturali. Una costanza che oggi fa della cittadina francese una delle regioni culturalmente più vivaci d’Europa.

Interessante anche il caso di Pittsburgh, che ha cercato un mix di intervento pubblico e privato con misure sia relative ad aspetti infrastrutturali, attraverso la riqualificazione di teatri e musei, che ad aspetti più soft, attraverso una programmazione culturale sempre più ricca, un forte coinvolgimento del volontariato, delle università e delle aziende locali. Il Pittsburgh Cultural Trust, l’ente non profit che unisce pubblico e privato e che dal 1984 cura la riqualificazione e la programmazione culturale della città, ha oggi un budget operativo di circa 52 milioni di dollari, gestisce oltre quattordici strutture culturali nel centro (teatri, gallerie d’arte, spazi polifunzionali ecc.) e numerosi festival e iniziative culturali. Un programma che certo ha richiesto tempo prima di prendere forma e che ancora oggi sta crescendo, ma di cui si cominciano a raccogliere i frutti.

Ma forse tra tutti il caso che recentemente ha attirato più l’attenzione dei media è Berlino, una città che ora è in gran voga, ma che già da alcuni anni ha in piedi un sistema di agevolazioni fiscali e aiuti per artisti e per tutte le organizzazioni che vogliano impegnarsi in attività culturali. Questi incentivi economici, uniti a politiche sociali molto solide e a una grande disponibilità di spazi a basso costo, hanno rappresentato una grande attrattiva per creativi di tutto il mondo in cerca di spazi per vivere e lavorare senza l’ansia di arrivare a fine mese come accade a Londra o New York. Ed è così che piano piano Berlino si è costruita una reputazione internazionale di città cool, riuscendo poi ad attrarre anche giovani professionisti e imprenditori innovativi.

Dunque l’arte e la creatività come una ricetta di sviluppo miracolosa e infallibile? Niente affatto. Come tutte le politiche, anche questa richiede grande attenzione, costanza, ed equilibrio, saper capire le specificità locali e affrontare i risvolti sociali. E se tutti ora parlano di Bilbao, nessuno cita però i numerosi tentativi di emulare Bilbao finiti in fallimento. Così come nessuno parla del fatto che le riqualificazioni urbanistiche in città come Barcellona hanno spinto nelle periferie molta della popolazione più povera che prima abitava in centro, creando talvolta problemi e conflitti sociali. No, non sono politiche facili (ammesso che ve ne siano), ma quando sono realizzate correttamente valgono la pena perché servono come strumenti di crescita non solo economica ma sociale e culturale di tutta un’area. L’approccio giusto non sta in un’opera, un museo o un festival, ma nella mentalità, nello spirito che le anima, in un modo di vedere e interpretare la cultura, l’arte e la creatività non come oggetti da mettere in vetrina e vendere per fare cassa, ma come un mondo fatto di persone, idee, produzione e innovazione. Una comunità che produce idee, che discute e fa discutere, che affronta e interpreta problemi del nostro tempo, che genera fermento, curiosità, e che funziona da stimolo anche per i non artisti, per i professionisti, gli imprenditori, gli studenti, la gente comune. Una cultura che produce e che contamina. Serve quindi una mentalità aperta, non lineare, che tolleri anche elementi di non programmabilità, di confusione, di caos, e persino di inefficienze. «L’innovazione è inefficiente – esclamava qualche anno fa il noto guru dell’informatica e professore del Mit, Nicholas Negroponte -, è indisciplinata, contraria, iconoclasta; si nutre di confusione e contraddizione».

Questa è la mentalitè delle città che riescono a usare con successo la cultura come leva di sviluppo economico e sociale. E questo è proprio quello che, forse, manca oggi al nostro Paese. Un Paese che ha città stupende e risorse enormi, ma che continua a interpretare la cultura come strumento di consumo e attrazione turistica, snobbandone o ignorandone il cuore pulsante e vero, quella comunità artistica e intellettuale che ne rappresenta l’anima e la vera potenzialità.

La Stampa 23.08.10

Il viaggio dell'Unità, 150 anni dopo. In attesa di più degno monumento

Centocinquanta anni e non ce l’hanno ancora fatta. Una lapide l’aveva promesso, più di cent’anni fa, l’11 maggio del 1893. Rileggerlo oggi fa un po’ ridere, un po’ no, quel messaggio, che immaginiamo pronunciato con voce stentorea e ispirata: «Marsala, memore e fiera, a perenne ricordo del luogo in cui sbarcarono i Mille, duce Garibaldi, in attesa di più degno monumento».
Il monumento, però, ancora non c’è. A un secolo e mezzo di distanza dall’impresa. Marsala, memore e fiera, è in perenne ritardo. Sopra al basamento, c’era una colonna, dominata, a sua volta, da una vittoria alata. Nel corso degli anni caddero sia la vittoria, sia la colonna. Pare sia stato il vento. Del Sud.
L’ultima volta che qualcuno ci ha provato, è stato tra migliaia di persone. La folle plaudente. E una cittadinanza desiderosa di «porre», come si suol dire in questi casi. Il nuovo Garibaldi allora si chiamava Bettino Craxi. Era il 1986. La camicia rossa Craxi era premier e collocò la prima pietra sul lungomare, nel punto esatto dello sbarco. Due anni dopo, proprio l’11 maggio, nel giorno in assoluto più indicato, la Capitaneria di Porto – che pure era stata presente alla ‘monumentale’ inaugurazione – scrisse al Comune, chiedendo di levare anche quella. E quel poco che fino ad allora era stato costruito. «Il monumento è abusivo». Cose che capitano. Come aveva detto Craxi: «Speriamo che l’opera non rimanga un’eterna incompiuta». Testuale. Giacomo Di Girolamo e Francesco Timo sono giornalisti. Lavorano per il sito d’informazione Marsala.it e per una radio, RCM101. Insieme a Antonella Genna, hanno curato un libro (imperdibile) che si chiama Non più Mille. Li incontriamo al caffè Grand’Italia in piazza della Repubblica. Raccontano di come i monumenti al Piemonte e al Lombardo si siano «arenati», scherza Francesco, sul lungomare di Marsala. Al Lombardo, tra l’altro, capitò davvero, quel giorno del 1860.

Tra Garibaldi e Marsala le cose andarono in modo curioso. L’Eroe e i suoi Mille arrivarono nel primo pomeriggio quando a Marsala, per le strade, non c’era nessuno. Pausa pranzo. Garibaldi chiese del sindaco. Assente. E in municipio non trovò nemmeno la carta della Sicilia. Non avevano ancora aperto l’Urp. Il suo arrivo non fu avversato dai cannoni borbonici, erano presenti navi commerciali inglesi nel porto di Marsala. E del marsala. E così la storia di Garibaldi incrocia quella del vino, che proprio gli inglesi avevano reso liquoroso, aggiungendo dell’alcol per conservarlo nel trasporto. E pare che quella notte i Mille, con il vino, esagerarono. Meno male che nessuno pensò di attaccarli. Altrimenti, niente Calatafimi e niente unità. L’enoteca Garibaldi, che si trova in via Garibaldi, a due passi da porta Garibaldi e dal mare colore del vino, è insomma filologicamente corretta.

A Mussolini nel 1924 e a Napolitano quest’anno, la visita alla bruttura fu risparmiata. Le autorità fecero un giro largo, in entrambe le occasioni. Ogni volta che si celebra un cinquantenario, del resto, succede qualcosa. In vista del 1910, l’architetto Ximenes fu incaricato di erigere il monumento. 50.000 lire: se le prese il Comune, e Ximenes si dovette fermare quasi subito. Nel 1960, si arrivò addirittura all’approvazione di una legge in Parlamento. 90 milioni: non se ne fece nulla. Troppo pochi. In compenso, una bella regata rievocò il viaggio dei Mille Prodi (così si legge): partenza da Quarto, destinazione Trapani. Per il sommo disappunto dei marsalesi. Una scelta talmente incredibile che è stata replicata qualche mese fa, nel 2010. Perché la storia e le lapidi e le regate si ripetono.Ora si parla del progetto delle «Mille luci» di Marsala. Garibaldi sbarca nella New York di McInerney? No. L’attuale catafalco, ora ricoperto di scritte (dalla classica «Giusy buttana» al lapidario «Premere il tasto per annullare il sistema») sarà ‘compiuto’ ospitando un museo e la fondamentale «terrazza cocktail», che si chiamerà «lo Sbarco». E come, se no? Una «Repubblica fondata sull’aperitivo». Giacomo pose.

Milioni di euro previsti per la realizzazione del progetto rinnovato. Il sindaco, in occasione dei centocinquanta anni, nel maggio del 2010, aveva promesso: i lavori riprenderanno immediatamente. Siamo ad agosto, e del cantiere nemmeno l’ombra. Con il sole che c’è, tra l’altro.C’è un finale, non dico buono, ma almeno aperto, rappresentato dai giovani artisti e architetti che si preoccupano di valorizzare l’«incompiuto siciliano». A Giarre, in provincia di Catania, la città delle incompiute, tengono anche un festival (www.incompiutosiciliano.org).Quella che propongono è un’iniziativa di denuncia associata a una riflessione sul paesaggio, certamente, ma sono proprio convinti che l’incompiuto sia uno stile, anzi, lo stile italiano. Vogliono dare dignità a queste opere interrotte. Senza completarle, ovviamente. Passandole in rassegna, come hanno fatto, in processione, fino alla Biennale di Architettura di Venezia. Un altro viaggio dell’unità.

A Marsala, dal 9 al 20 settembre, si terrà un workshop internazionale. Sul senso dell’effimero. E dell’incompiuto: così un’installazione effimera per definizione sorgerà sull’incompiuto per eccellenza, il monumento mancato ai Mille. Tutto si tiene, ancora una volta, perché me ne parlò a Verona, ancor prima di partire, un ragazzo che si chiama Enrico. Sgarbi, di cognome. Cosa non ti fanno le omonimie. Denuncia, innovazione, creatività. Se in Sicilia ci credi, «ti prendono per comunista o per stronzo», dice Giacomo. «Al massimo, per “uno strano”». Ai ragazzi dell’incompiuto è già capitato. E tutti li prendono per pazzi. Del resto, in Sicilia, «o pazzo lo sei da prima, o lo diventi. Ma è anche da queste cose che passano l’innovazione e il cambiamento». Siamo arrivati, così, a Marsala. Obiettivo raggiunto? Nemmeno per idea. E domani spiegheremo il perché. Sulla via del ritorno, nei titoli di coda. Sperando di non trovarne, però, di coda, perché non sarebbe carino. Risalire la penisola. E metterci centocinquanta anni.
Il monumento di Marsala e il suo lungomare da rifare sono la metafora e, forse, il riassunto preciso dell’Italia in cui viviamo. Tutto si tiene e si spiega, a proposito della nostra famosa identità nazionale.

Il monumento la rappresenta fedelmente, anche per la sua incompiutezza. Che non è necessariamente una cattiva notizia. Anzi, ampi margini di miglioramento sono tanti, come dicono gli allenatori delle squadre di calcio. O i segretari del Pd. Le linee di frattura sono riconoscibili. Le incomprensioni fin troppo comprensibili. I ritardi documentati, per filo e per segno. C’è solo (!) bisogno di volontà. E di misura. E di una consapevolezza, sempre attuale. Che l’unità – e la Costituzione – non riguardano il passato. No, riguardano il futuro. Sono davanti a noi, proprio come in quel giorno di maggio del 1860. Chissà se le raggiungeremo.

L’Unità 24.08.10

La campagna porta a porta del Pd «Ecco cosa diremo sull’economia», di Stefano Fassina

Chiariamo subito il PD non teme le elezioni anticipate. Detto questo, è bene ricordare che in un quadro segnato da una grave crisi economica e occupazionale, da una legge elettorale mortificante per gli elettori e per gli eletti, le elezioni anticipate sono un grave atto di irresponsabilità della politica nei confronti del Paese. Davanti a uno scenario politico di tale incertezza, è chiaro che non si può restare in attesa delle mosse dell’avversario.
Come indicato da Bersani nei giorni scorsi, di fronte all’implosione della maggioranza, il
Pd accelera il percorso politico-programmatico avviato con l’assemblea nazionale del 21 e 22 maggio scorsi e lancia una mobilitazione porta a porta, casa per casa, azienda
per azienda, facoltà per facoltà, scuola per scuola per raccontare ai cittadini italiani, ai lavoratori, agli imprenditori, agli studenti, il bilancio fallimentare del decennio berlusconiano e, in particolare, degli ultimi due anni di Governo. Oggi, la scusa per l’inadempienza sulle riforme e per i drammatici tagli ai diritti dei cittadini (dalla scuola al trasporto pubblico locale, dalle integrazioni al reddito all’assistenza agli anziani) e ai servizi per le imprese (ad esempio, il finanziamento dei Consorzi Fidi), inferti mediante lo strangolamento di Comuni, Province e Regioni, è la più grave crisi economica degli ultimi 80 anni. Ma è proprio così? È vero che non si poteva fare altrimenti per contenere il “terzo debito pubblico più grande del mondo”? No, non è vero. Gli stessi obiettivi di deficit si sarebbero potuti raggiungere con soluzioni diverse.
Due esempi da raccontare nel porta a porta. Il primo. Per raccogliere 5 miliardi, invece di tagliare i servizi sociali, si sarebbe potuto innalzare l’imposta ai grandi evasori per l’immorale condono sui capitali all’estero: portare l’aliquota dal 5 al10%ci avrebbe lasciato ancora distanti dagli altri Paesi Ocse, i quali hanno scontato le sanzioni, ma confermato aliquote del 40-45%, senza garantire anonimato e sospensione dell’obbligo di segnalazione antiriciclaggio. Secondo esempio. Alcuni tasselli di una strategia di
riforme fiscali si possono realizzare senza attendere la messianica “Grande Riforma” evocata da Tremonti. Si può almeno fare quanto fatto nel Regno Unito dal conservatore Cameron: innalzare l’aliquota sui capital gain, sui redditi da capitale, da noi tra i più bassi dell’intera area Ocse. Il Governo Cameron l’ha portata dal 18 al
28%. Il Pd ha più volte propostom di portarla dal 12,5 al 20%. Il maggior gettito può avviare il taglio delle tasse sui i redditi delle famiglie che non arrivano alla quarta settimana. Un’operazione di equità, ma anche di sostegno ai consumi, alla domanda
interna e all’attività produttiva e all’occupazione. Insomma, Berlusconi, oltre a curare i suoi affari, ha fatto, insieme a Bossi, Tremonti, Sacconi, politiche di destra, a svantaggio dei lavoratori e di una vasta area di classi medie. Ecco la ragione di fondo per mandare a casa non soltanto Berlusconi, ma il berlusconismo imperniato sull’asse Bossi-Tremonti.

L’Unità 23.04.10

Cercasi leader “costituzionale”, di Rudy Francesco Calvo

Sono iniziate le grandi manovre per trovare il capo della mega-alleanza antiberlusconiana. Dario Franceschini, nell’intervista pubblicata domenica su la Repubblica, ha chiarito la posizione del Partito democratico sulla via d’uscita dalla crisi politica in corso. La soluzione della “alleanza costituzionale” che unisca temporaneamente da Vendola a Casini per fermare la «svolta autoritaria di Berlusconi», è prospettata anche dal segretario Pier Luigi Bersani e non trova aperte ostilità nel gruppo dirigente del Nazareno. I dem, quindi, dimostrano la propria compattezza in una fase delicata, proprio mentre il finiano Bocchino prova a stuzzicare «i moderati del Pd ormai delusi», invitandoli a far parte di un nuovo governo sostenuto da una maggioranza aperta anche a Fli, Udc e Api. Per Beppe Fioroni si tratta di «colpi di sole», per Gianclaudio Bressa di «una fantasia d’agosto», ma perfino Moffa, Viespoli e Menia (tra le “colombe” finiane) invocano il «bando alle alchimie e ai machiavellismi », invitando a lavorare «alla ricomposizione e al rilancio del centrodestra».
Anche nel Pd, la possibilità che il governo continui a vivacchiare per qualche mese grazie a un accordo politico che lo tenga in piedi pur senza dargli la forza necessaria a lavorare per il paese, è vissuta come realistica.
Per questo, si insiste sulla necessità di un passaggio parlamentare che sancisca la crisi e passi la parola al Quirinale. La proposta esplicitata da Franceschini, però, dimostra la volontà dei dem di guardare avanti.
Ai confini della nuova coalizione di emergenza anti-berlusconiana, certo, ma anche alla sua leadership. Perché il capogruppo teorizza anche, proprio all’interno di una soluzione emergenziale da elaborare in tempi rapidi, l’accantonamento delle primarie.
Gli uomini più vicini al segretario continuano ad accreditare la candidatura di Bersani a palazzo Chigi come pienamente in campo. Senza le primarie e nell’ambito di un’alleanza “anomala” come quella prospettata da Franceschini, però, le sue chances si riducono inevitabilmente. Più accreditate appaiono altre soluzioni: da quella più “politica”, di origine dalemiana, che affiderebbe a Casini una guida moderata di garanzia, a quella “esterna”, che imporrebbe la ricerca di un leader esterno ai circuiti tradizionali dei partiti.
Il Pd sta coltivando rapporti di cordialità con alcuni dei nomi più gettonati in questo senso. Sia Luca Cordero di Montezemolo che Emma Marcegaglia sono stati contattati per partecipare alle festa nazionale del partito che si apre sabato: entrambi hanno respinto con gentilezza l’invito, ma ai dem più che la loro presenza a Torino interessava tenere aperto un canale di dialogo e, da questo punto di vista, il gesto è stato apprezzato.
Un altro “papabile” è ritenuto l’amministratore delegato di Intesa-San Paolo, Corrado Passera. In questi giorni, il suo protagonismo è stato evidente, con interventi di natura strettamente politici, dall’intervista al Corriere di giovedì scorso, alle parole pronunciate al Meeting ciellino di Rimini domenica.
Il banchiere derubrica il tutto a un moto di «indignazione propositiva» da parte sua, ma intanto programma le sue prossime uscite. Gli interlocutori su sponda dem nel suo caso non mancano. In pole position c’è comunque Enrico Letta, che lo ha prontamente invitato all’appuntamento annuale di VeDrò (organizzato insieme alla finiana Giulia Bongiorno), all’interno del quale gli è stata riservata una sessione plenaria (lunedì 30) dal titolo emblematico (tratto dal film Cast away): «Domani il sole sorgerà e chissà la marea cosa potrà portarmi». Ma ancora più significativo è lo slogan (And the leader is…) che sottende l’intera manifestazione.
Sarà profetico?

Europa Quotidiano 24.08.10

"Il sindaco zero idee", di Vittorio Emiliani

Radere al suolo Tor Bellamonaca e ricostruirla più vicino al centro di Roma? «Una cavolata», la definisce lapidariamente in tv una residente. Un altro favore ai grandi costruttori. È l’ultima delle proposte-annuncio del sindaco Gianni Alemanno, partorita in vacanza a Cortina, e assomiglia tanto al non saper più che fare per segnalarsi. Sarebbe stato meglio proporre un piano di manutenzione edilizia e di servizi socio-culturali per quella e per altre periferie. Pochi giorni fa aveva proposto (vacanze fertili le sue) di tassare i troppi cortei. Parole in libertà, da tassare magari.
Nel suo programma c’era la demolizione della teca di Richard Meier che contiene l’Ara Pacis là dove il piccone mussoliniano si era vigorosamente esercitato nel 1936. Ma Alemanno è meno forte col piccone, per fortuna. Mesi fa giurava sulla Formula 1 all’Eur come terapia per la crisi del turismo (di qualità, figurarsi). Prim’ancora sul Parco tematico della Romanità su 300 ettari di suoli pubblici, una Roma tutta finta.… Alemanno non sembra proprio destinato a passare alla storia del Campidoglio. Il suo bilancio di governo è dei più incolori. Dalla sua giunta non è emersa un’idea generale su Roma. Ha pure insediato una commissione di esperti che non ha prodotto nulla di utilizzabile.
Del resto, un leader si giudica dalla sua équipe e quella di Alemanno si rivela sempre più modesta. Aveva puntato sul suo capo di gabinetto all’Agricoltura, Enzo Castiglione, che però un anno dopo ha lasciato l’incarico di assessore al bilancio. Sostituito da Maurizio Leo che però si tiene stretto lo scanno di deputato. Come il vice-indaco Mauro Cutrufo rimasto incollato al Senato e l’assessore alla casa Alfonso Antoniozzi all’Europarlamento. Tutti a mezzo servizio. Nel Comune più vasto e più popolato d’Italia.

Mettiamoci poi che fare il sindaco a Roma mentre a Palazzo Chigi c’è un governo condizionato dalla Lega Nord che non lascia passare giorno senza gridare a “Roma ladrona” è impresa da triplo salto mortale. Ma Alemanno lo sapeva in partenza. Difatti è riuscito a fatica a far approvare il bilancio preventivo alla fine di luglio con quasi sette mesi di ritardo (un record) perché non sapeva che fine avrebbero fatto i 500 milioni promessi da Berlusconi, negati da Bossi e, alla fine, lesinati e ridotti da Tremonti e perché il suo potere di contrattazione con la maggioranza di cui fa parte (avendo mollato Fini) è dei più deboli. Vuole ora “studiare” da vice-premier? Potrebbe essere più agevole, alla fine. Se glielo consentiranno. O forse sono soltanto sogni, anche questi, coltivati a Cortina da dove non si è spostato (caso unico, mi pare) neppure un minuto per partecipare alla camera ardente dell’ex presidente della Repubblica Cossiga.

Nel 1881 (prima legge speciale Crispi per la capitale) il ministro Alessandro Fortis chiudeva la discussione notando «un fondo di indefinibile gelosia verso Roma». Eppure era stato il piemontese Cavour a volerla capitale: «La sola città italiana che non abbia memorie esclusivamente municipali».

E un altro piemontese, il biellese Quintino Sella, a fare da regista alla Terza Roma. Il sindaco che ne avrebbe fatta una moderna capitale europea, Ernesto Nathan, era nato a Londra e cresciuto a Milano. Del Nord (altri uomini, altri tempi) erano i componenti del suo formidabile laboratorio: di Montù Beccaria (Pv) il fondamentale assessore al Tecnologico, Giovanni Montemartini, mantovano Ivanoe Bonomi, poi capo del governo, reggiano Meuccio Ruini, in seguito presidente del Senato, e così via. Una città accogliente, meritocratica e cosmopolita. Del resto, anche più recentemente, un sindaco di qualità come Giulio Carlo Argan era torinese, viterbese Luigi Petroselli, il più amato e incisivo, calabrese Ugo Vetere, già eccellente uomo di conti al Bilancio. Pure le compagini di Francesco Rutelli e di Walter Veltroni erano assai più attrezzate: basta guardare alla mole di investimenti nelle nuove strutture culturali (l’assessorato di Gianni Borgna è durato circa tre lustri), che ancora produce frutti dopo aver dato vita – col governo Dini, ministro Paolo Baratta – ad una autentica vetta qual è il Parco della Musica, il più frequentato oggi d’Europa. Che poi il centrosinistra, sbagliando candidato-sindaco e campagna elettorale, abbia praticamente regalato alla destra il Campidoglio è un altro discorso. Largamente da fare.

Ha messo in campo Alemanno qualcosa di paragonabile? Mi è capitato di partecipare ad un interessantissimo dibattito sullo studio promosso da Enzo Proietti dell’AIC sulle ex borgate abusive risanate dalle giunte Argan, Petroselli e Vetere, dove vivono 337.000 romani. Era presente l’assessore capitolino Fabrizio Ghera (lavori pubblici e periferie). L’abbiamo sentito ripetere meccanicamente che la giunta Alemanno pratica «il pragmatismo del fare». Ma un’idea, un’ideuzza di città non l’ha tirata fuori. Eppure si parlava di Roma.

L’Unità 24.08.10