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Gelmini: «Una laurea per Bossi», di Pietro Greco

Una laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione a Umberto Bossi, per chiara fama da parte dell’università dell’Insubria, nella “sua” Varese. Sponsor autorevole dell’iniziativa – secondo la Prealpina, il quotidiano varesino che ne ha dato notizia lo scorso 30 luglio – è addirittura il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Mariestella Gelmini. Che avrebbe telefonato direttamente al rettore dell’Insubria, il professor Renzo Dionigi.
Dell’idea e dell’autorevole sponsorizzazione si è parlato in una cena informale che lo steso rettore ha avuto con il prorettore, i presidi di facoltà, i dirigenti di rango più elevato circa un mese fa in un ristorante di Azzarate. La notizia non è mai stata smentita. Anzi, il 31 luglio la Prealpina ha pubblicato una lettera del Presidente della Provincia di Varese, Dario Galli, che rilancia l’idea e ricorda, un po’ spazientito, che sono almeno quattro anni che la Provincia chiede all’università dell’Insubria di conferire finalmente l’«indispensabile riconoscimento accademico all’uomo politico.. più significativo degli ultimi 30 anni» che, con la sua «incredibile capacità di comunicazione di massa» ha reso possibile il «miracolo leghista».

A queste reiterate richieste il Rettore non è del tutto insensibile: «La laurea a Umberto Bossi? Se una facoltà la propone …» aveva pubblicamente dichiarato già due anni fa. D’altra parte il Rettore era stato molto attento, lo scorso 15 marzo, a inaugurare, alla presenza proprio di Bossi, il Centro Internazionale Insubrico “Carlo Cattaneo” e “Giulio Preti” per la Filosofia, l’Epistemologia, le Scienze cognitive e la Storia della Scienza e delle Tecniche dell’Università degli Studi dell’Insubria, con sede nell’edificio centrale dell’Università, in via Ravasi a Varese.

Certo non è frequente trovare città in Europa in cui ci sia un così stretto “idem sentire”, direbbe Bossi, tra cultura accademica e cultura politica dominante. E non si ha notizia, in Europa, di Ministri dell’università che perorino presso un rettore il conferimento della laurea ad honorem a un collega di governo.

Tanto più presso un’università che non è esattamente un esempio di efficienza padana. Dove, secondo dati forniti dalla Cgil, si sforerà a breve il tetto del 90% nel rapporto tra stipendi e Fondo di Finanziamento Ordinario, avendo l’università dell’Insubria circa 380 e quasi altrettante unità di personale tecnico-amministrativo.

Dove proliferano le sedi decentrate. L’ateneo ha due sedi istituzionali, Varese e Como, cui nel tempo si sono aggiunti corsi di laurea anche a Busto Arsizio e Saronno. Dove il figlio del rettore è professore associato nella stessa facoltà del padre (medicina). E il figlio del rettore vicario è ricercatore nella stessa facoltà del padre (giurisprudenza). In cui il rettore (70 anni) è in carica da 12 e lo sarà sicuramente per altri due. Dove non sempre i fondi vengono spesi bene. Talvolta non vengono spesi affatto: nonostante molti stanziamenti per l’edilizia, l’università dell’Insubria non dispone di sedi adatte, mentre non sono neppure iniziati i lavori di ristrutturazione della sede di via Ravasi a Varese, pianificati e finanziati fin dal 1998. È dunque in questo ateneo che sembra godere di molti dei mali attribuiti alle università del Sud che verrà laureato honoris causa il leader della Lega Nord?

L’Unità 05.08.10

Decreto Federalismo, si ritassa la casa

Il consiglio dei ministri approva la cedolare secca sugli affitti. Fassina: “Inciderà soprattutto sui redditi bassi”. Zoggia: “Torna l’ICI per mettere la pezza alle falle di Tremonti”.
immagine documento il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto attuativo del federalismo fiscale che disciplina l’autonomia impositiva dei Comuni. Il rischio è quello di tornare a far salire le tasse, ma non si dice. E’ il federalismo fiscale della Lega e di Tremonti che cambia la tassazione sugli immobili, ma con un’aliquota unica sugli affitti al 20%, che punirà soprattutto le classi medie. E dal 2014 arriva poi la nuova imposta municipale “propria”, che sarà pagata sul possesso degli immobili (escluse le prime case) e anche sulle compravendite. All’8% sulle seconde case e del 2-3% sulle prime case.
In realtà, l’esecutivo di cui il ministro Tremonti sembra essere sempre più la guida e non un componente, sta varando non u’ imposta comunale unica bensì “una mega-patrimoniale”, è Stefano Fassina, responsabile Economia del Pd, ad evidenziarlo in una nota, in cui spiega che “in base alle anticipazioni riportate da Il Sole 24 ore, i milioni di famiglie che, con sacrifici, hanno comprato una seconda casa avranno un colpo pesantissimo pari, in media, al raddoppio dell’Ici oggi versata, mentre chi ha miliardi investiti in titoli speculativi continuerà a pagare zero. Inoltre, va anche ricordato che l’aliquota scelta per la cedolare secca sugli affitti, 25%, è pari alla media dell’aliquota Irpef oggi versata sui redditi immobiliari. Quindi, alcuni pagheranno di più i redditi più bassi e meno i redditi più elevati. Insomma – ha concluso Fassina – si conferma, ancora una volta, che la Lega assiste Berlusconi e Tremonti nel togliere alla classe media per dare ai super-ricchi”.
In pratica torna l’ICI, ci spiega Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del Pd: “Ha poco da gioire il governo per l’approvazione del decreto sul federalismo, si tratta di un tentativo un po’ confuso per limitare i danni prodotti dai tagli di Tremonti. Per rendere qualche risorsa ai comuni tartassasti dal ministro dell’economia si finisce per reintrodurre l’Ici, complimenti.
Le misure economiche del governo sono come quei pessimi programmi per computer che mandano in blocco il sistema e che richiedono continue pezze per funzionare, funzionare male. Prima si taglia e poi in maniera abborracciata si cerca di limitare i danni. Questo è il federalismo per la
Lega?”.

Un passo falso del governo stigmatizzato da Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del Pd, il quale ha rilevato che “le indiscrezioni sul decreto attuativo sul federalismo fiscale confermano che la nuova imposta comunale sarà coperta dalla prima Finanziaria del prossimo Parlamento”. Come se non bastasse, “l’aliquota sarà decisa dal ministro dell’Economia e i comuni potranno apportare soltanto variazione entro lo 0,3 per cento, lo stravagante federalismo di questo governo – ha proseguito Boccia – è servito. È questo che vuole la Lega? È chiaro a Bossi che assistiamo allo stesso schema che ha portato al fallimento della devolution?”. Chiare le ipotesi di lavoro per uscire da questa situazione di stallo: necessario “un governo di transizione. È l’ unica strada per rimettere il paese in carreggiata. Basiamoci su poche certezze: rimozione del porcellum, messa in sicurezza dei conti pubblici e attuazione reale del federalismo fiscale facendo si che i comuni non siano costretti ad essere soltanto gli esattori di questi e dei prossimi anni”.
Anche per Raffaella Mariani e Chiara Braga, rispettivamente capogruppo e componente Pd della commissione Ambiente della Camera, non ci sono dubbi: “La nuova cedolare secca, così come proposta dal Governo, rischia di creare più danni che benefici. Come dimostrano le prime simulazioni, l’aliquota del 25% per i contratti liberi e del 20% per i canoni concordati, solo nelle aree ad alta tensione abitativa – avvantaggia soprattutto i redditi più alti, mentre per quelli più bassi l’effetto paradossale è di determinare un aumento della tassazione rispetto alla norma attuale, che prevede abbattimenti fino al 30% dei redditi imponibili per i canoni calmierati”. Di conseguenza, spiegano le due parlamentari del Pd nella loro dichiarazione congiunta, si tratta di “una misura iniqua ed inefficace spiegano le deputate, specie se non accompagnata da detrazioni a favore degli inquilini e da interventi sulla tracciabilità dei pagamenti; se confermata in questi termini, è difficile immaginare una significativa emersione del mercato sommerso degli affitti. Ancora una volta il Governo interviene in modo parziale, avvantaggiando sempre gli stessi, senza mettere mano ad un progetto organico che tenga conto della complessa articolazione sociale che esiste nel mercato abitativo”. Nessuna risposta efficace da parte del Governo, pertanto, al “disagio abitativo sempre più grave che attraversa il Paese, specie sul fronte delle locazioni”.

Come nota Il Sole 24 ore l’aliquota che scende al 20%, “rende ancora più ambiziosi i piani della lotta ad ampio raggio contro l’evasione immobiliare, essenziale per pareggiare i conti con l’Irpef attuale. Con la cedolare secca al 23% ipotizzata alla vigilia del decreto attuativo sarebbe caduto un quarto dell’imposta generata dal mattone, cioè circa 1,8 miliardi sui 7,5 calcolati da Economia e Territorio. Ma dato che la strategia della cedolare prevedeva l’emersione degli affitti in nero, stimata in quasi un miliardo (seconde case escluse), sarebbe stata sufficiente l’emersione del 60% dell’evasione per andare in pari con il gettito. Ora, però, con un prelievo ancora più leggero, il pareggio dei conti richiederebbe di far emergere una quota ancora più importante dei 500mila contratti che ogni anno sfuggono al fisco”.

www.partitodemocratico.it

Scuola, “le immissioni in ruolo non cancellano i tagli”

Ghizzoni: “In fumo 132 mila posti di lavoro nella scuola come dimostrano i problemi di organico lamentati in tutta la provincia, da ultimo a Mirandola, San Damaso e Nonantola”
“Le immissioni in ruolo annunciate dalla Gelmini non cancellano i dolorosi tagli agli organici imposti dal governo Berlusconi fin dall’inizio della legislatura”. E’ quanto afferma l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera. “Le nuove immissioni in ruolo – aggiunge la parlamentare del Pd – sono insufficienti a garantire il diritto alla continuità didattica degli studenti e consentire la certezza professionale agli operatori della scuola affinché assolvano alla loro funzione con la necessaria serenità. Tanto che la stessa ministra ne aveva chieste 26 mila ma il plenipotenziario Tremonti ha detto no”.

L’on. Ghizzoni ricorda che il governo Prodi “aveva previsto 150 mila immissioni in ruolo per i docenti: un piano straordinario contro la precarietà degli insegnanti che l’attuale governo ha affossato per predisporsi con maggior agio a tagliare risorse al sistema dell’istruzione. Sono andati in fumo per scelta dell’esecutivo 132 mila posti di lavoro nella scuola come dimostrano i problemi di organico lamentati in tutta la provincia, da ultimo a Mirandola, San Damaso e Nonantola. Non va quindi dimenticato – conclude l’on. Ghizzoni – che anche in questo modo il governo ha aiutato la crisi economica a mordere più forte e rende ogni giorno più difficile alle istituzioni scolastiche l’assolvimento del mandato Costituzionale.”

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Mancano insegnanti per le scuole elementari e medie

IN ATTESA di conoscere gli organici effettivi assegnati alle scuole della nostra provincia l’assessorato alla Pubblica istruzione della città dei Pico ha tracciato un primo quadro della situazione . Si parte con la scuola d’ infanzia in cui, rispetto all’anno scorso i posti disponibili sono aumentati di 5 unità, arrivando a quota 375, ma comunque insufficienti ad accogliere tutte le richieste visto che a Mirandola sono 22 i bimbi in attesa ed a S . Martino Spino 6 . I docenti, invece, sono 28 . Passando alla scuola primaria, invece, il dato che desta maggiore preoccupazione è la riduzione degli insegnati di sostegno assegnati, passati dai 20 dell ‘anno scorso, in organico di fatto, ai 9 di ques t’anno. I docenti sono 80 su posto comune e 3 per inglese, per 52 classi di cui 34 a tempo normale e 18 a tempo pieno. Inoltre, la richiesta di un tempo pieno aggiuntivo non è ancora stato confermato . Non mancano problemi nemmeno negli istituti secondari di primo grado dove, a fronte di 752 iscritti (13 in men o rispetto all’anno scorso), i docenti sono aumentati di un ‘ unità, arrivando a 55, ma sono previste quattro cattedre in meno: una di lettere e tre di sostegno . A questo bisogna aggiungere la riduzione delle ore di lezione di alcune materie, come matematica, e la perdita di un posto di personale amministrativo e di un collaboratore scolastico . Sembra meno grave la situazione alle superiori ; all ‘istituto `Luosi’, a fronte di un aumento degl i iscritti di 89 unità (1151), sono state garantite le stesse classi del l’anno scorso – 50 di cui due articolate -, mentre al `Galilei ‘ gli studenti sono diminuiti di 9 unità (1075) e le classi articolate scese da 3 a 2 . Però, nel caso delle scuole superiori i dati degli iscritti possono subire variazioni perché con la fine dell ‘anno scolastico sono possibili spostamenti degli alunni tra i diversi istituti.
An.Go.

Il Resto del Carlino 05.08.10

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Alle elementari il tempo pieno è a rischio

«SONO ALLIBITO dalla faccia tosta di alcune affermazioni di Bellentani e Malaguti . Vorrei poter dare la colpa al caldo di questi giorni, invece temo siano proprio convinti di una posizione che dista anni luce dalla realtà» . Parole forti quelle del l ‘ assessore all’ Istruzione di Nonantola Marcello Corradi, che ha voluto rispondere alle affermazioni del capogruppo del Pdl Matteo Malaguti e a Francesco Bellentani di Lega Nord in merito al tempo pieno nelle scuole locali . A far scattare la polemica sono state le dichiarazioni dei leader della minoranza in un precedente comunicato : «Gli allarmismi sulla scuola – avevano argomentato Malaguti e Bellentani — sono del tutto ingiustificati e mirati solo a creare terrorismo psicologico nelle famiglie. Per il tempo pieno delle scuole elementari Fratelli Cervi e Nascimbeni non c’è stato nessun taglio, essendo 19 le classi a tempo pieno assegnate per l ‘anno scolastico 2010-2011, così come erano 19 nell ‘ anno scolastico 2009-2010. Invitiamo quind i coloro che stanno organizzando proteste strumentali a non diffondere dati non veritieri» . CORRADI, invece, pone l ‘accento su una questione di false promesse: «Ai genitori che hanno fatto domanda a febbraio per il tempo pieno era stata data garanzia che la richiesta sarebbe stata accolta . Oggi invece si afferma che le risorse non ci sono per le 20 classi richieste dai genitori, una in più rispetto agli anni precedenti. E ‘ evidente dunque che si è mentit o ai genitori e a oggi ancora non è stata data risposta a chi chiede come saranno scelti i fortunati che
potranno entrare al tempo pieno .
Stessa situazione nella scuola secondaria. L’assessore chiude il proprio `j ‘accuse ‘ con una riflessione di natura territoriale:«Il Governo ragiona in base a necessità di altre regioni dove, statistiche alla mano, le donne sono a casa e la richiesta è minima . Ma qui non così» .
Alessandro Bulfarini

Il Resto del Carlino 05.08.10

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"Addio ai treni per le merci, esultano i camion", di Daniele Martini

Ciò che è assolutamente incredibile è la capacità di questo governo di fare tutte, ma proprio tutte, le cose che devastano il territorio, rendono invivibili le città, peggiorano la vita degli abitanti, sprecano risorse, arricchiscono i ricchi.
Treni merci addio. L’Italia si avvia a conquistare anche il record di primo paese d’Europa senza un servizio cargo pubblico su rotaia. Il traguardo non è lontano e le Ferrovie fanno di tutto per raggiungerlo il più in fretta possibile. I dati forniti al Fatto dagli operatori del settore sono molto negativi. Secondo Giacomo Di Patrizi, presidente di FerCargo, l’associazione delle imprese del trasporto merci, dal 2006 al 2010 il traffico è sceso da 68 milioni di treni al chilometro a 42 milioni. Nel 2009 il calo è stato superiore al 30 per cento e quest’anno è previsto un altro arretramento dell’8. La quota di traffico su ferro è ormai appena il 6 per cento del totale delle merci trasportate, la metà della media europea. Su questa Waterloo dei binari pesa ovviamente la crisi economica, ma l’arretramento è ormai strutturale, frutto soprattutto di una scelta deliberata dalle Fs assecondata, di fatto, dal governo. Sono anni, per la verità, che la divisione merci Fs zoppica vistosamente, ma il fenomeno ha avuto un’accelerazione negli ultimi tempi ed è andata del tutto delusa la speranza che l’arrivo di un “ferroviere” alla guida dell’azienda dei treni, un tecnico come Mauro Moretti, potesse invertire la tendenza e riportare gradualmente anche il cargo italiano verso livelli europei. Alla fine del primo mandato e all’inizio del secondo, il bilancio dell’era Moretti per le merci è in netto passivo. Il nuovo amministratore tratta il settore come una cenerentola, peggio, come una zavorra di cui liberarsi perché non fa utili, proprio come il trasporto pendolari e quello passeggeri sulle lunghe percorrenze. Per Moretti, e per il governo che gli lascia mano libera, solo i treni redditizi, i Freccia Rossa , Argento e similari, sono meritevoli di attenzione. Con buona pace della natura pubblica delle Fs, azienda di proprietà del ministero dell’Economia, tenuta all’erogazione di un servizio universale per i cittadini e le merci.

IN CONTROTENDENZA

Sintetizza il presidente FerCargo: “Ci stiamo avviando verso l’estinzione del trasporto merci su ferro; il governo consente al gestore dell’infrastruttura, la società Rfi delle Ferrovie, di ridurre il numero di scali disponibili e di porre maggiori vincoli e pretendere prezzi più alti per l’accesso a quelli rimasti disponibili”. Durissima anche Assoferr, l’associazione degli operatori ferroviari intermodali: “Le Fs pensano solo all’Alta velocità passeggeri che sta progressivamente distruggendo il sistema ferroviario merci italiano sia convenzionale sia intermodale”. Per Giovanni Luciano, segretario trasporti Cisl, “il trasporto merci è dimenticato proprio nel momento in cui in Europa tutti puntano sui trasporti puliti”. Moretti finora ha affrontato il tema con una logica più da contabile che capo azienda. Invece di riorganizzare il servizio per renderlo più efficiente e conveniente, si è concentrato sul contenimento delle perdite, obiettivo senz’altro lodevole, ma strategicamente asfittico. Rispetto a un rosso di 300 milioni e passa di euro all’anno, ora la divisione merci Fs viaggia sui 200. Ma dal punto di vista dell’economia dei trasporti non è un gran risultato, perché sull’altro piatto della bilancia ci sono migliaia di imprese costrette a trasferire le merci dai treni alla strada con costi maggiori.

IL MOMENTO DEI TIR

Da aprile a queste aziende le Fs negano la possibilità di spedire singoli carri costringendole ad organizzare un treno completo. Ovvio che soprattutto le medie e piccole abbiano rinunciato ai binari e obtorto collo si siano rivolte ai padroncini dei camion e dei tir. Ancora nessuno sa quanto costerà al sistema Paese questo spostamento forzoso anche in termini di sicurezza sulle strade. Di certo, però, il costo economico complessivo sarà di gran lunga superiore dei 100 milioni di euro di minori perdite incamerati dalle Fs. E mentre le Ferrovie si ritirano dal mercato italiano, comprese le aree ricche del Nord, al loro posto si fanno avanti i colossi europei che fiutano l’affare, da Deutsche Bahnhof, le ferrovie tedesche, a Sncf, i francesi, alle ferrovie svizzere. Nel Centro e nel Sud, inoltre, è tutto un proliferare di nuove società cargo private, almeno una decina, impegnate a occupare il vuoto lasciato dall’azienda di Moretti.

L’impostazione del capo Fs, però, piace all’azionista unico, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che infatti tace e quindi acconsente. Il governo fa anche di peggio: non solo si rende complice della ritirata dai binari, ma favorisce in tutti i modi i padroncini dei camion. Molto più di altri esecutivi del passato, il governo Berlusconi ha scelto la strategia della gomma foraggiandola con la bellezza di circa un miliardo di euro di incentivi all’anno. A cui di recente ha aggiunto un altro regalo, infilato quasi di soppiatto nel decreto per la privatizzazione della compagnia di navigazione Tirrenia.

TARIFFE MINIME

Il dono si chiama “provvedimento sulle tariffe minime” e permette alle società di trasporto e ai camionisti di fissare un prezzo al di sotto del quale non è consentito scendere. In pratica è un assist alle intese di cartello, contro gli interessi di chi spedisce le merci. Il giorno prima dell’approvazione il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, di solito prudente e misurato, è arrivato addirittura ad invitare i parlamentari a non votare a favore del testo preparato dal governo. E anche Confindustria ha criticato la scelta, mentre il senatore Luigi Zanda (Pd) se l’è presa con il malcostume di mimetizzare provvedimenti importanti come questo all’interno di altri testi.

Il sottosegretario alle Infrastrutture, Bartolomeo Giachino, ha sostenuto la scelta pro-padroncini con un’argomentazione da antologia: “L’Italia è un paese in cui l’autotrasporto dispone di un potere e di armi che nessun altro ha nell’economia”. Come i camionisti ai tempi del colpo di Stato di Pinochet in Cile, insomma. Siccome gli autotrasportatori dell’Unatras stavano minacciando il blocco dei Tir ad agosto, con una botta di coraggio decisioni-sta il governo ha deciso di affrontarli cedendo. Li ha accontentati in pieno, fornendo loro, oltretutto, altre munizioni per presentarsi più forti al prossimo scontro e al prossimo inevitabile ricatto.

Da Il fatto quotidiano 04.08.10

"Tre punti fermi sulla crisi", di Stefano Menichini

Nessuno sa come andrà a finire la crisi, e se può consolare (o meglio aggravare le preoccupazioni) non lo sanno neanche i più diretti protagonisti. La giornata drammatica di ieri ha fissato con precisione le posizioni, dando ragione a Dario Franceschini che aveva insistito per un dibattito parlamentare sul caso Caliendo: lungi dall’aver sortito l’effetto di ricompattare la maggioranza, lo scontro sulla mozione di sfiducia ha reso evidente, clamoroso e soprattutto formale lo squagliamento del centrodestra.
Con i 299 voti che hanno salvato il sottosegretario, la maggioranza che era schiacciante solo due anni fa non porterà più a casa neanche una leggina.
La terza legislatura di Berlusconi è finita ieri. Napolitano se ne terrà informato dalle rocce nere di Stromboli.
Senza fretta.
L’addio fra i due pezzi del Pdl si è consumato in un clima da stadio che anticipa solo di pochi mesi le urla della campagna elettorale. Certo Franceschini ha fatto un bel discorso, l’unico momento alto della giornata è stato però l’intervento di Chiara Moroni: non solo un pezzo di storia nobile del berlusconismo che si libera e se ne va (non sarà l’ultimo), ma le parole più oneste e accorate che si siano ascoltate sulla differenza fra garantismo e giustificazionismo.
La discussione ha soprattutto mostrato due approcci molto diversi alla crisi. Berlusconiani e leghisti ruggiscono, promettono vendette elettorali e cercano nei complotti mediatici la spiegazione del crollo. Sembrano non avere alcuna flessibilità di reazione alla tegola che è caduta loro in testa e procedono come seguendo un percorso obbligato. Viceversa, i loro ex compagni di ventura del Fli e dell’Udc hanno tirato fuori una linea politica, si sono dati un obiettivo e si muovono con i tempi e i modi che ritengono più opportuni: Berlusconi cercherà di bruciare loro il terreno, ma Fini e Casini hanno una prospettiva di periodo.
Lui no.
A questo proposito, e ferma restando una grande incertezza, c’è da dire che in questi giorni capita di leggere e di ascoltare autentiche assurdità intorno agli scenari politici. Ne abbiamo selezionato solo tre.
Assurdità numero uno: si può ancora raggiungere un accordo fra Berlusconi e il nuovo quadrilatero dei moderati, per impostare in modo diverso il resto della legislatura.
A parte il Foglio, che di questa storia della pace tra Fini e Berlusconi ha fatto la propria ennesima irragionevole ragione di vita, gli altri che discettano e scrivono intorno a questo scenario dimostrano di non aver capito nulla di quanto sta accadendo.
In questo momento non esiste per il Cavaliere un avversario che sia più letale dei suoi due ex alleati. Per un motivo ovvio: da quando, in tempi diversi, hanno rinunciato alla carriera di ereditieri, Fini e Casini stanno lavorando per prendersi con le cattive ciò che non gli è stato concesso con le buone. In sostanza hanno cominciato – Berlusconi regnante – a costruire il centrodestra senza Berlusconi. Che per forza di cose è un centrodestra “contro” Berlusconi.
Non è per particolari virtù, che l’Udc ha resistito alle sirene berlusconiane che l’hanno invece convinta in tante regioni d’Italia, ma perché il presidente del consiglio è l’ultima persona sulla terra alla quale Casini offrirà un aiuto sincero. Di Fini neanche a dire.
L’assurdità numero due è speculare alla prima: la neonata area moderata può essere la tanto attesa seconda gamba del nuovo centrosinistra, l’alleato col quale il Pd costruirà la propria rivincita.
Vale il discorso fatto prima. Fini, Casini, forse anche Rutelli e Lombardo, non stanno lì per fare favori ad altri. Il loro orizzonte è casomai un nuovo centrodestra, non un nuovo centrosinistra. E fino ad adesso è stato il Pd a essere funzionale al loro gioco, non il contrario. Invece di perdere tempo intorno ai nomi di un ipotetico governo di transizione, i democratici farebbero bene a prepararsi a uno scontro elettorale nel quale avranno più competitori di prima, non di meno. Alcuni di questi competitori proporranno agli elettori di uscire da questi sedici anni rompendo col berlusconismo ma non con i valori del moderatismo e della destra: possono anche riuscire più convincenti di un Pd tornato un “normale” (quindi minoritario) partito di sinistra.
Assurdità numero tre: Berlusconi ci porta a votare e vince a mani basse.
Che Berlusconi possa vincere è ovviamente possibile, anche se in queste condizioni sarebbe clamoroso.
Che possa vincere a mani basse si può escluderlo fin d’ora: chi lo dice e lo scrive o è un suo succube, oppure è oppresso da uno sconfittismo inguaribile.
Questa valutazione nasce proprio dalla legge elettorale che Berlusconi difenderà a tutti i costi: il Porcellum riserva infatti al senato quel meccanismo infernale del premio di maggioranza regionale che, col centrodestra diviso in due, di fatto rende fin d’ora impossibile per Berlusconi vincere palazzo Madama.
Considerazione che, oltre a ridimensionare assai tutte le minacce di voto anticipato (che infatti Bossi ieri sera smentiva), riporta in primo piano il tema del cambiamento della legge elettorale. Ma per pensare a questo c’è tempo. Almeno tutto agosto.

Da Europa Quotidiano 05.08.10

"Le anime morte", di Massimo Giannini

È finita. Il vascello fantasma del governo Berlusconi (come lo aveva definito Ezio Mauro meno di un mese fa) naviga ormai alla deriva. Senza un nocchiero, senza una rotta, senza una meta. Neanche più in balia di se stesso, ma piuttosto di una «Cosa» che non ha ancora un nome e un colore, ma che in Parlamento già esiste, e già cambia la geografia politica del Paese. Questo dice il voto della Camera sulla mozione di sfiducia contro il sottosegretario Caliendo: la maggioranza di centrodestra che aveva stravinto le elezioni due anni e mezzo fa non solo non esiste più politicamente, com´era ormai evidente già da qualche mese.
Ma ora ha cessato di esistere anche aritmeticamente. Quella che fu l´Invincibile Armata berlusconiana, amputata della componente finiana e ridimensionata nel perimetro forzaleghista, non ha più i numeri per governare.
Berlusconi può anche sdrammatizzare, accusando il presidente della Camera e ripetendo che il governo non si manda a casa per una questione che non riguarda il programma. Bossi può anche tirare a campare, dicendo «resistiamo» e ripetendo il rozzo esorcismo del «dito medio» alzato di fronte ai cronisti. Ma da ieri, in Parlamento, la somma dei voti delle opposizioni e dei gruppi di Futuro e Libertà, Udc, Api e Mpa è superiore alla somma dei voti di Pdl e Lega. E non di poco, visto che a Montecitorio, nello scrutinio sulla sfiducia al suo sottosegretario, il governo si è piantato a quota 299 contrari (dunque ben 17 voti sotto al quorum) contro i 304 tra favorevoli e astenuti.
Questo è il primo elemento di valutazione politica, più generale: il voto di ieri segna il destino della legislatura. Com´era chiaro fin dalla scorsa settimana, la rottura con Fini e con i finiani non era e non è solo l´alzata di capo di un leader in cerca di più potere e l´ammutinamento velleitario di un drappello di colonnelli in cerca di più visibilità. Era ed è invece da un lato la fine di una costruzione ideologica (il Pdl) totalmente imperniata intorno alla biografia e alla mitologia berlusconiana, e dall´altro lato l´inizio di una formazione politica (il gruppo FeL) fortemente impegnata nell´alternativa di una destra moderata e moderna, costituzionale e legalitaria, repubblicana ed europea. Tutto ciò che la destra berlusconiana non è mai stata e non sarà mai, immersa com´è nella venerazione acritica del Capo, nell´adorazione populistica delle sue gesta, nella difesa parossistica dei suoi affari.
È bastato che il presidente della Camera parlasse di una «questione morale» esplosa dentro il Popolo delle Libertà, che chiedesse una serie di doverosi passi indietro su posizioni eticamente indifendibili (da Brancher allo stesso Caliendo), che invocasse una forza conservatrice sì, ma nel solco delle famiglie del popolarismo occidentale, cioè autenticamente capace di incarnare gli interessi nazionali della collettività, e non più solo quelli personali di una casta. È bastato tutto questo, in pochi giorni, per allargare le colonne d´Ercole tra il vascello fantasma del Cavaliere e del Senatur e la leggera ma promettente imbarcazione di Fini. E soprattutto per allargare uno spazio politico assai vasto, nella solita «terra incognita» del centro. Da Fini a Casini, da Rutelli a Lombardo, e domani chissà, da Montezemolo ai pentiti della ex Margherita. Non sappiamo se e quanto questo spazio sia effettivamente agibile, in termini di consensi attuali e potenziali, nell´Italia di oggi. Anzi, tenderemmo a pensare che i margini, almeno sotto il profilo elettorale, siano piuttosto ristretti, visto che il Paese, in questi anni di pur tormentata transizione, ha dimostrato di aver acquisito comunque una consolidata cultura del bipolarismo.
Ma quello che sappiamo è che da ieri, almeno in Parlamento, questa Terza Forza esiste a tutti gli effetti. Agisce e reagisce al di fuori del perimetro segnato dal bipartitismo. Pensa in maniera convergente e pesa in misura determinante, su tutto ciò che passa al vaglio delle assemblee legislative. Qui sta il cambio di fase: da oggi, per Berlusconi e quindi per l´intera politica italiana, governare è ogni giorno la traversata di un oceano in tempesta. E ogni giorno puoi andare a fondo, se non tratti ma vuoi solo comandare, se non fai politica ma solo propaganda. Ecco perché, comunque vada, da oggi si può considerare esaurito anche questo ciclo berlusconiano. Il suo propulsore ne é stato, ancora una volta, il distruttore. La regressione autoritaria e la vocazione proprietaria del premier hanno finito per assorbire, fino ad esaurirla, l´intera spinta iniziale e inerziale di questa sedicente «Nuova Destra». Che ora, per paradosso, rischia di morire sotto i colpi di un ipotetico «Nuovo Centro». Saprà anche di Prima Repubblica, come ribadisce con spregio lo stesso Cavaliere, dimenticando che proprio al «Caf» di Craxi-Andreotti-Forlani deve tutte le sue fortune. E sarà anche «piccolo», come ripetono i suoi nemici dalla spaurita ridotta azzurro-verde. Ma ieri ha dimostrato di essere grande quanto basta per cambiare, qui ed ora, il corso della storia.
Ma c´è anche un secondo elemento di valutazione politica che va colto nel voto di ieri, e che riguarda il tema più specifico, ma non meno importante, della legalità. Il modo in cui il Pdl e la falange berlusconiana hanno continuato a difendere in aula e fuori dall´aula il sottosegretario Caliendo è semplicemente vergognoso. Solo un potere disperato e dissennato può esprimere un tale livello di inciviltà politica e di insensibilità istituzionale, facendo quadrato su un uomo di governo implicato in un´inchiesta in cui si parla di «reti criminali» che hanno come obiettivo quello di condizionare le scelte di giudici e magistrati su questioni «sensibili» per il presidente del Consiglio (sentenza della Consulta sul Lodo Alfano) o per alti esponenti della maggioranza (sentenze del Tar sulle liste elettorali in Lombardia). Solo un incauto replicante del premier come il Guardasigilli Alfano può spacciare l´opportunismo clanico per «garantismo giuridico», e ri-raccontare l´opera buffa della P3 come «un´invenzione di certi pm e di certa sinistra», e non invece come la tragica replica di un sistema di potere fondato sulla corruzione e sull´infiltrazione degli amici, sul ricatto e sulla distruzione dei nemici. E infine solo un voltagabbana irresponsabile come Cicchitto, invece di fare qualche onesto mea culpa individuale e collettivo, può attaccare in aula, e per l´ennesima volta, questo giornale e il suo editore. Ha parlato di «rito tribale che si rinnova una volta al mese», con il quale ogni volta si deve «immolare una persona al giustizialismo». Responsabile di questa deriva sarebbero «Repubblica e Carlo De Benedetti, che ha ferocia ma non ha carisma personale».
Ad un politico squalificato come Cicchitto, transitato dalla nobile sinistra lombardiana all´assai meno nobile destra berlusconiana, non si dovrebbe mai rispondere. Ma poiché l´attacco è avvenuto in Parlamento, a questo «onorevole» vanno ricordate due cose. La prima è che “Repubblica”, sullo scandalo dell´eolico, sul ruolo di Cesare e sul coinvolgimento di Caliendo, non ha costruito teoremi, ma si è limitata a pubblicare le intercettazioni pubbliche dell´inchiesta e a raccontare gli atti ufficiali delle procure. La seconda é che un qualche «deficit» di «carisma personale» lo ha avuto Cicchitto, visto che per acquisirne un po´ lo andò ad elemosinare direttamente da Licio Gelli, con tanto di cerimonia di iniziazione e poi di tessera di iscrizione alla vecchia Loggia P2, in tutta evidenza «modello di riferimento» anche della giovane P3.
Ma in fondo, al punto in cui siamo arrivati e nel gorgo in cui sta affondando la maggioranza, questi sono aspetti ormai quasi marginali. Resta il dato politico, gravissimo, di un Paese a un passo dalla crisi, e di un governo che non si rassegna a prenderne atto. Senza politica, senza aritmetica. Vagano per lo Stige. «Anime morte», avrebbe detto Gogol. Ma in questa deriva l´Italia non può e non deve finire.

La Repubblica 05.08.10

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“Il fragile fronteastensionista e l’assenza di maggioranze”, di Marcello Sorgi

Si può leggere la giornata di ieri alla Camera a partire dai numeri, che rivelano l’avvitamento di una legislatura in cui non c’è più una maggioranza: non ce l’ha (non ce l’ha più) Berlusconi, ma non ce l’hanno neppure i terzopolisti Fini, Casini e Rutelli che si sono astenuti, e men che mai l’opposizione. Il fatto che anche la somma delle astensioni e dei voti del centrosinistra produce solo un’ennesima minoranza la dice lunga sulla possibilità di costruire un altro governo, anche a partire da un accordo minimo su uno o due punti, come ad esempio la legge elettorale e il federalismo.
No, i numeri non ci sono, e Berlusconi malgrado tutto resta arbitro della situazione. Nelle condizioni in cui si trova, il suo governo però è paralizzato: la realizzazione del programma resta per aria e sul medio periodo l’insoddisfazione della Lega per la paralisi dell’esecutivo è sicura, perché finiani e Udc non consentiranno di completare l’iter della riforma federale. Inoltre, senza federalismo, non è detto che Bossi sia proprio felice di aiutare Berlusconi a ottenere le elezioni anticipate, che il premier vorrebbe per cavarsi dall’impaccio e regolare definitivamente i conti con il presidente della Camera e i suoi seguaci.
Prima di far calare il sipario sulla legislatura, il Senatur farebbe sicuramente un minimo di verifica con Fini e Casini. E a sorpresa potrebbe trovarli molto più disponibili del previsto, a patto di ricostruire un patto di governo basato sulle ragioni di tutti. Questa è appunto la novità che traspare dal dibattito di ieri: partiti per disarcionare il Cavaliere, i finiani hanno cominciato a rendersi conto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e soprattutto che quando parla di esecutivo di responsabilità nazionale, Casini ha una strategia diversa dalla loro e contraria alle elezioni. In altre parole: a nessun costo il leader dell’Udc si presterebbe a sostituire i finiani nell’attuale governo, e tuttavia ritiene che l’indebolimento di Berlusconi possa creare le condizioni per una rinegoziazione generale, di un nuovo esecutivo e una nuova maggioranza, senza pregiudizi sul fatto che Berlusconi possa succedere a sé stesso.
Prima di capire se questa prospettiva possa interessare al Cavaliere, convincendolo a rinunciare al ricorso alle urne, che al momento rimane la sua prima chance, questa diversità di vedute può servire a capire quanto fragile sia l’accordo tra i leader dello schieramento astensionista emerso ieri alla Camera. E’ anche questo un dato che dovrebbe far riflettere Berlusconi, nel suo agosto operoso.

La Stampa 05.08.10

La maggioranza non c'è

La Camera ha respinto la mozione di sfiducia contro il sottosegretario Giacomo Caliendo, sotto inchiesta per la loggia P3. 299 voti contrari da Pdl e Lega, 229 a favore da Pd e Idv, 75 astensioni da Fli, Udc e Api. Un banco di prova che dimostra come il governo non ha più la maggioranza uscita dalle elezioni, come nota il segretario del PD, Pier Luigi Bersani: “La maggioranza non c’è. I numeri confermano che il paese non è più governato. La minaccia di Berlusconi del voto anticipato è un’arma scarica, ora Berlusconi cercherà di tirare a campare. Tenteranno con la respirazione artificiale, ma certamente non è quello che serve al paese”.
La maggioranza si è quindi fermata a 299 voti, ben al di sotto dei 316 di cui dovrebbe disporre. “299 è meno di 316, parlano i numeri. La matematica è più forte della politica – commenta Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera – In Parlamento c’è una maggioranza residuale che dovrà conquistarsi i voti volta per volta”.

Oggi alla Camera di fronte alla mozione presentata dal PD e dall’IDV è andata in scena la crisi dell’ex PDL con urla tra i deputati rimasti con Berlusconi e quelli di Fli che hanno seguito Gianfranco Fini, il nervosismo dei leghisti e l‘inedita arringa di un ministro della Giustizia in favore del suo sottosegretario, alla faccia del garantismo che rispetta la separazione dei poteri tra esecutivo e magistratura, tutta all’insegna della contestazione alle indagini in corso.

Il Guardasigilli Angelino Alfano ha fatto lo scudo al sottosegretario indagato: “Noi difendiamo Caliendo, difendendo con lui un principio, quello della non colpevolezza, e un valore scritto nella Costituzione, quello della legalità. E consapevoli che oggi alcuni tra i colleghi, molti lo faranno per disciplina di partito, non voteranno secondo la propria coscienza ma piegheranno all’utilità parlamentare di un giorno, al tatticismo parlamentare di un giorno, un alto e nobile principio», dice il ministro della Giustizia.
Paradossalmente ha spiegato di non voler entrare nel merito ma poi ha smontato il lavoro delle toghe, derubricando la P3 a “costruzione di taluni pm” e stavolta rende chiaro il destinatario dell’ammonimento sulle conseguenze politiche del voto sulla sfiducia a Caliendo.

“E’ incredibile che un ministro di grazia e giustizia dia le sentenze in Parlamento mettendo la propria voce sopra delle indagini in corso, indagini che vanno rispettate – dice al tg3 Pier Luigi Bersani – Ancora una volta c’è un governo che non conosce le regole basilari”.

Separati in Aula, tra urla e risse.All’interno della maggioranza si è sfiorata la rissa, sia verbale sia fisica. Ha cominciato il premier Berlusconi a cena con le deputate del PDL: “L’astensione è una scelta senza senso, un grave errore politico. O si vota la sfiducia a Caliendo e non si capisce il motivo, oppure se si sostiene il governo si vota la fiducia e basta”.
Poi Marco Martinelli (Pdl) e Aldo Di Biagio (Fli) dopo un diverbio si danno appuntamento nei corridoi alle spalle dell’aula per proseguire il “chiarimento”. A sedare i duellanti alcuni commessi e alcuni colleghi dei due gruppi…

La separazione fa più male del previsto come ha indicato il capogruppo PD, Dario Franceschini, intervenendo per la dichiarazione di voto sulla mozione di sfiducia a Caliendo: “Presidente Berlusconi si chieda: nel 1994 e per molti anni sul palco eravate lei, Fini e Casini. Si chieda perché su quel palco è rimasto da solo. Si chieda perché chi ha in mente un centrodestra normale, un centrodestra europeo ad un certo punto per forza deve rinunciare a lavorare con lei. Si chieda, on. Berlusconi, che drammatica prova di debolezza, prova di fine corsa, non rispondere politicamente alle critiche come fanno i veri leader, ma rispondere soltanto con l’arroganza del padrone che caccia chi disubbidisce,mostrando dei muscoli che non ha più”.

Franceschini, nel suo intervento, ha delineato un governo al tramonto, con una situazione fallimentare sulle stesse riforme annunciate e non attuate.
Dopo avere definito la nascita di Fli “un dato politico rilevantissimo, come l’astensione di oggi – ha affermato – la maggioranza uscita dalle elezioni non c’è più. C’è una maggioranza residuale che dovrà conquistarsi la sopravvivenza volta per volta, con le astensioni sui singoli emendamenti. E’ iniziata la seconda parte della legislatura e sarà tutta diversa. Non sappiamo quanto durerà. Ma, on.le Berlusconi, non pensi di spaventare tutti minacciando le elezioni: ridotti come siete a brandelli le perdereste! Si ricordi che lei può dare le dimissioni e il giorno che lei lo farà sarà il giorno della sua resa e della nostra vittoria. Ma un minuto dopo le dimissioni lei esce di scena e la parola passa al capo dello Stato e al Parlamento e noi che sappiamo che sarebbe folle tornare a votare per la terza volta con questa legge elettorale – questa porcata come l’avete chiamata – faremo ogni battaglia per tornare a votare con una legge diversa. Nostro obiettivo è riconsegnare l’Italia ad un confronto normale e civile”.

Per quanto riguarda la mozione Franceschini ha respinto le letture “tattiche e dietrologiche” sottolineando che si tratta di una “battaglia di valori e legalità”. Nessun giustizialismo, ha detto chiedendo se è possibile non presentare dimissioni quando un sottosegretario ha tra l’altro fatto pressioni sulla Corte Costituzionale.

Le reazioni nel PD.
Dopo la votazione con il Tg3 Bersani affronta la prospettiva di uno scenario politico che è cambiato: “Da oggi cambia il film perché ci troviamo di fronte a una situazione che presenta tutte le condizioni per una crisi di governo. E’ curioso che a difendere strenuamente il governo, Berlusconi e anche la tetragona volontà di Caliendo di stare al suo posto e’ rimasta solo la Lega, che aveva fatto della legalità il suo tema clou. La Lega si trova a reggere il moccolo a tutti quelli”. E su un governo di transizione ribadisce: “Serve un governo a tempo per occuparsi della riforma elettorale, del lavoro e di bonificare le norme che hanno consentito un’autostrada alla corruzione. Non ho mai fatto nomi: né per includerli, né per escluderli. Tocca al presidente della Repubblica”.
Meglio allearsi con il terzo polo che con Di Pietro? “Il meglio è accorciare le distanze tra tutte le forze dell’opposizione. Io lavoro per questo: per un’alleanza di governo solida con un cerchio più largo di difesa delle regole del gioco che il berlusconismo mette in discussione.

Con il terzo polo, aggiunge il segretario democratico, “c’e’ una battaglia costituzionale e democratica da fare. Che poi questo sia un viatico per altre possibilità, lo vedremo”, aggiunge il leader del Pd.
Intanto la Camera chiude i battenti fino all’8 settembre. Poi “noi dovremo fare l’opposizione, farla bene, anche se fare opposizione al tempo del berlusconismo non e’ una partita semplice. Ci vuole piu’ generosità da parte di tutti. Il nostro progetto- conclude- e’ per l’alternativa. Non per il nulla”.

“E’ un governo con l’acqua alla gola, minoranza alla Camera, che si rifiuta di prendere atto che la maggioranza non c’è più”.
Questo il commento di David Sassoli, presidente della delegazione del Pd al Parlamento europeo, dopo il voto sul sottosegretario Caliendo.
“Da Montecitorio rimbalza in Europa l’immagine di un governo ormai alla deriva, non in grado di affrontare la crisi economica, stordito dalla questione morale, intenzionato solo a emulare Sansone. Il voto della Camera dovrebbe spingere il presidente del Consiglio a prendere atto che la maggioranza uscita dalle elezioni non c’è più e che il governo non è in grado di assicurare stabilità al Paese. Occorre voltare pagina, anche se sappiamo che è difficile chiedere responsabilità a chi ha sempre anteposto i propri interessi a quelli del Paese. E’ chiaro comunque – conclude Sassoli – che la crisi è ormai aperta. Speriamo solo che non pesi troppo su un Paese piegato da scelte irresponsabili”.

Ma.Lau.

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