Latest Posts

Scuola: Ghizzoni (Pd), Berlusconi restituisca maxi-condono Mondadori e destini soldi alla scuola

Appello a Berlusconi padre e figlia, “Fate un gesto di saggezza, quei soldi sono di tutti, possono servire a pagare 11 mila insegnanti in più”

“La scuola è a pezzi: Berlusconi e la sua famiglia facciano un gesto di saggezza, restituiscano allo Stato i soldi che la Mondadori ha ottenuto grazie al decreto incintivi che gli ha consentito di risparmiare oltre 340 milioni nel contenzioso tributario con l’Agenzia delle Entrate. Chiediamo a Berlusconi di destinare quelle risorse al mondo della scuola”.

E’ l’appello che Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd della commissione Istruzione della Camera, rivolge al presidente del Consiglio e alla famiglia.

“I benefici avuti dall’azienda presieduta da Marina Berlusconi – prosegue la deputata del PD – sono ingiusti: con quei soldi si possono risolvere un bel po’ dei problemi di organico per l’anno scolastico che si aprirà nei prossimi giorni. Un docente di scuola costa infatti allo Stato circa 30 mila euro lordi: avremmo potuto quindi incaricare altri 11.000 insegnanti, invece la coppia Tremonti-Gelmini ne taglierà più di 25.00O, e solo per il prossimo anno. Dall’avvio della legislatura i sacrifici imposti dal governo sono sempre a senso unico: a danno dei più deboli e con particolare accanimento nei confronti del settore della conoscenza e dei diritti sociali. Berlusconi padre e figlia – conclude Ghizzoni – diano un segnale diverso, siano magnanimi…” .

******

“Legge salva-Mondadori: il conflitto c’è, gli interessi pure”, di Ivana Giannon
Colpo di spugna sui debiti con l’Erario del gruppo editoriale di Berlusconi: invece di 350 milioni di euro, ne verseranno 8,6. PD: “Un conflitto d’interessi enorme, questo governo deve andare a casa”.

Vi è mai capitato di andare al ristorante, consumare una cena da 200 euro e pagarne, a fine serata, appena 10? Se avete risposto di no, tutto nella norma. Se avete risposto di sì, probabilmente siete Silvio Berlusconi (o un suo parente prossimo) e vi è appena, e “inaspettatamente”, piovuta addosso una legge che vi permette di pagare solo il 5% del dovuto.

Non è fantapolitica, ma quello che è successo al colosso editoriale Mondadori di cui il premier, parole sue, è “mero proprietario”, mentre la figlia Marina è presidente. Padre e figlia, Presidente del Consiglio e presidente del gruppo di Segrate, sono soggetti distinti e separati. Di conseguenza è solo una circostanza fortuita se, grazie ad una norma introdotta nel decreto incentivi le aziende che, in una controversia fiscale, abbiano ottenuto sentenza favorevole in primo e secondo grado, possono evitare il giudizio della Cassazione pagando il 5% del dovuto. Un 5% che, nel caso della Mondadori vuol dire 8,6 milioni di euro, a fronte dei 350 richiesti dall’Erario, dallo Stato. Quello stesso Stato di cui il “mero proprietario” è anche mero presidente del Consiglio.

Il presidente Berlusconi, Marina, l’altro presidente, non ha aspettato neanche un secondo per adempiere ai suoi doveri. Ha versato nelle casse dello Stato quegli 8,6 milioni e nelle casse del gruppo di famiglia i 341,4 milioni graziati dalla legge del papà. Quando si dice fare sacrifici…

Anche questa missione è quindi compiuta. Nessuno parli di “leggi ad personam”, però! Semmai questa, come evidenziato da Massimo Giannini sulle pagine di Repubblica, è una legge “ad aziendam”. E ad ogni modo al premier spettano quantomeno i complimenti per la tenacia. Lo sgravio fiscale ha visto la luce solo al terzo tentativo. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano aveva provato ad inserirlo nel pacchetto giustizia del 2008, poi cassato ad opera di Gianfranco Fini. Il ministro dell’Economa Giulio Tremonti (che, tra l’altro, ai tempi del processo Mondadori era l’avvocato difensore della famiglia Berlusconi), aveva provato a inserirlo nella legge finanziaria 2009 ma di era trovato la strada sbarrata dell’intransigenza dell’opposizione e del presidente della Repubblica. Ma, si sa, non c’è due senza tre e, tanto per citare un altro famoso detto, tre è il numero perfetto…perfetto anche per cambiare le leggi a proprio uso e consumo.

Nessun conflitto d’interessi, ripete Silvio Berlusconi come un disco rotto. Ma il conflitto c’è, eccome. Comincia ad avvertirlo un Paese che si è stufato di essere una “mera” estensione degli affari di casa Berlusconi, mentre gli altri, i milioni di altri devono sbarcare il lunario senza leggine ad hoc. Gli interessi: ci sono anche quelli, solo che, come al solito, sono tutti suoi!

“I favori fiscali di cui ha beneficiato la Mondadori grazie alle norme ad hoc approvate dall’esecutivo, sono un atto gravissimo, una vera e propria alterazione delle regole di mercato. Uno schiaffo in faccia agli italiani onesti – attacca Filippo Penati, capo della segreteria politica del leader Pd Pierluigi Bersani, commenta così la vicenda Mondadori – Emerge, ancora una volta l’enormità del conflitto di interessi del presidente del Consiglio e la natura corporativa di un governo che si preoccupa degli interessi del premier dimenticando gli italiani. Secondo Bossi, Berlusconi e Tremonti il 5% è quanto devono pagare i grandi evasori nel nostro Paese. Peccato che gli italiani in regola con il fisco paghino oltre il 43%. Fa senso sentir parlare di nuovo redditometro e di evasione fiscale e scoprire poi che il governo, per legge, la consente agli amici o alle aziende del premier”.

“Si fanno favori fiscali a Mondadori – conclude l’esponente democratico – ma si tagliano i soldi agli enti locali obbligandoli ad aumentare le tasse ai cittadini per continuare a garantire loro servizi essenziali. Si aiuta Mondadori e intanto l’economia italiana è maglia nera tra i Paesi sviluppati. Questo è un governo ad personam che ha fatto dell’interesse personale metodo e prassi di azione. Un governo che deve andare al più presto a casa”.

Anche Donatella Ferranti, capogruppo Pd in commissione Gustizia, reagisce duramente: “La vicenda Mondadori – dichiara – evidenzia ancora una volta che nella legislatura in corso il governo ha piegato la giustizia all’interesse di pochi, in particolare con una serie di leggi volte a garantire l’ “impunità” al premier e ai suoi fedelissimi, e vantaggi alle imprese a lui collegate. Per i cittadini si è varata un legge finanziaria che prevede tagli drastici e impedirà l’adeguamento dei contratti pubblici per il prossimo triennio: invece per l’impresa gestita dalla figlia del premier l’esigenza di risparmiare è venuta meno. Si è trovato infatti l’escamotage di un mini-condono tagliato su misura, cosicché anziché 165 mln di euro la Mondadori ne
pagherà solo 8,6. Il risultato di questo uso privato della giustizia è sotto gli occhi di tutti: due anni e mezzo di legislatura sprecati per varare il lodo Alfano –
poi dichiarato incostituzionale, la legge sul legittimo impedimento, per sponsorizzare il cosiddetto processo breve e la riforma sulle intercettazioni telefoniche, mirata a creare un black out informativo e a spuntare gli strumenti investigativi proprio in relazione a quelle reti
criminali organizzate da cui sono emersi legami inquietanti tra pezzi dello Stato e associazioni a delinquere”.

“Tremonti venga in parlamento e renda noto l’elenco delle aziende che hanno beneficiato, oltre alla Mondadori, dell’articolo 3 del decreto incentivi che ha offerto soluzioni per le controversie tributarie. Insomma, venga a smentire, se può, che sia stato un condono ‘privato’ per l’azienda della famiglia Berlusconi”. Lo chiede Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni Economiche del Pd, il quale ricorda che “il gruppo dei Pd sollevò in Aula sdegnate e forti proteste contro quella norma proprio perché rappresentava un evidente caso di conflitto di interessi. Infatti, la Mondadori avrebbe incassato la sospensione della causa civile promossa dall’Agenzia delle Entrate. Tutto ciò avveniva mentre si chiedevano sacrifici al paese: ora Tremonti e l’intero Governo Berlusconi si prendano la responsabilità di spiegare questa gestione privata nel nostro sistema tributario”.

da www.partitodemocratico.it

"Si riapre il dossier immigrati", di Leonard Berberi e Francesca Padula

Costa ogni giorno più di 200mila euro la gestione degli immigrati irregolari ospitati negli ex Cpt. Oggi, come ad agosto 2009 – all’indomani dell’entrata in vigore del pacchetto sicurezza, i centri per gli immigrati sono in fermento. Dall’inizio del mese, decine di stranieri irregolari incappati in un controllo e in attesa di espulsione, sono evasi o hanno tentato di farlo dai centri di Brindisi, di Gradisca d’Isonzo (Gorizia), di via Corelli a Milano e di Cagliari. Fino all’ultima mini-evasione di massa, a Trapani (4 in tutto: alcuni feriti, molti rintracciati).

Sono 13 i centri di identificazione ed espulsione (Cie, ex Cpt), che in tutta Italia sono in grado di ospitare poco più di 1.800 immigrati. Alcuni sono tornati sotto i riflettori per le proteste e le fughe di questi giorni: sono polveriere a rischio per le cattive condizioni di vita allungate dai nuovi tempi dipermanenza (fino a sei mesi) o sono strutture destinate a sorgere in tutte le regioni, come annunciato e pi volte confermato dal ministro dell’Interno Maroni?

Lo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, poco più di un anno fa, li ha definiti «molto simili ai campi di concentramento». Le associazioni di solidarietà per i migranti protestano perché, soprattutto nei Cie, mancherebbero l’assistenza e le informazioni, le stanze sarebbero sovraffollate, gli ambienti degradati e spesso gli incensurati si ritroverebbero fianco a fianco con i pregiudicati.

Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, continua a sponsorizzare la politica di «ima struttura in ogni regione». Forte della sentenza di aprile della Corte costituzionale che stabilisce che «le amministrazioni locali non possono rifiutarsi di ospitare centri di espulsione». Ma il braccio di ferro con le regioni continua anche perché non è facile trovare siti che rispondano ai requisiti di nuove costruzioni.

La gestione di ogni struttura è affidata al prefetto che spesso, non avendo i mezzi e gli strumenti per rispondere alle esigenze quotidiane, ricorre a realtà esterne – la Croce Rossa, la Misericordia o altre onlus – attraverso regolare gara d’appalto. Mediamente, ogni straniero che si trova in un Cie, in un Cda o in un Cara, viene a costare allo Stato tra 40 e i 45 euro al giorno, quindi nel complesso tra i 200 e i 250mila euro spesi ogni giorno.

«La realtà è che si tratta di vere e proprie aree di parcheggio – spiega l’avvocato Guido Savio di Torino, membro dell’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) . In queste strutture manca tutto: non ci sono gli educatori, non ci sono le attività tipiche per passare il tempo e imparare qualcosa. Tutte cose che si trovano in qualsiasi centro di detenzione. Gli stranieri passano le giornate – e anche i mesi – ad aspettare che la loro situazione si sblocchi e che vengano accompagnati fuori dall’Italia». Non solo. I centri di identificazione ed espulsione, secondo l’avvocato Savio, «non hanno una funzione punitiva, né rieducativa». Tutte ragioni che «si trasformano in un ottimo incentivo a scappare dalle strutture».

Le strutture che accolgono gli immigrati irregolari sono di tre tipi e sono tutti sparsi lungo il territorio nazionale, seguendo anche i flussi di stranieri. Ci sono 13 centri di espulsione e identificazione (Cie) che possono ospitare fino a un massimo di 1.814 immigrati irregolari in attesa di essere accompagnati fuori dal nostro paese. La massima concentrazione è al Sud, con tre strutture in Sicilia, due in Puglia e Calabria. Entro quest’anno, poi, dovrebbero sorgere altre strutture in Piemonte, Veneto, Toscana e Campania (nei pressi di Caserta, al posto di una caserma).

E ancora. Tre strutture, per un totale di 2.054 posti, funzionano esclusivamente come centri di accoglienza (Cda). Altre cinque come centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara, massimo 998 posti-letto). Tre centri servono per il primo soccorso e l’accoglienza (Cpsa, 1.204 posti). Infine le strutture ibride – operano sia come Cda che come Cara -,che possono ospitare fino a un massimo di 2.337 immigrati.

Nel Cie di via Corelli, a Milano, su 132 posti disponibili, attualmente sono ospitati 118 immigrati in attesa dell’espulsione. La maggior parte è costituita da uomini (79), seguono le donne (22) e i transessuali ( 7). Nel Cie di Gradisca d’Isonzo (Gorizia), altro centro caldo di questi giorni, si trovano 124 stranieri su un massimo di 194 posti-letto.

Al centro Serraino-Vulpitta di Trapani, dopo Ferragosto, era riuscita a fuggire quasi la metà degli immigrati ospitati. Attualmente la struttura ospita una trentina di stranieri ed è stata descritta da Medici senza frontiere come la peggiore in Italia (insieme a quella di Lamezia Terme) perché «totalmente inadeguata a trattenere persone in termini di vivibilità». E che, proprio per questo, verrà chiuso – secondo il Viminale – entro quest’anno perlasciare il posto a un edificio nuovo costruito alle porte della città siciliana.

Ci sono altre situazioni a rischio. Come il centro di Brindisi-Restinco, un’altra realtà calda negli ultimi giorni. Qui, secondo la denuncia di un consigliere pugliese, «i cittadini stranieri che hanno fatto richiesta per ottenere l’asilo politico condividono gli stessi spazi di quelli che sono in attesa di essere espulsi».

Dal Sole 24 ore

******

Muore immigrato: lavorava in nero
Era irregolare in Italia e impiegato ‘al nero’ l’operaio di 33 anni, senegalese, morto questa mattina in un incidente sul lavoro a Campi Bisenzio (Firenze). Le telecamere della ditta hanno ripreso le fasi della tragedia: dopo il ribaltamento del muletto, in un primo momento ci sarebbe stato un fuggi fuggi di persone che hanno lasciato il luogo dell’incidente senza soccorrere l’operaio. I carabinieri stanno identificando chi era presente al momento dell’incidente. Sembra fossero alcuni artigiani. I soccorsi sarebbero stati comunque chiamati tempestivamente.

La vittima, Niang Elhadji, avrebbe tentato di saltare dal muletto che si stava ribaltando, rimanendo schiacciato e, probabilmente, morendo sul colpo. Il pm ha disposto l’autopsia. Dai primi accertamenti emergerebbero anche altre irregolarità: l’operaio non aveva la cintura allacciata e sul muletto sarebbero mancati diversi dispositivi di sicurezza, fra cui gli sportelli, che avrebbero potuto salvare l’uomo. In base a una prima ricostruzione pare che l’uomo fosse alle dipendenze di un artigiano e che stesse lavorando alla posa di marmi, nell’ambito di lavori di ristrutturazione di una concessionaria di auto a Campi Bisenzio. L’artigiano sarà con ogni probabilità indagato. Il muletto sarebbe stato preso in affitto dall’azienda che ha fornito i marmi e poi prestato all’artigiano per i lavori nella concessionaria.

«Se le informazioni che abbiamo risultano confermate, non si può parlare di fatalità ma di precise e grossissime responsabilità». Lo ha detto Daniela Cappelli, della Cgil toscana, in merito all’incidente sul lavoro avvenuto stamani a Campi Bisenzio (Firenze). «In base alle informazioni che abbiamo – spiega – la vittima era irregolare, impiegata in nero, e quindi priva della formazione necessaria a poter manovrare il muletto che l’ha uccisa. E sembra che anche il muletto non fosse conforme alle norme di sicurezza. Se fosse così, non si può certo parlare di fatalità».

«Ancora una vittima del lavoro. E ancora una volta si tratta di un uomo venuto in Italia da un altro Paese per lavorare e vivere, e che invece qui da noi ha trovato la morte». Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, esprime dolore e rabbia per la morte del giovane operaio senegalese, che stamattina è rimasto schiacciato sotto al muletto sul quale lavorava, a Campi Bisenzio, in una ditta che opera nel settore dello stoccaggio del marmo. «So che forze dell’ordine e Asl stanno accertando la posizione lavorativa della vittima – dice Rossi – Il rispetto delle regole è fondamentale per prevenire gli incidenti sul lavoro. In Toscana tanto è stato fatto in questi anni, ma evidentemente ancora non basta. Il mio appello è rivolto a tutti quanti – istituzioni, sindacati, imprenditori, gli stessi lavoratori – possono contribuire, con iniziative, interventi e misure sempre più vincolanti, formazione, vigilanza, controlli, a interrompere questa catena di morti evitabili».

da www.unita.it

Il decreto sui precari svilisce la scuola

dalla Rubrica delle Lettere di Repubblica

Questo governo passerà alla storia come clava inesorabile della condizione giuridica ed economica del personale della scuola. Mai ci è stato un simile accanimento contro questa categoria. Modus operandi di questo governo che si estrinseca nello svilimento della cultura e nella distruzione della scuola pubblica. Tralascio le mortificanti penalizzazioni al comparto scuola previste nell’ultima finanziaria, per focalizzare le mie brevi riflessioni sul decreto legge “salva precari”.
In piena crisi economica, accompagnata da tagli indiscriminati alla pubblica amministrazione, il ministro Gelmini vara un’altra nefandezza giuridica, in omaggio alla filosofia che è alla base del governo: iniquità sociale e mortificazione del docente. Il decreto legge del 25 settembre 2009 dispone che il personale docente ed educativo che abbia svolto una supplenza di almeno 180 giorni nell’anno scolastico 2008/2009, ha diritto al riconoscimento dell’intero anno di servizio e all’indennità di disoccupazione che varia da regione a regione (in Lombardia il 100% dello stipendio percepito da un collega in servizio), anche se non nominato per gli anni scolastici 2009/2010 e 2010/2011. È un provvedimento iniquo e mortificante per il personale destinatario che si vede regalato soldi e punteggio restando a casa (alla faccia della tanto decantata meritocrazia e della politica dei tagli in un momento di stagnazione economica). La decisione è ancor più grave perché presa contestualmente a penalizzazioni senza precedenti nei confronti degli operatori scolastici e all’aumento del numero di studenti per classe. Quest’ultima decisione contrae significativamente il numero delle classi e vanifica gli sforzi degli insegnanti di offrire una degna offerta formativa.
Abbassare il numero di alunni per classe avrebbe creato nuove cattedre, impegnato più insegnanti e restituito, a chi è retribuito stando a casa, dignità di svolgere la delicata, malpagata e nobile funzione sociale. Solo chi non ha mai messo piede da insegnante in un’aula non può capire il difficile compito di educare un alto numero di studenti per classe.
Prof. Giuseppe Gorruso

"Tangenti, truffe, poco lavoro. La formazione è una fabbrica di precari e disoccupati cronici", di Davide Carlucci e Antonio Fraschilla

La recessione. Le clientele. Scarsi risultati. Inchiesta italiana
Ci sono 2,3 milioni di persone in cerca di un posto un mercato enorme per i professionisti dei corsi. Gli unici a godere dei fondi stanziati sono gli organizzatori e negli ultimi anni i casi di raggiro si sono quintuplicati
Centinaia di iniziative ma senza reali sbocchi possibilità minime per chi ha già superato i 40 anni
Una torta da 20 miliardi in mano a partiti e sindacati

Ogni uomo che perde il lavoro per loro è una straordinaria opportunità. Ogni donna che non riesce a trovarlo per loro è una risorsa. I precari sono il loro target, gli operai in esubero il loro pane quotidiano. Sono i professionisti della disoccupazione. Organizzano corsi di formazione, a volte finti, spesso inutili. E mai come ora fanno affari: con la crisi, secondo le ultime rilevazioni Istat, il numero degli italiani in cerca di lavoro è salito alla cifra record di 2,3 milioni, e altri 230mila posti si bruceranno, secondo Confindustria, entro il 2010: per loro è una manna dal cielo. Quanti sono gli enti che utilizzano i fondi per la ricollocazione dei lavoratori solo per giustificare la loro esistenza? Quali risultati hanno prodotto finora, quante persone hanno reinserito? Per rispondere a queste domande bisogna prima descrivere un sistema che attira ogni anno – oltre agli investimenti privati delle famiglie per corsi di avviamento al lavoro – finanziamenti pubblici per quasi 20 miliardi di euro.

LA TORTA

Alla cifra si arriva sommando la metà dei «32 miliardi di euro nel biennio» che secondo il ministro del Welfare Maurizio Sacconi sono a disposizione, tra fondi nazionali e comunitari, per gli ammortizzatori sociali e i 2,5 miliardi destinati alla formazione professionale. Di quest´ultima somma, una parte consistente viene destinata ai corsi per disoccupati, apprendisti, giovani alla prima esperienza o lavoratori a rischio di esclusione: a tutte queste attività, secondo l´ultimo rapporto Isfol, hanno partecipato 360mila persone. La Lombardia, tra le regioni più colpite dalla crisi, ha stanziato nel 2009 112 milioni di euro per le “doti formative”. Sicilia e Campania, afflitte da disoccupazione cronica, spendono 500 milioni di euro all´anno. Tutto questo fiume di denaro alimenta gli appetiti degli speculatori?

LE INCHIESTE

“Development enterprise tourism”, “cooperazione internazionale”, “business administration & finance”: leggendo l´elenco delle materie che s´insegnavano ai corsi formativi organizzati a Padova da alcune cooperative della Compagnia delle Opere sembrava di essere ad Harvard. Ma per la procura era una gigantesca montatura, così come erano gonfiate le ore di lezione e di lavoro svolte e il numero dei docenti impegnati: tutto per arrivare a rendicontare 561mila euro, la cifra intascata dal ministero, dall´Unione europea e dalla Regione Veneto. Pensava in grande anche Tonino Tidu, un tempo assessore Dc sardo e presidente dell´Enaip, tuttora nel consiglio nazionale delle Acli, imputato in un processo a Cagliari: avrebbe gestito, secondo l´accusa, 358mila euro di finanziamenti regionali per corsi per “operatore su pc”, “addetto alle piante aromatiche e officinali” e “orticoltore” senza produrre un posto.
Di inchieste così se ne trovano in tutti i palazzi di giustizia italiani. A novembre si apre a Roma il processo al deputato Pdl Giorgio Simeoni, accusato di aver ricevuto, da assessore regionale alla Scuola, nel 2005, una tangente da 100mila euro dai titolari della Euro Consulting group per chiudere un occhio sui corsi di formazione inesistenti, ma regolarmente finanziati con contributi comunitari, da loro organizzati. In Liguria ogni partito aveva il suo consorzio da spingere, come sta dimostrando un´inchiesta della procura di Genova che vede coinvolti, tra gli altri, l´assessore regionale alla Pesca Giancarlo Cassini e il consigliere Vito Vattuone, del Pd, e Nicola Abbundo, del Pdl, teorico, nei tempi in cui era assessore, del «modello ligure dell´eccellenza formativa». E se in Campania gli stage dei mille partecipanti al progetto “Isola” avvenivano solo sulla carta, in Puglia, ai tempi del centrodestra, i fondi per l´inserimento dei disabili finivano in tasca ad assessori, funzionari regionali e imprenditori: così sono spariti cinque milioni di euro, assicurano i magistrati nel processo tuttora in corso. Dopo gli scandali, le giunte di Vendola hanno cercato di far pulizia tra i cosiddetti enti storici della formazione. Tra ottobre e dicembre del 2009 sono stati sospesi gli accreditamenti per quattro agenzie. Come il Cefop, il centro europeo per la formazione ed orientamento professionale, che era stato ammesso a finanziamenti per 4,2 milioni di euro per corsi come “operatore audiovisivo” e “animatore di villaggi turistici”. «Ora – spiega l´assessore regionale Alba Sasso – rivedremo tutti i criteri per l´accreditamento e cercheremo di recuperare i debiti, per decine di milioni di euro, che gli enti hanno accumulato verso la Regione». Molto rigoroso nel valutare i risultati della formazione professionale attraverso monitoraggi periodici è il Friuli-Venezia Giulia. La percentuale di inserimento dei cassintegrati e dei disoccupati friulani è molto alta. Ma è così in tutt´Italia?

IL CASO SICILIA

La risposta della procura della Corte dei conti siciliana è no: per ogni corso di formazione solo un disoccupato e mezzo trova effettivamente lavoro. I costi della collettività per ogni occupato, secondo i calcoli dei magistrati contabili, ammontano a 72mila euro. Soldi che in Sicilia vanno a 400 enti privati i quali danno lavoro a 7300 persone, ai quali andrebbero aggiunti i 1800 impiegati agli sportelli multifunzionali affidati ai privati dalla Regione, che nel frattempo spende altri 60 milioni di euro per finanziare i centri per l´impiego pubblici. L´isola è tra la regioni con il più alto tasso di disoccupazione, il doppio rispetto alla media italiana. E così l´Europa attraverso il Fondo sociale dal 2003 al 2010 ha fatto piovere in Sicilia 1,5 miliardi di euro per finanziare i corsi. Il risultato? Un boom di enti che fanno capo a politici targati Mpa, Pdl, Pd e Udc, sindacati (Cisl e Uil ricevono la gran parte dei finanziamenti) e associazioni cattoliche (dai salesiani alle Acli). Tutti enti accreditati dalla Regione per far diventare i disoccupati siciliani marinai, artigiani, parrucchieri, esperti informatici, colf o badanti.
La maggior parte dei formatori sono stati assunti tra il 2006 e il 2008, a ridosso delle grandi tornate elettorali che hanno portato sul trono della Regione prima Salvatore Cuffaro e poi Raffaele Lombardo. Un ginepraio che garantisce un sussidio che va dai 400 ai 1.000 euro al mese per oltre quarantamila corsisti che ogni anno si siedono sui banchi d´oro pagati dalla Regione. Gli assessori che hanno guidato la Formazione, da Francesco Scoma a Santi Formica entrambi del Pdl, sono diventati i re dei consensi. Nella formazione la politica la fa da padrone: i nomi di Francantonio Genovese e Gaspare Vitrano del Pd, oppure quelli di Lino Leanza, numero due dell´Mpa di Lombardo, o Nino Dina dell´Udc sono a dir poco conosciuti in decine di enti di formazione. Ma anche i sindacati la fanno da padrone, in questo settore, dove si trovano a difendere i lavoratori ma anche i padroni, che sono loro stessi. Lo Ial della Cisl e l´Enfa della Uil ricevono ogni anno oltre 30 milioni di euro. Poi ci sono le associazioni cattoliche: i salesiani gestiscono ad esempio il Cnos Fap, mentre tra gli enti finanziati c´è l´Efal, che fa capo al Movimento cristiano lavoratori finito nell´occhio del ciclone per l´arresto di uno dei suoi dirigenti, l´architetto Giuseppe Liga, accusato dai pm di Palermo di essere l´erede dei boss Lo Piccolo.
I magistrati hanno scoperto che nel 2010 l´Efal, l´ente di formazione del movimento, ha ricevuto dalla Regione un sostegno di sei milioni e 336 mila euro. Fino a pochi giorni fa l´architetto era un insospettabile, ma è stata un´anticipazione dell´inchiesta finita sui giornali che aveva indotto l´Mcl a sospendere il professionista. Anche la Corte dei conti e la Guardia di finanza da tempo indagano sul business della formazione siciliana. I magistrati contabili hanno contestato a diversi enti corsi fantasma e somme non rendicontate. E ci sino stati i primi arresti, come quello di un insospettabile professore di Palermo, condannato in primo grado a 8 anni per aver intascato, attraverso conti all´estero, 9 milioni di euro dai 20 milioni ricevuti per corsi di formazione con i fondi europei.

IL NORD «EFFICIENTE»

La montagna ha partorito un topolino anche nell´efficiente Lombardia, dove 64mila persone hanno beneficiato, nel 2010, della «dote lavoro», per un totale di 45,8 milioni di euro impegnati. La metà dei fondi tuttavia, sono stati gestiti da dieci operatori. Chi sono? I soliti noti, enti di area Cl – o più in generale cattolica – come l´Enaip, lo Ial-Cisl, Obiettivo Lavoro. La maggior parte dei servizi svolti riguarda il colloquio di accoglienza di primo livello, il bilancio di competenze, il coaching e i corsi di formazione: le cifre dei destinatari, per queste voci, oscillano tra i 34mila e i 62mila. Ma se poi si passa dall´orientamento all´accompagnamento concreto al lavoro i numeri si abbassano penosamente: solo 168 allievi hanno avuto un supporto per l´autoimprenditorialità, in 94 sono stati accompagnati agli stage, 22 al tirocinio e appena 5 al «training on the job». Ma lo storico paradosso dei formatori – che non riescono a lenire la disoccupazione altrui, ma intanto trovano un posto a sé stessi – non regge più come una volta. Gigi Rossi, della Cgil, segnala il fenomeno del «precariato nei sistemi regionali della formazione professionale. E soprattutto al Nord, con la crisi – aggiunge – è diffuso l´uso, da parte degli enti, di invitare caldamente i collaboratori a trasformarsi in finti imprenditori con partita Iva».

MONTAGNE DI CARTA

Gli enti di formazione servono davvero a qualcosa o hanno finito per creare una «sovrastruttura» – come scrive l´Isfol nel suo ultimo rapporto – sganciata dalle esigenze reali del mercato del lavoro? Armando Rinaldi, dell´Atdal over 40, un´associazione che cerca di tutelare i diritti di chi perde il lavoro in età matura, assicura che «se ci fossero dati disponibili si scoprirebbe che la media dei disoccupati ha un bagaglio di ore di formazione triplo rispetto a quello di un lavoratore. Invece di un´occupazione ha trovato sulla sua strada decine di proposte formative». La Regione Lombardia ha commissionato un´indagine a un istituto di ricerca. Trenta disoccupati ultraquarantenni hanno tenuto un diario nel quale raccontavano le loro esperienze. È emerso che nelle rare occasioni in cui riuscivano a trovare lavoro i corsi di formazione non c´entravano nulla: era tutto merito delle loro conoscenze personali. Lo studio non è stato mai pubblicato.
Secondo Rinaldi per ogni corso organizzato in Lombardia 3000 euro vanno (nell´arco di sei-nove mesi) al candidato, mentre gli altri 7000 vanno agli organizzatori. «Si comincino a ribaltare le modalità di distribuzione dei fondi, erogando ai destinatari il 60-70 per cento dei finanziamenti sotto forma di reddito di sostegno». Si potrebbe trovare un utilizzo diverso dei capitali in modo da sostenere direttamente il reddito delle persone in difficoltà?
Per ottenere i contributi oggi basta – oltre a una buona capacità di lobby – compilare un formulario in cui, tra l´altro, si dimostra il fabbisogno nel territorio di competenza della figura professionale che s´intende formare. «Per esempio – scrive l´Atdal – se si propone di formare addetti al check-in aeroportuale si ricercano i dati sul traffico aereo della regione e si dice che data la crescita del traffico aereo occorre formare nuovi operatori». Angela, diplomata, ha 47 anni e da dodici frequenta corsi di formazione professionale in Lombardia. Non è mai riuscita a ottenere altro che qualche lavoretto di poche settimane all´anno in fabbrica. «Nell´ultimo corso che ho seguito, per lavorare in un asilo privato, il colloquio orientativo si è svolto tre giorni prima della fine dei corsi. Un´altra volta mi hanno costretto a scrivere un sacco di bugie sulla relazione finale. Ad esempio che avevo trovato lavoro in una fabbrica. In realtà era la mia vecchia azienda che mi richiamava». L´importante, insomma, è giustificare le spese. I risultati non contano.

La Repubblica del 20 agosto 2010

"Organici: adesso protestano anche i dirigenti degli USP", di R.P.

In questi ultimi mesi alle proteste di sindacati, associazioni e comitati contro questo o quel provvedimento ministeriale abbiamo ormai fatto l’abitudine e quindi le stesse proteste rischiano di non essere neppure più notizie giornalistiche. Ne sanno qualcosa i precari che, per far sentire la propria voce, sono ormai costretti a fare lo sciopero della fame o a minacciare il blocco dello stretto di Messina.

Ma la notizia che arriva da Firenze è quanto meno strana.

Questa volta a protestare, e anche vivacemente, è Claudio Bacaloni, dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale che, con una nota di tre pagine indirizzata al Ministro dell’Istruzione, ai dirigenti scolastici della provincia, alla prefettura, all’amministrazione provinciale e al direttore dell’Ufficio scolastico regionale, spiega senza troppi giri di parole che a settembre le scuole fiorentine si troveranno in grave difficoltà.

I problemi segnalati da Bacaloni, però, non riguardano solo gli organici delle scuole: c’è anche una questione, irrisolta da tempo e divenuta ormai insostenibile, relativa alla carenza di personale dell’ufficio provinciale.

Personale – scrive il dirigente nella sua lettera – sempre più scarso e persino “ampiamente demotivato” tanto da far parlare di “presumibile impossibilità ad assolvere compiutamente le incombenze istituzionali”.

Con personale carente e demotivato sarà impossibile, sostiene Bacaloni, garantire che entro la fine di agosto vengano espletate tutte le procedure indispensabili per dare avvio al nuovo anno scolastico.

Ma, sottolinea Bacaloni, a queste ormai difficoltà quest’anno se ne aggiunge un’altra: “Il tentativo (consueto e faticoso) dell’Ufficio di anticiparsi, predisponendo per tempo il quadro delle disponibilità di posti (presunti) per il personale da sistemare, quest’anno è stato frustrato, proprio il 5 agosto, dalla disarmante comunicazione per cui alla nostra provincia (ma non solo ad essa, peraltro) viene assegnato un numero di posti più basso di quello attribuito con l’organico di diritto”.

“Eppure – denuncia il dirigente – è noto nell’”ambiente” che, nel cosiddetto organico di fatto (ed inevitabilmente nelle scuole superiori), le ore di insegnamento non possono che aumentare, per effetto delle classi bilingui, del necessario sdoppiamento di laboratori (non considerati e non considerabili nell’organico di diritto), oltreché per l’imprevedibilità in assoluto del numero dei ripetenti”.

Come far fronte alla situazione ?

La soluzione, spiega Bacaloni, è del tutto obbligata: “Si è costretti a prendere iniziative di ulteriore contenimento, traducendole in soppressione di posti già presenti in organico di diritto, con perdita della sede da parte del titolare e frustrazione delle aspettative dell’utenza”.

All’iniziativa del dirigente dell’USP di Firenze si affianca la decisione di Flc-Cgil, Cisl-Scuola e Gilda-Unams di convocare, proprio per il primo giorno di scuola 15 settembre, una assemblea sindacale provinciale.

da Tecnica della Scuola, 20 agosto 2010

"Tra i banchi ormai è un far west. La Cgil fa il conto dei prof tagliati”, di Sara Scheggia

Bologna: “Spariti” 40 docenti di inglese, 628 bimbi in lista d´attesa
La Soster: lo Stato provveda, se gli insegnanti non arrivano andremo in Procura

Più di 60 classi alle elementari senza tempo pieno e almeno 40 docenti di inglese che mancano all´appello. Solo 11 insegnanti in più alle medie per circa 60 classi da sdoppiare. Superiori nel caos per via dei professori di ruolo che, con il taglio delle ore, si ritroveranno a fare lezione in più istituti alla volta. Un triste elenco, quello sulla scuola bolognese, a cui vanno aggiunte anche le 628 famiglie, concentrate soprattutto in pianura, che non trovano posto per i loro bambini alla materna. «E´ un far west – denuncia la segretaria provinciale Flc-Cgil, Sandra Soster – lo Stato deve dare ciò che le leggi prevedono: se gli insegnanti non arrivano, andremo in Procura».
Si avvicina il ritorno sui banchi e il mondo della scuola fa i conti con assegnazioni di docenti dal Ministero giudicate inadeguate non solo dai sindacati, ma anche da Regione e Provincia. Il problema più urgente da risolvere riguarda la scuola dell´infanzia, non obbligatoria, dove il «buco», secondo le stime della Cgil, ammonta a 38 insegnanti, cioè 628 bimbi costretti a restare a casa. «Non è stata accordata nessuna delle 19 sezioni in più richieste – continua la Soster – in paesi come Crespellano o Zola Predosa, dove si stanno insediando le giovani coppie, la natalità è in crescita costante e il problema si ripresenterà anche in futuro». Su questo fronte la Regione si è detta disponibile a finanziamenti extra, ma per capire la portata dei progetti si dovrà aspettare la settimana prossima, con la Conferenza regionale sulla scuola.
Altro fronte che si promette caldo, le scuole superiori. Per gli istituti tecnici la Riforma Gelmini ha già dato il via al taglio dell´orario settimanale e il rischio, per il sindacato, è che ci siano «tante mosche impazzite che a settembre non sapranno dove posarsi – spiega la Soster – dal passaggio da 36 a 32 ore, una massa di docenti di ruolo dovrà essere ricollocata: dopo 20 anni in una scuola, ci sarà chi dovrà dividersi tra tre istituti alla volta, senza uno straccio di continuità didattica». Professori non licenziabili, ma senza ruolo, su cui si deciderà qualcosa solo a partire dal 25 agosto e a cui si aggiungerà il caos dello «spezzettamento» delle ore, previsto dalle nuove disposizioni.
Infine, l´esercito dei precari, circa il 26% del totale dei docenti di tutte le scuole. Solo per le superiori della provincia, infatti, le assunzioni quest´anno non arriveranno alla decina.
La Repubblica Bologna del 20 agosto 2010

"Tremonti non capisce il tedesco", di Tiziano Treu

I dati Ocse del secondo trimestre 2010 confermano il grave ritardo dell’Italia rispetto alla pur debole ripresa mondiale. Solo il Giappone fa peggio di noi. Basta vedere la sequenza dei dati del Pil: a fine 2008 noi eravamo al -3,3 contro una media Ocse del -2,5; a metà 2009 l’Italia era al -6,1 contro il -4,6, a metà 2010 noi cresciamo attorno all’1 contro il 2,8 medio dei paesi Ocse. Tutto questo non sembra né preoccupare né occupare il nostro governo. La maggioranza è in preda a contrasti violentissimi ma non sui temi dell’economia e dell’occupazione. Il partito del premier continua a verificare le probabilità di far approvare leggi ad personam. I ministri economici sono più silenziosi ma fino a ieri si sono consolati ripetendo che la nostra disoccupazione è minore di quella di altri paesi. Ma se si considerano cassaintegrati, lavoratori in mobilità e ritiri dal mercato del lavoro per scoraggiamento la disoccupazione è oltre il 12 per cento e quella dei giovani al 29,5. Queste sono le conseguenze di due anni e mezzo di inerzia e di provvedimenti sbagliati del governo. Il ministro dell’economia ha prima teorizzato l’inazione (“deve passare la nottata”) e poi ha varato una manovra che il Pd ha definito iniqua e depressiva. A distanza di un mese la valutazione è confermata dai fatti. Il governo non ha avuto neppure il coraggio dei liberali inglesi di tassare un po’ di più le rendite finanziarie per alleggerire il peso fiscale su lavoro e famiglie. E intanto la pressione fiscale è al record storico del 43,2 per cento così come sono alti i dati su evasione ed economia sommersa indicati in questi giorni da Istat e Banca d’Italia.

La manovra è drammaticamente inefficiente perché non ha investito niente nella crescita. Non si è voluto seguire l’esempio di altri paesi, anche molto cauti, come la Germania la quale ha accompagnato una politica di rigore con forti investimenti infrastrutturali, nell’educazione e nell’innovazione, e nel sostenere efficacemente il suo export, mentre i nostri istituti del commercio estero aspettano ancora di essere rafforzati. E infatti la Germania non solo cresce già al 3,7 ma ha ripreso a creare occupazione riportandosi già ai livelli pre-crisi, mentre noi continuiamo a precipitare.
I vizi dell’economia italiana non sono passeggeri ma si sono aggravati negli anni di Berlusconi. L’Italia ha perso posizioni ed è relegata al 48esimo posto nella classifica del World Economic Forum, la produttività del lavoro è diminuita, sono crollati gli investimenti (-20 per cento quelli dell’industria dell’ultimo biennio) e i salari sono tra i più bassi d’Europa.
Cosa serve ancora per risvegliare governo e parti sociali? Il disagio delle famiglie è destinato a crescere, specie a fronte dei tagli agli enti locali che porteranno a una riduzione dei servizi. Per l’autunno che ci attende l’auspicio è che si guardi in faccia alla realtà, non a quella della propaganda del governo, ma quella impietosamente riflessa nei dati Ocse.
Occorre reagire all’inerzia sia che il governo continui a governare sia che debba passare la mano. Il Pd è pronto alla sfida.

www.europaquotidiano.it