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"Il viaggio dell'Unità, 150 anni dopo. Le donne ribelli della Sicilia", di Giuseppe Civati

Qui non si va né avanti, né indietro»: l’unità, la scuola e le camicie rosa un Paese che ospita Cefalù non può essere triste. Rileggo i miei appunti ai piedi della cattedrale, tra turisti francesi e spagnoli. C’è un sole giaguaro e un caldo torrenziale. Per il poncho garibaldino, le temperature sono troppo elevate. Va bene una t-shirt.
È un’insegnante precaria, Caterina Altamore. Mi parla dello sciopero della fame iniziato una settimana fa a Palermo da parte di tre colleghi. Uno è stato ricoverato la scorsa notte. Caterina è la dimostrazione vivente che gli statali e gli insegnanti non sono tutti fannulloni, come piace a qualcuno. Ha insegnato per un anno a Palazzolo sull’Oglio, Brescia. Molto lontano da casa sua e dai suoi affetti. Mi parla della difficile interlocuzione con il mondo della politica, «con chi di dovere»: Lombardo aveva promesso un anno fa un tavolo di confronto, che però non è mai stato aperto. E i partiti spesso sembrano distanti. Mila Spicola è stata un mese a Roma a preparare il Forum della Scuola del Pd, che si terrà a fine agosto. Dice che finalmente il partito è tornato a occuparsi di scuola, dopo una lunga assenza. Del resto, il nostro problema, in generale, è che ci preoccupiamo troppo di noi stessi: «se sprechi le energie al tuo interno, poi ne hai poche da dedicare ai cittadini». «La scuola s’è persa», dice Mila. E c’è bisogno di una presenza della politica, ancor più importante delle «azioni eclatanti». C’è bisogno di un’attenzione speciale. Ci sono dieci milioni di cittadini che vivono di scuola. Un milione di insegnanti e nove milioni di studenti, dice Mila. «Li possiamo abbandonare?».

Lei si occupa soprattutto dei «nativi digitali», perché i ragazzi di oggi vivono in un «mondo nuovo», da cui non possiamo prescindere. Ma poi mi dice che la sua preoccupazione maggiore, per l’anno scolastico che inizia, è avere in classe un bambino che soffre di autismo che non può avere il sostegno. Si chiede come farà. Ce lo chiediamo anche noi. Mila mi parla della necessità di «una politica del sottovoce», attenta agli argomenti e non alle chiacchiere da talk show. Ne sente un gran bisogno, come tutti. Parla di «valore sociale del silenzio» e dell’urgenza di una riflessione più seria. Eppure quel silenzio dovrà farsi sentire, nei prossimi mesi, se, come pare, le cose dovessero precipitare verso nuove elezioni. Dovremo trovare il modo di argomentare, di non farci «avvelenare i pozzi» dalla solita canea e dalla confusione di cui la politica italiana sembra non riuscire a liberarsi. Un dibattito pubblico urlato, superficiale e, spesso, volgare. Da superare di slancio.

La scuola è mobilità sociale e cultura. È libertà e cittadinanza. È un tema che riguarda certo gli insegnanti e gli studenti, ma allo stesso modo la società nel suo complesso. Averlo dimenticato, da parte nostra, è stato un grande errore, averlo negato uno dei grandi «crimini» del berlusconismo. E l’Italia è l’unico Paese del mondo occidentale che in tempi di crisi abbia tagliato sulla formazione e sulla ricerca. E la cosa però sembra non sorprendere nessuno. Forse questa battaglia di civiltà l’abbiamo già persa. C’è un sacco di cielo a Pollina. Dal castello e dal teatro all’aperto si domina la Sicilia. Il mare, le Madonie. Quando fa bello, anche l’Etna. Il sindaco è Magda Culotta. Ha venticinque anni. Ti richiama dopo aver ricaricato il cellulare. Le mancano due esami della specialistica. Studia anche di notte. Dice che vuole finire, perché altrimenti avrebbe paura di non terminare il corso di studi in economia e sviluppo locale. Quando l’hanno candidata, però, ha accettato. E sembra davvero entusiasta di averlo fatto. Le piacciono i «giovani dentro», perché ci sono ventenni che esprimono «una politica che risale a due generazioni fa». Vuole estendere la raccolta differenziata e riportare la gestione dell’acqua in mani sicure (e pubbliche).

Parla con competenza di barriere architettoniche e di efficienza energetica. Le piacerebbe avviare l’esperienza dell’«albergo diffuso» nel fantastico borgo di Pollina. E ci fa venire voglia di visitare il «suo» territorio. Dice che guarda alla politica nazionale con rispetto e quasi con soggezione, «in punta di piedi», anche se le dispiace che il Pd a volte appaia così «sgretolato». Si prepara alla «festa della manna», una sostanza che si ottiene da incisioni nella corteccia dei frassini. Una «specialità» locale, che serve per i dolci e per i medicinali. Magda intende valorizzarla, la manna. E una manna deve essere sembrata ai cittadini di Pollina, 3000 abitanti, la candidatura di una giovanissima, dopo dieci anni di governo di una lista civica vicina al centrodestra, «abitudinaria» e ferma all’«ordinaria amministrazione». Più di seicento voti andati da una parte all’altra e, finalmente, la vittoria dei «nostri». Magda è modesta ma sicura di sé, determinata e seria quando parla del suo incarico. E ascoltarla fa bene. Anche alla politica. Chissà che all’unità d’Italia non siano mancate le donne. Del resto, anche se spesso i manuali non lo ricordano, con i Mille ce n’era una soltanto. Rosaria, la moglie di Crispi. E forse una delle chiavi dei nostri ritardi, la possiamo trovare proprio qui. Camicie rosse e quote rosa, insomma. Per cambiare. E perché diventi un fatto normale, in questo Paese, che un Comune sia governato da una giovane donna.

Si parla di futuro, oggi. E ci si prepara alla campagna elettorale. Ripartendo da scuola e cultura. E allora si va a Calatafimi. Un nome che sa di sussidiario e di toponomastica. Un piccolo centro che fa Comune con Segesta. Per dire che la storia qui ha un senso. Eccome se ce l’ha. Da millenni. A pochi metri dal tempio più bello, la battaglia del 1860. I Mille sbarcano a Marsala e si dirigono verso Palermo. La strategia degli avversari è semplice: vogliono giocare d’anticipo e sbarrare la strada verso la città. La località in cui s’incontrano si chiama Pianto Romano. Le truppe borboniche sono su in alto e i garibaldini partono svantaggiati (nei sondaggi?). Si affidano ai tiratori scelti – «i più capaci e meritevoli», quelli che sanno come centrare il bersaglio – per cercare di contrastare l’artiglieria dei nemici. A un certo punto, il vicesegretario Nino Bixio ha un attimo di smarrimento e pensa di ritirarsi. Il segretario non è d’accordo. La famosa frase non sarebbe però: «Qui si fa l’Italia o si muore». Ma: «Qui non possiamo andare né avanti, né indietro». Che probabilmente fotografa meglio la situazione. Anche la presente, per capirci. E allora i Cacciatori delle Alpi (senza fazzoletto verde) lanciano l’assalto ai soldati avversari, che, guidati da Francesco Landi (probabilmente un finiano dell’epoca), retrocedono. È una splendida vittoria, insperata, miracolosa. Che apre a Garibaldi e ai suoi la via di Palermo e della grande impresa. Domattina ci passiamo. E poi Mazara. E poi Marsala. Siamo a «cento passi» dalla nostra meta. Una meta strana, per la verità. Perché il nostro viaggio da lì inizierà. E faremo sul serio.

"Le elezioni la norma e il Quirinale", di Michele Ainis

C’è una norma costituzionale sullo sfondo di questa crisi politica che incrudelisce giorno dopo giorno. E c’è anche un organo, un potere, un uomo scaraventato suo malgrado nel centro della mischia. L’uomo è Napolitano: dovrà sciogliere le Camere, come reclamano Bossi e Berlusconi se la maggioranza verrà sconfitta in Parlamento? La norma è l’articolo 88, secco e laconico com’era nel costume dei nostri padri fondatori: «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse».

È il potere più importante attribuito al Quirinale, e non a caso viene messo sotto schiaffo in questo tempo di rissa fra i poteri. Dicono che la nuova Costituzione materiale ne abbia svuotato i contenuti: siccome gli italiani votano con un pretendente al trono indicato per nome e cognome sulla scheda elettorale, allora se il monarca cade giù dal trono bisogna farli votare nuovamente, non c’è alternativa allo scioglimento anticipato. Balle: nel 2006 Prodi vinse con questa stessa legge elettorale, e quando due anni dopo inciampò in un voto di sfiducia nessuno s’appellò alla sovranità violata.

Nessuno si strappò le vesti per il mandato esplorativo che Napolitano conferì a Marini. Dopo di che il Presidente sciolse il Parlamento, ma solo perché non aveva incontrato una maggioranza di ricambio.

Evidentemente la Costituzione materiale è come il primo amore: ciascuno ne conserva un’immagine diversa. E allora tanto vale interrogare la Costituzione scritta, lì almeno c’è una faccia che si può ancora guardare. La Carta del 1947 ci racconta in primo luogo che il Presidente non agisce sotto dettatura del governo: in Assemblea costituente venne infatti rigettato l’emendamento Nobile, che vincolava lo scioglimento delle Camere alla proposta del Consiglio dei ministri. Però nemmeno esercita un potere solitario, perché i costituenti respinsero del pari l’emendamento Dominedò, che in tale fattispecie intendeva escludere la controfirma del presidente del Consiglio. Il fatto che lo scioglimento sia controfirmato significa che è la somma di una doppia volontà, di una doppia valutazione: di tipo politico, nel caso del governo; di tipo discrezionale, nel caso del Capo dello Stato. E discrezionale qui non vuol dire scelta arbitraria o capricciosa; vuol dire viceversa che entra in gioco un potere discrezionale nell’accezione usata dai giuristi, ossia come potere libero nei modi ma ancorato a fini prefissati.

Qual è allora lo scopo che la Costituzione assegna al Presidente? Non quello di fare e disfare governi e maggioranze: lui è un organo di garanzia, non d’indirizzo politico. Bensì piuttosto d’evitare la paralisi nell’azione dello Stato, tenendo in piedi un Parlamento ingovernabile. In altre parole (e salvo casi eccezionali), il Presidente ha un ruolo da notaio, ma sono le forze politiche a decidere di stipulare il rogito. Ecco perché gli undici scioglimenti anticipati che abbiamo fin qui sperimentato suonano in realtà come altrettanti autoscioglimenti delle Camere: o perché i partiti non riuscivano a esprimere una maggioranza di governo, o perché c’era una maggioranza favorevole al voto. E del resto, quale sarebbe mai l’alternativa? Se il Presidente potesse fare un po’ come gli pare, allora avrebbe anche il potere di sciogliere le Camere un minuto dopo le elezioni, se il risultato elettorale non gli aggrada. Ma almeno questo, Berlusconi non l’ha ancora domandato al nostro Capo dello Stato. Magari lo farà domani, se l’urna gli regalerà qualche brutta sorpresa.

La Stampa 23.08.10

"Per salvare il Lodo, 5 milioni di cause a rischio", di Liana Milella

Mandare al macero, o quantomeno compromettere pesantemente il corso, di 5 milioni di cause civili pendenti, pur di cambiare il destino dell´unica che gli interessa. La sua. Quella sul lodo Mondadori che, se venisse confermata la sentenza di primo grado del giudice Raimondo Mesiano, costerebbe alla Fininvest 750 milioni di euro da versare alla Cir di Carlo De Benedetti. Non si smentisce mai Silvio Berlusconi. Il metodo delle leggi ad personam e ad aziendam è sempre lo stesso. Storia lunghissima, Cirami, Cirielli, rogatorie, falso in bilancio, blocca processi, processo breve, lodo Schifani, lodo Alfano, già una norma per il caso fiscale della stessa Mondadori. Solo per citare le più note. E le prime indiscrezioni sul suo progetto, annunciato venerdì a palazzo Grazioli durante la conferenza stampa post vertice, per «un piano straordinario per il rapido smaltimento delle cause civili pendenti», svela subito il suo interesse recondito. Poiché per i processi civili non c´è amnistia che tenga, allora la strategia del colpo di spugna deve camminare per altre vie e ammantarsi di una fittizia regolarità. Ma i finiani all´interno della maggioranza, e le opposizioni, sono già in allerta, pronti a sventare il nuovo tentativo.
Dice il Cavaliere che i processi civili «sono talmente lenti e inefficienti da rappresentare un ostacolo insormontabile per chi voglia investire in Italia». Che farne dunque? Toglierli di mezzo al più presto. Soprattutto se l´urgenza del caso specifico, la Mondadori in specie, va affrontata al più presto visto che il processo è già in secondo grado. Tant´è che il Guardasigilli Angelino Alfano ci aveva già provato a luglio, addirittura per decreto legge. Con il solito sistema di piazzare un emendamento del tutto estraneo per materia in un decreto già in dirittura d´arrivo e tale da dover essere convertito per assoluta necessità. Niente di meglio che quello sulla manovra economica in cui, al Senato, il governo ha tentato di infilare una paginetta che riscriveva le regole per i processi civili pendenti. Due trucchi e il dibattimento si blocca: la sospensione di sei mesi e una nuova figura, quella dell´ausiliario del giudice, che a bocce ferme studia e propone una soluzione nel merito. Le parti possono accoglierla, l´ausiliario si becca un bel gruzzolo, la causa è finita. Oppure, se i contendenti non sono d´accordo, si va alla sentenza per le vie regolari, ma sul perdente pesa la minaccia di doversi accollare tutte le spese per aver rifiutato la “via breve”.
Chi, in questi ultimi giorni, è stato in contratto con Alfano e con Berlusconi conferma che il progetto è rimasto lo stesso. Prima la sospensione, articolata in due fasi, due-tre mesi per prendere la decisione se seguire oppure no la strada alternativa a quella tradizionale, poi altri sei mesi per permettere all´ausiliario di costruire una soluzione processuale. Poi la decisione delle parti e l´opzione tra l´assenso alla mediazione o il rifiuto con quello che, in quelle condizioni, può comportare economicamente il rischio del dibattimento tradizionale. A luglio, a fermare il governo, fu la levata di scudi dell´opposizione, Pd e Idv, che gridò «alla giustizia svenduta e data in appalto a figure estranee come quella dell´ausiliario». Non un magistrato di carriera dunque, ma avvocati, notai, avvocati dello Stato, docenti o ricercatori universitari, anche magistrati in pensione, che pigliano in carico un processo con l´obiettivo di chiuderlo. E sono ben pagati solo se azzeccano la soluzione, altrimenti incassano una sorta di risarcimento al lavoro fatto. Una figura «incostituzionale» dissero le due capogruppo del Pd al Senato Silvia Della Monica e alla Camera Donatella Ferranti. Aggiunse la della Monica: «Si creano i presupposti perché possa essere presentata un´istanza dalla Fininvest per ottenere un ulteriore rinvio del processo per un periodo di sei mesi per esperire una procedura di mediazione». E proprio la mediazione, ribadisce tuttora la Ferranti, «è procedura anomala perché rappresenta una prima fase del processo, e non può intervenire in una seconda, a partita già iniziata». La Fininvest, a luglio, ha assicurato che, anche se fosse stata approvata, non avrebbe usufruito della riforma. Ma la fretta di allora resta sospetta e l´obiettivo di affidare a un esercito di ausiliari cinque milioni di processi civili altrettanto. In barba, come sostiene il Pd, «a qualsiasi risparmio e alla logica che vorrebbe veder semplicemente potenziato l´organico della magistratura ordinaria». Ma si sa, i giudici, come dice Berlusconi, «sono tutti comunisti».

La Repubblica 23.08.10

"Ritorno al lavoro per 4,5 milioni", di Giorgio Pogliotti

Finita la pausa estiva in 4,5 milioni si apprestano a varcare i cancelli delle fabbriche e dei cantieri edili per la riapertura. Mentre circa mezzo milione di loro colleghi resteranno a casa, essendo ancora in cassa integrazione.
La situazione è cambiata rispetto all’estate del 2009, quando per effetto della crisi la quasi totalità delle industrie restarono chiuse per 4 settimane utilizzando lo stop delle vacanze come una sorta di ammortizzatore sociale, in attesa di una congiuntura migliore.

Ferie più brevi per la ripresa
Secondo gli osservatori territoriali dei sindacati quest’anno in molti casi il periodo di ferie è stato programmato per 3 settimane, numerose imprese sono rimaste aperte una settimana in più per poter cogliere i timidi segnali della ripresa. Di fronte alle incertezze del quadro economico tra gli imprenditori ha prevalso un atteggiamento “attendista”, a differenza dell’industria tedesca che per rispondere alla forte crescita di ordinativi ha sollecitato un taglio di 2 settimane di ferie (su un totale, però, di 6 settimane). «Se lo scorso anno le ferie più lunghe hanno consentito di rinviare l’apertura di un mese per far fronte alle difficoltà congiuturali – spiegano dal dipartimento Settori produttivi della Cgil – questa estate in molti casi le imprese hanno optato per una pausa di 3 settimane, con la possibilità di utilizzare la quarta settimana più in avanti».
A giugno l’Istat ha registrato una crescita della produzione industriale dello 0,6% rispetto a maggio (+8,1% rispetto a giugno 2009), la tendenza è stata confermata dall’Isae che per il terzo trimestre 2010 ha previsto «un’accelerazione della crescita, con un incremento produttivo del 3,5% rispetto al trimestre precedente», mentre «l’ultima parte dell’anno mostrerebbe un rallentamento». A beneficiare della fase espansiva sono alcuni comparti tipici del made in Italy e dei beni strumentali.

Le incognite di settembre
«C’è da interrogarsi se la ripresa degli ordinativi e l’export si tradurrano in una ripresa della produzione e se ci saranno effetti positivi sull’occupazione – commenta Giorgio Santini (Cisl) – purtroppo le tendenze positive di maggio e giugno sono state smentite dai dati sulla casa integrazione di luglio, e settembre presenta grandi incognite».
Le imprese quest’anno hanno utilizzato meno la leva delle ferie, avendo fatto ampiamente ricorso agli ammortizzatori sociali. Basti pensare che per il numero di ore autorizzate di cassa integrazione il 2010 viaggia sopra i livelli del 2009 – anno record con 1 miliardo di ore, ben oltre il picco degli 816 milioni del 1984 – anche se nei primi cinque mesi le ore utilizzate sono state il 50% di quelle disponibili. I sindacati hanno calcolato che le ore di cassa integrazione autorizzate equivalgono a circa 650mila posti di lavoro, la stragrande maggioranza interessa l’industria manifatturiera (mezzo milione). Questo fenomeno, peraltro, ha ricadute sui consumi interni, avendo comportato per ciascun lavoratore una perdita media di reddito di 4mila euro dall’inizio dell’anno.

Segnali di crisi strutturale
Preoccupano i dati rilevati dall’Inps a luglio, in particolare l’esplosione della Cigs: «Numerose imprese, esaurite le 52 settimane di cassa integrazione ordinaria, sono passate alla straordinaria che è l’anticamera del licenziamento – sottolinea Guglielmo Loy (Uil) – o stanno proseguendo il trattamento di Cigs in virtù delle proroghe. Trattandosi di una ripresa selettiva, molte di queste aziende non saranno in grado di ripartire, saranno avvantaggiate le imprese con una vocazione internazionale».
Tra i 180 tavoli aperti al ministero dello Sviluppo economico che interessano 400mila lavoratori (si veda «Il Sole–24 ore» di ieri) molte situazioni di difficoltà si trascinano da anni e suonano come un campanello d’allarme di una crisi ormai strutturale che attraversa la chimica, la filiera dell’automotive, il tessile. «Se i problemi occupazionali continueranno a non trovare risposte dal governo – sostiene Vincenzo Scudiere (Cgil) –, se si conferma una ripresa senza effetti positivi sull’occupazione, inevitabilemente assisteremo ad un inasprimento delle tensioni sociali. Lo scorso anno i lavoratori sono saliti sui tetti, non so cosa potrebbe accadere dopo settembre, visto che la gran parte di quelle vertenze è ancora in corso e i nodi restano irrisolti».

Il ruolo della formazione
Non tutti i lavoratori in Cig potranno tornare ad occupare lo stesso posto, un ruolo essenziale verrà svolto dalle politiche attive del lavoro. Secondo il sistema Excelsior (ministero del Lavoro-Unioncamere) sono in programma 147mila assunzioni, 6 punti oltre l’anno precedente, per posizioni difficilmente reperibili sul mercato, soprattutto in attività industriali e nelle costruzioni, più ancora che nel terziario. «La vera sfida è far incontrare domanda e offerta di lavoro – continua Santini (Cisl) –. Bisogna favorire il reimpiego dei cassaintegrati puntando sulla formazione e sulla riqualificazione professionale».
Il SOle 24 Ore 23.08.10

"Perché il Cavaliere deve temere le urne", di Ilvo Diamanti

NON è una novità, il protagonismo di Bossi. Esibito anche in passato, quando la Lega contava molto meno. Tuttavia, Bossi (e, di riflesso, la Lega) raramente è apparso così determinato. Oggi, infatti, è lui a dettare i tempi e i temi della crisi. Senza preoccuparsi di nulla e nessuno. Nei confronti di Fini e dei suoi amici: «Bisogna cacciarli. Fini è invidioso e rancoroso». Il dialogo è tempo sprecato: «Meglio andare a votare subito».
Cioè: «A fine novembre, al massimo ai primi di dicembre». Lo ha ripetuto più volte, negli ultimi giorni. D´altronde, non c´è spazio per altre maggioranze, oltre a questa. Di fronte a governi tecnici il Nord insorgerebbe.
È già campagna elettorale. E Bossi non perde occasione per riproporre i temi dell´agenda leghista. In primo luogo, il “mitico” federalismo. Poi, la sicurezza (i soliti immigrati, il cui numero e la cui pericolosità sociale salgono e calano a comando. Magari a tele-comando. Secondo l´urgenza politica del centrodestra). Poi il Sud. Dove, secondo Bossi, Fini – il nemico di Tremonti – «vuole sprecare i soldi dello Stato».
Il protagonismo di Bossi ha reso lo stesso Berlusconi quasi un comprimario. Un partner livido e imbarazzato. Mosso da istinti e interessi personali più che da ragioni politiche – non diciamo “pubbliche”. Accecato dal risentimento verso Fini, il traditore. Deciso a fargliela pagare, a sputtanarlo. Quel moralista immorale che pretende di dar lezioni di pubblica morale.
Così Berlusconi, spinto dall´alleato e dall´istinto, ha imboccato la strada che porta a nuove elezioni. Che sembrano, francamente, inevitabili. Lo ha ripetuto ieri lo stesso premier. Nonostante i 5 punti posti a Fini e ai suoi fedeli, come condizioni non negoziabili. Tuttavia, non comprendiamo i motivi per cui Berlusconi e il Pdl debbano augurarsi nuove elezioni, al più presto. Anzi, nell´attuale situazione, vediamo 5 buone ragioni per cui Berlusconi, secondo noi, dovrebbe semmai temere il voto. E lavorare, almeno, per allontanarne la data.
1. La prima riguarda l´intera maggioranza. Richiama il rischio della delusione. Il malumore degli elettori di fronte a una coalizione incapace di garantire al Paese governo e stabilità. Dopo aver vinto nettamente le elezioni e conquistato una larga maggioranza parlamentare. Solo due anni fa. Una crisi politica nazionale dagli effetti imprevedibili, nel mezzo di una crisi economica internazionale profonda. Gli elettori, compresi quelli di centrodestra, potrebbero leggere in questi eventi i segni di un fallimento. Che coinvolge il progetto – ma anche la leadership – di Berlusconi. Il quale, insieme a Bossi, tenta di scaricarne per intero la colpa su Fini. Ma Fini è il socio fondatore del Pdl. Il partner di Berlusconi. Da 16 anni partecipe del medesimo progetto.
2. La seconda ragione riguarda il Pdl. Un partito cresciuto fragile. Gli elettori di An non l´hanno mai percepito totalmente come “proprio”. Il calo registrato dai sondaggi condotti in luglio ne riflette, in parte, il disorientamento. Per ora tende a tradursi in “non-voto potenziale”, che induce molti elettori del Pdl a non dichiarare la loro scelta. Così il partito si è attestato, nelle stime, intorno al 30% (secondo alcuni analisti anche meno). Cioè: quel che aveva ottenuto Forza Italia – da sola – nel 2001.
3. La terza ragione riguarda l´impianto territoriale del Pdl. Come ha gridato Bossi, Fini vuole fondare il “partito del Sud”. Il che significa: levare la terra sotto i piedi al Pdl. Unico partito “nazionale”. Erede – in questo – della tradizione democristiana e dei partiti di governo della prima Repubblica. Come può, il Pdl, immaginare di “tenere” su base nazionale, se si vede succhiare il bacino elettorale a Nord dalla Lega e al Sud da Fini, oltre che dall´Udc, Lombardo e magari Miccichè?
4. La quarta ragione, coerente, è che questo governo ha assunto una chiara identità “nordista”. È il governo di Bossi, Tremonti e Berlusconi. Garante del federalismo. Una riforma che nel Mezzogiorno è percepita, da un terzo dei cittadini, come un “pericolo”. Così, a Nord e a Sud, il Pdl rischia di essere considerato gregario della Lega. Mentre il vero premier appare Tremonti.
5. La quinta e ultima ragione è conseguente – e palese. Oggi il vero avversario, la vera minaccia, Berlusconi e il Pdl ce l´hanno lì, vicino a loro. È la Lega. È Bossi che, non a caso, continua a dare buoni consigli – per sé – che si traducono in altrettante insidie per Berlusconi.
Regala il Sud a Fini (e ai Centristi). Al Senato, soprattutto, potrebbe costare molto caro. Destabilizza il governo e la maggioranza, gridando: «Al voto! Al voto!».
D´altra parte, paradossalmente, la Lega continua ad apparire – ai suoi elettori – opposizione e governo al tempo stesso. Sta al governo, indubbiamente. Ma solo per “difendere il Nord”. Quasi un agente infiltrato a Roma, al servizio degli interessi padani. Bossi, agli occhi dei suoi elettori, non appare l´amico fidato di Berlusconi. A cui ha sempre garantito sostegno leale. In tutte le vicende giudiziarie, anche le più imbarazzanti. Ma, al contrario, un “controllore”. Un garante.
Così, Bossi, soffia sul fuoco. Qualsiasi cosa succeda, ritiene che la Lega possa guadagnarci. I sondaggi la stimano intorno al 12%. E, quindi, più del doppio nel Nord. Dovesse rivincere il Centrodestra, la Lega ne uscirebbe più forte. Anche perché, presumibilmente, il PdL ne uscirebbe più debole (soprattutto, ma non solo, al Sud). Dovesse perdere il centrodestra (ipotesi da non escludere), la Lega avrebbe di fronte altre opzioni. La più attraente e al tempo stesso inquietante: diventare il polo dell´opposizione. Non solo politica, ma allo Stato. Il Polo Nord. In fondo, governa già: in 2 Regioni (Veneto e Piemonte), in 14 province e in oltre 350 comuni. Ottenesse una ulteriore investitura politica, nell´anno del 150enario dell´Unità d´Italia, si rischierebbe uno strappo di proporzioni difficilmente prevedibili.
Tuttavia, non bisogna mai sottovalutare il Cavaliere. Fare i conti come fosse “fuori gioco”. Lui: non si arrende mai. Cade e si rialza. E in campagna elettorale dà il meglio di sé. La differenza dal passato è che, questa volta, non deve guardarsi dagli altri. Dagli avversari. Ma dai suoi alleati. E da se stesso.

La Repubblica 23.08.10

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“IL VERBO DELL´AUTOCRATE”, di ADRIANO PROSPERI

«No a formalismi costituzionali, decide il popolo». Questo il verbo dell´autocrate populista, sordo a ogni richiamo alla correttezza delle forme. Nella cronaca avvelenata di questo agosto, sullo sfondo dello sfaldamento del conglomerato del “popolo della libertà”, si punta a un regolamento di conti elettorale in barba alle emergenze economiche e sociali che il prossimo autunno fa ragionevolmente temere.
Su questa strada si presenta l´ostacolo costituito dal necessario passaggio formale della verifica che il presidente della Repubblica è tenuto a fare sull´esistenza o meno di una maggioranza politica in questo Parlamento. Dunque la frase di Berlusconi è in primo luogo una risposta ai richiami giunti in questi giorni proprio dal presidente della Repubblica: richiami fermi e quanto mai opportuni, se si pensa che perfino il ministro guardasigilli si è permesso di ritagliare a suo comodo il dettato dell´articolo primo della Costituzione là dove si fissa con esattezza il punto di contatto e di concordia tra forma e sostanza: «L´Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Sostanza è la sovranità del popolo: forme sono quelle previste dalla Costituzione per guidare entro limiti determinati il percorso attraverso il quale la sostanza della sovranità deve diventare il volto istituzionale e politico del Paese.
Tutt´e due, sostanza e forma, sono necessarie. Senza la sostanza del popolo sovrano la forma politica di un paese diventa una vuota maschera; senza il rispetto di adeguate forme costituzionali quella sovranità è una forza incontrollata e distruttiva, aperta agli esiti più disastrosi. Basta risalire alla storia della nascita delle moderne democrazie per scoprire che l´accordo preliminare sulle forme costituzionali è stato il passaggio necessario per dare vita alla sostanza della volontà popolare. Quelle regole, una volta fissate, devono essere sacre per tutti, in modo speciale per chi assume un potere di governo che gli viene delegato dal popolo attraverso il passaggio formale del giuramento di osservare la Costituzione. Giuramento che tutti i membri del governo attuale hanno fatto. Che poi abbiano finto di dimenticarlo quel giuramento e non perdano occasione per gareggiare nel dileggiare la Carta costituzionale è una delle cose che fa tristezza e vergogna a chi guarda a questo spettacolo indecente.
Ci chiediamo quanto dovremo aspettare per avere un governo fatto di persone capaci di sentirsi legati a qualcosa di superiore rispetto alla impellente necessità di togliere il premier dai suoi guai giudiziari. Perché questo avvenga proprio in Italia e per opera di un governo che ha promesso di “fare” e poi ha disfatto, e per la guida di un imprenditore che si dichiara estraneo alla politica, è un problema che richiederebbe attenzione. È un fatto che l´Italia ha da questo punto di vista una cattiva fama che dura da tempo. Il celebre storico e politico francese François Guizot scriveva nell´800 che in Italia, «gli uomini d´affari, i padroni della società non hanno mai tenuto quasi nessun conto delle idee generali; non hanno quasi mai provato desiderio di regolare, secondo certi principi, i fatti posti sotto la loro giurisdizione».
È una regola confermata dall´attuale governo, sempre più un governo degli affari privati di Berlusconi. E in fondo il disordine nato nella compagine governativa non è che la riprova che lo sprezzo delle forme produce il disordine avvilente di quella Prova d´orchestra di Federico Fellini: un´orchestra governativa che oggi produce solo rumore.

La Repubblica 23.08.10

"Nuovo anno, sale la protesta. Ma per Gelmini partirà senza problemi", di A.G.

Mentre precari e sindacati si apprestano ad organizzare clamorose forme di protesta contro la seconda ondata di tagli prevista dalla Legge 133/08 e gli effetti della riforma della secondaria superiore. In linea con quanto accaduto nel 2009, in base a quanto dichiarato da movimenti e singoli lavoratori ad agosto, dobbiamo aspettarci nuove occupazioni degli ex Provveditorati, qualche iniziativa di piazza e dei primi giorni di scuola “disturbati” da diverse iniziative a livello locale. Come se non bastasse rimangono da risolvere alcune questioni tutt’altro che marginali: basti pensare agli istituti ancora da assegnare in reggenza ed al tourbillon di cattedre che in certe regioni, come il Lazio, riguarderebbe il 40% dei docenti. In non pochi Usp l’attuazione delle operazioni di assegnazione dei posti vacanti risulta in forte ritardo (solo in questi ultimi giorni sono state concluse utilizzaizoni ed assegnazioni provvisorie e rimangono da effettuare tutte le quasi 17.000 immissioni in ruolo). E’ quindi molto difficile che entro l’inizio dell’a.s. possa essere portato tutto a compimento.Intanto però il ministro Gelmini rassicura tutti: “non vedo difficoltà per quanto riguarda l’apertura dell’anno scolastico”, ha detto il responsabile dell’istruzione italiana parlando a CortinaIncontra, specificando di riferirsi “in modo particolare” alla “scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado, la scuola media, perchè da quest’anno non ci sono particolari innovazioni o particolari modifiche”.Gelmini ha anche fatto sapere che il suo non è affatto un punto di vista, ma una conclusione cui è giunta attraverso i tanti colloqui intercosi con i vari direttori generali di viale Trastevere e con i primi dirigenti responsabili a livello localo: “ho sentito telefonicamente lo staff che ho al ministero e i direttori scolastici regionali”, ha proseguito Gelmini ricordando, inoltre, che “tra l’altro abbiamo fatto 10.000 immissioni in ruolo recentemente, di giovani precari, quindi l’anno scolastico dovrebbe essere avviato in maniera normale, come gli altri anni. Forse è stato più difficile l’anno scorso con l’introduzione del maestro unico di riferimento, ma quest’anno particolari cambiamenti non ci saranno”. Nessun riferimento è giunto sulla non proprio indolore introduzione della nuova secondaria. Su cui, opinioni a parte, permangono diverse questioni aperte: come i tagli orari nelle classi intermedie di tecnici e professionali; per non parlare dell’assegnazione delle nuove materie a docenti collocati ancora sulle vecchie classi di concorso. E che dire dei 25.000 precari a cui non verrà riconfermato il posto? Una parte di loro già sa che non potrà nemmeno accedere alle indennità del decreto salva-precari. Come i tre lavoratori supplenti di Palermo, in sciopero della fame davanti all’Usp dal 17 gennaio. Uno di loro ha dovuto lasciare, suo malgrado: si tratta di Pietro Di Grusa, 50 anni, metà dei quali passati come collaboratore scolastico. E’ stato ricoverato in ospedale dopo essere stato colto da un malore probabilmente dovuto al caldo, alla mancanza di alimentazione ma anche alla sospensione dei medicinali di cui necessita a causa della cardiopatia. A via Praga rimangono così due precari: si tratta di un insegnante, Salvo Altadonna, e di Giacomo Russo, che già lo scorso anno attuò la stessa protesta per 13 giorni. E siamo solo all’inizio: venerdì 27 agosto a Roma è stato convocato l’Osservatorio permanente dei Coordinamento precari scuola: incontreranno i sindacati per verificare se le nomine (in ruolo e annuali) stanno avvenendo regolarmente. Ma soprattutto intendono chiedere un aumento di posti da assegnare ad una provincia, in particolare la zona di Roma, dove in diversi casi il numero di studenti per classe sfiora quota 30. “Siamo pronti a rioccupare via Pianciani”, ha detto minacciosamente Francesco Cori del Cps.

Tecnica della Scuola 23.08.10

"Donne e lavoro, Italia indietro", di Michele Di Branco

La speranza rosa arriva da Bruxelles. Uno studio della Commissione europea (Equality between women and men in a time of change) punta il binocolo sull’Italia e osserva che «la recessione ha colpito più gli uomini che le donne, sintomo che molti settori in cui si è sentito il peso della crisi sono a predominanza maschile». La crisi, insomma, può addirittura diventare un’opportunità di progresso per le donne: «Bisogna raccogliere la sfida e far crescere le politiche attive per l’occupazione femminile, i sistemi di flessibilità e sicurezza, soprattutto per quanto riguarda le tipologie contrattuali: lavoro accessorio, contratto di inserimento, part-time».
Quello che non sono riusciti a realizzare anni di battaglie sindacali, forse lo farà in futuro lo tsunami economico-finanziario degli ultimi due anni. Era ora, si potrebbe dire. Perché la situazione attuale è pessima. Un rapporto sul lavoro femminile in Italia scritto da Emilio Reyneri dell’Università Bicocca per il Cnel mette il dito nella profonda piaga delle ingiustizie. Il Consiglio di Lisbona di 11 anni fa fissava, per il 2010, a quota 60 per cento il livello occupazionale delle donne fra i 15 a 64 anni. Siamo 15 punti sotto quell’impegno e solo nell’isola di Malta si fa peggio. In tutta Europa, l’arrivo di un figlio riduce la possibilità di trovare un lavoro. Ma mentre altrove il tasso di occupazione di questa tipologia di donne è al 60 %, in Italia crolla al 42; soltanto la metà delle donne che rinuncia al lavoro dopo una maternità riesce ad essere riassorbita dal mercato. Lo studio della Bicocca mostra che le donne lavoratrici sono anche meno garantite sul piano contrattuale. Il 16 % sono occupate con un contratto a precario, con una differenza in negativo 5 punti rispetto ai colleghi maschi. «Le donne occupate – osserva ancora Reyneri – sono più istruite dei maschi, quasi il 19 % di laureate contro poco più del 12 dei maschi e oltre il 49 % di diplomate contro neppure il 43». Però i laureati raggiungono posizioni dirigenziali e intellettuali più spesso delle laureate, molte delle quali occupano posizioni tecniche e impiegatizie. A conti fatti, solo il 3 per cento delle laureate (contro l’11 dei laureati ) fa il dirigente: praticamente lo stesso rapporto di forze che esisteva già nel ’93. «La selezione dei posti di lavoro – protesta Susanna Camusso, segretario Confederale Cgil – la fanno gli uomini che tendono a scegliersi tra loro e che discriminano le donne per ragioni culturali e sociali». Secondo la dirigente sindacale «senza sostegno di politiche sociali adeguate, le donne in cerca di lavoro vengono colpite da un “effetto scoraggiamento” che contagia soprattutto le donne meno scolarizzate e quelle del sud». Una soluzione, mai sperimentata, per migliorare i livelli occupazionali arriva da Pietro Ichino: la detassazione selettiva del reddito di lavoro femminile. «Sarebbe una misura molto efficace – dice il giuslavorista – perché la domanda e l’offerta di lavoro femminile sono molto più elastiche rispetto al lavoro maschile e aumenterebbero sensibilmente in conseguenza di una riduzione selettiva dell’imposta sui redditi».

Il Messaggero 23.08.10