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"La saggezza della Costituzione", di Andrea Manzella

I cimiteri parlamentari sono pieni di governi che si ritenevano indispensabili o inamovibili. E questo perché in tutti i paesi in cui si elegge un libero Parlamento, questo ha la possibilità di mandare a casa, con la sua sfiducia, qualsiasi governo e di costruirne, con nuova fiducia, un altro. È così semplice questa verità del costituzionalismo che non si capisce l´intolleranza scatenatasi contro chi pacatamente la ricorda. O meglio si capisce benissimo. Prima che canti il gallo di una eventuale crisi, con esiti parlamentari “normalmente” aperti, è utile cercare d´imporre un pensiero unico sulla sua soluzione. Rinnegando, per tre volte, la Costituzione e la stessa invocata legge elettorale. La Costituzione (all´articolo 94, sulla fiducia, «accordata» o «revocata») la legge elettorale (che consente, articolo 14 bis, l´indicazione del «Capo Unico della coalizione» ma, esplicitamente dice che «restano ferme le prerogative spettanti al presidente della Repubblica, in base all´articolo 92 della Costituzione», sulla nomina del premier) e ancora la Costituzione (all´articolo 88: lo scioglimento delle Camere, come decisione del capo dello Stato, sentiti i loro presidenti).
Come si vede, qui non si tratta di forzature interpretative, che appartengano all´ordinaria vita della politica, sia di maggioranza sia di opposizione. Non è la “giacchetta” del presidente della Repubblica ad essere tirata, da destra o da sinistra. Sono precise norme costituzionali ed elettorali ad essere “dichiarate” decadute. In nome di un´”altra” costituzione (materiale), in nome di una “illimitata” sovranità popolare, in nome della “piazza” per ora vuota per le vacanze: ma pronta a riempirsi di milioni di persone. È una specie di goffa eversione preventiva del regime parlamentare, tentata innanzitutto contro la presidenza della Repubblica.
Dopo la caduta, nel 1993, delle difese immunitarie insite nella vecchia legge proporzionale, i presidenti della Repubblica si sono trovati ad essere l´unica intercapedine del muro contro muro tra maggioranza e opposizione. I parafulmini su cui si scaricano tutte le tensioni che non possono sciogliersi in un confronto impolitico: avvelenato, di qui e di là, da personalismi, acefalie, conflitti d´interesse, lotte di successione. Le costituzioni sono (secondo antico detto) le leggi che gli uomini si danno in periodi di saggezza per esserne governati nei periodi di ubriachezza. La nostra Costituzione indica nei presidenti della Repubblica gli unici soggetti, certamente sobri, che possono guidare il paese per un “rientro” sicuro, dopo le inevitabili crisi.
Le ultime, accidentate vicende costituzionali, quelle post-1994 del maggioritarismo imperfetto – oltre a smentire la leggenda (un po´ orecchiata) della “costituzione materiale” – dovrebbero suggerire un´altra riflessione.
Sul fatto che il carisma elettorale vale assai poco – persino quando si dispone di armi di persuasioni di massa – se non si trasforma in capacità di guida parlamentare. È troppo facile classificare come “tradimento degli altri” i clamorosi fallimenti di leader elettorali che, divenuti premier, si vedono mancare sotto i piedi la maggioranza alle Camere: anche quando dispongono di grossi numeri.
Bisogna in realtà vedere se il fiasco parlamentare non sia in primo luogo il risultato della loro incapacità di «tenere», con linguaggio politico comprensibile e non con moine, i gruppi della maggioranza. Della loro incapacità di espellere la mala mercanzia, ad uso personale, fatta passare per programma di governo. Della loro incapacità di capire di che pasta etico-politica siano fatte le persone scelte a responsabilità governative.
Spiegare tutto con il “tradimento” può essere una via di fuga consolatoria per chi non riesca a superare, magari ripetutamene a distanza di tempo, il “ponte dell´asino” delle prove parlamentari. Ma la coazione a ripetere le elezioni quando l´inadeguatezza sta nel manico, non rientra nella logica politica oltre che in quella costituzionale. Serve solo a logorare l´intero sistema per la disaffezione dei cittadini.
Queste modeste notazioni di lettura dei testi scritti e dei fatti accaduti non hanno nulla a che vedere con l´analisi di quello che qui ed ora convenga fare con questo Parlamento e in questa situazione. Queste analisi, alcune assai convincenti per il loro realismo, sono state già fatte: da destra, da sinistra, da osservatori indipendenti.
Si conoscono ormai gli argomenti di chi teme le elezioni per sé e per il paese e di chi invece le auspica come lieto evento. A tali argomenti si può aderire, da essi si può dissentire. La politica è l´arte del possibile (si ripete da secoli). Il che vuol dire che invece non è l´arte dell´impossibile.
Se certi eventi costituzionali saranno impossibili, non accadranno. Ma per non farli accadere non serve l´avvertimento pregiudiziale, la negazione di quello che Costituzione e legge elettorale dicono, le minacce di violenza all´ordine democratico (e alle sue interne garanzie). Come è già accaduto, così si eccitano solo ulteriori, squinternate parole.
Ha fatto semmai specie che, a tali disordini di linguaggio si siano lasciati andare ultimamente anche i titolari di ministeri che, dentro le loro missioni politiche, hanno un nocciolo duro di rappresentanza unitaria degli interessi istituzionali permanenti del paese: in stretta connessione con le funzioni del presidente della Repubblica Le esternazioni di tali ministri sono naturalmente irrilevanti, come tutte le altre, in un processo costituzionale che può mettersi in moto unicamente per atti di soggetti abilitati. È solo una futile scelta di spogliarsi dal “portafoglio”, quando giocano alla costituzione immaginaria: diventando così ministri di scorta e di fazione.
La reazione del capo dello Stato che sfida tutti alla responsabilità davanti alla Costituzione vera, è anche un richiamo alla serietà, che qualcuno ha dimenticato, imposta dai compiti di Stato. Oltre che un monito sulla serietà del momento.

La Repubblica del 20 agosto 2010

"Norma pro Mondadori, schiaffo agli onesti", di Annalisa Cuzzocrea

Opposizioni all´attacco del governo: ormai è un esecutivo ad personam

Il Pd: Tremonti renda noto l´elenco delle aziende che hanno avuto lo stesso beneficio

ROMA – Uno schiaffo in faccia agli italiani onesti, una gestione privata del sistema tributario, l´ennesima norma “ad aziendam”, in due parole: un delitto perfetto. Sono i giudizi dell´opposizione sul decreto legge che ha fatto risparmiare a Mediaset centinaia di milioni di euro e la cui genesi è stata ricostruita ieri da Repubblica. La società di proprietà di Silvio Berlusconi potrà infatti chiudere una controversia col fisco iniziata nel 1991 pagando 8,6 invece che 350 milioni di euro. E potrà farlo grazie a un decreto approvato dal governo il 25 marzo e convertito in legge dal Parlamento il 22 maggio. «I favori fiscali di cui ha beneficiato Mondadori grazie alle norme ad hoc approvate dal governo – dice Filippo Penati – sono un atto gravissimo, una vera e propria alterazione delle regole di mercato. Uno schiaffo in faccia agli italiani onesti». «Secondo Bossi, Berlusconi e Tremonti – spiega il capo della segreteria del Pd – il 5% è quanto devono pagare i grandi evasori nel nostro Paese. Peccato che gli italiani in regola con il fisco paghino oltre il 43%». E continua: «Si fanno favori fiscali a Mondadori, mentre con la finanziaria si tagliano i soldi agli enti locali obbligandoli ad aumentare le tasse ai cittadini per garantire i servizi minimi essenziali».
Ancora dal Pd, il responsabile giustizia Francesco Boccia chiede che il ministro dell´Economia Giulio Tremonti riferisca in Parlamento: «Tremonti renda noto l´elenco delle aziende che hanno beneficiato, oltre alla Mondadori, dell´articolo 3 del decreto incentivi. Insomma venga a smentire, se può, che si tratti di un condono “privato” per l´azienda della famiglia Berlusconi. E si prenda la responsabilità di spiegare questa gestione privata del nostro sistema tributario agli italiani». «Le leggi dello Stato vengono ancora una volta piegate a vantaggio del premier e delle sue imprese», dice la capogruppo giustizia del Pd alla Camera Donatella Ferranti. Mentre il presidente vicario dei deputati dell´Italia dei Valori, Antonio Borghesi, definisce il decreto: «Un delitto perfetto». Ancora più duro, Antonio Di Pietro risponde al telefono dal suo buen retiro di Montenero di Bisaccia e sbotta: «L´editoriale di Repubblica non l´ho solo visto, l´ho ritagliato e lo stiamo facendo girare in rete. Bisogna organizzare una campagna porta a porta per smontare la disinformazione berlusconiana». «In questi giorni – dice il leader dell´Italia dei Valori – sono tutti intenti a seguire le vicende dei Tulliani: per guardare allo stuzzicadenti l´opinione pubblica non è portata a riflettere sulla trave, che è il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi». «Il premier – spiega Di Pietro – sta usando le leggi dello Stato e l´attività del governo per evitare la galera, che è quel che meriterebbe, per risolvere i problemi dei suoi amici e per aiutare le sue imprese. Insomma, sta attuando il “piano rinascita” della P2: andare al potere per gestire gli affari propri». Secondo l´ex pm Berlusconi: «E´ un buon seguace del fascismo e del piduismo, per questo – conclude – io dico che bisogna mandarlo a casa al più presto. Non si possono fuggire le elezioni perché c´è il rischio che le vinca e contemporaneamente tenerlo lì. Più sta, più danni fa». Infine, reagiscono i Verdi con il presidente Angelo Bonelli che dice: «Mentre la crisi mette in ginocchio le famiglie italiane è davvero sconcertante che ci siano stati favori fiscali alla Mondadori. Si tratta di una vergogna senza limiti che in qualsiasi altro paese europeo o occidentale si tradurrebbe con le immediate dimissioni del governo».

La Repubblica del 20 agosto 2010


"Il viaggio dell'Unità, 150 anni dopo. In Puglia, spaccato di bellezza", di Giuseppe Civati

Qui c’è ancora molto clientelismo. Approfittando di una situazione economica disagiata dove la metà dei giovani non lavora ed è costretta a emigrare per trovare fortuna. Assistiamo inermi, e probabilmente in tutto il Sud, a una continua emorragia di classe dirigente. Prima emigravano soprattutto gli operai, ora se ne va la futura classe dirigente abbassando tremendamente verso la mediocrità la classe politica che ci ritroviamo e ci ritroveremo. Insomma, i migliori se ne vanno, i mediocri avanzano».

Gabriele a Eboli me l’ha raccontata così, la situazione dei giovani come lui. Ma non se ne va. Resta. E «combatte». Con la giusta dose di ironia. «Le giovani forze per cambiare le cose», prima che siano irretite nel ‘sistema’. Una storia antica, da queste parti. E non solo. Me lo conferma Marco Giovannelli, anche lui in viaggio, lungo la costa, sulle orme del Michele Serra di 25 anni fa, per vedere che cosa è cambiato. E ci sono note positive, e cose di cui parlare, soprattutto rispetto a come si concepisce la politica. Oggi ho deciso, però, che dopo la mafia a Fondi e le incertezze storico-turistiche di Teano, mi occupo di bellezza. E di «fare bene le cose». Per poi scoprire che tutto si tiene. O che tutto dovrebbe tenersi.

Legalità, cultura, qualità. Ecco, anche questo è il senso dell’unità. E di una sfida culturale. Prendete il lavoro di Guglielmo Minervini, assessore alle politiche giovanili (ora ai trasporti) in Puglia. O prendete l’Apulia Film Commission. E prendetela ad esempio. Dopo la legge del 2004, voluta da Fitto, il lavoro partito nel 2007, con Vendola e la sua giunta: investimenti per la cultura che poi finiscono “sul territorio” e nella sua promozione. E poi scopri che la Puglia diventa una regione sempre più turistica. Anzi, la più turistica. Chissà come mai. Silvio Maselli, il direttore, che opera di concerto con l’Apt (l’azienda del turismo) di Lecce per promuovere i luoghi in cui è stato girato Mine vaganti di Ozpetek. E Noi credevamo di Martone, girato un anno fa a Bovino e Deliceto, tra Lucera e Foggia (sarà a Venezia, tra qualche settimana). O il Gargano di Bollywood (che qui ha fatto già cinque film) e l’arrivo di Kollywood (col kappa) a Alberobello: la versione tamil di Hollywood che ha trovato location e ospitalità in Puglia, presso «le case dei coni», i trulli come li chiamano loro. O, ancora, la troupe tedesca di Indovina chi sposa mia figlia che ha girato e vissuto due mesi a Gravina.

Con la popolazione che ha ospitato volentieri gli artisti, che ha collaborato e che si è anche sentita un po’ sola quando i tedeschi se ne sono andati. E i tedeschi, dal canto loro, arrivati con la puzza sotto il naso e un po’ diffidenti (i soliti stereotipi), sono andati via un po’ dispiaciuti anche loro. Il comandante dei vigili, Nicola Cicolecchia, te la racconta ancora appassionato, quella storia. E ricorda il film per la tv dedicato a Giuseppe Di Vittorio, Pane e libertà, con Pierfrancesco Favino che attraversa il ponte romano (che dovete vedere), rientrando in Paese. Tutto si tiene, ve l’avevo detto. Anche questa è ‘produzione’, e non è solo un gioco di parole. Anche questa è cultura. Gravina anticamente si chiamava Silvium (!) ed è sempre stata comunista. Una cittadina di una bellezza che colpisce anche perché non te l’aspetti.

La vicina Altamura, non ce n’è, «si sa vendere molto meglio», dice Nicola. «E poi sono perfidi: pensate che anche l’uomo di Altamura era di Gravina. Ad Altamura c’è morto soltanto». Scherza. Perché l’Italia è così. E forse anche le Puglie sono al plurale per qualche motivo, nota Alessandro, che viene da uno dei Nord. Appunto. Il sindaco Vendola (si chiama così, Rino Vendola), è stato sfiduciato anche da una parte della sua maggioranza, due anni fa. Aveva avviato una serie di interventi di riqualificazione del centro storico, che sono serviti a ospitare le cose belle di cui Nicola ci parla. Il territorio, tutto intorno, è un set al naturale. E ti rendi conto che la buona educazione e l’ospitalità e tutte le “piccole cose” possono fare la differenza. Perché alla fine, dice Nicola, conta anche che il comandante dei vigili sappia il tedesco, come nel suo caso, perché poi i tedeschi scelgano Gravina. Perché lui da piccolo stava in Germania, vicino a Stoccarda, e i suoi genitori erano emigranti. E forse le cose si apprezzano di più. Anche così. Da Gravina e dal Club Silencio di Altamura da dove sto scrivendo, mi sembrano lontani i rumori della politica che fa di se stessa il proprio unico riferimento. Mi giungono voci di altre autocandidature alle primarie: spesso si tratta di autoscontri. E se vanno avanti così potremmo vincere le elezioni anche solo facendo votare i nostri numerosissimi candidati. I ragazzi di qui mi chiedono che cosa penso di questo dibattito sulle primarie.

Penso una cosa semplice: che il dibattito non ci dovrebbe nemmeno essere, perché le primarie non solo sono previste dallo Statuto, ma servono. Soprattutto se sono un’occasione per collaborare, per confrontarsi, per precisare la proposta politica del centrosinistra. E quello che il centrosinistra ha da dire al Paese: non solo a se stesso. «E la politica delle alleanze?», mi chiedono ancora. Importantissima. Soprattutto quella con i pezzi di società, con gli elettori delusi, con gli astenuti. Poi anche con le forze politiche. Perché è necessaria anche quella. In questa estate strana, alle alleanze, però, preferisco le speranze. Ecco: la politica delle speranze. Perché così si fa. C’è chi ci mette la poesia, chi il racconto, chi la parola, chi la scelta degli argomenti. E noi che siamo «gente di pianura», abbiamo bisogno anche dei numeri, dei dati, delle soluzioni, delle buone pratiche, del know how. E chi l’ha detto che il racconto non vada bene con l’esperienza e con la preparazione? E che quello che si fa in alcune parti del Paese non sia una «perfezione provvisoria» di cui abbiamo bisogno? Buon senso? Sì, ma anche una concezione della politica diversa. Quella che serve, l’unico antidoto al berlusconismo. Perché non c’è da aver paura di Vendola. C’è da aver paura di quegli altri.

E, a volte, c’è da aver paura delle nostre timidezze. Talmente inconfessabili che le confessiamo tutti i santi giorni. Anche per questo, appena tornato a casa, chiederò a tutti di vederci il 5 settembre a Torino, per il nostro «Lingotto operativo», alla Festa nazionale del Pd. Con il contributo degli americani di Move On, con un titolo semplice: «Vincere le elezioni. Istruzioni per l’uso». E, anche in questo caso, non è un film. Dobbiamo solo fare bene le cose che sappiamo fare. Perché la credibilità è soprattutto «credere nelle cose che si fanno». E farle con passione, come il comandante. Dei vigili. Di Gravina. Che non è mica il Che. Ma solo una persona perbene. E scusate se è poco. L’Italia è bellissima, nonostante tutto. E potrebbe esserlo anche la politica. Se solo lo volesse, se solo lo volessimo.

da www.unita.it

Il berlusconismo è fatto di «slogan, editti bulgari e killeraggio mediatico»

«Adesso è cambiato tutto e niente sarà più come prima. Perché nessuno ci potrà più convincere che il berlusconismo non coincida integralmente con le sue espressioni più appariscenti e drammaticamente caricaturali».
Lo scrive su Ffwebmagazine, periodico online della Fondazione Farefuturo (che fa capo al presidente della Camera, Gianfranco Fini, ancor oggi al centro di polemiche con il direttore del Giornale, Feltri), il direttore Filippo Rossi.

«Nessuno – si legge – ci potrà più convincere che il berlusconismo non coincida con il dossieraggio e con i ricatti, con la menzogna che diventa strumento per attaccare scientificamente l’avversario e magari distruggerlo. Nessuno ci potrà più convincere che il berlusconismo non si nutra di propaganda stupida e intontita, di slogan, di signorsì e di canzoncine ebeti da spot pubblicitario. Ma tanto non ci proveranno nemmeno, a convincerci».

«Eravamo convinti – spiega Rossi – che fosse un semplice dibattito politico, il confronto tra due idee di centrodestra. Eravamo convinti che si trattasse di un normale dialogo tra idee diverse, opzioni diverse, leadership complementari. Eravamo sinceramente convinti che tutto potesse scorrere tranquillamente nei canali della democrazia interna a un partito. Era una sicurezza che derivava da una certezza cresciuta negli anni: Berlusconi non era il Caimano descritto dagli antiberlusconiani di professione; Berlusconi era un leader atipico ma liberale; Berlusconi non era uno da “editti bulgari”; certo, Berlusconi aveva tante questioni personali e aziendali (quante se ne potrebbero elencare) ma era comunque un leader con un sogno, una lucida follia; Berlusconi, insomma, non era come lo descrivevano i suoi nemici. Ed è in base a queste certezze che lo abbiamo difeso per anni, sperando nella sua capacità di spiccare il volo e diventare un grande politico, uno statista».

Così, continua l`articolo, «il pensiero corre agli eventi passati, all’editto contro Enzo Biagi, contro Daniele Luttazzi, contro Michele Santoro. Il pensiero corre ai sensi di colpa per non aver capito prima, per non aver saputo e voluto alzare la testa. E oggi che gli editti toccano da vicino, è fin troppo facile cambiare idea. Oggi ha ragione chi dice: perché non ci avete pensato prima? Non c’è una risposta che non contempli un pizzico di vergogna. Una vergogna che, però, non prevede ora il silenzio, il ripetersi di un errore».

Insomma, prosegue l’articolo, adesso «è molto, molto di più di una questione politica. È una questione di civiltà. Di democrazia. E di libertà. Questioni forse più grandi di noi, che impongono una scelta difficile. Intendiamoci, tutto questo poi non impedisce la “politica”, non impedisce di assumersi la responsabilità di trovare accordi per governare il paese. Si parla d`altro. Si parla di qualcosa di più. Perché quello che abbiamo visto in questi ultimi tempi, tra documenti di espulsione e attacchi sguaiati alle istituzioni che sembrano concepite come proprietà privata e non come bene pubblico, relazioni internazionali di dubbio gusto e killeraggi mediatici, per non parlare delle questioni etiche trasformate in propaganda di partito, ecco, tutto questo dimostra che c`è una distanza culturale prima di tutto. E che la scelta a questo punto – conclude Rossi – è se stare o meno dalla parte di una politica che si possa dire davvero laica e liberale».

da www.ilsole24ore.it

Art.21, appello pro-Napolitano. Hacher devastano il sito

«Da quando il sito di Articolo21 ha lanciato l’appello a sostegno del presidente Napolitano e per promuovere una grande mobilitazione per la legalità, si è scatenata contro il sito la peggiore illegalità: quella dell’oscuramento, della manipolazione, della cancellazione delle riflessioni, delle idee, delle critiche». lo comunica in una nota il direttore di articolo 21 Stefano Corradino.

«Nella giornata di oggi – chiarisce – un pesante attacco hacker ha letteralmente devastato il sito eliminando definitivamente articoli, interviste, editoriali, commenti. tra l’altro, anche oggi, come è successo per altri attacchi hacker l’operazione chirurgica contro il nostro giornale on line si è scatenata in coincidenza con la pubblicazione di un nuovo intervento di Roberto Morrione, direttore di Libera informazione».

«Sporgeremo denuncia alla polizia postale e in tutte le sedi preposte perchè non intendiamo cedere. In una fase politica così delicata e difficile nella quale si vogliono far saltare le regole democratiche e i principi costituzionali noi non abbassiamo la guardia».

da www.unita.it

"Tremonti lo nega, ma l’Italia va a rate", di Gianni Del Vecchio

Gli italiani sempre più simili agli americani: rateizzazione di tutto, anche delle tasse.
Giulio Tremonti tutte le volte che s’è visto costretto a garantire la sostenibilità dei conti italiani a livello internazionale, ha tirato in ballo il basso livello del debito privato. La ricchezza delle famiglie, la forte attitudine al risparmio e i pochi debiti personali – è il ragionamento fatto dal ministro dell’economia – permettono al nostro paese di compensare la cifra monstre raggiunta dal debito pubblico, più di un miliardo e 800 milioni di euro, per un rapporto debito-pil che veleggia foscamente verso il 120 per cento. Del resto uno studio di Credit Suisse, che fa una valutazione più approfondita dell’affidabilità economica dei paesi europei – ama ricordare Tremonti – mette l’Italia al secondo posto, dietro alla Germania e davanti a Francia e Spagna. E non a caso, nel giugno scorso, il ministro ha proposto all’Ecofin di utilizzare un indicatore che tenga conto di diversi fattori per valutare la stabilità complessiva di uno stato, fra cui appunto quelli più favorevoli al nostro paese.
Ora, l’analisi tremontiana è vera, ma solamente fino a un certo punto. Perché la tendenza all’indebitamento delle famiglie italiane negli ultimi anni, complice la crisi economica, è completamente cambiata.
Ci stiamo infatti avviando verso un modello più anglosassone, fatto di consumi a debito e di un significativo uso della rateizzazione. Basta mettere in fila gli ultimi dati economici, provenienti da fonti diverse, per avere la conferma di un certo trend di base. Cominciamo con quelli più freschi. Ieri Equitalia, la società che gestisce la riscossione per conto dell’Agenzia delle entrate, ha fatto sapere che sta prendendo sempre più piede la consuetudine di pagare le tasse a rate. A oggi ha concesso circa 882mila dilazioni di pagamento, per un importo che supera i 12,4 miliardi di euro.
L’agevolazione, che dal 2008 è gestita direttamente dagli agenti della riscossione, consente a famiglie e imprese in situazione di difficoltà economica di rateizzare, anche fino a sei anni, gli importi delle cartelle di pagamento. Difficoltà che peraltro sono confermate da un’analisi della Cgia di Mestre, che ha evidenziato come i debiti degli italiani siano aumentati lo scorso anno. L’indebitamento medio delle famiglie consumatrici – originato dall’accensione di mutui per la casa, dai prestiti per l’acquisto di beni mobili, dal credito al consumo, dai finanziamenti per la ristrutturazione degli immobili – ha toccato, nel dicembre del 2009, i 15.930 euro. Crescendo in termini assoluti di 863 euro rispetto al dicembre 2008. Situazione, questa, confermata poi anche da Banca d’Italia: secondo quanto emerge dal supplemento al Bollettino statistico, nel primo trimestre 2010, rispetto allo stesso periodo del 2009, l’incremento del debito è del 3 per cento, attestandosi a 797,611 miliardi complessivi rispetto ai 773,218 dell’anno precedente. Infine, ai maggiori debiti si associa anche l’erosione della ricchezza delle famiglie.
Sempre secondo Bankitalia, dopo una crescita ininterrotta dal 1995 al 2006, negli ultimi tre anni c’è stata un’inversione di tendenza: tra il 2007 e il 2008 la ricchezza netta per famiglia è diminuita del 3,5 per cento.
Quindi, se si mettono assieme tutti questi dati, viene fuori un quadro preciso: la crisi economica sta mettendo in difficoltà le famiglie italiane che, per mantenere un certo livello di benessere, hanno cominciato a erodere la ricchezza accumulata negli anni, a fare debiti e utilizzare lo strumento delle rate. Motivo per cui se la foglia di fico del basso debito privato ha finora aiutato Tremonti a coprire i limiti italiani, è difficile lo possa fare anche in futuro.
Anche perché il fardello del debito pubblico è sempre lì, pronto a innescare l’attacco della speculazione a ogni passo falso del sistema Italia.

da www.europaquotidiano.it

"Precari, parte la lotta per accaparrarsi il posto", di Alessandro Giuliani

“I tagli indiscriminati stanno conducendo ad una vera e propria competizione e lotta tra poveri per accaparrarsi un posto”: così commenta, amaramente, il Comitato insegnanti precari di Taranto l’avvio delle operazioni di nomina dei docenti disposte dall’Ufficio scolastico provinciale in vista del nuovo anno scolastico. Lo storico comitato che difende i diritti dei precari ha constatato, in particolare dagli elenchi dei posti rimasti disponibili sul sostegno, che troppe disponibilità erano svanite nel nulla. E cercando di comprenderne i motivi ha scoperto che per il prossimo anno scolastico una bella fetta sono stati assegnati ai docenti di ruolo rimasti senza cattedra. In molti casi nemmeno specializzati.Ledendo, in questo modo, “i diritti e le aspettative degli alunni e dei docenti precari”, in particolare quelli specializzati, inseriti nelle graduatorie ad esaurimento e d’istituto. A scatenare le proteste c’è poi un particolare non di poco conto: l’Usp non avrebbe decretato autonomamente le nomine, ma assecondato le richieste di assegnazione provvisoria e di utilizzazione formulate dagli stessi insegnanti di ruolo collocati in Dop.Così per gli specializzati, in lista d’attesa, rimarrebbero ben poche cattedre. “Sarebbe stato invece corretto – denuncia il Cip di Taranto – salvaguardare il giusto bilanciamento dell’insegnamento delle varie aree disciplinari all’interno degli istituti nei riguardi degli alunni portatori di handicap, sia per dare a questi ultimi una equa distribuzione del sostegno allo studio di tutte le discipline, sia per salvaguardare le legittime aspettative dei docenti precari specializzati che, in mancanza di disponibilità nel sostegno, saranno costretti ad optare per gli insegnamenti comuni, con un disastroso effetto domino che travolgerà l’intero mondo del precariato scolastico”. Dando il là, continua il comitato dei precari, ad una sorta di “‘sterminio’ pianificato delle prospettive lavorative di docenti laureati, pluriabilitati e specializzati, con titoli post laurea accumulati in anni, decenni ormai, di carriera e di aggiornamento”.Intanto, in linea con quanto accaduto lo scorso anno, cominciano a giungere notizie di proteste al limite della disperazione. A Palermo da un paio di giorni una coppia di lavoratori precari, Salvatore Altadonna, docente, e Pietro di Grusa, collaboratore scolastico, hanno avviato un presidio permanente, con tanto di sciopero della fame, in via Praga, davanti all’Ufficio scolastico provinciale: l’obiettivo è riuscire ad “ottenere degli incontri utili a salvaguardare il diritto al lavoro e alla dignità di ciascuno di quelle migliaia precari che per anni ed anni hanno portato avanti, con la loro opera precaria e preziosa, la scuola pubblica italiana”. Vale la pena ricordare che tra il passato a.s. ed il prossimo solo in Sicilia è stata cancellata una quantità altissima di posti: i sindacati indicano 4.200 posti lo scorso anno e 5.000 per il prossimo.

Purtroppo, il grado di allarme di Taranto e Palermo è destinato a moltiplicarsi: secondo stime di settore quest’anno saranno 20.000 i docenti precari della scuola che per effetto di tagli e riforme non si vedranno confermata la supplenza annuale o fino al termine delle lezioni. Considerando che bisognerò aggiungervi almeno 5.000 Ata, anche loro coinvolti nell’opera di “razionalizzazione” imposta dal Governo, il quadro che ne consegue è piuttosto desolante. Per tutti loro non rimarrà che sperare nelle cosiddette supplenze `brevi’, assegnabili dai presidi per periodi ridotti a seguito di malattia o dell’aspettativa usufruita dal personale di ruolo, o nell’accesso alle indennità ed ai contratti di `disponibilità’, previste dal decreto salva-precari e di cui lo scorso anno usufruirono in tutto circa 21.000 precari.

da Tuttoscuola