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"Ma il Pd in Parlamento che fa? Ecco…..", di Cesare Buquicchio

Il Pd fa troppi nomi dice qualcuno. Ma in pochi dicono che il Pd dà anche i numeri. Il Pd fa poco in Parlamento dice sempre qualcuno. Ma sempre in pochi dicono quello che fa. E così che, indipendentemente dal giudizio sul merito, andrebbe esaminato e letto con attenzione il voluminoso dossier che i deputati democratici hanno compilato e diffuso on line nei giorni scorsi e che praticamente nessun giornale ha preso in considerazione (si segnala qui l’iniziativa del sito ilPost.it che invece ne ha dato ampio resoconto). Certo, quelli che dicono che il Pd non riesce a comunicare ora potranno dire che non si licenzia un dossier del genere, dodici fitte paginette, e per di più a poche ore dal Ferragosto. Gli altri, quelli che dicono che il Pd lavora bene e che a criticarlo ci si fa solo del male, ora avranno un bel po’ di argomenti a disposizione.

Insomma, il giudizio sulla difficile attività del gruppo parlamentare che guida l’opposizione, di fronte ad una maggioranza che ha numeri che la mettono al riparo da possibili incertezze e che ha dimostrato di avere poche intenzioni di arrivare a licenziare leggi e provvedimenti che tengano conto del parere degli avversari politici, andrebbe necessariamente integrato da questa lettura e dalla valutazione dei dati e dei resoconti che qui vengono esposti (il documento è disponibile cliccando qui o andando su www.partitodemocratico.it).

Così si scoprirebbe che in questo “almanacco” c’è scritto che «il gruppo del Pd si è confermato (i dati riguardano la legislatura dal suo inizio) il più presente in aula con percentuali di assoluto rispetto, l’81,8. Siamo stati i più presenti sia fra quelli di opposizione, sia fra tutti i gruppi (di solito questo primato viene ricoperto da chi sostiene il governo). La forte presenza in aula ci ha permesso di battere il governo 53 volte. Da ricordare le vittorie sul nostro emendamento che in pratica ha annullato il decreto salva liste o l’approvazione di una pregiudiziale di costituzionalità che ha fatto saltare un decreto che avrebbe aiutato il fenomeno dell’abusivismo in Campania».

Tante le mozioni che in un anno di attività il gruppo Pd è riuscito a far approvare, da quella per le popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto, a quella sulla cooperazione internazionale, da quella sulle “navi dei veleni” a quella sui problemi del sistema carcerario. In pochi di questi casi però l’attività del governo ha poi prodotto qualcosa di concreto, spiega sempre il documento del Pd.

Diverse anche le mozioni, respinte dalla maggioranza, di cui il gruppo guidato da Dario Franceschini rivendica comunque, mese dopo mese, la presentazione: da quella contro i respingimenti in mare degli immigrati clandestini alla mozione che proponeva delle misure per sostenere i redditi più bassi vittime della crisi e dell’erosione del potere di acquisto.

Piccole ma significative vittorie punteggiano l’anno parlamentare del Partito democratico, come i numerosi emendamenti fatti approvare: da quelli sul testamento biologico a quello che ha bloccato lo smantellamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. E l’almanacco si conclude con i mesi che hanno visto l’esplosione degli scandali che hanno coinvolto uomini del governo e che, sotto la pressione delle iniziative dell’opposizione alla Camera, hanno portato alle dimissioni prima di Scajola, poi di Brancher e Cosentino, e infine, alla sfiducia al sottosegretario Caliendo. Sfiducia respinta in Aula ma cristallizzata dalle astensioni dei “finiani” e degli altri gruppi parlamentari del centro.

da L’Unità 13.08.10

"Pdl ingeneroso con il Quirinale l´Italia è con il Presidente", di Alberto D'Argenio

Onorevole Piero Fassino, come valuta le parole del Capo dello Stato tanto criticate dal centrodestra?
«Mi sembrano critiche del tutto infondate e anche ingenerose. Io credo invece che l´intervento del presidente sia di grande rigore istituzionale e saggezza. Ha richiamato il perdurare di una situazione economica difficile e la necessità di garantire che le istituzioni assolvano pienamente alla loro funzione di guidare il Paese. Mi pare un appello che tutti dovrebbero condividere e comprendere: prima di tutto occorre essere responsabili verso l´Italia e gli italiani. Poi che nel centrodestra ci sia un´evidente crisi politica non lo ha inventato Napolitano, è sotto gli occhi di tutti da mesi. La rottura tra Berlusconi e Fini si è approfondita sempre di più e per quanto Berlusconi faccia finta di non vederla la crisi c´è. Volerla negare è l´ennesima prova di scarsa responsabilità istituzionale della destra».
Sta dicendo che Berlusconi dovrebbe salire al Colle?
«Le cose sono semplici: se Berlusconi è convinto di avere una maggioranza solida e stabile lo dimostri e governi. Se invece come dicono i fatti la maggioranza non è più coesa ne prenda atto e non pretenda di stare al governo. Oltretutto un governo che non governa determina sì un vuoto di potere, lasciando marcire i problemi e impedendo a questo vuoto di essere colmato».
Come giudica la minaccia del capogruppo del Pdl Cicchitto di ricorrere alla piazza se Napolitano non scioglierà le Camere?
«Minacciare la piazza contro le istituzioni è sempre stato una prerogativa dei movimenti populisti e reazionari. Non solo, Cicchitto dovrebbe chiedersi se la maggioranza degli italiani non la pensi proprio come Napolitano. Le sue parole sono indice di grande nervosismo, così come lo è alzare i toni della polemica quando occorrerebbe invece riflettere sulle parole del presidente e mettersi in sintonia con le sue preoccupazioni e il suo appello».
Invece non si parla altro di elezioni…
«Le urne non sono l´unico sbocco di una crisi. Di fronte a questa eventualità naturalmente spetterà a Napolitano valutare lo scenario e le possibili soluzioni. La proposta che il Pd avanza di un governo di transizione di breve durata per affrontare la crisi economica, rasserenare il clima politico e dare al Paese una nuova legge elettorale è una proposta che ha la stessa dignità di chi indica le elezioni anticipate subito. Anzi, in un clima così infuocato le elezioni rischierebbero di determinare un pericoloso vuoto di potere».
Pdl e Lega dicono che la maggioranza per un nuovo governo non c´è…
«Penso che una maggioranza parlamentare capace di assumersi la responsabilità di sostenere un governo di transizione ci possa essere. Noi la proposta l´abbiamo avanzata all´insieme delle forze politiche, naturalmente a partire da quelle di opposizione, perché la transizione è aperta a tutti coloro che ne condividono i tre obiettivi che ho indicato. Noi insistiamo su una nuova legge elettorale non solo perché con quella attuale gli italiani non possono eleggere direttamente i propri rappresentanti, ma anche perché lo scenario politico si sta modificando e passiamo da due a tre o quattro raggruppamenti elettorali. Il che consentirebbe di vincere le elezioni con il 35% dei voti ottenendo poi il 55% dei seggi con il premio di maggioranza. In nessun paese del mondo esiste un simile scarto».

La Repubblica 14.08.10

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No al voto, il Pdl avverte Napolitano “In piazza se spuntano governi tecnici”, di GIANLUCA LUZI
ROMA – In un Pdl che già si sente in campagna elettorale sull´onda della guerra con Fini, la forte «inquietudine» e la preoccupazione per il «vuoto» politico che il presidente della Repubblica ha manifestato in un´intervista all´Unità, hanno provocato una forte irritazione. Le parole con cui il capo dello Stato ha detto no alle elezioni anticipate e alla guerra contro il presidente della Camera, hanno messo in chiaro allo stato maggiore berlusconiano che la strategia del premier: crisi, ricorso alle urne e plebiscito, non è condivisa dal Quirinale. Ecco quindi che tutto il Pdl si trincera dietro un no ai governi tecnici o di transizione – anche se il capo dello Stato non ne ha fatto cenno nell´intervista all´Unità – arrivando con il capogruppo Cicchitto a minacciare il ricorso alle manifestazioni di piazza. L´opposizione plaude invece all´altolà di Napolitano (anche se Di Pietro dice che è fuori tempo) e con Bersani ricorda a Berlusconi il dovere di rispettare la Carta «fino a quando non avrà fatto la Costituzione di Arcore». Bossi, ormai convertito alle elezioni anticipate, non vede un futuro per la legislatura: nella maggioranza si è creata una situazione che «temo sia difficile da sistemare», quindi «non riesco a capire come si possa andare avanti per qualche anno in un casino del genere». Di conseguenza «andare alle elezioni è naturale quando il governo non funziona più». Il capo leghista si dice convinto che Napolitano «di cui ho stima, non farebbe niente per mettersi contro la volontà popolare, tanto non serve a niente mettere assieme cose che non stanno assieme». Quanto ai rischi per il vuoto di governo, «dipende da che cos´è un vuoto di governo. Un vuoto di governo potrebbe anche essere che c´è una maggioranza spaccata, che non riesce a combinare niente». Bossi – che ha annunciato: «Vedrò Berlusconi il 25 agosto a casa sua sul lago» – minimizza il pericolo di una speculazione economica contro l´Italia in campagna elettorale: «La speculazione potrebbe avvenire anche se ci fosse un governo che non funziona, che non riesce a funzionare, allora sì che diventa grave. Io so che l´economia sta andando abbastanza bene, quindi non c´è un pericolo immediato di aggravamento della crisi. Mi pare che piano piano, grazie al governo, grazie a Tremonti, si sia un po´ stabilizzata. Quindi, se si volesse andare alle elezioni, questo è un momento meno pericoloso di altri momenti». Con l´intervista di Napolitano si intreccia anche quella del presidente del Senato al Corriere della Sera. Schifani esclude che la crisi della maggioranza possa portare a un governo tecnico. Parole che sembrano proprio un controcanto a quelle del capo dello Stato e infatti tutto il Pdl le prende come riferimento per contrastare lo stop di Napolitano. Proclama Cicchitto: «Non sono per niente condivisibili le ipotesi di governi tecnici e di governi di transizione. Si tratterebbe di manovre di Palazzo. Qualora decollassero operazioni di questo tipo – avverte il capogruppo del Pdl – sarebbe legittimo sviluppare le più incisive manifestazioni politiche, in Parlamento e nel Paese». Gli fa eco il coordinatore del Pdl Bondi che – riferendosi al pericolo di una campagna elettorale quando la crisi economica è ancora in corso – sostiene che «in una situazione di perduranti difficoltà economiche, è meglio il ricorso al voto piuttosto che la paralisi politica». Così come, per Bondi, «appare evidente a tutti che le uniche campagne di destabilizzazione che si conoscano da anni hanno di mira il presidente del Consiglio e il suo partito, senza che nessuno mai lo abbia denunciato con la necessaria forza». Diversamente dal Pdl, il Fli approva le parole del capo dello Stato e accusa il Pdl e «il delirio calunniatorio del giornale della famiglia Berlusconi», di «alimentare questa irresponsabile campagna». Per questo, sostiene il Fli, «è facile capire chi gioca allo sfascio e vuole trascinare il Paese in una ulteriore avventura elettorale nel più assoluto disprezzo dell´interesse nazionale».

La Repubblica 14.08.10

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Berlusconi schiuma rabbia, Napolitano lo ha isolato

I giornali del Cavaliere annunciano l’assalto finale a Gianfranco Fini Il presidente del consiglio Berlusconi, irritato, tace e delega alle sue truppe l’attacco al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Che, di ritorno da Stromboli, ha concesso un’intervista per stigmatizzare quegli esponenti politici (leggi Berlusconi) che parlano di elezioni anticipate «senza averne titolo e in modo sbrigativo e strumentale». Ma soprattutto per ricordare le prerogative che in materia gli concede la Costituzione e per chiedere uno stop alla campagna «volta a delegittimare» Gianfranco Fini. Parole meno felpate di quelle pronunciate in passato, che il Pd sposa, invitando peraltro il premier a rispettare la Costituzione. Parole che trovano sponda anche nei finiani che chiedono al partito del Cavaliere di ascoltare Napolitano e smetterla con gli attacchi al presidente della Camera.
Intanto il Giornale di Vittorio Feltri non solo conferma quanto pubblicato finora ma annuncia per oggi nuovi particolari sull’acquisto di mobili per la casa di Montecarlo da parte di Fini e signora: fatture, contratti e nome e cognome dei testimoni.

da Europa Quotidiano 14.08.10

"Berlusconi, arsenico e vecchi servizi", di Francesco Lo Sardo

Il trattamento riservato al direttore di Avvenire diventa il metodo applicato agli avversari politici. Le cose potrebbero anche stare come afferma Stefano Filippi del Giornale, il quale dice che se c’è «un’inchiesta “vecchio stile”, tutta giornalistica, senza magistrati che passano verbali e intercettazioni», quella è “l’operazione Fini” con cui Feltri sta tirando su le vendite estive del quotidiano della famiglia Berlusconi, del 4% sotto il budget di ricavi da edicola nel primo trimestre 2010. Ovvero, in sequenza: un input del vecchio cronista Livio Caputo che avverte Feltri e Sallusti (dopo la soffiata via e-mail di «un amico e lettore del Giornale»), l’inchiesta-blitz a Montecarlo di Gian Marco Chiocci, poi di Filippi, infine di Malpica.
L’ex poliziotto Gioacchino Genchi, che di certe cose se ne intende, intravede in questa faccenda – ha detto all’Unità – la manina dei servizi segreti deviati: ieri è toccato al direttore di Avvenire Boffo, oggi a Fini, domani «se so ancora leggere gli avvertimenti, posso prevedere qualcosa anche per Tremonti». Voce non isolata quella di Genchi perché prima di lui anche Carmelo Briguglio, finiano e membro del Copasir, il comitato parlamentare sui servizi segreti aveva puntato il dito contro settori di 007 deviati nell’orchestrazione del Fini-gate.
La denuncia di Briguglio, a sua volta, poggia sugli inquietanti precedenti di pedinamenti e minacce nei confronti di Italo Bocchino da parte di presunti 007: un caso serio, di cui s’è occupato il Copasir e che è oggetto di un’inchiesta della procura di Reggio Calabria «all’interno dei servizi», precisa Briguglio.
La vicenda Fini, al punto in cui è giunta, solleva due diversi ordini di questioni. La prima: quale che sia l’identità dell’“informatore” all’origine del caso, il punto “politico” su cui Fini è chiamato a far chiarezza è se sia vero o no che non sapeva della casa ex An finita al cognato. E da ieri – sempre che Feltri sia in grado di fornire i nomi dei testimoni (finora anonimi) che raccontano di un Fini che avrebbe accompagnato la Tulliani a comprar mobilio per la casa monegasca – il cofondatore del Pdl dovrà dire una parola chiara anche su questo. Sotto questo profilo, la grave denuncia di Briguglio sulla “manina” che può aver innescato l’inchiesta del Giornale, non costituisce un’esimente per eventuali, troppo disinvolti, comportamenti di cui Fini deve rispondere “politicamente”.
Feltri, piaccia o no, fa il suo gioco. Si presenta come fornitore ufficiale delle munizioni per abbattere i nemici del Cavaliere e, insieme, vende più copie. La relazione che lega le azioni dei due, negata da entrambi, non sfugge più a nessuno. Ne fu prova inequivocabile il tentativo di Gianni Letta di bloccare il siluro del Giornale contro Boffo: tentativo che s’infranse contro il muro di gomma di Berlusconi.
Da allora, dal caso Boffo, nulla è stato né sarà più come prima. Fini lo conferma. Nella prossima campagna elettorale del premier-editore – anticipata o no – l’uso del manganello mediatico contro gli avversari sarà una certezza, non un’opzione.
La seconda questione è, in tutta la sua gravità, l’emergere di un possibile coinvolgimento e fiancheggiamento di operazioni politiche da parte di pezzi di servizi (o di strutture ad essi paralleli appartenenti a stati esteri), come si intuì nei giorni del dossier contro Boffo. Poche settimane prima, a riaccendere i fari sulle zone grigie dei servizi era stato Bocchino che aveva espresso dubbi sull’operato di spionaggio e controspionaggio. Dal caso Noemi alle escort a palazzo Grazioli, alle foto di villa Certosa, in parecchi si chiesero, in quei giorni, cosa mai stesse accadendo tra gli 007 che avevano il compito di scortare Berlusconi. «I servizi sono una realtà complessa, fatta di spezzoni che possono andare fuori controllo», disse allora Bocchino. Il Copasir indagò. Si disse che tutto era a posto. Briguglio a parte, oggi anche Scajola dice di Fini che «c’è una guerra di dossier e tutti e due ci siamo finiti dentro». Anche stavolta è tutto a posto nei servizi?

Da Europa Quotidiano 14.08.10

"La memoria degli elettori", di Sergio Romano

Proviamo a smettere per un momento di interpretare le mosse strategiche e le intenzioni di Berlusconi, Fini, Bersani, D’Alema, Di Pietro. Cerchiamo piuttosto d’immaginare come i loro elettori, di destra e di sinistra, stiano reagendo all’indecoroso spettacolo che sta andando in scena di fronte ai loro occhi. Non tutti gli elettori del Pdl aspettavano dai loro leader le stesse cose. Ma tutti hanno visto nascere con molte speranze un grande partito nazionale.
Hanno ascoltato i discorsi di Berlusconi e di Fini. Hanno creduto nelle loro promesse e, in particolare, a una riforma della giustizia penale e civile, secondo le linee anticipate e proposte sino dalla fine di Tangentopoli. Ma hanno ricevuto invece una nuova raccolta di leggi (tutte sottoscritte e votate anche dai seguaci di Fini) che non avevano altro obiettivo fuor che quello di risolvere i problemi di una singola persona. Pensavano che dal congresso di fondazione sarebbe uscita una nuova classe politica, meno frivola e venale di quella che aveva governato l’Italia per molti anni. Ma hanno assistito a una sequenza di scandali che ricorda lo stato di salute della politica italiana negli anni di Mani Pulite e contiene, per di più, una dose preoccupante di personale immoralità e spregiudicatezza.

Pensavano che le diverse sensibilità e preoccupazioni di Berlusconi e di Fini avrebbero arricchito il dibattito politico italiano. Ma sono costretti ad ascoltare una lite sgangherata in cui non vi è dichiarazione che non contenga insulti, denunce, allusioni personali. Chi crede nei sondaggi non si faccia illusioni. Nei sondaggi il campione risponde ad alcune specifiche domande, più o meno puntuali. Ma nessuna indagine potrà mai rendere fedelmente lo stato di smarrimento e scoramento di elettori che si considerano delusi e traditi. Gli elettori di sinistra non sono in migliori condizioni. Quelli che credevano nella vocazione maggioritaria del partito di Walter Veltroni hanno cominciato ad avere qualche dubbio, probabilmente, quando hanno constatato che il Pd si alleava, per vincere le elezioni, con il partito giustizialista di Antonio Di Pietro.
La sconfitta avrebbe dovuto creare una opposizione unita, coerente e credibile. Abbiamo invece una opposizione disunita che mette continuamente in discussione la propria leadership senza riuscire a cambiarla, non ha un programma se non la scomparsa di Berlusconi e si rifugia nella speranza che lo spettacolo della propria impotenza sia oscurato da quello dei guai dell’avversario. Esiste quindi, accanto ai grandi problemi economici e sociali aggravati dalla crisi, una doppia delusione che colpisce, anche se per ragioni diverse, l’intera classe politica. Le elezioni anticipate potrebbero soltanto esasperare il clima nazionale, esporre l’Italia al giudizio spietato dei mercati, rivelare lo smarrimento del Paese e renderlo ancora meno governabile. Ma per arrivare alla fine della legislatura non occorre un governo «tecnico» o un nuovo Cln di cui nessuno riesce a delineare la composizione e il programma. Occorre che la maggioranza la smetta di litigare e che l’opposizione impieghi i prossimi due anni a creare un’alternativa credibile. L’Italia ha bisogno di entrambe.

Il Corriere della Sera 13.08.10

"Protezione Civile, colpo di mano estivo", di Mauro Favale

Il Pd denuncia: una direttiva allarga le maglie per i grandi eventi. La direttiva ha la firma di Silvio Berlusconi ed è datata 27 luglio, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 10 agosto. Per la prima volta mette nero su bianco i criteri attraverso i quali la Protezione civile può gestire i “grandi eventi”. «Ma sono criteri troppo generici – denunciano Luigi Zanda e Gianclaudio Bressa, Pd – nei quali è possibile inserire di tutto. Fanno passare un atto del genere in pieno agosto, a Camere chiuse: l´ennesimo abuso della politica delle ordinanze in deroga a tutte le leggi». D´altronde Guido Bertolaso ama ripeterlo spesso: «In Italia è la Protezione civile a gestire i grandi eventi». Dal 2001, per la precisione. Da quando il medico romano è arrivato a guidare il dipartimento della Presidenza del Consiglio. Criticata dalla Corte dei conti, sotto la lente di inchieste giornalistiche e delle indagini di vari magistrati in giro per l´Italia, ora la nozione di “grande evento” si arricchisce per la prima volta di alcuni parametri. Ma quelli che nelle intenzioni della Protezione civile vorrebbero essere «criteri» ai quali fare riferimento, vanno a formare, in realtà, una rete dalle maglie estremamente larghe. Nelle quali ciò che passa viene assoggettato all´uso delle ordinanze in deroga alle leggi vigenti.
Giusto 20 giorni fa Bertolaso, commentando la tragedia della Love Parade di Duisburg, in Germania, aveva spiegato: «In Italia non sarebbe mai successo: quando ci sono manifestazioni così, devono intervenire quelli che sanno come si fa». Sottinteso: la Protezione civile. Che, nelle idee del suo capo (da mesi in procinto di lasciare), nelle intenzioni del presidente del Consiglio che ha firmato la direttiva e nelle disposizioni dell´atto che ha funzioni operative, potrebbe mettersi a organizzare anche eventi come la Love Parade.
Si legge nella direttiva: «Si tratta di situazioni nelle quali l´inadeguatezza degli enti ordinariamente competenti a superare il contesto problematico che si manifesta è suscettibile di provocarne un aggravamento per impedire il quale si rende perciò improcrastinabile l´intervento dello Stato in via sussidiaria». Il burocratese nulla toglie al senso della direttiva. Che, pur provando a scendere nei dettagli, resta abbastanza generica: «Un grande evento, quale situazione straordinaria avente potenzialità atte a generare stravolgimenti nell´ordinario sistema sociale, può costituire la causa dell´accentuazione dei rischi. Tali rischi, pur essendo prevedibili e prevenibili solo parzialmente, devono attenere alla compromissione dell´integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell´ambiente». Tra i grandi eventi avviati per il quinquennio 2010-2015 ci sono le celebrazioni per il 150° anniversario dell´Unità d´Italia, il congresso Eucaristico nazionale di Ancona e Osimo e l´Expo Universale di Milano.
In passato, la Protezione civile ha anche organizzato la Louis Vitton Trophy a La Maddalena, i Mondiali di nuoto di Roma, il G8, prima a La Maddalena e poi a L´Aquila, i campionati del mondo di ciclismo su strada, ma anche la visita pastorale di Benedetto XVI a Cagliari. Per fare chiarezza sulla gestione di alcune di queste manifestazioni sono tuttora aperti diversi fascicoli d´inchiesta da parte di svariate procure. L´attenzione dei magistrati non ha però frenato l´intenzione del governo di ribadire come la categoria di grande evento spetti alla Protezione civile.
E mentre da una parte la direttiva del 27 luglio invita a una «progressiva riduzione degli stati di emergenza dichiarati sul territorio nazionale» e a «limitare al massimo lo strumento della proroga degli stati di emergenza», dall´altra specifica i parametri della nozione di grande evento: «1) Complessità organizzativa dell´evento tenuto conto della rilevanza e della sua dimensione nazionale o internazionale, delle autorità partecipanti, dell´impatto sull´economia e sullo sviluppo anche infrastrutturale dell´area interessata, della prevedibile affluenza di pubblico; 2) esigenza di provvedimenti e piani organizzativi straordinari per garantire la sicurezza; 3) necessità di adottare misure straordinarie per l´uso del territorio, la mobilità, la viabilità e i trasporti; 4) definizione ed esecuzione, anche con procedure semplificate, di piani sanitari di natura eccezionale; 5) adozione di misure, volte a evitare che dalla celebrazione dell´evento possano derivare conseguenze negative a carico del territorio». La rete a maglie larghe, insomma, è pronta ad accogliere nuovi grandi eventi.

La Repubblica 14.08.10

Ferragosto amaro per i precari

Il Miur ha scelto il mese di agosto, anzi la settimana di ferragosto, per comunicare in dettaglio l’entità e la distribuzione delle nuove assunzioni: una buona notizia per alcuni, ma una pillola amara per molti precari aspiranti alla immissione nei ruoli, considerando anche la forte incidenza dei posti riservati al sostegno, già segnalato da Tuttoscuola.
Il trend decrescente delle assunzioni è impressionante: nell’anno scolastico 2007-2008 le immissioni in ruolo furono 50.000, praticamente dimezzate nei due anni successivi, e ridotte a 10.000 con il prossimo anno 2010-2011. Ciò che più impressiona è che per la prima volta ci sono molte province (27) e tre intere regioni (Campania, Puglia e Sicilia) che a livello di scuola primaria non avranno neanche una nomina.

Anche nella secondaria superiore si registra una notevole frenata: gli effetti combinati dei tagli disposti dalla legge 133/08 e della riforma degli ordinamenti (e degli orari) si fanno sentire: a Roma i docenti assunti con contratto a tempo indeterminato saranno 69, a Milano 46, a Napoli 44, a Torino 25, a Bologna 9, a Palermo 6, a Cagliari 2, e a Trieste solo uno.

Ma, come già accennato, buona parte dei posti andranno ai docenti di sostegno: per esempio nella provincia di Napoli sul totale di 626 assunzioni 401 andranno al sostegno, a seguito dell’attuazione di quanto disposto dalla legge finanziaria 2008 che aveva introdotto la copertura graduale, fino al 70% del totale, dei posti riservati al supporto degli alunni diversabili.

Per molti precari il decreto ferragostano del ministro non fa che sanzionare formalmente le previsioni già circolate: molti di essi peraltro riprenderanno servizio nel prossimo anno scolastico, ma sempre nella condizione di precari, e con un carico in più di frustrazione.

da Tuttoscuola 14.03.10

"La collisione di due mondi", di Adriano Sofri

Ci sono due modi di pensare alla Sardegna. Il primo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i turisti. Il secondo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i sardi. Poi c´è un terzo modo, che va trovato di volta in volta, specialmente in agosto. Ieri il problema si è posto più urgentemente, perché la Sardegna dei turisti e la Sardegna dei sardi, per di più pastori, si sono fronteggiate sul campo, anzi sulla pista dell´aeroporto di Olbia-Costa Smeralda.
Altri sapranno discutere, con la cognizione di causa che a me purtroppo manca, del rapporto fra una protesta giusta e un modo che danneggia persone malcapitate. (Benché in questa circostanza leggere del “calvario dei passeggeri costretti ad avviarsi a piedi per trecento metri allo scalo” e dei “disagi creati ai vip in arrivo su jet privati” una qualche inconfessabile soddisfazione la dia. E che “i pastori si sono concessi anche di giocare a morra, tra le proteste dei passeggeri imbufaliti” – sia detto da passeggero). Sta di fatto che l´argomento addotto da chi sceglie queste forme di lotta – “è l´unico modo per far sì che si parli di noi” – non è mai stato così fondato. Fino a ieri chi aveva sentito parlare del “Movimento dei pastori sardi”? Più o meno nessuno, per due ragioni essenziali, perché sono sardi, e perché sono allevatori di ovini. Ora i pastori sardi, come hanno confermato ieri, sanno usare campanacci e fischi con l´indice e il mignolo in bocca da far invidia a un milione di vuvuzelas, ma finora non si era sentito niente, perché l´orrendo rumore delle quote latte copriva tutto. Eppure prima di ieri avevano occupato l´aeroporto di Cagliari (come gli operai dell´Eurallumina, del resto, non pervenuti) e la superstrada Carlo Felice, e niente. Qualcuno ieri, “nel continente”, leggeva la notizia e commentava: “Mille o duemila pastori, ti rendi conto?” Così siamo andati a cercare su YouTube, e abbiamo trovato i filmati dei mille pastori del Movimento che erano andati a dimostrare a Bruxelles, il 13 novembre del 1996. Avete letto bene, 1996, quattordici anni fa. Vedete com´è lungo il viaggio che atterra alla Costa Smeralda.
Agli occhi e al cuore degli altri, quelli che non sono sardi, la Sardegna di oggi evoca simboli di una forza travolgente. Uno per tutti, gli operai della Vinyls che dal 24 febbraio vivono nelle celle del carcere di massima sicurezza smesso dell´Asinara, isola dell´isola. L´episodio di ieri ha messo i profani del continente davanti a un Incontro dei Due Mondi, cui per giunta le circostanze – un politico sardista che morde la mano di una signora forestiera, la signora che lo schiaffeggia, e poi “tra le vittime della protesta anche una principessa araba” – hanno dato una pittoresca coloritura di genere, i maschi pastori patriarcali e le impazienti signore turiste. Nel repertorio degli italiani del continente che mangiano il pecorino romano e si figurano che sia romano (è sardo) e il pecorino di Pienza e delle Crete senesi immaginando che sia toscano (è fatto per lo più dai pastori sardi in Toscana), i pastori riguardano il presepio, la transumanza dannunziana dall´Abruzzo al Tavoliere, e il meraviglioso Canto notturno di un pastore errante dell´Asia alla Luna. Ora è vero che i pastori in genere (dove non sono stati sostituiti da senegalesi e sikh e macedoni albanesi e nordafricani) e i pastori sardi in particolare sanno meglio conservare una sapienza e una solitudine antica, ma l´idea scolastica che continuiamo a farcene dev´essere molto aggiornata. Quanto a me, ho un vecchio amico pastore che si chiama Angelo Vacca, che ha 270 pecore e a ciascuna ha dato un nome e le chiama tutte, una per una: è così che si riconosce quella smarrita. Però, il “mito romantico dell´uomo solo fra cielo e terra”, deve combinarsi con le cooperative e il Movimento e la sua bandiera azzurra e le sue manifestazioni di migliaia. A quel mito è bello restare affezionati, ma con giudizio. Michela Murgia, scrivendo lo scorso aprile di quel mito romantico, spiegava che “solo nell´ultimo anno la popolazione ovina sarda è diminuita di quattrocentomila capi, e gli allevatori oppressi dai debiti hanno dovuto razionare il mangime alle pecore rimaste, con la consapevolezza che ogni chilo di peso perso significa cinque litri di latte in meno. Potrebbe sembrare consequenziale che i giovani sardi abbiano smesso da decenni di voler fare i pastori… Ma non può sparire da un giorno all´altro una cultura produttiva che gestisce quasi tre milioni di pecore, due per abitante, con un fatturato annuale che rappresenta un quarto dell´economia sarda. C´è stato un momento nella storia della Sardegna pastorale in cui si è consumato il passaggio di senso tra ‘l´essere pastori´, che era un modo di percepirsi al mondo, e il ‘fare il pastore´, un mestiere come un altro, ma più di altri duro e incerto”. Nel sud della Sardegna, scriveva, tanti giovani pastori sono immigrati, tutti regolari e integrati come in nessun´altra regione.
Non sono più quelli di una volta, i pastori sardi. Neanche le signore turiste, direi.

La Repubblica 14.03.10