Latest Posts

"Siamo tutti stufi di questa politica", di Eugenio Scalfari

Sono maledettamente stufo di dover seguire i miei obblighi professionali commentando la ripetitiva rissosità e inconcludenza dei politici, l´incontenibile pulsione anticostituzionale di Berlusconi, l´uso dei dossier nei confronti di Fini e le controaccuse dei finiani contro il Cavaliere, gli sbraiti di Di Pietro contro tutto e tutti, il bastone secessionista della Lega che spunta dai borbottii di Umberto Bossi, l´attesa del Partito democratico e Godot che non arriva perché ce ne sono troppi e si paralizzano reciprocamente.
Sono maledettamente stufo e non sono il solo. Sono stufi la maggioranza schiacciante degli italiani con il pessimo risultato che il distacco dalle istituzioni è diventato un abisso. Ed è stufo e molto preoccupato il Presidente della Repubblica, come lui stesso ha detto con parole sue nell´intervista rilasciata tre giorni fa all´Unità.
Napolitano ha segnalato il vuoto che si è aperto da quando la rissa politica si è trasformata in rissa istituzionale; ha chiesto ai responsabili di questo stato di cose di mettervi fine al più presto; ha osservato che una crisi di governo al buio e un´eventuale campagna elettorale «selvaggia» rischierebbero di avere esiti nefasti per la democrazia.
Quanto a lui, ha confermato quanto già sapevamo del suo modo di pensare e di agire: farà tutto ciò che la Costituzione gli consente e gli impone di fare se si aprirà una crisi di governo. Niente di più e niente di meno.
Questo suo rispetto degli obblighi costituzionali ai quali ha giurato di attenersi (l´hanno giurato anche tutti gli altri “pubblici ufficiali” a cominciare dal presidente del Consiglio, dai membri del governo e dai presidenti delle Camere, ma sempre più spesso se ne scordano) gli ha infatti procurato un livello di fiducia popolare che sfiora l´unanimità e rappresenta uno dei pochi elementi positivi, forse il solo, della pessima situazione che stiamo vivendo.
La Costituzione stabilisce che spetta al capo dello Stato il potere di sciogliere le Camere se il Parlamento non è in grado di esprimere una maggioranza, così come è in suo potere nominare il presidente del Consiglio e su sua proposta i ministri rinviando il governo alle Camere per ottenerne la fiducia.
Da questo punto di vista ha ragione Napolitano di ricordare che non esiste un governo tecnico: i governi debbono ottenere la fiducia del Parlamento e quindi sono tutti e sempre governi politici, quali che siano il presidente del Consiglio e i ministri che ne fanno parte. Purtroppo gran parte dei politici ignorano o dimenticano questi principi costituzionali e le norme che li configurano. Di qui lo stucchevole teatrino che va in scena ogni giorno con poche varianti.
* * *
Una variante notevole era sembrata la separazione dei finiani dal Pdl. Le motivazioni erano chiare, il dissenso su punti decisivi – a cominciare col rispetto della legalità – e la mancanza di luoghi e strumenti per renderlo palese all´interno del partito giustificavano la secessione.
Essa però non fu portata alle logiche conseguenze. Si volle mantenere una fittizia appartenenza dei finiani al Pdl «per non tradire la volontà degli elettori che li avevano votati».
Va detto – e Fini lo sa perfettamente – che uno dei cardini portanti della nostra Costituzione è l´articolo 67 che stabilisce che «i membri del Parlamento rappresentano la nazione e sono eletti senza vincolo di mandato». Quest´articolo è fondamentale perché è il solo strumento che impedisce alle oligarchie dei partiti di asservire gli eletti dal popolo. Il popolo trasferisce ai suoi delegati la propria sovranità fino a quando si tornerà a votare.
Non c´era dunque alcun bisogno della finzione finiana che il cordone ombelicale con il Pdl non potesse essere tagliato. Quella finzione è stata adottata affinché fosse evidente chi era stato il responsabile della secessione: un´evidenza però talmente plateale da non richiedere percorsi così tortuosi e sterilizzanti.
Ma ora, dopo che è cominciato e continua ad andare avanti il massacro mediatico che i giornali berlusconiani infliggono a Fini con l´evidente supporto dei dossier dei Servizi segreti, si è delineata un´altra anomalia di segno opposto: i finiani, per difendere il loro leader dall´attacco di cui è vittima, sono partiti al contrattacco non solo ricordando fatti antichi e non sanate illegalità del Cavaliere, ma indicando temi recenti di gravissima portata e cioè: l´uso dei Servizi di sicurezza per distruggere gli avversari politici del premier, rapporti di comparaggio del presidente del Consiglio con il primo ministro russo Putin; analoghi rapporti di comparaggio di Berlusconi con il leader libico Gheddafi.
Se i finiani dispongono di prove o almeno di gravi indizi su queste presunte e gravissime illegalità, hanno a nostro avviso l´obbligo di esibirle informandone la competente Procura della Repubblica; non possono invece tenerle in serbo come potenziale deterrente. Chi ha sollevato una questione di legalità deve anzitutto difendere se stesso esibendo prove certe contro le accuse che gli sono state lanciate, ma non può a sua volta ritorcerle senza provarne la consistenza.
Qui risiede il coraggio e la forza della propria coscienza morale.

La Repubblica 15.08.10

"Per le famiglie meno consumi e più debiti", di Valentina Conte e Rosa Serrrano

Roma e l´Ogliastra. Due province agli antipodi. E non solo geograficamente: l´una sul continente e l´altra sulla sponda tirrenica della Sardegna. A distanziarle sono i debiti familiari: oltre 22.394 euro per i romani, 5.784 euro per i sardi, quasi 4 volte meno. In media, ogni famiglia italiana è andata in rosso per quasi 16 mila euro nel 2009, 863 euro in più rispetto al 2008 (+5,7%) tra mutuo per la casa, finanziamenti per le ristrutturazioni, prestiti per gli acquisti. Poca cosa rispetto al balzo del 92% registrato dall´ingresso dell´euro. A partire dal 2002, e dunque in soli otto anni, mentre i prezzi sono aumentati del 16,6%, i debiti sono praticamente raddoppiati. Inevitabile correre ai ripari. Così, nel 2010 le famiglie frenano. Meno credito al consumo e dunque meno rate, dopo anni di crescita, e acquisti mirati: prodotti low cost, meglio se biologici, eco-compatibili e a chilometro zero.
A mettere in fila le province italiane, la Cgia di Mestre, che elabora dati di Istat e Bankitalia, scopre che al top della classifica si collocano gran parte delle città del Nord. Dopo Roma, ad esempio, troviamo Lodi (22.218 euro, il “rosso” per nucleo familiare nel 2009), poi Milano (22.083), Trento (21.644), Prato (21.442), Como (20.695). La prima provincia del Sud è Cagliari (15.846 euro), trentasettesima. «I più indebitati sono i territori che presentano anche livelli di reddito più elevati», conferma Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia. «A preoccupare è invece la crescita del debito tra il 2002 e il 2009. Molte province del Sud sono bel al di sopra del dato medio nazionale. Si tratta per lo più di famiglie monoreddito con figli che con la crisi si sono indebitate di più». Caserta, ad esempio, in otto anni ha registrato un aumento del 137,4%. Ogni famiglia è passata da 4 mila a 9.600 euro di debiti. Taranto del 131%. Napoli del 130%. Crotone del 128%. Brindisi del 111%. Dati che preoccupano l´opposizione. Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, attribuisce la situazione al «governo irresponsabile e paralizzato dallo scontro interno» che «rende le famiglie più povere». Anche per Maurizio Zipponi (Idv) la causa è «la politica anacronistica del governo».
Il credito al consumo, intanto, inverte la sua corsa. Dopo anni di rialzi, dai 40 miliardi di prestiti totali erogati nel 2002 per l´acquisto di moto, auto, arredamento e altri beni di consumo ai 100 miliardi attuali, secondo Federconsumatori, ora segna un meno 11% nel 2009 e un meno 4,7% nei primi sei mesi del 2010 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. «I consumatori non scommettono sulla ripresa e sulla possibilità di migliorare il proprio reddito», spiega Giuseppe Piano Mortari, direttore operativo di Assofin. E dunque contraggono consumi e prestiti. Quelli “finalizzati”, cioè i finanziamenti concessi dal rivenditore in convenzione con banche o finanziarie, registrano un calo del 7,4%. La cessione del quinto dello stipendio o della pensione scende ancor più drasticamente: meno 11,9% nei primi sei mesi del 2010 contro un più 4% del 2009 e addirittura un più 39% nel 2008. Si contrae anche l´importo erogato: 12.974 euro in media contro i 13.581 euro del 2009 e i 15.908 euro del 2008.
Il quadro generale sembra dunque favorire consumi che, quando non si comprimono, diventano più selettivi. La tendenza, certificata dall´Osservatorio di Findomestic, è europea prima ancora che italiana. «I cittadini europei consumano meglio, senza però consumare meno», si legge nella ricerca, e circa due terzi tra loro già orientano gli acquisti verso prodotti biologici, a “chilometro zero”, equo-solidali, eco-compatibili e anche usati, provando così a coniugare «il benessere e il rispetto del pianeta con l´ottimizzazione del budget».

La Repubblica 15.08.10

"L'impotente grandezza del Cavaliere", di Barbara Spinelli

E’ venuta l’ora di analizzare la morte di quella che è stata chiamata, in gran fretta e proditoriamente, Seconda Repubblica. Doveva essere qualcosa che somigliava alla quinta repubblica di De Gaulle, inaugurata alla fine degli Anni 50: un sistema che restituisse alla politica la nobiltà, lo sguardo lungo, l’efficacia che il predominio di fazioni e partiti le aveva tolto. Doveva, partendo dalla simultanea svolta avvenuta a Nord con Mani Pulite e a Sud con l’offensiva contro la mafia di Falcone e Borsellino, rigenerare un ceto politico corrotto da anni di democrazia senza alternanza, di poteri paralleli e illegali. Le forze che dopo il ’45 avevano ricostruito il Paese gli avevano dato una Costituzione vigile sulla democrazia, ma antichi mali, non curati, si erano incancreniti: il rapporto degli italiani e dei politici con lo Stato in primo luogo, e la maleducazione civile, lo sprezzo della legalità, del bene comune. Tutti questi mali sopravvissero alla Prima Repubblica, e per questo anche la seconda sta morendo.

Quel che mancò, nei primi Anni ’90, fu la rigenerazione delle classi dirigenti. La politica abdicò, accettò di farsi screditare, e forze estranee ad essa se ne appropriarono. Furono queste ultime ad annunciare l’avvento del Nuovo: nuovi uomini, non prigionieri dei vecchi partiti; nuova attitudine manageriale al comando; nuova fermezza nel decidere. La Seconda Repubblica è stata innanzitutto un sistema di dominio il cui scopo era di radicare quest’immagine del potere nelle menti di italiani stanchi di lungaggini, assetati di efficacia. Altri obiettivi non esistevano, se non la libertà del leader da ogni vincolo. Il conflitto d’interessi non era un ostacolo: sanciva tale libertà. Ovvio che la rigenerazione dello Stato e della legalità divenne non solo impossibile ma esecrata. Mani Pulite e Falcone-Borsellino erano escrescenze di una Prima Repubblica caduta per motivi che restando arcani non insegnavano nulla se non più furbizia e più menzogne.

I dati lo confermarono presto, dopo Tangentopoli: la corruzione non solo era ripresa, ma s’era inasprita fino ad assumere, oggi, proporzioni enormi. L’impunità dei dirigenti s’estese. L’informazione televisiva, ieri lottizzata, è ora monopolizzata da una persona. La Seconda Repubblica era nata, ma affatto diversa dal racconto che se ne faceva. Ha dato vita al bipolarismo, ma un bipolarismo tra due concezioni dello Stato e della legge, non fra due politiche. In sedici anni ha creato un sistema che salvaguarda i difetti del regime precedente, distruggendo le forze e gli anticorpi che nonostante tutto esso ancora possedeva. Non c’è dunque una sola Seconda Repubblica. Ce n’è una cui tendevano i veri riformatori. E ce n’è un’altra, effettiva, che usurpando il linguaggio dei riformatori ha installato un regime che confonde la crisi della politica con l’inutilità della politica, e mette il potere esecutivo al riparo da ogni controllo. Che non ha corretto nulla se non l’immagine del leader, e l’uso democratico di frenare il potere eccessivo con altri poteri.

Questa Seconda Repubblica non è falsa a causa del predominio di una persona (Berlusconi). È falsa perché ha dato agli italiani, contemporaneamente, un uomo forte e uno Stato disarticolato, con poteri di controllo indeboliti se non neutralizzati. Per poteri di controllo s’intende la magistratura, la stampa indipendente, il Capo dello Stato che incarna il legame con la Costituzione, la Costituzione stessa. Quando si parla di regime non si parla di un uomo, ma di questa ben organizzata disarticolazione.

Gli italiani hanno avuto quel che non chiedevano. Non la politica rinobilitata, ma il suo discredito. Non una giustizia più rapida, ma una giustizia celere con i deboli, impotente e interminabile con i forti: una giustizia giudicata usurpatrice se giudica i potenti, come usurpatrice è giudicata la stampa indipendente. La Prima Repubblica aveva anticorpi che l’affossarono; la Seconda forse ne ha ma di meno, sicché neppure ricorre all’ipocrisia: Berlusconi non esita a rompere con Fini che chiede il rispetto della legalità, non esita a definire golpista il potere del Quirinale di sciogliere il Parlamento. L’interiorizzazione dell’illegalità non potrebbe essere più esplicita e impudente.

Tuttavia anche la Seconda Repubblica sta morendo. Perché non c’è leader che alla lunga possa vivere d’immagine, senza esserlo. Perché non basta inoculare nelle menti lo sprezzo della politica, per aggiustarla. Quando Berlusconi incolpa il «teatrino della politica», sa di che parla perché tutto in lui è teatrale. Hannah Arendt spiega bene come simili teatranti si adoperino a «defattualizzare la realtà» (memorabile il saggio sulla guerra in Vietnam, New York Review of Books 18-11-’71). Un «enorme sforzo fu dispiegato», scrisse quando i Pentagon Papers rivelarono l’inutile disastro della guerra, per «dimostrare l’impotenza della grandezza». Egualmente impotente è la grandezza del Premier italiano: proprio come leader ha fallito, incapace di tener unite la ampie maggioranze di cui disponeva.

Se si vuole analizzare la fine della Seconda Repubblica, bisogna fare quel che non si è fatto: capire perché la Prima cadde, e come. Riconoscere i mali che sopravvissero nella Seconda, e anche certe virtù che nella distruzione vennero spazzate via. La Prima Repubblica infatti non fu solo storia criminale. Fu anche partecipazione all’Unione europea. Fu la tendenza ad aggirare magari la Costituzione, non a demolirla. Fu Mani Pulite e l’opera di Falcone e Borsellino. Fu l’incorruttibile lealtà istituzionale di Vincenzo Bianchi, il generale della Guardia di Finanza morto l’altro ieri a Civitavecchia: nell’81, su incarico dei magistrati Turone e Colombo, l’allora colonnello scoprì a Castiglion Fibocchi, una fabbrica di Gelli, la lista dei 972 affiliati alla P-2. Fu, infine, la capacità di resistere alla grave sfida delle Br. Basti pensare al ruolo decisivo che i pentiti svolsero nell’anti-terrorismo, al colpo mortale inferto dalle prime deposizioni di Patrizio Peci nell’80. Il giudice Giancarlo Caselli ricorda, nel libro scritto con il figlio Stefano (Le Due Guerre, 2009), gli esordi della Seconda Repubblica, quella raccontata come nuova: come prima cosa, nella lotta alla mafia e ai suoi legami con la politica, vengono mozzati l’uso e la protezione dei pentiti. Meritevole non è più chi parla ma chi omertosamente tace, come Mangano.

Rimeditare la fine della Prima Repubblica significa svelare la vera natura della Seconda. Non è detto che si riesca, tanto vasta è la manipolazione, lo spin di chi guida il regime. Tutti ne sono prigionieri: anche la stampa, quando accetta di mettere sullo stesso piano le vicende monegasche di Fini e quelle di Berlusconi e dei suoi. Quando denuncia la politica fatta a colpi di dossier sui mali altrui. Il risultato, lo spiega Michele Brambilla su La Stampa, è di «attribuire a ciascuna vicenda un valore equivalente a tutte le altre». È una trappola in cui Fini, che ha rotto sulla legalità, rischia di cadere. Da giorni, i suoi uomini invocano una tregua, e tanti reclamano la fine di «contrapposizioni dannose»: se Berlusconi con i suoi giornali smette gli attacchi al presidente della Camera, anche i finiani smetteranno l’offensiva su illegalità e corruzione. La rottura non servirebbe ad altro che a rendere gli scandali tutti eguali: la vendita di una casa di An e la corruzione di magistrati, l’uso privato del denaro pubblico, il monopolio televisivo. La tregua, presentata come progresso, sarebbe il fallimento del Presidente della Camera, non di Berlusconi. Non la casa a Montecarlo rischia di squalificare Fini, ma la rinuncia alla battaglia sulla legalità, e a una Repubblica che cessi di definirsi nuova solo perché viene «defattualizzata» e abusivamente chiamata Seconda.

La Stampa 15.08.10

Quanti precari non avranno la conferma di nomina?

L’anno scorso, di questi tempi e con il decreto salva-precari in discussione, infuriava la polemica sulla possibile mancanza di conferma delle nomine dei docenti non di ruolo; si parlava di strage nelle nomine dei precari, stimando in decine e decine (c’era chi parlava di oltre un centinaio) le non conferme di nomina dei precari che l’anno precedente aveva toccato le 131.145 unità (20.405 annuali e 110.740 fino al termine delle attività didattiche).

Alla fine un calo di nomine effettivamente ci fu, come previsto, ma più contenuto di quanto temuto.

Le nomine furono infatti complessivamente 117.285 con un calo, rispetto al 2008-2009, di “sole” 13.880 unità. Se poi si considera che contemporaneamente c’erano state anche 8mila nomine in ruolo, i precari rimasti senza nomina furono poco meno di 6mila, in qualche modo recuperati dal decreto salva-precari.

Nel 2008-09, quando l’effetto di riduzione degli organici era ancora quello delle Finanziarie Prodi, c’erano state, appunto, 131.145 nomine di docenti con contratto a tempo determinato, e già allora c’era stato un calo di nomine, rispetto al 2007-08, di quasi 11mila unità, ma i precari non ne avevano risentito più di tanto, perché contestualmente 25mila di loro erano entrati in ruolo.

Quest’anno cosa succederà?

È impensabile che le 117.285 nomine insperate dell’anno scorso vengano confermate quest’anno, a causa di almeno tre ordini di fattori.

L’organico di diritto è diminuito complessivamente di ulteriori 19.323 unità, riducendo il numero di posti vacanti e di quelli disponibili anche di durata annua.

Una quota di quei posti di sostegno non in organico di diritto che avevano alimentato le nomine di docenti con contratto fino al termine delle attività didattiche, è stata stabilizzata nella misura di oltre 5mila unità, riducendo a circa 30 mila i posti residui da riservare a nomine di precari.

Dopo i trasferimenti sono rimasti senza sede circa 12 mila docenti di ruolo (in sovrannumero) che dovranno essere utilizzati con priorità sui posti vacanti e disponibili.

Si può stimare che, alla fine, di posti disponibili per le nomine di docenti precari con contratto a tempo determinato potrebbero essere almeno 25-30 mila meno dell’anno scorso (circa 90mila in tutto), compensati dai 10mila posti destinati alle nomine in ruolo.

I docenti precari a rischio di non avere confermato il posto potrebbero, dunque, essere almeno 15 e 20 mila. Non pochi.

Da Tuttoscuola 15.08.10

P3, indagine Bankitalia accusa Verdini: "Conflitto di interessi da 60 milioni". Il PD: Lui e Tremonti chiariscano"

Gravi carenze degli organi aziendali, con accentramento dei poteri nelle mani dell’allora presidente Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl; potenziale conflitto di interesse dello stesso Verdini con la Banca per affidamenti per oltre 60 milioni di euro; impieghi spesso a rischio, concentrati su grandi clienti, in contrasto con gli obiettivi mutualistici dell’istituto. Sono le linee essenziali della delibera 553 del 20 luglio scorso della Banca d’Italia, che porta la firma del Governatore Mario Draghi – di cui l’agenzia Ansa è in possesso – inviata al ministro dell’Economia Giulio Tremonti e alla segreteria del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (Cicr), con la quale è stata proposta, e poi disposta con decreto del 27 luglio dello stesso Tremonti, l’amministrazione straordinaria del Credito Cooperativo Fiorentino (Ccf), la banca finita anche nell’inchiesta sulla cosiddetta P3.

La Banca d’Italia ha anche evidenziato scarsa istruttoria per finanziamenti talvolta con finalità sospette; e tardiva applicazione delle norme antiriciclaggio.

L’accertamento è pesantissimo per il deputato del PDL, e Francesco Boccia, coordinatore commissioni economiche PD alla Camera, ritiene necessario un chiarimento sia da Verdini sia dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: “Se quanto riferito oggi da Bankitalia dovesse trovare pieno riscontro ci troveremmo di fronte ad un fatto gravissimo. E’ indispensabile che l’on. Verdini da un lato e dall’altro il ministro Tremonti che ha seguito
indirettamente le procedure della commissione di controllo con Bankitalia spieghino cosa sia successo. Se quanto accertato da Bankitalia dovesse trovare conferma si profilerebbe uno scenario totalmente differente da quello raccontato dall’on. Verdini e nel caso ritengo che lo stesso dovrebbe trarre immediatamente le conseguenze di ciò. A questo punto è necessario accertare tutta la verità perché troppe cose non tornano”.

Gianclaudio Bressa, capogruppo PD in Commissione Affari Costituzionali commenta: “Il quadro che emerge dai riscontri degli ispettori di Bankitalia è molto pesante. Se confermato, Verdini deve trarne le inevitabili conseguenze
politiche e dimettersi”.

www.partitodemocratico.it

******

P3, Bankitalia su Verdini: «un conflitto di interessi da 60 milioni»

Un potenziale conflitto di interessi del coordinatore del Pdl Denis Verdini con la banca di Campi Bisenzio – Firenze – da lui stesso controllata. Lo rileva Bankitalia. Verdini, lo ricordiamo, è indagato assieme a Marcello Dell’Utri, Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Massimo Lombardi per violazione della legge sulla costituzione di società segrete ed è iscritto nel registro degli indagati nell’indagine sugli appalti per l’eolico in Sardegna. Il politico ha sempre respinto tutti gli addebiti e replica alla notizia: «Accuse fondate su ipotesi inconsistenti». Boccia del Pd: se quanto Bankitalia scrive viene confermato, sarebbe gravissimo: Verdini deve delle spiegazioni.

Gli accertamenti ispettivi condotti dalla Banca d’Italia presso il Credito Cooperativo Fiorentino (Ccf) dal 25 febbraio al 21 maggio scorsi hanno evidenziato «gravi carenze» degli organi aziendali, con «totale accentramento dei poteri» sulla figura dell’allora presidente Denis Verdini (coordinatore nazionale del Pdl) ed «estesi profili» di potenziale «conflitto di interessi» dello stesso Verdini con quelli della banca, per affidamenti pari a 60,5 milioni di euro. È quanto scrive Bankitalia – secondo quanto apprende l’Ansa – nella delibera 553 del 20 luglio scorso inviata al ministro dell’Economia e alla Segreteria del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (Cicr), con la quale è stata proposta l’amministrazione straordinaria della banca fiorentina, finita anche nell’inchiesta sulla cosiddetta P3, e poi disposta con decreto del 27 luglio dallo stesso ministro Giulio Tremonti – l’amministrazione straordinaria della banca fiorentina, finita anche nell’inchiesta sulla cosiddetta P3.

Bankitalia ha trovato «una ampia deviazione della gestione aziendale dai canoni propri del modello mutualistico», con gravi riverberi su altri profili. In particolare – scrive l’Istituto di Vigilanza – «gravi anomalie ed irregolarità nelle relazioni creditizie hanno condotto ad una elevata lievitazione dei livelli di concentrazione e di deterioramento della qualità degli impieghi» e all’accentuarsi di rischi operativi. Le criticità gestionali, inoltre, «hanno determinato il sostanziale azzeramento della capacità reddituale» dell’istituto.

Gli ispettori della Banca d’Italia hanno verificato, durante gli accertamenti, che l’esecutivo della banca è «scarsamente autorevole» e collegio sindacale «privo di sufficiente indipendenza». Il governo societario è risultato «totalmente accentrato» nelle mani del presidente Denis Verdini (che era in carica dal 1990), «principale fautore della politica di espansione creditizia verso clientela di grandi dimensioni, fra cui rientrano anche iniziative riconducibili al suo gruppo familiare», in contrasto con le indicazioni che in passato erano venute dall’istituto di Vigilanza e con le stesse «linee strategiche elaborate per il triennio 2008-2010, che prevedevano la diversificazione del portafoglio crediti a favore delle famiglie e delle piccole e medie imprese».

Bankitalia ha, inoltre, rilevato che Verdini «risulta indagato in diverse sedi giudiziarie in relazioni a ipotesi di corruzione e riciclaggio, in concorso con uno dei titolari del gruppo Fusi-Bartolomei, gruppo imprenditoriale principale affidato della banca, al quale il dott. Verdini risulta legato da relazioni d’affari».

Inoltre, sempre secondo Bankitalia, Verdini «ha omesso di fornire piena informativa, ai sensi dell’articolo 2391 del codice civile, circa la sussistenza di propri interessi potenzialmente in conflitto con quelli della banca, per affidamenti complessivamente ammontanti a euro 60,5 milioni», riconducibili ad iniziative sia in ambito editoriale, sia in ambito immobiliare, «in parte connotate da situazioni di difficoltà finanziaria». E l’ex direttore generale dell’istituto fiorentino – osserva Bankitalia – è stato ampiamente tollerante «nei confronti delle condotte palesemente anomale» dei principali clienti.

Per concludere, un giudizio che lascia pochi spiragli. Da parte sua Verdini, interrogato in qualità di indagato per corruzione, il 15 febbraio scorso ai pm di Firenze nell’inchiesta sui grandi eventi, parlando dei suoi rapporti con la Btp di Riccardo Fusi ha confermato di aver avuto in passato interessi economici con l’imprenditore, ma di aver chiuso ogni rapporto finanziario con lui dalla seconda metà degli anni 90.

Diffusa la notizia, arriva la replica del diretto interessato. «Si tratta dell’inizio di un provvedimento amministrativo al quale risponderò puntualmente e adeguatamente nei termini previsti dalla legge. Per quanto riguarda il mio “potenziale conflitto di interessi”, è fondato su ipotesi errate di fatto e di diritto, la cui insussistenza sarà presto dimostrata, in quanto ho sempre operato nella massima trasparenza e nell’interesse della banca». «Rilevo che nella delibera degli ispettori non c’è traccia alcuna delle infamanti ipotesi uscite sulla stampa nei mesi scorsi, tese a individuare nel Ccf un crocevia di tangenti e di malaffare».

Quanto agli 800mila euro affluita nel secondo semestre del 2009 a una società editoriale a lui riconducibile, Verdini, nell’interrogatorio-fiume il 26 luglio davanti ai pm di Roma titolari dell’inchiesta sulla cosiddetta P3, ha detto che l’importo è da inquadrare in un’operazione da 2,6 milioni di lire di aumento di capitale sociale del Giornale della Toscana.

Se quanto scrivono gli ispettori di Bankitalia sulla banca Ccf «dovesse trovare pieno riscontro, ci troveremmo di fronte ad un fatto gravissimo. È indispensabile che l’onorevole Verdini da un lato e dall’altro il ministro Tremonti, che ha seguito indirettamente le procedure della commissione di controllo con Bankitalia, spieghino cosa sia successo». Lo afferma Francesco Boccia, coordinatore della commissione economica del Pd alla Camera.

L’Unità 14.08.10

******

Caso Verdini, l’ira di Berlusconi. “Qui c’è la mano delle procure”, di Andrea La Mattina

Dobbiamo essere tranquilli e sereni. Risolveremo ogni problema e anche questa vicenda di Verdini verrà smontata. Non ci faremo intimidire. Io non mollo. Qui c’è la manina delle procure». Berlusconi assicura che il coordinatore del Pdl rimarrà al suo posto e che l’opposizione spreca il suo fiato nel chiederne le dimissioni. Le hanno chieste i Democratici Zanda e Bressa, consentendo al Pd di tornare alla carica contro il premier e il governo. Il riemergere del caso Verdini consente anche ai finiani di dirottare o comunque di attenuare l’attenzione sulla storia della casa a Montecarlo del cognato del presidente della Camera. Ma il premier si mostra in pubblico radiante, con il nipotino in braccio, nel bagno di folla durante una passeggiata per il centro di Porto Rotondo dove, a Villa Certosa, passerà alcuni giorni di vacanza.

«Bisogna tenere duro, ma i cimiteri sono pieni di persone che si consideravano indispensabili. Sono venuto qui a passare tre giorni di relax, non parlo di politica. Farò soltanto il nonno. Sono sereno e tranquillo», ha detto Berlusconi sdrammatizzando il momento di difficoltà politica che sta vivendo. Con il nuovo capitolo Verdini e il capo dello Stato che ha stoppato ogni ipotesi di elezioni anticipate.

L’ordine di scuderia è stato di non attaccare più di tanto Napolitano, nonostante non sia passata inosservata una dichiarazione del presidente della Repubblica secondo cui non esistono i governi tecnici, ma soltanto quelli politici. Come a dire che se si trova una nuova maggioranza in Parlamento, in caso di implosione dell’esecutivo Berlusconi, allora si potrà andare avanti nella legislatura. Un cazzotto per il Cavaliere. Il quale però ha capito che è ricominciata la caccia all’uomo, l’accerchiamento giudiziario-mediatico. «Tranquilli e sereni», continua a ripetere ai suoi. Ma aggiunge che la relazione di Bankitalia su Verdini, vecchia di un mese, è stata fatta filtrare attraverso l’Ansa dai magistrati. Ecco cosa intende dire quando parla della «manina delle procure». In sostanza un assist a chi lavora contro il governo, un aiuto a Fini proprio adesso che la vicenda monegasca lo ha messo, a suo parere, in grande difficoltà. «E’ una stranissima combinazione e coincidenza con tutto quello che sta succedendo in politica», dice Fabrizio Cicchitto.

Intanto il premier si mostra come un nonno tranquillo: a Porto Rotondo gioca in casa. Si gode nella piazzetta San Marco gli applausi dei turisti. Incontra il deputato Osvaldo Napoli e se lo porta in giro sottobraccio. Il Cavaliere in jeans sfoggia un vestito sportivo con una camicia azzurra. Va a mangiarsi una pizza al «Pomodoro» insieme al figlio Luigi e ad alcuni suoi amici. All’interno del locale una signora gli chiede di restare in Sardegna, di non vendere Villa Certosa. E lui: «Mi hanno dissacrato la casa. Siete stati cattivi..», risponde sorridendo.

Ma in questi giorni solo vacanze e relax, promette, dedicandosi ai nipoti. Uno dei nipoti sembra avere le sue stesse qualità canore. «Vedete? E’ così piccolo, ma conosce già venti canzoni in inglese ed ha un ottima intonazione». Vuole lasciarsi dietro le preoccupazioni della politica, ma sarà difficile. Ancora pochi giorni e poi, dopo il 20 agosto dovrà decidere cosa fare e come andare avanti. E’ in gioco la legislatura e il suo futuro politico. Con Fini l’obiettivo è di riportarlo a più miti consigli, anche staccando una parte delle truppe di Futuro e Libertà. In tutti i modi. «Governi tecnici comunque non ce ne saranno perché al Senato non ci sono i numeri», sostengono i berlusconiani. Per i finiani invece ci sono e alla prova dei fatti, assicurano, lo dimostreranno. «Noi i conti abbiamo dimostrato di saperli fare», ricorda Italo Bocchino. Si riferisce ai gruppi parlamentari di Futuro e Libertà: avevano detto che sarebbero stati più di 30 alla Camera e almeno 10 al Senato. E così è stato.

La Stampa 15.08.10

"Il viaggio dell'Unità 150 anni dopo. Dall'indipendenza a barricate e barrique", di Giuseppe Civati

Di notte, quando si passa veloci, sull’autostrada, sembra un campanile illuminato. Natalizio. Invece è la torre delle Porte Franche di Rovato. Un centro commerciale. Con le firme. Che luccicano. Segno dei tempi. E della nostra identità.
Sulla stessa strada, l’A4, al km 226, verso Desenzano, hanno appeso una mucca tricolore. Col cappio. Un’altra più piccola le fa compagnia. Appesa anche lei. Penzolano dai ponteggi. Proteste da quote latte. L’immagine è violenta. E brutta. La scritta «latte onesto» non migliora le cose.
Ci addentriamo nel quadrilatero degli austriaci, che sta diventando il quadrilatero del Lombardo-Veneto, dove il Pd è ridotto alla lotta clandestina. Il paesaggio è incantevole, tra Verona e Mantova: forse è per questo che, dall’altra parte dell’autostrada del Brennero, e siamo già a Verona, si sono inventati Motorcity. Un autodromo nuovo. Nella campagna tra Vigasio e Trevenzuolo. E siccome l’autodromo è un’idiozia, hanno pensato di aggiungere anche un centro commerciale. Il più grande d’Europa (ma quanti sono, i centri commerciali più grandi d’Europa?). E anche un parco a tema. Dedicato alle auto. Chissà cosa farà Zaia, ora, perché la Lega finora si è astenuta. A proposito di paesaggio. Di identità. E di radici.

Siamo a Olfino, Monzambano: a un tiro di schioppo (non metaforico, da queste parti), c’è Solferino. Per (non) dimenticare, andiamo a bere un calice da Cesare Gozzi, che fa il vino dal 1984. Prima si occupava di zootecnia, poi, quell’anno, sono arrivate le quote latte e ha deciso di cambiare. L’azienda è familiare, bene avviata. E il vino è buono. Per Cesare, c’è poco da fare: c’è bisogno di coinvolgere la comunità, prima ancora di organizzare il famoso marketing territoriale. C’è bisogno di politica, azzarda Antonio Viotto, che qui ha fatto per anni il consigliere regionale del Pd. Di non sprecare i soldi in iniziative spot, che tanto piacciono agli amministratori di tutti i colori, e investirli in qualcosa di più serio e concreto. C’è da scegliere tra «l’evento mediatico» e «l’esperienza che rimane». E secondo me questo discorso vale anche per la politica.

Mentre parliamo, arrivano i turisti. Gli austriaci di allora sono i tedeschi e gli olandesi di oggi. Arrivano in pace e vanno via ancora più leggeri. Non vengono a San Martino per la battaglia, ma sulle riviere del lago di Garda, ma scendono volentieri nella bella campagna dell’Alto Mantovano.

Abbiamo bisogno di continuità e di coerenza, riprende Cesare, perché abbiamo tempi e cicli lunghi, in agricoltura. E con la politica e con l’amministrazione, tutto si brucia troppo alla svelta, tranne la burocrazia, che è l’unica cosa che non piace a nessuno.

Basterebbe già così, per oggi, ma poi, lungo il Mincio, si scende a Curtatone: ci sono gli allevatori da incontare. Perché in Lombardia c’è il Trota, ma c’è anche il suo papà. Il Quota.

E ti viene in mente l’Europa. Con il Risorgimento c’entrava eccome. Perché era in ballo l’Unità nazionale, ma l’afflato riguardava i popoli tutti. E la sfida era universale. E il posto dove ci troviamo, questa zona di battaglie e scontri micidiali, era il centro dell’Europa, in quegli anni. Oggi, nel dibattito politico della regione più avanzata del Paese, più vicina all’Europa e più collegata al resto del mondo, nella quale ci troviamo, l’Europa è protagonista solo per le quote latte e per la caccia in deroga. La mucca e la peppola, nemmeno si trattasse di una favola di Esopo o, più probabilmente, di Orwell.

E bisogna spiegarle, le cose. E collegare i passaggi, perché anche questo fa unità. Accade con le quote latte, ad esempio. Perché alla Rinascente, che è un’azienda agricola e non un grande magazzino, Andrea Lovato ci spiega che la storia inizia nel 1984, e venne Goria, e venne Mannino, e venne Fontana, ministri che nemmeno ci ricordiamo più, a spiegare le quote. E siamo ancora in ballo, ora, che sono passati più di vent’anni. Con i furbetti del latticino e quelli che si chiedono, però, perché le quote che hanno pagato cento, ora valgano dieci. E perché i conti non tornino mai.

Andrea è convinto che il mercato libero sia auspicabile. Il suo latte va in cooperativa e diventa Grana Padano. E quando c’è la qualità, dice, e le cose si fanno bene, si è anche competitivi. Il lavoro è difficile, del resto: le vacche non sono come le macchine, ricorda Rodolfo, il papà. Ci vogliono una cultura e una dedizione particolare: cose che non s’improvvisano.

Qui non è elegante parlare di vacche magre, ma da quando c’è la crisi, c’è più solidarietà e più unione tra gli allevatori. E sono gli speculatori che fanno arrabbiare, perché approfittano contemporaneamente dei produttori e dei consumatori. In questi giorni, con gli incendi in Russia, stanno giocando con il prezzo dei cereali. E ad Andrea, a cui il caro-prezzi potrebbe anche convenire, porca miseria, il mais lo ha appena venduto…

Chi ce l’ha fatta?, chiedo ad Andrea. Chi ha modernizzato. E allora sono rimasti i figli e si affacciano anche i nipoti. Non sempre è così, però. E chi ha lasciato la campagna non ci è tornato nemmeno per la crisi. E, tra mungitura e raccolta dei meloni, sono arrivati gli indiani.

E insieme agli indiani, se mi è permesso il gioco di parole, arrivano anche i cow-boy del Risorgimento, almeno nella mia testa, soprattutto quando arriviamo a Rodigo, dove c’è la casa e la corte di Nievo. Alla vigilia dell’impresa dei Mille, Ippolito era qui e scalpitava per la guerra, nella speranza che Garibaldi si decidesse, finalmente. Non perdevano tempo, quei ragazzi, a costo di sbagliare e di fare una brutta fine. E allora si cerca il senso, con la ‘S’ maiuscola di Luchino Visconti. Avete presente la prima scena? No? Verdi, teatro, volantini, passione. E un motivo. Anzi, una ragione profonda. Ecco quello che manca, al nostro senso. E alla nostra storia degli ultimi anni. Secondo Elisabetta Poloni, che ci accompagna, più che il senso ci manca il futuro. Il primo di noi che se ne occuperà, tornerà a vincere. E sarà una sorpresa. Per tutti.

L’Unità 13.04.10

"Una per una, le bugie di B.", di Tito Boeri

Tasse. Welfare. Edilizia. Alitalia. Aiuti alle imprese. Un economista ha letto dalla prima all’ultima riga il libretto che Berlusconi farà distribuire in autunno. E ha confrontato la propaganda con la realtà dei fatti. Se questo è il biglietto da visita per la campagna elettorale, è probabile che Berlusconi farà di tutto per evitarla. Magro il bottino di due anni di Governo sul piano della politica economica, nonostante la grandissima forza parlamentare di cui ha potuto contare quella che era fino a pochi giorni fa la maggioranza uscita vittoriosa dal voto del maggio 2008. Come direbbe l’attuale allenatore del Real Madrid, ci sono nel libretto “molti tituli, ma sero riforme”.

Non a caso la parte sulle “grandi riforme” viene pudicamente relegata alla fine. Ne elenca tre: scuola, università e pubblica amministrazione.

Sfoglia il libretto integrale

La cosiddetta riforma della scuola è sin qui consistita solamente in tagli al personale, con la reintroduzione del maestro prevalente nella scuola primaria, la riduzione dell’orario d’insegnamento nella scuola secondaria (sia di primo che di secondo grado), la riduzione degli indirizzi nella scuola secondaria di secondo grado e la richiesta di compartecipazione delle famiglie alla spesa. Il tutto esclusivamente nella scuola pubblica, dato che il finanziamento alle scuole private “paritarie” non è stato ridotto. Per chiamarla riforma ci vuole tanto coraggio. Simile la strategia seguita nei confronti dell’università, perseguita con la riduzione del fondo di finanziamento ordinario. Il disegno di legge che entro fine anno dovrebbe andare alla Camera porterà, se non viene ulteriormente diluito nei suoi aspetti innovativi, a qualche cambiamento nella governance delle università, e non prima della fine legislatura, dato che si basa sull’esercizio di deleghe. Insomma è, al massimo, una scommessa di riforma, su aspetti relativamente marginali, che non intaccano davvero la ricerca e la didattica.

Quella della pubblica amministrazione è forse l’unica riforma avviata da questo Governo, ma è stata cancellata ancor prima di entrare in vigore dalla manovra appena varata che ha posto tetti alla crescita delle retribuzioni nel pubblico impiego in modo del tutto indiscriminato, in barba ai premi al merito introdotti dalla riforma Brunetta. Nel frattempo la riforma ha perso per strada le norme sulla trasparenza della dirigenza pubblica (davvero importanti anche alla luce degli scandali nella gestione della Protezione Civile), si è esclusa dall’applicazione della riforma la presidenza del Consiglio dei ministri segnale evidente del fatto che nessuno ci crede in questa riforma e si è di molto depotenziata la class action contro le pubbliche amministrazioni e i concessionari pubblici.

C’è molto editing da fare nel documento. Molte le ripetizioni e non poche le contraddizioni. A p.5 si rimarca come si sia dovuto intervenire per ridurre i compensi dei dirigenti pubblici e dei magistrati, ma a p.7 si rivendica il fatto di non avere tagliato gli stipendi a nessuno. Forse gli autori di queste schede non si sono parlati. La verità è che gli unici compensi ad essere tagliati in modo significativo sono quelli dei ricercatori universitari che, con il blocco degli scatti di anzianità, si vedono ridurre le loro retribuzioni fino al 15 per cento. Il vero risultato che questo governo può esibire sul piano della politica economica è quello di aver contenuto il peggioramento dei conti pubblici durante la crisi.

Lo ha fatto adottando la strategia dell’immobilismo. Scegliendo di non scegliere si è evitato di cedere alle richieste di sostegno che venivano un po’ da tutte le parti, ma si è anche sbarrata la strada a misure anticicliche, che avrebbero reso la recessione meno pesante, contenendo il calo del reddito pro capite degli italiani. Nonostante i trionfali titoli di testa dei TG1 della scorsa settimana, la produzione industriale è tuttora del 20 per cento al di sotto dei livelli pre-crisi, il prodotto interno lordo + del 6 per cento più basso. Non solo il calo è stato più forte pur non avendo vissuto lo scoppio di una bolla finanziaria o il fallimento di una grande banca, ma anche la ripresa è più lenta che altrove. In effetti il Governo ha preferito accettare un maggior impatto della crisi pur di evitare un aggravamento dei conti pubblici in un paese già fortemente indebitato.

L’Espresso 12.08.10