Latest Posts

"Bravi e poco copioni Ecco gli studenti del liceo di domani", di Mario Baudino

La novità è importante: agli esami di terza si è copiato meno che un anno fa e i ragazzi non sono ignoranti come si pensa. E’ questa la fotografia della scuola che emerge dal rapporto Invalsi sulla prova che, per la terza volta, ha accompagnato gli studenti della scuola media all’appuntamento finale, entrando anche come elemento di valutazione per il voto. I risultati sono abbastanza confortanti, e i professori, questa volta, non hanno lasciato correre. Sono crollati quegli atteggiamenti «opportunistici» che sembravano una caratteristica della scuola italiana e tante polemiche hanno provocato, anche recentissime.

L’ente che certifica il livello di preparazione dei nostri ragazzi ha studiato ovviamente un campione dei risultati, molto rappresentativo perché si tratta di 25mila e 600 alunni su 585 mila, ma il panorama che ne risulta è considerato non solo attendibile: per una volta, è persino promettente. Resta il divario fra il Nord e il Sud, con il centro a metà strada, resta la considerazione che dove maggiore è l’ingiustizia sociale, e quindi la distanza fra ricchi e poveri, maggiore è la diseguaglianza dei risultati, da studente a studente e anche da scuola a scuola. Restano i problemi di sempre, però si intuiscono altri orizzonti. La scuola è forse meno malata di quanto si tenda a credere. In certi casi, anzi, sta benissimo. E, ripetiamolo perché fa piacere, i ragazzi sono meno somari di come li si dipinge: anche se poco più della metà, per esempio, hanno risposto bene nella prova italiano, basata su una pagina di Francesco Piccolo, a una delle domande che dovevano verificare la comprensione del testo.

L’Italiano
Bisognava decidere se nella frase «quell’anno il pomeriggio del 1° luglio passò invano, ero inquieto, continuavo ad andare dalla mia stanza al balcone», l’avverbio «invano» poteva essere sostituito con «angosciosamente», «faticosamente», «lentamente» o «inutilmente»; il 57,7% degli esaminandi ha tracciato senza esitare un segno sulla quarta casella, com’è ovvio. Ma forse a causa di un certo esistenzialismo adolescenziale, un 20% è andato dritto su «angosciosamente». E’ un piccolo esempio, che però sembra rappresentare la media generale: perché nel complesso gli studenti hanno risposto bene al 60% delle domande d’italiano, e anzi i risultati migliori si sono avuti nei quesiti di grammatica. Vale quel che già l’Invalsi aveva certificato nell’inchiesta sui liceali diffusa a giugno: la conoscenza della lingua dipende molto dall’ambiente sociale, dalla famiglia, alle frequentazioni. Quella della grammatica è strettamente connessa all’efficacia dell’insegnamento scolastico.

La matematica
Lo stesso avviene per la matematica (seconda prova): la quota di risposte corrette è più bassa (51%), ma se si decide di non formulare giudizi su questo livello medio, che potrebbe anche essere guardato con una certa severità, il risultato più interessante è che non ci sono grandi variazioni da scuola a scuola, e neanche da una regione all’altra. Va aggiunto che, curiosamente, i nostri figli vanno maluccio in geometria, e molto meglio ad esempio in settori come la misura, i dati e le previsioni.

Nord e Sud
Il divario rimane e conferma tutte le analisi precedenti. Le regioni meridionali sono sotto di cinque punti rispetto alla media nazionale, quelle del Nord la superano di quattro. Ci sono però molti Sud: Abruzzo, Molise, Basilicata e Sardegna non si allontanano dalla media nazionale, mentre Calabria, Campagna e Sicilia hanno risultati decisamente preoccupanti, con la Puglia a metà strada. Il Meridione ha una situazione frastagliata, a macchia di leopardo, e questo significa però che ci sono grandi possibilità di crescita; non è un sistema bloccato, forse non è neanche un sistema ma una situazione ancora confusa, che può evolversi. La Campania in un anno ha per esempio incrementato moltissimo i suoi risultati in matematica, mentre la Toscana ha perso punti. Le distanze aumentano invece per l’italiano: il Nord avanza, il Sud indietreggia, salvo Puglia e Abruzzo.

I voti
La prova nazionale dell’Invalsi è standardizzata, mentre ovviamente i voti dell’esame dipendono dai membri della commissione esaminatrici. Trasferita in decimi, «promuove» più della metà dei ragazzi, e un terzo con valutazioni eccellenti (da 8 a 10), ma ne «boccia» parecchi. Questo non significa che le commissioni siano state di manica larga, perché i criteri sono necessariamente diversi.
Il mondo della scuola (chissà, probabilmente anche a causa dello spauracchio Invalsi) si è impegnato a fondo, con risultati migliori di un anno fa, anche se non sono quantificabili, perché tutti questi punteggi fanno riferimento alla media nazionale che ne emerge, e non a prove precedenti. Il crollo dei «comportamenti opportunistici» è però la spia di una reazione forte: quest’anno non si sono fatti regali. Basta per mettere a tacere la polemica di un gruppo di presidi del Nord contro le «lodi facili» della maturità di quest’anno al Sud?
Difficile rispondere. Quel che è certo, spiegano all’Invalsi, è che in una situazione di grande diseguaglianza nei risultati, gli studenti bravi, sostenuti dai loro insegnanti, eccellono. E del resto, come prendere le misure a una lode?

La Stampa 05.08.10

******

“Voti bassi ed errori di grammatica in crisi gli studenti di terza media”, di Caterina Pasolini

In moltissimi arrivano infatti all´esame di terza media con la grammatica che resta materia ostica e astrusa. La prova? Due volte su tre cadono in errore. E non è che le cose vadano molto meglio in geometria. Tanto che se il 21,6% all´esame nei test Invalsi si è portato a casa voti dall´otto al dieci, le insufficienze sono state ben il 36,7% e i sei il 21,6%.
A raccontare studenti in crisi e una scuola che spesso non riesce a insegnare le basi, sono i risultati della prova Invalsi di quest´anno che fotografa un paese a due velocità anche tra i banchi: con il nord dai risultati migliori ed un sud parcellizzato tra eccellenze e divari che si approfondiscono. Giunta alla terza edizione, l´Invalsi ha visto 585mila iscritti nelle 5900 scuole secondarie applicarsi alle prove di italiano e matematica messe a punto dall´Istituto nazionale valutazione del sistema educativo di istruzione.
Sul fronte matematico la quota di risposte giuste è stata del 51%, mentre la geometria ha trovato più impreparati e confusi gli studenti. Divisi nei risultati anche per genere e nazionalità: meglio le ragazze in italiano, due punti più dei maschi che però le superano con quasi lo stesso divario in matematica. Gli immigrati hanno test con otto punti in meno in italiano e cinque in matematica.
A leggere i risultati è però l´italiano che desta maggior preoccupazione. Se nel complesso gli studenti hanno risposto in modo corretto al 60% delle domande sulla comprensione del testo, la déblacle si è avuta nei quesiti di grammatica. Le risposte giuste qui sono infatti state desolatamente solo una su tre.
«Questo significa che lo studente trova maggiore difficoltà proprio nel rispondere a quesiti che sono sotto il diretto controllo della scuola e che meno dipendono dal contributo della famiglia, degli amici o dei media», commenta preoccupato il professor Pietro Cipollone presidente Invalsi.
Il paese che emerge dai test vede un nord omogeneo e tanti sud. Le regioni del nord, con una media di risposte di italiano corrette del 64,6 per cento hanno i risultati migliori del paese. Le regioni meridionali hanno un ritardo di nove punti rispetto al nord e di sei rispetto al centro. Ma il sud è un puzzle di mondi diversi: ci sono i regioni come Abruzzo (61,6), Molise (59,6), Basilicata e Sardegna (58,8) dove la quota di risposte corrette è superiore o pari alla media nazionale mentre altre come Calabria Campania e Sicilia restano indietro (50,4).

La Repubblica 05.08.10

Contro le mafie si deve e si può fare di più

Approvato all’unanimità il ddl Anti-mafia. PD: “Occorre colpire la mafia al cuore, cioè nel portafoglio, con norme anti-riciclaggio. Necessario migliorare la legge sui collaboratori di giustizia”. Contro la criminalità organizzata – fenomeno che affligge il Mezzogiorno d’Italia ma non solo – si deve e si può fare di più: dichiarando il voto favorevole del Partito Democratico al ddl sulla nuova normativa antimafia, il senatore Enzo Bianco ha puntualizzato che “occorre colpire la mafia al cuore, cioè nel portafoglio, con norme antiriciclaggio in grado di togliere la ricchezza ai clan. In questo contesto, la norma sui collaboratori di giustizia, con il termine dei 180 giorni, deve andare incontro a una modifica. Speriamo – ha aggiunto Bianco – che presto, subito dopo la pausa estiva, il governo si muova per dare vita a nuovi provvedimenti volti a combattere in modo ancora più efficace la mafia, avvalendosi anche dei tanti suggerimenti che il Pd ha fatto per questo ddl e che purtroppo non sono stati accolti”.

A giudizio della presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, “il testo è il frutto di anni di lavoro comune a cui in questi due anni di legislatura abbiamo contribuito in maniera assai consistente”. È stata presa innanzitutto in considerazione “la specialissima relazione tra mafia e politica e tra mafia e pubblica amministrazione che registriamo nel nostro Paese è diversa dal modo con cui si presenta in altri Paesi. Lo stesso campo d’azione e la necessità che abbiamo di perseguire con la nostra legislazione il modo diverso in cui le mafie si articolano e agiscono sul nostro territorio – basta pensare alla diversità tra la ‘ndrangheta o la mafia siciliana piuttosto che la camorra ci spinge ad uno sforzo di definizione, che talvolta è più specialistico e più particolare di quanto non possa essere l’elaborazione normativa di livello europeo”.

Massima attenzione, secondo la Finocchiaro, va rivolta alla definizione del termine entro il quale “i collaboratori di giustizia debbono fare le loro dichiarazioni. Mi riferisco in particolare proprio al caso Spatuzza. Mi rendo conto oggi che noi stiamo rischiando di non sottoporre a vaglio attento cose che diamo per acquisite e che, invece, probabilmente – e mi riferisco davvero al termine dei 180 giorni – andrebbero ripensate e riguardate”.

Senza trascurare, ha ammonito la capogruppo dem al Senato, “la questione dell’autoriciclaggio e un’altra questione, che è antica e riguarda l’articolo 416-ter del codice penale”, in cui è configurato “lo scambio elettorale politico mafioso. Una formulazione, quella che fu a suo tempo adottata, che non fotografa il fenomeno, perché prevede che venga perseguito esclusivamente quando c’è uno scambio economico: voti contro denaro. La questione non è più questa e a nessuno, tantomeno al ministro Maroni, sfugge che lo scambio fondato sul consenso elettorale forzato non si riduce a un fatto commerciale; anzi quanto meno si riduce a un fatto commerciale tanto più è grave e inquinante della vita democratica del Paese”.

In conclusione del suo intervento, la Finocchiaro ha ribadito che “con responsabilità il Pd ha votato sì al provvedimento. Ma era necessario trovare una soluzione politica alle questioni che abbiamo sollevato, e mi sembra che l’approvazione di un ordine del giorno, firmato dai tanti e autorevolissimi rappresentanti della maggioranza, che naturalmente vede prima la disponibilità del ministro Maroni, che prevede che approvato questo provvedimento ci sia subito un’altra occasione, in cui le questioni importanti che abbiamo posto vengano affrontate”.

Quali siano i ‘suggerimenti’ di cui ha parlato Bianco nella dichiarazione, lo spiega anche la senatrice dem Silvia Della Monica, mettendo in rilievo che “sarebbe stato importante inserire nel provvedimento il reato di ‘autoriciclaggio’, grande strumento di contrasto alla economia illegale che avrebbe adeguato il nostro sistema penale alla normativa europea in materia. Inoltre andava definito il nuovo reato di scambio elettorale politico-mafioso che oggi – ha proseguito la Della Monica – è circoscritto alla sola erogazione di denaro non tiene conto che il politico cosiddetto “appoggiato” ricambia le organizzazioni mafiose con concessione di favori differenti dal denaro”.

Sulla disciplina riguardante i collaboratori di giustizia con particolare riferimento al “caso-Spatuzza”, la parlamentare Pd ha precisato che “è necessaria una proroga del termine di 180 giorni quando serve tempo adeguato per le collaborazioni più rilevanti”, ovvero quelle che impongono “una risposta politica immediata, seria e condivisa. Su questi punti essenziali, per i quali c’è l’impegno del governo a intervenire al più presto, il nostro partito vigilerà nell’interesse della giustizia e dei cittadini”.

Per Donatella Ferranti, le dichiarazioni di Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, secondo il quale il suo sarebbe “il partito della legalità”,non rispondono a verità, poiché – ha rilevato il capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera – “il governo sta cercando di indebolire l’efficacia degli strumenti investigativi con la legge sulle intercettazioni. Gli esempi più eclatanti sono l’abrogazione dell’articolo 13 della legge Falcone e l’istituzione di un tribunale collegiale per le autorizzazioni, misure a cui ci siamo opposti con determinazione in aula e in commissione. Ricordiamo inoltre che i risultati del provvedimento che oggi ha avuto il via libera saranno verificabili solo al momento dell’attuazione della delega. Se il Pdl vuole dare segnali concreti nella lotta contro la criminalità – ha concluso la Ferranti – cominci ad accogliere le nostre proposte e blocchi la legge sulle intercettazioni, metta da parte definitivamente la legge sul processo breve e dia priorità alla lotta alla corruzione. Altrimenti la difesa della legalità resta uno slogan e quelle di Gasparri parole al vento”.

www.partitodemocratico.it

"Perchè bisogna poter valutare la ricerca", di Carlo Galli

Nel ddl Gelmini passato al Senato c´è un emendamento che prevede il 30% di docenti stranieri nella commissione che dovrà decidere il peso dei lavori di ogni ateneo. Il sapere si scontra col potere; il potere plasma il sapere; e lo stesso sapere veicola in sé varie forme di potere. Nulla di nuovo, certo; ma il tema sta tornando prepotentemente alla ribalta sotto la rubrica “valutazione della ricerca scientifica”, all´ordine del giorno sia per l´inizio di un nuovo ciclo di valutazione nazionale (2004-2008) ad opera del Civr (un comitato ministeriale), sia per l´istituzione di un´Agenzia nazionale di valutazione (Anvur) che sostituisce il Civr con poteri e finalità più estese, sia infine per il ruolo che la riforma universitaria attribuisce alla valutazione, in termini di finanziamento degli Atenei, dei progetti di ricerca e perfino di retribuzione dei docenti.
Di valutazione del sistema universitario (e anche della ricerca) c´è bisogno. Lo richiedono i giovani e le famiglie, per capire in quale Ateneo e in quale Facoltà intraprendere gli studi universitari; lo richiedono le Università più avvertite, che da tempo valutano sistematicamente il proprio patrimonio di ricerca; e lo richiede il potere politico, anche al di là degli intenti punitivi che animano questo governo, e dei ritardi (solo nel luglio 2009) con cui ha utilizzato a un modesto scopo premiale i risultati della valutazione 2001-2003: la valutazione della ricerca è infatti il presupposto conoscitivo di ogni politica della ricerca.
Ma pone parecchi problemi. Il primo è appunto il rapporto fra sapere e potere, fra autonomia della scienza e controllo (o indirizzo) pubblico-politico dei suoi percorsi e dei suoi risultati. Una questione delicatissima, poiché è vero che una scienza asservita è una mortificazione della libertà di tutti; ma è anche vero che in una democrazia pluralistica avanzata – lontana dalle brutali imposizioni delle dittature – il potere politico ha qualche diritto di conoscere come il pubblico denaro viene impiegato, e con quale utilità, da coloro che per mestiere dovrebbero fare avanzare la scienza, oltre che trasmetterne i risultati. E infatti, per fare un esempio, in Inghilterra un esercizio di valutazione della ricerca è stato introdotto ormai da anni, e modificato in itinere.
Ma anche se si escludono interventi autoritari diretti, i pericoli abbondano. I professori (soprattutto quelli di discipline umanistiche) sono stati, in genere, restii a essere giudicati: accanto a motivazioni poco nobili, c´è il problema, reale, di definire che cosa sia la ricerca e chi la debba valutare, e come (cioè secondo quali parametri e a quali finalità). In effetti, se si trattasse di affermare che il libro del prof. A è meglio (o peggio) del libro del prof. B, ci si troverebbe in qualche imbarazzo: tranne casi eclatanti, solo una giuria di esperti – disponibili, autorevoli e non faziosi – potrebbe dirlo, argomentando lungamente e con margini di dubbio e d´incertezza. E´, questo, il sistema della peer review, adottato nella valutazione 2001-2003 (che riguardava un numero relativamente esiguo di “prodotti della ricerca”). Ma accanto a questo ne è in funzione, da anni, un altro, più adatto alla valutazione di massa (qual è quella che verrà introdotta in Italia), basato su indicatori bibliometrici (il più semplice dei quali è l´Impact Factor) e pensato soprattutto per il mondo delle scienze naturali. Si tratta di misurare quantitativamente il prestigio e la diffusione delle riviste che pubblicano gli articoli dei ricercatori, e di costruire una graduatoria fra di esse sulla base del numero di citazioni che ricevono. Si determina per questa via non tanto il valore qualitativo di un singolo articolo, quanto piuttosto l´influenza che esso esercita nella comunità scientifica grazie al “veicolo”, alla rivista che lo diffonde: quanto più questa è prestigiosa, tanti più studiosi leggeranno gli articoli che pubblica.
Le riviste con un alto Impact Factor si dotano di un complesso sistema di referaggio, che riproduce il procedimento di peer review, con i suoi pregi e i suoi difetti. Tra i quali va messa la quasi inevitabile tendenza dei revisori a promuovere alcune linee di pensiero o di ricerca – certo, le più autorevoli e consolidate (mainstream) – e a scoraggiarne altre. Ed ecco che proprio dall´interno della scienza rispuntano possibili censure, o almeno pressioni e orientamenti che fanno sì che la ricerca e il sapere siano esposti, come minimo, al potere che da essi stessi promana. Si dirà che questi condizionamenti esistevano anche prima che si parlasse di valutazione; ed è vero. Ma la valutazione li enfatizzerà, e spingerà gli studiosi a pubblicare fin troppo, e a cercare di scrivere su riviste prestigiose e diffuse anche al prezzo di sacrificare qualche idea troppo originale.
Se a ciò si aggiunge che i data base sui quali si costruiscono le graduatorie fra le riviste sono prodotti da istituzioni private, si vedrà che la valutazione è tutt´altro che neutra o oggettiva, e che resta un terreno minato, pur con tutti i sofisticatissimi accorgimenti che possono essere introdotti (ne parla Alberto Baccini in Valutare la ricerca scientifica, il Mulino), compresa la presenza, fra i valutatori, di studiosi stranieri (come è accaduto nel ddl Gelmini al Senato, dove la quota stabilita nella commissione è del 30%). Per le discipline umanistiche, poi – che di solito non si servono di una lingua universale come l´inglese, e che hanno ambiti di ricerca e di diffusione più legati, anche se non esclusivamente, a tradizioni nazionali – , molto lavoro resta ancora da fare per costruire sistemi bibliometrici accettati dalle comunità degli studiosi (che il tipico prodotto della ricerca sia un libro, e non un articolo, rende le cose ancora più complicate).
Eppure, pur con i suoi insuperabili (ma controllabili) limiti interni e con le sue inevitabili approssimazioni, la valutazione della ricerca è ormai una realtà con cui tutti si preparano a misurarsi, che cambierà lo stile di lavoro di studiosi, riviste, case editrici. Potrà essere un alibi perché tutto resti com´è, un adempimento solo formale, ma assai costoso in termini di tempo e di organizzazione; oppure potrà essere il veicolo di un controllo capillare sulla ricerca, che ne determina stili e obiettivi in sintonia con le richieste dei poteri politici e sociali; ma potrà anche essere un´occasione perché i professori producano liberamente ricerca (com´è loro diritto e dovere), perché l´opinione pubblica sia informata sull´efficienza scientifica del sistema universitario e non solo sulle vere o presunte malefatte dei “baroni”, e perché la politica possa conoscere quali realtà sostenere e quali invece lasciare al loro destino. Portare un po´ di trasparenza (e di differenziazione) nell´Università, con le dovute maniere, non è poi un male. Dopo, forse, non ci saranno più alibi. Per nessuno.

La Repubblica 05.08.10

Scuola: Ghizzoni (Pd),con immissioni in ruolo non si cancellano i dolorosi tagli del Governo

“Erano attese le sedicimila immissioni in ruolo tra posti di insegnante, ATA e dirigenti scolastici. Attese da chi, in condizioni di precarietà lavora da anni per istruire ed educare i ragazzi nella scuola pubblica. Immissioni attese, ma certo insufficienti per garantire il diritto alla continuità didattica degli studenti e consentire la certezza professionale agli operatori della scuola affinché assolvano alla loro funzione con la necessaria serenità.”
Lo ha dichiarato Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd della commissione Cultura della Camera.
“Il governo Prodi – prosegue Ghizzoni – aveva infatti previsto 150 mila immissioni in ruolo per i docenti: un piano straordinario contro la precarietà degli insegnanti che l’attuale governo ha affossato per predisporsi con maggior agio a tagliare risorse al sistema dell’istruzione. Le immissioni in ruolo annunciate dalla Gelmini non cancellano quindi i dolorosi tagli agli organici imposti dal governo Berlusconi fin dall’inizio della legislatura. 132 mila posti di lavoro nella scuola sono andati in fumo per scelta dell’esecutivo, non va quindi dimenticato che anche in questo modo il governo ha aiutato la crisi economica a mordere più forte e – conclude Ghizzoni – rende ogni giorno più difficile alle istituzioni scolastiche l’assolvimento del mandato Costituzionale.”

La dichiarazione di voto di Franceschini sulle dimissioni del sottosegretario Caliendo

Dichiarazione di voto dell’On. Dario Franceschini
Signor Presidente, abbiamo letto molte spiegazioni sulla nostra scelta di presentare e calendarizzare la mozione concernente il sottosegretario Caliendo. Sono tutte letture di natura tattica, «dietrologica», per mettere in difficoltà maggioranza.
Noi crediamo che in politica vi sia ancora spazio per battaglie di valori. Noi crediamo che debbano esservi ancora battaglie parlamentari in cui vi sia modo di richiamare i principi di legalità e di trasparenza, per ricordare il ruolo che hanno le classi dirigenti di un Paese, che trasmettono, con i loro comportamenti e le loro parole, al Paese che guidano.
Nessun giustizialismo: la mozione in oggetto non è animata da questo; anzi, il sottosegretario Caliendo fa bene a difendersi, è un suo diritto. L’accertamento delle responsabilità penali sarà compito della magistratura, e non dal Parlamento. Anzi, è grave che, oggi, il Ministro della giustizia Alfano sia venuto qui ad esprimere un giudizio sulle indagini. Non si è mai visto (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Noi facciamo – lo abbiamo fatto con le mozioni riguardanti Brancher e Cosentino – una battaglia per un Paese normale, per un Paese europeo: la politica non può attendere l’accertamento delle responsabilità penali. È possibile che non si dimetta subito un sottosegretario per la giustizia che ha partecipato ad una riunione per premere sulla Corte costituzionale sulla vicenda del cosiddetto lodo Alfano? È possibile che non si dimetta un sottosegretario per la giustizia indagato per associazione segreta? Leggete l’articolo 1 della «legge Anselmi»: si tratta di un’associazione in cui i soci svolgono attività dirette ad interferire sull’esercizio delle funzioni degli organi costituzionali o di amministrazioni pubbliche. È esattamente ciò che è successo.
In qualsiasi Paese normale, in un caso così, ci si dimette subito. Siamo faziosi? Siamo giustizialisti? Guardate cosa accade nei Paesi normali, dove vi sono Governi conservatori normali. In Inghilterra, si dimette un Ministro per alcuni rimborsi spese eccessivi. In Francia, si dimette un Ministro perché è accusato di aver fatto pagare l’affitto allo Stato.

Negli Stati Uniti: si dimette il Ministro della giustizia accusato di circonvenzione di incapace; in Spagna: si dimette il Ministro, richiesto dai Popolari perché è stato a caccia con il giudice Gárzon; in Israele: si dimette il Primo Ministro che dice: sono orgoglioso di un Paese che indaga i suoi Primi Ministri; in Francia: si dimettono due sottosegretari perché hanno comprato con soldi pubblici dei sigari; in Svezia: si dimettono due Ministri accusati di non aver pagato il canone della televisione. Questi sono i Paesi normali, questi sono i Governi conservatori dei Paesi normali (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori e di deputati del gruppo Unione di Centro).
Voi avete demolito il senso di rigore e il rispetto dell’etica pubblica che un Paese e una classe dirigente devono avere. Questo è il sistema che sta uscendo allo scoperto, non importi quali cognome porti, che siano Brancher, Verdini, Scajola, Caliendo, Bertolaso, Carboni, Anemone, Lombardi, Balducci: ognuno di loro ha il diritto di difendersi.

AMEDEO LABOCCETTA. Cambia Paese!

DARIO FRANCESCHINI. Noi non abbiamo alcun titolo, neanche morale, per condannarli, ma quello che emerge è un sistema malato basato sulla confusione tra politica e affari (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori), basato sul senso di impunità e sul senso di onnipotenza: non esistono reati e non esistono processi per chi ha vinto le elezioni. E se i magistrati insistono: si cambiano le leggi e si cambiano i reati, e non più solo per il Presidente del Consiglio, adesso anche per tutti quelli che stanno vicino al Presidente del Consiglio (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

CARLO CICCIOLI. Ricordati di Tedesco!

DARIO FRANCESCHINI. Il rispetto delle regole e la legalità non dovrebbero avere nulla a che fare con lo scontro fra destra e sinistra, ma dovrebbero essere un patrimonio comune delle democrazie, questo è quello che ci chiede la gente.
Ministro Bossi, è questo che chiede la gente del nord, quella a cui per anni avete detto che venivate a Roma a combattere contro Roma ladrona, e adesso tacete, anzi, li difendete (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania)!
Cameron, Sarkozy, Angela Merkel, leader conservatori europei che non farebbero mai quello che avete fatto voi allo Stato di diritto. Quei conservatori non si scontrano con i progressisti sulle regole, sui magistrati, sulla Costituzione, ma si scontrano sulla politica, e le regole, i magistrati e le loro Costituzioni le difendono insieme ai loro avversari progressisti. E sanno, quei leader conservatori, che chi vince le elezioni ha l’onore di fare il servitore dello Stato, non il padrone dello Stato (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Questo è il sistema di potere che sta crollando in questi mesi. E mi rivolgo al Presidente Berlusconi, che con il consueto garbo istituzionale, come al solito, segue questo dibattito in televisione, ed entrerà soltanto per ascoltare le parole rassicuranti del suo capogruppo, degli altri non ce la fa (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Presidente Berlusconi, nel 1994, e per molti anni, sul palco eravate lei, Fini e Casini, si chieda perché su quel palco è rimasto da solo (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Si chieda perché chi ha in mente un centrodestra normale, un centrodestra europeo, a un certo punto, per forza, deve rinunciare a lavorare con lei.
Si chieda, onorevole Berlusconi, che drammatica prova di debolezza, da fine corsa è non rispondere politicamente alle critiche, come fanno i veri leader, ma rispondere soltanto con l’arroganza del padrone che caccia chi disubbidisce, mostrando dei muscoli che non ha più (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori e di deputati del gruppo Unione di Centro).
Il paradosso è che questi argomenti assorbono tutto il nostro tempo. Presidente Berlusconi, trovi un minuto per occuparsi dei problemi di quegli italiani che vi hanno votato, i quali vedono, invece, che la vostra agenda e tutte le vostre Pag. 156energie sono impegnate in altro, sin dall’inizio della legislatura: lodo Alfano, legittimo impedimento, processo breve, intercettazioni, tutte cose che riguardano voi e non il vostro popolo.
Il vostro popolo vi chiede dove sono finite quelle riforme promesse e tragicamente mancate, dove è finita la riforma del fisco con due aliquote, dove è finita la riforma della giustizia, quella degli ammortizzatori sociali, quella delle professioni, quella dell’articolo 41 della Costituzione, quella relativa al taglio dell’IRAP. Sono quei fallimenti che vi portano ad aver paura della gente. Avete paura di andare alla cerimonia del 2 agosto (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Presidente Berlusconi, perché non torna a L’Aquila con quel seguito di telecamere compiacenti? Perché non torna adesso a L’Aquila? (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
L’astensione del nuovo gruppo Futuro e Libertà. Per L’Italia è un dato politico rilevantissimo. La maggioranza, di cui ha parlato l’onorevole Reguzzoni, uscita dalle elezioni non c’è più. C’è una maggioranza residuale che dovrà conquistarsi la sopravvivenza volta per volta, con le astensioni sui singoli emendamenti. Ne abbiamo avuto prova oggi nella parte nobile con l’intervento dell’onorevole Della Vedova e nella parte meno nobile con quanto avvenuto fuori dall’Aula. È iniziata la seconda parte della legislatura. Sarà tutta diversa. Non sappiamo quanto durerà ma, onorevole Berlusconi, non pensi di spaventare tutti minacciando le elezioni. Ridotti come siete, a brandelli, le perdereste (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
Si ricordi, Presidente Berlusconi, che lei può dare le dimissioni. Il Presidente del Consiglio può dare le dimissioni e il giorno in cui lei lo farà sarà il giorno della sua resa e della nostra vittoria. Ma un minuto dopo le sue dimissioni lei uscirà di scena e la parola passerà al Capo dello Stato e al Parlamento (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Noi, che sappiamo che sarebbe folle tornare a votare per la terza volta con questa legge elettorale, questa «porcata» come l’avete chiamata, faremo ogni battaglia (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)…

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi prego!

DARIO FRANCESCHINI. Sono nervosi, signor Presidente, li lasci stare. Faremo ogni battaglia per tornare a votare con una legge diversa perché il nostro obiettivo è riconsegnare l’Italia ad un confronto normale e civile, con due schieramenti che conoscono la durezza dello scontro politico, ma che insieme sanno difendere le regole, il rigore e il rispetto della legge.

PRESIDENTE. La prego di concludere.

DARIO FRANCESCHINI. È una battaglia giusta e noi la faremo fino in fondo (Prolungati applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Congratulazioni – Dai banchi dei deputati del gruppo Italia dei Valori si grida: Elezioni, elezioni!).

Beni culturali: Ghizzoni (Pd), il Governo intervenga su rischio salvaguardia patrimonio storico, artistico e paesaggistico.

Con la manovra economica recentemente approvata, ai dipendenti con funzioni ispettive non verrà più corrisposta l’indennità chilometrica, pertanto non potranno più utilizzare il proprio mezzo di trasporto per raggiungere i siti da salvaguardare.”
“Questa disposizione non porterà concreto beneficio al debito pubblico ma avrà ben altro effetto: ai tecnici sarà infatti impedito l’assolvimento della funzione di tutela e di vigilanza sui lavori e sul patrimonio storico, artistico e paesaggistico poiché, senza l’utilizzo del mezzo proprio, non sarà loro possibile raggiungere fisicamente i luoghi e i beni da salvaguardare data l’assenza di una capillare rete di trasporto pubblico sul territorio nazionale. Questa eventualità è stata denunciata nelle scorse settimane dalle obiezioni dei tecnici e sarebbe stata scongiurata se fossero state accolte le nostre proposte emendative alla manovra, che invece il Governo e la maggioranza hanno rigettato con sprezzante disattenzione. Questa disposizione si associa al progressivo depauperamento delle risorse umane e finanziarie destinate al Ministero dei beni e delle attività culturali, che ne impediscono l’assolvimento della precipua funzione di tutela del patrimonio culturale. Ho chiesto pertanto al Ministro come intenda intervenire per consentire ai tecnici del suo Dicastero di continuare ad adempiere pienamente al compito ispettivo sull’intero territorio nazionale. E’ in discussione la salvaguardia del patrimonio storico, artistico e paesaggistico e il silenzio del Ministro Bondi non è più tollerabile .”

Lo ha dichiarato Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd della commissione Cultura della Camera e prima firmataria dell’interrogazione al ministro dei Beni e le Attività Culturali.

"Un taglio camuffato da riforma", di Giuseppe Caliceti

Cosa è una riforma – tra l’altro sbagliata – senza i soldi per attuarla? Un bluff? Una falsa riforma? Una controriforma? Uno spot? Una presa in giro? Ognuno la può vedere come vuole, il risultato non cambia. Il disegno del governo sulla scuola è sempre lo stesso: si taglia sulla formazione e si promuove il caos. Ma andiamo con ordine. Dopo il taglio alla scuola primaria e alla scuola superiore, il programma triennale di smantellamento targato Gelmini procede inesorabile: passata al Senato la legge per l’università, tra poco alla Camera. Senza risorse. Senza prospettive di sviluppo. Senza attenzione agli studenti e ai ricercatori. Senza nulla che l’enfasi esagerata del ministro. Ancora una volta Gelmini chiama “riforma” il taglio colossale dei fondi deciso dal governo nel 2008. Risultato? Nei prossimi mesi aumenteranno i problemi per studenti, dei docenti, delle famiglie. Gelmini parla di un’università più meritocratica, trasparente, competitiva e internazionale. E si affanna a far credere un assurdo: che un taglio profondo delle risorse possa far aumentare la qualità dell’università. Balle. In realtà Gelmini impedisce a un’intera generazione di partecipare alla ricerca universitaria e mette il paese a margini della sfida internazionale.
Ma in cosa consiste questo taglio epocale camuffato da riforma? Di poche cose per distrarre l’opinione pubblica e dare materiale ai giornali e all’opinione pubblica di non interrogarsi seriamente sull’enormità dei tagli. Dunque, intanto i professori ordinari andranno in pensione a 70 anni invece che a 72 anni. Per i ricercatori sono previsti contratti a tempo determinato seguiti da contratti triennali al termine dei quali, se il ricercatore sarà ritenuto valido, sarà confermato come associato a tempo indeterminato. Come si diventerà ordinari? È stata introdotta l’abilitazione scientifica nazionale di durata quadriennale: gli atenei pescheranno dalla lista. Poi? Gli atenei potranno avere al massimo 12 facoltà. Non potranno indebitarsi, pena il commissariamento. Non potranno assumere personale se non saranno “virtuosi”. La valutazione sarà fatta dall’agenzia Anvur. Verrà anche istituito un fondo speciale per il merito finalizzato a promuovere «l’eccellenza tra gli studenti». Per il rettore, garante dello sviluppo dell’ateneo, è prevista la “sfiducia” se gestirà male l’ateneo. Tutto qui? Per il governo per giustificare il taglio epocale non pare serva altro. Giacomo Deferrari, rettore di Genova, annuncia: «Se resteranno i tagli, a settembre i rettori degli atenei italiani dovranno attuare proteste rilevanti. Io sono disponibile anche a guidare la protesta in piazza degli studenti».

Il Manifesto 04.08.10