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"Berlusconi contro Napolitano. Il veleno dei dossier e il ruolo del Copasir", di Gianni Rossi

C’è odore di marcio e naftalina in questa guerriglia a suon di dossier avvelenati contro il Presidente della Camera, Fini, e le minacce di ulteriori attacchi ai principali oppositori istituzionali al volere del “sommo capo”, Berlusconi. Oggi Fini, domani Napolitano! Ovvero i due esponenti che per via politica o per compiti di “guardiano della Costituzione” stanno erigendo una diga democratica alla deriva torrenziale del regime berlusconiano in crescente agonia.
Il sentore di marcio viene dall’olfatto avvezzo alle inchieste su depistaggi, stragi di stato, servizi segreti deviati e consorterie massoniche varie. Gli “scoop” giornalistici di queste settimane puzzano proprio di “pacchetti” preparati da settori deviati dei servizi segreti ad uso e consumo di parti affaristico-politiche che intendono liquidare gli oppositori all’attuale regime.
Puzza di naftalina perché questi dossier preparati alla male e peggio, con il corollario di testimonianze semianonime e contraddittorie, fanno risalire la memoria ai tanti dossier elaborati dalle forze dell’ordine e dagli apparati riservati dei vecchi servizi segreti, quando raccoglievano notizie sugli oppositori politici e sui rivali della stessa area di maggioranza a cavallo degli anni Sessanta-Ottanta. Erano gli anni dei servizi deviati, inquisiti e sciolti più volte, anche per le infiltrazioni piduiste.
Quei dossier restavano per lo più chiusi in armadi o in cassetti (non c’erano ancora i computer e i CD!), ma all’occorrenza se ne appalesava la loro pubblicazione come forma di ricatto politico, per premere su alcuni avversari o su alcuni leader “amici” che avrebbero potuto mettere in difficoltà le alleanze del tempo (parliamo del centrosinistra storico con l’asse formato da DC e PSI). Qualche volta uscivano dalla naftalina per essere pubblicati, ma poi venivano prontamente rimessi in cassetti, perché troppo infanganti e ricchi di “dicerie” e veline prefabbricate.
C’era soprattutto un’altra etica di come fare i giornalisti!
Oggi tutto è merce: anche le “bufale” mediatiche. Purchè le “bufale” reggano per qualche giorno sul proscenio mediatico, spesso amplificate dalle televisioni, guarda caso tutte in mano, più o meno direttamente, al Presidente del consiglio.
Nessuno si salva dal dossieraggio illegale e mefitico. Dal caso Boffo, l’ex-direttore de L’Avvenire agli attuali attacchi a Fini, noi conosciamo solo la punta dell’iceberg di questa attività antinazionale e antidemocratica.
Siamo come sempre nella storia recente italiana al limite del “golpe bianco”, come già capitò negli anni Sessanta e Settanta e come in parte si tentò agli inizi degli anni Ottanta con lo scandalo P2. E l’estate è il periodo migliore scelto da chi intende scardinare le regole del gioco democratico.
La vistosa differenza dal passato è la potenza di fuoco mediatica, amplificata dai mezzi più penetranti rispetto alla carta stampata: Tv e Internet.
Insieme possono ottenere un effetto devastante sulla tenuta della coesistenza civile e sulle regole dettate dalla Costituzione. Per questo ha agito con profonda saggezza e tempestività il Capo dello Stato, Napolitano, nel controbattere alle accuse strumentali lanciategli contro dal vicepresidente del gruppo PDL alla Camera, Bianconi.
Chi sa o ha documenti, prove concrete, sull’attività antinazionale del Presidente della Repubblica le presenti nella sede appropriata, il Parlamento e non i media, e avvii la procedura per mettere sotto accusa il Capo dello Stato, come fu per il defunto presidente Cossiga.
Altrimenti, siamo solo all’estensione del “Big game”, del grande gioco spionistico e della “disinformazia” di sovietica memoria (ma Putin, amico stretto di Berlusconi, ex-capo dei servizi segreti russi ne è un maestro!), dei depistaggi: appunto del dossieraggio per screditare gli oppositori al regime.
Ecco, allora, che ci viene il sospetto che a brevissimo avremo documenti “prefabbricati” che potrebbero attaccare il Presidente Napolitano per le sue passate stagioni di impegno politico, prima come “ministro degli esteri” del PCI e poi come europarlamentare tra il 1999 e il 2004. Ancora risuona nelle memoria l’invettiva di Craxi, leader del PSI e grande amico-sponsor di Berlusconi, rivolta proprio all’allora presidente della Camera Napolitano, durante il processo Cusani, il 17 dicembre 1993: “Come credere che il presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni ministro degli Esteri del PCI ed aveva rapporti con tutta la nomenklatura comunista dell’Est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui, tra i vari rappresentanti e amministratori del PCI e i paesi dell’Est? Non se n’è mai accorto?”.
Tutto per discreditare l’arbitro delle regole costituzionali, mentre l’alleanza di governo di centrodestra va in frantumi e dalle scuderie di Berlusconi molti cavalli cominciano a fuggire oltre lo steccato.
E’, quindi, più che mai indispensabile che si riunisca nei prossimi giorni il Copasir, il Comitato parlamentare che controlla l’attività dei servizi segreti, appena riformati, presieduto da D’Alema, affinchè si faccia luce sulla fedeltà degli apparati “sensibili” dello Stato, si chiariscano con i responsabili gli ambiti delle attività del Servizio segreto interno e dei Reparti “operativi” speciali di Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza, anche loro impegnati in operazioni di intelligence.
Si proceda contemporaneamente all’audizione del sottosegretario Gianni Letta, delegato ai servizi segreti, o meglio ancora del suo “capo” Berlusconi.

Da www.articolo21.org

"Il partito della P3 può perdere le elezioni", di Eugenio Scalfari

Saranno presentati in Parlamento nei prossimi giorni i cinque dossier programmatici sui quali il governo è intenzionato a chiedere la fiducia: la riforma della giustizia, il federalismo, il fisco, il Mezzogiorno, la sicurezza. Si aspettava questo annuncio dopo l´ennesimo «consiglio della Corona» svoltosi venerdì scorso a Palazzo Grazioli.
Nella conferenza stampa tenuta subito dopo da un Berlusconi palesemente stanco e incattivito nonostante il consueto trucco di scena, il documento scaturito dal vertice è stato presentato come una sorta di ultimatum all´ala dissidente dei finiani, un pugno sul tavolo del premier di nuovo sicuro di sé: o mi date la fiducia senza cambiare una virgola o si vota a dicembre. Ma le cose non stanno esattamente così.
La mozione di fiducia verrà posta sul documento uscito dal vertice o su una sua parafrasi e i finiani hanno già dichiarato che lo voteranno senza problemi. Ma poi le varie leggi sui cinque punti in programma dovranno essere presentate, discusse e approvate dal Parlamento con le procedure previste dai regolamenti. Il voto di fiducia preliminare non lega le mani di nessuno, fa soltanto slittare la crisi dall´inverno alla primavera 2011.
I motivi di questo sostanziale rinvio – anche se parzialmente smentito da Berlusconi nel secondo atto del vertice tenutosi ieri – sono svariati. Fini ha bisogno di tempo per organizzare le sue forze e la sua strategia, tuttora piuttosto incerta.
Berlusconi dal canto suo teme uno smottamento massiccio del consenso in suo favore. Le attuali intenzioni di voto registrate da numerosi sondaggi fino all´inizio di agosto danno il Pdl tra il 26 e il 28 per cento, di fatto alla pari con il Pd e il sorpasso leghista in tutte le tre regioni padane, Piemonte, Lombardia, Veneto.
Di qui la tregua provvisoria con Fini e il rinvio della crisi. Ma la situazione politica non cambia, la scissione finiana non rientra, la «golden share» della coalizione di centrodestra resta saldamente nelle mani della Lega.
A Bossi importa poco dei programmi sul fisco e sul Mezzogiorno; li considera secondari rispetto al federalismo e del resto rientrano entrambi nella competenza di Tremonti che ha con Lega un legame ormai consolidato. Quanto alla sicurezza, è materia di Maroni che ieri ha dichiarato di voler essere molto più duro di Sarkozy per quanto riguarda i rimpatri degli immigrati e dei Rom.
Il vero scambio sotteso al programma dei cinque punti si verifica dunque tra il federalismo di cui Bossi reclama l´esclusiva e la riforma della giustizia che interessa Berlusconi e l´«inner circle» dei suoi accoliti.
In cambio della mano libera sul federalismo Bossi darà il suo appoggio incondizionato a Berlusconi sul tema della giustizia e su quello strettamente connesso dei conflitti di interesse che ormai, penetrando dalla persona e dall´azienda del premier, avvolgono in una fittissima rete l´intera cupola del Pdl ed ora, proprio sul fronte della giustizia, se ne profila un altro: dietro l´annuncio del premier, che dichiara di voler snellire il contenzioso delle cause civili, potrebbe celarsi l´ennesimo colpo di spugna. Stavolta sulla causa che vede contrapposte la Cir e la Finivest, già condannata in primo grado al pagamento di 750 milioni di euro come risarcimento dei danni subiti dal gruppo De Benedetti ai tempi del Lodo Mondadori.
Siamo dunque in presenza di uno scambio di grandi proporzioni: l´assetto federale dello Stato dato in appalto ad un partito territoriale che nel Paese raccoglie tra il 10 e il 12 per cento dei consensi e, dall´altro lato, il salvacondotto giudiziario al premier e al suo gruppo insieme ad un mutamento radicale dei rapporti tra la giurisdizione e l´autorità politica e, più in generale, tra la sovranità del potere politico e le istituzioni di controllo e di garanzia.
Questo è il vero contenuto dello scontro politico in atto.
Ma il quadro sarebbe incompleto se non segnalassimo altri due aspetti della situazione.
Il primo riguarda il Pd. Messo alla frusta dalla gravità della crisi, Bersani ha deciso un rilancio in grande stile mobilitando i 3 milioni e mezzo di elettori delle primarie per una campagna capillare per riportare in linea quella parte dell´elettorato democratico – riformista che si è rifugiata nell´area dell´astensionismo. Se questa mobilitazione verrà condotta con efficacia e passione il risultato potrebbe addirittura consentire il sorpasso del Pd rispetto al Pdl, che avrebbe effetti clamorosi sull´intero quadro politico.
Il secondo aspetto della situazione riguarda il presidente della Repubblica ed è altrettanto essenziale.
Ho scritto in un articolo dell´11 aprile scorso intitolato «L´ultima sfida del Cavaliere al Quirinale» una frase che voglio qui riportare perché ha acquistato in questi giorni un´inquietante attualità:
«Sta emergendo con sempre maggiore chiarezza la volontà berlusconiana di dare una spallata definitiva alla Costituzione repubblicana sostituendola con un regime autoritario, un Parlamento di “cloni” plebiscitati, un potere giudiziario frantumato e subordinato all´esecutivo.
«In uno degli angoli del ring c´è Silvio Berlusconi, nell´altro, almeno per il momento, non c´è nessuno o meglio c´è un capannello di persone discordi tra loro dalle quali sembra difficile estrarre un valido competitore.
«Giorgio Napolitano dovrebbe arbitrare la partita, dalla quale dovrebbe uscire una Repubblica ammodernata ma fedele ai principi dello Stato di diritto e alla libertà oppure un autoritarismo plebiscitario.
«Questo scontro comincerà tra meno di un mese e si concluderà nel 2011. Credo di sapere che Napolitano deve e vuole restare al di sopra delle parti anche perché il capitale di fiducia che riscuote nel Paese è il solo elemento che può far inclinare il piatto della bilancia dalla parte giusta e non da quella terribilmente sbagliata.
«Credo di sapere che contro le sue intenzioni sul ring, a contrastare un vero e proprio “golpe bianco” ci sarà lui.
«Non in veste di giocatore ma in veste di arbitro di fronte a chi contesta gli arbitri, i soli che possono richiamarlo a rispettare le regole del gioco. Credo di sapere e prevedo che sarà una durissima battaglia per la democrazia italiana».
È esattamente questa la piega che hanno preso le cose.

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La riforma della giustizia è impostata su due punti che nel loro insieme costituiscono la concezione che il berlusconismo ha dello Stato e della democrazia.
Il primo punto riguarda il rapporto tra il potere esecutivo e le istituzioni di controllo e di garanzia, prima tra tutte la magistratura.
Il secondo punto si dà carico – così suona la motivazione – delle carenze del servizio, della estenuante lunghezza dei suoi percorsi che causano costi altissimi ai cittadini e al Paese. E quindi: processo breve, possibilità di rendere esecutive e inappellabili le decisioni dopo uno o almeno due ordini di giurisdizione, terzietà del giudice rispetto alla pubblica accusa, separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti, diluizione o addirittura abolizione dell´obbligatorietà dell´azione penale.
In questo quadro va da sé che vi sia una specialissima attenzione all´improcedibilità nei confronti dei membri del governo e la protezione assoluta del premier e delle altre massime cariche istituzionali per ogni tipo di reato, non importa quando commesso.
Quest´aspetto del problema figura come un codicillo ma sappiamo che per gli estensori della riforma ne costituisce invece un punto capitale.
Quale sia la concezione liberal-democratica dell´intera questione della giustizia è fin troppo noto perché sia necessario entrare nei dettagli anche se il tema dei disservizi della giurisdizione si impone oggettivamente ad ogni cittadino e ad ogni legislatore e va dunque affrontato con il massimo impegno e la massima concretezza.
Ho la fondata sensazione che le cause principali di quei disservizi non siano minimamente presenti agli estensori della riforma in questione. Perciò mi propongo qui di formulare alcune riflessioni su questa delicatissima materia.

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1. Esiste un assoluto caos nei rapporti tra le magistrature amministrative, le magistrature contabili e la giurisdizione ordinaria. Il Tar può aprire un processo a carico di un soggetto; la sua ordinanza o sentenza è appellabile al Consiglio di Stato. Nel frattempo sullo stesso soggetto e sullo stesso reato la Corte dei Conti può aprire un processo ed emettere sentenza. Sul medesimo imputato e presunto reato possono procedere in pari tempo il giudice penale e quello civile.
Le sentenze di queste diverse giurisdizioni nei loro diversi gradi possono essere in totale contrasto le une con le altre dando luogo ad una situazione che definire caotica è un eufemismo e la cui lunghezza è infinita.
2. Di questo tema mi sono occupato alcuni anni fa segnalando altresì la situazione abnorme del Consiglio di Stato che è al tempo stesso collegio giudicante nei confronti del potere esecutivo ma anche consigliere autorevole e molto ascoltato del governo stesso: situazione abnorme a cui dovrebbe esser messo riparo. Questo ed altri temi sono stati ora risollevati dall´avvocato Giovanni Pellegrino che fu anche senatore e presidente della Commissione stragi, in un libro intitolato «Il morbo giustizialista». Merita d´esser letto e attentamente meditato.
3. Scrisse più volte Paolo Barile, il grande giurista erede spirituale di Piero Calamandrei, che l´obbligatorietà dell´azione penale è la norma che presidia l´indipendenza del Pubblico ministero. La sua abolizione determinerebbe la degradazione del magistrato inquirente al rango di un pubblico funzionario. Si può anche scegliere questa strada e imboccare quella dell´avvocato di pubblica accusa, sapendo però che l´indipendenza della magistratura diventa in questo caso una lugubre barzelletta della quale abbiamo fatto esperimento in cent´anni di monarchia e in vent´anni di fascismo.
In altri paesi esistono contrappesi politici, culturali e professionali che in Italia sono sconosciuti. Perciò è bene si sappia che abolire l´obbligo dell´azione penale significa la cancellazione dell´indipendenza giurisdizionale.
4. Ciò non significa che l´obbligatorietà dell´azione penale non possa essere meglio organizzata. Per esempio concentrandola nelle mani del capo della Procura e bilanciando questo centralismo con la deroga per i reati in flagranza e con incontri frequenti e obbligatori tra il Procuratore capo ed i suoi sostituti su come orientare e specializzare l´azione penale in quel distretto giudiziario.
5. La giurisdizione antimafia ha creato un modello di organizzazione nazionale con un Procuratore unico alla guida del sistema. Probabilmente per alcuni reati non necessariamente mafiosi ma con analoghe caratteristiche, quel modello andrebbe esteso. Un Procuratore nazionale per tutti i reati di corruzione e concussione nei quali sia coinvolta la Pubblica amministrazione potrebbe essere una proposta di rilevante interesse.
6. Esiste infine una serie di comportamenti gravemente illeciti ai quali non corrisponde la definizione di un preciso reato. La magistratura e la giurisprudenza hanno creato in questi casi nuove formule di incolpazione come per esempio il reato di associazione per delinquere che spesso tuttavia serve soltanto a colmare un vuoto legislativo favorendo conflitti di giurisdizione tra Corti di merito e Corte di Cassazione che sono tra le cause più importanti dell´estenuante lunghezza dei processi.
Molte altre cose potrebbero esser dette su questi temi. Li ho qui segnalati proprio per stimolare un dibattito e mettere in evidenza che la cosiddetta generale riforma della giustizia che sta per essere presentata alle Camere si riduce ad una pagliacciata messa in scena per proteggere gli interessi di una casta politica, come temo stia per avvenire.

La Reubblica 22.08.10

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“La battaglia d´autunno sarà sul processo breve”, di Liana Millella

Potrebbero dirselo già a brutto muso che sul processo breve i finiani non ci staranno come vorrebbe Silvio Berlusconi.
Così come su qualsiasi altra norma ad personam e ad aziendam, come un colpo di spugna sui dibattimenti civili arretrati compreso il lodo Mondadori. Il premier, lo ha detto espressamente ai suoi per due giorni consecutivi, vuole «chiudere con tribunali divenuti solo plotoni di esecuzione nei miei confronti». Il Cavaliere è stanco di «stare sulla graticola», non vuole neppure entrare «nel tunnel dell´attesa» per la decisione della Consulta sul legittimo impedimento (il 14 dicembre) che, non ha dubbi, «gli sarà contraria perché anche questi giudici sono tutti comunisti». Vuole il processo breve «subito», per cancellare d´emblée due “spine” come i dibattimenti milanesi Mills e Mediaset che cadrebbero sotto la scure delle nuove regole, immediatamente applicabili grazie alla norma transitoria votata al Senato il 20 gennaio di quest´anno.
Fulminati, perché sono processi antecedenti alla fatidica data dell´indulto, il 6 maggio del 2006, e perché in primo grado i giudici hanno impiegato più di due anni del tempo concesso. Calza a pennello la norma transitoria, studiata a misura di premier: nella legge, di regola, i processi dovrebbe avere tre anni di tempo per arrivare alla fine dello scalino del primo grado, ma per quelli in corso, guarda caso, si cala di un anno. Due anni per “seppellirli” anziché due. Perché i processi del Cavaliere sono sotto i tre anni e quindi, con la norma a regime, resterebbero in piedi e il processo breve non servirebbe a nulla.
I finiani non sopportano proprio questo sistema. Lo scontro, a volerlo vedere, c´è già ed è virulento. Da una parte, chi vuole mettere a posto i suoi guai giudiziari e per questo cerca di «sporcare» gli avversari, dall´altra chi vuole rispettare le regole. Tant´è che i finiani ripetono: «Il principio del processo breve è sacrosanto, ma da qui a programmare un´amnistia mascherata, a studiare a tavolino la sistematica cancellazione di centinaia di processi solo per farne morire due, beh…ce ne corre».
Regole generali e casi concreti: su questo si gioca l´autunno caldo della giustizia. Come per l´ultimo, allarmante annuncio, contenuto nel programma di Berlusconi. Il riferimento ai processi civili, allo spaventoso arretrato, alla necessità di una sanatoria. Ci riflettono, gli uomini di Fini, e scoprono la magagna, il dibattimento sul lodo Mondadori, quello che contrappone il Cavaliere e De Benedetti, la Fininvest alla Cir, quello della campagna di stampa denigratoria contro il giudice Mesiano, “colpevole” di aver stabilito che la Fininvest deve pagare alla Cir 750 milioni di euro. Ecco che il principio generale si piega all´interesse particolare. Come quando, a ridosso delle vacanze, un emendamento alla manovra economica sempre sul processo civile, fermata dall´altolà dell´opposizione, tentò di introdurre la figura dell´ausiliario del giudice e la regola del rinvio di sei mesi di un dibattimento per tentare di chiuderlo con una mediazione. Giusto quel processo di Milano.
Sta qui l´allarme dei finiani e l´annuncio della tempesta con Berlusconi. In cui gli uomini del presidente della Camera sanno di avere alle spalle pure il Quirinale. La cui posizione sul processo breve è chiara. Sul Colle considerano la norma transitoria alla stregua di un´amnistia mascherata visto che cancella i processi indultati ma senza il voto dei due terzi delle Camere. Non basta. Ci sono dubbi anche sul processo accorciato per la Corte dei conti e per i dibattimenti che riguardano le persone giuridiche. Non a caso, in un faccia a faccia di gennaio, Fini disse a Berlusconi: «Stai attento, questa legge è incostituzionale». Tant´è che, per saltarla a pie´ pari ma salvare al contempo il premier, fu messo in campo il legittimo impedimento che, come clausola non scritta, conteneva il de profundis del processo breve. Che però adesso rispunta.
Ma in queste ore la reazione dei berluscones va in direzione opposta. Maurizio Gasparri, numero uno al Senato, s´indigna: «E che forse dobbiamo fare leggi contro la Costituzione pur di non applicarle a Berlusconi? E poi non l´hanno già votata al questa legge? Non c´è niente di inedito». Osvaldo Napoli, numero due alla Camera: «Non c´è santo che tenga, sul processo breve e sul lodo Alfano non si sgarra, si votano rapidamente e basta». Ed Enrico Costa, la longa manus di Niccolò Ghedini in commissione Giustizia: «La norma è pienamente garantista. E i finiani hanno partecipato alla nostra Consulta e hanno votato a favore». Capitolo chiuso dunque. Ma per i finiani la battaglia comincia proprio adesso.

La Repubblica 22.08.10

"Inglese nella primaria. Un’altra “I” andata al macero…", di Pippo Frisone

Ricordate le famose tre “I” di morattiana memoria? Impresa, Informatica e Inglese? Ebbene a 5 anni di distanza ne escono abbastanza malconce tutte e tre. La scuola-azienda, più nelle intenzioni che nei fatti, per poter andare avanti è costretta a mettere sempre più spesso le mani in tasca agli italiani. Vanta oltre un miliardo di euro di finanziamenti dallo Stato che non arrivano se non col contagocce. L’informatica, i cui primi progetti videro la luce già negli anni ’90, annaspa, rincorrendo esigenze adulte e “mondo bambini”, tra pacchetti microsoft-word, excel, paint e software didattici.
Poi c’è la terza “I” quella dell’Inglese che vide un’accelerata dopo le prime sperimentazioni negli anni 80-90, anch’essa messa male tra tagli degli specialisti e tagli dei fondi per la formazione.
Col 2011/12 nella primaria tutti i restanti posti d’Inglese in organico di diritto dovranno essere azzerati, sulla base della L.133/08.
Milano, facendo i conti senza l’oste, l’ha fatto con un anno d’anticipo.
In organico di diritto 2010/11 sono stati azzerati tutti i residui posti di specialista d’Inglese, nella speranza di recuperare qualche posto in più sul tempo pieno. Speranza risultata vana.
Ma il fabbisogno reale dell’Inglese, al netto dei docenti idonei per poterlo insegnare (laureati in scienze della formazione, laureati in lingue con un biennio d’inglese, idonei in Inglese nei concorsi ordinari e riservati, idonei nei corsi di formazione linguistica istituiti dal 2005 dal Miur) è ancora impressionante.
Ci son da coprire solo per l’Inglese in Milano e provincia 149 posti di specialista (oltre 3.300 ore) che tagliati in diritto rispuntano necessariamente in organico di fatto, in quanto l’Inglese è materia curricolare obbligatoria (da 1h a 3h, dalle prime alle quinte).
Ma non è finita. Ai 149 posti autorizzati sono da aggiungere 2.331 ore non ancora autorizzate che messi assieme fanno altri 105 posti almeno!
Tra le scuole che stanno peggio Gessate con 40h non autorizzate, Mi-Bottego con 34h, Mi-Arcadia con 36h, Mi-Fabriano con 26h e altre 26 scuole tra le 18 e le 22 h non ancora autorizzate. In quasi tutti i 313 circoli (616 plessi) ci sono classi scoperte da un minimo di 3-6 h fino a 17h.
Qui il rischio è che non arrivi nessun docente supplente idoneo o quelli che arrivano sono insufficienti, come invece sembra essere nelle speranze dell’UST di Milano.
Le scuole anche con l’Inglese dovranno arrangiarsi né più né meno come han fatto quest’anno!Su 14mila posti docenti della primaria su posti comuni, (lasciando fuori i 1.110 di sostegno che sul fatto raddoppiano) tra quelli formati e idonei ad insegnare Inglese mancano all’appello più di 4mila maestre!!
Il Corso ultimo di formazione linguistica, finanziato dal Miur e partito in giugno, è rivolto ad appena cento docenti! Di questo passo, mentre le risorse sulla formazione con la finanziaria del 2011 invece di aumentare vengono dimezzate, non basteranno nemmeno 40 anni per formarli tutti!
Così anche l’Inglese, fiore all’occhiello della riforma Moratti, è finito nel tritacarne dei tagli Gelmini-Tremonti.
Un altro colpo ben assestato alla scuola primaria, dopo quello dei tagli al Tempo Pieno e l’abolizione delle compresenze, dai quali sarà molto difficile riprendersi e raggiungere gli standard di qualità solo di qualche anno fa.

ScuolaOggi 22.08.10

"L'autocritica dei cattolici", di Gian Enrico Rusconi

Il mondo cattolico è turbato, la Chiesa è perplessa davanti al penoso spettacolo della politica. Ma quale mondo cattolico, quale Chiesa? Quelli che una volta si chiamavano cattolici democratici o «di base», diffamati come catto-comunisti perché avevano sempre sulla bocca «il sociale»?
O l’inossidabile Cl, che ancora oggi all’inizio del suo Meeting annuale, critica con toni perentori e con buoni argomenti la classe politica italiana come se le fosse estranea e non avesse da anni intensi legami con essa? Entrambi i raggruppamenti, anche se in Cl non ho visto sinora alcun cenno di autocritica da parte dei loro uomini che sono (stati) oggettivamente organici al berlusconismo.

Immagino subito l’obiezione: perché parlate di queste volgarità quando il nostro sguardo di fede punta in alto? I politici che interverranno anche quest’anno al Meeting, avranno davanti a sé una platea il cui applauso non esclude affatto il rimprovero per ciò che non è stato fatto o è stato fatto male. Peccato che sono decenni che questo scambio di critiche con simpatia si ripete con modesto risultato. Sono passati da Rimini tutti i politici che contano (nell’anno in corso), senza che la politica italiana sia migliorata. Anzi. Proprio oggi che la sinistra e il suo deprecabile laicismo sono ridotti all’impotenza politica, sembra che si sia toccato il fondo – lo dicono sia su «Famiglia cristiana» che nel Meeting di Cl.

Ma a questi cattolici, giustamente preoccupati per la politica, non viene il dubbio che occorre una diagnosi più esigente magari con un po’ più di autocritica? Che la soluzione vincente non è certo quella di rimpastare i cocci di un vecchio centro? O farsi tentare da una nuova formazione politica che fa della questione bioetica l’asse trasversale tra i due schieramenti? «La società italiana finora è riuscita a rigenerarsi indipendentemente dal potere. Ma quanto può reggere con una politica così distante, livida, ideologica?» – si chiede il responsabile di Cl.

Credo che la diagnosi debba essere più radicale e impietosa: è la società civile italiana che è allo sbaraglio e in pieno disorientamento. Molte patologie sociali (assenza di senso civico e di senso di appartenenza ad una comunità nazionale, complicità di molti gruppi sociali e di aree regionali con la criminalità organizzata, lassismo generalizzato verso le leggi, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono da fuori, dalla politica, ma dal ventre della società civile priva di anticorpi morali. Non si tratta naturalmente di negare l’esistenza di gruppi, settori e strati di «società civile» che reagiscono, che sono attivi per realizzare una democrazia decente. Certamente in prima fila ci sono i gruppi cattolici. Ma è il loro rapporto con la politica che è fallito. Questo è il punto. Altrimenti non sarebbe venuto fuori il berlusconismo che ha sedotto molti cattolici.

La leadership carismatica, che oggi si mette sotto accusa, non è un disvalore in sé (magari ci fossero in giro autentici leader carismatici!). Distruttiva è la sua costruzione fasulla attraverso il sistema mediatico, attraverso la disgregazione della comunità dei cittadini in un «popolo-di-elettori» che agisce in senso plebiscitario. La democrazia si è ridotta alla manifestazione del voto che delega tutto al leader. Più le differenze materiali di classe si confondono nella complessità delle fonti di reddito e delle (spesso precarie) posizioni di lavoro, più le differenze si mimetizzano nella pluralità degli stili di vita e di consumo – più si crea la finzione di un «popolo» unito che fa coincidere i suoi interessi con quelli (privati) del leader. Non c’entra il carisma, ma la complicità degli interessi.

Ancora più drammatica è l’assenza di una classe dirigente, che sia degna di questo nome. Il berlusconismo ha inciso in modo irreversibile sulla mutazione della democrazia italiana, creando un ceto politico chiamato solo a sanzionare (con il voto parlamentare) le decisioni del leader senza essere coinvolto nei processi deliberativi. Un ceto politico siffatto non è «dirigente» ma solo esecutore.

Ma dov’è la restante classe dirigente del Paese? La classe cui appartengono i responsabili dell’economia e della finanza, delle organizzazioni del lavoro, i responsabili del sistema educativo, i gerenti del sistema mediatico e i soggetti culturali in tutte le loro espressioni (quelli che una volta si chiamavano gli intellettuali). Dovremmo aggiungere anche gli esponenti della Chiesa, cui di fatto è demandata l’etica pubblica che sembra tuttavia essere in grado di mobilitare le coscienze soltanto quando si tratta delle questioni attinenti «la vita». Tutti i gruppi che costituiscono la classe dirigente sembrano appiattiti, intimiditi talvolta deferenti davanti al potente leader mediatico. Ma sono sottilmente suoi complici quando alla politica chiedono soltanto aiuti particolari, facilitazioni, concessioni, deroghe e sanatorie anziché un grande disegno di carattere generale.

È su questo sfondo che i cattolici italiani devono ripensare radicalmente il rapporto tra politica e società civile, di cui si sentono a ragione parte rilevante. Non possono limitarsi a scaricare la responsabilità sulla cattiva politica del presente. Una schietta autocritica sulla loro esperienza dell’ultimo quindicennio è la premessa per ricominciare con maggiore coerenza e credibilità. La società civile ha bisogno della politica.

La Stampa 22.08.10

"Se Marchionne rilancia il conflitto di classe", di Luciano Gallino

Dinanzi al peggioramento delle condizioni di lavoro provocato dalla crisi veniva da chiedersi come mai il conflitto di classe non mostrasse segni di ripresa.
La spiegazione che si soleva dare era che mancava un soggetto capace di trasformare il malcontento dei lavoratori in appropriate iniziative, diffuse e unitarie, sul fronte politico e sindacale. Da ieri sappiamo che quel soggetto esiste e si dà da fare. Non è una nuova formazione politica: è la Fiat. L´invito a starsene a casa, seppur pagati, trasmesso ai tre lavoratori di Melfi nonostante un giudice ne abbia ordinato il reintegro dopo il licenziamento in tronco con l´accusa di sabotare la produzione, nelle intenzioni dell´azienda voleva essere evidentemente una prova di forza. In gioco ci sono i futuri sviluppi del piano “fabbrica Italia” a Pomigliano e a Mirafiori, non meno che a Melfi. Si tratta invece di una prova di debolezza e di un grave errore.
E´ una prova di debolezza perché una volta presentato il ricorso contro l´ordinanza del giudice, sorretto da una poderosa documentazione, un´azienda che si sentisse forte delle proprie ragioni avrebbe potuto aspettare tranquillamente l´esame in tribunale, invece di accanirsi ancora sugli interessati. Il bisogno di dare subito un´altra lezione all´insieme dei dipendenti, tradisce una disposizione a prendere decisioni precipitose che fa pensare ad un´azienda che non si sta affatto muovendo su un terreno solido. Da parte dell´azienda è anche un errore destinato a diffondere a macchia d´olio le preoccupazioni per il futuro che il piano Fiat pare chiaramente anticipare. Abbandono del contratto nazionale, intensificazione massima delle prestazioni, sindacati nell´angolo, e fuori dalla fabbrica il primo che apre bocca o muove un dito. Piaccia o non piaccia ai giudici del lavoro. Finora i lavoratori hanno sopportato. Senza l´aiuto dei sindacati, bisogna dire, tranne la Fiom. Quando hanno potuto esprimersi liberamente, come nel referendum di Pomigliano, un terzo di loro ha fatto sapere che quel futuro non è accettabile. Grazie ad iniziative tipo lo schiaffo ai reintegrati, quel terzo di dissidenti potrebbe anche diventare la metà o magari i tre quarti. E ovviamente non soltanto negli stabilimenti Fiat.
Il ritorno ad un conflitto di classe che si esprima con gli strumenti della democrazia e però mandi in soffitta l´idea reazionaria che per avere e mantenere un lavoro bisogna sottostare a qualsiasi condizione un´azienda si sogna di imporre perché il mondo è cambiato, la globalizzazione lo esige, la competitività ce lo impone ecc., tutto sommato sarebbe una novità interessante nel deserto della politica italiana. Sarebbe paradossale se un efficace contributo al suo ritorno venisse proprio dall´azienda, la Fiat, che negli ultimi mesi ha fatto di tutto per presentarlo come un residuo arcaico della rivoluzione industriale.

La Repubblica 22.08.10

"Per favore, salviamo la Nazionale", di Cesare Peruzzi

«Viviamo una lenta agonia». Ida Fontana, direttrice della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, una delle uniche due strutture di questo tipo in Italia (l’altra è a Roma), lancia l’allarme sulla situazione economica dell’istituto che guida da 14 anni, e che fa capo al ministero dei Beni culturali: «Stiamo arrivando al l’asfissia finanziaria – spiega – al punto che da luglio abbiamo dovuto introdurre la chiusura pomeridiana nei giorni di mercoledì, giovedì e venerdì. Di questo passo, nel 2011 potremo garantire l’apertura al pubblico solo metà giornata». Una prospettiva opposta a quella che nei giorni scorsi il sindaco Matteo Renzi ha proposto al ministro Sandro Bondi: il prolungamento dell’orario degli Uffizi a notte inoltrata.
Va in malora uno dei “luoghi del sapere” nazionale, nato per raccogliere, custodire e rendere consultabile (attraverso la catalogazione) tutto ciò che viene stampato nel paese. Prima, e ancora oggi più grande biblioteca a essere ospitata in un palazzo costruito appositamente per questa funzione (l’attuale edificio di Piazza dei Cavalleggeri, inaugurato nel 1935), la «Nazionale», come viene comunemente chiamata dai fiorentini, è arrivata a possedere 6 milioni di volumi a stampa, 2,7 milioni di opuscoli, 25mila manoscritti, 4mila incunaboli, 29mila edizioni del XVI secolo, oltre a un milione di autografi che vanno dagli scritti di Machiavelli all’opera di Galileo quasi per intero.
Tutto questo materiale occupa 120 chilometri di scaffalature (suddivise tra la sede principale e altre due secondarie), che aumentano al ritmo di due chilometri l’anno per effetto dei 70mila libri e dei 100mila giornali che (per legge) ogni 12 mesi vengono mandati dalle case editrici. «Riusciamo a catalogare meno della metà dei volumi e, grazie agli sponsor, appena il 10% dei quotidiani – racconta Fontana –. Ma abbiamo un arretrato di 200mila libri che, con il blocco del turnover e la progressiva emorraggia di personale, non riusciamo a smaltire».
I dipendenti della Nazionale sono 195, di cui 45 part-time, e ormai hanno un’età media di quasi 60 anni. Erano più di 500 negli anni 80 e 334 nel 1996, quando l’attuale direttrice arrivò a Firenze. «È stato un indebolimento progressivo e costante della struttura – commenta Fontana – basti dire che negli ultimi cinque anni il nostro budget è stato dimezzato». Per il 2010, il ministero dei Beni culturali mette a disposizione 1,6 milioni (oltre a pagare gli stipendi dei dipendenti) e altri 400mila euro circa arrivano dalle sponsorizzazioni, dai finanziamenti europei, dai diritti di riproduzione delle immagini, dall’affitto ai privati di alcuni spazi molto belli e suggestivi nei 40mila metri quadrati della Biblioteca.
«I costi generali della gestione sono altissimi», spiega la direttrice, che puntualizza come la richiesta al Ministero per il 2010 fosse di 5 milioni, necessari per mandare avanti i progetti di catalogazione e digitalizzazione dei materiali. Un gruppo di lettori, dei 600 che ogni giorno entrano alla Nazionale di Firenze, si è mobilitato dopo che da Roma è stato dimezzato anche l’ultimo trasferimento di denaro (da 200mila a 100mila euro), costringendo la Biblioteca alla chiusura pomeridiana tre giorni alla settimana. «Probabilmente è arrivato il momento di far pagare l’accesso ad alcuni servizi, come accade a Parigi e Londra, o il prestito dei libri antichi per le mostre, ma gli incassi non risolverebbero comunque il problema», dice la direttrice, che a novembre andrà in pensione. «Avrei anche l’idea per un bookshop e una caffetteria aperti ai turisti – aggiunge –. Per sistemare gli spazi, che pure abbiamo, servirebbero però 1,5 milioni. E dove li prendiamo tutti questi soldi?».
Dopo l’alluvione del 1966, la Biblioteca nazionale diventò il simbolo della rinascita di Firenze, grazie soprattutto all’impegno delle migliaia di giovani arrivati da ogni parte del mondo per tirare fuori dalla melma dell’Arno i preziosi libri conservati nei suoi sotterranei. Oggi, quel simbolo rischia di affondare sotto il peso dei materiali che non riesce più a catalogare e archiviare, per mancanza di spazio, di personale, e per la progressiva riduzione dei budget. Questa volta, purtroppo, nell’indifferenza quasi generale.

da www.il sole24ore.it

Campagna Pd contro la Gelmini "Banchetti davanti a ogni scuola", di Sara Scheggia

Bonaccini prepara una iniziativa al Parco Nord con Bersani il 18 settembre. Prima una festa nazionale della scuola, all´interno di quella provinciale dell´Unità di Bologna, con membri del partito nazionale e Bersani, il 18 settembre. Poi, una mobilitazione davanti a tutti gli istituti della regione, all´avvio delle lezioni, per spiegare a genitori e alunni i tagli della riforma Gelmini. Il Pd affila le armi e annuncia una dura battaglia contro «un Governo che invece di investire su istruzione e ricerca – spiega il segretario regionale Stefano Bonaccini – ha deciso scientificamente di colpire la scuola pubblica».
Dal 7 al 14 settembre Bologna ospiterà una kermesse nazionale e alla prima edizione, parallela alla festa al Parco Nord, in cui si parlerà di scuola insieme a esponenti del partito e rappresentanti delle associazioni di studenti, genitori, dirigenti scolastici e sindacati. «Saranno dei laboratori di proposte politiche – sottolinea Francesca Puglisi, responsabile nazionale scuola del Pd – e serviranno a coordinarci come opposizione: siamo davanti al più grande licenziamento di massa della storia del nostro paese».
Una settimana di incontri e dibattiti, in cui si farà anche il punto sui tagli. «Le assunzioni in tutta Italia saranno quest´anno solo 10mila – continua Puglisi – e a settembre ci saranno invece 20 mila precari disoccupati: l´anno partirà nel caos».
Il ministro dell´Istruzione Maria Stella Gelmini, chiamata a partecipare ad un dibattito con la deputata Manuela Ghizzoni, ha declinato l´invito. Tra gli altri partecipanti, il senatore Pd Antonio Rusconi, l´europarlamentare Luigi Berlinguer e, il 18 settembre, il segretario nazionale Pierluigi Bersani per uno «stand up» con le associazioni.
In tutta l´Emilia Romagna, invece, sulla scia dell´iniziativa sulle spiagge della regione, il Pd è pronto a «una campagna di mobilitazione davanti alle scuole, da Piacenza a Rimini, con banchetti informativi e volantinaggio – dice Bonaccini – vogliamo essere radicati sul territorio e stare tra la gente: dirigenti e militanti incontreranno le famiglie per indicare le gravi responsabilità di questo Governo». Per il leader regionale, infine, la riforma Gelmini «altro non è che una scure – conclude – siamo l´unico paese occidentale che abbassa adirittura l´obbligo scolastico: è clamoroso».

da Repubblica Bologna del 21 agosto 2010