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Beni culturali a rischio senza ispezioni

On. Ghizzoni: i tagli ai rimborsi degli ispettori sono inutili e mettono in pericolo il patrimonio storico, artistico e paesaggistico nazionale

Dopo l’allarme lanciato dalla soprintendenza di Modena e Reggio, Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd della commissione Cultura della Camera, che ha presentato nelle scorse settimane una interrogazione sulla materia al ministro dei Beni e le Attività Culturali, ribadisce la necessità di un intervento governativo.

Con la manovra economica recentemente approvata, ai dipendenti con funzioni ispettive non verrà più corrisposta l’indennità chilometrica, pertanto non potranno più utilizzare il proprio mezzo di trasporto per raggiungere i siti da salvaguardare e ciò avrà ricadute anche a Modena e provincia, come è stato sottolineato anche dal dott. Stefano Casciu, Soprintendente per i beni Storici, Artistici ed Etno-antropologici di Modena e Reggio Emilia.

“Questa disposizione non porterà concreto beneficio al debito pubblico ma avrà ben altro effetto: ai tecnici sarà infatti impedito l’assolvimento della funzione di tutela e di vigilanza sui lavori e sul patrimonio storico, artistico e paesaggistico poiché, senza l’utilizzo del mezzo proprio, non sarà loro possibile raggiungere fisicamente i luoghi e i beni da salvaguardare data l’assenza di una capillare rete di trasporto pubblico sul territorio nazionale – spiega Manuela Ghizzoni, capogruppo del PD in commissione Cultura – Ciò è stato denunciato nelle scorse settimane dalle obiezioni dei tecnici e sarebbe stata scongiurata se fossero state accolte le nostre proposte emendative alla manovra, che invece il Governo e la maggioranza hanno rigettato con sprezzante disattenzione”

“La disposizione si associa al progressivo depauperamento delle risorse umane e finanziarie destinate al Ministero dei beni e delle attività culturali, che ne impediscono l’assolvimento della precipua funzione di tutela del patrimonio culturale – prosegue Ghizzoni – Ho chiesto pertanto al Ministro, con un’interrogazione della quale sono prima firmataria, come intenda intervenire per consentire ai tecnici del suo Dicastero di continuare ad adempiere pienamente al compito ispettivo sull’intero territorio nazionale. E’ in discussione la salvaguardia del patrimonio storico, artistico e paesaggistico e il silenzio del Ministro Bondi non è più tollerabile”.

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“Soprintendenze, finiti i fondi per missioni”, di Stefano LuppiCasciu: «Non possiamo usare le auto, l’attività andrà a rilento»

Ha riflessi anche alla Soprintendenza modenese la rivolta degli archeologi del Ministero per i beni culturali – e degli storici dell’arte – originata dall’impossibilità di utilizzare l’auto personale per le missioni. ‹‹Io come tutti gli altri soprintendenti – spiega il responsabile di Modena e Reggio Stefano Casciu – non autorizzo più l’uso del mezzo proprio, anche se in genere abbiamo forse meno problemi di altri territori perché per noi è meno complicato andare a Reggio o Carpi in treno. Certo il problema resta perché alcuni giorni fa sono dovuto andare a Vignola e gentilmente la Fondazione mi è venuta a prendere. Ovviamente usando i mezzi pubblici però i tempi si dilatano››. In questo modo la soprintendenza perde efficienza, ma al momento, in attesa che il Ministero metta una pezza, c’è poco da fare dopo che pareva fossero stati esclusi i funzionari che svolgevano attività ispettiva. Oggi mi è impossibile autorizzare l’uso del mezzo, visto che anche per chi aveva questa intenzione, per puro spirito di servizio, non è poi tutelato dall’assicurazione››. La soprintendenza non ha neppure l’auto blu: ‹‹Ormai da anni – dice Casciu – e stiamo ora pensando di prenderlo in leasing perché lo Stato ci dà questa possibilità e varie amministrazioni lo fanno››. Pur tra mille difficoltà il soprintendente ha anche un “auspicio scientifico” per il futuro: ‹‹E’ fondamentale per un museo avere un catalogo scientifico e la Galleria Estense, che non ce l’ha, lo meriterebbe alla luce degli allargamenti degli spazi con il trasferimento delle biblioteche a Palazzo S.Agostino. Noi stiamo facendo la programmazione da presentare a settembre alla Direzione regionale, ma questo genere di proposte non ha senso inoltrarle perché i finanziamenti ministeriali sono sempre più ridotti e ormai ci sono quasi solo per la sicurezza, la manutenzione degli impianti e la cura delle sedi. Noi facciamo anche richieste per i restauri, ma per le parti scientifiche ormai dobbiamo contare su altri finanziamenti››. Casciu, infine, pur non avendo alcuna intenzione di fare polemica con il Comune nota: ‹‹Ho notato che alcuni luoghi culturali cittadini chiudono in agosto, non so come loro lo giustifichino, perchè per noi sarebbe interruzione di pubblico servizio››. La Gazzetta nelle estati scorse si è occupata sovente del caso, viste le chiusure – anche quest’anno ovviamente – per tre settimane di biblioteche importanti come la Delfini e la Poletti, per non parlare della Civica e del Museo della Figurina che ogni anno da metà luglio ai primi di settembre sbarrano le porte.

da La Gazzetta di Modena

"150 anni dopo / Fondi, il risorgimento difficile", di Giuseppe Civati

I cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore», così la Costituzione. Una di quelle frasi perfette, che poi nella pratica trovi rovesciate. Proprio perché, in alcune parti del Paese, le attua la criminalità organizzata. E la politica sporca. «Disciplina e onore». Una sintesi perfetta.
Siamo a Fondi, provincia di Latina.

Chi ci ospita è Bruno Fiore, unico consigliere del Pd. Qualche mese fa, ha scritto queste righe, che dicono già tutto: «Fondi ha una classe politica che rappresenta solo interessi particolari e corporazioni. Sempre pronta a ubbidire agli ordini del capo. Una classe politica che non amministra la cosa pubblica nell’interesse della collettività, ma opera con i sistemi clientelari e del ricatto. Sta alle forze sane di questa città ribellarsi coraggiosamente a tutto ciò. Deve essere il Pd a farsi portavoce di una primavera di nuova democrazia partecipata, capace di progettare un futuro migliore e diverso per l’intera collettività». E sono cose che valgono più di un intero Congresso.

In questa storia, tutti i ‘buoni’ si chiamano Bruno.
All’inizio del 2008 Bruno Frattasi, il prefetto, ha voluto la Commissione d’accesso dopo aver tentato di fare chiarezza su alcuni rapporti tra i politici locali e i gruppi malavitosi più radicati.
La Commissione ha lavorato per due anni, producendo due relazioni. La prima fu bloccata dal governo che chiese un supplemento d’istruttoria. Anche la seconda volta, però, il governo non approvò. Motivazione? Non si scioglieva perché il giorno prima la maggioranza in Comune si era dimessa. Un precedente pericoloso. «Ridiamo la parola agli elettori»: lo slogan è sempre il solito. Era il 9 ottobre del 2009. Molti ministri si schierarono in difesa dell’amministrazione di Fondi, a cominciare da Brunetta, Matteoli e Meloni. Legami particolari e sentimentali con il territorio, dice qualcuno. La verità è che il commissario avrebbe permesso un’operazione trasparenza che non c’è stata. Affatto.

Con le elezioni, l’accurato restyling della destra. Unito il centrosinistra, una preside come candidata. Ma sono ancora loro a vincere. Il sindaco ora è Salvatore De Meo, già assessore all’urbanistica. E nove esponenti dell’amministrazione precedente sono stati confermati in Consiglio. All’insegna del rinnovamento. E della trasparenza.
Il deus ex machina è sempre il senatore Fazzone. Per anni uomo di Mancino, non poteva non trovare casa nel Pdl. Il suo curriculum dice che è poliziotto in aspettativa. E l’aspettativa si fa molto lunga, sotto tutti i punti di vista. È un uomo della prima Repubblica, della seconda e, se va avanti così, anche della terza. Mister preferenze e mister raccomandazioni in un’unica soluzione.

Il centro di tutto è il Mof, il mercato della frutta che conta 128 operatori. Con la giunta Marrazzo in Regione, un altro Bruno, che di cognome fa Placidi, è nominato presidente, ma si dimette dopo due mesi, perché le cose, da soli, non si possono cambiare. Dal punto di vista dell’illegalità, il Mof è usato come logistica. Un luogo ideale per essere infiltrato. Un centro strategico per le relazioni internazionali di tutte le criminalità organizzate: camorra, ‘ndrangheta, mafia. A Fondi si sono date appuntamento anni fa. E a Fondi si trovano tutti i giorni.
«Ci sono zone dove l’influenza sul voto è rilevante e il controllo è totale. Certe cordate hanno l’organizzazione che aveva una volta il Pci. C’è il referente di zona, di quartiere e di condominio», dicono i Fiore.
Qualcosa si muove, nonostante tutto. E, oltre alle Fabbriche di Nichi, a Fondi c’è anche il Capannone di Marco, figlio di Bruno, che ha scelto Sel (www.ilcapannone.eu). E tanti giovani, che si ritrovano questa sera, a casa Fiore, tra la cultura e le cose da fare. Qui e ora.

Un anno fa Walter Veltroni fece il proprio ingresso nella Commissione antimafia e scelse di andare a Fondi, per incominciare. Oggi lo raggiungiamo a Cinisi, in Sicilia, dove ha trascorso il Ferragosto. Casa Badalamenti, un tempo, casa Impastato, oggi.
«In questa vicenda, il governo ha mostrato il suo vero volto: di fronte agli evidenti intrecci tra mafia e politica, ha deciso di non procedere». Il quadro è a tinte fosche: «si attenua la cultura della legalità, nella stagione più cupa per il nostro Paese, di cui questa estate è una fedele testimonianza». Del resto, «la legalità è sempre quella degli altri», nel Paese dei condoni e dello scudo fiscale. E il Pd? Veltroni è netto: «Dobbiamo andare controcorrente. Se c’è un punto sul quale non bisogna farsi divorare dallo spirito del tempo e sul quale è necessario tenere alta la soglia, dopo l’ubriacatura del suo contrario, è proprio la legalità».
«È una delle battaglie più moderne che la politica possa condurre». Un tema non negoziabile. Come per l’integrazione, bisogna reggere. Non si possono fare calcoli.
«L’“ognuno faccia come gli pare” ha l’inevitabile conseguenza dell’illegalità e della violenza». Lo sappiamo anche ad altre latitudini. Il prefetto di Milano che non vede la mafia. 130 miliardi di euro di ‘fatturato’, sommersi. La mafia russa in Romagna. In Liguria, la presenza del racket. «L’idea che la mafia sia solo al Sud è un’idea da togliersi dalla testa. Così come non c’è solo la mafia di Riina e Provenzano. E le stragi che sconvolsero il Paese non furono compiute solo dalla mafia». Cose da precisare, cose da ricordare, cose da dire, soprattutto.

«Il contrasto va portato in primo luogo nelle regioni dove le mafie stanno entrando», dice Walter. E mi viene in mente la Brianza, dove sembra che la ‘ndrangheta conti più della Lega. E a questo proposito, di fronte ai risultati sbandierati dal governo in carica, che arresta i mafiosi, ma quando se ne presenta uno in Parlamento, allora cambia tutto, Veltroni dice: «Ci vuole molto di più, qualcosa di molto diverso dall’ipocrisia del leghismo di maniera».

Chi non conta, chi non governa, non ha speranze. Né garanzie. «Non siamo garantiti nemmeno noi», dice Bruno. E il libero professionista che si espone, rischia. «Ce ne stanno tanti, proprio da Bruno Fiore, devi andare?». Anche qui serve il Pd. Bisogna fare in fretta, però. Perché non è tardi. È tardissimo.
E anche qui c’entrano i parchi, come c’entra il cemento. I Monti Ausoni, un baluardo contro la speculazione edilizia, con il monumento del lago di Fondi e Monte San Biagio. Un esponente del Pdl ha presentato una proposta di legge per abolirlo. «Per riappropriarci del territorio», ha detto. Proprio così.

Qui vicino, nel 1915, è nato Pietro Ingrao. E forse anche a lui dobbiamo pensare, per una sfida che ci riguarda tutti. A Fondi, nella Cinisi che Walter ha appena visitato, in quella Lombardia di Buccinasco o di Desio dove la mafia ha già il potere. Dove Carmela Mazzarelli e Lucrezia Ricchiuti raccontano cose molto simili a quelle di cui mi parlano Bruno e Marco. E a Ferragosto, nel 2015, dopo quasi vent’anni di governo, se n’è accorto anche Umberto Bossi. A Ponte di Legno. Figuriamoci.
L’Italia è unita, sì, ma per i motivi sbagliati. «Porgi aiuto alla legge», nella guerra all’illegalità. Lo diceva Pitagora. È venuto il momento di andarlo a trovare.

da www.unita.it

"In Italia 908mila giovani invisibili", di Sergio Rizzo

Invisibili per la scuola o l’università, l’Inps, il fisco, gli uffici di collocamento. Sono i 641 mila giovani italiani fra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano ma nemmeno lo cercano, il lavoro. E la cifra arriva fino a quota 908 mila, se si estende la fascia di età fino a 29 anni. E’ quanto emerge da uno studio di Confartigianato.

Pure loro sono tecnicamente «invisibili». Ancora più degli esponenti di quelle tante categorie di lavoratori autonomi che non hanno protezione sociale. Invisibili per la scuola o l’università, l’Inps, il fisco. Perfino per gli uffici di collocamento. Sono i 641 mila giovani italiani fra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano ma nemmeno lo cercano, il lavoro. Un numero impressionante, considerando che si tratta del 10,5 per cento di tutte le persone di quell’età. E il bello è che di questi «invisibili» i due terzi circa sono al Sud: 415 mila, ovvero il 16,2 per cento di tutti i giovani meridionali. Quasi tre volte rispetto al Nord. Nelle regioni settentrionali coloro che si trovano in questa condizione sono 157 mila, ovvero il 6,5% del totale. Ancora meno, il 6,3 per cento, nel Centro: dove il loro numero non raggiunge i 70 mila, un sesto nei confronti del Mezzogiorno. Per un Paese sviluppato qual è il nostro si tratta di un fenomeno decisamente rilevante. Se poi la fascia d’età «giovanile» di estende dai 24 ai 29 anni, ecco che gli «invisibili» diventano addirittura 908 mila. E il loro peso sale ancora al 18,7% dell’intera popolazione italiana compresa in quella fascia d’età. Ciò significa che fino ai 29 anni è «invisibile» un giovane su sei.

Un segnale chiaro, secondo l’ufficio studi della Confartigianato che ha elaborato questi dati: con la crisi si è ancora accentuato nel nostro Paese il fenomeno della concorrenza sleale nei confronti delle piccole imprese regolari. Segnale che troverebbe conferma in altri dati preoccupanti. Per esempio la diminuzione del tasso di attività fra gli italiani della fascia d’età 25-54 anni. Fra il primo trimestre del 2008 e lo stesso periodo di quest’anno è calato dell’1,2 per cento, passando dal 78,2 al 77 per cento. E questo mentre negli altri Paesi europei, dove il tasso di attività dei cittadini non più considerati in età scolare né ancora pensionabili è superiore a quello nostrano, si registravano aumenti pur modesti. Anche qui, se il peggioramento ha riguardato tutta Italia, è al Sud che il fenomeno si è sentito di più: nel Mezzogiorno la flessione è stata del 2,5 per cento. La Confartigianato ha stimato che durante la crisi economica ben 338 mila adulti fra i 25 e i 54 anni siano usciti dalla forza di lavoro, e di questi ben 160 mila donne: categoria che da noi ha il poco invidiabile primato europeo del minore tasso di attività (appena superiore al 46 per cento). Ben 230 mila sfortunati, pari al 68 per cento dell’intera platea, sono meridionali: 143 mila uomini e 97 mila donne.

Considerando tutto il Paese, nel primo trimestre di quest’anno i maschi «inattivi» non più in età scolare ma non ancora pensionabili erano un milione 361 mila, contro 4 milioni 628 mila donne. Totale: 5 milioni 989 mila persone, il 10 per cento dell’intera popolazione italiana. Più di un milione dei quali (esattamente un milione 69 mila) nella sola Campania. In questa regione i maschi fra 25 e 54 anni «inattivi» sono 277 mila, il 21 per cento del totale.

Per non dire poi dell’aumento del lavoro «autonomo» irregolare o «abusivo», come lo definisce l’organizzazione degli artigiani. La quale ha calcolato, sulla base dei dati dell’Istat, che tra il 2008 e il 2009 il numero degli occupati indipendenti non regolari è aumentato dal 9,2 al 9,4 per cento del totale della forza di lavoro autonoma, raggiungendo 639.900 unità. Parliamo di una cifra pari al 62 per cento di tutti gli occupati indipendenti nel settore manifatturiero. Si tratta anche di una quantità di persone pressoché identica a quella dei giovani «invisibili» fra i 15 e i 24 anni. Una semplice coincidenza, ma significativa

Secondo la Confartigianato il flusso del lavoro irregolare viene alimentato anche da politiche del welfare profondamente distorsive. L’indagine porta l’esempio dei sussidi di disoccupazione in agricoltura che spettano a chi ha lavorato in un anno almeno 51, 101 o 151 giornate secondo i casi. E non manca di citare il Rapporto di monitoraggio delle politiche occupazionali di due anni fa nel quale il ministero del Lavoro denuncia apertamente «distorsioni e comportamenti collusivi». Nel 2007 hanno goduto delle varie indennità di disoccupazione, secondo l’Inps, ben 504.377 individui, cioè il 48,9 per cento di tutti gli operai agricoli attivi in Italia. Ma se nel Nord Ovest la quota dei beneficiati non è andata oltre il 14,4 per cento, al Sud è arrivata a uno stratosferico 65,4 per cento del totale. Dei 504.377 operai agricoli sussidiati dall’Inps, ben 422.337, ossia l’83,7 per cento, è nel Mezzogiorno.

Il top sitocca in Calabria , con 100.757 disoccupati: numero pari quasi ai tre quarti (il 74,3 per cento) di tutti gli operai agricoli calabresi. Su livelli paragonabili anche la Sicilia, dove i destinatari di trattamenti di disoccupazione sono stati nel 2007 ben 116.589, il 74,2 per cento del totale. Seguono la Puglia, con 111.049 beneficiati (il 60,3 per cento), e la Campania, con 63. 982 di s occupati (65,7 per cento). All’opposto, la Lombardia, dove nel 2007 sono state corrisposte appena 5.024 indennità (l’11,1 per cento). Ma se le cose stanno così, come meravigliarsi se proprio la Calabria è l’area della penisola dove l’illegalità nel mercato del lavoro raggiunge i livelli più elevati? Sempre nel 2007, ha stimato l’Istat, i lavoratori «irregolari» erano i n quella regione il 27,3 per cento di tutti quanti gli occupati. E quel che è più grave, il loro numero risultava superiore dell’1,3 per cento rispetto a quello del 2001, anno nel quale il governo (allora presieduto da Silvio Berlusconi) aveva approvato una legge con l’obiettivo di favorire l’emersione delle attività in nero. Provvedimento che si sarebbe però rilevato un sostanziale fallimento, come dimostrano proprio questi dati

dal Corriere della Sera del 17 agosto 2010

"Verdini, ipotesi riciclaggio. La Procura allarga l´inchiesta", di Maria Elena Vincenzi

Svolta dei pm dopo le accuse di Bankitalia. Verdini ha gestito la banca con totale accentramento di poteri e con estesi profili di potenziale conflitto di interessi. Il coordinatore è già indagato per corruzione e violazione della legge Anselmi

Riciclaggio. È questa l´ipotesi che la procura di Roma deve ora valutare alla luce della delibera della Banca d´Italia sul Credito Cooperativo Fiorentino. Un nuovo reato che rischia di essere contestato al presidente della banca, Denis Verdini. Un´imputazione che era già nell´aria da un po´ di tempo. Da quando cioè il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Rodolfo Sabelli, titolari dell´inchiesta sulla P3, si erano imbattuti nella vicenda sugli appalti per l´eolico in Sardegna, uno dei capitoli del fascicolo. Già durante le indagini, quella del riciclaggio era una pista che gli inquirenti avevano vagliato, ma il coordinatore del Pdl non è ancora iscritto nel registro degli indagati con questa accusa. Non fino ad ora. Ma ormai, alla luce della delibera di Bankitalia, i magistrati capitolini hanno intenzione di vederci chiaro sui soldi che sono transitati per l´istituto. E potrebbero decidere per una nuova incriminazione.
La questione, ormai più volte citata, è quella del «ricordati del mio giornale», frase che il coordinatore del Pdl ha detto al faccendiere sardo Flavio Carboni, all´indomani della nomina di Ignazio Farris alla direzione dell´Arpas, l´ente sardo che si occupa della protezione dell´ambiente. E dei versamenti di denaro che, poco dopo, sarebbero stati fatti da Carboni al Giornale della Toscana tramite prestanome. Soldi che, in un secondo momento, sarebbero spariti dalle casse del quotidiano di Verdini per finire chissà dove. I carabinieri del nucleo investigativo di Roma e il nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza sono al lavoro per capire che fine hanno fatto quei soldi, ma la magistratura capitolina già si muove. Anche perché il quadro che palazzo Koch fa dell´istituto di credito fiorentino non lascia spazio a dubbi. E quindi Verdini, fino ad ora indagato per corruzione e per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, rischia di trovarsi iscritto anche per riciclaggio.
Ma non è detto che non ci siano altre accuse. Reati che, però, Capaldo e Sabelli devono studiare approfonditamente: si tratterebbe infatti di fattispecie regolate dal diritto societario e dal diritto civile e non di reati penali. Le ipotesi, tutte da verificare nel dettaglio, potrebbero essere le false comunicazioni sociali e il conflitto di interesse. Questo, almeno secondo una prima lettura, ma sono tanti i punti da studiare nella relazione che il governatore della Banca d´Italia ha inviato al ministro Tremonti sul Credito Cooperativo Fiorentino, istituto da cui Verdini ha rassegnato le dimissioni a fine luglio, proprio alla luce della vicenda giudiziaria che lo investe, peraltro in più sedi. Tanto che la prima operazione che i pm della Capitale dovranno fare sarà quella di decidere quali capitoli del documento di palazzo Koch riguardano la loro inchiesta e quali, invece, sono da inviare ad altre procure, prima fra tutte quella di Firenze. Ma, una volta distribuiti gli incarichi per competenza, a carico del coordinatore nazionale del Pdl le accuse potrebbero essere anche altre. E forse non solo a Roma.

Repubblica del 17 agosto 2010

Zagrebelsky: "Il presidente difende la Costituzione gli interessi politici sono altra cosa", di Liana Milella

Zagrebelsky: emerge la violenza di un potere in pericolo
«La Costituzione è ancora in vigore. E non esiste una costituzione materiale alternativa». Come vorrebbero invece quelli del Pdl. L´ex presidente della Consulta Gustavo Zagrebelsky mette in sequenza i fatti e sul Quirinale dice: «È pienamente nel solco della Costituzione». Come giurista prende le distanze dalle ultime mosse dei berlusconiani, ma come cittadino «è angosciato». E sull´ultima stagione dei dossier dice: «L´evocazione della piazza e il linciaggio giornalistico, quanto a violenza, sono paragonabili alla brutalità e alla volgarità dell´attacco al Quirinale».

Mentre Napolitano chiede il rispetto della Costituzione, c´è chi, ministri e parlamentari del Pdl, avanzano dubbi, anzi accuse esplicite, d´intenzioni incostituzionali proprio da parte sua. Ha detto Bianconi: «La Costituzione la puoi tradire non rispettandola, o fingendo di rispettarla». La sua impressione?
«Innanzitutto, si deve distinguere politica e interessi politici da Costituzione e sua applicazione. La confusione è molto pericolosa, anzi irresponsabile. Il partito del presidente del Consiglio e quello di Bossi chiedono le elezioni anticipate immediate, in caso di crisi di governo. Questa è una richiesta politica e, come tale, perfettamente legittima, così come altrettanto legittimo è che altri pensino a soluzioni diverse. Il capo dello Stato, come garante di tutte le legittime posizioni in campo, dovrà valutare le diverse possibilità alla luce della Costituzione che è in vigore, di cui è garante, non alla luce di una costituzione che qualcuno si è costruito nella sua testa, a proprio uso e vantaggio».

Perché? La richiesta di scioglimento delle Camere e del voto anticipato sono contro la Costituzione?
«È contro la Costituzione se la si presenta non come opzione possibile e auspicata, ma come soluzione obbligatoria della crisi di governo. Quest´ultima è la posizione dei critici del presidente Napolitano. Ma è una posizione insostenibile, anche se sostenuta da giuristi come i ministri Alfano e Maroni (del deputato Bianconi non saprei cosa dire)».

Può spiegare perché sarebbe «insostenibile»?
«Si dice: il popolo italiano ha votato e ha scelto un presidente del Consiglio e un programma. La legge elettorale prevede che i partiti che si candidano alle elezioni depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome da loro indicato come capo della forza politica. Da qui, deriverebbe che non si può cambiare programma e capo del governo senza che il corpo elettorale abbia votato di nuovo. Spetterebbe agli elettori confermare o modificare programma e presidente del Consiglio. Questo è il ragionamento».

Sembrerebbe non fare una piega.
«Invece la fa. Anzi, è un ragionamento giuridicamente del tutto infondato. La legge elettorale non dice che si indica il futuro capo del governo, ma i capi dei diversi partiti che si presentano alle elezioni. Se fosse come dicono Alfano e Maroni, saremmo in una repubblica presidenziale introdotta dalla legge elettorale. Ma non è così. Il legislatore che ha fatto quella legge sapeva benissimo che questo sarebbe stato impossibile, platealmente incostituzionale. Infatti, la stessa legge, subito dopo il passo che ho citato, aggiunge che “restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall´articolo 92 della Costituzione”».

E questa aggiunta è determinante ai fini del nostro caso?
«Sarebbe stata perfino superflua, l´aggiunta. Ma si è voluto evitare ogni equivoco. L´articolo 92 dice che è il presidente della Repubblica, non il corpo elettorale con investitura diretta e plebiscitaria, a scegliere il capo del Governo, tenendo conto della situazione parlamentare e della necessità che il governo ottenga la fiducia delle Camere. Siamo pur sempre una Repubblica parlamentare. Il presidenzialismo è solo un desiderio di alcuni e il timore di altri, dunque una questione controversa».

Il ministro Alfano ha perfino denunciato la violazione dell´articolo 1 della Costituzione, ove il presidente non ridesse subito la parola al popolo. Una denuncia pesante. L´articolo 1 è quello che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo.
«L´accusa è pesante, ma consiglierei a chi dice queste cose di leggere un poco oltre. La sovranità appartiene al popolo il quale “la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione”. Quello che si è voluto evitare è, per l´appunto, la deriva populista in atto. La democrazia è una cosa seria e delicata, fatta di procedure, garanzie, pluralismo, rispetto delle minoranze, spirito di cooperazione. Tutte cose che la Costituzione richiede. L´appello al popolo in una sorta di giudizio di Dio non è propriamente l´idea di democrazia costituzionale».
E aver evocata la «costituzione materiale»?

«La costituzione materiale è il consenso di fondo che sorregge la Costituzione scritta. Si fa un uso politico strumentale di una nozione che ha una sua dignità scientifica. In poche parole: non c´è costituzione materiale se non c´è consenso generalizzato e sulla democrazia plebiscitaria, al contrario, c´è conflitto. Questa presunta “costituzione materiale” è solo un auspicio, un progetto politico di parte, ma certo non una “costituzione”».

Fin qui lei ha fatto considerazioni da giurista. Ma come cittadino è preoccupato?
«Sì, e molto. Anzi, angosciato. Vedo in corso un processo fatto non di discussioni serie, ma di argomenti pretestuosi che nascondono intenti che ogni tanto lasciano trasparire un fondo di violenza. La violenza di chi, avendo il potere, non è disposto a lasciarlo. L´evocazione della piazza e il linciaggio giornalistico, quanto a violenza, sono paragonabili alla brutalità e alla volgarità dell´attacco al Quirinale. Mi pare il momento in cui tutti coloro che hanno a cuore il confronto politico pacifico, come necessità primordiale della democrazia, devono far sentire la propria voce, per opporsi a questa deriva in fondo alla quale appare uno scenario catastrofico».

da La Repubblica del 17 agosto 2010

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“Rodotà: «E’ stata la risposta più responsabile a una sfida eversiva»”, di Natalia Lombardo«Conosco Napolitano, per aver fatto quella nota vuol dire che è arrivato proprio al colmo dell’indignazione», commenta il giurista Stefano Rodotà.
Ci può spiegare in quali casi si applica l’articolo 90 della Costituzione?
«Nel caso di attentato alla Costituzione, un caso estremo che hanno preso in considerazione i padri costituenti, prevedendo una procedura precisa: è il Parlamento che incrimina il presidente della Repubblica, con una maggioranza qualificata. Una tale situazione determina una crisi costituzionale. Ma vediamo i dati di realtà: c’è una contrapposizione insistita, non del Capo dello Stato verso il presidente del Consiglio, ma, al contrario, un attacco del premier contro il presidente della Repubblica. Già il giorno prima dell’aggressione al Duomo di Milano, Berlusconi parlando ai Dc attaccò Napolitano e la Corte Costituzionale. Quelli contro la Consulta, con toni ignoranti della funzione e della composizione, sono proseguiti; quelli personali a Napolitano sono stati meno plateali ma sono continuati».

Fino a questi ultimi giorni, con l’intervista a l’Unità…
«Infatti, Berlusconi non ha parlato esplicitamente, ma di fronte a certe dichiarazioni da esponenti della sua maggioranza, un presidente del Consiglio che abbia il senso delle istituzioni e dello Stato sarebbe dovuto intervenire. Ecco che torniamo all’articolo 90: l’irresponsabilità politica del presidente della Repubblica esige che, di fronte agli attacchi, sia il governo a coprirlo. Ora non solo questo non avviene, ma gli attacchi vengono dal governo. Tutto ciò ci porta a una situazione eversiva, quindi è del tutto comprensibile la nota di Napolitano: un atto di grande responsabilità, di rispetto delle istituzioni e della persona. Di fronte a un tentativo eversivo il Capo dello Stato deve mettere ognuno di fronte alle sue responsabilità. E lo ha fatto».

I precedenti di impeachment in Italia?
«L’unico fu quello di Cossiga, io ero in Parlamento e sottoscrissi la richiesta di un dibattito parlamentare. Era nato dagli attacchi continui che lui portò alla Costituzione».

Il Pdl, non solo Bianconi, sostiene che valga di più una «costituzione materiale», il dettato della Carta superato dalla prassi, e su questo attaccano Napolitano. Da giurista cosa ne pensa?
«Per il fatto che Napolitano abbia dato l’incarico a Berlusconi dopo che ha vinto le elezioni? Ma si è sempre fatto così, non poteva non farlo. Il cambiamento c’è stato nella legge elettorale, ma la nostra resta una Repubblica parlamentare. Lo stesso Napolitano ha ricordato più volte che i cambiamenti avvenuti non sono arrivati al punto da trasformare la Repubblica parlamentare in presidenziale, o con un regime plebiscitario per cui l’investito dal popolo è sottratto alla fiducia parlamentare. Non basta infatti l’incarico dal Quirinale, il presidente del Consiglio deve avere la fiducia dal Parlamento. Riassumendo: l’articolo 90 è quello che è, la situazione vede il tentativo di delegittimare Napolitano quando il premier avrebbe dovuto difenderlo: tutto questo rivela la volontà di spazzare il terreno, eliminare il controllo da parte dei due massimi organi custodi della legalità costituzionale: il Capo dello Stato e la Consulta».

Pdl e Lega gridano al «golpe» nell’ipotesi di un governo tecnico.
«Se con le dimissioni di Berlusconi Napolitano sciogliesse subito le Camere, senza verificare se può esserci un’altra eventuale maggioranza, questo sì incrinerebbe il tessuto costituzionale, perché attribuirebbe al presidente del Consiglio un potere che non ha. Non siamo in Inghilterra. Napolitano ha fatto questo tentativo alla caduta del governo Prodi, Scalfaro lo fece con Berlusconi stesso nel ‘95 e lì si trovò un’altra maggioranza».

Berlusconi lo chiama «ribaltone».
«Fu un Parlamento, non un’assemblea, a sostituire un governo con un altro. E la scelta di Dini da parte di Scalfaro era avvenuta sulla base dell’indicazione di Berlusconi stesso, che allora riconosceva la legittimità di queste procedure che ora rifiuta. Tra l’altro Napolitano ha fatto notare la gravità di una crisi interna e internazionale, quindi sarebbe una forzatura sciogliere le Camere in presenza di un’altra maggioranza. Se poi questa non c’è allora è inevitabile. Insomma, il discorso va ribaltato».

da www.unita.it

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Nota congiunta Franceschini-Finocchiaro
“Scioglimento Camere spetta a Capo dello Stato”
“Il presidente del Consiglio e il Governo possono rassegnare le dimissioni o chiedere la fiducia al parlamento. Ma tutto ciò che avviene un minuto dopo le dimissioni o dopo la mancata fiducia da parte delle Camere é, secondo la Costituzione del nostro paese, nelle mani del capo dello Stato. Qualunque decisione il capo dello Stato decidesse di adottare, noi la rispetteremo fino in fondo. Il potere di scioglimento delle Camere é, secondo Costituzione, nelle mani del presidente della Repubblica, al cui equlibrio é rimessa ogni decisione in merito alla possibilità di garantire continuità alla vita istituzionale del paese”. Così i presidenti dei gruppi del Pd di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, in una nota congiunta.

"La politica dimentica l'economia", di Mario Deaglio

Quest’anno la pausa di Ferragosto non è stata caratterizzata, come tradizione, dal silenzio della politica. Rivelazioni e smentite, accuse e controaccuse, zuffe verbali dal linguaggio sempre più truculento hanno turbato il tradizionale riposo estivo degli italiani, molti dei quali hanno ridotto le vacanze, quando non vi hanno rinunciato del tutto, grazie alla crisi. Ed è proprio la crisi, con timori che genera per redditi e livelli di vita di milioni di persone, la grande assente in un dibattito – se così si vuol chiamare un’accozzaglia di dichiarazioni e battute in cui tutti gli intervenuti sembrano ascoltare soltanto se stessi – che ha la caratteristica di rimanere totalmente interno alla classe politica.

Chi si sobbarca la fatica di seguirlo ne ricava l’impressione che l’Italia si trovi in una sorta di vuoto pneumatico invece che immersa in un contesto mondiale in ebollizione in cui fa un po’ di fatica a rimanere a galla; e che la classe politica italiana, in quello che sembra un misto di arroganza e di ignoranza, pensi che il fare e disfare governi e legislature non abbia conseguenze sulla posizione economica internazionale del Paese.

Così come il baloccarsi disinvolto con la prospettiva di nuove elezioni.
Le cose invece non stanno così. L’economia globale è in rapidissimo cambiamento, come dimostra il «sorpasso» del Giappone da parte della Cina, annunciato ieri. Uno sguardo a questi mutamenti vorticosi è sufficiente a mostrare la pericolosità economica di un’eventuale fine anticipata della legislatura nel corso dell’autunno, con elezioni collocate in una data insolita, o anche solo la mancanza di un governo stabile e credibile sul piano della finanza internazionale.

L’instabilità o il vuoto politico potrebbero infatti avere rilevanti ripercussioni negative sulla gestione del debito pubblico italiano. Va ricordato che l’Italia è stata per decenni uno dei maggiori «produttori» di debito pubblico, ossia di titoli sovrani acquistabili sui mercati finanziari ma che, con il generale peggioramento dei bilanci pubblici delle economie avanzate, su questo mercato mondiale del debito l’Italia deve competere molto più duramente di prima con molti Paesi, quali Germania, Francia e Gran Bretagna che devono «piazzare» i propri titoli per avere le risorse necessarie a quadrare i propri bilanci.

Il debito pubblico italiano è complessivamente gestito bene, senza addensamenti eccessivi di scadenze, il che limita la possibilità di grandi ondate speculative, del tipo di quelle che hanno colpito la Grecia e, in misura minore, il Portogallo. E finora l’Italia ha rigorosamente rispettato gli obblighi di disciplina di bilancio – tra i quali il varo della recente manovra – che si era assunta in sede europea. Alcune aste importanti negli ultimi mesi, specialmente quelle di giugno, sono state superate in maniera molto soddisfacente; tra la fine delle ferie e la fine dell’anno, però, vengono a scadere circa 100-120 miliardi di debito, concentrati soprattutto a settembre e a novembre e dovranno essere rifinanziati, ossia sostituiti con titoli nuovi.

Chi li acquisterà? Una parte rilevante – si può stimare un po’ più della metà – sarà sottoscritta da risparmiatori italiani, tradizionalmente attratti da questo prodotto «di casa» (l’impiego di risparmio in debito pubblico è uno dei più importanti comportamenti unificanti dell’Italia di oggi). Il resto dovrà trovare compratori all’estero nelle condizioni concorrenziali e difficili di cui si diceva sopra. Quando devono decidere se – e a che prezzo – acquistare titoli di uno Stato sovrano, i grandi operatori finanziari, tra i quali figurano molte banche centrali, come quella cinese, esaminano a tutto campo la situazione del Paese debitore e in questo esame la stabilità politica e la volontà di rispettare i propri debiti hanno uno spazio molto importante.

Quale sarà la reazione del banchiere cinese, del finanziere americano, dell’analista finanziario che lavora per qualche grande banca internazionale di fronte alle «sparate» dei politici di questi giorni? Gli esperti internazionali che si occupano dell’Italia sono in gran parte abituati alle iperboli, al sarcasmo, alle pesanti ironie, alle punte di volgarità del dibattito politico italiano. La possibilità che tutto questo si possa riflettere sul piano istituzionale senza alcun riguardo per la posizione finanziaria del Paese non potrà però non preoccuparli. E potrebbe indurli a chiedere un «premio», ossia un tasso di interesse sensibilmente maggiore di quello applicato ad altri Paesi che si tradurrebbe, come minimo, in qualche migliaio di miliardi in più di spesa per lo Stato italiano, da recuperare poi con nuova austerità e, nella peggiore delle ipotesi, in una più generale «bocciatura finanziaria» dell’Italia.

Ai politici che in questi giorni così abbondantemente si esprimono deve quindi essere consentito di rivolgere una sommessa preghiera: tengano presente che quando parlano non hanno di fronte solo il pubblico, spesso non troppo numeroso, dei loro sostenitori politici, o i giornalisti desiderosi di riempire spazi che le festività rendono vuoti. Ad ascoltarli, a pesare le loro parole più di quanto essi stessi si rendano conto, c’è tutta la finanza mondiale. Che deciderà se sottoscrivere i nostri titoli di debito anche sulla base delle loro parole e dei loro programmi.

da La Stampa del 17 agosto 2010

"Addio al fisico Cabibbo che meritava il nobel", di Marco Cattaneo

Scomparso a 75 anni: per i suoi studi sulle particelle sfiorò il premio. Era presidente della Pontificia Accademia delle Scienz.
Il Nobel l´ha sfiorato più d´una volta. L´ultima appena due anni fa, nel 2008, quando la ruota della fortuna di Stoccolma si è fermata sui nomi di Makoto Kobayashi e Toshihide Maskawa, che con lui condividono la paternità della matrice di Cabibbo-Kobayachi-Maskawa, uno degli strumenti più utili e originali della moderna fisica delle particelle.
Era il 15 giugno 1963, e Nicola Cabibbo aveva appena 28 anni, quando “Physical Review Letters” pubblicò l´articolo in cui introduceva quello che per generazioni di fisici delle particelle è diventato noto come “l´angolo di Cabibbo”, e in cui si spiegava come avviene il mescolamento tra diverse particelle dentro una sola. Dieci anni più tardi i due fisici giapponesi estesero i risultati di Cabibbo a tre generazioni di quark, meritando l´ambito riconoscimento. A Cabibbo, scomparso ieri all´età di 75 anni, rimaneva la magra soddisfazione che il suo pionieristico lavoro era stato riconosciuto nel 2006 come l´articolo più citato nei 110 anni di storia della grande famiglia della “Physical Review”.
In quei giorni del Nobel negato, dal mondo della fisica italiana si levò un coro di proteste contro la decisione dell´Accademia di Stoccolma, ma non una parola dal diretto interessato. Nicola Cabibbo ha continuato a lavorare, lasciando ad altri le polemiche.
Figlio di un avvocato, Nicola Cabibbo era nato a Roma nel 1935, e aveva presto sviluppato una passione per la scienza, ma anche –sin da ragazzo, nell´euforia del dopoguerra – per la letteratura americana, in particolare Hemingway, Dreaiser, Melville. Ma scelse la scienza, per laurearsi in fisica alla “Sapienza” nel 1958 ed entrare subito ai Laboratori di Frascati del neonato Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN). Lì, in quegli anni, lavorava un brillante teorico di origine austriaca, Bruno Touschek, che propose un rivoluzionario acceleratore di particelle in grado di far scontrare elettroni e positroni (le antiparticelle degli elettroni) che circolavano in un anello in direzioni opposte. E mentre fervevano i lavori per la sua costruzione un giovanissimo Cabibbo, insieme all´altro teorico romano Raoul Gatto, pubblicò su “Physical Review” un articolo in cui era illustrata una classificazione completa delle possibili reazioni che si sarebbero potute ottenere con la nuova macchina. Per i colleghi di Frascati, quel lavoro divenne “la Bibbia”, e tutti si resero subito conto che nella fisica teorica delle particelle era nata una stella.
Dal 1962 Cabibbo inizia una carriera itinerante, che lo porterà prima al CERN di Ginevra, poi al Lawrence Radiation Laboratory di Berkeley e alla Harvard University, per poi fare ritorno in Italia, all´Università dell´Aquila e infine di nuovo a Roma. Capitolo Nobel a parte, la sua fama mondiale di fisico teorico gli ha portato premi e onorificenze, la nomina a membro dell´Accademia Nazionale dei Lincei e quella, ancora più ambita per un italiano, a membro della National Academy of Sciences, di cui fanno parte soltanto Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia e Giorgio Parisi.
Alternando la ricerca – che negli ultimi anni lo ha visto dedicarsi a problemi di cromodinamica quantistica e alla progettazione dei supercalcolatori della serie APE con l´INFN – agli impegni universitari, Nicola Cabibbo ha assunto anche ruoli di primo piano nell´amministrazione della scienza. Fervente cattolico in un mondo di laici, dal 1993, per diciassette anni, è stato anche ininterrottamente presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, intervenendo spesso su problemi etici ed epistemologici. Non ultima l´evoluzione, su cui si è sempre espresso con lucidità e trasparenza. Anche così Nicola Cabibbo, che univa profonde doti umane a uno straordinario talento di fisico, sapeva conciliare la sua visione di fede e scienza.

da La Repubblica del 17 agosto 2010