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"Il lato oscuro della famiglia", di Chiara Saraceno

Dal carabiniere che uccide la moglie al caso Fini, i rapporti di parentela sono al centro delle cronache Ma in un paese in cui ci si aspetta che tutti facciano i fatti propri, lo scandalo sembra ribadire che sono, siamo, tutti i uguali. La cronaca di queste ultime settimane ha riportato una serie di episodi che, pur nella loro grande diversità, testimoniano del lato oscuro della famiglia: verso l´interno, per ciò che succede ai singoli, ma anche verso l´esterno, per l´uso che si fa dei rapporti familiari in società. Solo negli ultimi giorni un carabiniere ha ammazzato la moglie che voleva separarsi da lui – ormai un drammatico “classico” della cronaca nera. E una nipote-badante, nonostante il doppio vincolo dell´essere una di famiglia e di ricevere un compenso, è stata colta a malmenare la parente di cui doveva prendersi cura. Anche questo un fenomeno purtroppo non raro. Sul versante dell´uso improprio dei rapporti familiari c´è, naturalmente, il caso dei familiari della compagna di Fini, che non hanno esitato a trarre ampio profitto da una siffatta prestigiosa “parentela di fatto”. È l´ultimo di una serie che ha visto appartamenti ottenuti da politici a condizioni molto favorevoli per figlie e figli, appalti pubblici vinti da familiari, contratti televisivi ottenuti da familiari improvvisamente divenuti “visibili” a causa delle loro parentele. Per non parlare di figli, mogli e mariti nominati assistenti parlamentari, o messi in lista elettorale e fatti eleggere, quando non presentati come propri delfini. Quei professori universitari che fanno vincere cattedre ai parenti sono in buona compagnia.
Che la famiglia non sia solo e sempre il luogo in cui si è al sicuro da aggressioni e attacchi alle spalle, ma anche che l´amore per i familiari possa tracimare in forme di nepotismo e “familismo amorale”, sono cose tanto note quanto solitamente derubricate a, deprecabili, eccezioni. Su cui si glissa quando si evoca la famiglia (al singolare e con la maiuscola) e la solidarietà famigliare come la panacea – dalla disoccupazione giovanile, alla cura dei bambini quando i genitori lavorano, o a persone non autosufficienti. Proprio questa cecità al lato oscuro della famiglia, alle piccole o grandi violenze che si producono al suo interno non solo quando c´è trascuratezza o abbandono, ma quando l´intimità diviene mancanza – o non riconoscimento – di confini tra le persone e il senso di appartenenza diventa pretesa di possesso, lascia particolarmente indifese le vittime di violenze famigliari. Per vergogna, indicibilità, speranza che le cose cambino, malinteso senso di pudore, esse spesso faticano a denunciarle e prima ancora a considerarle inaccettabili. E quando le denunciano, faticano a farle riconoscere dal loro intorno sociale. Analogamente, l´enfasi sulla necessità e univoco valore della solidarietà famigliare rischia di incentivare comportamenti e aspettative ove sparisce il confine tra la solidarietà e l´abuso, tra il prestare aiuto e il favorire anche a scapito delle regole e del bene comune.
Non succede solo in Italia, ovviamente. Ma in Italia entrambi i rischi – di lasciare indifese le vittime della violenza familiare e di un uso improprio di risorse pubbliche per favorire i familiari – sono forse maggiori che in altri paesi democratici, per almeno tre motivi. In primo luogo, l´enfasi un po´ asfissiante sulla famiglia come panacea universale rende più muti e ciechi quando le cose non vanno, salvo scandalizzarsi quando il dramma esplode. In secondo luogo, il troppo esclusivo affidamento alla famiglia come risorsa unica e inesauribile non consente di creare quegli anticorpi, quelle “antenne sociali”, che favorirebbero sia la richiesta di aiuto che la prevenzione. Allo stesso tempo, questo forte affidamento alla solidarietà famigliare sembra legittimare, agli occhi di chi lo fa, ma anche di chi collabora o osserva, ogni uso disinvolto di risorse pubbliche e private, ogni forma di nepotismo ed anche di uso delle proprie relazioni famigliari per trarre benefici per sé. Salvo scandalizzarsi quando qualcuno viene trovato con le mani nel sacco. Ma in un paese in cui ci si aspetta che tutti si facciano i fatti propri e dei propri familiari e famigli, lo scandalo serve più a ribadire che sono, siamo, tutti uguali. Con un po´ di invidia per chi riesce a farla franca, oltre che grossa. Anche così si uccide lentamente la cultura civica di un paese.

La Repubblica 12.08.10

"Il Pd ormai “vede” le urne e chiama al fronte comune", di Rudy Francesco Calvo

Appello di Bersani a tutte le opposizioni: se si va al voto abbiamo una linea. La prospettiva di un esecutivo di transizione sembra allontanarsi. Le parole di Bossi («No ai governi tecnici, occorre tornare subito alle urne»), la campagna elettorale già avviata ieri in spiaggia da Casini, il clima sempre più incandescente tra i finiani e il Pdl: tutti sintomi di una situazione che ormai sembra destinata a precipitare in fretta, anche già a settembre. Il Partito democratico finora è rimasto a guardare, attirandosi anche le accuse di un’eccessiva pavidità. Al Nazareno, l’opzione numero uno rimane quella di un governo di transizione. In questo quadro, Luigi Zanda apprezza la disponibilità dichiarata da Di Pietro, mentre Rosy Bindi loda «l’equilibrio e la saggezza» di Beppe Pisanu, il cui nome è stato proposto dal finiano Briguglio per guidare un esecutivo di garanzia. Ma i dem hanno anche già avviato il lavoro per prepararsi all’eventualità di un voto anticipato, accelerando sempre più il ritmo. Il principale nodo da sciogliere riguarda essenzialmente i confini e la natura della coalizione da presentare sulla scheda, con una subordinata non di poco conto: chi sarà e come verrà scelto il candidato premier?
A rompere gli indugi è stato ieri Pier Luigi Bersani, chiamando prima di tutto Berlusconi in parlamento per «spiegare cosa intenda fare in questo indecoroso marasma ». Dopodiché, «se fosse certificata la crisi la parola passerebbe al capo dello stato e al parlamento». E se le elezioni diventassero «inevitabili», allora «noi ci rivolgeremmo alle forse del centrosinistra e dell’opposizione per una strategia comune di cui siamo già pronti a proporre e a discutere le basi politiche e programmatiche ». Per Bersani, «l’apertura di una nuova fase dovrà avere i caratteri di una riscossa democratica, civica e morale, nonché i contenuti di una politica economica e sociale finalmente fatta di equità e di crescita». Un appello al quale rispondono subito positivamente Idv, Verdi e Rifondazione.
All’interno del Pd, il primo ad avanzare l’idea di un’alleanza inedita per chiudere definitivamente l’era berlusconiana è stato Massimo D’Alema. I due principali interlocutori individuati dal presidente del Copasir, però, sono anche quelli che hanno riservato un’accoglienza più fredda alle parole di Bersani. «Non vogliamo ammucchiate indistinte, alle elezioni si va con un’identità e con un programma», dice l’udc Buttiglione. «Non credo che un’alleanza raffazzonata che vada da SeL all’Udc e, forse, a Fli possa rappresentare un’alternativa credibile. Una coalizione così sarebbe impotente», gli fa eco il vendoliano Fava. Si tratta di dichiarazioni che nascondono probabilmente un’inevitabile pretattica e che non scoraggiano quindi il disegno dalemiano. Segnali di disponibilità sarebbero giunti in realtà proprio da SeL, mentre per agganciare Casini il presidente del Copasir ritiene inevitabile offrirgli la candidatura a premier.
Una prospettiva che suscita l’immediata reazione della minoranza: «Quando D’Alema voleva arrivare a palazzo Chigi nel ’98, lamentava il fatto che gli ex-Pci fossero considerati figli di un dio minore – ricorda un parlamentare veltroniano – adesso invece è lui a voler ridurre a quel ruolo il Pd, un partito rassegnato a presidiare la sinistra, che appalta ad altri la rappresentanza del centro e la leadership». Un conto – è il ragionamento che fanno gli uomini più vicini all’ex segretario – è un governo di transizione, che abbia pochi e chiari obiettivi, a partire da una legge elettorale che preservi il bipolarismo.
Un altro è una coalizione che deve presentarsi agli elettori: «Allora – spiega Walter Verini – il Pd dovrà essere il baricentro riformista di uno schieramento che si contrapponga sì al berlusconismo, ma che condivida anche una visibile parte propositiva». E il cui leader, ovviamente, sia scelto con le primarie.
All’interno di AreaDem, però, non esiste ancora una linea condivisa. Pierluigi Castagnetti, ad esempio, giudica una «via obbligata» l’alleanza con un eventuale terzo polo. Dario Franceschini, dal canto suo, rimane scettico sulla possibilità di un’immediata precipitazione della crisi. «Berlusconi farà di tutto per non andare al voto – spiegano gli uomini più vicini al capogruppo alla camera – il rischio per lui di non avere una maggioranza certa al senato è troppo forte. E poi, se avesse voluto farlo, si sarebbe dimesso subito dopo il voto sulla mozione di sfiducia a Caliendo».

Europa Quotidiano 12.08.10

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Il Pd comincia a giocare per il dopo-Berlusconi
Senza limiti la polemica fra Pdl e finiani, il premier tenta di dividerli Il livello dello scontro all’interno della maggioranza ha ormai raggiunto livelli altissimi: i finiani rispondono al dossier-Montecarlo chiedendo a Berlusconi di spiegare il discusso acquisto della villa di Arcore e Granata continua ad accusare il Pdl di contrastare la mafia solo a parole. Il premier risponde stigmatizzando le «irresponsabili e a volte farneticanti parole pronunciate da taluni contro il governo e la propria maggioranza» e cerca di sollecitare eventuali dissensi fra i “futuristi”, mentre Bossi continua a invocare «elezioni subito». Di fronte a questo scenario, il Pd non può che cominciare a prepararsi alle urne, pur mantenendo la preferenza per un governo di transizione che prima vari una nuova legge elettorale. A sospresa anche Di Pietro si dice disponibile a questa possibilità.
Bersani si rivolge quindi «alle forze del centrosinistra e dell’opposizione per una strategia comune». La prospettiva dalemiana di un’ampia coalizione anti-berlusconiana guidata da Casini non trova però tutti d’accordo: per i veltroniani significherebbe dare l’addio definitivo alle ambizioni originarie del Pd.

da Europa Quotidiano 12.08.10

Chi parla male pensa male «Generazione presente indicativo», intervista a Tullio De Mauro di Maria Serena Palieri

Maria Giuliana Bigardi, direttrice dell’ufficio scolastico di Treviso, nei giorni scorsi ha lanciato su queste pagine l’allarme-lingua: dal suo osservatorio di Nord-Est il mondo giovanile appare in un drammatico regresso, il cui sintomo è l’uso sempre più ristretto che gli studenti fanno di tempi e modi verbali. Vado, non andrò, faccio, non farei… Siamo alla «generazione presente indicativo»? E, se sì, quali rischi questo comporta? I cervelli dei più giovani. senza ginnastica verbale, si contraggono? Lo chiediamo a Tullio De Mauro, in quanto linguista, ma anche in quanto ex-ministro della Pubblica Istruzione.

«Detto così» obietta De Mauro, «ci mette fuori strada. Come nell’intera società italiana, anche nel linguaggio vi sono e si scontrano tendenze contraddittorie. E anche nel mondo giovanile. Mai in tremila anni abbiamo condiviso in pari grado il riferirci a una stessa lingua. Le generazioni giovani in realtà hanno toccato livelli di istruzione ignoti a padri e nonni, le ragazze specialmente. Le prove oggettive Invalsi accennano perfino a piccoli miglioramenti, poca cosa, certamente, dinanzi alla massiccia persistente presenza di insufficienze nel controllo di lettura e matematica. Ma la società adulta (ormai lo sappiamo con dati oggettivi) ha livelli nettamente peggiori, e gli insegnanti ne subiscono le conseguenze,ma stentano a prenderne coscienza. La disattenzione della classe politica non li aiuta».

La lingua, dite voi linguisti, è un corpo vivo. L’ultima frontiera, la contrazione dell’italiano sul modello del linguaggio sms, è un processo fisiologico oppure patologico?

«Sta diventando patologico il dislivello italiano (adulto, anzitutto) tra esigenze di conoscenza di realtà sociali e culturali di crescente complessità e la generalizzazione del dominio di strumenti linguistici, matematici, intellettuali che sarebbero necessari. Ho accennato a dati oggettivi sui livelli di alfabetizzazione della società adulta. L’ultima indagine comparativa internazionale colloca l’Italia al penultimo posto tra i paesi esaminati, prima soltanto della Sierra Leone. E conclude con un dato d’insieme di cui (sai dirmi perché?) nessuno vuol parlare: solo il 20% degli adulti ha gli strumenti linguistici (e matematici) per orientarsi nelle complessità di una società moderna. L’uso linguistico comune non può non soffrirne. Le eccellenti prestazioni linguistiche di alcuni saggisti e di molte scrittrici e scrittori e di poeti interessanti come Mariani o Montalto (ci sono anche loro, i poeti) o l’efficace chiarezza del parlato televisivo di un Dorfles o degli Angela sono in controtendenza».

Dagli anni Sessanta, con l’introduzione della media dell’obbligo, l’Italia, per alcuni decenni, è cresciuta, è diventata più alfabetizzata, dunque più consapevole. Questo«progresso» è ancora in corso oppure stiamo andando all’indietro?«Accanto all’espansione della scolarità di base – attenzione: espansione tra le giovani generazioni – dagli anni Settanta in poi (ancora nel 1970 metà dei ragazzi non raggiungeva la licenza media), già nei vent’anni precedenti un ruolo formativo e linguistico decisivo aveva svolto la televisione. Ma le pessime leggi dei primi Novanta, mela avvelenata dell’ultimo centrosinistra, hanno spinto tutte le reti, anche pubbliche, alla ricerca di pubblicità e pubblico e quindi all’imbastardimento violento e ottundente dei contenuti, con effetti devastanti su tutta la nostra cultura nel senso ampio di questo termine».

Ecco, se andiamo all’indietro, chi ha la colpa maggiore, la tv, la politica, le famiglie,la scuola?«Da tre anni ogni settimana per un settimanale faccio una schedina su quel che va succedendo nei sistemi scolastici in giro per il mondo. E posso, devo dirti che nessun paese del mondo, dall’Africa nera compresa agli altri paesi europei, dal Venezuela alla Corea, ha una classe politica e imprenditoriale (avevo sperato molto, ma invano, nella signora Marcegaglia) così tetramente sorda alle esigenze di scuola, università, ricerca come è sorda la nostra attuale. E siccome non riusciamo a selezionare un diverso ceto dirigente portiamo tutti una parte di responsabilità».

Se è vero che i ragazzi tendono a privilegiare il presente indicativo e rifuggono da altri modi e altri tempi, questo cosa vuol dire? È un processo di «americanizzazione»? Oppure, anche dal punto di vista linguistico, a prevalere è l’«eterno presente» di cui parlava GuyDebord a proposito della società dello spettacolo?

«Ma no, non corriamo. Il presente indicativo lo privilegiava anche Giulio Cesare. Lasciate ai linguisti e filologi l’accertamento di dati complicati, delicati. In particolare il sistema verbale italiano è una brutta bestia e perfino scrittori in auge (giornalisti, per la verità) ogni tanto inciampano in qualche “pervenirono” (una bella forma analogica che forse tra un secolo sarà norma, ma per ora no, non lo è)».

Tullio De Mauro cosa consiglia, in quanto linguista, in quanto docente, in quanto ex-ministro, in quanto padre? E, alla fine, in quanto persona di buon senso?

«Aggiungiamo anche: in quanto nonno e nonno di ben tre nipotine. C’è una cosa che in molti (circa un quarto della popolazione) possiamo fare senza troppa spesa e impegno: dire in giro quanto è bello, quanto ci ha conquistato l’ultimo bel libro che abbiamo letto. Poi, procurarci buoni libri e leggerli e col tam tam propagandarli (si sa che è il mezzo accertatamente migliore, assai meglio di recensioni e pubblicità). Più impegno richiede convincere gli amministratori locali a fare qualche tavola rotonda in meno e sforzarsi di aprire e far funzionare una biblioteca di pubblica lettura in ogni paese e in ogni quartiere delle città. È ancor più difficile attrarre l’attenzione della classe politica sulle necessità di investimento per scuola, università, ricerca, biblioteche di conservazione e ricerca, teatri, sale di concerto, orchestre decenti. Da economisti e seri studiosi dello sviluppo apprendiamo che tutto questo paga, dove si ottiene,ma anche costa e impone un riassetto dell’intero bilancio statale. Non è questione di ministri dell’istruzione o cultura, è questione di capi del governo, come in Germania o Usa, Venezuela o Francia, è questione di radicale diversa progettazione dello sviluppo del nostro paese. Qui c’è, potrebbe esserci, gloria per tutti»

L’Unità 12.08.10

"Il nuovo pudore che la politica non sa capire", di Irene Tinagli

Il caldo si sa, dà un po’ alla testa, ma non può essere solo il caldo la causa dell’ondata di denunce, insulti e aggressioni rivolte a persone che, a detta dei denuncianti, «offendono» il pudore e la sensibilità della gente. Ma chi sono questi svergognati e quali sono i vituperati atti osceni oggetto del contendere? Sono coppie dello stesso sesso che si tengono per mano e che si scambiano un bacio in pubblico.

E che per questo vengono denigrate, umiliate e in alcuni casi picchiate (come pochi giorni fa a Pesaro). Sono donne che prendono il sole in topless, come nel caso di una giovane denunciata sulla spiaggia di Anzio perché «turbava» i figli della vicina di ombrellone. Sono docenti di educazione sessuale denunciati perché spiegano il sesso a ragazzi già adolescenti chiamando le cose col proprio nome anziché ricorrere alla metafore delle api, come è successo qualche mese fa a Treviso. Sono persino mamme che allattano i propri figli in pubblico. Potrebbero sembrare casi sporadici e come tali ignorati senza troppi allarmismi.

Ma è un fenomeno in corso già da alcuni anni su cui varrebbe la pena riflettere. Anche l’estate scorsa sono state numerose le aggressioni ai gay che camminavano per mano, considerati «vergognosi» e oltraggiosi, così come si sono avuti episodi di mamme alle quali è stato impedito di allattare in pubblico, come una mamma allontanata da un ristorante di Madonna di Campiglio, o un’altra redarguita dal proprietario di uno stabilimento balneare della riviera romagnola perché avrebbe dovuto allattare chiusa in cabina. Questi comportamenti non possono essere attribuiti alla tradizione cattolica o a qualche fattore culturale immutato e immutabile del nostro Paese, perché venti anni fa di donne in topless al mare se ne vedevano a decine, e a nessuno veniva in mente di gridare allo scandalo e chiamare la polizia. Magari qualcuno poteva storcere il naso e pensare «non ci sono più i bravi giovani di una volta», ma c’era la consapevolezza di una società che cambiava, di nuove regole di convivenza civile alle quali occorreva adeguarsi. E soprattutto cominciava a farsi strada, allora, un concetto di libertà e di diritti civili e individuali che oggi a quanto pare sta diventando sempre più condizionato, limitato non tanto dal rispetto della legge, come dovrebbe essere, ma dalle sensibilità personali. Il limite della libertà di un individuo oggi non sembra essere più il rispetto della legge e della libertà degli altri, ma della loro sensibilità, del loro concetto di buono e cattivo, di ciò che a loro piace o dà fastidio. E questa è una deriva molto insidiosa.

Ma come siamo arrivati a questa sensibilità pubblica così esasperata, che finisce talvolta per sfociare in atti di intolleranza e aggressività? Siamo arrivati fin qui non perché la gente sia diventata all’improvviso più cattiva o più bigotta, ma perché è stata lasciata sempre più sola ad affrontare cambiamenti sociali importanti, condizioni di convivenza mutevoli, bisogni e valori emergenti. Siamo arrivati fin qui perché la politica ha perso lungimiranza e coraggio ed è sempre più latitante sui temi che riguardano la crescita e l’evoluzione della nostra società, che riguardano la vita, i sentimenti, le idee, e i valori dei cittadini. Riesce magari a varare una manovra o a introdurre od eliminare una nuova tassa, ma si dimentica che la crescita di un Paese non è fatta solo di manovre correttive, tassi di interesse e conti pubblici.

La crescita di un Paese è anche e soprattutto una crescita culturale e sociale. Trent’anni fa la politica aveva saputo, assai più di oggi, occuparsi dei temi legati ai grandi cambiamenti sociali allora in atto: il divorzio, l’aborto, il ruolo delle donne nella società e la parità di diritti. I partiti non si tiravano indietro di fronte alle grandi battaglie civili, e si prendevano la briga innanzitutto di informare e formare opinione, di impegnarsi in un’attività divulgativa che bene o male aiutava i cittadini a capire i cambiamenti in atto e orientarsi. E poi si preoccupavano di agire e legiferare avendo a riferimento un’idea della società che pensavano di costruire nel lungo periodo. Oggi la politica sembra invece aver abdicato a questo ruolo. Le grandi questioni sociali e civili che hanno scosso le nostre comunità negli ultimi anni sono diventate «temi sensibili», rischiosi, difficili, e i politici hanno preferito evitarli oppure assecondare e cavalcare le paure e i dubbi ad essi collegati per cercare consenso facile, anziché aprire dibattiti seri ed informati.

Un atteggiamento miope e opportunista che ha saputo solo acuire disagi e attriti, facendoci trovare oggi di fronte ad un Paese paralizzato su questioni di grande rilevanza come quella del testamento biologico, dell’omofobia, o del ruolo e del rispetto delle donne, che continuano ancora oggi a subire violenze inaudite – come ci dimostra la cronaca, che quasi ogni giorno ci offre storie di mogli ed ex fidanzate perseguitate, picchiate e uccise. In questo vuoto politico ogni malumore, ogni frustrazione, ogni paura rischia di prendere la strada della chiusura, dell’intolleranza, della diffidenza, della protezione fai da te.

L’atteggiamento della politica verso tali questioni è tanto più miope se si pensa che certi temi comunque ritornano. E ritorneranno, infatti, quest’autunno, con il voto alla Camera della legge sul biotestamento e, probabilmente, con un nuovo voto sulla legge contro l’omofobia. Qualcuno si sta già chiedendo se questi voti spaccheranno la maggioranza e se e come contribuiranno a definire nuove geografie politiche. Speriamo però che, almeno questa volta, la politica sappia prendersi le proprie responsabilità e cogliere l’occasione per avviare un dibattito serio, informato, lungimirante e non demagogico su questi temi, che pensi al futuro della nostra società e non solo a contare voti e disegnare alleanze di carta.

La Stampa 12.08.10

"La legge ad aziendam salva la Mondadori la maxicausa chiusa con una transazione", di Sara Bennewitz ed Ettore Livini

Legge salva-Mondadori doveva essere e legge salva-Mondadori è stata. La casa editrice controllata dalla Fininvest si avvia a chiudere con una mini-transazione da 8,6 milioni un contenzioso quasi ventennale in cui l’agenzia delle entrate le contestava il mancato pagamento di 173 milioni di tasse evase nel ’91, in occasione della fusione tra Amef e Arnoldo Mondadori. Segrate ha già contabilizzato a tempo di record nella sua semestrale il versamento della sanzione per calare il sipario sulla partita con l’amministrazione finanziaria “grazie al decreto legge 25 marzo 2010 n. 40 sulla chiusura delle liti pendenti”. Si tratta – in soldoni – del cosiddetto “Lodo Cassazione”, un provvedimento contestato dall’opposizione per il macroscopico conflitto d’interessi del premier che consente di archiviare i processi tributari arrivati in Cassazione con due sentenze favorevoli al contribuente mediante il pagamento del solo 5% del valore della lite.

La società di Marina Berlusconi – che aveva vinto in primo e secondo grado le cause con il fisco – ha colto subito la palla al balzo archiviando questo delicatissimo caso giudiziario prima della decisione della Corte suprema. I vertici di Segrate hanno confermato nella relazione di bilancio “la convinzione della correttezza” del proprio operato ma hanno preferito metter mano al portafoglio per “non esporre l’azienda a una situazione di incertezza ulteriore”. Anche perché negli ultimi mesi il contenzioso con l’erario aveva causato più di un attrito tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.

Il presidente della Camera negli ultimi due anni si è messo di traverso per ben due volte alla norma salva-Mondadori che la maggioranza ha provato a far approvare a più riprese: in una prima occasione facendo cancellare la cosiddetta “definizione agevolata delle liti” dal pacchetto giustizia per il processo breve messo a punto da Angelino Alfano e poi costringendo il governo a sfilarla lo scorso novembre dalla finanziaria 2010 dopo essere stato avvisato in extremis della presenza del decreto tra le pieghe della legge di bilancio dal relatore al Senato Maurizio Saia (Pdl).

L’ennesima legge ad personam, però, una volta uscita dalla porta, è rientrata dalla finestra ben mimetizzata all’interno del Dl incentivi. E a questo punto, nella scorsa primavera, anche Fini ha ceduto, dando luce verde al provvedimento che ha consentito tra l’altro alla società di casa Berlusconi di evitare un imbarazzante braccio di ferro con il ministero dell’economia di Giulio Tremonti. La controllata Fininvest a dicembre 2009 aveva accantonato in bilancio solo 1,8 milioni a fronte delle liti pendenti con l’erario.

Il vecchio contenzioso fiscale di Segrate era un serio cruccio pure per lo stesso presidente del consiglio che in una conversazione telefonica intercettata con l’ex consigliere Agcom Giancarlo Innocenzi si lamentava delle richieste per il divorzio di Veronica Lario – “mia moglie vuole 45 milioni” – paragonandole alla voracità di un fisco che gliene chiedeva 900 milioni. In realtà la cifra richiesta dalle Entrate alla Mondadori (tecnicamente legata al disavanzo di fusione con Amef) era di soli 173 milioni dell’epoca destinati a salire con gli interessi a 350 milioni. Una cifra comunque molto importante per la casa editrice di Segrate che ha chiuso l’esercizio 2009, un anno difficile per tutta l’editoria, con 34 milioni di utile netto e un giro d’affari di 1,5 miliardi di euro.

La Repubblica 11.08.10

"Milano da rifondare", intervista a Valerio Onida di Enrico Arosio

Tutti guardano alla politica romana, ma nel frattempo la seconda città d’Italia è caduta in una profonda crisi politica, etica e culturale. Eppure il dopo Berlusconi può ripartire proprio da qui. Parla il giurista Valerio Onida.
Non c’è solo la cocaina all’Hollywood. O i boss della ‘ndrangheta che infestano l’hinterland. O i pendolari umiliati da treni indecenti. Sono molto diversi, a Milano, i segni del declino: dall’Expo ridotta a fantasma al sindaco che diserta il consiglio comunale, dai dirigenti pubblici corrotti fino al potente ingegner Ligresti costretto a vendere i gioielli come la Torre Velasca e il palazzo Milano in piazza Cordusio. Come reagire al declino? Lo chiediamo al giurista Valerio Onida, firmatario, con la miglior società civile cittadina, da Francesco Savero Borrelli a Guido Martinotti a Umberto Eco, dell’appello “Impegno per Milano 2011” che si propone la ricerca di un candidato forte da contrapporre a Letizia Moratti.

Professor Onida, di quale declino parla?
“Anzitutto quello civile, politico e morale”.

La chiusura per droga del tempio delle notti milanesi ha valore emblematico.
“Di discoteche so poco. Ma da milanese nato nel 1936 sono sconcertato dalla profondità della trasformazione avvenuta, sul piano economico e sociale e su quello dei valori. Milano era una città all’avanguardia, non solo per la presenza della grande industria, l’Alfa Romeo, la Pirelli, la Innocenti, e della sua borghesia illuminata, ma anche per la vivacità di correnti culturali capaci anche di costruire politica: il socialismo democratico e umanitario (per decenni i sindaci socialisti); le correnti del cattolicesimo liberale e sociale di cui erano espressione la Cisl, le Acli; l’avanguardia del fronte autonomistico negli anni di avvio della Regione. Dov’è finito tutto questo? Mi colpisce constatare come il grande elettorato socialista di Milano sia passato armi e bagagli con Berlusconi, su posizioni distanti anni luce dagli ideali originari”.

Non è una novità.
“No. Ma questa trasformazione radicale è forse unica nel Paese. Quel mondo precedente, impegnato e solidale, non è stato sostituito da nessuna grande corrente culturale. Molti sono sfiduciati, non credono più alla politica. Un vuoto che allarma”.

La Milano dell’era Berlusconi è ormai definitivamente una città di destra?
“Io dico di no. Anche se le periferie hanno votato a destra. Il voto non è mai irreversibile”.

Dove ha fallito la Moratti?
“Ha peccato, direi, più che altro di omissione. Non è riuscita a essere autonoma dal Pdl. Non ha pilotato una crescita civile, sociale e infrastrutturale. Ha lasciato Milano in mano agli immobiliaristi. Non ha saputo parlare ai cittadini. L’Expo è in difficoltà, le politiche antitraffico inefficaci, il grande progetto della Biblioteca Europea in forse; l’unica novità le biciclette del Comune: un po’ poco. Da un lato cresce la rassegnazione, dall’altro dilaga l’effimero. E pensare che la città è ricca di energie vive e sottoutilizzate. La medicina, le università, l’editoria, l’innovazione tecnologica…”.

È perciò che nasce questo vostro appello degli ottimati? L’aristocrazia civile deve supplire alla debolezza dei partiti?
“Capisco l’ironia sugli ottimati ma, detta così, è una contrapposizione troppo meccanica: un sindaco e una classe dirigente sono sempre espressione della società civile e delle sue strutture politiche”.

La crisi dei partiti a Milano è abbastanza evidente. A destra e a sinistra.
“La nostra iniziativa parte da una generazione di cittadini, professionisti e intellettuali, che ricorda il prima, deplora il dopo e crede nel futuro. Non spariamo sui partiti, ma chi ha memoria e conoscenza ha il dovere di non estraniarsi. La democrazia non è la delega a un ristretto ceto professionale di politici”.

Che cosa volete esattamente?
“Noi non cerchiamo il deus ex machina anti-Moratti. Lo scopo non è di inventare un nome, ma di aiutare a promuovere, anche attraverso la proposta di nomi, una nuova classe dirigente, di giovani competenti e appassionati al bene collettivo. E agli antipodi del modello monarchico
e individualista di Berlusconi. Al quale si è adeguato, per opportunismo e ricerca di potere, un cattolico di per sé distante da quel modello come Roberto Formigoni”.

L’Espresso 10.08.10

Pretendiamo la presenza di Berlusconi in Parlamento

Di fronte al “tutti contro tutti” che negli ultimi giorni ha scosso la maggioranza e ai roboanti quanto inutili richiami all’ordine di Bossi e Berlusconi, Pier Luigi Bersani non ha dubbi: “Fanno la voce grossa perché non sanno che pesci prendere. Possiamo aiutarli con qualche precisazione. Primo: non permetteremo che Berlusconi riduca l’Italia al paese delle banane. In Italia abbiamo le istituzioni. Pretendiamo dunque, dopo due anni, la sua presenza in Parlamento e pretendiamo di sentirgli dire che cosa intenda fare in questo indecoroso marasma che lui stesso ha provocato e alimentato”.

Ipotizzando una crisi di governo, il segretario dem precisa che in tal caso “la parola passerebbe al capo dello Stato e al Parlamento secondo un percorso costituzionale in cui ognuno dice la sua, ma nessuno può dettare il compito agli altri. Il ‘golpista’ è chi nega questo e non chi lo afferma!”.

Se l’ormai fragile ‘predellino’ del centrodestra cedesse del tutto, ha ammonito Bersani, “le elezioni sarebbero inevitabili, e per giunta con questa vergognosa legge elettorale. Noi ci rivolgeremmo alle forze del centrosinistra e dell’opposizione per una strategia comune di cui siamo già pronti a proporre e a discutere le basi politiche e programmatiche”.

Sia chiaro sin d’ora a tutti – ha aggiunto il segretario del Pd – “che le elezioni anticipate certificherebbero il fallimento di una gestione politica e di governo, monocratica e personalistica, esposta a l’illegalità e al disprezzo delle regole, socialmente disastrosa e incapace di parlare al futuro del paese”.

Una nuova fase non potrebbe non avere – ha concluso Bersani – “i caratteri di una riscossa democratica, civica e morale, nonché i contenuti di una politica economica e sociale finalmente fatta di equità e di crescita.
Berlusconi può inventarsi i sondaggi estivi che vuole. Quando si arriverà al dunque, si accorgerà che la gente è stanca di rincorrere i problemi suoi e che di favole non vuole più sentirne”.

www.partitodemocratico.it