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"Macelleria istituzionale", di Massimo Giannini

La macelleria politica e costituzionale del tardo-berlusconismo ha infine obbligato il Quirinale a compiere un atto irrituale ed estremo. Solo nell´Italia di oggi, destabilizzata dalle pulsioni tecnicamente eversive del capo del governo e avvelenata dalle operazioni di killeraggio mediatico dei suoi sicari, può accadere che un presidente della Repubblica debba scrivere in una nota ufficiale che chi nutre dubbi sul suo operato ha il «dovere» di chiederne l´impeachment. Come prevede la stessa Carta del 1948, che all´articolo 90 indica le modalità e le procedure della messa «in stato d´accusa» del Presidente, nei casi specifici di «alto tradimento» e di «attentato alla Costituzione».
A tanto, dunque, è stato costretto Giorgio Napolitano, per fermare «le gratuite insinuazioni e le indebite pressioni» che, nell´avvitarsi di una crisi sempre più drammatica del centrodestra, colpiscono da giorni la più alta carica dello Stato. Il suo comunicato dà la misura di quanto sia grave e pericoloso il conflitto istituzionale in atto. E solo una lettura ipocrita e riduttiva del monito lanciato dal Colle può ridimensionarne la genesi alla necessità di rispondere all´intervista che due giorni fa il vicecapogruppo del Pdl alla Camera ha rilasciato al «Giornale».

Maurizio Bianconi ha trattato Napolitano come un nemico, che «tradisce la Costituzione fingendo di rispettarla». L´ha accusato di «incoerenza gravissima», perché colpevole di dire «no al voto anticipato e sì alla ricerca di un governo tecnico». Parole inconsulte e irresponsabili, scagliate come pietre contro il massimo organo di garanzia della nazione. Ma chi ora definisce Bianconi un semplice «peone», o un «golpista da operetta», non rende un buon servizio alla verità. Non si può non vedere come questi vaneggiamenti riflettano un «sentire comune» che, nella disperata trincea del Popolo della Libertà, accomuna più o meno tutti gli esponenti dell´armata forzaleghista.
Da Alfano a Maroni, da Gasparri a Cicchitto: in queste settimane l´intera batteria dei luogotenenti del premier, sproloquiando di «ribaltoni» e di «congiure di palazzo», non fa altro che sfidare il Capo dello Stato, cercando di mettere in discussione il suo ruolo, di snaturare le sue prerogative, di condizionare le sue scelte. E non si può non vedere come queste urla riecheggino nel silenzio assordante e colpevole dello stesso presidente del Consiglio. Berlusconi tace, e dunque acconsente. Lasciando le ridicole precisazioni di prammatica ai Capezzone e ai Rotondi: tocca a loro riempire il tragico vuoto politico dell´agosto berlusconiano, replicando le intimidazioni ma rinnovando al presidente della Repubblica una «stima» e un «affetto» che suonano paurosamente vuoti, retorici e perciò falsi.
Siamo arrivati al limite estremo, alla rottura di tutti gli equilibri istituzionali. Dunque, quando Napolitano denuncia «interpretazioni arbitrarie» e «processi alle intenzioni», non è certo a Bianconi che si riferisce. Il Capo dello Stato parla a tutto il centrodestra, e rilancia la sfida al leader che ne incarna l´anima «rivoluzionaria» e ormai palesemente anti-statuale. In vista dell´ormai inevitabile showdown d´autunno, il comunicato del Colle suona quasi come una «chiamata finale», dalla quale si possono e si devono trarre alcune lezioni. La prima lezione: le istituzioni appartengono alla Repubblica, e non al Cavaliere, e dunque vivono nella reciproca autonomia e nel mutuo rispetto delle norme sancite dalla Costituzione.
La seconda lezione: la Costituzione è la casa di tutti gli italiani, e dunque non può essere piegata all´ermeneutica di parte o alla logica di partito. La Carta assegna prerogative precise e compiti tassativi al Capo dello Stato, che li esercita con la massima indipendenza e la massima responsabilità, nella normale dialettica tra i poteri e nella leale collaborazione tra gli organi di garanzia. Tutto questo vale sempre: nella fisiologia della vita politica, quando si tratta di promulgare o rinviare una legge al Parlamento, come nella patologia di una crisi, quando si tratta di sciogliere le Camere o di verificare se esistano maggioranze alternative. Questo dice la Costituzione, di cui il presidente della Repubblica è il custode e il garante.
Di qui la terza ed ultima lezione: quando rivendica le sue prerogative costituzionali, Napolitano tutela la Costituzione formale, che non può essere stravolta da una costituzione materiale introdotta surrettiziamente con la semplice iscrizione della parola «Berlusconi» su una scheda elettorale, come fosse la formula magica della modernità politica. Il premier farà bene a ricordarselo, in vista della battaglia di settembre. Per quanto svilita, la democrazia ha le sue regole. E le regole sono una garanzia per tutto il popolo italiano, non un appannaggio del solo Popolo delle Libertà.

La Repubblica del 17 agosto 2010

Buon ferragosto!

Manuela Ghizzoni e la Redazione augurano un buon ferragosto agli affezionati lettori, agli amici che interagiscono e arricchiscono questo sito, a chi scrive e segnala notizie e curiosità, a chi protesta e a chi sollecita a fare meglio.

"Il viaggio dell'Unità 150 anni dopo. Bello confondersi col tricolore" di Giuseppe Civati

Di che nazionalità sei?», chiede Nico, nel ristorante in cui i camerieri sono quasi tutti stranieri. «Sono siciliano», risponde il ragazzo dietro il bancone, sorpreso e divertito insieme. Siamo a Reggio Emilia. La città del tricolore. E con i colori ci si può anche confondere. Anzi, lo vedremo, ci si deve proprio confondere. Alberto, che incontriamo di fronte al museo che al Tricolore è dedicato, ricorda di quando le forze dell’ordine hanno presidiato via Roma, perché i cittadini si lamentavano del degrado. E la cosa più irregolare che hanno trovato erano i reggiani che affittavano agli stranieri, per cifre folli, piccoli appartamenti, anche per dieci persone alla volta. Poi gli stranieri hanno imparato come si fa. E le cose sono scappate di mano. Chissà perché mi viene in mente via Padova. Chissà.

Ora siamo nel quartiere della stazione, in piazza Domenica Setti, «vittima dell’eccidio delle Officine reggiane», dice il cartello. Una piazza nuova, con il chiosco analcolico gestito da una cooperativa: qualcuno, nel quartiere più difficile della città, si occupa del degrado.

Lì vivono 5000 persone, il 70% è di origine straniera. La giunta comunale ha avviato da tempo un progetto di convivenza, basato su regole e responsabilità. E ha promosso un patto con i cittadini residenti: un «progetto unitario e complessivo», dice l’assessore Franco Corradini, che tocca diversi aspetti della vita quotidiana, dalla convivenza nei condomini alla pulizia delle strade, dai progetti di insegnamento della lingua italiana alla partecipazione di tutti, anche quando si tratta della raccolta differenziata dei rifiuti. Per ridare un «senso di appartenenza ai luoghi» che rappresentavano il «fulcro del degrado». Un parcheggio coperto che era diventato la sentina di ogni vizio: spaccio, abbandono di rifiuti, atti di violenza. Il Comune ha provveduto e provvede, perché la sfida della convivenza non finisce mai: manutenzione di quell’area, abbattimento del parcheggio, apertura della nuova piazza. Non ci sono solo i vigili, ci sono anche gli operatori di strada, a Reggio Emilia. Andate a spiegarlo a Milano, se ci riuscite.

Piazza Setti si apre su via Turri, la strada forse più multietnica della città. E la convivenza si celebra sotto i portici, al civico 25, dove c’è la polizia municipale e un centro di mediazione dei conflitti, sociale e condominiale: perché è lì che precipita la globalizzazione. Nei condomini. La prossima sfida di Corradini riguarda la qualità del commercio etnico. E dove i Nas hanno appena chiuso un negozio che non rispettava le regole, è nata l’idea di un punto vendita dei prodotti delle terre confiscate alla mafia, come promozione della legalità. Tutto si tiene, nell’Italia divisa del 2010.

A Novellara un assessore, Youssef Salmi, è stato clandestino. Non è strano. Quasi tutti gli immigrati che incontrate in giro per il Paese, “prima”, sono stati clandestini. «Puntare sui giovani», sostiene Youssef, che chiede al Pd più coraggio e sa quanta fatica si fa quando si cerca di parlare in modo “diverso” di immigrazione. E di cittadinanza, soprattutto. E i giovani, per Youssef, sono italiani e stranieri che un giorno si confonderanno. Gli fa eco, da Quattro Castella, Ramzi Ben Romdhane, che è consigliere comunale. E dice che è tutta questione di diritti che vanno riconosciuti a tutti. Come vorrebbe la Costituzione, per esempio. E dovremmo iniziare a parlare di «lavoratore straniero», tutto insieme, come se fosse una formula omerica. Senza soluzione di continuità, perché questo ci dicono le statistiche, che molti (quasi tutti) fanno finta di non vedere. E dovremmo evitare di pensare che siamo «buonisti», perché – se volete la mia – «buonista» è un aggettivo che si sono inventati gli «stronzi». Qui c’è qualità amministrativa, capacità di intervento, soluzione dei conflitti. Altro che storie.

A Novellara, l’atrio della Rocca dei Gonzaga ospita una bandiera della pace, la classifica di Miss Anguria e una lapide che ricorda Angelo Torelli, diciottenne, caduto a San Martino. E le sfide in città sono molte, sempre di più, a cominciare dall’intervento per riqualificare via Veneto. Dove la polizia municipale ha sviluppato un vero e proprio know how, da esportare, e dove è intervenuta però tutta l’amministrazione nel suo complesso. Perché così si fa. Protagonisti il sindaco, Raul Daoli, e Paolo Santachiara, l’assessore alla Cultura. Esperienze quasi sconosciute al dibattito nazionale, che predilige i proclami e le sirene (in ogni accezione del termine) della destra al lavoro serio e consapevole delle amministrazioni democratiche. Buone pratiche ancora «clandestine» che per il Pd potrebbero rappresentare quei simboli che andiamo cercando e che sembriamo non trovare mai. Raul è andato fino a Toronto, per capire come si fa, l’integrazione. E anche se molti non capiscono, il giovane sindaco è sulla strada giusta.

E Novellara ci insegna che, oltre alle differenze, dovremmo iniziare a celebrare i tratti comuni, tra le persone. Perché nel vicinato possono maturare insospettabili vicinanze: amicizie e amori. Sogni e bisogni delle persone: alla fine di questo si tratta. E un ciclista con il turbante, che incroci all’imbocco della rotonda, è prima di tutto un ciclista. E un lavoratore, perché sta andando a lavorare. E i suoi figli vanno a scuola. E cresceranno in Italia. E accenderanno, a loro volta, un mutuo. E, quando sarà il loro turno, cercheranno un lavoro. Insieme a noi.

Progetti di vita e realizzazione di sé. Questo è il punto. E a Novellara si scopre che l’unità la si può fare solo nel futuro. E come nel Pd, anche nella vita, dovremmo chiederci «dove stiamo andando», oltre al tradizionale «da dove veniamo», che ci pone sempre sulla difensiva e ci mette paura. In questo strano viaggio, nell’Italia senza identità che stiamo attraversando, scopriamo che ancora una volta il futuro e l’unità vanno di pari passo. Anche quando si presentano con l’espressione apparentemente contraddittoria (ma costituzionale come poche altre) che fa da titolo al Festival che da tre anni si celebra a Novellara: «Uguali diversi». Intercultura nel 2008, crisi nel 2009, giovani nel 2010: un programma di governo. «Futuro cercasi» è lo slogan. Chissà se qualcuno vorrà affittarcelo, il futuro. Altrimenti ci toccherà occuparlo. Democraticamente, s’intende.

L’Unità 14.08.10

Scuola, sempre più presidi part-time. Già 1.500 sedi coperte da “reggenti”, di Alessandra Migliozzi

Millecinquecento scuole italiane per tutto il prossimo anno scolastico saranno “governate” da un preside part-time, un dirigente preso in prestito da qualche istituto vicino. A causa dei numerosi pensionamenti e dei tempi biblici che intercorrono fra un concorso e l’altro, infatti, quest’anno è boom di posti vacanti. Fino al 2007 si ricorreva ai presidi incaricati, professori prestati al ruolo di dirigenti. Poi questa figura è stata abolita (restano al loro posto solo gli incaricati già esistenti) e ora l’unica soluzione, quando le graduatorie si svuotano, è ricorrere ai “supplenti” anche per i presidi, che in gergo tecnico si chiamano reggenti. Quest’anno, calcola l’Anp, l’Associazione nazionale di categoria, saranno circa 1.500. Con inevitabili disagi: un solo preside dovrà coprire due istituti. Di solito l’amministrazione scolastica va a caccia del reggente nelle scuole vicino a quella con la poltrona vacante. Ma non sempre si trova il candidato. Così, a volte, il dirigente part-time deve affrontare un bel viaggetto per fare la spola fra una sede e l’altra. Il che comporta meno tempo a disposizione di prof, segretari, bidelli e genitori. In una scuola che gestisce situazioni sempre più complesse e in cui le risorse sono minime e vanno spese al meglio, avere un preside part-time non è il massimo. Eppure quest’anno il 15% degli istituti scolastici finirà in mano ad un dirigente che ha già una sua sede e che dovrà dividersi fra più consigli di istituto, farsi in quattro per seguire il doppio o il triplo dei professori e ascoltare le ragioni di decine di genitori in più. Il record di queste situazioni si registrerà in Lombardia dove sono oltre 300 le reggenze che dovranno essere assegnate. L’Ufficio scolastico è già al lavoro. Nel Lazio saranno 110, in Veneto 90 così come in Piemonte, spiegano sempre all’Anp. A poco serviranno le 170 assunzioni già promesse dal ministero. Sono una «goccia nel mare», dicono dall’Associazione dei presidi che chiede «che si faccia subito il concorso per 2.800 posti annunciato per il prossimo autunno dal ministro Gelmini in un incontro con i sindacati». «Bisogna farlo subito – sottolinea Giorgio Rembado, a capo dell’Anp – perché per espletare questo tipo di procedure ci vogliono molti mesi. Se il concorso verrà bandito ad ottobre probabilmente avremo in ruolo i vincitori nel 2012 e i 2.800 nuovi posti saranno appena sufficienti, a quel punto, per coprire le nuove vacanze». Si calcola, infatti, che entro il 2012 i posti vuoti saranno oltre 3.000. A quel punto ci saranno ancora reggenze da assegnare e con i pensionamenti ulteriori si libereranno altri posti e il giro ricomincerà. «Per evitare che la situazione si ripeta con i numeri di quest’anno- prosegue Rembado- è necessario che i concorsi vengano banditi con regolarità. In alcuni casi sono passati anche dodici anni prima di farne uno. L’ultimo concorso c’è stato sei anni fa. L’intervallo ideale dovrebbe essere di due anni». Qual è l’aspetto più preoccupante delle reggenze? «Il carico di lavoro eccessivo a cui viene sottoposto ciascun dirigente. Oggi le scuole, soprattutto in città, sono molto grandi e non sempre vicinissime tra loro». L’Anp aveva insistito per lasciare al loro posto, per un altro anno, i presidi attualmente in carica e in via di pensionamento, ma non c’è stato nulla da fare. A settembre, dunque, centinaia di genitori scopriranno di avere un dirigente part-time da condividere con le famiglie di un altro istituto. Chissà quante volte si sentiranno dire «ripassi domani, che oggi il preside non c’è». Anche perché l’ultima manovra economica vieta ai dipendenti pubblici di usare il mezzo proprio per gli spostamenti, ricordano dall’Anp. I presidi reggenti o pagheranno di tasca loro o dovranno contingentare al massimo le trasferte e gli spostamenti da una scuola all’altra per non rimetterci troppo.

Il Messaggero 15.08.10

Rosy Bindi: «Ignorano i principi della Carta», di Natalia Lombardo

Non mi meraviglio delle minacce che vengono dagli esponenti del centrodestra: ancora una volta dimostrano la loro totale mancanza di cultura costituzionale»: così Rosy Bindi, presidente del Pd, commenta l’attacco del Pdl al Capo dello Stato.

Come valuta le parole di Napolitano?
«Sono richiami importanti: ha ricordato che c’è una Costituzione, che l’Italia è una democrazia parlamentare, che le Camere non le scioglie il presidente del Consiglio ma il presidente della Repubblica. È lui il garante della volontà popolare che si esercita dentro al Parlamento. Il Pdl si comporta come se fossimo una repubblica presidenziale».

Viene accusato di aver indicato, in anticipo, un governo tecnico.
«Napolitano non ha parlato di governo tecnico. Il Pdl ha scambiato per intervento politico il suo richiamo alla Costituzione, lo accusano perché non hanno cultura costituzionale. È la vera discriminante tra noi e loro».

Anche Schifani si richiama alla volontà popolare e al voto. Che ne pensa?
«Sono gravi e preoccupanti le parole della seconda carica dello Stato: non rispetta le prerogative costituzionali del Capo dello Stato perché confliggono con il suo interesse politico. Non è accettabile. La maggioranza ha il diritto e il dovere di provare a stare insieme. Non ci riusciranno, ma devono farlo per rispetto dei loro elettori, e se non hanno i numeri in Parlamento può formarsi una maggioranza diversa, che il Capo dello Stato ha il diritto dovere di registrare».

Quindi verificare se c’è una nuova maggioranza.
«Sì. Abbiamo una legge maggioritaria ma siamo una Repubblica parlamentare. Come recita l’articolo 1 della Costituzione, che al Pdl fa venire l’orticaria: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Uno di questi limiti è il Parlamento e il potere di scioglimento è del Capo dello stato e non del Consiglio, né del presidente del Senato».

Dal Pdl contestano la scelta de l’Unità.
«Dovrebbe essere apprezzato il fatto che Napolitano ha scelto il giornale che in qualche modo è espressione di familiarità, criticarlo per questo vuol dire ignorare che, salvo alcune eccezioni, tutti hanno una storia politica. È irrispettoso nei confronti della persona, della sua storia e del suo valore».

Altra accusa a Napolitano: non ha difeso Berlusconi come Fini.
«Il Capo dello Stato ha detto una cosa importante: non si trasformino le crisi politiche in crisi istituzionali. È un richiamo corretto, non difende la persona di Fini, ma il presidente della Camera sotto attacco istituzionale, cosa che non è avvenuta verso Berlusconi, di cui nessuno ha chiesto le dimissioni per le vicende personali. Il paragone non regge: non c’è mai stato un linciaggio e una rappresaglia così forte a una istituzione».

Utilizzando i giornali di famiglia,
«Sì, per tutti ha parlato Stracquadanio: Fini come Boffo. E ora l’autorità garante dell’equilibrio fra le istituzioni ricorda che nessuna crisi politica, né un attacco alla persona, può trascinare con sé una crisi istituzionale».

Cosa pensa di un governo tecnico?
«Non abbiamo voglia di un ribaltone, abbiamo chiesto un governo di responsabilità nazionale per cambiare la legge elettorale e affrontare questa tremenda crisi, anche sociale. E noi dovremmo convincere la maggioranza a sostenere un tale governo di transizione. Il primo invito è che ne facciano parte tutti, ma se non ci stanno non devono agitare le piazze. È la legge elettorale delle ammucchiate, ha costretto a stare insieme noi con l’Unione e oggi manda in frantumi una maggioranza nata dal ricatto di Berlusconi a Fini: o entri nel Pdl o non stai in coalizione. Cambiarla fa bene al Paese, ma a loro non interessa».

Quindi bene il fronte unico delle opposizioni?
«Dobbiamo fare un’alleanza grande per difendere la Costituzione. E questo fronte aumenterà se una parte della maggioranza continuerà nella guerra dei dossier e nell’atteggiamento eversivo. Berlusconi vuole il voto per stravolgere la Costituzione. Altrimenti cosa va a fare alle urne? Per farsi dire bravo? Il suo bilancio è fallimentare».

L’Unità 14.08.10

"Senza libertà di pensiero l'uomo è perduto. Simone Weil appassionata del bene comune", di Elisabetta Rasy

Nella devozione di certi suoi adepti e adepte di oggi Simone Weil prende spesso una fisionomia caricaturale. Quella di una sorta di santa laica che, nascosta dietro monastiche vesti scure, praticava un impeccabile distacco dal mondo. Niente di più inesatto: per tutto l’arco della sua non lunga vita Simone aveva coltivato contatti col mondo costanti, intensi e avventurosi.

Certo, il suo aspetto era ascetico e colpiva quelli che la conoscevano da vicino, come il poeta Jean Tortel, che nel 1940 a Marsiglia, quando partecipava alle riunioni della rivista «Cahiers du Sud», la descrive così: «Una specie di uccello senza corpo, piegato su se stesso. In un’ampia mantellina nera che non lasciava mai, lunga fino ai polpacci; immobile, silenziosa, sedeva da sola – estranea e attenta, indagatrice e insieme lontana – all’estremità di un vecchio canapé sovraccarico di libri e riviste. Una presenza. Presente. Inconsueta».

Ma anche quel suo corpo consumato era frutto di un preciso impegno cui Simone era fedele fin dall’adolescenza: quello di rifiutare ogni privilegio. Di privilegi avrebbe potuto averne: i suoi genitori erano agiati, colti, di ampie vedute, affettuosi e generosi. Ma il privilegio faceva orrore a Simone, come uno di quei misfatti che spezzano la relazione tra lo spirito dell’uomo e quello dell’universo, e da quando a vent’anni cominciò il suo mestiere d’insegnante nelle cittadine della provincia francese scelse non solo di essere sempre dalla parte dei diseredati, ma anche di condividere le angustie le fatiche e i rischi della loro vita in una militanza che, se toccò ambiti diversi e contrari, dalla politica alle religione, non venne meno neppure sul letto di morte, nell’agosto del ’43 in Inghilterra dove era andata a lavorare, nella speranza di raggiungere la Resistenza francese, per il Commissariato per gli Interni e il Lavoro di “France Libre”, l’altra Francia in esilio capeggiata da Charles de Gaulle.

A leggere le opere, frammentarie quanto coerenti, quasi tutte pubblicate postume, che Simone Weil ha lasciato, oppure l’ampia biografia che la sua compagna di studi Simone Pétrement le ha dedicato, ci si chiede non che cosa potrebbe servire all’Italia di oggi ma che cosa non potrebbe, tanto i suoi scritti, la sua azione e la sua stessa figura disegnano sul fondo scuro del 900 le parole di una lezione indimenticabile. Per fare qualche esempio. Fin dal suo primo impiego si attira l’ostilità delle autorità perché partecipa alle manifestazioni dei disoccupati e collabora con i sindacati rivoluzionari, con la sicurezza di chi ha frequentato Marx e i classici del pensiero socialista dai banchi di scuola. Ma a 25 anni, nel 1934, quando decide di prendere congedo dall’insegnamento per passare un anno in fabbrica e conoscere dall’interno la vera vita operaia, è già in grado di tracciare un bilancio intellettuale della sua intensa attività di militante.
In quell’anno, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale è un’inesorabile critica non soltanto dell’azione politica ma anche dei fondamenti teorici del comunismo rivoluzionario e soprattutto del “fanatismo della Storia”, sul quale tornerà in altri scritti sempre con la convinzione che sia l’unica, temibile fede del tempo presente.
Simone non si lascia intimidire dalle opinioni prevalenti, del vertice o della base – in un congresso sindacale davanti agli insegnanti anticlericali fa un appassionato elogio delle suore così come non teme di polemizzare con Trotzkij. Né si lascia ammaliare dai circoli culturali che dettano legge. Invitata da Georges Bataille ad entrare nel Circolo comunista democratico (fondato nel ’30 come reazione al culto della personalità dei filosovietici) così argomentò il suo rifiuto: «Bataille mi ha scritto che desiderava che io aderissi al Cercle. Ma la rivoluzione è per lui il trionfo dell’irrazionale, per me del razionale; per lui la liberazione degli istinti e in particolare di quelli considerati di solito come patologici, per me una moralità superiore».

Detesta gli schieramenti. Benché il suo fisico sia infragilito dalle emicranie e dalle fatiche dell’anno in fabbrica, nel ’36 parte per la Spagna per partecipare alla guerra civile e sulle rive dell’Ebro si unisce alla colonna dell’anarchico Durruti. Non uccide e non è uccisa, ma vede e pensa. Quando nel 1938 legge I grandi cimiteri sotto la luna di Georges Bernanos, che aveva osservato, da monarchico conservatore, le violenze dei fascisti in Spagna e ne era inorridito, scrive allo scrittore della sua esperienza analoga nel campo avverso.

Simone era convinta insomma che se non c’è libertà di pensiero l’uomo è perduto. Ma era anche convinta di qualcosa di altrettanto importante, un vero monito da quei cupi anni in cui è vissuta al dopoguerra: che se non c’è pensiero non c’è libertà. Per questo smonta con mitezza e infrangibile precisione tutte le mitologie che il 900 veniva assemblando dalle idee ereditate dall’800, trasformandole in pesanti macigni ideologici: dal mito della rivoluzione a quello del progresso a tutti i costi (l’unico vero progresso è per lei «un progresso nell’ordine dei valori umani»), dal mito della tecnica a quello del relativismo culturale e morale, dal mito dell’avanguardia a quello dell’onnipotenza scientifica. E smaschera – per questo sarà impopolare nell’intellighenzia postbellica – una società in cui la secolarizzazione e la perdita della fede non comportavano un aumento di lucidità, ma al contrario sempre nuove superstizioni e divoranti idolatrie e un terribile devastante naufragio dello “spirito di verità”.

Tutto, dunque, nell’impianto del suo pensiero, così antiaccademico e antiidelogico, così genialemente etico può essere un ricostituente per la variamente debilitata Italia del nuovo secolo. Ma c’è qualcosa che sembra diretto esplicitamente al nostro smarrito oggi, su due materie scottanti: il senso del dovere e l’amor di patria. In Italia si è ormai radicata una “cultura dei diritti” sbandierata dai piani alti e da quelli bassi, e per ogni categoria e ambito della vita comune o privata. Non altrettanto, nella nostra nazione insidiata da un antico demone “uncivic”, si può dire di una “cultura dei doveri”, in una sordità che non conosce distinzioni di classe o di casta.

L’appello ai diritti appare nobile e progressista, l’appello ai doveri retorico e antiquato. Su questo complicato tema esiste una riflessione che Simone Weil scrisse negli ultimi mesi londinesi, forse considerandola una sorta di testamento. Si intitolerà, postumo nel ’49, L’enracinement, cioè il radicamento, ed è tradotto in italiano con il più poetico e fuorviante La prima radice. L’incipit del libro è già una dichiarazione di guerra: «La nozione di obbligo sovrasta quella di diritto, che le è relativa e subordinata». Per poi precisare: «Un uomo, che fosse solo nell’universo, non avrebbe nessun diritto, ma avrebbe degli obblighi».
Gli obblighi, cioè i doveri che precedono i diritti, nascono dalle necessità degli uomini, quelle palesi del corpo e quelle non meno importanti dell’anima, che attengono al «destino eterno dell’essere umano». A volte sembrano coppie di opposti, ma il loro equilibrio serve a proteggere da arbitrii e semplificazioni faziose. Enumerandoli, Weil li commenta lungamente, ma anche il loro nudo elenco ci può fornire un’utile base di riflessione: ordine, libertà, ubbidienza, responsabilità, uguaglianza, gerarchia, onore, punizione, libertà di opinione, sicurezza, rischio, proprietà privata, proprietà collettiva, verità. Il più importante è l’ultimo: la verità. «Il bisogno di verità è il più sacro di tutti». Un ottimo slogan per l’Italia contemporanea, senza distinzioni di parte.

Solo assumendosi i propri doveri prima d’inalberare i propri diritti, l’uomo potrà sfuggire al terribile sradicamento, anche etico, che corrode la modernità. È per questa via che a Simone Weil riesce un’impresa difficile, quella di dare un nuovo senso alla parola patriottismo, screditata da fascismo, nazismo e nazionalismo staliniano. La patria, scrive, può semplicemente essere definita un «dato ambiente vitale», evitando le contraddizioni e le menzogne che corrodono il patriottismo: «Quest’ambiente esiste, e così com’è deve essere difeso come un tesoro, per il bene che ha in sé».

È necessario che la patria sia degna, sia nobile per amarla? No, risponde Simone, al contrario: può esserci un patriottismo che nasce dal più puro dei sentimenti, la compassione. Anche e soprattutto un paese in crisi, materiale e morale, com’è l’Italia contemporanea, ha dunque bisogno di amor di patria. Non eroismo, sogni di gloria, vanterie d’orgoglio, ma un amor di patria purgato di retorica: umano, terrestre, quotidiano. Che, naturalmente, solo un diffuso senso del dovere e lo splendore della verità rendono possibile.

Il Sol 24 Ore 15.08.10

"La metropolitana fantasma di Parma", di Francesco Alberti

Spesi 30 milioni, ma il progetto è stato cancellato. Inchiesta della Finanza. Il ruolo di Ettore Incalza, dirigente del ministero di Lunardi e consigliere della società. Basta un clic per salire sulla nuova metropolitana di Parma. Un clic sul sito di «Metroparma spa» e via. Tutti a bordo dell’ultimo gioiello della terra di Maria Luigia: due linee per un totale di 11 chilometri, modernissimi convogli di 30 metri l’uno, utenze da latitudini cinesi («96.700 spostamenti giornalieri – è scritto – per un totale annuo che supera i 24 milioni di passeggeri»). Decisa anche la data d’inizio lavori: estate 2009. L’estate dell’anno scorso. Altro clic. Dissolvenza. E fine della favola. Proprio così. Perché nel frattempo il progetto, già approvato, finanziato e con tanto di vincitori della gara d’appalto, è finito in cantina: non si farà mai, cancellato. Esiste solo sul sito di «Metroparma spa», società ormai in sonno. Un sonno che però ora rischia di generare mostri dato che sulla storia surreale di questa metropolitana fantasma si sono piantate da qualche giorno le unghie della Finanza che, sulla base di un fascicolo aperto dalla Procura di Parma, ha bussato alla porta di «Metroparma spa» e del Comune guidato dalla giunta civico-polista del sindaco Vignali, sequestrando tutte le carte del progetto.

Un progetto decollato nel 2005 grazie al sapiente gioco di squadra tra la giunta di Parma, allora guidata dal sindaco Elvio Ubaldi, e l’allora ministro delle Infrastrutture, il parmense Pietro Lunardi. L’accordo prevedeva: 172 milioni dallo Stato, 96 dal Comune tramite mutuo trentennale e altri 38 milioni per il materiale rotabile. Pareva una marcia inarrestabile. Via libera dal Cipe e appalto vinto da una cordata di imprese quanto mai bipartisan: Pizzarotti assieme alle rosse Coopsette e Ccc. Poi però la cosa si è arenata, i costi sono lievitati, i progetti cambiati, la giunta di Parma ha cominciato a tentennare: qualcuno ha dato la colpa alla recessione, altri ai tagli. Risultato: fondi revocati, niente metro.

Qui è entrata in azione la Finanza. Non ci sono per ora indagati né ipotesi di reato. Ma tante domande e qualche brivido. Il brivido viene da una cifra. Stando ai fascicoli in mano alla Finanza, tra consulenze e progettazioni sarebbero comunque già stati spesi la bellezza di 30 milioni: per un’opera che vedrà mai la luce. La giunta parmense ridimensiona, parla di «meno della metà». Comunque, una bella sommetta. Le domande invece nascono dagli esposti presentati in questi mesi dal comitato «Stopmetro» (cartello di cittadini e associazioni da sempre contrari al progetto) e dall’avvocato Arrigo Allegri, che contro la metro tentò vanamente la strada del referendum abrogativo. Nel progetto si parlava di «24 milioni di potenziali passeggeri». E su questa base il Cipe diede il via libera. Ma una successiva delibera della stessa «Metroparma spa» riconobbe che in realtà i viaggiatori non potevano superare gli 8 milioni e mezzo (parliamo di Parma, 170 mila abitanti, non del Cairo), ridando fiato a chi sosteneva l’inutilità dell’opera. E dopo, in occasione del secondo progetto definitivo (mai approvato), è riaffiorata la storia dei 24 milioni di passeggeri. Un balletto di cifre.

Altro aspetto da chiarire, il ruolo di Ercole Incalza, esperto in sistemi metropolitani, da sempre vicino all’ex ministro Lunardi e il cui nome è comparso di recente nell’inchiesta su Anemone. Afferma l’avvocato Allegri: «Nel 2006, pochi giorni prima che il progetto andasse al Cipe, Incalza, allora consigliere del ministro Lunardi, venne nominato dal sindaco Ubaldi nel cda della società Metro, trovandosi così nel doppio ruolo di esaminatore del progetto e titolare dello stesso. E successivamente, pur restando nel cda della Metro, divenne capo della struttura ministeriale che doveva fare l’istruttoria del progetto». Replica dell’allora sindaco Ubaldi: «Non mi risulta: Incalza non aveva formalmente incarichi quando entrò, tra l’altro senza specifiche deleghe, nel cda della società Metro. E quando ottenne ruoli esecutivi a Roma, si dimise a Parma». Fosse stato per Ubaldi, la metro andava fatta, «e l’inchiesta ora è sacrosanta perché lo spreco di denaro è stato enorme e qualcuno dovrà risponderne». Vignali e la sua giunta hanno comunque di che consolarsi: il governo «amico» ha infatti deciso che darà comunque a Parma il 50% di quei 172 milioni che erano previsti per la metro. «Una mostruosità amministrativa – tuona Ubaldi -: due soggetti che si spartiscono soldi per un’opera finanziata, appaltata e poi annullata…». La regione Emilia-Romagna ha già fatto ricorso alla Corte costituzionale. Tutto per un clic.

Il Corriere della Sera 15.08.10