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"In Europa crescono disuguaglianza e ingiustizia sociale", di di Thorbjørn Jagland

Strasburgo – Non è ancora un anno che sono alla guida del Consiglio d’Europa e sono già molto angosciato per il trend negativo dei diritti umani che percepisco in molti dei 47 paesi che aderiscono alla nostra istituzione, la più antica del continente, preposta alla tutela dei diritti fondamentali dell’uomo. Vedo all’orizzonte spettri di cinismo, discriminazione, egoismo, mancanza di sensibilità e umanità. Purtroppo l’Europa sta cambiando, soprattutto nei confronti dei più deboli, dei poveri, degli emarginati, dei diversi. Disuguaglianza e ingiustizia sociale sono ormai tristi realtà molto diffuse.

Purtroppo la crisi in atto ha accentuato il divario tra le classi sociali. Talvolta i problemi economici globali sono addirittura una scusa per calpestare i diritti umani e prevaricare chi è già infelice, indipendentemente dalla crisi. Basta pensare che in Europa 150 milioni di persone su 800 – è l’allarme recentemente lanciato dal Commissario per i diritti umani Thomas Hammarberg – vivono al di sotto della soglia della povertà. Significa che il 20% dei cittadini europei hanno seri problemi di sopravvivenza. Per costoro, quindi, non c’è democrazia né godimento di diritti umani. Per di più aumenta la denutrizione infantile, anziani e disabili vivono in condizioni di estremo disagio, certe etnie come i Rom e gli extracomunitari vivono ai margini della società.

Tutte queste categorie – e i loro problemi esistenziali – sono ignorati dalla politica e dall’informazione. Tanto che – pur essendo spesso vittime di prevaricazioni, soprusi e violenze – non denunciano neppure i reati subiti perché non si fidano né della polizia né dei giudici. A tutto questo – un panorama deludente e molto preoccupante – si aggiunge la corruzione, ora molto diffusa, troppo.
Inoltre, i poveri e gli emarginati debbono pagare per avere protezione e servizi che dovrebbero essere liberi, in regime di solidarietà come quello in cui pretendiamo di vivere. La crisi economica – come dicevo – non fa che peggiorare il disagio, fornendo ai politici l’alibi per colpire le vittime della società, anziché soccorrerle.

Si aprono dibattiti, come quello sul burqa o il referendum sulla costruzione dei minareti, per distogliere l’attenzione dai veri problemi e creare l’impressione che il problema siano le vittime, gli altri, i diversi. Così vengono ignorati, anche dall’Italia, i divieti della Corte europea dei Diritti dell’Uomo a deportare, in paesi come la Libia e la Tunisia, i richiedenti asilo politico. I paesi ricchi agiscono con egoismo: la Norvegia – il mio paese – respinge i rifugiati in Grecia, mentre la Svezia rimanda i Rom in Kosovo.
Per vivere in una società multiculturale dobbiamo sviluppare uno spiccato senso di identità. Ma la crescente disoccupazione e l’emarginazione sono causa di perdita di identità. Quindi, la gente sente il bisogno di opporsi agli altri, a coloro che occupano una parte di territorio e di occupazione (anche se svolgono lavori che gli europei disdegnano). Ecco il terreno più fertile per gli estremismi e il loro messaggio di odio e disprezzo. E’ quello che accadde negli anni 30 nello scorso secolo. Non dimentichiamolo perché non si ripetano gli orrori del passato.

Il primo provvedimento è di ristabilire la giustizia sociale. Un test chiave sulle intenzioni dei governi è il Protocollo n. 12 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo col quale la discriminazione è considerata un reato. Tutti i paesi lo hanno ratificato? L’unanimità dei 47 stati europei sarebbe un messaggio forte e chiaro nel 60° anniversario ella Convenzione (che fu firmata a Roma il 4 novembre 1950), il messaggio che ci vuole in questo momento critico per gli equilibri sociali in tutto il continente.

(Thorbjørn Jagland è Segretario Generale del Consiglio d’Europa)

Il Sole 24 Ore 08.08.10

"Il bastone di Bossi deciderà la partita", di Eugenio Scalfari

Chi pensava con timore oppure con gioia che l´espulsione di Fini e dei finiani fosse l´inizio della fine del berlusconismo e ne aveva avuto conferma dal voto della Camera di mercoledì scorso che aveva trasformato la maggioranza in minoranza, dovrà invece ricredersi?
Dopo l´ira per la sconfitta subita il Capo dei capi dalle cento vite sembra infatti aver riacquistato lucidità e starebbe mettendo a punto una duplice strategia, un programma di governo su quattro punti concreti sui quali chiedere la fiducia di Fini e perfino di Casini, oppure elezioni a marzo per cogliere l´opposizione impreparata e spazzarla via, Fini e Casini compresi.
I quattro punti rappresentano un ponte per raccogliere intorno a sé tutti i moderati, una sorta di Berlusconi-bis con annesso rimpasto ministeriale e si articolano su altrettante riforme: Fisco, Federalismo, Giustizia, Mezzogiorno. Gli scrivani incaricati di metterle in carta sono Tremonti, Calderoli, Alfano, Fitto. Poi il vaglio dei finiani ed eventualmente di Casini. Infine il voto. Un patto di legislatura. E perfino (perfino) un´apertura verso i riformisti del Pd, quelli veri, identificati con gli ex popolari (Rosy Bindi esclusa) ma anche con D´Alema, Enrico Letta e forse Bersani.
Che ne dite? Non è un fior di strategia? Non volevate, voi arrabbiati e decisi a far fuori l´Orco ad ogni costo e ad ogni prezzo, un governo d´unità nazionale da chiunque presieduto, perfino da Tremonti se necessario? Eccolo il governo d´unità nazionale. Solo che a presiederlo ci sarà Berlusconi in prima persona e governerà fino al 2013. Provare per credere.
Il senatore Pisanu – l´ha detto venerdì a “Repubblica” – è convinto che questa sia la sola via percorribile. Casini del resto fu il primo a proporlo mentre si accingeva a concordare con Fini l´astensione dei 75 sulla sfiducia a Caliendo. Quanto al presidente della Camera, un patto di legislatura all´interno del Pdl del quale tuttora dichiara di far parte l´aveva proposto martedì mentre preparava la formazione dei gruppi parlamentari separati.
Chi dirà la verità e qual è la verità? Le lingue dei politici sono biforcute per definizione, ma mai come ora il gioco degli inganni è stato lo strumento-principe per la conquista del potere. Neanche ai tempi d´oro di Andreotti. E meno che mai all´epoca del trasformismo di Depretis e poi, un secolo fa, a quello di Giolitti.
Giolitti aveva un obiettivo: portare dentro le istituzioni liberali le masse cattoliche e le masse socialiste. Lo fece in due tappe e allargò il suffragio elettorale per render possibile quella trasfusione di sangue dentro l´esangue oligarchia della vecchia destra. Fu intelligenza politica, non trasformismo e non fu colpa sua se cattolici e socialisti sprecarono malamente l´occasione.
Berlusconi si inscrive in una fenomenologia del tutto diversa. Non è un fenomeno nuovo nella nostra storia nazionale. Interpreta quel fiume carsico, come più volte l´abbiamo definito, che rappresenta una delle costanti della nostra vicenda politica, prima ancora della nascita dello Stato unitario, riapparso poi in modi diversi ma con analogo spirito illiberale con Crispi, Di Rudinì, Pelloux, Mussolini, Tambroni, Craxi. Alcuni si affidarono alle sciabole, altri al populismo, altri ai dossier e ai ricatti e ci fu chi utilizzò tutti questi strumenti spolverandoci sopra una bella manciata di corruzione. Infine ci fu perfino chi non esitò neppure a negoziare il silenzio-assenso o addirittura l´amichevole benestare delle organizzazioni mafiose e camorristiche.
Berlusconi appartiene a questa tipologia. È il figlio imbarbarito dell´antipolitica, del qualunquismo, dell´anarchismo, che sono le tre condizioni preliminari che conducono alla delega di tutto il potere all´uomo della provvidenza. E questo è quanto è accaduto negli ultimi quindici anni e in particolare negli ultimi otto.
Sperare di trasformarlo in un leader liberal-democratico non è un crimine e non è neppure un errore; piuttosto è il tentativo – in chi formula questi progetti – di procurarsi un lasciapassare per entrare a far parte di quel sistema di potere cercando di mantenere un´apparenza di dignità. Questi sono i veri trasformisti e non sono l´ultimo dei pericoli che minacciano la nostra sgangherata democrazia.

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Quando avrà fine il gioco degli inganni e chi avrà in mano il manico del bastone per chiudere a proprio vantaggio la partita che si sta svolgendo tra Berlusconi da un lato e Fini-Casini dall´altro?
C´è un quarto giocatore ed è lui che tiene in pugno fin da ora il manico del bastone. È Umberto Bossi, il convitato di pietra che ha già piantato saldamente i paletti che delimitano il campo da gioco.
La riforma della Giustizia gli interessa poco o niente: per la Lega quella riforma è una merce di scambio e l´ha già ceduta a Berlusconi assicurandogli il suo appoggio per chiuderla come a lui conviene.
Gli altri due temi, del Fisco e del Mezzogiorno, sono due sfaccettature della questione principale, quella del Federalismo sulla quale la Lega gioca l´intera sua posta. Sul Federalismo la Lega vuole carta bianca e non accetta condizionamenti.
Non è certo Berlusconi che potrà intralciarla: per lui il Federalismo è merce di scambio così come per la Lega lo è la riforma della Giustizia, tu dai una cosa a me e io do una cosa a te.
Il condizionamento può venire da Fini. Non a caso Calderoli ha preannunciato un incontro con il presidente della Camera nei prossimi giorni. Gli porterà le carte sui costi-standard dei servizi pubblici nelle varie regioni, i calcoli sulla perequazione tra le Regioni povere e quelle ricche, le imposte attribuite agli Enti locali; insomma il meccanismo federalista finora fotografato nello stato in cui si trova. E chiederà anche a lui carta bianca affinché sia la Lega a gestirne la costruzione che è ancora tutta da fare.
Neppure Calderoli conosce le vere cifre che il Federalismo comporta. Luca Ricolfi, in un articolo di tre giorni fa sulla “Stampa” afferma che ci vorranno almeno altri due anni di studi per dare vera sostanza alla trasformazione dello Stato centralizzato in Stato federale e forse la sua valutazione è ottimistica.
Perciò l´importante per la Lega è di assicurarsene la gestione in esclusiva. Il voto di fiducia che il governo chiederà su questo punto ha questo significato. Fini è disposto a darla questa cambiale in bianco, insieme a quella sulla giustizia di Alfano e Ghedini?
Certo può darla oggi e smentirla e rimangiarsela domani quando sarà più rafforzato sul territorio per tentare un´altra spallata decisiva contro il berlusconismo. Ma in che modo può rafforzarsi? Se dovrà cessare di logorare il suo avversario, se dovrà votare la fiducia quattro volte su quattro capitoli, se dovrà stipulare un patto di legislatura dopo aver digerito quattro rospi di quella portata, la credibilità di Fini sarà ridotta a zero e si sarà anche dovuto separare da Casini per la semplice ragione che Casini la Lega non lo vuole nell´alleanza. Accetta un Fini con quattro rospi in pancia ma senza Casini.
Fini potrebbe rivalersi negoziando le future liste per le elezioni del 2013. Affidandosi alla parola di Berlusconi? O ad un rogito notarile? Sono possibili e pensabili queste due ipotesi?
Finora il presidente della Camera ha dimostrato di essere un ottimo tattico, una dote che gli si conosce da tempo. Ma la strategia difetta. Quando il più fedele dei suoi luogotenenti, Italo Bocchino, afferma che “Futuro e Libertà” non sarà mai alleata con la sinistra, la strategia gli fa evidentemente difetto: l´area finiana ha un senso se può giocare su due sponde, altrimenti sarà riassorbita in poche settimane.
È anche vero che l´altra sponda non versa in condizioni migliori.
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L´altra sponda, cioè il centrosinistra, per ora aspetta. Con l´arma al piede, dice chi vuole incoraggiarla. In realtà annaspa perché ha un suo progetto solo nel caso in cui Berlusconi si dimetta e chieda le elezioni anticipate. Qualora si arrivasse a questa eventualità il centrosinistra chiederebbe l´«Union sacrée» di tutte le opposizioni, Fini compreso, per mettere quelle forze a disposizione del presidente della Repubblica il quale deciderà sulla base dei suoi poteri-doveri costituzionali.
In realtà quando diciamo centrosinistra diciamo soltanto Partito democratico e Italia dei valori. Il resto (che equivale più o meno all´8 per cento del corpo elettorale) è rimasto fuori dal Parlamento salvo uno spicciolame di poche unità.
Manca però ogni traccia di strategia nel caso che Fini rifluisca sul programma berlusconiano e il governo duri fino al 2013. E manca altresì ogni strategia sul che fare in caso di scioglimento della legislatura. Bersani dice in proposito cose accettabili ma non è riuscito finora a guadagnare maggiore consenso nel bacino elettorale del suo partito. Forse perde troppo tempo con inutili mediazioni. Dovrebbe spostare la sua attenzione verso gli elettori potenziali e occuparsi poco o niente dei vari Fioroni, Marini, Letta, D´Alema, Veltroni, Chiamparino. Se il partito resta nei limiti dei soli iscritti e dell´oligarchia che ne è l´espressione, la partita è chiusa, sia che ci siano tre anni di tempo sia che ci siano soltanto 3 mesi.

La Repubblica 08.08.10

"La sinistra tiene il passo di Fini", di Barbara Spinelli

Alla fine, la rottura fra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera è avvenuta sull’elemento che più caratterizza il regime autoritario di Berlusconi: il rapporto del leader con la legalità, quindi con l’etica pubblica. È ormai più di un decennio che il tema era divenuto quasi tabù, affrontato da pochi custodi della democrazia e della separazione dei poteri.

Agli italiani la legalità non interessa, ci si ostinava a dire, né interessano la giustizia violata, la corruzione più perniciosa che è quella dei magistrati, l’obbligo di obbedienza alle leggi, il patto tra cittadini che fonda tale obbedienza. Anche per la sinistra, nostalgica spesso di una democrazia sostanziale più che legale, tutti questi temi sono stati per lungo tempo sovrastruttura, così come sovrastruttura era il senso dello Stato e della sua autonomia.

Fini ha ignorato vecchie culture e nuovo spirito dei tempi e ha guardato più lontano. Ha intuito che uscire dalla crisi economica significa, ovunque nel mondo, uscita dal malgoverno, dai costi enormi della corruzione, dall’imbarbarimento del senso dello Stato. Ha visto che il presente governo e il partito che aveva fondato con Berlusconi erano colmi di personaggi indagati e spesso compromessi con la malavita. Ha visto che per difendere la sua visione privatistica della politica, Berlusconi moltiplicava le offese alla magistratura, alla stampa indipendente, alla Costituzione, all’idea di un bene comune non appropriabile da privati. E ha costretto il premier a uscire allo scoperto: lasciando che fosse quest’ultimo a rompere sulla legalità, sul senso dello Stato, sull’informazione libera, ha provocato un’ammissione indiretta delle volontà autoritarie che animano il capo del governo e i suoi amici più fedeli.

In qualche modo, Berlusconi ha chiesto a Fini e ad alcuni finiani particolarmente intransigenti (Fabio Granata) di scegliere la cultura dell’illegalità contro la cultura della legalità che il presidente della Camera andava difendendo con forza. Non solo: più sottilmente ed essenzialmente, ha chiesto loro di scegliere tra democrazia oligarchica e autoritaria e democrazia rappresentativa. Il capo del governo infatti non si limita a anteporre la sovranità del popolo elettore alla separazione dei poteri e a quello che chiama il «teatrino della politica politicante». La stessa sovranità popolare è distorta in maniera micidiale, a partire dal momento in cui essa si forgia su mezzi di informazione (la tv) che il capo-popolo controlla in toto. La dichiarazione contro Fini dell’ufficio di presidenza del Pdl, il 29 luglio, erge i disvalori come proprio non segreto emblema quando afferma: «Le sue posizioni (sulla legalità) sono assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà».

La sinistra non ha avuto né il coraggio né l’anticonformismo del presidente della Camera. Fino all’ultimo ha congelato la presa di coscienza italiana sulle questioni delle legge e della giustizia, ripetendo con pudibonda monotonia che «l’antiberlusconismo non giova al centrosinistra». E per antiberlusconismo intendeva proprio questo: combattere il Cavaliere sul terreno dell’etica pubblica, della legalità, della formazione dell’opinione pubblica attraverso i media. I problemi erano sempre altri: quasi mai erano la tenuta dello Stato di diritto, l’informazione televisiva manipolata, la corruzione stessa. C’erano sempre «questioni più gravi» da affrontare, più urgenti e più alte, prima di scendere nei piani bassi della legalità.

L’incapacità congenita della sinistra di vietare a chi fa politica un conflitto d’interessi, specie nell’informazione, nasce da qui ed è destinata a divenire il vecchio rimorso e il vizio assurdo della sua storia. In fondo, venendo anch’egli da una cultura totalitaria, Fini ha fatto in questo campo più passi avanti di quanti ne abbiano fatto tanti uomini dell’ex Pci (lo svantaggio di tempi così rapidi è che le sue truppe sono labili).

Questo parlar d’altro, di cose che si presumono più alte e nobili, è la stoffa di cui è fatto oggi lo spirito dei tempi, non solo in Italia. Uno spirito che contagia anche le gerarchie ecclesiastiche (non giornali come Famiglia Cristiana), oltre che molti moderati e uomini della sinistra operaista. È lo stesso Zeitgeist che in Francia, in pieno scandalo delle tangenti versate illegalmente da Liliane Bettencourt alla destra, spinge politici di rilievo a far propria l’indignazione dell’ex premier Raffarin contro la stampa troppo intemperante: «I francesi e i mezzi di comunicazione sono incapaci di appassionarsi per i grandi temi». Chi chiude gli occhi davanti al marcio che può manifestarsi nella politica sempre vorrebbe che i cittadini non vedessero la bestia, dietro l’angelo e i suoi grandi temi.

Invece l’imperio della legge fa proprio questo: rivela all’uomo la sua bestialità, gli toglie le prerogative dell’angelo. Nel descrivere il Decalogo mosaico, che della Legge è essenza e simbolo, Thomas Mann parla di «quintessenza della decenza umana» (La Legge, 1944). Alla stessa maniera, la quintessenza dell’esperienza berlusconiana è il rapporto distorto e irato con la legge e i poteri che la presidiano: un male italiano che non è nato con lui, ma che lui ha acutizzato. Un male che conviene finalmente guardare in faccia, perché è da qui che toccherà ricominciare se si vuol costruire meglio l’Italia. Se si vuol dar vita a un’opinione pubblica veramente informata, perché munita degli strumenti necessari alla formazione della propria sovranità democratica.

Per questo la dissociazione di Fini dai disvalori del Popolo della Libertà non è una frattura del bipolarismo, né tanto meno un ritorno a vecchi intrugli consociativi. È il primo atto di un’uscita dall’era di Berlusconi, da una seconda Repubblica che non ha riaggiustato la prima ma ne ha esasperato monumentalmente i vizi: ed è un atto che per forza di cose deve essere governato da un arco di partiti molto largo. Il termine giusto lo ha trovato Casini: si tratta di creare un’«area di responsabilità istituzionale», non diversamente dal modo di operare di chi predispose il congedo dal fascismo. Nell’inverno scorso, lo stesso Casini parlò di Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale che nel 1943 associò tutti gli oppositori al regime mussoliniano. Spetta a quest’area preparare elezioni davvero libere, dunque creare le basi perché le principali infermità della repubblica berlusconiana siano sanate. In seguito, il bipolarismo potrà ricostituirsi su basi differenti.

In effetti, Berlusconi non è una persona che ha semplicemente abusato del potere. Le sue leggi, le nomine che ha fatto, il conflitto d’interessi di cui si è avvalso: tutto questo ha creato un’altra Italia, e quando si parla di regime è di essa che si parla. Un’Italia dove vigono speciali leggi che proteggono l’impunità. Un’Italia dove è colpito il braccio armato della malavita anziché il suo braccio politico, e dove i pentiti di mafia sono screditati e mal protetti come mai lo furono i pentiti di terrorismo. Un’Italia in cui la sovranità popolare non potendosi formare viene violata, perché un unico uomo controlla le informazioni televisive e perché il 70 per cento dei cittadini si fa un’opinione solo guardando la tv, non informandosi su giornali o Internet.

Un governo che non curasse in anticipo questi mali (informazione televisiva, legge elettorale che non premi sproporzionatamente un quarto dell’elettorato, soluzione del conflitto d’interessi) e che andasse alle urne sotto la guida di Berlusconi non ci darebbe elezioni libere, ma elezioni coerenti con questo regime e da esso contaminate.

La Stampa 08-08.10

Premiata Ditta "Bastoni & carote", di Pippo Frisone

La premiata Ditta “Bastoni & carote”, vale a dire il trio Tremonti, Brunetta e Gelmini prova ora a dare qualche contentino al personale della scuola.
Prima sono arrivate le bastonate di Brunetta sulla malattia e sui fannulloni, sui contratti e sul disciplinare, poi quelle sul blocco dei contratti, sulle pensioni e sugli organici di Tremonti e a far da cornice o meglio a far cassa, le finte riforme della Gelmini.
Adesso, tra una promessa e l’altra, per far ingoiare la medicina più amara che la scuola ricordi con il taglio di135mila posti entro il 2012, arriva quella palliativa-agrodolce.

Sembra certa la restituzione degli scatti di anzianità, congelati dalla manovra finanziaria e alla cui copertura provvederà l’ormai famoso 30% dei risparmi sugli organici, destinati all’origine a premiare il merito nella scuola.
Dei 23mila posti per le assunzioni in ruolo chiesti al Tesoro, la Gelmini ne porta a casa solo la metà.
Per l’esattezza sono 170 posti per i Dirigenti Scolastici, 6.500 per il personale ATA e 10.000 per il personale docente.
La maggior parte di questi posti sono collocati al centro-nord.
Alla Lombardia, la regione a più alta disponibilità di posti vacanti, dovrebbero arrivare 3.000 posti.
Un bel colpo per i precari lombardi in tempi di vacche magre.
Ma non sarà così per tutti.
Dei 10mila posti si parla di un contingente consistente, pari al 50%, destinato agli specialisti sul sostegno all’handicap.
I restanti 5mila verranno assegnati più o meno come lo scorso anno.
La parte del leone, ancora una volta spetta alla scuola dell’infanzia cui andranno oltre 2mila posti.
Mentre ai restanti ordini di scuola verrà riservato appena il 10% delle disponibilità attuali.
Meno di un migliaio alla primaria e poco più di 2mila alle medie e superiori.
Resteranno con la bocca asciutta tutte quelle province del centro-sud che hanno personale in esubero, a partire dalla scuola primaria (2.287).
Nella secondaria, nonostante le relative disponibilità in quasi tutte le province, restano in forte sofferenze tutte quelle classi di concorso penalizzate dalle cosiddette riforme Gelmini.
Alle medie per fare un esempio mentre da un lato si registrano 10.410 posti vacanti a livello nazionale, dall’altro si hanno 1.357 esuberi.
Stessa musica ma con numeri ben più pesanti sul versante dell’esubero per la secondaria superiore.
A Milano ancora una volta si registrano le contraddizioni più consistenti.
Posti sicuri per l’assunzione in ruolo nell’infanzia e nella primaria; nessuna chanche alle medie per Educazione Fisica, Musicale, Tecnica e Inglese. Tutti assieme fanno 89 docenti in esubero.
Alle superiori è ben più grave la situazione con gli esuberi che superano le 240 unità, disseminati in 36 graduatorie (18 riguardano i docenti laureati e 18 i docenti diplomati).
Nessuna assunzione in ruolo a Milano in Dis.e St.dell’arte, Educazione Musicale, Elettrotecnica, Italiano e Latino, Italiano Latino e Greco, Datt.e Stenografia, Trattamento testi, tutte le Conversazioni in lingua straniera e poi, solo per citarne alcuni, nei Laboratori di Elettronica, Elettrotecnica, Meccanica, Fisica, Informatica.
E per finire, l’ultimo contentino per i precari è la reiterazione del cosiddetto decreto salva-precari, cui dovranno far seguito gli accordi con le varie regioni. Domande negli elenchi prioritari per chi ha lavorato almeno 180 giorni, a settembre.
Ma per la premiata ditta Bastoni & carote, fortunatamente il tempo sta volgendo al peggio.

da ScuolaOggi 08.07.10

"CNR, ben 4000 i ricercatori a rischio", di Luciana Cimino

Quattromila ricercatori a rischio. Tanti potrebbero essere infatti i precari del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) che rischiano di rimanere senza posto dopo anni di apprendistato e contributi di conoscenza dati all’ente, se passasse una delle norme contenute nel nuovo statuto in corso di approvazione. La contestatissima norma, che vede sul piede di guerra tutti i ricercatori del CNR e i sindacati di categoria uniti, prevede che le condizioni dei contratti di precariato non possano superare in nessun caso i 6 anni (nelle loro svariate forme: da assegno di ricerca, a borsa di studio a co.co.co).
«Dopo fuori dall’ente, anche se sei un ricercatore valido, e non di rado eccellente, non c’è nessun futuro», spiega Mariangela Spera, ricercatrice precaria all’IStc (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione). «Una norma miope e assurda», per Rosa Ruscitti della FLC –CGIL che ricorda come «il CNR faccia alta formazione, mentre in Italia non c’è ricerca privata, cosa faranno questi ragazzi dopo?». Ma non è solo questa la norma contestata nella bozza di statuto che sarà approvata lunedì dal nuovo CdA dell’ente. Ricercatori, in stato d’agitazione da più di una settimana, e sindacati hanno scritto una lettera al ministro Gelmini (che ha 60 giorni per promulgare il documento) nella quale si invita a stralciare o correggere alcune norme dello statuto.
Nella lettera siglata dai segretari generali di FLC-CGIL, FIR-CISL ed UIL-RUA affermano che il nuovo statuto proposto «non esalta il ruolo e la mission dell’Ente, colpisce la sua autonomia e gli spazi di partecipazione del personale e della comunità scientifica interna». Da correggere anche le norme che pongono un rigido e invalicabile tetto di spesa per il personale del 70% del Fondo di Finanziamento Ordinario. Lunedì dalle 14, in concomitanza con la firma dell’atto, davanti la sede nazionale del CNR in piazzale Aldo Moro, a Roma e in altre città italiane, manifestazione di ricercatori e sindacati con palloncini che saranno librati nell’aria per, dice ancora Ruscitti, «liberare il Consiglio Nazionale delle Ricerche dall’oppressione politica che gli vuole togliere autonomia». «Noi ricercatori precari – conclude Mariangela Spera – continueremo a lottare per il nostro futuro e per dare un futuro a questo ente che invecchia e perisce a vista d’occhio e dovrebbe essere invece l’ente trainante della ricerca in Italia, al passo con la comunità scientifica internazionale».

L’Unità 08.04.10

«L'autonomia delle scuole: la vogliamo davvero?», di Letizia De Torre*

Negli ultimi giorni del dicembre 1997 – 13 anni fa – sulla scia della grande stagione che aveva aperto le porte dell’autonomia alle scuole e all’intero sistema formativo (sarebbe importante ogni tanto rileggersi quell’art. 21 della legge 59/97), veniva promulgata la legge 440/97 per sostenere questa svolta storica e per coinvolgere gradualmente ad una ad una tutte le istituzioni scolastiche.
In sostanza si istituiva un fondo permanente che, ahimé, nel corso di questi anni a tante cose è servito, ma non a portare a ‘maggiore età’ le scuole del Paese. Basta guardare la distribuzione delle risorse di quest’anno che ha quasi dimezzato le risorse alle istituzioni scolastiche (basta una veloce analisi alle tabelle e si scopre che dai 53,355 del 2008 ai 30,000 milioni di euro nel 2010) e invece ha aumentato le risorse usate centralmente dal Ministero (dai 49,290 milioni del 2008 ai 51,900 del 2010) e usate per scopi che poco o nulla hanno a che fare con la crescita dell’autonomia organizzativa e didattica, che vanno dall’inglese, al bullismo, dalla multimedialità, alla legalità, dalla cittadinanza, alla salute, dalla pratica sportiva alla guida dei motorini … o iniziative meritorie, come l’educazione degli adulti, ma che in un sistema di istruzione serio dovrebbero avere altri e stabili capitoli di spesa.
Tutto ciò accade mentre si parla e parla di federalismo e contemporaneamente il sistema scolastico italiano, nelle comparazioni internazionali, viene valutato centralistico e con scarsa autonomia.
Sarebbe dunque un Fondo il cui uso andrebbe incrementato ed, invece, purtroppo, lo si sta decurtando, passando dai 141.043 milioni di euro del 2009 alla previsione di 99.516 nel 2012. Lo si riduce anche per finanziare le missioni internazionali (si, proprio così! per finanziare guerre, come quella in Afghanistan, ormai considerate perse). E le briciole a pioggia arrivano sempre a piano didattico (il POF) ormai chiuso da mesi. Una non curanza che accula solitudine delle scuole, ritardi, superficialità, deresponsabilizzazione. Ed è questa la ragione per cui il gruppo del Pd in Commissione ha deciso che occorre una svolta.
Abbiamo proposto, e tutti i gruppi hanno sottoscritto, una risoluzione che chiede una coraggiosa valutazione “strategica” delle modalità e degli esiti dell’applicazione di questa legge, una valutazione fino ad ora mai affrontata, ma che non può più attendere. Soprattutto in questi anni duri per le scuole.
Valutare periodicamente il buon (o cattivo) uso di una legge dovrebbe essere una prassi normale, un compito del Parlamento. E ci fa piacere che sia stato accolto l’invito ad allargare lo sguardo da un adempimento formale di parere su come vengono divise le risorse dalla direttiva alla analisi degli esiti prodotti dalla Legge in relazione alle finalità per cui è stata promulgata. Vogliamo sperare che il Governo vi contribuisca fornendo tutti i dati utili. Anche perché sono all’orizzonte i Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) in materia di istruzione, previsti dalla Legge sul federalismo fiscale, e occorrono idee chiare affinché le risorse arrivino in modo equo ed efficace a tutte le scuole.
Soprattutto occorre comprendere – e reimposare questa legge farebbe chiarezza e darebbe un rilevante apporto – come oggi possa essere rilanciato il grande progetto dell’Autonomia e della riorganizzazione e della partecipazione e del miglioramento della scuola italiana.

*Deputata PD

"Milano, quando donna diventa un sacrificio umano", di Lidia Ravera

Nessuna di noi è al sicuro, nessuna donna. In nessuna ora del giorno. Alle otto del mattino, nel pomeriggio, di notte. In una grande città, in una strada affollata, in un viottolo, in piazza. Andando in ufficio, a far la spesa, al cinema. In qualsiasi momento, un uomo incattivito da una qualche frustrazione può scendere da casa sua e ammazzarci di botte. Semplicemente perché siamo donne. Può picchiarci in ragione della nostra debolezza. Può picchiare una qualunque di noi perché siamo intercambiabili.Unadonna vale l’altra, e tutte insieme non valgono niente.
Oleg ha 25 anni e tira di boxe. La sua ragazza l’ha lasciato. Magari perché è uno che, quando gli gira, mena. Oleg non si rassegna. Non cerca di migliorare. Ma neppure piange e di dispera, come è naturale, quando finisce un amore. No, Oleg scende in strada e aggredisce la prima donna che passa. Una che, come lui, non è italiana ( probabilmente sono la maggioranza, nella città svuotata dalle ferie d’agosto). Lei viene dalle Filippine, lui dall’Ucraina. Tutti e due, in Italia, cercavano, si presume, qualcosa. Pace, lavoro, un po’ di benessere. La donna non ha neppure il tempo di rendersi conto di che cosa sta succedendo. Vuole la sua borsetta, quel dispensatore di pugni feroci? Gliela darebbe,per farlo smettere,ma Oleg vuole altro. Vuole sfogarsi e vuole vendicarsi. Di che cosa? Del genere femminile? E’ uscito di casa già con quell’idea in testa. L’ha detto a sua madre. Vuole fare casino. Del resto, la cultura del Paese che l’ha accolto, non è aliena da
questi modelli selvaggi: i ragazzini della Milano-bene, alla fine delle loro nottate brave, non disdegnano lo sport della rissa. Pestano in gruppo un chiunque assunto, per la bisogna, al nobile ruolo di vittima. E’ bene, dopo l’ultimo drink, sorbire un autentico
sacrificio umano. Le donne, pare, sono ottime come causa scatenante della scazzottata finale. Fa cinema, fa cavaliere. Ne prendi una, ne guardi un’altra, ammazzi quella che non ci sta. Le donne sono merce, una droga come un’altra. Quando non sono merce, servono
a farla vendere, la merce. La galleria di “pubblicità-regresso” pubblicata da questo giornale, pochi giorni orsono, è eloquente: cosce, culi, ombelichi, labbra, tette. Tutto è invito a servirsi, i doppi sensi promettono un uso indiscriminato dell’oggetto. Te la do, la puoi prendere in leasing, scatena la bestia che è in te (una bibita), fattela, fottila…le donne non hanno un nome, soltanto una funzione. C’è da stupirsi, se un ragazzo uccide per interposta persona, se si vendica della sua donna ammazzandone un’altra? Per parafrasareun mostruoso sloganterrorista: colpirne una per punirne cento. Quando perdi identità, può succedere di tutto. L’empatia la scatena soltanto l’individuo, cioè chi è stato oggetto di un processo di individuazione (“rendere chiaro e determinato qualcuno attribuendogli forme caratteristiche ed elementi suoi propri” Zingarelli). L’individuo, il singolo, sono sostantivi che non si declinano al femminile.

L’Unità 07.08.10