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Save the children: mille minori vittime della tratta

Sono almeno 50mila in Italia le vittime di tratta e sfruttamento fra il 2000 e il 2008, di cui 986 minorenni. Sono soprattutto ragazze nigeriane e dell’Est a cadere vittime della tratta a scopo di prostituzione. Romeni ma anche nord-africani, alcuni con non più di 14 anni e quindi non perseguibili penalmente, sono invece costretti a compiere furti e scippi e nel nord Italia si sta radicando il fenomeno dello sfruttamento di minori senegalesi usati per spacciare droga, mentre i bambini egiziani accettano qualsiasi lavoro per ripagare gli smugglers e salvare dai debiti i genitori. Anche i minori bengalesi, spesso venditori ambulanti, sono tra i più a rischio sfruttamento, e i bambini afgani, nel loro lunghissimo e pericolosissimo viaggio sono alla mercè dei vari trafficanti, costretti a pagare per ogni frontiera che attraversano. Lo denuncia il dossier «Le nuove schiavitù» sulla tratta e sfruttamento di minori, redatto da Save the Children in occasione della Giornata in Ricordo della Schiavitù e della sua Abolizione, che si celebra il lunedì 23 agosto.

Si stimano in almeno 50mila le vittime di tratta e sfruttamento in Italia che hanno ricevuto protezione, assistenza e aiuto fra il 2000 e il 2008. Nello stesso intervallo di tempo risultano 986 i minori di 18 anni vittime di tratta e grave sfruttamento inseriti in programmi di protezione. Il dato preoccupante che emerge dal dossier è poi l’allargamento del bacino di minori sfruttati o potenziali vittime di sfruttamento, mentre la tratta sembra sempre più circoscritta al gruppo delle ragazze nigeriane e dell’est Europa. L’organizzazione infatti denuncia soprattutto i rischi fra i migranti soli: sono 4.466 i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia, 2.500 quelli seguiti da Save the Children tra il 2009 e 2010.

Nigeria, Romania, Moldavia, Albania, Ucraina le nazionalità prevalenti delle vittime di tratta, a scopo di sfruttamento sessuale. Anche se non mancano vittime di sfruttamento lavorativo (163 fra il 2007 e il 2008). Mentre sono 5.075 fra il 2004 e il 2009 gli indagati per riduzione o mantenimento in schiavitù e per reato di tratta di persone.

Secondo il dossier di Save the children sono per lo più ragazze, in gran parte di nazionalità nigeriana e romena, costantemente presenti sulle strade, e di età compresa tra i 15 e i 18 anni, le vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale in Italia. In ripresa sono gli arrivi in aereo, il che – sottolinea l’organizzazione – significa un debito più elevato da ripagare, mentre su strada si continuano a intercettare le ragazze giunte in Italia via mare, in Sicilia e poi spostate sull’intero territorio nazionale, ad esempio a Torino, Milano, Napoli o sulla costa adriatica. Una forte presenza di ragazze nigeriane si registra nell’area di Castelvolturno, dove la loro situazione rimane critica. Il coinvolgimento in attività illegali riguarda prevalentemente bambini e adolescenti di ambo i sessi per lo più romeni ma anche di origine nord-africana, alcuni con non più di 14 anni e quindi non perseguibili penalmente. Reclutati nei paesi di origine o in Italia, vengono costretti a compiere furti e scippi.

Nel nord Italia si sta radicando il fenomeno dello sfruttamento di minori senegalesi nello spaccio di stupefacenti. In particolare nella zona torinese è in aumento il numero di ragazzi, dai 14 ai 18 anni, provenienti principalmente dell’area di Louga in Senegal, coinvolti nello spaccio. I bambini egiziani sono un gruppo particolarmente a rischio perché accettano qualsiasi lavoro per ripagare gli smugglers: sottopagati, in nero, nei mercati, nei ristoranti, vita su strada, perfino prostituzione. Per mandarli in Italia – spiega l’organizzazione – le famiglie pagano mediamente agli smugglers (trafficanti appartenenti alla mafia egiziana e italiana) dai 4.700 ai 5.500 euro, anche se casi recenti parlano di 8000 euro, per arrivare fino in Sicilia, mentre per ulteriori spostamenti, pare che i minori debbano pagare una cifra aggiuntiva di circa 200 euro. È un contratto fittizio, ma che la famiglia è costretta a pagare, spesso attraverso delle cambiali, entro i termini stabiliti: il mancato rispetto dei «termini di pagamento» può comportare un’azione penale e nei casi più gravi, la detenzione dei genitori debitori. Così il minore, schiacciato dal senso di responsabilità verso i genitori, è indotto a cercare qualsiasi opportunità di guadagno e di lavoro.

Anche i bambini bengalesi sono a rischio di sfruttamento per sopravvivere: vengono ospitati in abitazioni di connazionali, pagando 250€ al mese per il posto letto. È possibile che i minori coprano il costo dell’ospitalità lavorando come venditori ambulanti per conto di chi ha in affitto la casa, e secondo l’organizzazione c’è la possibilità che siano costretti a pagare anche per la consulenza sulle procedure da seguire per ottenere il permesso di soggiorno e ottenere documenti di identità. Per i bambini che fuggono dall’Afghanistan, si annidano esperienze e rischi di sfruttamento in tutto il loro lunghissimo e pericolosissimo viaggio: vita su strada, lavori pericolosi, la rete di trafficanti. Il pagamento avviene ad ogni tratta – paese o frontiera che si attraversa – del lungo viaggio.

Di norma sono i genitori o i parenti che pagano i trafficanti con il sistema della hawala (trasferimento di denaro attrverso una rete di dealer e sulla fiducia). I problemi cominciano quando le famiglie non hanno più i soldi e il ragazzo è a metà del viaggio e si ritrova così alla mercé del trafficante. L’Italia per i ragazzi afgani è soprattutto un paese di transito verso il Nord Europa e si stima che per arrivare illegalmente in Norvegia dall’Italia il costo sia di 2.500 euro.

L’Unità 22.08.10

"La Prima repubblica è tornata", di Michele Ainis

Come possiamo definirlo l’esecutivo che a settembre busserà alle Camere per rinnovare il patto programmatico? Quanto alla contabilità dinastica, non un Berlusconi 5: manca l’apertura formale della crisi, manca il reincarico al presidente uscente che Berlusconi aveva già sperimentato durante la XIV legislatura. Nemmeno, però, l’identico Berlusconi 4 che esordì all’avvio della legislatura in corso: se c’è un nuovo programma, se c’è un nuovo voto di fiducia, se c’è un nuovo gruppo parlamentare (Futuro e libertà) nella coalizione di maggioranza, nessuno potrà fingere che sia tutto come prima.

E allora chiamiamolo Berlusconi 4 e mezzo, tanto nella politica italiana i numeri sono sempre un po’ approssimativi.

E quanto al timbro, alle caratteristiche, al tratto saliente del vecchio-nuovo esecutivo? Qui la nomenclatura è più ricca di un forziere, dato che in sessant’anni di Repubblica ne abbiamo viste di cotte e di crude. Governi tecnici o politici. Governi monocolore, bicolore, arcobaleno (l’ultimo Prodi, con 11 partiti a dividersi il boccone). Governi di unità nazionale (1946-1948) ovvero di solidarietà nazionale (quelli presieduti da Andreotti negli anni Settanta). Governi balneari, elettorali, di transizione, d’emergenza. Governi a tempo (nel 1986, con il “patto della staffetta” tra Craxi e De Mita). Governi di legislatura (formula coniata da Nenni nei primi anni Sessanta, per stabilire che in caso di crisi il capo dello Stato avrebbe dovuto sciogliere le Camere, senza esplorare nuove maggioranze: ecco dunque a chi s’ispira Berlusconi). Senza dire dei governi ombra inventati da Occhetto e replicati da Veltroni, che in realtà non furono neppure l’ombra di un governo.

E in questo caso? Poiché il presidente del Consiglio s’accinge a un nuovo battesimo parlamentare sulla base di un programma articolato in cinque punti, diciamo che la sua compagine si trasforma in un governo programmatico. Non perché possano darsi esecutivi orfani di un programma di governo: nelle democrazie parlamentari quest’ultimo è così essenziale che in Italia, durante l’Ottocento, veniva addirittura pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Quanto perché, nell’empasse che paralizza l’attuale maggioranza, il nuovo programma funziona da collante, detta un’agenda minima per evitare di chiudere bottega.

Ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole. La prima Repubblica fu prodiga di episodi come questo, perciò l’autentica notizia è un’altra: sono tornati i dinosauri, ammesso che si fossero mai estinti. Nell’estate del 1969 la direzione della Democrazia cristiana s’espresse per un “monocolore programmatico” durante la crisi del governo Rumor. Nel 1971 i repubblicani uscirono dal governo Colombo ma non dalla maggioranza, sicché alle Camere venne approvata una mozione per riaffermare la piattaforma politica dell’esecutivo; se dal copione sposti qualche virgola, ci ritrovi l’identico copione recitato da Berlusconi e Fini, inclusa la mozione in Parlamento. Infine pure Craxi auspicò un “governo di programma” durante la crisi (poi rientrata) del novembre 1987.

Tuttavia il più diretto precedente è un altro: luglio 1976, terzo governo Andreotti. Il governo programmatico per eccellenza, altrimenti detto “della non sfiducia” o “delle astensioni”. Si reggeva infatti su un continuo andirivieni nelle assemblee legislative, con un drappello di parlamentari che s’astenevano o uscivano dall’aula; tal quali i finiani sulla mozione di sfiducia a Caliendo, nel primo atto ufficiale del loro neonato gruppo. L’anno dopo, però, i partiti che inizialmente si erano astenuti su Andreotti concordarono un programma, lo votarono attraverso una mozione in Parlamento, e inaugurarono così un sistema schizofrenico, con una maggioranza di programma scissa dalla maggioranza di governo. Come 34 anni dopo sta per succedere daccapo.

Insomma ci risiamo. Con la conseguenza che insieme alla prima Repubblica tornano in auge tutti i suoi paradossi, per la gioia degli appassionati di giochi enigmistici. Per esempio: il nuovo programma di governo rimpiazzerà quello precedente? Se sì, in Afghanistan Berlusconi potrà fare un po’ come gli pare, dato che la politica estera non vi figura in alcun modo. Se no, significa che il vecchio programma deve essere ancora realizzato proprio nei cinque punti che la maggioranza considera essenziali, e non è una bella prova d’efficienza.
Ma forse il più acuto paradosso è un altro. Nel 1994 gli italiani avevano votato Berlusconi per liberarsi della Democrazia cristiana, delle sue liturgie, delle sue schermaglie di palazzo; niente da fare, moriremo democristiani.

da www.ilsole24ore.it

Il viaggio dell'Unità 150 anni dopo: «Strada senza uscita. Le grandi opere finite nel nulla», di Giuseppe Civati

Reggio Calabria, a due passi dal mare. Mi viene incontro l’unico candidato sindaco del centrosinistra che si sia finora presentato. E penso, immediatamente: cavoli, qui il Partito democratico si è già preparato alle Comunali del prossimo anno. Invece è Massimo Canale, il candidato dei partiti e dei movimenti che stanno a sinistra del Pd. E penso a Milano. Anche a mille chilometri più a Nord, c’è il candidato Giuliano Pisapia. Di Sel. E il Pd sta ragionando. A settembre darà la soluzione. Speriamo sia il settembre di quest’anno. Non si sa mai.

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A Reggio Calabria, il Pd governa la Provincia e in aula siedono almeno cinque gruppi consiliari che hanno a che fare con il partito: ci sono ancora i Ds e due Margherite diverse. E poi i «democratici meridionali». E un pezzo del gruppo misto. C’è un Pd a misura di consigliere, o quasi. Niente male, come modello.
Qui Scopelliti ha governato spendendo moltissimo per conservare il consenso. Milioni di euro per la comunicazione (sulle onde di Rtl). E poi i contributi alle associazioni come se piovesse (e come se Reggio fosse in Scozia, per capirci). Ora è diventato presidente della giunta regionale e in città il suo partito si è diviso. All’istante. Il facente funzioni Raffa ha già montato e smontato la nuova giunta in poche ore: l’ultima volta, la notte scorsa. Siamo sul pezzo.

All’insegna della ricerca di visibilità a tutti i costi, Raffa ha nominato Irene Pivetti assessore all’immagine. Ci mancava. Dice che rinnoverà il look della città. Chissà quanto costerà, dopo il tapis roulant collocato in centro. Nel frattempo, in attesa del maquillage, i metodi sono sempre gli stessi. Clientele e botte da orbi, per capire chi sarà candidato alle Comunali e, soprattutto, alle Politiche. Perché Silvio vuole andare a votare. E bisogna attrezzarsi.

Ci vuole misura, nelle cose, e Canale rivendica la sua battaglia per portare trasparenza e responsabilità nella gestione delle casse comunali. Massimo è avvocato, ha quarant’anni, fa politica da sempre. Con passione. E con ostinazione. Dice che di fronte a una destra divisa, ci vuole unità. «E il centrosinistra dovrebbe parlare con una voce sola». Semplice. E, forse, impossibile.
Arrivo allo Stretto e penso: adesso facciamo il ponte. Berlusconi l’aveva promesso: i lavori inizieranno nel 2005 e termineranno nel 2010. Il 2010 volge al termine, e la campata dovrebbe essere per aria, no? Che ingenuo, che sono. Non devo dimenticare mai che «una promessa è sempre una bugia», come voleva il grande Sándor Márai. Hanno posato la prima pietra. Per ora può bastare. L’unico ponte che non ci piace, insomma, non appare. C’è ancora il traghetto. Caronte, la linea di sempre. Con quel gusto dantesco.

Alle nostre spalle, il completamento dell’A3 era previsto per il 2013. Solo Berlusconi, però, crede alla propria propaganda: gli esperti dicono che si dovrà attendere il 2020. E la previsione dei costi complessivi ha già superato la decina di miliardi di euro.

Prima annotazione: nonostante il continuo, incessante e, potremmo dire, contundente richiamo alla famosa «concretezza», Berlusconi non ha mai realizzato nulla. Vive del sogno del grande exploit o, forse, del grande appalto. Il prossimo.

Seconda annotazione: siamo in un Paese in difficoltà economiche clamorose, giusto? E perché nessuno controlla mai quanto costano le opere e le cose? A quale punto di irresponsabilità siamo arrivati, se si possono realizzare opere pubbliche senza che nessuno poi verifichi nulla? La misura delle cose. E delle opere. Di quelle che sono. E di quelle che non sono.
Per dirne una soltanto, Impregilo ha vinto con un ribasso strepitoso. E poi i costi sono lievitati. Che in italiano deve essere un po’ come quelle formule omeriche, tipo: «il piè veloce Achille». «I costi lievitano». E quindi? Non è successo nulla. Ad altre latitudini, la linea ad alta velocità tra Torino e Milano è costata più di tre volte di una linea identica costruita in Francia o in Spagna. Lo sanno tutti. Nessuno però sa il perché. E soprattutto nessuno fa niente per recuperare i soldi o, almeno, la faccia.

Passiamo a prendere Andrea all’aeroporto. È partito stamattina da Malpensa. Tutto si tiene, nel viaggio dell’unità. E allora viene in mente la terza pista dell’aeroporto varesino. Un intervento «necessario», perché Malpensa «cresce». Anzi, no, non cresce, ma crescerà. Accidenti, se crescerà! Le previsioni di Sea collocherebbero Malpensa tra i primi aeroporti del mondo: peccato che si faccia ancora molta fatica a raggiungerlo, dopo tanti anni di retorica ad alta quota. Peccato che altri aeroporti, in Lombardia e nel Nord, siano cresciuti parecchio in questi anni, senza che nessuno ragionasse in termini «di sistema», come si dice nel linguaggio della burocrazia. Tocca ai cittadini opporsi: non per ragioni ambientali, però. No, per evitare l’accusa di una presa di posizione ideologica, da cui sarebbero subito investiti, riflettono sui costi dell’opera e sui suoi benefici. Facessero tutti così…Del resto, anche il nucleare consiste soprattutto nel costruire nuove centrali. Farle funzionare, poi, si vedrà. Il Pd sono anni che ripete che ci volevano le piccole e medie opere e non le ottave meraviglie del mondo (sic) per sostenere i Comuni e il sistema produttivo in questo momento di crisi. Non è stato ascoltato: e la grandeur del governo corrisponde ancora una volta alla piccolezza delle sue vedute.

Il Ponte doveva costare tre miliardi di euro e rotti. Ora ne costerebbe più di sei, se mai fosse realizzato. Cosa volete che sia? La tecnologia, anche in questo caso, «è la più avanzata del mondo». C’era da scommetterci. A furia di record annunciati, questo Paese è bloccato. Ci guadagnano i soliti. Gli altri? Si arrangino.
Il governo – anche la Lega, come al solito – è strettamente favorevole alla realizzazione dell’opera. Il Pd è tutto contrario. O quasi. E anche il centrosinistra lo è, anche se, quando governava, avrebbe potuto chiudere la società del Ponte, ma poi i voti mancarono. Governo Prodi. Rimpianti e rimorsi, soprattutto.

Passo veloce da Capo d’Orlando: il sindaco, due anni fa, ha picconato la targa dedicata a Garibaldi. A proposito di look e di grandi opere. Già. Pare che il Tar gli abbia dato torto. E che Garibaldi possa tornare. Al suo posto.
Ironia della sorte, e per concludere, questa sera, scrivo da Gioiosa Marea, affacciata sulle Eolie. Mi trovo in una struttura residenziale ecomostruosa. A pochi passi, una frana interrompe il percorso della statale 113. E a Gioiosa, a dispetto del nome, sono tutti arrabbiati. Chissà se gli esperti di emergenza e di grandi opere vorranno fare qualcosa, per riaprire la strada. Altrimenti, oltre alla statale, una strada diversa potremmo immaginarla noi, rimuovendo i cocci di questo fallimento e di questi anni che ci hanno fatto precipitare così in basso. E andare avanti. Finalmente.

www.unita.it

"Da Ground Zero ai rom, in gioco i diritti dell'uomo", di Giuliano Amato

La polemica che ha investito Barack Obama, per la sua iniziale presa di posizione a favore della costruzione di una moschea a Ground Zero, e poi l’espulsione dei rom dalla Francia sono solo la spia di un fondamentalissimo problema, che quasi quotidianamente mette in gioco la fedeltà a se stesse delle nostre democrazie. Obama ha fatto un’affermazione che in sé e per sé dovremmo ritenere ovvia: «Noi siamo l’America, questi sono i nostri valori e ad essi ci dobbiamo attenere».
Eppure, nel contesto di sentimenti popolari che dopo l’11 settembre identificano con il terrorismo il mondo musulmano, l’affermazione del presidente americano è stata contrastata nel suo stesso partito, timoroso di perdere ulteriori consensi.

I rom sono una minoranza con storia, tradizioni, aspettative. Le condizioni in cui vivono da decenni in società che non hanno più bisogno dei loro cavalli e delle loro qualità artigiane, hanno accentuato la loro segregazione, il degrado dei loro insediamenti, la microcriminalità come fonte di sussistenza. Le maggioranze vogliono solo liberarsene e i governi, nonostante le convenzioni e i trattati che per ragioni di civiltà prevedono tutt’altro, prima o poi le assecondano. E proprio qui è il punto. La democrazia è fondata su principi di civiltà che sono la sua ragion d’essere e la distinguono da altri regimi. Ciò nondimeno in essa le ragioni del consenso e le ragioni della (sua) civiltà finiscono molto spesso per divergere.

Volete qualche altro esempio tratto dalla nostra esperienza in Italia? Intanto gli stessi rom, e lo sappiamo bene. Ricordo solo che la maggioranza di centro-sinistra fu molto tiepida con me quando volevo un disegno di legge per riconoscere i loro diritti e togliere tanti di loro dall’assurdo limbo di una vera e propria inesistenza giuridica (che per ciò stesso non permette di trovare lavoro). Poi ci sono le carceri, che nella patria di Beccaria dovrebbero privare il detenuto della sola libertà personale, mai degli altri diritti che discendono dalla sua dignità di essere umano. Ma in molte delle nostre carceri, non fosse altro che per il loro sovraffollamento, quei diritti sono violati ogni ora del giorno e della notte. Eppure il tema non è mai fra quelli per cui si muovono le maggioranze, che guardano alla questione con tutt’altre finalità.
I somali che tentano di raggiungere le nostre coste sono persone che avrebbero in Italia diritto d’asilo. Noi li fermiamo prima che arrivino, chiediamo alla Libia di occuparsene e non facciamo l’unica cosa che la nostra civiltà ci chiederebbe di fare: andare noi a verificare in Libia l’autenticità della loro posizione (o farla verificare lì dall’organizzazione delle migrazioni) e portarli in Italia. Le ragioni del consenso non consentono a nessuno dei grandi partiti di sostenere una tale soluzione.

Così come le ragioni del consenso impediscono di prendere atto che gli stessi immigrati illegali, i paria della nostra comunità nazionale, sono titolari di diritti e con loro lo sono i loro figli, giacché l’istruzione, la salute, l’assistenza legale, la sicurezza sul lavoro sono diritti non del cittadino, ma della “persona”. Gli immigrati illegali sono almeno persone? Nessuno osa negarlo, e tuttavia quanti di noi sono pronti a trarne le conseguenze?

C’è chi è pronto a farlo, ma sono sempre i meno, mai i più. Non a caso i temi che ho ricordato sono oggetto di campagne di minoranza, come quelle del movimento radicale, da anni campanello d’allarme delle nostre coscienze. E non a caso nell’assetto istituzionale delle democrazie si distingue fra istituzioni maggioritarie elettive, nelle quali prevalgono le ragioni del consenso, e istituzioni non maggioritarie di garanzia, in primo luogo le corti, nelle quali dovrebbero prevalere le ragioni della civiltà codificate proprio in quei diritti a cui le maggioranze sono meno sensibili.

È già molto per le ragioni della civiltà se vi sono minoranze libere di sostenerle e giudici abilitati a farle valere, quando esse si incarnano in obblighi e diritti. Ma una democrazia finisce prima o poi per ammalarsi se le maggioranze non si aprono mai alle minoranze e disattendono le decisioni dei giudici, che ne contestano le scelte in nome di un principio superiore.

Insomma, i famosi checks and balances funzionano a dovere, e con loro funziona a dovere il sistema democratico, se ci sono interazione e quindi reciproca permeabilità fra le istanze di cui essi sono portatori e quelle di cui si fanno carico le maggioranze. Se c’è invece impermeabilità e quindi divaricazione perdurante, alla lunga tutto il sistema si deteriora, perché le minoranze o si estremizzano o si estinguono e i giudici, che non possono distanziarsi senza limiti dalla sensibilità delle maggioranze, finiscono per acquietarsi.

I leader illuminati delle minoranze lo sanno e sanno perciò trovare mediazioni e compromessi con le maggioranze. E anche la giustizia possiede le formule interpretative che permettono di salvaguardare i diritti individuali meno graditi alle stesse maggioranze, lasciando un qualche spazio ai limiti voluti da queste. Si pensi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che distingue fra diritti non suscettibili di alcun bilanciamento, come il diritto a non subire torture, e diritti, come quello a non vedersi sequestrato un film, davanti ai quali possono in certi casi prevalere i sentimenti religiosi dominanti nella comunità interessata.

Il problema è se flessibili sono anche le maggioranze e pronte esse stesse a interagire. Gli esempi per la verità non mancano e uno recente è la Spagna, dove la Corte costituzionale aveva censurato nel 2007 una legge che comprimeva quasi tutti i diritti degli immigrati illegali (salvo la scuola per i loro bambini) e una nuova disciplina è stata approntata nel 2010 che accoglie in buona parte le sue preoccupazioni.

Si tratta dunque di un circolo virtuoso possibile, che tale rimane però sino a quando nelle maggioranze prevalgono le qualità che trovereste naturali in una democrazia, la misura e il realismo. Ma attenti. Già 45 anni fa Richard Hofstadter ci spiegò la tendenza della politica, negli stessi paesi democratici, a diventare – lui diceva – paranoica e quindi a puntare per affermarsi sulla denuncia dei complotti, sulla demonizzazione dei nemici e sulla diffusione dell’ostilità e della paura (“The Paranoid Style in American Politics”, New York 1965). Quando ciò accade, l’assimilazione fra talune minoranze e il nemico è la cosa più facile. E su chi conduce battaglie di civiltà cade prima il silenzio che isola, poi l’ostilità che comprime.

Un metro dunque per misurare la salute delle nostre democrazie lo abbiamo. Se ancora c’è chi si batte per ragioni di civiltà che contrastano con le ragioni del consenso, vuol dire che c’è vita. Ma se intorno c’è e rimane un pervicace silenzio, forse stiamo già entrando in paranoia.

Zingaretti: «Attenzione a Fini sta lavorando per distruggerci»Zingaretti: «Attenzione a Fini sta lavorando per distruggerci», di Pietro Spataro

Non vuol sentir parlare di totoleader o di candidature ed è infastidito dalla polemiche interne al Pd. Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, spesso indicato come il quarantenne di buone speranze, invita a guardare al fallimento della destra. «Si è aperta una porta magica», dice. Vuole che il centrosinistra lavori con coraggio per «rifondare l’Italia» e indica due sfide: il merito e i bisogni. Aggiunge: «Il nostro porta a porta deve servire a offrire una nuova speranza agli italiani».

Lei ha detto: tra di noi c’è chi è subalterno alla destra. Ce l’aveva con Chiamparino che aveva polemizzato con il Pd per il mancato invito di Cota alla festa dell’Unità?
No, niente equivoci. La mia critica era rivolta a Tremonti e alla destra: hanno espulso in un lampo il confondatore del partito e poi vogliono dare lezioni di democrazia al Pd? E’ surreale.

Quindi nessuna polemica interna?
Nessuna. Penso che oggi per noi il fatto clamoroso sia il fallimento strategico della destra. Proprio con Tremonti c’è stata, nel biennio, la peggiore contrazione del Pil e la più bassa ripresa a livello europeo. Sottolineo un altro elemento: questa destra nasce nel ’93 con il patto tra Berlusconi e Fini candidato sindaco di Roma. Quel ciclo si è chiuso definitivamente. Il gruppo dirigente della destra è ormai una oligarchia che occupa lo Stato con una classe dirigente ricattata. Lo sa chi sono i veri prigionieri? Gli ex An rimasti nel Pdl.

Che cosa deve fare il Pd per essere incisivo? Basta il porta a porta?
Bersani fa bene a ripetere che non dobbiamo parlare tra di noi, ma scatenare una grande operazione di verità. Io dico che dobbiamo avere un contatto fisico e politico con gli italiani e scommettere su una nostra idea diversa dell’Italia. Questa destra non parla al futuro, gestisce solo il potere con aspetti inquietanti. Basti dire che mette un balzello sui pendolari e poi fa lo sconto alla Mondadori sulle tasse non pagate.

Allora, bisogna aspettare che si compia il miracolo della crisi?
Niente affatto. Noi dobbiamo cogliere l’occasione di questa porta magica che si è aperta e costruire la nostra proposta. Vedo una grande occasione, i 150 anni dell’Unità d’Italia. Però attenzione, non per celebrare il passato ma per dire: sono 150, ora vogliamo un’altra Italia. Nessun approccio nostalgico, perché dobbiamo saperlo che questa Italia non funziona. Solo noi possiamo dire ai cittadini: si può vivere meglio.

Un bel programma. Ma non vede un certo affaticamento nel Pd?
Io vedo un veloce logoramento della destra. E poi una tendenza del centrosinistra a illudersi che il nostro problema sia fare il totoleader. Non ci sto a questi giochetti.

Eppure su questi giochetti abbiamo trascorso l’estate…
Lo so, ma è tempo di riscoprire il valore del bene comune. Dobbiamo sentirci parte di una sfida e lavorare per il suo successo e non per i benefici personali. Non mi preoccupa la competizione, ma deve partire dalla battaglia delle idee. Dobbiamo costruire il nostro progetto per rifondare l’Italia. Andiamo nelle università, tra studenti e ricercatori, sollecitiamo il mondo della cultura, andiamo nelle fabbriche e negli uffici. Basta con inutili contrapposizioni interne. Occupiamoci del Paese.

Tutti dicono: il problema sono le idee. Diciamone qualcuna…
L’Italia che vorrei deve puntare su chi merita e su chi ha bisogno. Sono le due categorie più umiliate. Nel paese della cricca il merito viene annientato e quelli che hanno bisogno sono abbandonati. Sta qui la pesante ingiustizia della destra. La nostra Italia è diversa, è un paese solidale.

Ma secondo lei il governo è davvero al capolinea?
Guardi, l’agenda partorita venerdì dal vertice è imbarazzante. Mi pare uno scambio osceno con la Lega: fateci fare gli affari nostri, voi fatevi i vostri. Bossi usa i limiti dello Stato per distruggere la nazione. Noi invece dobbiamo difendere la nazione rinnovando lo Stato. Dobbiamo costringerli a fare i conti con la nostra idea di Paese.

Berlusconi non ha risparmiato un avvertimento a Napolitano: se c’è crisi si vota. Gli attacchi al Quirinale non sono preoccupanti?
Sicuramente e si commentano da soli. Un forte elemento di garanzia sta oggi proprio nell’autorevolezza che Napolitano si è conquistato. E a loro questo dà fastidio.

E Fini, tornerà a casa oppure la rottura è insanabile?
Penso che Fini abbia vinto una battaglia. Rappresenta, per quelli di destra, un’alternativa a chi non si rassegna al berlusconismo. Fini è quello che, con più credibilità, immagina una destra nazionale.

Qualcuno pensa che sia lui il capo dell’opposizione…
Quella di Fini è una destra antiberlusconiana, noi siamo il centrosinistra. Sia chiaro: Fini non vuole allearsi con noi, ma vuole lavorare per sconfiggerci meglio.

Se ci sarà crisi, voto o governo di transizione?
Votare con una legge che produce nominati sarebbe dannoso. Quindi c’è un tentativo da esplorare. Però non a qualunque costo. Dico anche però che non deve essere questo il centro della nostra iniziativa. Noi dobbiamo batterci contro la destra, conquistare gli elettori e offrire una nuova speranza.

Bersani ha detto che Berlusconi è un caudillo. Condivide?
Sì. Berlusconi fa comizi contro i comunisti e poi si comporta come il Pcus. Il Pdl è ormai l’unico partito comunista sovietico.

E Bersani è un buon leader?
Non c’è dubbio. Ha la solidità e la forza che lo fa stare lontano dal chiacchiericcio. E questo oggi è un valore in più, non in meno.

Dicono però che lei si stia scaldando per fare il leader…
Sono stufo di vedere che quando qualcuno parla non si guarda mai al merito. Lo ripeto: credo nel bene comune e in una classe dirigente che sia in grado di mettere in campo energie nuove. Non ho alcuna intenzione di candidarmi a nulla. Sono semplicemente molto indignato da questa destra.

Quindi resta alla Provincia di Roma?
Assolutamente

L’Unità 22.08.10

"Il voto non ci fa paura, vinceremo nascerà l'Alleanza Costituzionale", intervista a Dario Franceschini di Umberto Rosso

“Se Berlusconi rompe e va alle elezioni, le perde. Vince il centrosinistra. E lui lo sa bene. E’ un bluff, agitato per spaventare Fini”.
Come fa ad esserne così certo, onorevole Franceschini?
“Perché il bilancio di due anni di governo è del tutto fallimentare, gli italiani se ne sono accorti sulla propria pelle. E poi perché di fronte ad una situazione di emergenza – con Berlusconi che va al voto per ottenere i pieni poteri, stravolgere la Costituzione e puntare al Quirinale – scatterebbe una risposta straordinaria e di emergenza da parte di tutta l’opposizione”.

E cioè?
“La nascita di una alleanza costituzionale. Aperta a tutte le forze che alla svolta autoritaria di Berlusconi sono pronte a dire di no”.

Chi ne farebbe parte?
“Chi ci sta. Partendo naturalmente dal Pd, da Di Pietro, dalla sinistra che è fuori dal Parlamento”.

Casini?
“Casini è all’opposizione, e dunque è evidente che si tratta di un nostro interlocutore naturale”.

Il leader dell’Udc però, oggi, pensa a governi di responsabilità nazionale. Berlusconi lo corteggia: se torna nel centrodestra non crollano le vostre speranze?.
“E’ vero, c’è un pressing forte di Berlusconi ma Casini dimostra di saper resistere. Del resto conosce, per averlo sperimentato, come si vive male nel centrodestra del Cavaliere. Io non ho l’impressione che sia tentato dal bis”.

La futura alleanza costituzionale imbarcherebbe pure Fini?
“Fini sta conducendo la sua battaglia all’interno del campo di centrodestra”.

Niente finiani, ma un fronte allargato da una parte a Casini e dall’altra a Vendola non significa fine della vocazione maggioritaria del Pd?
“Assolutamente no. Quella scelta è stata il più grande tentativo di modernizzazione della politica italiana ma a situazione di emergenza democratica, risposta di emergenza. Sarebbe un passaggio necessario per fermare la svolta autoritaria e arrivare alla costruzione di un bipolarismo moderno nel nostro paese”.

E se nasce il terzo polo di Casini, Fini e Rutelli?
“Vedremo, ma in ogni caso a chi toglierebbe voti? Certamente al centrodestra. Ecco un’altra buona ragione per prevedere una vittoria elettorale del centrosinistra”.

Chi sarebbe chiamato a guidare l’Alleanza, come si sceglie la leadership?
“Dipende dall’evolversi della situazione. Se la legislatura va avanti, abbiamo le primarie. Ma se la crisi si avvita, e rapidamente scatta la corsa alle urne, lo schema di gioco per forza cambia. Anche per ragioni di tempo, saremmo costretti a scegliere il nostro candidato premier magari solo in un mese”.

Il Pd per quale scenario lavora?
“Se ci sarà un’apertura formale di una crisi, ad un governo di transizione con al primo punto la modifica del Porcellum. Però se non dovesse andare così, non abbiamo alcuna paura di affrontare la prova delle urne anche con questa legge elettorale”.

Pare molto difficile trovare i numeri nell’attuale Parlamento per cambiare il Porcellum.
“Parliamone il giorno dopo l’apertura vera di una crisi di governo… Le carte si rimescolano, in tanti a quel punto non avrebbero più voglia di legarsi mani e piedi ad un Berlusconi dimissionario”.

Vede un tentativo di tregua nella maggioranza?
“Io ho visto la faccia di un leader al tramonto. Berlusconi, in conferenza stampa, era un uomo teso, insicuro. L’aria di uno che sta per andare a sbattere”.

Non crede al Berlusconi in versione colomba?
“No, era soltanto spaventato. Il modello berlusconiano sta crollando”.

E’ possibile una tregua con Fini?
“La dialettica non è prevista nel centrodestra del Cavaliere. Nega alla radice l’essenza stessa del suo sistema. Ho vinto io, comando io. L’assetto proprietario della politica non ammette il confronto interno. Sarebbe la fine stessa del mondo berlusconiano. Magari ci saranno alti e bassi, ma nella sostanza lo strappo con Fini è irrimediabile”.

Il Cavaliere teme contraccolpi elettorali?
“Usa l’arma del voto al contempo come una minaccia e come una tentazione. Come avvertimento per cercare di ridurre Fini a più miti pretese. Ma sogna anche il colpaccio grazie al Porcellum, che gli consentirebbe di mettere in lista solo i fedelissimi e di fare il pieno grazie ad un premio di maggioranza vergognoso: non è prevista la soglia minima, anche con il 30 per cento di voti si conquista il 55 per cento dei seggi. Però sa anche che questo sogno rischia di trasformarsi in incubo”.

I finiani sono pronti a sottoscrivere al 95 per cento la verifica.
“Ma Berlusconi già alza il tiro: perché a lui, in realtà, interessa solo il 5 per cento. Solo le leggi ad personam”.

La Repubblica 22.08.10

Ghizzoni: scuola a rischio senza docenti per il prossimo anno

Manuela Ghizzoni, Capogruppo del PD in commissione Istruzione alla Camera: “Mentre Berlusconi regala alla casa editrice della Mondadori 340 milioni di euro, la scuola rischia di affondare e il prossimo anno partirà anche a Modena senza i docenti necessari”.
“Come abbiamo più volte lamentato e come sottolineano nuovamente i sindacati”, dichiara Manuela Ghizzoni, Capogruppo del PD in commissione Istruzione alla Camera, “a fronte di una largamente insufficiente richiesta dell’USP di circa 70 posti, il Ministro concede a Modena solamente 9 docenti e solo per lo sdoppiamento di classi numerose, lasciando irrisolti tutti gli altri problemi di organico”.
“Mentre Berlusconi si regala 340 milioni di euro di soldi pubblici grazie al decreto incentivi, a tanto ammonta lo sconto alla Mondadori relativo al contenzioso tributario con l’Agenzia delle Entrate, “commenta Ghizzoni, “a Modena e in tutto il Paese l’anno scolastico si annuncia pieno di disagi e problemi”.

“I benefici avuti dall’azienda presieduta da Marina Berlusconi sono ingiusti”, prosegue la deputata del PD, “con quei soldi si possono risolvere un bel po’ dei problemi di organico per l’anno scolastico che si aprirà nei prossimi giorni. Un docente di scuola costa infatti allo Stato circa 30 mila euro lordi”, spiega la parlamentare del PD, “avremmo potuto quindi incaricare altri 11.000 insegnanti, compresi quelli necessari per la provincia modenese, invece la coppia Tremonti-Gelmini ne taglierà più di 25.000, e solo per il prossimo anno”.

“Dall’avvio della legislatura i sacrifici imposti dal governo sono sempre a senso unico: a danno dei più deboli e con particolare accanimento nei confronti del settore della conoscenza e dei diritti sociali”, conclude Ghizzoni, “e dobbiamo assistere anche allo scandaloso regalo alla Mondadori, mentre la scuola rischia di affondare e migliaia di precari non avranno la possibilità di insegnare”.