Latest Posts

"Il futuro prossimo", di Luca Mercalli

Inizio agosto 1812: «Il caldo e la siccità duravano da più di venti giorni. Una parte di questa polvere sabbiosa era pestata dai piedi e dalle ruote; un’altra si sollevava e stava in aria come una nuvola sulle truppe, entrando negli occhi, fra i capelli, negli orecchi, nelle narici e soprattutto nei polmoni delle persone e delle bestie… Il sole pareva un grande globo di porpora.
Non c’era vento e la gente soffocava in quell’atmosfera immobile». Così Tolstoj descrive in «Guerra e pace» l’avanzata di Napoleone verso Mosca.
Uno scenario che ricorda le cronache di oggi, con la capitale russa soffocata dal fumo di boschi e torbiere in fiamme. Ma c’è una differenza importante. Nonostante il caldo dell’estate 1812 l’Europa si trovava allora ancora dentro la Piccola Età Glaciale, e pochi mesi più tardi l’esercito napoleonico in ritirata venne decimato dal Generale Inverno. Oggi l’ondata di caldo che attanaglia la Russia ha superato ogni record precedente nella serie di due secoli di osservazioni, 39 gradi raggiunti cinque volte in meno di un mese, contro i 37,2 dell’agosto 1920. La temperatura media del luglio 2010 è stata di 7,8 gradi più alta del valore normale e ha superato di 2,5 gradi il precedente record del 1938. E sempre questo luglio ha visto ben 22 giorni oltre i trenta gradi, battendo i 13 giorni del 1972, mese anche allora passato agli annali per gli incendi boschivi. Insomma, per la statistica climatologica questa non è solo un’anomalia locale come ce ne sono tante, ma un bollettino di guerra, simile alla situazione inedita che fu l’estate 2003 sull’Europa occidentale, con i suoi 35.000 morti di caldo.

In Russia per ora si mormora che le vittime siano oltre 5000, vedremo poi il bilancio definitivo. La siccità, anch’essa eccezionale, dal canto suo sta distruggendo il raccolto dei cereali con ripercussioni sul mercato alimentare mondiale. Ora, mettiamo insieme questo evento climatico russo senza precedenti noti con le straordinarie piogge monsoniche che hanno devastato una zona semidesertica del Pakistan e della Cina, le alluvioni del centro Europa di queste ore, l’ammanco di circa un milione e mezzo di chilometri quadrati di ghiaccio marino artico e il collasso delle fronti dei ghiacciai groenlandesi, il record mondiale di caldo per il semestre gennaio-giugno, il ghiacciaio Capricorn precipitato venerdì a Pemberton, vicino a Vancouver, insieme a quaranta milioni di metri cubi di fango e roccia, seconda frana per dimensioni nella storia del Canada, e tanti altri fenomeni di tale portata: diventa difficile non considerarli come sintomi del cambiamento climatico.

Eppure i commentatori europei e americani nello scorso inverno, freddo e nevoso ma non eccezionale, non esitarono a chiedersi dove fosse finito il riscaldamento globale. Eccolo, verrebbe facile scrivere ora! E sia pure con prudenza, è molto più corretta questa affermazione di quelle boutades invernali. Tuttavia oggi, quasi con pudore e forse timore di essere politicamente scorretti, non si sente più in giro un solo collegamento razionale tra la Russia in fiamme e l’effetto serra. Perché razionale? Perché guarda caso sintomi climatici di questo genere sono attesi da oltre vent’anni di ricerca scientifica che ha tracciato gli scenari del nostro futuro prossimo. Migliaia di pubblicazioni ripetono e confermano che le simulazioni individuano soprattutto le alte latitudini dell’emisfero boreale soffrire dei colpi più incisivi dell’aumento termico. Canada, Groenlandia, Artico, Siberia sono definiti «hot spot» climatici, insieme al Mediterraneo.

Ieri erano previsioni, oggi sono fatti. Un sintomo da solo, si sa, potrebbe essere fuorviante. Ma quando sono tanti, ripetuti, e per giunta attesi da tempo, allora non valgono forse più di tutte le conferenze e i protocolli internazionali? E quel caldo, tanto desiderato nelle regioni-icona del freddo, si rivela invece pernicioso su territori non preparati a sopportarlo: anche questo era noto agli addetti ai lavori, solo chi vede il mondo come un paese dei balocchi poteva pensare a una Siberia come le Maldive! Così la Madre Russia, assediata dal blocco anticiclonico africano, non ha più il Generale Inverno tra i suoi alleati.

La Stampa 09.08.10

"Responsabilità e ricatti", di Massimo Giannini

Nella torrida e torbida estate italiana, come purtroppo avevamo previsto, c´è dunque una sola fabbrica che non chiude per ferie, ma che invece produce la sua «merce» a ritmi sempre più serrati. È la berlusconiana «fabbrica del fango», che attraverso l´uso scellerato dei giornali di famiglia e l´abuso combinato di servizi e polizie sforna dossier avvelenati contro amici e nemici del presidente del Consiglio.
Da qualche giorno, com´era ovvio dopo la sacrilega rottura umana e politica con il padre-padrone del Pdl, il fango ha ricominciato a sommergere copiosamente Gianfranco Fini per la vicenda del famigerato appartamento di Montecarlo ereditato da Alleanza nazionale, rimesso sul mercato e poi finito nella disponibilità del cognato dello stesso presidente della Camera.
Nel metodo, diciamo subito che Fini ha compiuto un gesto di responsabilità, onorando il ruolo che ricopre e cercando di chiarire fin da subito tutti i punti della vicenda. Senza aspettare il corso dell´inchiesta della procura di Roma, senza urlare contro i giudici «comunisti» come fa quotidianamente il premier, ma anzi esprimendo la massima fiducia nel lavoro dei magistrati.
Fini dà prova di grande senso dello Stato. Equilibrio politico, rispetto del potere giudiziario, disponibilità a fare luce: così si comporta un uomo delle istituzioni, quando è in gioco l´onorabilità della sua carica e la trasparenza dei suoi comportamenti. Già qui si coglie l´abisso culturale e temperamentale che separa il presidente della Camera dal presidente del Consiglio, abituato a destabilizzare l´ordine giurisdizionale con i suoi furori ideologici e ad umiliare il potere legislativo con le sue leggi ad personam.
Nel merito della vicenda, le precisazioni riassunte da Fini in otto capitoli sembrano sufficienti a sgombrare quasi completamente il campo dagli equivoci e dai dubbi. Tranne che in un punto, che merita un approfondimento ulteriore. Dopo aver chiarito al punto quattro che nel 2008 Giancarlo Tulliani (fratello dell´attuale compagna del presidente della Camera, Elisabetta) lo aveva informato che «in base alle sue relazioni e alle sue conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l´appartamento», Fini dichiara al punto sette che la vendita dell´appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008, e che lui non sa «assolutamente nulla» sulla «natura giuridica della società acquirente» né sui «successivi trasferimenti» dello stesso immobile. Solo «qualche tempo dopo» (conclude l´ex leader di An al punto otto) «ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l´appartamento».
Ricapitolando. Alleanza nazionale riceve un lascito ereditario di diversi cespiti immobiliari. Uno di questi è a Montecarlo, stimato 450 milioni di vecchie lire e regolarmente iscritto nel bilancio del partito. È «fatiscente e non abitabile», come attestano le ispezioni fatte dal tesoriere del partito e dalla segretaria personale di Fini. Ma il luogo è di pregio, e qualche anno dopo (nel 2008) si profila un´offerta d´acquisto di cui Giancarlo Tulliani fa cenno a Fini. Poco dopo l´offerta si concretizza in 300 mila euro, più del valore stimato, spiega adesso il presidente della Camera. E così Fini, in quanto segretario di An, autorizza l´amministratore a vendere. Si tratta di un bene che appartiene a un partito, non sono in ballo soldi pubblici. E questa è una distinzione doverosa e fondamentale per inquadrare la vicenda.
Ma Fini, e qui è l´aspetto opinabile della sua ricostruzione dei fatti, non sa nulla, né di chi sia l´offerta iniziale di cui gli parla il cognato, né di quale sia la società che effettivamente poi compra l´appartamento, ne di chi ci andrà ad abitare nei mesi successivi, come proprietario o come locatario.
Quando si parla di case i politici non possono e non devono permettersi leggerezze, anche se avvengono nel rispetto della legge, come dimostra il caso D´Alema ai tempi della prima Affittopoli. Inoltre non sapere chi offre, chi compra e poi chi affitta una casa di Montecarlo, per il capo di un partito che la vende, genera un vago «effetto Scajola», capace di dichiararsi all´oscuro del chi e del perché gli sia stato pagato il famoso appartamento da un milione e 600 mila euro con vista Colosseo.
Ma nel caso di Fini e dell´appartamento venduto o affittato al cognato, a quanto pare, non si pone affatto un profilo penale. E non si può discutere nemmeno di un problema etico, ma tutt´al più «estetico». Sul piano formale, un segretario non é tenuto a sapere a chi il suo partito vende o da chi compra ognuno dei propri beni patrimoniali: c´è un amministratore che ha la delega per farlo. Sul piano sostanziale, il massimo che si può dire è che il presidente della Camera sia stato un po´ naif, visto l´iniziale coinvolgimento nell´affare del fratello della sua compagna. Ma questo, al momento, sembra essere tutto.
Al contrario, resta in campo il tema vero che si agita sullo sfondo di questo presunto «scandalo» ossessivamente inscenato sugli house-organ del premier. Vale a dire la tecnica del dominio e il sistema di potere che sovrintendono a queste chirurgiche operazioni di killeraggio mediatico e politico. Dopo Veronica Lario per la denuncia sul «ciarpame politico» e Fassino-Consorte per la telefonata su Bnl, dopo Dino Boffo per le critiche sulle escort e il giudice Mesiano per la sentenza sul caso Mondadori, dopo Marrazzo per il video sui trans e Caldoro per il dossier sui gay, la fabbrica del fango sta «macinando» Fini.
L´ex alleato, diventato avversario, deve essere infangato, delegittimato, distrutto. Così si regolano i conti della politica, nell´era della truce decadenza berlusconiana. Così si zittiscono i critici o i dissidenti, nell´epoca tecnicamente totalitaria dell´orwelliano «Partito dell´Amore». Tra minacce, intimidazioni e ricatti, c´è solo da chiedersi chi sarà la prossima vittima da annientare, in questo folle gioco al massacro della democrazia.

La Repubblica 09.08.10

Nord-est, i giovani ormai prigionieri del «pensiero corto»

Maria Giuliana Bigardi, dirigente scolastica a Treviso: i ragazzi usano solo l’indicativo, chiudono il cervello in una prigione.La semplificazione riduce la complessità del linguaggio.
Stiamo tornando indietro, c’è da allarmarsi: i ragazzi ormai non sanno usare altri tempi se non l’indicativo, ècomese avessero chiuso il cervello in una prigione, solo pensieri corti e concetti strizzati dalla formula degli sms; ed è questo, temo, il futuro”: se ne lamenta Maria Giuliana Bigardi, direttore di un ufficio scolastico provinciale tutt’altro che periferico in questa Italia che sta spostando il linguaggio verso spiagge inquietanti. Siamo a Treviso, piccolo cuore di una realtà economicamente evoluta, socialmente rattrappita, culturalmente in ritirata. È qui che le panchine vengono nella pratica impedite a chi ha la pelle scura, è il regno di Gentilini, il leghista felice di sentirsi chiamare sceriffo, dove i gay sono ancora “culattoni”, così come recentemente li ha definiti con spavalderia il figlio di Bossi, perché “dire le cose come stanno significa dare il pane al pane” spogliandole dai tatticismi di un linguaggio “progressista” che evidentemente si ritiene infingardo e manipolatore. La parola d’ordine, in questa realtà politica e soprattutto di potere, è “semplificare”, perché in questa semplificazione abiterebbe la verità. E secondo questa visione delle cose, la “verità” troverebbe nel dialetto il suo tappeto volante; per questo motivo, qui nel Veneto, la Lega sta premendo per introdurre il dialetto nelle scuole primarie e secondarie come vera e propria materia di studio. Quando chiesero a Mauro Marin, il vincitore dell’ultima edizione del Grande Fratello, cosa pensasse della vita e del mondo, lui rispose con un colpo di lama abbagliante: “So solo di essere nato a Castelfranco – disse – e che questo è il mio territorio”. Marin è un laureato, non un analfabeta. “Semplificando, riducendo la complessità del linguaggio – spiega la dottoressa Bigardi – i ragazzi faranno fatica a capire ciò che li circonda e anche e soprattutto gli altri, non riusciranno più a lavorare di empatia, l”altro’ sarà un muro insormontabile”. Un giornale locale si è attivato ed è andato a filmare una sorta di sondaggio tra i giovani, under 18, nel centro di Treviso. Hanno chiesto loro di coniugare al passato remoto il verbo cuocere e altre amenità;non è andata malissimo, ma la notizia è che solo le ragazze hanno accettato di parlare davanti alle telecamere: i maschietti hanno sempre rifiutato. Timidezza oppure consapevolezza di una insufficienza non mimetizzabile? Comunque, un rifiuto decisamente “di genere”, una difficoltà “di genere”. “Vede – aggiunge la signora Bigardi – sottraendo complessità al linguaggio gli si scippa anche il ruolo di mediatore “politico” nelle relazioni sociali e lo si avvia verso un ruolo improprio, in cui la prima funzione è pericolosamente contundente, sulla base di un automatismo elementare”. Benissimo: ecco impostate le radici di una nuova e più ampia violenza nelle relazioni. Colpa di chi? “Anche della scuola – risponde Bigardi – è una questione di formazione e non penso solo agli studenti ma anche agli insegnanti. Il dialetto è una buona cosa, tutto dipende da come si intende adottarlo in ambiente scolastico, vedremo che strada si intenderà seguire”. Intanto a Nord Est, dove governa una Lega molto ipocrita. Eccone un aneddoto. L’assessore provinciale di Padova, Enrico Pavanetto, esponente del Pdl, ha infilato nel suo sito on line una serie di foto in cui lo si vede fare il saluto romano, poi accanto al calciatore Di Canio, quello che fece il saluto fascista allo stadio. È scoppiato un putiferio, l’opposizione ha chiesto le sue dimissioni ma la Lega non saputo fare altro che obiettare “leggerezza” nell’uso di Facebook al collega di Giunta. Un consigliere comunale padovano del Pdl, Vittorio Aliprandi, ha inviato a Pavanetto un messaggio di solidarietà: “Non ho dubbi se devo scegliere tra un fascista e un frocio”. Rieccoci

L’Unità 09.08.10

"Le donne libere dell'Italia unita", di Giuliano Amato

Assisto a quello che sta accadendo in questi giorni sulla scena politica italiana, segnata da diversità e divaricazioni che si accentuano, con la testa piena degli argomenti evocati dal 150° anniversario della nostra unità nazionale, al quale mi sto dedicando. Mi chiedo allora se c’è un valore che ci possa aiutare e che possa fare da guida alla nostra politica in un’unità oggi addirittura contestata da secessionisti e neoborbonici, che neppure in passato ha mai goduto di straordinaria salute.

In Francia parlano orgogliosi di “Marianne au pouvoir”, mentre da noi l’Italia è “la patria debole degli italiani” (scrive Raffaele Romanelli), è una nazione “malcerta” (scrive Christopher Duggan) e già Giosuè Carducci, del resto, la vedeva brutta, «brutti fino i cappotti e berretti de’ soldati, brutto lo stemma dello Stato, brutti i francobolli».

Né si tratta della solita spocchia degli intellettuali, da sempre critici dell’Italietta e della modestia di tanti dei suoi reggitori. Venti milioni di italiani che a cavallo fra l’800 e il 900 lasciarono il paese (quasi la metà della nostra popolazione di allora) e la questione meridionale aperta ancora oggi sono una testimonianza di sicuro non elitaria delle promesse non mantenute e dei problemi non risolti dall’Italia unita. Ma sbaglia di grosso chi coglie in ciò le ragioni per contestare la stessa unità, ripudiando il potenziale di progresso comune che sin dall’inizio essa ha portato con sé e del quale è caso mai giusto dire che non è stato utilizzato come avrebbe potuto e che ha dovuto e deve anzi farsi largo tuttora fra diffidenze, resistenze e ostilità.

Prendiamo un tema di cui gli italiani sono nell’insieme orgogliosi, il riconoscimento in Italia dei diritti e delle aspettative di eguaglianza delle donne. Non a caso è il tema su cui sono meno disposti ad accettare le diverse culture familiari di cui sono spesso portatori immigrati provenienti da paesi più arretrati. Ed è anche una delle prime ragioni che portano ancora a condividere la missione militare in Afghanistan, dove le donne stanno già ricadendo sotto l’oscurantismo talebano, che le condanna alla casa e al solo insegnamento catechistico del Corano.
Ebbene, lo sappiamo in che condizioni erano le nostre donne prima dell’unificazione nazionale, lo sappiamo come le trattavano gli stati pre-unitari, dei quali c’è oggi chi osa (nella sua ignoranza) avere nostalgia, e lo sappiamo quanto è stata determinante l’Italia unita nell’avviare per loro una storia nuova?

Quando nacque il Regno d’Italia, noi condividevamo con Spagna e Portogallo il tasso di analfabetismo più alto d’Europa, sopra il 70% contro il 30% inglese e il 40/50% di Francia e Austria. E in questo mare di analfabeti il primato lo avevano le donne, che sapevano apporre la firma con una media di una contro cinque ovvero di una contro otto maschi, a seconda della zona, nella stessa Lombardia (nonostante la buona legislazione scolastica del Lombardo-Veneto).

Ma era ovvio che fosse così. Per donne destinate a lavorare, scriveva al tempo una illustre pedagogista, Giulia Molino Colombini, «la coltura della mente è inutile». E se le si faceva studiare, bastavano per loro il catechismo e le arti domestiche, spesso insegnate da donne analfabete.
Una nostra brava storica, Simonetta Soldani, ci ha raccontato come andarono le cose in Fare gli italiani (Il Mulino, 1993) e torna a occuparsene ora per un volume sull’unificazione che la Treccani sta approntando.

Con la legge Casati, approvata alla vigilia dell’unità e poi estesa all’intero paese, l’alfabeto e il sistema metrico decimale divennero i primi, fragili strumenti, per rompere il muro d’ignoranza dietro cui erano chiuse le donne.
Si cominciò a reclutare e a preparare donne come insegnanti – la maestra fu così fra le prime donne a uscire di casa e a entrare nel mercato del lavoro – e uscirono dal loro secolare destino le bambine da esse educate.

Non è che il mondo, da quel momento, sia cambiato d’incanto. Al contrario le resistenze e le difficoltà furono innumerevoli. Perduravano le resistenze notabilari a una formazione delle maestre rurali che non fosse limitata «al cuore e alle modeste virtù» (così l’abate Scavia, ispettore emerito delle scuole normali e tecniche).
Resistevano all’obbligo scolastico le stesse famiglie, molto spesso restie a rinunciare ai piccoli guadagni del lavoro minorile e poco convinte dell’utilità d’istruire le figlie. Né spingevano in senso opposto i Comuni, responsabili dell’istruzione elementare, perché avevano pochi soldi, dovevano provvedere ai locali e agli stipendi degli insegnanti e lo facevano spesso con desolante parsimonia.

Capitava così che a molte bambine l’istruzione fosse impartita nei vecchi convitti da suore, oblate e maestre pie, che continuavano ad «educarle alla preghiera e a tenere le mani occupate». Mentre, come avrebbe testimoniato una maestra diplomata a Firenze, vi erano regioni come la Sicilia dove la «lingua italiana presenta maggiori difficoltà che da noi la tedesca».

Ma tutto questo non impedì che il numero delle insegnanti di scuole pubbliche raddoppiasse fra il 1862 e il 1872, passando da poco più di 7mila ad oltre 14mila; che un ministro della Fubblica istruzione come Francesco De Sanctis pretendesse dalle scuole normali che preparavano le insegnanti lo stesso studio della grammatica e della storia con cui si formavano gli insegnanti maschi; che la scolarità femminile aumentasse più di quella maschile, aumentassero le scuole superiori femminili e, specie negli anni di governo della Sinistra, aumentasse il numero delle classi miste e quello delle insegnanti donne ad esse destinate.

È vero dunque che non fu una marcia trionfale e fu anzi una corsa a ostacoli (vinta in più momenti dagli ostacoli). Ma senza l’unità non ci sarebbe stata neppure questa corsa. Chissà quando e chissà come la lingua di Dante sarebbe riuscita ad assorbire i dialetti, cessando di essere una lingua solo scritta e ancora più elitaria di quanto a lungo è rimasta.

Chissà quando e chissà come le donne italiane avrebbero potuto porre le premesse di quell’emancipazione della quale, in questo 150° anniversario, possiamo tracciare un bilancio che ha ormai molte poste all’attivo.

Italia patria debole e nazione malcerta? Se è vero, e nella misura in cui è vero, è una ragione in più, non in meno, per ritrovare in noi il filo che presero a dipanare le prime maestre dell’Italia unita, ragazze spesso orfane o di famiglie troppo povere per mantenerle, che ebbero il coraggio di non chiudersi nelle cure domestiche (e di non essere più viste perciò come ragazze da marito), e andarono a vivere da sole per fare scuola a bambine a cui aprirono comunque il futuro.

Un futuro del quale, senza quel filo e cioè senza la convinta adesione alle responsabilità che dobbiamo assumerci insieme, rischiamo oggi di perdere il senso.

Il Sole 24 Ore 08.08.10

Immigrazione, PD: "Continuano sbarchi ma da tg silenzio colpevole"

Dichiarazione congiunta dei responsabili Informazione e Comunicazione del PD, Matteo Orfini e Stefano Di Traglia: “Nascondere realtà non aiuta risoluzione problema ma l’aggrava”. “Continuano ad arrivare centinaia di immigrati in Italia, 350 ne sarebbero sbarcati sulle coste siciliane solo nell’ultimo mese, ma su questi sbarchi è calato un silenzio colpevole: pochissimi media, pochissimi telegiornali ne
parlano e nessuna immagine di disperazione viene più mostrata da mesi.”
Lo affermano in una nota il responsabile Informazione Matteo Orfini e il responsabile Comunicazione del Pd Stefano Di Traglia.
“Come affermano oggi su Repubblica il procuratore e il questore di Agrigento, il traffico verrebbe ora gestito da bande ben organizzate che riescono ad eludere i controlli. Un vero e proprio salto di qualità rispetto agli anni passati nell’organizzazione delle carrette del mare. C’è addirittura il rischio che riescano a entrare nel silenzio totale anche soggetti pericolosi. Evidentemente la questione degli sbarchi di clandestini non è stata, nonostante i roboanti annunci del governo, purtroppo risolta come il mutismo di alcuni media lascerebbe invece immaginare. E oscurare la realtà non aiuta di certo a risolvere il problema come oggi sembra ammettere il ministro della difesa La Russa che chiede (a chi? a se stesso? al governo?) norme più dure contro l’immigrazione dimenticando di dire che da sette anni negli ultimi nove governa la destra. Almeno ammetta il fallimento della sua maggioranza nelle politiche di integrazione.”

www.partitodemocratico.it

"Lo scienziato prestato alla politica", di Gabriele Pedullà

Per uscire da una crisi grave come quella che da tre anni attanaglia le economie occidentali occorrono i consigli di un vero specialista: e, quanto a crisi, nessun pensatore politico italiano – nemmeno Benedetto Croce o Antonio Gramsci, che sperimentarono sulla propria pelle l’avvento del fascismo – merita tale definizione quanto Niccolò Machiavelli. A fare fede, qui, è innanzitutto la sua biografia. Machiavelli aveva venticinque anni quando le truppe del re di Francia Carlo VIII varcarono le Alpi, facendo saltare il sistema di equilibrio a cinque su cui da tempo si reggeva la penisola (Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli), ma soprattutto dando inizio a una cruenta stagione di guerre che, con pochissime pause, si sarebbe prolungata almeno fino al 1530: quando il fiorentino era già morto da tre anni. Quel 1494 fu vissuto dagli italiani come una data spartiacque, perché il rapido ed effimero successo di Carlo VIII dimostrò a tutti in maniera incontrovertibile come, diviso, il paese più ricco e più avanzato culturalmente d’Europa fosse incapace di resistere alle incursioni dei vicini. Così, negli anni successivi francesi e spagnoli si sarebbero contesi la supremazia, fino a quando il terribile sacco di Roma del 1527 – pochi mesi prima della morte di Machiavelli – sancì definitivamente la supremazia di questi ultimi.
Machiavelli non smise per tutta la vita di riflettere su quello scacco epocale. La sconfitta, nel suo caso, era duplice, perché oltre all’Italia c’era anche Firenze. Qui, alla discesa di Carlo VIII, i Medici, signori de facto della città, erano stati cacciati ed era stata restaurata la repubblica presso cui proprio Machiavelli aveva poi servito per quattordici anni in qualità di cancelliere: finché, nel 1512, le armate spagnole avevano riportato in città gli eredi di Lorenzo il Magnifico. Qualche mese prima della morte, sulla scia del sacco di Roma, Machiavelli avrebbe fatto in tempo a vedere rinascere ancora una volta la repubblica, ma tutta la “seconda” vita del fu segretario fiorentino dopo l’allontanamento dagli uffici può essere considerata egualmente un unico, ininterrotto ragionare sulle cause di quella disfatta e sui modi per porvi rimedio.
Proviamo allora ad ascoltare la sua lezione. La prima cosa che Machiavelli ci ricorda è che le crisi giungono improvvise soltanto perché non sappiamo riconoscere gli infiniti segni che le preannunciano. Tutto il Principe è pieno di riferimenti alle illusioni ottiche della politica alla luce dell’amara considerazione che la maggior parte degli uomini riconosce i problemi quando questi sono cresciuti al punto che non è quasi più possibile risolverli. I grandi rivolgimenti non nascono dalla fortuna ma dalla mancanza di osservazione e dalla incapacità di costruire in anticipo argini abbastanza saldi da resistere allo straripare del fiume, quando la piena finalmente arriva. Ma la descrizione machiavelliana dell’Italia alla vigilia della discesa di Carlo VIII, con la sua amara ironia su «i grandi spaventi, le sùbite fughe e le miracolose perdite», potrebbe essere trasferita senza difficoltà all’euforia dei mercati finaziari prima che scoppiasse la bolla. Nessuno ha visto niente. Eppure i segnali c’erano tutti: mentre la prudenza politica – lamenta Machiavelli – consiste precisamente nella capacità di leggere in anticipo gli indizi.
È questo il passo preliminare per chiunque voglia uscire da una crisi: individuare i punti deboli e da lì muovere per rimediare al disastro presente. Nel caso di Machiavelli questa ricerca dell’origine del male si concretizzò in un processo di riforma militare, per dare a Firenze un’armata di soldati reclutati nel contado con cui sostituire le inaffidabili e poco combattive truppe mercenarie. Ma l’altra lezione di Machiavelli di fronte al tracollo italiano è che in casi come questi i palliativi e i piccoli correttivi non servono: proprio come non serve “temporeggiare” un problema senza mai affrontarlo. A una crisi di sistema bisogna rispondere con una riforma di sistema: oggi come ieri.
Rispetto a noi, Machiavelli aveva ben chiaro a chi i suoi contemporanei avrebbero dovuto guardare per uscire dall’impasse. Il modello di riferimento da tenere costantemente sotto gli occhi erano i Romani: alla cui storia è dedicata infatti la più importante e ambiziosa delle sue opere, i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Anche qui il bersaglio privilegiato di Machiavelli sono i sistemi chiusi che si credono invulnerabili perché artificialmente separati dall’esterno ma che in realtà, alla prova dei fatti, sono quelli che sperimentano sempre le crisi più violente. Una generazione dopo il primo viaggio di Colombo, i Discorsi insegnano che è impossibile richiudersi su se stessi e, tagliati i rapporti col resto del mondo, vivere sereni in un’armonia artificiale, perché, volenti o nolenti, in un universo interconnesso questa separatezza potrà venire rimessa in discussione quando meno lo si vorrebbe.
Non è strano, allora, che nell’opera di Machiavelli l’antimodello per eccellenza sia incarnato da Venezia: ovvero dalla Repubblica che i suoi contemporanei più apprezzavano, in quanto priva di conflitti interni e unica compagine statale ad aver retto alle armate degli ultramontani, sfruttando la condizione invidiabile del suo sito per tenersi fuori dalle guerre d’Italia dopo la terribile disfatta subito ad Agnadello nel 1509. Machiavelli non la pensa così e si sforza di dimostrare come il prezzo pagato da Venezia per la sua proverbiale concordia, fondata sul rifiuto di accogliere i nuovi arrivati e gli stranieri nelle proprie istituzioni politiche, si rivelasse a conti fatti troppo alto. Se un’attenta profilassi sociale aveva infatti messo la città al riparo dalle contese, l’armonia che ne era conseguita era solo apparentemente invidiabile perché aveva privato la Repubblica di altrettanti potenziali soldati, rendendola incapace di difendersi. Chi si chiude è destinato a soccombere. E senza la laguna e il mare la Serenissima sarebbe da tempo defunta.
Opposta era la condizione di Roma. Qui l’apertura verso gli stranieri e la tendenza ad accordare a tutti i popoli sottomessi la cittadinanza avevano rinfocolato per secoli le lotte politiche tra patrizi e plebei, ma contemporaneamente avevano assicurato alla Repubblica una consistente massa di cittadini-soldati, permettendole di stabilire la propria supremazia sull’intero bacino del Mediterraneo. Proprio il successo di Roma aveva dimostrato come i conflitti sociali, quando le parti in lotta si astengono dalla violenza, siano tutt’al più «un inconveniente necessario a pervenire a romana grandezza».
Alla fine, certo, anche Roma era entrata in crisi e le sanguinose guerre civili del I secolo a.C. avevano consegnato una Repubblica esausta nelle braccia di Augusto. In questo caso la lezione che i Discorsi ne traggono è particolarmente pessimistica: all’origine della decadenza vi sarebbe stato infatti un irreversibile mutamento dei costumi. Ma mentre i Romani incolpavano della crisi il contatto corruttore con i piaceri e le mollezze dell’Oriente, Machiavelli avanza una tesi diversa, fondata su un’acuta notazione dello storico Sallustio. Il tracollo della morale dei padri sarebbe stato un effetto della scomparsa della paura. Finchè infatti i Romani erano stati tenuti sotto scacco dalla minaccia di Cartagine, le ricchezze affluite dalle province orientali non avevano avuto nessun effetto sui loro costumi; ma non appena il nemico era stato sconfitto, nessuno si era più preoccupato del bene comune e di colpo non c’era stato più argine al vizio e alla corruzione. Come dire che Roma si era mantenuta temperante solo per effetto di una costrizione esterna, e che – venuto meno l’effetto moralizzatore della paura – persino la proverbiale virtù degli Scipioni e dei Decii si era dissolta nell’aria.
La storia non si ripete mai uguale. Eppure, ventuno anni dopo gli eventi miracolosi del 1989, Machiavelli obbliga i suoi lettori a domandarsi se l’attuale crisi della moralità pubblica, in un tempo di banchieri fraudolenti e di politici incapaci di distinguere tra un summit internazionale e una festa di addio al celibato, non abbia a che fare anche con la fine della minaccia del grande Orso russo. Dobbiamo rassegnarci a credere, insomma, che l’età d’oro del capitalismo – per mezzo secolo capace di conciliare crescita, profitti, benessere generalizzato e mobilità sociale – sia stata solo un risultato imprevisto della Guerra fredda? E che, dissolta l’Urss, quello stesso sistema si sia scoperto incapace di regolarsi da solo, in assenza di una minaccia esterna? È possibile che Machiavelli non avrebbe spiegato molto diversamente la più grande crisi economica dopo quella del 1929. Ma se avesse ragione, sarebbe un pessimo segno: perché in tutta la sua opera l’autore del Principe ripete costantemente che, quanto più gli stati sono corrotti nel profondo, tanto più si dimostrano incapaci di tollerare quella amara terapia che pure, in questi casi, sarebbe indispensabile per rimetterli in sesto.
No, non c’è ragione di essere ottimisti guardando all’Italia timorosa e gaudente di oggi con il Principe e i Discorsi. Ma, per fortuna, una delle grandi virtù dell’uomo Machiavelli, che il fiorentino non ha mai smesso di comunicare ai suoi lettori attraverso la pagina scritta, è la determinazione a lottare e a non darsi per vinti prima del tempo. Nei prossimi anni politici, economisti e semplici cittadini chiamati a reinventare le regole del capitalismo e della democrazia del XXI secolo ne avranno un gran bisogno.

Il SOle 24 Ore 08.08.10

Prime crepe nei respingimenti in mare "Ma l´ordine è: nascondete Lampedusa", di Alessandra Ziniti

Su quel meraviglioso “scoglio” che è il disabitato isolotto di Lampione, un chilometro quadrato di terra a diciassette miglia da Lampedusa, non ne erano mai approdati. Ma la notte del 13 luglio dei pescatori hanno notato sette uomini che si sbracciavano e hanno mandato la Guardia costiera a recuperare quel manipolo di disperati abbandonati sul primo pezzo di Italia che si offre a chi riesce ad attraversare il Canale di Sicilia. Arrivano, continuano ad arrivare. Nonostante il “muro” invisibile dei respingimenti in mare, dei quali non viene data più notizia perché questi sono gli ordini. Le “carrette” continuano ad attraversare il Canale, a trasportare le centinaia di migliaia di clandestini che aspettano il loro turno chiusi nei capannoni delle spiagge della Libia. Nell´ultimo mese almeno in 350 sono riusciti a sbarcare eludendo i controlli delle motovedette. I mercanti di uomini cercano approdi alternativi a Lampedusa presa d´assalto fino all´anno scorso, fino a quell´accordo con la Libia che, secondo il Viminale, ha stroncato i flussi di immigrazione clandestina verso le coste siciliane.
Ma cosa diversa raccontano gli ultimi 39 riusciti ad arrivare la sera del 2 agosto a mezzo miglio da Lampedusa, i 37 sbarcati fra i turisti di Cala Francese il 22 luglio, i 20 lasciati al volo da un barcone a Linosa il 12 luglio, i 7 dell´isolotto di Lampione, i 10 di Pantelleria, i 70 approdati a Capo Passero e soprattutto i 150 disperati trovati stipati in un casolare sul litorale di Palma di Montechiaro. Lasciati sulla spiaggia poco prima, presi in consegna dai terminali siciliani di una ben strutturata organizzazione specializzata in quello che gli investigatori definiscono un servizio «chiavi in mano», con assistenza logistica, mezzi di spostamento, vestiti nuovi. «I tempi degli sbarchi di disperati ammassati su barconi fatiscenti sono finiti – spiegano il procuratore di Agrigento Renato Di Natale ed il questore Girolamo Di Fazio – Adesso il traffico viene gestito da bande ben organizzate che studiano il luogo dove sbarcare il carico umano e mettono a disposizione un cambio di vestiti e nottetempo trasferiscono gli immigrati nelle grandi stazioni ferroviarie, munendoli di biglietto per le destinazioni del Nord Italia». Grazie ad organizzazioni così riescono a sbarcare sulle coste siciliane anche soggetti pericolosi. «Non escludiamo che oltre agli immigrati che nella nostra penisola cercano lavoro e futuro – dice il questore di Agrigento – possa essere sbarcato anche qualcosa di più grosso». Perché di sbarchi come questo, dei quali nessuno sarebbe venuto a conoscenza – dicono le carte dell´inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e dal pm Giacomo Forte – ce ne sarebbero stati diversi altri.
L´ordine superiore, però, è quello di «liberare» Lampedusa. Non a caso i clandestini che riescono a sbarcare sull´isola non vengono più ospitati, neanche per poche ore, nel centro di prima accoglienza. Gli ultimi 39 arrivati – denunciano i membri dell´Associazione studi giuridici sull´immigrazione – «come già avvenuto in precedenza, non solo non sono stati accolti e soccorsi in modo adeguato nel centro di accoglienza, vuoto e distante meno di un chilometro, ma sono stati tenuti per ore sotto il sole, lungo la strada provinciale, in attesa di una frenetica corsa delle istituzioni preposte ad organizzare il loro trasporto a Porto Empedocle».
E che, oltre agli sbarchi, continuino i respingimenti in mare di questi disperati fantasma lo conferma anche Gaspare Sieli, responsabile della coop che gestisce il centro di accoglienza richiedenti asilo di Trapani: «A metà giugno, un barcone con eritrei e somali, donne e bambini, è stato rimandato indietro. Dalla barca hanno chiamato disperati i parenti in Sicilia. Poi più niente. Che fine fanno tutte queste persone?».

La Repubblica 08.08.10