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Rosy Bindi: «Spiegheremo agli italiani cosa sta veramente accadendo nel nostro Paese», di Maria Zegarelli

Giovedì un percorso di alta montagna, «una ferrata», su a Peralba, 900 metri di dislivello, ieri per riposarsi un giro in bicicletta, casco nuovo fiammante lungo la Cavalzo-Cortina, poi a casa per seguire la conferenza stampa del premier e le reazioni dei finiani. Rosy Bindi, presidente del Pd, legge la dichiarazione di Italo Bocchino, «si va avanti per altri tre anni» e sorride. «È evidente che la maggioranza non esiste più e se resteranno insieme questa ricucitura non sarà altro che un rattoppo, passeranno il tempo a patteggiare e trattare su ogni punto ai danni del Paese».

Ha sentito Berlusconi? Se c’è la fiducia avanti per altri tre anni. Altrimenti si vota.
«Bisognerà leggere attentamente il documento, ma non mi sembra che lasci molti margini di trattativa. Vedremo se il premier sarà in grado di rimettere insieme la maggioranza, io non ci credo, sarà un continuo patteggiamento, tutte le loro forze saranno impegnate per stare insieme e non certo per risolvere i problemi del paese. Gli stessi punti del programma dimostrano non c’è nessuna attenzione dei problemi reali del paese, non c’è cenno al lavoro o alle disuguaglianze».

Il premier è stato chiaro: nessuno pensi di non rispettare la volontà del popolo formando un governo di non eletti. Messaggio al Colle?
«Più che un messaggio mi è sembrato un avvertimento non rispettoso delle prerogative del Capo dello Stato e soprattutto ci leggo una volontà di modificare la Costituzione materiale attraverso la legge elettorale, una legge incostituzionale che va cambiata. Berlusconi ha praticamente affermato questo: una legge elettorale ha modificato la Costituzione. Dimentica che siamo ancora una Repubblica parlamentare e che c’è un Capo dello Stato».

Ha anche sostenuto che dal 1994 la magistratura vuole abbattere il governo legittimo.
«Da una parte vuole trasformare la nostra democrazia parlamentare in una democrazia plebiscitaria senza neanche modificare la Costituzione e dall’altra continua a non rispettare la divisione dei poteri. Lancia intimidazioni al Colle e continua nel suo obiettivo di legare le mani della magistratura. Del resto questo è il suo programma: processo breve, legittimo impedimento, esasperazione delle leggi ad personam…».

Su questo non ci saranno margini di trattativa. Secondo lei i finiani voteranno la fiducia al documento e tutto finisce qui?
«Se non sbaglio ha riproposto il processo breve anche se lo ha definito “processo ragionevole”, ha detto chiaramente che la legge sulle intercettazioni così come è stata emendata non va bene. È evidente che con la Lega è già d’accordo, dunque è tutto in mano ai finiani, vedremo quanto resisteranno o se siamo di fronte al ruggito del coniglio…».

Il premier si dice sicuro, in caso di elezioni, di una vittoria di larga misura.
«Questa sua previsione ritengo che sia un modo di mostrare i muscoli sapendo di mentire. Le elezioni per Berlusconi sarebbero un fallimento. Non abbiamo alcun problema ad andare al voto subito, non ci spaventa, Penso che il Pd e l’attuale opposizione avrebbero mille motivi per vincere, ma ritengo che la soluzione migliore per il Paese sarebbe quella di un governo di transizione per cambiare la legge elettorale».

Ma Berlusconi non la pensa così e a sentire Bossi neanche la Lega.
«Berlusconi in questo momento porterebbe il Paese ad elezioni contro il volere di tutti: soltanto Bossi le vuole, non il mondo cattolico e la Chiesa, non le parti sociali, non la gente. Il Paese non reggerebbe un’altra consultazione: sarebbe la terza in sei anni. Il suo obiettivo è chiaro: chiedere un mandato per costituzionalizzare la repubblica presidenziale. Per questo motivo il Pd deve puntare ad un’alleanza molto larga, in difesa della nostra Costituzione».

Bersani ha lanciato la campagna d’autunno. Il Pd si prepara?
«Quella campagna sarà la nostra grande forza, spiegheremo agli italiani cosa sta davvero accadendo al Paese».

A proposito di spiegazioni, crede che il popolo Pd approverebbe un governo di transizione?
«Ne sono certa perché da quando abbiamo iniziato a spiegare di cosa si tratta la risposta è positiva. La posta in gioco è alta: rischiamo di andare ad elezioni senza che il Paese trovi una stabilità politica perché con questa legge elettorale è così. Noi vinceremo le elezioni, ma se ci fosse un risultato incerto non permetteremo domani di mettere in atto quello che si vuole impedire oggi. Perché Berlusconi non è disponibile a fare un governo di responsabilità? A cosa punta? A nuove elezioni dall’esito che potrebbe essere incerto per tirare a campare ed arrivare alla presidenza della Repubblica?».

Facciamo una previsione: quanto durerà la tregua, se tregua è, con i finiani?
«Se Fini è coerente la maggioranza non c’è più e allora Berlusconi venga in Parlamento, ne prenda atto e la parola passi al Presidente della Repubblica».

da www.unita.it

Risorse energetiche in rosso: l'umanità ha già speso quello che la Terra produrrà nel 2010

La popolazione mondiale ha già speso tutte le risorse energetiche che il pianeta può generare nel 2010. Così, a partire dal 21 agosto e fino alla fine dell’anno, l’uomo vivrà a credito, consumando energia che la natura non produce. Il calcolo, a metà tra scienza e provocazione, è stato realizzato dall’Ong Global Footprint Network, l’organizzazione internazionale non governativa che misura l’impatto dell’esistenza sulla natura, nel suo rapporto annuale.

Saremo quindi nuovamente ”in credito” per quanto riguarda la produzione di cibo, la neutralizzazione delle emissioni di anidride carbonica, ma anche la rigenerazione dell’acqua o la capacità di assorbire i rifiuti, che sono solo parte delle cose che la natura quotidianamente ci offre. La terra, i suoi abitanti, inizieranno a vivere al di sopra dei propri mezzi ecologici.

A misurare il numero massimo di giorni che la biosfera può approvvigionare in l’indice tra l’impronta ecologica globale – un indicatore statistico di 150 Paesi che mette in relazione il consumo annuo di risorse ecologiche con la loro disponibilità – e la capacità della natura di rigenerarsi nel corso dello stesso arco di tempo. Questo indicatore di sostenibilità ambientale precipita di anno in anno: nel 1987, primo anno in cui fu calcolato l”’Earth Overshoot Day”, il sorpasso avvenne con soli dieci giorni di anticipo rispetto alla naturale scadenza del 31 dicembre. Nel 1995 fu il 21 novembre mentre dieci anni dopo il pianeta andò in riserva già il 20 ottobre. Negli ultimi due anni l’Earth Overshoot Day è stata anticipato di un mese, da settembre ad agosto.

«Quando si esauriscono in nove mesi le risorse di un anno si dovrebbe essere seriamente preoccupati», afferma Mathis Wackernagel, presidente di Global Footprint Network. «La situazione non è meno urgente sul fronte ecologico – aggiunge Wackernagel -. Cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e carenza di cibo e acqua sono tutti chiari segnali di come, in un futuro non lontano, non potremo più pensare di vivere chiedendo al pianeta energia a credito».

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Maroni: espellere i rom comunitari. I vescovi contro Maroni

Il governo italiano vuole andare oltre i provvedimenti della Francia contro i rom: lo annuncia il ministro dell’Interno Roberto Maroni (Lega), intervistato da un giornale nazionale. Il 6 settembre a Parigi, in un incontro fra ministri dell’Interno europei, Maroni riproporrà la richiesta di poter «espellere anche i cittadini comunitari». Il ministro vuole «espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari. Naturalmente solo per chi viola la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in una altro stato membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita. Molti rom sono comunitari ma non rispettano nessuno di questi requisiti».

Monito della Cei
I rimpatri di gruppi di rom decisi dalla Francia «sono illegittimi», perchè «riguardano sostanzialmente persone che hanno il diritto di movimento in Europa e d’insediamento». È quanto afferma, in un’intervista alla Radio Vaticana, mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei. «Questi rimpatri – spiega -, vanno a toccare soprattutto una popolazione, la popolazione rom indistintamente, senza invece, valutare con attenzione quali sono i problemi». Secondo mons. Perego, «la Francia purtroppo ha seguito la strada dell’Italia di un’espulsione indiscriminata dei rom. Un’espulsione che, di fatto, che cosa ha generato? Nuovi campi abusivi, ha generato ancora abbandono della popolazione rom, ha generato l’annullamento, sostanzialmente, di tutta una politica sociale che era stata fatta per la scolarizzazione dei bambini». Per il direttore della Fondazione Migrantes, «l’azione che avviene contro i rom oggi, non è un’azione di politica migratoria – non dimentichiamo che anche in Italia, l’80% dei rom è italiano – ma è una politica discriminatoria nei confronti di una popolazione, che sostanzialmente, non si è riuscita a gestire attraverso canali che sono soprattutto di tipo sociale, di tipo scolastico, di accompagnamento; anche la tutela di una popolazione che ha subito fortemente la modifica di una società agricola industriale».

Pd: «Lega populista»
«L’analisi di monsignor Perego della Cei è pienamente condivisibile. La politica immigratoria di questo governo è fatta solo di espulsioni, respingimenti, negazione della cittadinanza a chi ne avrebbe diritto. Non si governa così un Paese moderno europeo». Lo afferma il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo, segretario della Commissione Affari Europei. «La Lega non è assolutamente interessata a risolvere i problemi e vede tutto solo in un’ottica populista. Una visione che si è acuita ora che la maggioranza Š in crisi – continua Di Giovan Paolo – Non basta le condanne della Ue al governo italiano e a Sarkozy per far capire che questa politica Š sbagliata?».

da www.unita.it

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Spinelli, prof di letteratura rom: genocidio culturale
Rom al contrattacco dopo l’intervento del ministro dell’Interno, Roberto Maroni che ha sostenuto che non solo è giusto espellere i rom ma che l’Italia sarà anche più dura di Sarkozy. «Mancano solo i forni crematori ma siamo al genocidio culturale», si arrabbia Alexian Santino Spinelli, musicista, intellettuale e professore universitario di etnia rom. «La cosa peggiore – incalza – è il silenzio che segue. Indicazione dei tempi che stiamo vivendo. In questo modo creeremo le barriere razziali».
E dopo lo sfogo, Spinelli lancia una proposta di dialogo a Maroni: «il 7 ottobre a Strasburgo e il 18 novembre al Parlamento europeo di Bruxelles l’orchestra europea per la pace e l’Alexian Group terranno un concerto per ribadire che noi rom siamo un popolo di pace. Noi invitiamo Maroni e pure Sarkozy. Se avranno il coraggio del confronto sono certo che verranno». Maroni parla di espulsioni di quei rom che pure se comunitari non rispettanno le regole. «Questi sono tutti pretesti perchè è chiaro – dice Spinelli – che se stessimo parlando di spagnoli o di inglesi il problema non si porrebbe nemmeno. Siccome in rom non hanno protezione giuridica riceviamo queste discriminazioni».
E per chi non rispetta le regole? «È chiaro – ammette l’artista rom – che anche tra i nostri ci sono parecchie pecche ma, se andassimo al di là della cronaca e dessimo la giusta informazione, si capirebbe la ricchezza del nostro popolo. Dopo seicento anni di nostra presenza sul territorio vorrei sapere se Maroni sa qualcosa della nostra lingua romanì». Occasioni di incontro, chiarimenti ce ne sono stati? «Nella scorsa legislatura – ricorda l’esponente dei rom – ci incontrammo con Giuliano Amato. E allora si gettarono le basi per una consulta romanì. Ma se ancora oggi i parlamentari e l’opinione pubblica ci considerano nomadi significa che si mistifica la realtà».
E i colleghi italiani che posizione hanno? «Gli intellettuali che prendono posizione su qualsiasi argomento non intervengono su di noi e questo – osserva – è perchè non arriva la giusta informazione».

da www.unita.it

"Splendidi quarantenni nel labirinto", di Bruno Ugolini

Tempo di ferie e di svaghi per molti. C’è come sempre chi, anche se è in vacanza, riflette con qualche tremore sulla propria condizione. Sono i precari. Come Andrea di 37 anni, consulente ambientale, che confessa: “Per le ferie esiste il pericolo di non percepire compenso. Si è sempre a rischio di licenziamento”. Troviamo la sua storia in una serie di “carte d’identità” raccolte dall’associazione “20 maggio flessibilità sicura”, una costola del Pd, curata da Davide Imola. Quel che colpisce di questa “galleria”, con tanto di foto segnaletiche, è l’età. Non sono più dei ragazzini. Hanno quasi tutti oltrepassato i 30. Sono quasi degli “Splendidi quarantenni” come direbbe Nanni Moretti. Con mappe delle loro “carriere” che sembrano un labirinto senza fine. Andrea, ad esempio, è stato operatore telefonico, poi per diverse occasioni collaboratore occasionale, poi tecnico riabilitatore di fauna selvatica, poi collaboratore a progetto come direttore di un centro di recupero fauna selvatica, poi consulente ambientale di un Ente Nazionale. E’ stato obbligato a diventare una partita Iva. Un buon lavoro Ma il compenso non corrisponde alle responsabilità e all’impegno. La sua aspirazione? Conoscere con almeno un mese di anticipo se la collaborazione verrà rinnovata…”.

Sono tanti come lui. C’è un archeologa, sempre a partita Iva, che racconta: “Se piove gli operai del cantiere aspettano le 9 e poi per loro scatta la cassa integrazione, non prevista per gli archeologi. Non ho diritto al casco e alle scarpe antl- infortunio. Anche l’assicurazione anti infortuni è a carico mio. Se devo fermare i lavori perché emergono dei reperti archeologici divento il nemico e mi si accusa di fermare i lavori per prolungare il mio contratto…”. Mentre Desiree di 30 anni ha un contratto da impiegata delle industrie alimentari e invece vola in aereo, come assistente di bordo. Non le è mai stata riconosciuta la mansione di assistente di volo e non può godere dei vantaggi del personale navigante: non ho un fondo volo, non ha copertura assicurativa. Se l’aereo dovesse avere un incidente lei risulta a bordo come passeggera. L’hanno mandata in Africa senza profilassi malarica e senza nessuna vaccinazione.

C’è poi Giovanna di 35 anni. Questa è, come dire, una precaria di alto livello. E’ laureata in medicina chirurgica e specializzata in chirurgia generale. Dotata di competenze, professionalità, meriti. E’ a partita Iva presso un pronto soccorso. “Non posso programmare la maternità, l’alternativa è trovare un compagno ricco. Vorrei un sistema sanitario pubblico non gestito in modo clientelare. Solo così le persone come me, che hanno i titoli, potrebbero essere assunte e lavorare in modo tutelato e volto alla migliore cura per il cittadino”. Sono i sogni di questi magnifici quasi quarantenni. Immaginano un’Italia diversa.

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"Il viaggio dell'Unità dopo 150 anni: «Qui vogliamo vivere»", di Giuseppe Civati

È molto presto. Esco dall’albergo, chiedo la ricevuta e la signora non capisce. Meglio, finge di non capire. Iniziamo bene. L’unica sosta della giornata sarà al Metapoint di Metaponto (ma si può?). A qualche centinaio di metri di distanza, ci sono le Tavole Palatine. Uno spettacolo da apprezzare soprattutto all’imbrunire. Prima di buttarsi sulla mitica 106 Jonica. Cercando di rispettarne i limiti di velocità. Al contrario, in questo caso, perché il traffico è lentissimo.
Vado in Calabria a vedere in che condizioni è la regione che è sempre citata nelle ultime posizioni delle classifiche di efficienza, quando si parla di federalismo e di pubblica amministrazione. E non solo. Arrivo a Isola di Capo Rizzuto. E sono tutti un po’ diffidenti. Il periodo è di quelli tosti. Carolina Girasole vince nel 2008. È biologa. Dal 2003 il Comune aveva avuto più il commissario che un consiglio comunale. Ci voleva e si sentiva il desiderio di un grande cambiamento, ma poi, spiega Carolina, «quando il cambiamento arriva, fa paura». E fanno paura anche le reazioni di chi si sente colpito nei propri interessi. Tre macchine bruciate in quattro giorni. E penso che, da Fondi a Isola, passando per Gravina, è già la terza persona che mi parla di auto bruciate. In quattro giorni.
«No ai compromessi», mi dice Carolina, che è stata eletta con uno slogan bellissimo, che, penso, potrebbe tornare utile anche a Bersani e al Pd: «è qui che vogliamo vivere». No alle clientele e ai favoritismi: in cambio, insiste Carolina, «regole e nuove soluzioni». «Unico obiettivo, il bene comune». In giunta, professionisti e cittadini. Liberi. I partiti non sempre capiscono. Nemmeno il Partito democratico, purtroppo: l’ex capogruppo ha pensato bene di fondare una sua «area» politica proprio nei giorni delle auto bruciate, degli arresti e della manifestazione di solidarietà al sindaco e all’amministrazione. E di farlo sapere al sindaco direttamente in aula.

Chiedo a Carolina cosa sia il coraggio dell’amministratore. E lei, con l’orgoglio di chi ci prova dalla mattina alla sera, dice che il coraggio è anche portare a compimento un concorso bloccato da anni, spostare i dipendenti da un ufficio all’altro per migliorare l’efficienza del Comune, controllare gli atti (tutti gli atti), non fare preferenze.

A Isola da due anni c’è un governo democraticamente eletto. C’è un sindaco che vuole ripartire dalla programmazione, dalla lotta all’evasione, da un nuovo piano regolatore. C’è un comandante dei vigili scelto con tutti i crismi della forma e della sostanza. E per concorso. C’è un centro storico da recuperare. Ci sono i terreni confiscati alla criminalità organizzata da coltivare, finalmente, con una nuova cooperativa sociale e con il sostegno di Libera. «E siamo solo all’inizio», dice l’assessore Marcello Bombardiere.

«Centocinquant’anni fa venne dal Piemonte (che strane coincidenze con i nostri giorni!) qualcuno che, baionetta in pugno, diceva di volerci uniti in un solo popolo ma poi queste nostre terre, questa nostra gente, sperimentarono d’essere diventati colonia piemontese!», ha tuonato il parroco nell’omelia di un’importante festa religiosa, il 5 agosto. Speriamo che quella parentesi dedicata al Piemonte non si riferisse a don Ciotti, come ha pensato qualcuno. Perché non è il momento dell’ambiguità, questo, ma della responsabilità comune.

L’opposizione strepita e gioca con i più classici tra i tormentoni: se un avvocato fa l’assessore e perde il suo tempo, non è disinteressato, è sicuro che ci guadagna qualcosa. Se il sindaco non riceve più «di persona, personalmente» chi ha bisogno, com’è tradizione, ma lo fa passare dai due nuovi assistenti sociali, è lontano dai cittadini. Se un assessore fa rispettare le regole, vuol dire che non ha a cuore le necessità della povera gente. Argomenti che funzionano, da sempre e da tutte le parti. E che si vincono solo con la costanza e con la responsabilità.

Qui a Isola sono passati da 10.000 a 180.000 euro all’anno per i Servizi sociali. È stato il vento. Le convenzioni di due parchi eolici sono state riviste, e ora il Comune incassa il triplo di prima: «Da 500.000 a 750.000 euro all’anno». E si comincia anche a sanare la situazione finanziaria del Comune. Dei 10 milioni di debiti, 3 sono stati già recuperati.

Ci spostiamo di qualche chilometro, ma le note sono simili.
«Non sarai un po’ fiscale?», gli chiedevano i ragazzi che sostennero la sua candidatura a sindaco. Perché si occupa, per lavoro, di tasse. E dell’esazione delle imposte. L’hanno candidato a Rocca di Neto (KR). Un sindaco esattore nella Calabria profonda. Roba che i leghisti non saprebbero più che cosa dire.

Luigi Marangolo è del 1971, è stato nove anni a Codogno, per lavoro, poi è tornato qui. Conosce i luoghi comuni del Nord. E anche quelli del Sud.Qui il partito è diviso, e quando chiedo a Tommaso (classe 1983, assessore all’Urbanistica) che cosa stia succedendo, Tommaso mi dice: «Mo’ ti spiego», e parte con una ricostruzione che ha dell’incredibile. E del vertiginoso. Oltre a una difficile conclusione della stagione dei Ds, qui c’è una sorta di Margherita mobile che va un po’ da tutte le parti. Si chiamano Demokratici. Col kappa. Di Krotone. E non solo. Un’area di centro con un leader karismatico. Chissà perché all’eminenza grigia si accompagna sempre una zona dello stesso colore, dai confini incerti e dal profilo molto mosso. Del resto, le alleanze, da queste parti, sono quasi tutte sorprendenti. E la politica, quella buona, fa fatica a imporsi.

«Colpa del tradimento dei Savoia nei confronti del disegno compiutamente unitario», dice Luigi. «Lo Stato non è sentito dalla popolazione. Non ci si crede. Dallo Stato si prende quello che si può, che si riesce. E poco altro». Il problema culturale si trascina, qui, da sempre. Anche a livello regionale, dove il nuovo presidente Scopelliti aveva promesso che Berlusconi lo avrebbe aiutato con il buco della Sanità. Ma Berlusconi, si sa, è democratico, sia quando c’è da promettere, sia quando c’è da mantenere: l’aiuto lo aveva promesso a tutti, dal Lazio alla Campania. E non ha dato nulla a nessuno.

Il Comune, da quando c’è Luigi, collabora con l’Agenzie delle Entrate, come mi hanno detto di aver fatto, Fausto a Arcore e Dario a Bergamo, quando amministravano. «Si è sempre potuto fare», mi dice il sindaco, fin dal ‘73. I Comuni partecipano agli accertamenti e nel caso ne ricavano un terzo. E a Rocca, come nel resto della Calabria, questo è una delle urgenze principali. Perché l’evasione è un fenomeno che assume proporzioni clamorose.

Luigi però ci spera: mi dice, ad esempio, che i burocrati giovani sono meglio di quelli della generazione precedente. Sono più aperti, più efficienti. E i giovani calabresi hanno «una cultura della legalità», dice. «Solo che ci vorrebbe la politica», che sembra non risolvere i problemi e appiattisce tutto. Al Nord è la Lega (anche quando governa) che ci guadagna. Qui i soliti noti. E il loro clientelismo.

E penso, ancora una volta, che la politica non è quella dei numeri legali, delle maggioranze variabili, delle preferenze (in senso elettorale e purtroppo anche amministrativo). La politica della tattica. No, quella è una politica minore. Strumentale. La politica sta da un’altra parte. Non nelle stanze dei notabili, degli strateghi e del sottopotere, ma nei campi sottratti alla mafia, nelle piazze che tornano a vivere, nei conti che tornano e basta, perché c’è qualcuno che li sa fare. Sta nell’accettare le sfide dove le sfide non sono richieste (mai e da nessuno), dove sono impopolari e improbabili. Impossibili, forse. A tavola, davanti al mare, si parla di ritardi, dei fondi FAS che volano via, delle infrastrutture che non ci sono e di quel litorale jonico che ci puoi mettere 150 anni a farlo tutto. «Gli occhi di ’sti ragazzi, guardali, Pippo: sono sempre al Comune e ci credono, nonostante tutto». E, allora chiedo: se foste voi a governare la Calabria? Tommaso riparte: «Mo’ ti spiego…».

da www.unita.it

"Tre libri e un film: per non smettere di rileggere Treblinka e la Shoah", di Giorgio Fontana

Anche solo iniziare una recensione di opere sull’Olocausto — e sul mattatoio di Treblinka nel dettaglio — significa entrare in un ginepraio.
Quest’anno però sono apparsi alcuni testi davvero interessanti e molto diversi fra loro — più la riedizione del film Shoah di Lanzmann — che sembrano proporre, messi l’uno accanto all’altro, uno spettro di letture comparate. Un modo di guardare a Treblinka e all’Olocausto attraverso il reportage, la testimonianza in prima persona, la poesia, e il documentario. Quattro lenti diverse per una stessa tragedia, che non finiremo mai di indagare e riportare alla luce.

1. Grossmann all’inferno
Scritto ai tempi in cui Grossmann aderiva ancora al comunismo, L’inferno di Treblinka pecca di qualche inesattezza e alcuni momenti agiografici verso la Russia di Stalin (e dei gulag). Ciò nonostante, rimane un documento di enorme valore umano. La compassione che muove Grossmann, infatti, non toglie nulla alla lucidità della sua penna: rende anzi le descrizioni ancora più accorate.
Nel campo di lavoro di Treblinka confluivano soprattutto prigionieri politici: e per diventarlo, era sufficiente una battuta casuale o un sospetto qualsiasi. La loro vita era scandita da ritmi di fabbricazione mostruosi, botte giornaliere, minacce di morte continue e spesso realizzate senza alcun motivo: “le SS del campo di lavoro polacco agivano come se stessero coltivando patate o cavolfiori”.
Ciò nonostante, nel 1942 i nazisti costruirono qualcosa di ancora più terribile: Treblinka II, il campo di sterminio.
La “fabbrica della morte” — che uccise più persone di qualunque altro campo di sterminio tedesco, salvo Birkenau — viene evocata da Grossmann in ogni dettaglio.
I prigionieri erano tradotti quotidianamente dalle zone limitrofe: quattro o cinque convogli al giorno, carichi di ebrei ma anche di occidentali sorpresi dalla guerra, che pensavano di essersi comprati l’espatrio e invece erano stati traditi.
Il procedimento era votato alla massima efficienza. Chi arrivava veniva spogliato di ogni avere alla stazione, quindi accompagnato nel campo. I soldati avevano la cura di non annunciare mai ciò che sarebbe accaduto, per evitare scene di panico assoluto: una voce al megafono si limitava a fornire indicazioni per le “docce”: spogliarsi, portare nei bagni i soldi rimasti e l’asciugamano…
Grossmann dipinge il crescendo accumulando particolari. Il lezzo di putrido. Le mosche troppo grasse. Il silenzio irreale. Mentre camminano lungo la “strada senza ritorno” che porta al luogo della gassazione, i prigionieri primi della fila “distinguono sulla rena smossa le tracce recenti di altri piedi scalzi: piccoli — piedi di donna, ancora più piccoli — piedi di bambino, e orme profonde di anziani.”
Ancora pochi minuti e ogni inganno cade. Le guardie trascinano tutti nell’edificio, chiudono la porta e liberano monossido di carbonio — o aspirano l’aria contenuta nella stanza. Dopo una ventina di minuti circa, nei casi migliori, tutti i corpi sono privi di vita.
La fine arriva il 2 agosto 1943. Una rivolta di prigionieri, programmata a lungo nella più assoluta disperazione, riesce ad avere la meglio sulle SS e incendia l’intero campo. Avendo l’Armata Rossa alle calcagna, Himmler dà l’ordine di non riaprirlo — in ogni caso, il più era fatto e non c’era modo di tornare indietro.
Grossmann arriva all’inferno tredici mesi dopo la rivolta. Tutto è deserto e spettrale, e nei campi coltivati a lupini spuntano ossa, frammenti di lettere, fotografie, passaporti, denti: tutto ciò che il suolo non vuole trattenere, un segreto più grande della terra stessa.
Così l’autore tocca con mano gli effetti dello sterminio pianificato di quasi un milione di persone. La guerra non è ancora finita e Grossmann è un uomo che ha passato mesi al fronte come reporter, ma le sue parole perdono comunque il controllo, si sfaldano, precipitano in una confusione che domanda perché.

2. In prima persona
A questo punto potete rivolgervi alla testimonianza diretta di Rajchman Chil, Io sono l’ultimo ebreo: alla terza persona di Grossmann subentra una soggettiva devastante.
Chil è uno dei cinquantasette uomini che sono riusciti a scappare nella rivolta del 1943: quando arriva a Treblinka, l’anno precedente, ha ventotto anni. Con lui c’è la sorella minore, che viene tradotta immediatamente nelle camere a gas. Chil, al contrario, è impiegato come Sonderkommando.
La selezione è del tutto casuale: una guardia domanda al suo gruppo: “Chi di voi è un barbiere?” E Chil risponde: “Io.” Così si salva la vita, in cambio del primo compito: radere i capelli delle donne prima di portarle nelle stanze della morte, le stesse dove è finita sua sorella.
Pochi giorni dopo passa nel secondo campo, il Totenlager, e si occupa di rimuovere i denti d’oro dalle bocche dei cadaveri. Nominalmente, è un “dentista”. La descrizione dei lavori cui Chil è costretto sono asciutte e precise: alternative non ce ne sarebbero state, e la sua esistenza diventa una routine di atrocità dove i concetti stessi di corpo e di essere umano perdono significato. Si trasforma in uno di quelli che Primo Levi definisce — senza alcuna facile accusa — i “miserabili manovali della strage”.
Durante la ribellione Chil è incaricato di diffondere la voce presso i compagni, e rassicurarli sulla bontà dell’operazione (molti erano all’oscuro della rivolta). Riesce a fuggire, arriva a Varsavia durante la resistenza del ghetto, e vi rimane fino alla fine della guerra. In questo periodo, come ammette egli stesso, sopravvive senza voler vivere davvero.
Nella postfazione al volume, Elie Wiesel scrive che l’opera di Chil, “con la sua semplicità commovente, apre degli orizzonti nuovi nell’immaginario del Male.”

3. Trovare le parole
Orizzonti nuovi, esatto. Ce ne possono essere altri? Secondo il celebre motto di Adorno, dopo Auschwitz scrivere una poesia è un atto “barbaro”. Non la pensano così i poeti raccolti in un florilegio dello storico Belforte Editore di Livorno, dal titolo stupendo: La notte tace.
Testo a fronte in ebraico e prefazione di David Meghnagi, la raccolta propone testi di denuncia, di indignazione e sofferenza, e soprattutto un dialogo sotterraneo che scorre fra i poeti uccisi nei campi e quelli invece sopravvissuti o lontani (come chi si trovava già in Palestina). Parole diverse per reazioni diverse alla medesima tragedia: vergogna, trauma e disperazione si alternano a canti di preghiera e invocazioni a Dio.
Il paradosso della coesistenza fra lirica e sterminio è risolto con grazia miracolosa: nonostante tutto, nonostante il monito di Adorno, è possibile trovare le parole giuste per nominare quei fatti. Per evocarli con una forma che trascende il dato e il racconto, arrivando a toccare il nucleo puro del dolore. Megnaghi: “La poesia ha una funzione terapeutica, mette in contatto le parti interne morte con quelle rimaste vive e così facendo impedisce che il nemico vinca ancora.”
Impedisce che il nemico vinca ancora.

4. Guardare con i propri occhi
Quest’anno, infine, è stato riedito da 01 Distribution anche il capolavoro di Claude Lanzmann, Shoah: un cofanetto di quattro dvd per un film che in Italia non ha mai avuto vero spazio, almeno fino all’edizione Einaudi del 2007.
Tutto il documentario è di enorme spessore, e ha in sé qualcosa di definitivo — una tale assenza di retorica, un tale rigore etico. La quantità e qualità di intervistati e la regia impeccabile rendono il lavoro del regista francese una pietra di paragone finale a quanto girato in precedenza. Simone de Beauvoir la mise così: “non avrei mai immaginato una simile mescolanza di orrore e di bellezza”.
Il terzo dvd della raccolta è dedicato a Treblinka. All’inizio, un vecchio sopravvissuto canta la canzone di Treblinka in uno sfumato ronzante, da uno schermo televisivo inquadrato nello schermo. Passa poi a spiegare, puntando un bastone contro una mappa sul muro, la geografia mortale del campo. L’iter di arrivo dei vagoni, la denudazione dei deportati, e infine la marcia verso le camere a gas nel “budello”.
“Nel giro di due ore, tra l’arrivo e la morte, era tutto finito”, spiega.
“Un treno intero?”, chiede Lanzmann.
“Un treno intero.”
Seguono lunghe sequenze di panorami. Primi piani silenziosi. Inquadrature a mano nei campi innevati dove prima sorgeva il lager. Torna poi anche qui la figura del “barbiere”, come per Rajchman Chil. Il signor Abraham, intervistato mentre taglia i capelli nel suo negozio, racconta di essere stato reclutato per radere le donne prima dell’esecuzione. “Tentavamo di fare il nostro meglio”, dice. “Di comportarci il più possibile come esseri umani.”

Quattro opere e quattro stili, dunque, per un compito difficile e indispensabile insieme: evitare il luogo comune del ricordo meccanico — della ricorrenza di superficie.
La banalità del male sta anche nel rischio di banalizzare la conoscenza: ormai “tutti sanno”, e proprio per questo il sapere rischia di cadere nell’oblio.

L’inferno di Treblinka
V. Grossmann
Adelphi 2010, 79 pagine
6 euro

Io sono l’ultimo ebreo
R. Chil
Bompiani 2010, 121 pagine
15 euro

La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica
a cura di S. Ferrari
Belforte Salomone 2010, 235 pagine
18 euro

Shoah
C. Lanzmann
01 Distribution 2010, 4 dvd
25,90 euro

da www.ilsole24ore.it

"Test di italiano, per integrare o discriminare?", di Giuseppe Caliceti

Dal prossimo 9 dicembre, per ottenere il permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo, già carta di soggiorno, per gli immigrati in Italia sarà necessario superare un esame di lingua italiana. Il test di lingua si va a sommare a una procedura già abbastanza complessa: l’ottenimento del permesso di lungo periodo – documento senza scadenza, comunque da rinnovare ogni cinque anni – è infatti subordinato a una regolare presenza sul territorio di almeno cinque anni, senza assenze superiori ai dieci mesi complessivi. La richiesta, da inoltrare alla Questura competente, che dovrebbe rispondere dopo novanta giorni, deve rispettare diversi requisiti: occorre avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, dimostrabile presentando le buste paga dell’anno in corso e si deve documentare la propria situazione in ambito penale. Nel caso di richiesta per i familiari, è necessario certificare la disponibilità di un alloggio idoneo, i cui parametri saranno accertati dall’Azienda sanitaria locale (Asl) competente, oltre a fornire un attestato anagrafico, tradotto e validato dall’autorità consolare nel Paese di appartenenza o di stabile residenza dello straniero. Tutto questo è accompagnato da una spesa di circa 70 euro: 27,50 euro per bollettino postale di pagamento del permesso di soggiorno elettronico, 14,62 euro per il contrassegno telematico, e 30 euro per la raccomandata. Da dicembre, a tutto questo, si dovrà aggiungere anche questo annunciatissimo test di lingua italiana, e superarlo con un punteggio minimo di ottanta su cento. La richiesta di partecipazione alla prova dovrà essere presentata «con modalità informatiche alla prefettura territoriale competente in base al domicilio del richiedente», che sarà convocato entro sessanta giorni.
Si tratta di una misura già attuata in altri paesi europei, con una differenza non di poco conto: in Italia si richiede al migrante di conoscere l’italiano, ma senza offrirgli l’opportunità di impararlo. Un’assurdità. Per esempio, in Francia, agli immigrati, si offre la possibilità di partecipare a corsi di lingua francese della durata di 600 o 800 ore completamente a carico dello Stato. Da noi? Niente o quasi.
Viene da chiedersi: la lingua è un diritto o un motivo di discriminazione? Dipende. Don Milani sosteneva: «È la lingua che ci fa uguali». «Tanto più per un immigrato», aggiunge la professoressa Monica Barni, direttrice a Siena del Cils, uno degli enti certificatori autorizzati dal ministero. E aggiunge: «In Italia siamo di fronte a un problema di eticità». Perché la conoscenza della lingua, se è il primo strumento per interagire, così diventa una barriera per isolare. Barni si chiede: «Come può un immigrato che lavora 10 ore al giorno e magari ha figli piccoli trovare il tempo per frequentare un corso privato di italiano?».
E poi, chi stabilisce che il livello di competenza linguistico fissato dal ministero sia il livello idoneo per essere un buon cittadino? E come saranno somministrati e valutati i test, tenuto conto che si svolgeranno in Questura in condizioni di grande stress per lo straniero? Infine, trattandosi di un test scritto ed essendoci molti immigrati analfabeti che sanno parlare ma non scrivere, la conoscenza parlata dell’italiano verrà misurata?

dal Manifesto del 20-08-2010