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"La Costituzione e i beni pubblici", di Salvatore Settis

Nel duro scontro fra interessi privati e bene comune dei cittadini, c´è un dato da cui partire: il più robusto schieramento italiano è il “partito della Costituzione”. Lo mostra l´eloquenza dei numeri: nelle elezioni del 2008, il maggior partito italiano (il Pdl) ebbe 13.629.464 voti, pari al 37,3% dei voti espressi; nel referendum del 2006, la riforma costituzionale varata dal centro-destra fu bocciata da 15.791.293 italiani (il 61,3 % dei voti espressi). La percentuale dei votanti fu assai diversa nei due casi (52,3% nel 2006, 80,4% nel 2008), ma quel che conta (anzi, conta ancor di più) è il dato in cifra assoluta: a difesa della Costituzione, contro una riforma che somiglia anche troppo all´insussistente “Costituzione materiale” invocata dall´onorevole Bianconi contro il Capo dello Stato, votarono allora oltre due milioni di cittadini più degli elettori Pdl di due anni dopo. Come ha osservato il Presidente emerito Scalfaro, i vincitori del referendum del 2006 non seppero trarre le conseguenze di quel risultato, ma è oggi il momento di ricordarsene. Oggi, mentre il Paese è in preda a una schizofrenia di cui gli osservatori stranieri sembrano accorgersi molto più di noi.
Il tema dei beni pubblici, che Rodotà ha affrontato in queste pagine il 10 agosto, è un´ottima cartina di tornasole: nella stessa Italia nascono oggi da un lato avanzatissime proposte, dall´altro sgangherate devoluzioni. L´Accademia dei Lincei ha appena pubblicato un bel volume (a cura di Ugo Mattei, Edoardo Reviglio e Stefano Rodotà) sui Beni pubblici dal governo democratico dell´economia alla riforma del Codice Civile. Sono gli atti di un convegno (aprile 2008) sui lavori della Commissione Rodotà sui Beni Pubblici, che ha lavorato dal giugno 2007 al febbraio 2008. Dato che lo statuto dei beni pubblici è «disperso in mille rivoli, in classificazioni formalistiche del Codice Civile, nonché in una miriade di leggi e leggine speciali», quella Commissione provò a metter ordine, usando come guida i valori della Costituzione, poiché «il regime giuridico dei beni pubblici costituisce il fondamento economico e culturale più importante per la realizzazione del disegno di società contenuto nella Costituzione stessa» (le citazioni da U. Mattei). Sono state così individuate alcune categorie fondamentali, a cominciare dai beni comuni, «che si sottraggono alla logica proprietaria tanto pubblica quanto privata, per mettere al centro una dimensione collettiva di fruizione diretta di lungo periodo» e dai beni ad appartenenza pubblica necessaria, «che appartengono alla stessa essenza di uno Stato sovrano». Vi sono poi i beni pubblici sociali, «fortemente finalizzati, attraverso un vincolo di scopo, agli aspetti misti e sociali del nostro disegno costituzionale», e i beni pubblici fruttiferi, sostanzialmente disponibili, ma con «un caveat generale, molto importante»: questi beni «fanno pur sempre parte del patrimonio per così dire “liquido” di tutti noi». Tutti i cittadini italiani «sono titolari pro quota di beni pubblici», onde eventuali alienazioni comportano garanzie e compensazioni per tutti i titolari di tale portafoglio collettivo di proprietà.
In luogo di questa concezione dei beni pubblici, che rispetta la Costituzione e l´interesse dei cittadini come collettività e come singoli, si è avviato un processo diametralmente opposto, che sotto l´etichetta di “federalismo demaniale” borseggia il portafoglio proprietario della cittadinanza (e di ciascuno di noi), e lo ridistribuisce a Regioni ed enti locali, utilizzandolo come una sorta di salvadanaio di terracotta, da fare a pezzi per prelevarne ogni spicciolo e gettarlo al vento. In base alla legge Calderoli, lo Stato cede 19.005 unità del proprio demanio, per un valore nominale di oltre tre miliardi. Passano a Comuni, Province e Regioni beni del demanio idrico e marittimo, caserme e aeroporti, catene montuose, e così via. Il trasferimento comporta che una parte di questi beni diventerà immediatamente disponibile alla vendita. Un´altra porzione passerà invece al demanio degli enti locali e delle Regioni, cioè resterà inalienabile sulla carta: ma la stessa legge prevede una forma strisciante di privatizzazione, e cioè il versamento gratuito di beni pubblici (anche demaniali) in fondi immobiliari di proprietà privata (purché i privati versino nello stesso fondo beni di proprietà equivalente). Si capisce così come mai il monte Cristallo sia stato valutato 259.459 euro, e le intere Dolomiti 866.294 euro [Il Gazzettino, 4 agosto 2010]: perché sono destinate a fondi immobiliari, in cui i privati verseranno proprietà di valore “equivalente” onde assumerne il pieno controllo. Fu dunque per questo che quasi 700.000 italiani d´ogni provincia (età media 25 anni) morirono sul fronte della I guerra mondiale.
Il “federalismo demaniale” è stato reclamizzato dal presidente della Regione Veneto Zaia come la «restituzione ai legittimi proprietari» di beni indebitamente sottratti da uno Stato-ladrone: un argomento che ha convinto l´”opposizione”, tanto è vero che l´Idv ha votato a favore, il Pd si è astenuto. Tanta concordia non è dovuta a distrazione: evidentemente non solo a destra si condivide il disegno di utilizzare i beni pubblici, come dice la legge Calderoli, «anche alienandoli per produrre ricchezza a beneficio della collettività territoriale», cioè non di tutti gli Italiani, nel cui portafoglio proprietario quei beni erano fino a ieri. “Produrre ricchezza” vuol dire svendere, visto lo stato disastrato delle finanze locali (la manovra Tremonti 2010 ha tagliato a Regioni ed enti locali altri 15 miliardi nel triennio), e visto che secondo leggi recenti i Comuni devono allegare al bilancio ogni anno un «piano di alienazioni immobiliari». Come ha scritto efficacemente Galli della Loggia (Corriere della Sera, 2 agosto), «fino ad oggi gli italiani potevano pensare di essere, in quanto tali, padroni del proprio Paese. Ora non più. Dobbiamo aspettarci la rovina definitiva del paesaggio e del patrimonio naturalistico del nostro Paese, la sua totale mercificazione-cementificazione». Contro queste ed altre schizofrenie che viviamo, contro quello che si scrive “federalismo” e si legge “secessione”, contro la strategia perdente di inseguire la Lega sul suo terreno, la Costituzione è il massimo baluardo. La Costituzione scritta, quella che quasi sedici milioni di italiani difesero nel 2006 col loro voto. La sola Costituzione esistente, quella di cui il Presidente della Repubblica è e deve essere garante supremo.

La Repubblica 24.08.10

"Ma prima va rispettata la legge", di Michele Brambilla

Quando si comincia a parlare di espulsioni di rom, come ha fatto il nostro ministro degli Interni e come stanno facendo in Francia, è inevitabile che tornino subito in mente immagini fra le più sinistre di quel macabro film che per certi versi è stato il Novecento. Viene in mente persino quella celebre poesia di Bertolt Brecht: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti. E io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».

Anche se erano altri tempi e altri regimi, non c’è dubbio che già il termine «espulsioni» suoni macabro. In Italia si discute ormai da anni se siamo un popolo razzista oppure no, ed è una discussione destinata a finire in un vicolo cieco perché essa pure viziata da quella specie di bipolarismo culturale per cui la risposta esatta deve per forza e immancabilmente essere o tutta da una parte oppure tutta dall’altra, mentre invece non sempre è così, anzi quasi mai è così. E quindi anche per la domanda ricorrente «siamo razzisti oppure no?» l’unica vera risposta esatta è che non si può generalizzare né in un senso né nell’altro: esiste in Italia un solidarismo che ha radici culturali e religiose profonde, ma esiste anche una mai superata paura dell’altro, sia esso straniero o anche soltanto cittadino del comune accanto.

La xenofobia c’è, insomma: inutile negarlo. C’è, e non solo nei confronti degli zingari. Sottovalutare questo aspetto è un errore, così come è un errore non capire che la storia dell’umanità è fatta di migrazioni e di meticciati, e che la «contaminazione» s’è sempre rivelata alla fine un arricchimento e non una perdita.

Ma, detto tutto questo, sarebbe un errore speculare e non meno dannoso pensare che quel che sta accadendo in Francia – e che Maroni vorrebbe replicare in Italia – sia solo il frutto di un’anacronistica «difesa dell’identità» o peggio di vecchi pregiudizi contro gli zingari. C’è anche e innanzitutto, invece, un problema di legalità. Perché «innanzitutto»? Perché all’origine di tante fiaccolate anti-rom, all’origine di tanta paura e spesso di tanta avversione c’è innanzitutto la percezione di una minaccia alla propria sicurezza. Certo che non tutti i rom «rubacchiano», per usare le parole di Brecht: ma spesso succede che i loro campi abusivi tolgano la tranquillità a interi quartieri. E attenzione: si tratta di quartieri popolari, spesso di povera gente. Si fa in fretta a dirsi tolleranti quando si abita nelle isole pedonali.

Ma non è solo un problema di paura di essere derubati. C’è anche – ripetiamo: soprattutto in chi abita nelle periferie – la sensazione di essere addirittura, come dire, più poveri dei nuovi poveri. La Commissione europea ha fatto benissimo a richiamare Italia e Francia. Tuttavia la stessa Commissione ricorda che il cittadino comunitario immigrato – qual è un rom – deve avere mezzi di sostentamento propri, non deve pesare sul sistema di sicurezza sociale, deve avere un’assicurazione sanitaria e non deve costituire un pericolo per la pubblica sicurezza. Sono i quattro criteri-cardine: ma se questi criteri non vengono rispettati, di fatto non c’è possibilità di espulsione. È anche questa contraddizione che fa percepire a molti italiani una sorta di disparità di trattamento.

Se insomma è vero che il razzismo e la xenofobia esistono, è anche vero che a volte prima di gridare al razzismo e alla xenofobia bisognerebbe pensare che sono sensazioni più banali e materiali a motivare tante paure. A partire da comportamenti minimi: a New York oggi, dopo le leggi sulla «tolleranza zero», è impensabile immaginare che ci sia chi blocca il traffico per cercare di lavare i vetri e abbia atteggiamenti minacciosi con chi non paga a sufficienza; e gli Stati Uniti sono un Paese che ha una tradizione di accoglienza antica e radicata. L’Italia è invece uno strano luogo, dove si vorrebbe usare il pugno di ferro con le espulsioni ma non si riesce a garantire neppure la legalità nella vita ordinaria. Di questo il primo responsabile è ovviamente chi ha attualmente la responsabilità dell’ordine pubblico: il centrodestra ha fatto della sicurezza una delle sue bandiere in campagna elettorale e ora non può pretendere che sia Bruxelles a garantire la sicurezza nelle città. Ma non meno responsabile è chi ha fatto e continua a fare demagogia, urlando al razzismo anche quando il razzismo non c’entra nulla, e agitando il fantasma di Hitler quando basterebbe agitare l’immagine, ad esempio, di uno Zapatero, tanto celebrato a sinistra ma tutt’altro che più morbido, in materia di immigrazione e sicurezza, di un Maroni.

La Stampa 24.08.10

"La badessa del Pdl predica al Meeting Cl", di Francesco Lo Sardo

Un’altra angoscia del Cavaliere: il catto-complotto. E i big del Pdl si gettano all’inseguimento del consenso dei cattolici. Il campanello d’allarme, a palazzo Grazioli, ha cominciato a suonare impazzito dopo le parole di Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere, il “braccio economico” di Cl, che associa 35mila e rotte imprese. E meno male che Sholtz l’ha detto al Corriere della sera: siamo contrari a elezioni anticipate. Meno male perché se a intervistarlo fosse stata Repubblica – com’è avvenuto con Tremonti, che da allora vive in regime da “sorvegliato speciale” – Berlusconi non avrebbe più dubbi sull’esistenza di un catto-complotto ai suoi danni.
Anche Cl mette i bastoni tra le ruote all’exit strategy elettorale di Berlusconi per non farsi logorare e arrivare in barella a fine legislatura.
No al voto, no governi tecnici, ma «proseguire le riforme iniziate, dare concretezza al lavoro intrapreso », dice Scholtz. Non così la pensano Formigoni, Lupi, Mario Mauro, i ciellin-pidiellini a modo loro simbiotici con Berlusconi, da cui hanno avuto molto e che seguirebbero fino alle porte dell’inferno: «Ma loro non sono la punta avanzata di Cl nel Pdl.
All’opposto, sono la punta avanzata del Pdl all’interno di Cl», è la felice battuta che da molti anni gira negli ambienti ciellini.
E infatti Cl è un’altra cosa.
Poi, in caso di elezioni, attraverso la Cdo, tornerebbe a schierarsi col Pdl: ma intanto dice no al voto minacciato da un furastico Berlusconi apprendista stregone e ora cavalcato da un Bossi scatenato.
Invece è meglio evitare scossoni, frena Cl: come fa la Cisl e come fa la Confindustria.
Non a caso perciò ieri s’è visto volare un sasso dritto su Rimini, che ha colpito nel primo giorno del Meeting ciellino: la lettera della cattolica Maria Stella Gelmini al Corriere della sera, uno spot pubblicitario pro-Pdl, «il grande partito dei moderati», guidato e fondato da Berlusconi «che ha studiato e s’è formato dai salesiani». Il diligente ministro non s’è tuttavia reso conto di aver così evidenziato uno dei nervi scoperti dell’ultimo Berlusconi: il disagio dei cattolici.
Al netto delle posizioni dell’antiberlusconiana Famiglia cristiana dei reverendi padri paolini e senza scomodare Benedetto XVI, parlano i moniti del segretario della Cei cardinal Bagnasco: dai fermi richiami all’etica nell’azione pubblica alla denuncia dei rischi di un federalismo non solidale che alimenterebbe spinte secessioniste.
Ma quel che più spaventa il Cavaliere è un’altra cosa: è il non dissimulato favore con cui le gerarchie cattoliche, come si coglie dai recenti editoriali di Avvenire, guardano al terzo polo dopo l’implosione del Pdl. Alla Cei e Oltretevere si fanno da tempo i conti con il dopo-Berlusconi. Già l’anno scorso, dopo il caso Noemi e lo scandalo delle escort di Berlusconi e vista la crescita della Lega, l’ex segretario della Cei Ruini ispirò attraverso Avvenire – dopo le europee di giugno – l’idea di allargare la maggioranza all’Udc.
La Lega andò in fibrillazione e Berlusconi nel pallone, il pressing cresceva. Esattamente un mese dopo, il direttore di Avvenire Boffo fu abbattuto a colpi di dossier dal Giornale. Il trauma nella Chiesa fu violentissimo: e pochi colsero che una delle conseguenze della mission di Feltri fu la fine dell’“operazione” di Ruini.
Adesso però lo spirito di quel disegno sta riprendendo forma: al punto che l’apprezzamento delle gerarchie per un terzo polo che seppellisca il bipolarismo ridotto a scontro tra due opposte «grandi ammucchiate», a destra e a sinistra, è ormai esplicito.
Che lo spot della Gelmini in questo senso sia la spia della preoccupazione del Cavaliere per una perdita di consenso tra i cattolici, lo conferma la coincidenza con l’editoriale del Giornale di ieri in cui Feltri descrive il Cavaliere come «diga cristiana». Nel 2008 oltre il 40% dei cattolici praticanti votò Pdl a fronte di un 27% che scelse il Pd. Ma se si votasse adesso? Così, mentre si alza il sipario sulla grande kermesse di Cl, grazie all’incauta Gelmini, il dibattito è aperto.

Europa Quotidiano 24.08.10

"Il diktat di Marchionne", di Gad Lerner

I delegati della Fiom Cgil “confinati” nella saletta sindacale di Melfi, con proibizione di fare ritorno al loro posto di lavoro, nonostante il reintegro disposto dalla magistratura, evocano ricordi lontani.
E’ passato più di mezzo secolo, infatti, dagli “anni duri alla Fiat” testimoniati da operai comunisti come Aris Accornero e Emilio Pugno. Destinati in quanto “sabotatori” della pace sociale in apposite officine isolate, i cosiddetti “reparti-confino”. Erano i giorni della guerra fredda, il conflitto di fabbrica era insieme sindacale e ideologico. In quello che Carlo Marx definiva “il segreto laboratorio della produzione”, dove “si dovrà svelare l´arcano della fattura del plusvalore”, si consumava una lotta di classe finalizzata a modificare la condizione operaia, ma anche gli assetti del potere politico.
Quel sapore antico che la Fiat italo-americana ha scelto di riproporre nell´estate del 2010 ha però ben poco a che vedere con la cultura di Vittorio Valletta, il padre-padrone di un´epoca superata. Il manager apolide Sergio Marchionne non somiglia al suo predecessore, non concepisce il rapporto con le maestranze come destino ineluttabile di una comunità su cui esercitare l´egemonia, ma alla quale Valletta si sentiva comunque ineluttabilmente vincolato per la vita. Marchionne guarda Melfi da lontano, come già Pomigliano d´Arco. Protagonista di una nuova divisione internazionale del lavoro, soppesa gli stabilimenti italiani e li confronta con quelli di Detroit (Usa), Belo Horizonte (Brasile), Tychy (Polonia), Kragujevac (Serbia). Non un pensiero egli dedica al miglioramento del lavoro operaio, tema desueto. Ormai l´ingegnosità è considerata un lusso riservato a pochi.
Rispetto a Valletta, la sua distanza dalle maestranze si è enormemente accresciuta. Come testimonia anche la sproporzione degli emolumenti percepiti dai due manager: Valletta guadagnava 20 volte il reddito della media dei suoi dipendenti; Marchionne 435 volte un operaio italiano, rispetto al quale vive dunque su un altro pianeta.
Vero è che, insieme a Marchionne, è l´intero establishment, compresi due grandi sindacati come la Cisl e la Uil, a trasmettere un messaggio univoco alle maestranze italiane dell´automobile: o mangiate questa minestra, o saltate dalla finestra. Nessuna speranza di emancipazione viene più correlata a tale diktat. Questa è la drammatica differenza rispetto alle promesse di cui pure gli anni Cinquanta del secolo scorso erano portatori, tanto è vero che – grazie anche alla resistenza sindacale – furono seguiti da un ventennio di crescita non solo per l´azienda ma anche per le famiglie dei suoi dipendenti, contraddistinto da conquiste salariali, normative e sociali.
I politici, i manager e i sindacalisti che oggi prospettano ai dipendenti dell´industria nazionale la necessità di ulteriori sacrifici, pena la delocalizzazione degli impianti verso aree produttive più convenienti, devono fare i conti con un grave handicap di credibilità. Da trent´anni, ormai, cioè a partire dal fatidico autunno 1980 in cui la “marcia dei quarantamila” pose termine all´occupazione dello stabilimento torinese di Mirafiori, il susseguirsi di promesse mirabolanti circa il futuro della condizione operaia si è rivelato bugiardo.
Chi se le ricorda più? Le favole sulla “qualità totale” contraddette dalla difettosità dei prodotti e dalla contrazione delle quote di mercato. Il miraggio dell´automazione e della partecipazione creativa, smentito dal dirottamento degli utili aziendali in fallimentari diversificazioni finanziarie. L´illusione di uno scambio fruttuoso tra pace sindacale e miglioramenti salariali, tradotta nella realtà di dieci punti di Pil passati dalle tasche dei lavoratori ai profitti.
Già da tempo la busta paga è solo una componente parziale del bilancio delle famiglie operaie, costrette ad arrangiarsi: senza l´apporto supplementare dei parenti pensionati, del lavoro femminile e del doppio lavoro in nero, la caduta dei consumi sarebbe stata verticale. Guai a dimenticarselo, quando si fa appello al senso di responsabilità dei dipendenti Fiat. Sopravvissuti a una fase storica in cui il capitalismo italiano si è esibito in una distruzione per nulla creativa, diversamente da quanto preconizzava Schumpeter.
Marchionne si ritiene autorizzato a ignorare tutta questa storia, risponde ad altre logiche, ma una classe dirigente che si è arricchita mentre l´Italia del lavoro dipendente si impoveriva, avrebbe il dovere di ricordarglielo, dopo che ne ha subito il fascino, non senza buone dosi di provincialismo.
La Fiat che intraprende a Melfi un braccio di ferro con la magistratura, dopo quello sulle normative contrattuali a Pomigliano – e ora, per giunta, su un pretesto esile come il blocco dei carrelli automatici durante uno sciopero – dubito che miri a una riforma organica del diritto del lavoro italiano. Più probabile è che cerchi una motivazione simbolica per dislocare altrove i suoi futuri investimenti. Non le dispiace quindi la prospettiva di una stagione conflittuale in quella che considera ormai solo una provincia dell´impero.
È la politica italiana che, invece, dovrebbe temere l´esito del crescente malcontento operaio, anziché liquidare la Fiom alla stregua di un residuato bellico. Preoccupa l´irresponsabilità con cui Bossi, nei giorni scorsi, ha dichiarato di essere interessato solo alla tenuta degli stabilimenti torinesi della Fiat. E pazienza se quelli meridionali vengono liquidati. La contrapposizione fra territori più o meno “meritevoli” di essere tutelati, non solo preclude l´efficacia di una politica industriale lungimirante, ma rischia di produrre lacerazioni assai più pericolose di una classica vertenza sindacale nazionale.
Quanto a Marchionne e alla sua stanza dei bottoni planetaria – da cui i tre “confinati” di Melfi si scorgono appena col telescopio – la sorpresa potrebbe giungere prima di quanto non si aspetti. Preannunciata dall´ondata di scioperi nelle fabbriche cinesi. Cosa succederà quando a pretendere la giusta mercede, con ben altra possanza rispetto agli sfiancati operai italiani, saranno i brasiliani di Belo Horizonte? Roba dell´altro mondo.

La Repubblica 24.08.10

Il nuovo anno perde 20 mila posti – Con la Gelmini i tagli più consistenti degli ultimi dieci anni"

La Gelmini è riuscita lì dove in molti hanno fallito. Complice la clausola di salvaguardia affinata dal ministro dell’economia, Giulio Tremonti, il ministro dell’istruzione sta riducendo per davvero l’organico della scuola: sotto la sua guida il numero dei docenti a tempo indeterminato e determinato fino al termine delle lezioni si avvia a scendere sotto quota 700 mila. Erano 720 mila nel 2000/2001, sono arrivati a 701 mila lo scorso anno. Con l’entrata in vigore della seconda annualità della riforma della scuola, da settembre i tagli in organico di diritto complessivamente saranno di altri 20 mila posti, 5 mila in organico di diritto. E così si sta diffondendo a macchia d’olio la protesta dei precari che quest’anno non avranno più il rinnovo del contratto. In questi giorni gli uffici provinciali infatti stanno definendo le nomine a tempo indeterminato, complessivamente 16 mila, e la lista delle disponibilità per le supplenze, che spesso sono dimezzate rispetto allo scorso anno se non annullate. Alle manifestazioni spontanee di protesta si stanno per affiancare, a inaugurare il nuovo anno, quelle strutturate di vari sindacati, in testa la Flc-Cgil. I dati relativi alla scuola 2009/2010 dopo la cura Gelmini-Tremonti, appena analizzati dallo stesso dicastero dell’istruzione nell’annuale rapporto, recitano: 10.452 istituzioni scolastiche, con una flessione di 297 unità in un anno, 41.902 punti di erogazione del servizio (92 in meno rispetto all’anno 2008/2009), 370.711 classi (4.235 in meno). Il tutto a fronte di un incremento della popolazione scolastica, che è passata dai 7.768.071 studenti del 2008/2009 ai 7.804.711 del 2009/2010, con una variazione positiva di 36.640 unità. A tale aumento, si legge nel rapporto, corrisponde un decremento di docenti con contratto a tempo indeterminato o determinato annuale (701.646 con una flessione di 23.527 unità) e con contratto a tempo determinato fino al termine delle attività didattiche (93.696 pari a meno 16.857 unità) e di personale amministrativo, tecnico e ausiliario con contratto a tempo indeterminato e determinato (231.118 unità complessive con meno 14.157 unità. Restano poi da scontare gli effetti del 2010-2011. Obiettivo, spiegano dal ministero, riportare il rapporto docenti/alunni alla media europea. Intanto, in alcune realtà sta emergendo che di posti disponibili per le supplenze di durata annuale non ce ne saranno. Il caso emblematico a Palermo dove il taglio sarà di circa 1200 posti, 500 di soli ausiliari, tecnici e amministrativi. Con il record della primaria che vedrà zero assunzioni a tempo indeterminato e zero supplenze. Ieri è finito in ospedale, per lo sciopero della fame che durava dal 17 agosto, uno dei precari storici che ha dato vita alla protesta: 25 anni di lavoro alle spalle, nessuna prospettiva di contratto per il prossimo anno. Complessivamente la Sicilia sconterà oltre 4 mila posti in meno. Una vera emergenza occupazionale. «Rivendichiamo la nostra competenza in materia di assunzioni», protesta il governatore siciliano, Raffaele Lombardo. «Siamo in prima linea nella difesa dei lavoratori, ma serve una soluzione nazionale al problema», rivendica Vito Cudia, responsabile Cisl scuola Palermo.

Italia Oggi 24.08.10

"L'autunno nero, sono 200 mila i posti a rischio", di Marco Sodano

Duecentomila posti di lavoro che ballano, volendo contare solo le aziende che attraversano crisi «elevate» o «medio alte», 170 vertenze aperte al ministero (vacante ormai dal 4 maggio scorso, giorno delle dimissioni di Claudio Scajola) per lo Sviluppo economico – più quelle che potrebbero aprirsi nelle prossime settimane – una ripresa timida che non è ancora abbastanza omogenea né decisa da permettere di ben sperare in una prossima impennata dell’economia italiana.
È il quadro dell’autunno (caldo? nero?) che si prepara per il sindacato, le aziende e i lavoratori italiani, dipinto in un report steso dallo stesso ministero dello sviluppo. Le regioni più colpite sono il Mezzogiorno e il Nordovest, i settori sono tessile – e di conseguenza moda – meccanica, i cantieri e l’industria aerospaziale. Il panorama non è di quelli incoraggianti: il ministero ha diviso il Paese in sistemi locali del lavoro (aree di comuni contigui nelle quali l’occupazione gravita intorno a un settore): su 686 zone individuate 113 sono in crisi «elevata», 136 in crisi «medio-alta».
Il tessile maglia nera
Il record del settore più colpito dalla crisi tra il 2008 e il 2010 va al tessile, che è anche quello che conta il maggior numero di posti a rischio: circa 11.850. Subito dopo auto, aerospazio e cantieristica dove a rischiare sono in circa 8.700. Perché accanto ai nomi di spicco ci sono anche migliaia di piccole imprese che forniscono le grandi industrie. Pesante anche la situazione degli elettrodomestici, dove i posti in bilico sono ottomila circa.
C’è il caso Merloni, 3.200 dipendenti tra Marche, Umbria e Emilia Romagna. La cassa integrazione va avanti ormai da anni e – spiega la Cgil – «sempre più spesso si registrano ritardi anche nel pagamento di quei 650 euro di cassa. Alla Indesit – sempre nelle Marche – sono invece 500 le persone in apprensione per il loro lavoro. Interrogativi perfino sul prossimo incontro (fissato per il 3 settembre) tra azienda e sindacati. La prima, all’inizio di agosto, ha fatto sapere che lo considera annullato perché i sindacati non hanno sospeso, come avevano promesso il 15 luglio, le azioni di protesta. I lavoratori premono per avere chiarezza sull’investimento da 120 milioni che il gruppo ha messo sul piatto a patto di poter chiudere i due stabilimenti di Brembate (Bergamo) e Refrontolo (Treviso) per trasferire le produzioni negli impianti di Teverola (Caserta) e Fabriano.
La crisi dell’Omsa
Resta in piedi anche la trattativa per Omsa, il marchio di collant che vorrebbe delocalizzare in Serbia (dove già possiede due stabilimenti) le lavorazioni che avevano sede a Faenza.
I 300 dipendenti, quasi tutte donne, avevano siglato un’intesa con la proprietà a metà marzo sperando di aver così scongiurato l’ipotesi di mobilità avanzata dal gruppo a gennaio: si parlava di riconversione della fabbrica italiana e di mantenimento dei posti di lavoro. Nelle scorse settimane il vicesegretario della Filctem Valeria Fedeli ha sottolineato che «la vertenza non è ancora chiusa. La cassa integrazione continua», non si vedono segnali confortanti all’orizzonte e Omsa ha chiuso un accordo con Belgrado.
Il boom della cassa
Il rapporto della Uil sulla cassa integrazione, diffuso ieri, non lascia dubbi. A luglio la cassa è cresciuta del 10% rispetto al mese precedente coinvolgendo circa 670.000 lavoratori. Al Sudl’incremento più alto: +45% addirittura.
Il segretario confederale Gugliemo Loy è preoccupato: «Rispetto a giugno – spiega – è rimasta stabile la cassa ordinaria, ma è sempre alta ed in crescita la cassa straordinaria». Loy conclude amaro: «Questo dato si può leggere in due modi: alcune aziende, terminato il periodo di cassa ordinaria sono passate a quella straordinaria oppure, e sarebbe anche peggio, che alcune crisi sono ormai strutturali». Senza dimenticare i tagli del governo: non è industria, ma la scuola lascerà a piedi 20mila insegnanti precari. Per loro, niente primo giorno di scuola.

La Stampa 24.08.10

«Uno sciopero della fame per l'Italia», di Giuseppe Provenzano

Anche oggi il tempo è fervido a Palermo, agli angoli di strada ammassi di rifiuti, sul punto di andare in fumo – che «ristagna sulla città, come un’enorme nuvola compatta» – di squagliarsi, bruciare. «Palermo è fetida, infetta…». Le parole di Vincenzo Consolo le abbiamo imparate a memoria, troppe volte ripetute da quell’estate lontana in cui furono scritte. Anche oggi, si squaglia – si brucia – in via Praga. Di fronte al Provveditorato agli studi, un presidio e tre uomini in lotta. Dal 16 agosto, sono in sciopero della fame. Combattono ancora, ma è come se già si fossero arresi.

Quante ragioni per uno sciopero della fame? Quante ragioni precise – «concrete», come si dice oggi? Tutte quelle che non possono venire in mente a chi è pronto a deridere questa forma estrema di protesta. In via Praga, Giacomo Russo, Salvo Altadonna e Pietro Di Grusa, precari della scuola, non fanno uno sciopero della fame per tutte le loro ragioni «concrete» – non tanto, cioè. Non solo per i tagli della Gelmini, che in Sicilia – regione col più alto abbandono scolastico e col più basso rendimento negli studi – ridurranno gli organici di oltre 7000 persone (dopo le oltre 7000 dell’anno passato) e renderanno il tempo pieno poco meno di un’eccezione. Non solo per sottrarsi alla guerra infame tra ultimi e penultimi a cui li stanno costringendo: la guerra tra loro, precari statali, e i precari regionali e locali, bacini elettorali inestimabili, di cui si fa carico «mamma Regione», che entrano negli organici scolastici solo in parte di diritto, che in teoria non fanno organico ma che di fatto bloccano le chiamate e ingessano le graduatorie, rendendo molto teorico l’esubero di personale scolastico e spesso reale il sottodimensionamento nelle singole scuole.

Sì, certo, ai tagliati dalla Gelmini, non rimane che una protesta per «tagliati fuori». Eppure, Giacomo – che ha trent’anni, sguardo cristallino e tenace concetto – lo spiega con fredda lucidità: «Il mio sciopero della fame non è una per una ragione concreta, per una richiesta specifica. L’avevo già fatto l’anno scorso, per 12 giorni. Fino a quando sono stato ricevuto e rassicurato dal Governatore Lombardo». Eccolo qua, di nuovo. Al punto di partenza, di arrivo. «Quest’anno – dice così: quest’anno…- il mio sciopero della fame è per l’Italia, il Diritto, la Costituzione».

Non digiuna per un posto di lavoro, per una rivendicazione sindacale. Vuole dirlo a un Paese che relega tutto comodamente a questioni sindacali, «alle cose concrete», rinunciando a capire quanto invece i problemi siano «politici». Un po’ come a Pomigliano. Di politica, in questo sciopero della fame, si ha una grande sete: «La Politica manca come l’acqua». Parola di bidello, Giacomo, fino allo scorso anno assistente tecnico. «Scrivi pure bidello: per me è più dignitoso di onorevole o ministro». Si guarda bene però dal qualunquismo, riconosce che il Pd e l’Idv ci sono, con alcuni rappresentanti locali. Tuttavia, sa che non basta. Gli chiedo cosa potrebbe fargli interrompere la deprivazione dal cibo. Ci pensa un poco: «Smetterò quando il ministro Gelmini mi convincerà che la sua riforma è un bene per il Paese». Ragionamento inquietante, in un Paese che si vergogna delle idee, e le chiama «idealismo»: ragione che preoccupa.

Ci sono ragioni di preoccupazione soprattutto per Pietro, che ieri è stato ricoverato in ospedale. Uno che ha fatto le medie serali («perché un tempo, la scuola era la cosa più importante») e nella vita ogni mestiere (muratore, lavapiatti, elettricista, «fontaniere»), che in 25 anni di iscrizione nelle liste scolastiche ha fatto in tutto un anno e mezzo di supplenze come collaboratore, che accumula debiti e bollette e avvisi di sfratto, che nell’ultimo anno è vissuto di Caritas. Si sente già un «uomo morto».

Cosa chiede? «Un lavoro per poter tornare a casa, o almeno una bara». Salvo mi mostra le carte e mi spiega i tecnicismi. Salvo spiega bene, tutti spiegano bene. Poi però si ferma, e torniamo alla Politica. Mi dice dei problemi «a monte», dei sindacati divisi che dividono, della mancata di coscienza di una categoria screditata facilmente in questi anni, dalle parole di Brunetta al progetto freddo di distruggere la scuola pubblica. Del resto, a Palermo lo sanno bene: poco distante è lo Zen, dove di tanto in tanto prendono a sassate le finestre di una scuola, la «Falcone». La scuola fa paura alla malavita. Certo, allo Zen distruggono la scuola con le pietre e le bottiglie incendiarie, a Trastevere con le controriforme.

Avvertito dello sciopero della fame il 19 agosto, il Viceministro Pizza, incontrerà i tre palermitani il 26. Avrà fatto i conti con l’agenda: in tutto, dieci giorni. Dieci giorni senza mangiare. Cosa sono dieci giorni? La storia, in questo Paese, deve fare i conti con le agende. E anche i delitti, soprattutto in Sicilia. Il Viceministro dev’esserne certo: Pietro sta male, ma se l’è sempre cavata, se la caverà.
Alle due, 38 gradi all’ombra, rimaniamo in pochi: dieci in tutto, con gli amici e i compagni del presidio. Un poco scherziamo, ma si pronunciano parole esose: «Protestiamo, incontriamo le istituzioni… ma ci sentiamo un po’ come ebrei che chiedono alle SS di risolvere i loro problemi». «Io mi sento una deportata», dice Caterina Altamore. Dopo 14 anni di servizio a Palermo è stata costretta ad accettare un incarico annuale a Brescia. E così anche Silvia, però a Novara. In aereo incrociano lo sguardo di tante colleghe («i deportati», sono soprattutto donne): la stessa storia, nuova e antica di Sud, la stessa buona dose di orgoglio. Chissà quante con la stessa paura di Caterina: «La paura che la mia decisione non fosse capita dai miei figli».

Ecco, una chiave per questa tragedia quotidiana. Le madri e i figli. Caterina e gli altri ricordano le parole di Obama: «Non si licenzia chi educa i nostri figli». Sarà lo slogan della manifestazione del 26 agosto, organizzata da uno dei gruppi in cui ovviamente anche i precari di Palermo sono divisi. Avevano sfilato per le strade della città l’anno scorso, migliaia di maestri che non avrebbero più fatto i maestri. Erano un esercito. A guardarli, facevano paura: cioè, non facevano paura più. E veniva in mente la volta in cui lo Stato mandò l’esercito in Sicilia per combattere la mafia, e uno scrittore elegante disse che piuttosto ci sarebbe voluto «un esercito di maestri elementari».

Più che a un Viceministro bisognerà rivolgersi alle madri siciliane. Raccontare loro la sorte di figli in classi sovraffollate, scuole che cadono a pezzi, ore in meno di italiano, la stessa sorte di chi educa i propri figli – e in Sicilia li sottrae agli abbandoni precoci, alla prossimità alle mafie. Solo allora, forse, cesserà questo maledetto sciopero della fame. Solo le madri potranno ridare pane a Pietro, Salvo e Giacomo, come fossero i loro figli. Proprio come ai loro figli.

L’Unità 23.08.10