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"Ceccio Da Chiarimonti. L'eterno provocatore", di Gian Antonio Stella

Ceccio da Chiaramonti l`eterno provocatore di GIAN ANTONIO STELLA e la diamo vinta, basta che «T 1 stai zitto», titolò a un certo punto Cuore, dopo la milionesima puntata del tormentone esternatorio. Ora che se n`è andato, però, saranno probabilmente in tanti a sentire; in certi momenti di passaggio, la mancanza della voce di «Ceccio da Chiaramonti», come Francesco Cossiga con vezzo autoironico si era ribattezzato rivendicando l`amata «sarditudine». La voce più imprevedibile della politica italiana.
La più corrosiva. La più irridente.
«È come il tempo nel Maine: prima o poi cambia», lo immortalò un dì Arturo Parisi, che lo conosceva da quando faceva il chierichetto in quella chiesa sassarese di San Giuseppe che ha avuto tra i parrocchiani Antonio Segni e suo figlio Mario più il giovane Cossiga più tutti i suoi cugini Berlinguer (da Enrico a Giovanni, da Sergio a Luigi) più Luigi Manconi. E la sua svolta, da presidente-notaio ossequioso delle liturgie a pirotecnico picconatore del mondo che lo aveva eletto a larghissima maggioranza («i partiti si erano illusi di aver spedito al Quirinale un uomo scialbo, di seconda fila, disciplinato e obbediente») fu davvero un uragano.
Cominciò dando battaglia al giudice Felice Casson fino a proclamare la fedeltà a Gladio: «Sono uno di quei ragazzi che il i8 aprile faceva parte di una formazione armata, a Sassari, come in tante altre città d`Italia. Giovani dici armati dall`arma dei carabinieri, per difendere le sedi dei partiti e noi stessi nel caso i comunisti, perdute le elezioni, avessero tentato un colpo di Stato».
Furente con la «sua» Dc e soprattutto con Giulio Andreotti dai quali si sentiva sempre più isolato, allargò il tiro. E prese a mettere in discussione tutto e tutti.
Davanti allo sconcerto, sulle prime, ci rise su: «Qualcuno dice che sono un po` matto.
Ma dalla diagnosi di schizofrenia si è passati a quella di nevrosi e ormai siamo vicini a un leggero stato d`ansia. Alla fine del mio mandato sarò completamente sano».
Feroce nelle battute sugli altri, si sentiva libero di sorridere anche di se stesso.
Fino a dire a Claudio Sabelli Fioretti: «Sono stato il peggior Presidente nella storia.
Sono quello che ha combinato di meno.
Ho causato un sacco di guai. Sono stato il peggiore e il più inutile. Sono stato un vel- leitario. Sono stato dannoso. Ho fatto venir meno la funzione di una delle grandi istituzioni dello Stato. La mia presidenza era priva di qualunque autorità reale». Lo pensava davvero? Mah… E lecito dubitarne.
Ogni tanto, nelle sue sventagliate, sbagliava mira. E magari poi si scusava. Come fece con l`ex procuratore di Napoli: «Nella vita accade talvolta di sbagliarsi, anche gravemente.
Occorre allora il coraggio di riconoscerlo.
Ed è quello che oggi faccio con Agostino Cordova con il quale sono stato in grave, anche se parziale dissenso su alcune sue iniziative giudiziarie quando era procuratore di Palmi (..) Gli chiedo pubblicamente scusa per giudizi forse grossolani e affrettati e atti che non volevano essere offensivi da me compiuti nei suoi confronti».
Quali atti? Una serie di regali. Ai quali il magistrato aveva reagito con una denuncia.
Dove spiegava, come riassunse l`Ansa, «d`avere ricevuto in dono un triciclo, una papera-salvagente e “Supercluedo” un gioco da piccoli detective, accompagnati dall` invito di prendersi una vacanza».
C`era tutto Cossiga, nei regali che faceva.
Alla senatrice Tana De Zulueta, che gli pareva naif, consegnò «Alice nel paese delle meraviglie». A Massimo D`Alema inviò un bambolotto di zucchero: «Siccome Berlusconi dice che mangia i bambini…» A Franco Mazzola, un fedelissimo accusato di tradimento, fece recapitare 3o denari di cioccolato. A Cesare Salvi, reo d`aver chiesto l`abolizione dei senatori a vita, mandò un pacco di pannoloni perché «la smettesse di avere gli incubi notturni e di fare la pipì a letto».
Passata la metà della vita a controllarsi fino a raggiungere tutti i traguardi possibili, trascorse l`altra metà infischiandosene di ogni liturgia. Anzi, più scandalizzava e più si divertiva. Come quando, alle prime manifestazioni dell`Onda studentesca, consigliò a Roberto Maroni di «infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città». Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che… «Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale». Anche i docenti? «Soprattutto i docenti».
Le avesse dette venti anni fa, quelle cose, sarebbe venuto giù il soffitto. Adesso, alzarono un po`tutti le spalle: «Uffa, Cossiga!».
Marcello Dell`Utri ne diede una definizione folgorante: «Ormai è come il nonno di casa: fai finta di niente anche se esce in mutande».
Lasciato il Quirinale a 64 anni ancora da compiere, tre lustri prima dell`età in cui comunemente gli altri presidenti vengono eletti, confidava agli amici di an- noiarsi, in quella sorta di pensione anticipata di lusso. Si era dunque ritagliato uno spazio eccentrico. Dal quale si divertiva a lasciar cadere dentro la politica italiana tutte le provocazioni possibili (spesso dense di verità che nessun altro poteva permettersi di confessare) come certi monelli lan ciano petardi in mezzo alle cerimonie solenni.
Implacabile «impiccababbu» sugli avversari (a Marcello Pera che l`aveva accusato di rubare parlamentari come i suoi avi rubavano pecore, rispose ricordando che «che nella tradizione italiana i nomi inanimati sono sempre stati assegnati a chi aveva incerte origini. Lascio dunque immaginare al presidente Pera quale fosse il mestiere delle sue ave») aveva il merito di non risparmiarsi le auto-punzecchiature.
Neppure nella veste di Externator: «In realtà non esterno: comunico. Parlo e qualche volta straparlo. Eccedo». Dotato di un`ottima opinione di se stesso, per dirla con un eufemismo, si prendeva il lusso di confidare con leggerezza gli errori più gravi: «In nome della carità e della solidarietà ho sbagliato.
Credevo che la politica economica dello stato dovesse ricalcare le linee della San Vincenzo. Abbiamo scambiato la solidarietà con lo spreco. La solidarietà con l`inefficienza. Pensavamo che i soldi non sarebbero finiti mai». Forte di questa disponibilità all`autocritica, si prendeva il lusso parallelo di non prendere sul serio nessuno: «Ho una grande stima per i comici.
Sa di chi ho paura io? Di quelli che, credendosi seri, fanno ridere».
Lasciò dunque agli archivi una serie di battute omicide per il puro gusto di stupire.
Su Paolo Cirino Pomicino: «Nell`Udr non può far correnti. Al massimo correnti d`aria». Su Romano Prodi: «È la rivincita di Dossetti su De Gasperi». Su Enrico La Loggia:
«Non è mia abitudine bastonare i servi al posto del padrone». Su Giuliano Amato:
«Ha la vocazione alla ciliegina. Gli altri fanno le torte e lui le completa». Su Rocco Buttiglione: «Scusate, sapete dirmi a quest` ora come la pensa Buttiglione?». Su Gianni Letta: «È come padre Giuseppe, l`eminenza grigia di Richelieu. Ma lui è l`eminenza azzurrina». Ma soprattutto su Silvio Berlusconi.
Una per tutte: «Pa-Peron».
A rendergli l`ultimo saluto, potete scommetterci, andranno tutti. Anche quelli che non lo sopportavano. Quanto all`epigramma, uno lo suggerì lui stesso. Beffardo:
«Per una ricostruzione della mia vita vedrei bene dialoghi in stile “A cena con il diavolo”».

Il Corriere della Sera del 18 agosto 2010

"Materne. Duemila bimbi fuori. Bianchi: «Pronti a cercare soluzioni»", di Alice Loreti

Alice Loreti
Dopo gli allarmi lanciati nelle scorse settimane, da ieri c’è una piccola luce in fondo al tunnel della scuola. Per elementari, medie e superiori la situazione resta da bollino rosso, con una ripresa ormai alle porte che sarà tutt’altro che facile e i sindacati pronti ad andare in tribunale. Carenza di organici, precariato (l’80% delle cattedre vacanti resteranno in mano ai supplenti) e classi numerose saranno infatti le parole d’ordine al suono della prossima campanella.
Ma per garantire la qualità delle scuole dell’infanzia emiliano-romagnole, quelle su cui il ministro non è voluto intervenire perché non rientrano nel percorso scolastico obbligatorio, la Regione ha deciso di rimboccarsi le maniche. Un impegno che Cgil, Cisl e Snals, hanno accolto positivamente al termine di un incontro con Patrizio Bianchi, assessore regionale alla Scuola e con la collega alle Politiche sociali, Teresa Marzocchi.
Viale Aldo Moro ha dunque deciso di intervenire su uno dei fiori all’occhiello del sistema scolastico, «finanziando progetti in grado di mantenere il livello qualitativo che caratterizza le nostre materne» spiega Raffaella Morsia, segretario regionale Flc-Cgil. In pratica, si tratta di aiutare i 2 mila bambini rimasti fuori dalla materna, potenziando le classi che adesso funzionano solo la mattina (in tutto 56) e cercando di fare il possibile sulle 81 nuove sezioni a tempo pieno richieste. «La speranza è che la Regione copra sezioni a full-time inserendo docenti con contratti a tempo determinato – continua Morsia – sulla base delle graduatorie di istituto, con personale che ha competenze e titoli di studio necessari a svolgere questo delicato e importante mestiere».
La manovra farà quindi bene ai lavoratori, soprattutto se precari e alle famiglie in attesa di una risposta. E potrebbe sancire la fine dei diritti a geometria variabile, con bimbi che in una scuola hanno tutto – tempo pieno, compresenze e docenti – e altri che, in un’altra materna magari a soli 200 metri di distanza dalla prima, non hanno nulla, se non una maestra alla mattina e un’assistente al pomeriggio. E non si tratta di un intervento “pezza” o di “mera assistenza”. La parola d’ordine in questo caso è autonomia. «Un’autonomia possibile che unisca competenze effettive e risorse umane e finanziarie adeguate, con una forte azione di moral suasion» commenta Bianchi. «Lo Stato non riesce a fare di più, il Governo non riesce ad intervenire sulla scuola e allo stesso tempo non ha la più vaga idea delle esigenze locali – riprende -. Per questo serve insistere su questo tema, che non è un surrogato dello Stato. Alle regioni deve essere dato il potere di decidere sulla gestione funzionale degli organici ». L’impegno sulle materne sarà quindi il primo passo verso “l’autonomia possibile”, un federalismo in salsa regionale che poggia i suoi piedi sull’articoloV della Costituzione (quello che sancisce il passaggio di competenze a regioni, province e comuni). La proposta arriverà sul tavolo della Conferenza regionale sulla scuola prevista lunedì prossimo. Nel frattempo, il presidente Vasco Errani aspetta che il ministro Gelmini risponda alla sua richiesta di incontro urgente.

L’Unità Bologna del 18 agosto 2010

"I difensori della Democrazia", di Curzio Maltese

E’ stato molto di moda in questi anni, fra gli strilloni della seconda repubblica, politica, criticare l´operato del Quirinale, chiunque ne fosse l´inquilino. Ma forse se abbiamo ancora una democrazia e non un regime in Italia, il merito è stato soprattutto di Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi e ora Giorgio Napolitano. Tre uomini profondamente diversi per formazione, psicologia e percorsi di vita. Il democristiano Scalfaro, uno dei padri costituenti, cattolico intransigente, era stato fra i leader di un partito per mezzo secolo al governo. Ciampi, gran laico, azionista di formazione, economista, era tornato alla politica dopo la lunga carriera ai vertici della Banca d´Italia. Giorgio Napolitano, altro politico puro, ma figlio della tradizione comunista e con alle spalle un´intera vita trascorsa a fare l´opposizione. Ma tutti e tre legati a un principio comune di assoluta fedeltà alla Costituzione, frutto proprio dell´incrocio di quelle tre culture, la cattolica, l´azionista e la social comunista. Tutti alle prese con un compito storico difficile. Quello di salvare gli assetti democratici dalle spinte eversive che hanno attraversato l´intero cammino della cosiddetta seconda repubblica. La quale, in realtà, è stata piuttosto una prima repubblica bis, dove però i poteri di controllo funzionanti nell´ancien règime erano franati o messi all´angolo, come è accaduto alla libera stampa e alla magistratura indipendente.
Questo nobile compito di salvare le istituzioni democratiche i tre presidenti lo hanno svolto, spesso in solitudine, con intelligenza, lungimiranza e alto senso del dovere. Ma anche con realismo, com´era giusto. Dunque a costo di accettare, in taluni casi, qualche compromesso esteticamente sgradevole. Ma senza mai cedere sul piano etico. A Giorgio Napolitano si è rimproverato per esempio di aver firmato leggi ad personam e palesemente incostituzionali, in particolare il Lodo Alfano, invece di rinviarle alle Camere. Ma, come ha spiegato più volte Napolitano, una simile bocciatura non sarebbe servita a nulla. Avrebbe rinviato soltanto di qualche giorno l´approvazione da parte di una maggioranza ormai blindata dal padrone di Arcore. In compenso avrebbe ritardato il lavoro della Corte Costituzionale, che invece ha potuto e dovuto bocciare il Lodo Alfano in tempo utile a evitare troppi danni.
La quasi totalità dei partiti della seconda repubblica, nella fatua rissosità, miopia politica e granitica indifferenza al bene comune che li contraddistingue, non hanno mai compreso il disegno superiore degli inquilini del Quirinale. Per fortuna, aggiungiamo. Hanno di volta applaudito o deprecato la decisione contingente, secondo che sembrasse favorevole o contrario ai propri interessi del momento. Lo stesso accade in questo convulso passaggio.
Le parole di Napolitano sul rischio colossale di elezioni anticipate in autunno, in piena crisi economica e con questa legge elettorale, non possono essere considerate di destra o di sinistra. Sono dalla parte del buon senso e dell´interesse del Paese, come tali condivise da decine di milioni di italiani. Andare al voto ora, con questo sistema elettorale, sarebbe un suicidio puro e semplice. Ma quante prove servono a capire che il porcellum è una fabbrica delle crisi?
Questa legge elettorale, sagacemente definita una porcata dal suo primo firmatario, il leghista Calderoli, ha prodotto al primo colpo una legislatura durata due anni, dall´aprile 2006 all´aprile 2008, e un´altra che durerebbe appena un anno e mezzo, portando l´Italia per la prima volta nella storia repubblicana a drammatiche elezioni autunnali. Ma non è finita. Secondo tutti gli istituti di sondaggi, nessuno escluso, se si votasse subito nessuno dei due o tre poli riuscirebbe a conquistare una solida maggioranza al Senato, dove il premio è regionale. Lo scenario più probabile sarebbe dunque un altro voto anticipato nel 2011. Ora, una nazione che ha il più alto debito pubblico d´Europa e si permette il lusso di andare a votare tre volte in cinque anni, è una nazione di dementi. Il paese dei Dodo, simpatica specie corsa all´estinzione. Nella generale perdita di senso della politica italiana, il presidente Napolitano si è assunto il compito adulto di riaffermare un principio di realtà, il compito di fermare il ballo del Titanic e indicare l´iceberg.
Se in Parlamento non esiste più una maggioranza, il presidente della Repubblica non può che prenderne atto e preparare il Paese al voto. Ma non prima di aver garantito una protezione alle finanze pubbliche, nel caso probabile di assalto da parte della speculazione internazionale. Assolutamente non prima di una riforma della legge elettorale. Ogni altra scelta sarebbe irresponsabile.
Com´è ovvio, sarebbe cosa buona e giusta se maggioranza e opposizione lavorassero di comune accordo alla riforma del porcellum, per approdare a un sistema che restituisca maggior potere di scelta ai cittadini e produca legislature più lunghe di diciotto o ventiquattro mesi. Sarà di sicuro il primo obiettivo del Quirinale. Ma se Berlusconi preferirà affidarsi agli astutissimi calcoli dei propri consiglieri, già poco brillanti nel sommare sul pallottoliere i fedeli di Fini, allora sarà inevitabile cercare in ogni caso in Parlamento una maggioranza per cambiare la legge elettorale. Che non è di destra o di sinistra. È una porcata. Ed è fallita, due volte su due.

La Repubblica del 18 agosto 2010

"Un personaggio pirandelliano", di Eugenio Scalfari

Se si eccettuano Ciampi e Andreotti, non ci sono stati altri in Italia che abbiano avuto un “cursus honorum” così altisonante come quello di Francesco Cossiga: fu sottosegretario alla Difesa con delega sui Servizi, ministro dell’Interno, presidente del Consiglio, presidente del Senato, presidente della Repubblica.

Durante questo lungo percorso militò nella Dc e in particolare nella sinistra di quel partito. Ci furono varie sinistre democristiane: quella di Gronchi, quella di Fanfani, quella di Moro, di Tambroni, di Marcora, di De Mita, ed ebbero diversi destini e diversa dignità. Cossiga militò in una sinistra che aveva lui soltanto come aderente. Una sinistra estremamente mobile e capricciosa, capace di spostarsi su tutto il ventaglio della politica italiana ma con alcuni punti di riferimento fermissimi: i servizi di sicurezza, l’arma dei Carabinieri, l’arma della Marina, gli Stati Uniti d’America e la Corona britannica. Per quest’ultima nutriva una sorta di culto. Anche la massoneria, ma non per adesione ma perché segreta, almeno di nome e di tradizione.

Tutto ciò che era segreto lo affascinava, comprese le tecnologie che maneggiava con grande abilità. Fu un solitario con pochissimi amici. Fu un sardo integrale. E fu un depresso per tutta la vita.

E’ impossibile ricordare e capire Cossiga se non si ha presente la sua depressione. Io l’ho conosciuto bene, gli sono stato amico, e lui a me, per molti anni; direi dal ’78 al ’90. Poi l’amicizia finì quando lui cominciò a picconare dal Quirinale la Costituzione che aveva giurato di difendere. Da allora i nostri rapporti diventarono burrascosi e mai più amichevoli come un tempo. Va anche detto che la capricciosità depressiva del suo carattere aveva raggiunto un’intensità che rendeva precario e rischioso ogni rapporto. Ma sulla natura del suo male, sulla sua origine e il suo decorso non ho mai saputo se non quello che se ne diceva: che era imbottito di farmaci e non sempre con successo sulle sue condizioni generali di salute.

Come tutti i ciclotimici alternava fasi di cupa tristezza e atonia a fasi euforiche e attivissime. Di solito la tristezza solitaria coincideva con sconfitte politiche. Ne ebbe una particolarmente grave dopo l’uccisione di Moro; un’altra di analoga gravità quando fu minacciato di “impeachment” dal Pci guidato da Berlinguer del quale era un lontano cugino acquisito. Infine una terza al termine del settennato presidenziale che, con continue oscillazioni, non l’ha più abbandonato ed è stata probabilmente la causa della sua fine.

Un uomo di grande intelligenza appoggiata tuttavia ad una piattaforma psichica del tutto instabile, come ha potuto percorrere una carriera politica di quel livello? Come ha potuto essere scelto quattro volte per incarichi di massimo livello politico e istituzionale non avendo alle sue spalle una corrente che lo sostenesse in una Dc che sulle correnti ci viveva?

Queste domande sono rimaste finora senza risposte. Ne azzardo una: la Dc in alcuni momenti della sua storia ebbe bisogno di delegare responsabilità importanti a uomini sciolti dalla struttura correntizia del partito. Quella delega attutiva lo scontro interno o addirittura lo congelava per un periodo che servisse a far riprendere fiato a tutti. Sceglievano uomini “en reserve” che di tanto in tanto entravano in scena per poi uscirne in attesa della prossima occasione.

Così accadde con Leone, presidente di governi balneari, presidente della Camera e poi al Quirinale. Così si spiega anche la collezione di incarichi di Andreotti, il quale nel partito fu sempre molto debole. Andreotti tuttavia fu un tessitore di contatti, di scambi di favori, di un sistema di potere che ebbe i suoi punti di forza nelle minoranze di tutti i partiti. La sua tecnica è stata quella di sparigliare il gioco; di questo fu maestro e su questo entrò a far parte del Gotha politico.

Anche Cossiga sparigliava, ma non per calcolo consapevole bensì per malattia. Da questo punto di vista è stato un personaggio pirandelliano e il dramma Enrico IV sembra scritto su misura anche se lui all’epoca di Pirandello non era ancora nato.

Naturalmente nelle fasi euforiche del suo male l’istinto del Narciso prendeva il sopravvento su ogni altra considerazione. I due ultimi anni del suo settennato al Quirinale furono dominati dal narcisismo. I giornali davano quasi quotidianamente la prima pagina alle sue sortite, ai suoi discorsi, ai sassolini che si toglieva dalle scarpe, ai colpi di piccone che assestava all’ordinamento costituzionale.

Oggi riposa in pace. Ha ricoperto tanti ruoli e tutti di grande importanza ma la sua vita è stata profondamente infelice ed è passata come una meteora nella politica italiana.

La Repubblica del 18 agosto 2010

"Cossiga, l'uomo che si inventò quattro vite diverse", di Mario Calabresi

Francesco Cossiga si è spento in giorni che gli sarebbero stati congeniali, giorni in cui il Parlamento è tornato al centro dell’attenzione, in cui le manovre politiche abbondano, in cui deputati e senatori si spostano e si contano, giorni in cui si creano nuove fedeltà e si costruiscono alleanze inedite. Giorni in cui si sarebbe appassionato a far emergere contraddizioni, a presentare interrogazioni parlamentari urgenti, a dare interviste pepate e ad alzare il dito citando precedenti e consuetudini a un mondo politico che sembra sempre più ignorare le regole del gioco. Ma questi giorni sono arrivati troppo tardi.

Francesco Cossiga non era capace di stare fermo e gli ultimi due anni per uno come lui erano stati privi di ossigeno, con un Parlamento completamente esautorato dal governo e dai voti di fiducia e con un’informazione totalmente concentrata sul presidente del Consiglio.

Due anni in cui il Presidente emerito della Repubblica – una carica inventata e fortemente voluta da lui, che ne aveva perfino stabilito diritti, simboli e riti – aveva trovato sempre meno spazio per manovrare e per far sentire la sua voce.

A rileggere la sua biografia, fuori dalle ricostruzioni romanzate o dalla fantapolitica, si scorgono almeno quattro stagioni in cui è stato protagonista assoluto, quattro decenni in cui è riuscito a stare al centro della scena. Negli Anni Settanta è il giovane ministro dell’Interno che si confronta con il movimento del ’77 conquistandosi l’appellativo di Kossiga – un nome che sui muri viene scritto, oltre che con la «K», con la doppia «s» runica, a evocare il nazismo -, che combatte il terrorismo brigatista (con cui cercherà poi di confrontarsi per comprenderne radici e comportamenti ma senza mai giungere a regalarci un di più di verità) e vive tutta la stagione del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro, da cui esce distrutto e dimissionario.

La seconda stagione, un decennio dopo, lo vede protagonista assoluto come il capo dello Stato che prevede e annuncia la fine della Prima Repubblica, che «piccona» quel sistema dei partiti cieco e morente con esternazioni continue e sempre più irrituali. Lasciato il Quirinale sembra destinato alla pensione, ma alla fine degli Anni Novanta è capace di reinventarsi e di chiudere una stagione: grazie alle sue intuizioni e alla capacità di manovrare in Parlamento fonda un nuovo piccolo partito e porta a Palazzo Chigi Massimo D’Alema, il primo post-comunista a diventare primo ministro. Il salotto di casa sua e lo studio a Palazzo Giustiniani sono meta di un via vai di politici, ministri e giornalisti che comincia all’alba con infinite discussioni e la dettatura di dichiarazioni alle agenzie e si conclude sempre con la complicità del suo whiskey irlandese. In quei giorni, in cui chi scrive era un cronista d’agenzia che veniva svegliato dalle sue telefonate regolarmente prima delle sette del mattino, appariva appagato dall’idea di aver contribuito, lui democristiano, ad archiviare una fase storica e ad aprirne un’altra in cui non ci sono più veti e preclusioni verso gli ex comunisti e gli ex fascisti.

Con il ritorno di Berlusconi al governo nel 2001 sembra perdere smalto, ma ancora una volta rinasce e questa volta trasforma il suo piccone in un fioretto, con cui si esercita a disturbare tutto ciò che appare troppo solido e sicuro: manovra in Europa, saltando dai Paesi Baschi (dove si divertiva a far impazzire Aznar) alla Germania, dal Belgio alla Catalogna per frenare prima l’ingresso di Berlusconi poi quello di Fini nel Partito Popolare Europeo, presenta interrogazioni parlamentari e rilascia interviste e dichiarazioni contro chiunque non accetti il suo gioco, diventando l’incubo di ministri e presidenti.

Ma sono gli anni in cui cominciano a farsi sentire la stanchezza e le nostalgie – avvisato che su un muro del Lungotevere a Roma è tornata una scritta contro di lui, che ha la «K» e la doppia «S», subito si entusiasma e spedisce un uomo del suo staff a fotografarla -, in cui si mette a giocare con la tecnologia, in cui si moltiplicano i cartelli in casa, con cui si chiede di non appoggiare armi da fuoco sul tavolino dell’ingresso o con cui avvisa chi solleva il telefono di essere prudente perché potrebbe essere intercettato. La fine del primo decennio del nuovo millennio è la meno adatta ad un politico che ha bisogno di acque sempre in movimento per nuotare al meglio, tutto sembra paralizzato dal berlusconismo e gli spazi per lui sono sempre più angusti. Ma è anche una stagione nuova, in cui i riferimenti internazionali sono ormai cambiati, dove l’atlantismo, vera stella polare di Cossiga, non è più nemmeno in cima all’agenda del nuovo Presidente americano che guarda invece all’Asia, in cui l’ex Presidente ha ormai perso i suoi interlocutori tradizionali in Europa e in cui gli italiani sembrano volere una politica efficiente e semplificata e non sopportano più i giochi di Palazzo.

Poi arriva l’estate in cui la maggioranza più solida della storia della Repubblica si mette a scricchiolare e salta in aria, la battaglia parlamentare si fa incandescente e si torna perfino a parlare di impeachment di un capo dello Stato, in cui i veleni, i dossier e le veline la fanno da padrone, un’estate ideale per chi sapeva muoversi più veloce di chiunque altro. Ma non è più quel tempo e forse il sistema non avrebbe retto altre manovre e giochetti, bisognoso com’è invece di riforme, di chiarezza e di governo.

Ora ci si chiederà quali segreti si è portato con sé, quali rivelazioni avrebbe potuto ancora fare sulla stagione del terrorismo e delle stragi, sulla morte di Moro, sui rapporti tra i due blocchi nell’era della Guerra Fredda, su Gladio e sulle deviazioni dei servizi segreti. Impossibile dare una risposta, forse aveva ben meno misteri di quelli che gli sono stati attribuiti, forse nel fiume di parole che ha sempre pronunciato c’è già davvero tutto quello che sapeva, ma certamente se c’era qualcosa che aveva giurato a se stesso dovesse andarsene con lui allora non sarebbero serviti a nulla altre mille interviste o decine di libri. È bene che siano state rese pubbliche subito le lettere che ha lasciato alle più alte cariche istituzionali (quella al presidente del Consiglio, non ancora pubblicata, ricalcherebbe le altre), per evitare nuove leggende velenose e perché certo non abbiamo bisogno di altri misteri e di rivelazioni tardive o a getto continuo. È tempo che la storia d’Italia venga studiata con calma, per rimettere in ordine verità e memorie, nel rispetto di chi ci ha lasciato ieri e di tutti quelli che se ne sono andati prima di lui.
La Stampa del 18 agosto 2010

"Cinisi, i cento passi di Veltroni in memoria di Impastato", di Manuela Modica

Da una parte i dati, dall’altra i passi. Contro la mafia. Il ferragosto in Sicilia va così. A Palermo, il ministro dell’Interno Roberto Maroni, in conferenza stampa, assieme al ministro della Giustizia Angelino Alfano, conta: «Sono stati catturati in media otto mafiosi al giorno. Sono stati sequestrati e confiscati alla mafia beni per 14,9 miliardi di euro». Ecco il risultato «della strategia del governo contro la mafia». A Cinisi c’è, invece, Walter Veltroni. Conta i passi verso uno di quei beni confiscati alla mafia, la casa di Tano Badalamenti. “Siamo già arrivati?”, chiede, perché il passo verso la mafia in Italia è breve. E non è un numero: “Ma ca fannu tutti sti turisti qua?”. Sono domande che ci si fa dal barbiere. A Cinisi, di turisti non se ne vedono tanti, ma ormai si sa: “A vedere la casa di quel rompicoglioni sono venuti”. Sono chiacchiere di paese, dove le chiacchiere piacciono solo là, solo dentro. È qui che Peppino Impastato, il rompicoglioni “ca non si faceva i fatti suoi”, muoveva i primi passi. Cesare Vitale, compagno di classe di Peppino, quando racconta della sua fervida creatività spalanca gli occhi, fa circolare la mano: “Ah… aveva una mente così brillante che trascinava tutti”. Tutti, e trascina ancora.

Walter Veltroni, con la famiglia, la moglie e lue due figlie, fino a quei due marciapiedi così vicini, così lontani. Trascina la signora Candela, a Cinisi c’è anche lei. Arriva, appoggiata al suo bastone, da Montelepre, perché ha saputo che c’è Walter Veltroni. I Veltroni passeggiano per questo paese dove c’è tutto e il suo contrario. Incontrano così la storia di uno che non s’è fatto i fatti suoi. Ma anche quella di sua madre, di suo padre, di un paese, del Paese. A raccontarla è rimasto il fratello, Giovanni Impastato: “Da qui mio padre lo cacciò di casa. Dopo la sua morte mia madre rifiutò la vendetta e ruppe con i parenti. Fu lei a volere aprire la casa a tutti”. E il nocciolo è qui. Peppino lo sapeva: “Non aspettano altro che il nostro disimpegno, il rientro nella vita privata”. È un nodo che a Veltroni non sfugge. In questa estate «la più brutta che io ricordi» porta Martina, 23 anni, Vittoria, 20, a conoscere i luoghi, i libri, – Marx, Pavese, Pasolini –, la famiglia simbolo della “meraviglia dell’impegno civile”. Un impegno contro la mafia che va oltre i numeri, e vuol dire patimento: “I successi non sono dei governi ma dei magistrati e delle forze dell’ordine: sarebbe curioso se il governo ne ostacolasse il lavoro…”. Veltroni passeggia, con i suoi per le strade di “Maffiopoli”: «Basterebbe guardare in faccia questa parte meravigliosa d’Italia: tra questa e i dossier c’è un abisso».

Va a casa Badalamenti, come prima tappa. Oggi è aperta anche quella, confiscata dallo Stato, consegnata al centro Impastato. Un risultato che è costato e durato una vita: quando viene ucciso è il 1978, Badalamenti viene condannato nel 2002, la casa consegnata agli Impastato – ne faranno un centro culturale – lo scorso maggio. Giovanni ricorda i passaggi giudiziari, e non scorda: “Tutti quelli che hanno cercato la verità sulla morte di mio fratello sono morti. Quelli che l’hanno ostacolata hanno fatto carriera”. L’ex segretario del Pd, oggi membro della Commissione Antimafia scuote la testa: “Non poteva essere tutta farina del sacco mafioso”. Ed è un’estate forse molto vicina a un’altra orribile, quella delle stragi di mafia: “La magistratura saprà fare piena luce – commenta Veltroni –. È certo, ormai, che non si trattò solo di mafia”. E quel che ‘conta’, adesso, sono proprio quei cento passi: chi sta tra le due case. Le divide. E le unisce.

da www.unita.it

"Il David e la sfida di Firenze: sì allo Stato ma gestione comune", di Vittorio Emiliani

Perché fra Comune di Firenze e Stato italiano è riscoppiata questa ferragostana “guerra per il David” michelangiolesco? C’è di tutto un po’ in questa salsa non proprio gradevole che condisce un classico “piatto del giorno”. C’è del vecchio e c’è del nuovo. Firenze ha sempre un po’ patito il trasferimento della capitale dall’Arno – dov’era approdata nel 1861 provvisoriamente – al Tevere dove traslocò dopo la storica “breccia” del ’70. Ora l’attivo sindaco di Firenze, Matteo Renzi, sostiene che, proprio nell’atto di trasferire a Roma la sede del governo, dichiaratamente si indennizzò quella vedovanza, od orfanità, della capitale con la proprietà di Palazzo Vecchio e di quanto stava nell’arengario, quindi anche del possente ed elegantissimo David. Soltanto nel 1872 esso venne portato nel Museo statale dell’Accademia divenendone il “totem”, sostituito da una copia all’ingresso dello storico Municipio. Gli avvocati del ministero – retto dal toscano Sandro Bondi – ribattono che proprio in quella circostanza la città del giglio nulla rivendicò, neppure il bel David ammiratissimo dalle visitatrici.

Allora si va più indietro, all’anno in cui la Repubblica fiorentina pagò i 400 fiorini ancora dovuti al Buonarroti dai committenti (Opera del Duomo e Arte della lana) per quel capolavoro. Già – ribattono i legali del ministero – ma il Comune di Firenze – rinato in epoca granducale, fra 1771 e 1783 – può essere considerato l’erede della Repubblica fiorentina? Secondo loro, proprio no: quella marmorea eredità passò direttamente da Stato a Stato, cioè dal Granducato di Toscana al neonato Regno d’Italia.
A questo punto va detto che, grazie soprattutto al suo “feticcio”, la Galleria dell’Accademia si piazza fra i primi cinque musei italiani registrando (ultima cifra) circa 8 milioni di euro di incassi. Siamo lontani dall’autentico vitello d’oro del Colosseo, in cima alla classifica nazionale degli introiti con circa 30 milioni di euro, quasi un terzo di tutti gli incassi dei musei statali (i maggiori, ma non tutti). E però 8 milioni in questi tempi grami sono un gran bel pacco di denari. Da anni il Comune di Firenze sostiene che – con gli Uffizi, con l’Accademia e con altri musei statali – il ministero si porta via una somma decisamente consistente senza restituire granché alla città. Al punto da non ripulire neppure i muri dei propri musei dalle scritte vandaliche. «La questione in realtà è politica», puntualizza con franchezza il sindaco Renzi, «questi del governo sono federalisti solo quando gli fa comodo». Il ministro Bondi ribatte parlando di «una disputa meschina» e però sul tavolo del contenzioso gli amministratori fiorentini possono rovesciare una montagna di questioni irrisolte: i Grandi Uffizi (in pratica, il raddoppio degli attuali spazi espositivi) ormai fermi; il Maggio Musicale (la più internazionale fra le manifestazioni musicali italiane) senza un teatro-auditorium moderno, col vecchio (e bruttaccio) Comunale e con la bella Pergola che era dell’Ente Teatrale Italiano, di cui il governo ha deciso lo scioglimento, e che non si sa quale sorte avrà. Per non parlare di una legge speciale a cui Firenze aspira (come molte città ex capitali, tante in Italia) al pari di Roma. Tanto che proprio ieri il sindaco fiorentino si è detto disponibile a incontrare il ministro Bondi, a Firenze o a Roma poco importa: «Siamo pronti a una gestione condivisa, non nell’interesse delle singole amministrazioni, ma dei cittadini». E ancora: «Noi teniamo musei e biblioteche aperti fino a mezzanotte. Se lo Stato lo fa va molto bene: ma lo Stato è disposto a farlo?».

Temi caldi, insomma, resi addirittura incandescenti dai tagli lineari che il ministro Tremonti ha inferto alle Regioni e quindi ai trasferimenti erariali ai Comuni, e al ministero per i Beni e le Attività Culturali in primo luogo (Bondi acquiescente, in ginocchio), riducendo alla canna del gas le Soprintendenze, molte delle quali rette ad interim. Ecco perché quegli 8 milioni di euro di incassi fanno obiettivamente gola. A Firenze come a Roma. Una sorta di guerra fra poveri. In realtà ci va di mezzo la cultura italiana, il suo livello internazionale, la sua fruizione di massa. Bondi e il superconsulente Mario Resca spingono per spremere più soldi dal limone dei musei, almeno da quelli statali: col rischio di rendere troppo cari i biglietti (per intere famiglie) o di ridurre esenzioni socialmente utili (studenti, scolaresche, studiosi, anziani, ecc.). Invidiano apertamente gli incassi del Grand Louvre, che però, insieme al pur gigantesco merchandising, formano appena il 18-20 % delle risorse del maxi-museo (il resto ce lo mette lo Stato). Invidiano i Musei Vaticani, dove però paga, inflessibilmente, la quasi totalità dei visitatori. Una macchina da soldi. Ma è cultura questa? O non lo è di più la secolare gratuità della National Gallery e del British Museum di Londra?

da www.unita.it

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“Renzi a Bondi: «Gestiamo il David e i musei insieme»”, di Ste. Mi.
La querelle intorno alla proprietà del David di Michelangelo si rinfocola appena passato Ferragosto dopo che i legali del ministero per i beni culturali hanno detto che è dello Stato e il sindaco di Firenze ha replicato che è della città. Matteo Renzi in una conferenza stampa dice: «La proprietà è del Comune, giuridicamente lo attestano tutti i documenti. Nel 1871 è stato ceduto al Comune di Firenze a titolo di risarcimento». E ancora: un regio decreto del 1871 e l’accatastamento stabilivano il passaggio di proprietà dallo Stato alla città di Palazzo Vecchio, compreso l’arengario (davanti all’edificio del Comune), là dove svettava la scultura prima di venir portata nel museo dell’Accademia. A ogni modo concorda con una gestione condivisa manifestata dal ministro Sandro Bondi (dopo che peraltro l’aveva suggerita lo studioso Giorgio Bonsanti): «Noi siamo pronti a tutti i tipi di gestione condivisa. Propongo il modello di gestione dei beni culturali che si sta sperimentando a Firenze. Teniamo musei e biblioteche aperti fino a mezzanotte, Palazzo Vecchio oggi è aperto e pieno di turisti. Se lo Stato lo fa va molto bene, ma è disposto a farlo?». E infine, osserva, «sarebbe interessante affrontare la questione dei diritti d’autore per lo sfruttamento dell’immagine di opere celeberrime»

Il titolare del dicastero si è affidato a un comunicato stampa in mattinata: «Mi vedo ancora una volta coinvolto contro la mia volontà in una polemica assurda e inopportuna. Il David è un simbolo di unità culturale per Firenze e per l’Italia. Lla proprietà, sollevata in termini propagandistici dal sindaco, è una questione meschina». Il corpo in marmo del giovane eroe simbolo della città divide. Per un fatto anche economico chiaro: il battagliero ragazzo porta all’Accademia un milione di visitatori l’anno e 8 milioni di euro d’incasso, ma quei soldi sono di un museo statale e quindi l’amministrazione fiorentina niente incamera.

Lo spiraglio. Il ministro scrive: «Sono d’accordo con quanti hanno sostenuto una gestione condivisa. Questo orientamento è sempre stato quello che ho privilegiato su tutte le questioni aperte con il Comune, al di là delle diverse appartenenze politiche. Per il futuro resterò fermo a questa condotta, e non mi farò trascinare in nessuna ulteriore polemica». Comprensibile, e però Bondi fa parte di quel governo che ha la Lega come uno dei suoi assi portanti e che sventola il federalismo spinto come uno dei vessilli.

Chi copia. Conviene notare una curiosità: il ministro riprende espressioni prese paro paro da una breve intervista pubblicata il 15 agosto dal Corriere della Sera a Bonsanti, autorevole studioso di restauro, già soprintedente dell’Opificio delle pietre dure e direttore dell’Accademia dal 1979 al 1988 e ora ordinario di storia del restauro. Bonsanti (che per inciso non parteggia per il fronte politico di Bondi) ritiene lo Stato proprietario, definisce tutta la questione «meschina» (non le persone) e pensa «che andrebbe superata nell’ottica di una gestione condivisa e progettuale. Il David è un simbolo di unità culturale per Firenze e per l’Italia». Bondi l’ha copiato.

La querelle. Ricordiamola in breve. Due legali nominati dal ministero hanno affermato che questo Michelangelo è dello Stato perché l’Italia lo ha ereditato dal Granducato di Toscana (quindi da uno Stato), e non dalla città. Per gli avvocati il Comune attuale, istituito tra il 1771 e il 1783, non è l’erede diretto della Repubblica fiorentina che nel 1504 pagò i 400 fiorini per la statua e che collocò davanti a Palazzo Vecchio, dove ora la rimpiazza una copia. E hanno aggiunto che quando il David fu trasportato nel 1871 al museo dell’Accademia il Comune non rivendicò la proprietà. Renzi ha ribattuto che i documenti dicono il contrario ha chiesto a Bondi anche di discutere di faccende in sospeso come i Grandi Uffizi, i finanziamenti per il Maggio musicale fiorentino, il destino del Teatro della Pergola che era del disciolto Eti, una legge speciale per la città «che, se torniamo a votare, sicuramente ci riprometteranno come in tutte le passate campagne elettorali».

da www.unita.it del 16 agosto 2010