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Io, autore Mondadori e lo scandalo "ad aziendam", di Vito Mancuso

Da quando ho letto l’articolo di Massimo Giannini giovedì scorso 19 agosto non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un’azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extra-parlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell’etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un’azienda che non solo dell’etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare?

Io sono legato da tempo alla Mondadori, era il 1997 quando vi entrai come consulente editoriale della saggistica fondandovi una collana di religione e spiritualità, poi nel 2002 ebbi l’onore di diventarne autore quando il comitato editoriale accettò il mio saggio sull’handicap come problema teologico, onore ripetuto nel 2005 e nel 2009 con altri due libri.

Conosco bene i cinque piani di palazzo Niemeyer a Segrate, gli uffici open-space, i corridoi interminabili dove si incontra chiunque (scrittori, politici, cantanti, calciatori, scienziati, matematici, preti, comici…), la mensa dove per parlare con il vicino spesso bisogna gridare, il ristorantino vip, lo spaccio dove si comprano i libri a metà prezzo, le redazioni dei settimanali e dei femminili, l’auditorium dove presentavo ai venditori i libri in uscita e di recente il libro che sto scrivendo. So dove si trovano le macchinette del caffè, luogo di ritrovi e di battute, e di gara con gli amici a chi mette per primo la monetina. Ecco, gli amici. Impossibile per me parlare della Mondadori e non rivedere i loro volti e non provare ancora una volta ammirazione e stima per la loro professionalità. Perché questo anzitutto la Mondadori è: una grande azienda di brillanti professionisti. Del resto a parlare sono i titoli e i fatturati, sono i lettori italiani che continuano a premiare con le loro scelte il lavoro di un’editrice che va avanti dal 1907. Un lavoro in grado di vincere anche in qualità, basti pensare alla collezione dei Meridiani, ai Meridiani dello Spirito, ai classici greci e latini della Fondazione Valla. E se uno avesse dei dubbi, prenda in mano il catalogo degli Oscar e di sicuro gli passeranno, perché si ritroverà tra le mani una vera e propria enciclopedia della scienza editoriale in compendio.

Per questo il mio dubbio, dopo l’articolo di Giannini, è pesante. Leggendo ho appreso che non si tratta più di accettare una proprietà che può piacere oppure no ma che non ha nulla a che fare con le scelte editoriali, cioè con l’azienda nella sua essenza. Stavolta è la Mondadori in quanto tale a essere coinvolta, non solo il suo proprietario per i soliti motivi che non hanno nulla a che fare con l’editoria libraria. Quindi stavolta come autore non posso più dire a me stesso che l’editrice in quanto tale non c’entra nulla con gli affari politici e giudiziari del suo proprietario, perché ora l’editrice c’entra, eccome se c’entra, se è vero che di 350 milioni dovuti al fisco ne viene a pagare solo 8,6 dopo quasi vent’anni, e senza neppure un euro di interesse per il ritardo, interessi che invece a un normale cittadino nessuno defalca se non paga nei tempi dovuti il bollo auto, il canone tv o uno degli altri bollettini a tutti noti.

Eccomi quindi qui con la coscienza in tempesta: da un lato il poter far parte di un programma editoriale di prima qualità venendo anche ben retribuito, dall’altro il non voler avere nulla a che fare con chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui gode. Da un lato un debito di riconoscenza per l’editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall’altro il dovere civico di contrastare un’inedita legge ad aziendam che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l’attuale primo ministro (riprendo il numero delle leggi dall’articolo di Giannini e mi scuso per il latino ipermaccheronico “ad aziendam”, ma ho preso atto che oggi si dice così). A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?

Nella mia incertezza ho deciso di scrivere questo articolo. Spero infatti che a seguito di esso qualcuno tra i dirigenti della Mondadori possa spiegare pubblicamente cosa c’è che non va nell’articolo di Giannini, perché e in che cosa esagera e non corrisponde a verità. Io sarei il primo a gioirne. Spero inoltre che anche altri autori Mondadori che scrivono su questo giornale possano dire come la pensano e cosa rispondono alla loro coscienza. Sto parlando di firme come Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano… Se poi allarghiamo il tiro alle editrici controllate interamente dalla Mondadori (il che, in questo caso, mi pare oggettivamente doveroso) arriviamo all’Einaudi e a nomi come Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi… Sono tutte personalità di grande spessore e per questo sarei loro riconoscente se contribuissero a risolvere qualcuno dei dubbi sollevati da questa inedita legge ad aziendam nella coscienza di un autore del Gruppo Mondadori.
da La Repubblica del 21 agosto 2010

"Sui ricercatori stangata di 500 euro", di Flavia Amabile

Un dossier riservato del ministro Gelmini: congelati gli aumenti che dovevano premiare il merito
Sulla scrivania del ministro dell’Istruzione Gelmini è arrivato un dossier riservato che racconta il futuro dell’università italiana dopo i tagli voluti dal ministro dell’Economia Tremonti con il via libera dell’intero governo. Gelmini sa perfettamente che non è l’università che ha promesso in questi anni: le cifre raccolte per valutare gli effetti delle misure approvate porteranno al congelamento degli aumenti voluti per premiare il merito, saranno dimezzati gli aiuti agli studenti con le borse di studio, e i fondi a disposizione delle università dal prossimo anno renderanno impossibile pagare gli stipendi dei professori.
Innanzitutto il taglio agli aumenti di stipendio, che si riferisce sia agli incrementi automatici annuali legati ai salari del pubblico impiego sia agli scatti veri e propri. Una misura prevista con questa gravità solo per i prof universitari: non per i magistrati con i quali si è fatta marcia indietro e nemmeno per i prof di scuola a cui almeno è stato promesso di reinvestire i risparmi. Per i professori universitari la manovra approvata a luglio prevede soltanto che ogni docente si troverà nel 2014 nella classe di stipendio del 2010 come se tre anni non esistessero. In questo modo si dovrebbero creare economie di spesa di circa 299 milioni nel triennio 2011-2013 e economie di spesa strutturali per 543 milioni nei tre anni dal 2014 al 2016.
Se però si va a valutare il costo per ogni prof delle prime fasce di carriera ci si rende conto che i ricercatori e i docenti più giovani perdono circa 500 euro al mese.
Gli esperti in calcoli sono indecisi su chi ci perda di più. Se è vero, come sottolineano gli economisti Massimo Baldini e Enza Caruso in un calcolo pubblicato su Lavoce.info, che «il prezzo più elevato viene pagato dai ricercatori non confermati, per i quali la manovra assume un peso che va dal 26 al 34 per cento sul reddito netto». Insomma, un taglio di un terzo di quanto guadagnano. Oppure se i più penalizzati saranno coloro che hanno iniziato la carriera l’anno scorso: 7.659 euro all’anno in termini di mancati aumenti, il 32,7% dello stipendio annuale. Nell’intera carriera – hanno calcolato le associazioni di ricercatori – la perdita sarà di circa 400 mila euro.
Ma quel che più crea imbarazzi al ministro Gelmini è il fatto che gli scatti nelle università, per effetto della riforma da lei voluta, non sono più automatici e legati all’anzianità ma alla produttività scientifica e didattica. E quindi cancellarli vuol dire cancellare ogni possibilità di riconoscere i meriti di prof e ricercatori nonostante le promesse di valorizzare i più bravi.
E poi i tagli al Ffo, il Fondo di Finanziamento Ordinario, la principale forma di entrata per le università. Nel rapporto preparato per il ministro Gelmini è scritto con estrema chiarezza che i tagli faranno calare il fondo del 14%, da 7 miliardi e 206 milioni del 2010 a 6 miliardi e 130 milioni. Ed è scritto con altrettanta chiarezza che da gennaio le università non avranno soldi a sufficienza per pagare nemmeno i professori ordinari e associati.
Infine le borse di studio. Un grafico elaborato dalla Direzione generale dell’Università del ministero mostra che nel 2010 sono in calo di 146 milioni, e nel 2011 di altri 24 milioni; al minimo da dieci anni a questa parte.
Di fronte a questi effetti delle misure economiche del governo già a fine maggio il Cun, il Consiglio universitario nazionale, l’organo che ha il compito di fornire pareri al ministero, aveva criticato con forza le misure economiche del governo chiedendo una decisa marcia indietro. Il dossier ha solo confermato i loro timori

da La Stampa del 21-08-2010

"Bagnasco e il federalismo «Se disgrega é un disvalore»", di M. Antonietta Calabrò

Calderoli rassicura: la nostra riforma unisce. Ma il Pd: no, divide

ROMA – Monito del cardinal Bagnasco: il federalismo se disgrega è un disvalore, è ricchezza solo se costruisce l`unità. Risposta del ministro Calderoli: Bagnasco può stare tranquillo, il nostro progetto servirà proprio a evitare la disgregazione.

Plaude il governatore veneto Zaia. In un`intervista all`Osservatore romano, dedicata alla figura di Antonio Rosmini, rispondendo a una domanda sull`attualità del progetto federalista da lui elaborato, il presidente della Cei afferma testualmente:

«La molteplicità, in tutti i campi, è una ricchezza se costruisce l`unità; se invece disgrega e allontana, allora non diventa più un valore ma un disvalore».

E aggiunge: «Si vorrebbe, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, che le specificità delle persone, come delle culture e delle regioni, diventino una ricchezza per il bene dell`insieme, un bene che deve essere reale per tutti». Come si vede la parola «federalismo» non è usata dal cardinale e nell`intervista è esplicitato che essa è stata realizzata a Stresa il i ° luglio, in occasione del 155° anniversario della nascita del beato Rosmini. Ma il fatto che sia stata pubblicata ieri, mentre il federalismo è uno dei IIeri”~ `19 luglio L`intervista all`<`Osservatore romano», pubblicata ieri, risale al l` luglio, anniversario della nascita di Rosmini temi caldi sul tappeto, ha fatto assumere maggiore peso alle parole di Bagnasco. Pronta la replica della Lega. «Sul federalismo – commenta il ministro Roberto Calderoli – il cardinal Bagnasco può stare tranquillo: la riforma che stiamo realizzando è quella di un federalismo che storicamente ha unito quello che era diviso o ha impedito, attraverso la valorizzazione delle diversità, della responsabilità e della trasparenza, ineludibili processi di disgregazione».

Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, sottolinea che Bagnasco fa ripartire il percorso di Gioberti e Rosmini, visto che il federalismo «non a caso è di matrice cattolica», ma sottolinea anche che oggi «di non rispettoso ed egoistico c`è il fatto incontestabile che tre-quattro Regioni pagano il conto per tutte le altre». Calderoli ha anche annunciato che «alla ripresa dei lavori chiederemo un nuovo incontro, dopo quello avvenuto tempo fa insieme a Bossi, con lo stesso presidente Cei per presentare i decreti delegati, che rappresentano la soluzione sia della questione settentrionale che di quella meridionale».

«L`analisi del cardinal Bagnasco è corretta. Purtroppo di questo federalismo sappiamo ben poco, nè quanto costa nè chi ne beneficerà», commenta Enrico Farinone` (Pd). E il responsabile Economia del partito, Fassina: «Non unisce ma divide».

Corriere della Sera del 21 agosto 2010

"Fatto personale", di Marcello Sorgi

Se doveva servire a riaprire la comunicazione tra i due spezzoni del centrodestra separatisi a fine luglio, aprendo di fatto una crisi nella maggioranza, da quel momento non più tale, il vertice del Pdl a Palazzo Grazioli – va detto – è stato inutile. Lo scambio di ipocrisie che ne è seguito – con Berlusconi a reti unificate pronto a dire che andrà avanti e a snocciolare il programma dei prossimi tre anni, e i finiani che fingevano di interessarsene, aggiungendo che lo attendono in Parlamento per confrontarsi – ha confermato che in un mese la situazione non è cambiata.

E se questo è l’esito della prima estate in cui la politica non ha preso le ferie, tanto valeva che ci andasse, in vacanza. Almeno non avremmo rivisto in tv il premier visibilmente provato dal durissimo braccio di ferro che sta conducendo e da una stanchezza a cui nemmeno il suo abituale trucco di scena riesce a porre rimedio. Né ci saremmo risolti a misurare lo stato d’animo del presidente della Camera dalla bruscaggine con cui ha liquidato il sottosegretario Letta, ancora oggi suo amico, davanti al feretro di Cossiga. Viene da riflettere su quale sia ormai la sostanza del contendere tra i due cofondatori del Pdl. Come ha detto Fini parlando di Berlusconi: «O lui mi distruggerà, o sarò io a distruggerlo». Ecco perché le lunghe settimane d’agosto, invece di essere utilizzate per ridurre la tensione e tentare un chiarimento, sono trascorse a colpi di minacce e di rivelazioni, in un bombardamento quotidiano tra le due trincee nemiche che appena il Parlamento riaprirà si trasferirà in campo aperto.

Non c’è alcun bisogno di chiedersi, come facevano ieri sera molti degli ufficiali dei due eserciti, se il documento uscito da Palazzo Grazioli possa o no servire come base di discussione; né se l’aggiunta del quinto punto (un nuovo giro di vite sulla sicurezza, declinata in termini più vicini alle istanze leghiste, che non alle esigenze finiane), ai quattro già annunciati (federalismo, fisco, giustizia, Sud), complicherà ulteriormente il quadro. Come potrà essere accolto, d’altra parte, nelle Camere, un programma messo a punto soltanto dallo stato maggiore berlusconiano, senza che uno solo degli ambasciatori del Presidente della Camera abbia potuto mettere piede ieri a Palazzo Grazioli? Conseguentemente i deputati e i senatori di Futuro e Libertà consegneranno a Berlusconi, quando si presenterà in Parlamento, una fiducia formale, mantenendo in realtà tutte le loro riserve, per impedirgli di aprire la crisi e correre alle elezioni. Ma il giorno dopo, ovunque, nelle commissioni, nelle aule, in tv e nelle piazze, riprenderanno la loro guerriglia, contro un governo che presto farà rimpiangere, quanto a stabilità e a capacità di realizzare i suoi impegni, perfino il traballante esecutivo di Prodi affondato due anni fa.

Anche se si ostinano a negarlo pubblicamente, i due duellanti sanno benissimo che finirà così. Infatti, dietro una prospettiva così mediocre – in un momento in cui le difficoltà del Paese e la complessa congiuntura economica che non dà tregua in Europa né altrove richiederebbero di essere governate con più energia – e dietro la loro contesa non c’è più nulla o quasi di politico. È un fatto personale. Berlusconi si sente tradito da Fini. Pensava di avere con lui credito inesauribile, di doverne ricevere gratitudine eterna, per avergli dato 16 anni fa il biglietto di ingresso nel gioco della piena legittimazione politica, sottraendolo al ghetto in cui per quasi mezzo secolo i post-fascisti erano rimasti ai tempi della Prima Repubblica. Non a caso ieri nella sua conferenza stampa s’è riferito più volte al 1994, data di inizio dell’alleanza tra Forza Italia, Lega e An, e ha sottolineato ancora il suo ruolo di presidente del Consiglio «scelto dagli elettori», quasi volesse sottolineare che il centrodestra, nato vincente con lui, senza di lui può anche morire.

Paradossalmente, Fini ragiona allo stesso modo e teme che Berlusconi, pur di non dargli il riconoscimento di partner con eguale dignità della coalizione, sia pronto ad annientarlo politicamente. Vede nella campagna scatenata sui giornali e sulle tv il tentativo, non solo di destabilizzarlo, colpendolo negli affetti familiari, ma anche di dissolvere la sua credibilità di leader. Come se appunto tutto il lavoro fatto da Fini in questi anni non avesse alcun valore per il Cavaliere e il presente e il futuro dell’attuale terza carica dello Stato, a suo giudizio, possano dispiegarsi solo in una sorta di regime di libertà vigilata. Berlusconi inoltre pensa che Fini non potrà resistere a lungo alla pressione a cui è sottoposto, che anche i suoi fedelissimi, vedendolo vacillare di fronte all’imbarazzo della vicenda della casa di Montecarlo finita al cognato o delle controversie immobiliari della sua compagna, cominceranno ad avere ripensamenti. Ma a questo punto anche Fini mette in conto tutto, compresa l’eventuale caduta di una leadership, come la sua, tra le più promettenti di tutta la stagione della Seconda Repubblica. E proprio per questo, prima di cadere, si prepara a sferrare il colpo finale, puntando diritto al cuore del Cavaliere.

È un tramonto davvero cupo quello verso cui si sta avviando l’alleanza tra i due cofondatori. Certo, potrebbero ancora fermarsi, tornare indietro, riprovare a discutere, ma si capisce che non lo faranno. A guardarli, ricordano la vecchia favola della rana e dello scorpione che guadano il fiume uno in groppa all’altra. La rana è sicura che lo scorpione non la pungerà, perché facendola annegare ucciderebbe se stesso. Lo scorpione lo sa, ma alla fine non resiste. E le piazza il pungiglione nella schiena.

da La Stampa del 21 agosto 2010

Il Pd lancia campagna porta a porta

“Sarà una grande mobilitazione” La manifestazione sarà presentata dal segretario Bersani alla festa del Pd a Torino. “Coinvolti tre milioni di elettori”

Al porta a porta si risponde col porta a porta. Ma stavolta il salotto televisivo di Bruno Vespa c’entra poco. Dieci giorni fa era stato Silvio Berlusconi a chiamare i suoi alla mobilitazione permanente per contrastare “personalismi e disfattismi”. Oggi è la volta del Partito Democratico. Si annuncia, insomma, un settembre caldo per i militanti dei due maggiori partiti italiani. ”Tra settembre e ottobre”, si legge in un comunicato del Pd, “il Partito democratico organizzerà la più grande mobilitazione porta a porta che un partito abbia mai promosso”.

Siamo alle prove generali di campagna elettorale. “Obiettivo”, si legge nella nota del Pd, “è raggiungere il più alto numero di italiani, casa per casa, e informarli dei danni che il governo Berlusconi ha prodotto in questi anni, e lanciare la proposta di governo del Partito democratico”. Nella mobilitazione, spiegano i democratici, saranno coinvolti gli oltre tre milioni di elettori delle primarie, tutti gli iscritti e le migliaia di amministratori locali del Pd. Sarà il segretario Bersani a lanciare la manifestazione alla Festa nazionale del Pd, che si aprirà il 28 agosto a Torino.

da www.repubblica.it

"Il viaggio dell'Unità dopo 150 anni: L’ambiente di nuova generazione che serve al Paese", di Giuseppe Civati

Soltanto in Italia poteva capitare che i personaggi che hanno sempre magnificato il nucleare finissero nei guai per via dei loro affari con l’eolico. Fonti investigative contro fonti fossili: uno scontro titanico. Ma che le energie fossero poco rinnovabili, nella politica del nostro Paese, beh, lo avevamo capito. Da tempo.

Non è tutto così, però. Ci sono i tubi dell’Acquedotto Pugliese su YouTube, con un gioco di parole al limite del regolamento. L’Ilva di Taranto e la legge che vuole limitarne i fumi. Gli impianti fotovoltaici in allestimento lungo la strada statale 100. E allora viaggiamo da Matera (un luogo difficile da abbandonare) a Scanzano, passando per le politiche ambientali della Puglia di Nichi.
Patrizio Mazza è ematologo. Viene da Bologna, a Taranto si batte da sempre per denunciare le emissioni dell’Ilva e le loro conseguenze sulle persone. Parla delle proprie sfide e proclama la propria solitudine. Dai suoi racconti non sembra che, a parte gli elettori che lo hanno portato in Consiglio regionale con l’Italia dei Valori, abbia altro sostegno in città.

Di Vendola dice che la sua legge regionale (la numero 44 del 2008), la legge anti-diossina, dal punto di vista medico non ha sortito gli effetti desiderati, anche perché la diossina tende ad accumularsi. E ridurre le emissioni dello stabilimento tarantino non è sufficiente per debellarla. Dal punto di vista politico, invece, è un buon segnale, ammette Mazza, perché finalmente un’azione politica investe Taranto e il suo stabilimento più grande (grande come la città, si direbbe). Una legge riduce le sostanze che rovinano l’aria e la salute dei cittadini.

Ci vuole di più: chissà se la proposta del neo-consigliere troverà fortuna in Regione. Per superare il «ricatto» dei posti di lavoro – 12.000 sono le persone che lavorano all’Ilva – Mazza sostiene che la soluzione non sia la dismissione dell’attività del sito produttivo: «occorre un progetto alternativo e strategico realizzabile nel corso del tempo». Un’alternativa che sfrutti la posizione di Taranto, un «crocevia» al centro del Mediterraneo.

«Quello di medico oncologo è un mestiere da ottimista. Ora, da politico, lo sono molto meno», dice Mazza, sempre ironico. Poi si fa serio: «I partiti a Taranto non esistono più, al loro posto ci sono delle singole individualità». E una politica frammentata non aiuta ad affrontare i problemi strategici.
Un altro ottimista di professione è Vito Palumbo. Ci accompagna per le strade di campagna, tra sole e vento. E ci racconta l’Acquedotto Pugliese. A Vito il suo lavoro di comunicatore piace. Il suo ufficio stampa è serio e creativo insieme. E lui ci racconta, e si racconta.

Tutto si tiene, anche in questa occasione. Perché la Puglia è una terra senz’acqua. Perché l’acquedotto è lungo come la sete. Perché l’acqua, per portarla fino al Salento, bisogna pomparla. E allora viene fuori il problema dell’energia, perché ne serve tanta, tantissima. E costa. Più di 70 milioni di euro all’anno. Un’enormità. E l’Acquedotto Pugliese decide che è il caso di risparmiare. Fino al 5%. E avvia un programma d’interventi in questo senso, il primo della sua lunga storia. «Energia 10 in condotta», si chiama. Dal 2007 a oggi, numerose iniziative, una sfida assunta con competenza. E attenzione per l’ambiente. E per i costi aziendali.

Qui, a Laterza, nel Parco del Marchese, dove le acque si dividono, in una sorta di svincolo tra Bari e Taranto, hanno collocato un impianto fotovoltaico sul tetto del serbatoio idrico. Che non impatta con l’ambiente. E che contribuisce a tutelarlo e a ridurre i costi di gestione. In un colpo solo. Arrivati fino a qui, e in attesa di passare per Scanzano Jonico, il sito (mancato) delle scorie nucleari, ci si chiede come mai non esista una forza ambientalista in Italia e perché il Pd non scelga il tema dell’ambiente come un punto di attacco e non solo come un elemento di difesa contro gli interessi e le speculazioni. Come se la green economy nella politica italiana fosse difficile da tradurre.

Eppure Prestigiacomo è un ministro incerto al limite dell’inattività. Eppure l’acqua, con la cascata di firme raccolte anche da quasi tutti i circoli del Pd, e l’opposizione al nucleare, che diventerà presto un’urgenza, sarebbero due temi decisivi intorno ai quali non solo fare opposizione al governo attualmente in carica, ma costruire il futuro del nostro Paese. E ripensare anche la sua vocazione e le prospettive del suo tessuto produttivo.

L’alternativa democratica dovrebbe manifestarsi prima di tutto in campo ambientale. Con la presentazione di un piano energetico, alternativo e unico, per illustrare ai cittadini come questo Paese possa scegliere la via delle rinnovabili e, soprattutto, dell’efficienza energetica. Con la raccolta delle buone pratiche, che partono dal territorio, dall’attività degli enti locali e dai comportamenti virtuosi dei cittadini.

Perché l’ambiente, di questi (nuovi) tempi, c’entra con l’impresa e c’entra con il lavoro, non solo a Taranto. E ci sono un sacco di green artigiani e di green ricercatori pronti ad attivarsi. Anzi, si sono attivati già, in attesa che la politica faccia altrettanto. Del resto, l’Italia è ancora un Paese a vocazione industriale e dovremmo essere tra i primi a capirlo. E a investire, cercando le soluzioni migliori. Strada facendo. Come aveva iniziato a fare il governo Prodi, prima che le nostre meschinità ci travolgessero. E arrivasse Mastella a far precipitare tutto. Forse è il momento di fare lo stesso. Ma al contrario. Cade Berlusconi, via libera all’ambiente. Di nuova generazione. Come quel nucleare che chissà quando arriverà. Speriamo mai.

Il democratico Antonio Ceruzzo, vicesindaco di Scanzano, è determinato. Nel 2004, dopo le proteste veementi della popolazione e delle istituzioni locali, Berlusconi si trovò costretto a ritirare il decreto delle scorie votato l’autunno precedente. Venne anche Betty Williams (Nobel per la Pace nel 1976) a far visita a Scanzano per opporsi all’iniziativa del governo. E dopo qualche tempo, Vito De Filippo, attuale presidente della Regione, ha accolto una sua proposta e ha promosso uno studio di fattibilità per realizzare a Scanzano la Città del fanciullo. Una città dedicata ai bambini da proteggere dalla violenza e dalla guerra. Al posto del sito delle scorie. Una variante al Piano regolatore e alle scelte del governo della destra, soprattutto. Puntuale è arrivato il finanziamento della Regione Basilicata e a settembre (tra qualche giorno, insomma), partiranno i lavori del primo lotto. Della Fondazione che gestisce il progetto e l’iniziativa fanno parte la Regione, i Comuni di Sant’Arcangelo e di Scanzano e l’associazione di Betty Williams.

Un modo diverso per tenere lontani sia il deposito delle scorie che il ‘deposito’ della centrale nucleare. Che fa ancora più paura. Perché il nome di Scanzano è tornato di attualità, proprio con il nucleare di Scajola-Berlusconi. Che si sta facendo largo, «a nostra insaputa», potremmo dire, proprio come quella casa che lo sventurato Scajola accettò in regalo e ora non si ricorda nemmeno da parte di chi.
Qui, il nucleare, sono tutti, ma proprio tutti pronti a respingerlo. L’alternativa si manifesta anche così. A Taranto, a Laterza, a Scanzano. Una domanda sorge spontanea, anzi ‘naturale’: arriveremo a Roma?

da www.unita.it

Intervista a Giuseppe Fioroni: «Governo nazionale per le riforme socio-economiche», di Emilia Patta

«Quello che serve al Paese è un governo che affronti il nodo della crisi sociale ed economica e dia risposte strutturali per consolidare la ripresa». Altro che elezioni o governi per cambiare la legge elettorale. «L’emergenza non è certo la legge elettorale, fermo restando che bisogna restituire al cittadino il diritto di scegliere il parlamentare che lo rappresenta e cancellare la vergogna delle liste bloccate. Di fronte a dati che parlano di una povertà tornata ai livelli del ’94 e di fronte alla borsa altalenante il bene dell’Italia e degli italiani non è certo quello di sommare alla crisi economica in atto una crisi politica».
Giuseppe Fioroni, ex popolare del Pd, denuncia con il suo partito i rischi di uno scioglimento anticipato delle Camere nel pieno della crisi («vogliamo fare la fine della Grecia?») e invita governo e maggioranza ad assumersi fino in fondo la responsabilità di quanto sta accadendo dopo la rottura tra Berlusconi e Fini. «Intanto bisogna verificare se la maggioranza si è sciolta o no – dice –. Viviamo in una situazione paradossale che non ha precedenti: la crisi è l’argomento del giorno da molti giorni e non c’è stato un momento di verifica in Parlamento. Vengano in Aula».
E se alla fine si dovesse effettivamente constatare che la maggioranza non c’è più? Governo tecnico o urne?
È un dibattito sul nulla, che tira per la giaccia il capo dello Stato quando la Costituzione su questo punto è sufficientemente chiara. La posizione di Napolitano è ineccepibile. Se la maggioranza implode, e va sottolineato che si tratta della maggioranza più vasta che si sia mai vista, un Parlamento responsabile ha il dovere di tentare di mettere in piedi un governo che sappia affrontare la crisi economica e sociale del paese evitando l’instabilità politica. Siamo alla fine della seconda repubblica e proprio per questo serve un soprassalto di responsabilità della politica nei confronti del Paese.
Una sorta di governo di “emergenza nazionale” per le riforme sociali ed economiche, insomma. Ma con o senza il Pdl?
Tutto il Parlamento deve essere coinvolto.
Ma non è che il Pd ha paura di andare alle elezioni?
Guardi che chi vuole le elezioni a tutti i costi è la Lega. È Bossi il vero dracula di Berlusconi, l’unico che ne trarrebbe vantaggio. E forse non vuole neanche che il federalismo fiscale sia davvero attuato, così può farsi un altro giro elettorale con lo specchietto per allodole…
Fini e un eventuale terzo polo. Può essere lui l’alleato moderato che manca al Pd?
Fini ha combattuto una battaglia significativa all’interno della sua maggioranza ma Fini è la destra del nostro Paese, sia pure una destra moderna. Un conto sono gli scenari di governi di responsabilità nazionale, ma chi parla di una coalizione da Fini a Vendola per la guida del Paese parla di cose né semplici né scontate. I riferimenti valoriali sono diversi. La coalizione di centro-sinistra andrà costruita all’insegna del ruolo centrale del Pd e sulla base di proposte programmatiche autorevoli forti e credibili che sappiano coinvolgere e motivare quel blocco sociale senza il quale in Italia non si va al governo: artigiani, commercianti, sindacati, Confindustria, cooperatori e coltivatori. Quell’Italia profonda e laboriosa che ora guarda con scarsa attenzione al Pd ma che per ben due volte ha creduto in Prodi.
Prima il programma poi la leadership, dunque. Magari un novello Prodi…
Con la leadership non si evita la fatica della politica, è il progetto politico che deve creare il leader e non viceversa. Certo occorre un candidato premier che sia in grado non di mettere insieme le tifoserie dello stesso recinto ma di rompere i recinti attraendo gli scontenti del Pdl.
Mi faccia un nome.
È un cane che si morde la coda. Ammesso che la personalità in questione ci sia, con tutti i candidati già in pista per le primarie – da Chiamparino a Vendola a De Magistris – è come invitarlo a non scendere in campo.
Come si sta da cattolici nel Pd di Bersani. Nei mesi scorsi gli ex popolari erano dati in grande sofferenza…
Nessuna sindrome di emarginazione. Sui temi etici anche nei partiti del centro-destra convivono posizioni diverse. Sono temi su cui inevitabilmente la libertà di coscienza prevale sull’appartenenza partitica. Non è furbizia ma esercizio pieno della democrazia.

da www.ilsole24ore.it