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Liberiamoci di Berlusconi e iniziamo una nuova fase

“Non si tratta solo di mandare a casa un governo. Dobbiamo superare una fase lunga sedici anni, non due. Dobbiamo liberarci di Berlusconi. Per questo non vado troppo per il sottile e mi rivolgo a tutti. Se è vero che rischia la democrazia, se la posta in gioco è quella, ognuno si assuma le proprie responsabilità. Accorciamo le distanze tra i partiti che vogliono archiviare questa stagione ed evitiamo veti reciproci”. Pier Luigi Bersani punta a rimettere al centro dell’opposizione il Partito democratico. “Ora, amichevolmente, sono io a fare qualche domanda a Casini, Vendola, Di Pietro”. E a qualche “ribelle” del Pd. Insiste su un governo di transizione e spiega perché. Continua a non escludere nessuna strada anche un esecutivo a guida Tremonti: “Tutto quello che va nella direzione del cambiamento è benvenuto”.

L’appello a tutti sembra la chiamata a un Cln antiberlusconiano.
“L’idea del Cln l’ha tirata fuori Casini qualche tempo fa, mica io. Dico una cosa diversa. Se il terreno dello scontro nei prossimi mesi è quello del rapporto tra politica e legalità la proposta del Pd non può che essere molto larga, cioè rivolgersi a tutte le forze di opposizione. Poi ne misureremo la praticabilità, ma questo è il primo passo, il più sensato. Adesso siamo noi a chiedere agli altri di fare una scelta chiara. Il leader dell’Udc vuole fare il terzo polo o il secondo che può diventare il primo? Cos’è precisamente la sua area di responsabilità nazionale? Di Pietro vuole cavalcare tutte le tigri capaci di dividere irrimediabilmente l’opposizione o dare una mano a far cadere Berlusconi? La narrazione di Vendola prende la forma di una compiuta responsabilità di governo? Sono loro a doverci delle risposte. E quando sento dire che il Pd è fuori dai giochi mi torna in mente la vecchia freddura consolatoria degli inglesi: tempesta sulla Manica, Europa isolata”.

Eppure qualcuno osserva che il Pd non ha una linea chiara.
“Io vedo che oggi Berlusconi e Bossi fanno la voce grossa, ma sono totalmente nel pallone. Come sono arrivati a questo punto? Grazie all’iniziativa incalzante del Pd e dell’opposizione. Per essere chiari: senza la nostra mozione su Caliendo non ci sarebbe stata l’astensione di Fini, Casini e Rutelli. Non ci sarebbe stato, cioè, il trauma del governo che perde la maggioranza. E’ un punto a nostro favore che va rivendicato. Per di più lo abbiamo segnato sul tema clou della disarticolazione del Pdl: la legalità. I commentatori che parlano dell’assenza del Pd dovrebbero sapere che il mestiere della minoranza, nell’era berlusconiana del conformismo e del controllo dell’informazione, è più difficile. Nonostante questo ci stiamo infilando nelle loro crepe e prepariamo l’alternativa con il nostro progetto per l’Italia”.

Corteggiando la Lega per un governo-ponte? Non è contraddittorio oltre che una perdita di tempo?
“Non stiamo corteggiando nessuno. Anzi, sfidiamo sia la Lega sia Berlusconi. Da Cosentino a Brancher passando per Caliendo e le leggi ad personam vogliamo capire come fa Bossi a gridare ancora Roma ladrona e a salvare sempre i ladroni di Roma. Quanto a Berlusconi chi crede di spaventare minacciando le elezioni? Il voto anticipato certificherebbe il suo fallimento”.

Quindi voi invocate il governo di transizione per stanare Berlusconi, non perché avete paura del voto anticipato.
“In questa situazione, con la barca che fa acqua, non si può andare a un immediato scontro elettorale. Bisogna affrontare i temi sociali, cambiare una legge elettorale deleteria, bonificare le norme che favoriscono la corruzione. Non è un ribaltone, è una fase che consente al Paese di scegliere alternative che non siano nel vecchio film. è il nostro modo per predisporre il sistema alle elezioni. Ma non temiamo affatto il voto. Se ci si arriva però dev’essere chiaro che è Berlusconi a far precipitare tutto. Per problemi suoi, solo suoi. Io non divido con lui questa responsabilità”.

Questa benedetta modifica della legge elettorale, senza una definizione, sembra una scusa.
“Il Pd ha approvato un documento molto chiaro. Prima di tutto l’elettore va messo in condizione di scegliersi il parlamentare e di farlo su base territoriale, cioè coi collegi. Poi vogliamo una legge che sia ispirata alla logica bipolare ma con una maggiore flessibilità”.

Le coalizioni si decidono prima o dopo il voto?
“I cittadini devono sapere a quale maggioranza affidano il proprio consenso”.

Con la legge elettorale volete anche cambiare il quadro delle alleanze del Pd? O rischiate di fare l’Unione-bis?
“L’Unione è una formula vecchia, non più praticabile se non altro perché noi vogliamo offrire al Paese una proposta diversa. Ma non ragiono in vitro. Per il momento mi rivolgo a tutti e chiedo di evitare veti. Chi li mette se ne assume la responsabilità”.

Il terzo polo è più un concorrente o un alleato?
“Il terzo polo è qualcosa in divenire. Considero il voto dell’altro ieri un evoluzione importante verso la fine del berlusconismo. Ma per gli italiani quello bipolare è un sistema ormai assodato”.

Come si fa indicare Tremonti premier per il governo-ponte dopo aver definito la sua manovra la più iniqua nella storia repubblicana?
“Si fa per principio perché un partito ha il dovere di esprimere inclusioni ed esclusioni nello studio del capo dello Stato. Ma quando si parla di superamento di una fase, è ovvio che più novità ci sono meglio è”.

La strada maestra per sconfiggere politicamente Berlusconi non sono le elezioni?
“Certo che sono le elezioni ma c’è modo e modo di arrivarci. Berlusconi se le vuole subito sarà costretto a sceglierne il terreno e il significato. E lo aspetto lì. Fosse il processo breve ne vedremo delle belle”.

Cacciari le propone di andare da Casini per offrirgli l’alleanza e la candidatura a premier.
“Mi sembra una pensata tattica. Nel nostro sistema non ci sono più i partiti che distribuiscono le candidature. Abbiamo meccanismi partecipativi. “.

Vuol dire che le primarie ci saranno sicuramente?
“Nello statuto sono previste le primarie di coalizione. Siamo affezionati a questo strumento, anche se non possiamo dettare il compito agli altri”.

www.partitodemocratico.it

Anniversario di Hiroshima: Ban Ki-moon, "il disarmo è l'unico percorso assennato"

“Insieme, siamo in cammino dal ‘Ground zero’ (il luogo dell’epicentro atomico – ndr) al ‘Global Zero’, cioè verso un mondo libero da armi di distruzione di massa. E’ l’unico percorso assennato per un mondo più sicuro”. Lo ha affermato il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon partecipando stamane alla cerimonia di commemorazione del 65mo anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima. E’ la prima volta che un Segretario Generale dell’Onu prende parte, fianco a fianco con i sopravvissuti del bombardamento, alla cerimonia che dal 1947 si celebra nel Peace Memorial Park di Hiroshima. E per la prima vi ha partecipato anche un rappresentante del Governo statunitense, l’ambasciatore John Roos: un chiaro segnale verso una prossima visita del presidente Obama al Giappone.
Nel suo discorso, il Segretario Generale dell’Onu ha ricordato i recenti progressi sulla via del disarmo nucleare, evidenziando il contributo dato dalle nuove leadership a livello mondiale, il rinnovato impegno da parte del Consiglio di Sicurezza e il forte sostegno della società civile. “Il nostro momento è arrivato” – ha detto Ban – richiamando il prossimo appuntamento alla Conferenza sul Disarmo che si terrà in settembre al Palazzo di Vetro. Un impegno – quello del disarmo nucleare – sul quale il Segretario Generale si sta spendendo con costanza in prima persona.

“Il disarmo nucleare viene spesso considerato come un sogno. Siamo chiari: l’unica garanzia per la nostra sicurezza e l’unica protezione per impedire l’uso di tali armi è la loro eliminazione” – ha affermato Ban Ki-moon in un messaggio trasmesso nei giorni scorsi ai partecipanti alla Conferenza di Hiroshima sul tema dell’abolizione totale delle armi nucleari entro il 2020. Il Segretario Generale in quella sede ha sollecitato l’impegno di tutti i dirigenti politici “in particolare quelli dei paesi che dispongono del nucleare” a “intensificare i propri sforzi, a lavorare insieme fino al giorno in cui non avranno altra scelta che conformarsi alla volontà dei popoli di un mondo libero dal nucleare”.

Ban Ki-moon si è anche complimentato con l’operato dell’associazione ‘Mayors for Peace’ (Sindaci per la pace) – istituita nel 1982 dai sindaci delle due città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki colpite da bombe atomiche dagli Stati Uniti nel 1945 – che oggi raggruppa 4000 centri urbani di 143 paesi nel mondo. “Oggi la maggioranza della popolazione mondiale vive in città, per cui se i sindaci sono uniti allora è il mondo intero ad essere unito” – ha sottolineato il responsabile Onu.

Ban Ki-moon ieri ha visitato Nagasaki, la città colpita dalla bomba atomica il 9 agosto 1945, dove ha incontrato una rappresentanza di hibakusha, le persone che subirono le radiazioni dei bombardamenti atomici, di cui ha definito “ispiratrice” “la dedizione nell’impiegare la propria esperienza per promuovere la pace e il disarmo”. A marzo del 2009 il governo giapponese ha riconosciuto l’esistenza di 235.569 hibakusha a cui lo Stato riconosce una sovvenzione mensile di 140mila yen per le cure mediche degli effetti delle radiazioni. Questi sopravvissuti hanno dovuto vivere per anni nella paura e nel silenzio a causa di una forte discriminazione nei loro confronti: per lungo tempo si è creduto erroneamente che le malattie di cui soffrivano, a causa delle radiazioni, fossero contagiose. Anche i loro figli, anche se nati dopo la guerra, difficilmente trovavano lavoro e molti, per poter avere una vita sociale normale, dovettero negare di essere figli di hibakusha.

Ban Ki-moon a Nagasaki ha anche sostato al monumento che la città ha dedicato alle vittime coreane del bombardamento atomico: furono 2mila a Nagasaki e 20mila a Hiroshima le persone di nazionalità coreana che perirono nelle due città giapponesi a seguito dei bombardamenti atomici. Una vicenda, quella dei “deportati coreani in Giappone” durante il periodo dell’invasione giapponese in Asia che rimane tuttora come una ferita aperta nelle relazioni tra i due paesi. Ricordando anche il monumento dedicato alle vittime coreane a Hiroshima, Ban Ki-moon ha affermato che “come coreano sono profondamente grato alle due città per aver ricordato le vittime con questi tributi”.

E in una cerimonia tenuta alla cattedrale cattolica di Urakami di Nagasaki, vicinissima all’epicentro dello scoppio dell’atomica, Ban Ki-moon ha ribadito infine che “La visita ha rafforzato la mia convinzione che queste armi devono essere messe fuorilegge, sia da una convenzione sulle armi internazional sia da una cornice di strumenti che si rafforzino reciprocamente”.

Il 6 agosto del 1945, alle ore 8.16 locali, gli Stati Uniti sganciarono una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima. Fu la prima atomica a essere utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale e causò circa 130mila morti e 180mila persone sfollate. Tuttavia, a causa delle radiazioni, negli anni successivi morirono altre 285 mila persone. Tre giorni dopo con una seconda bomba atomica fu colpita Nagasaki causando circa 80 mila morti. Gli Stati Uniti non hanno mai, ufficialmente, fatto alcun passo indietro su quella scelta e dal dopoguerra nessun membro in carica dell’Amministrazione Usa ha preso parte alle commemorazioni del bombardamento.

A seguito della vittoria dei Democratici alle ultime presidenziali e della nuova politica estera inaugurata dal Presidente Barack Obama si sono però visti dei cambiamenti anche su questo spinoso problema: due anni fa Nancy Pelosi, la speaker della Camera dei Rappresentanti, è stata il primo rappresentante istituzionale a recarsi in visita al Memoriale della Pace di Hiroshima. E stamane l’ambasciatore Usa a Tokyo, John Roos, – che già aveva visitato il Peace Memorial poco dopo la sua nomina – è stato il primo rappresentante ufficiale del governo americano alle commemorazioni di Hiroshima.

L’ambasciatore ha deposto a nome del Governo americano una corona di fiori per esprimere – come ha sottolineato ha detto il Dipartimento di Stato a Washington – “il nostro rispetto per tutte le vittime della Seconda Guerra Mondiale”. Si tratta di un passo che prelude e prepara la visita in Giappone del Presidente Obama, la cui data non è ancora chiara, ma che avrà una portata storica. Alla cerimonia odierna Memoriale della Pace di Hiroshima oltre al rappresentante del governo degli Stati Uniti, hanno partecipato anche i doplomatici di altre due potenze nucleari, Gran Bretagna e Francia.

In Italia, per commemorare l’evento delle due bombe atomiche sul Giappone e per sensibilizzare la cittadinanza sull’urgenza della messa al bando delle armi nucleari, l’associazione ‘Beati i costruttori di pace’ ha indetto la seconda edizione di ‘Pace in Bici’. L’iniziativa che prende il via oggi fino al 9 agosto si snoda in un percorso a tappe in bicicletta tra Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone). Si tratta di due città nelle cui basi militari sono presenti ordigni nucleari: “Con la nostra iniziativa intendiamo collegare le due città incontrare la popolazione e stimolare i mezzi di informazione per far prendere coscienza a quanti più possibili dell’urgenza e dell’importanza di giungere presto al disarmo nucleare” – ha affermato Tiziano Tissino dell’associazione ‘Beati i costruttori di pace’.

Nonostante l’Italia abbia ratificato il Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP), nel maggio 2008 i rapporti dell’US Air Force hanno confermato la presenza di atomiche Usa a Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone) che nell’insieme sommano una novantina di ordigni nucleari sul territorio nazionale: un fatto di cui la popolazione italiana è praticamente all’oscuro.

www.unimondo.it

"Riforma Università, per Napolitano occorre allargare il confronto", di Alessandro Giuliani

Il Capo dello Stato risponde pubblicamente ad alcune associazioni auspicando il coinvolgimento di tutte le parti interessate ad entrare nel merito delle questioni. Il Pd approva e rilancia le sue contro-proposte al ddl. D’accordo pure Pantaleo (Flc-Cgil): per fare le riforme occorre coinvolgere dal basso tutta la comunità scientifica, i sindacati, gli studenti, i precari e i ricercatori.

La discussione in atto sulla riforma dell’Università non risparmia nemmeno il Capo dello Stato. Sollecitato per via scritta della ‘Rete29 Aprile – Ricercatori per una Università Pubblica Libera Aperta’, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha deciso di inviare un lettera al professore Bartolomeo Azzaro, pro-Rettore per lo Sviluppo delle Attività Formative e di Ricerca de “La Sapienza” di Roma, che aveva fatto da tramite per fargli giungere le proteste sulle prospettive dell’Università. Nell’intervento presidenziale, pubblicato il 5 agosto sul sito del Quirinale, si auspica che il ddl n. 1905, approvato a fine luglio al Senato e dopo l’estate all’esame della Camera, ma anche le novità legislative in atto nel campo della ricerca, possa trovare attuazione solo dopo aver condotto “un costruttivo confronto che guardi al merito delle questioni e all’interesse di lungo periodo del nostro Paese, specie in questa fase di gravi difficoltà dove a ognuno è richiesto di fare la sua parte”.”Come sapete – continua Napolitano – ho sempre guardato con attenzione al settore dell’Università e della Ricerca, che giudico fondamentale per la crescita economica e lo sviluppo culturale e civile del Paese”. Dopo aver ricordato il suo recente appello a “salvaguardare la spesa pubblica per investimenti, in modo particolare quelli per la ricerca e per l’alta formazione”, il presidente della Repubblica spiega anche di aver “provveduto ad inviare al Ministro Gelmini copia della vostra lettera, che affronta materie di competenza del Governo, confidando che essa riceverà l’attenzione che merita”.
Il Capo dello Stato ha inoltre fatto sapere di avere risposto ai sottoscrittori dell’Appello per gli Statuti Autonomi degli Enti Pubblici di Ricerca, trasmessogli dal professore Rino Falcone del Coordinamento Osservatorio sulla Ricerca, assicurando di aver inviato, come nel caso della lettera della Rete 29 Aprile, il testo al Ministro Gelmini con “l’invito a considerare attentamente le questioni sollevate in merito alla presenza degli scienziati e dei ricercatori negli organismi di delineazione degli statuti degli EPR, e poi in quelli di governo degli stessi Enti scientifici”.La lettera di Napolitano ha riscossi ampi consensi dal Partito democratico, secondo cui avrebbe usato parole e concetti “assolutamente condivisibili”. Tanto che “i rilievi del Presidente della Repubblica mettono in luce i nervi scoperti della riforma dell`università approvata dal Senato”. Per il responsabile Università della segreteria Pd, Marco Meloni, il suo partito “sta cercando da mesi di portare il governo a un confronto nel merito sulla situazione dei ricercatori, strutturati e precari, i quali, come sappiamo, tengono materialmente in piedi la didattica delle nostre università. Ma il governo non si è mai preso la briga di rispondere alle nostre proposte, né tantomeno a quelle dei ricercatori, mostrandosi così insensibile a questa vera e propria emergenza che in autunno rischia di bloccare gli atenei”.
Queste le principali proposte del Pd: lo sblocco del turn-over per l`assunzione dei nuovi docenti e della misura della manovra che riduce del 50% i contratti temporanei; un reclutamento straordinario nel ruolo di professore per i prossimi 6 anni, finanziato con 140 milioni di euro all`anno; la programmazione delle risorse fin dal momento in cui vengono indette le nuove selezioni per i ricercatori in “tenure-track”; l`abolizione del precariato, con il contratto unico di ricerca. Il nostro auspicio è che, a differenza di quanto finora accaduto, il Parlamento – anche in considerazione delle mutate condizioni politiche -possa prenderle in considerazione al ritorno dalla pausa estiva”.

Tecnica della Scuola 06.08.10

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“Scienziati «senza voce» Il Colle accoglie l’appello”, di Cristiana Pulcinelli

L’università italiana ha avuto la sua autonomia vent’anni fa. Oggi è il turno degli enti pubblici di ricerca. Si tratta di enti importanti come il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) , l’Inaf (Istituto nazionale di astrofisica) l’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) che dovrebbero finalmente avere la possibilità di autogovernarsi attraverso degli statuti. L’idea non è nuova, anzi è prevista nella stessa costituzione, all’articolo 33 che recita: «Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato». Ma questa opportunità si sta rivelando una beffa. Lo ha denunciato l’Osservatorio sulla ricerca, un gruppo di scienziati che si occupa di politica della ricerca. A fine luglio l’Osservatorio ha lanciato in rete un appello in cui si sottolinea il fatto che «si stanno realizzando gli statuti autonomi di enti di ricerca in cui operano comunità scientifiche di assoluto valore e rilevanza internazionale, senza che nessuno scienziato di queste comunità possa partecipare alla stesura attiva di questi statuti». In due settimane l’appello è stato sottoscritto da oltre 1300 ricercatori tra cui personalità di rilievo come Margherita Hack, Carlo Bernardini, Lucio Luzzatto, Giorgio Parisi, Marcello Buiatti. Il 30 luglio l’appello è stato mandato al presidente della Repubblica. E il 2 agosto Napolitano ha risposto. Nella lettera, il presidente dice che invierà l’appello al ministro Gelmini «con l’invito a considerare attentamente le questioni da voi sollevate in merito alla presenza degli scienziati e dei ricercatori negli organismi di delineazione degli statuti degli EPR (Enti Pubblici di Ricerca, ndr) e poi in quelli di governo degli stessi Enti scientifici». «Il problema – spiega Rino Falcone, tra i primi firmatari dell’appello – è che negli organismi che stanno mettendo a punto gli statuti non c’è nemmenounmembrodella comunità scientifica interna all’ente interessato. Sono organismi composti da burocrati che non hanno nessuna idea di cosa sia la ricerca viva. Quindi non c’è nessuna autonomia partecipata. E il presidente sottolinea i limiti della legge nei due punti citati nella lettera». Tutta la storia comincia nel 2007 quando, sotto il governo Prodi, venne approvata una legge delega per dare autonomia statutaria agli enti di ricerca all’interno però di un quadro di riforma più complesso nel quale veniva istituita, ad esempio, anche una Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca. Secondo la legge del 2007, lo statuto di ogni ente sarebbe stato realizzato dal consiglio scientifico dell’ente più 5 personalità scelte dal ministro tra “esperti di alto profilo scientifico”. Nel decreto legislativo del 2009 voluto dalla Gelmini la legge del 2007 viene modificata: l’organismo che stende lo statuto è formato non più dal consiglio scientifico,madal consiglio di amministrazione (di nomina politica) più 5 esperti “dotati di specifiche competenze in relazione alle finalità dell’ente ed al particolare compito conferito”, scelti dal ministro (e quindi, ancora di nomina politica). Come d’incanto, sparisce l’alto profilo scientifico. Entro il 16 agosto gli statuti dovranno essere inviati al ministro Gelmini. Alcuni sono ancora in fase di elaborazione, ma le premesse non sono buone. Che Napolitano abbia a cuore le sorti dell’università e della ricerca lo dimostra il fatto che ieri ha risposto anche a un’altra lettera, inviata questa volta dai coordinatori della «Rete29 Aprile Ricercatori per una Università Pubblica Libera Aperta» nella quale venivano esposti vari problemi relativi alla nuova riforma attualmente all’esame del Parlamento. Nella lettera il presidente auspica che su università e ricerca si avvii un «confronto costruttivo che guardi al merito delle questioni e all’interesse di lungo periodo del nostro Paese» perché l’esigenza di una riforma e «una dotazione adeguata delle risorse sono due facce della stessa medaglia».

L’Unità 06.08.10

"Sette regole per sopravvivere alla crisi", di Gianfranco Fabi

«Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare»: la saggezza della lettera a Lucilio scritta duemila anni fa da Seneca appare quanto mai attuale di fronte alle incertezze e alle incognite che si sono create con la crisi globale degli ultimi anni. Le analisi si moltiplicano, come dimostrano gli interventi degli economisti sul sito www.ilsole24ore.com, interventi che nascono da esperienze, prospettive, scuole di pensiero diverse, ma che possiedono ciascuno tanti frammenti di verità, frammenti che ognuno può confrontare con la propria visione, con la propria prospettiva.

Il confronto appare allora importante per ritrovare la rotta perduta, per riuscire a sfruttare i pochi venti favorevoli, per rendere concreto quello che potrebbe sembrare solo uno slogan: trasformare la crisi in opportunità. Magari per scoprire che il punto di partenza non si può più trovare nelle ideologie, nei modelli teorici, nelle scuole di politica economica, ma deve partire dalla capacità della persona, di ogni persona di mettersi nella giusta prospettiva potendo contare innanzitutto nella fiducia in se stesso, nei propri mezzi, nelle proprie capacità.

È significativo che un esperto di economia e società come Jacques Attali, consigliere di Mitterrand prima e di Sarkozy poi, ponga proprio il rispetto di sé al primo posto tra le regole per Sopravvivere alla crisi, sette regole ciascuna delle quali peraltro si muove nell’alveo della personalità con un particolare interesse creato dal fatto che la stessa prospettiva si allarga dalle persone fisiche a quelle giuridiche e quindi alle imprese. «Il primo principio – scrive Attali – è quello di essere preziosi ai propri occhi, di attribuire importanza ai propri valori, di avere una ragione d’essere con un’energia e una vitalità che portano a sopra-vivere, ovvero a vivere meglio». E per un’azienda avere rispetto di sé vuol dire battersi per esistere, puntare sulla qualità, far partecipare i propri dipendenti, scegliere alleanze con quanti condividano i propri valori.

Questa attenzione alla persona in quanto portatrice di valori in grado di ricostruire il tessuto sociale sembra ripercorrere quella attenta esaltazione del “personalismo” che negli anni 30 del secolo scorso costituì il messaggio di un altro pensatore francese, Emmanuel Mounier. Fu proprio la grande crisi del ’29 che portò Mounier a contrapporre il valore della persona, con la sua spiritualità e la sua capacità di relazione, ai rischi dell’individualismo, cioè all’acritica convinzione che il bene egoistico dei singoli porti automaticamente al benessere collettivo. E fu Mounier a sottolineare come la fiducia nella persona e nella sua responsabilità può contrastare le paure di ogni tempo quando la malvagità e il potere possono prendere il sopravvento.
Il rispetto di sé quindi, tornando ad Attali, l’intensità, l’empatia, la resilienza, la creatività, l’ubiquità, il pensiero rivoluzionario: queste le sette regole, i sette volti di una sola identità, quella di chi vuole restare protagonista del proprio futuro nella convinzione che la società umana ha sempre saputo superare le guerre e le crisi facendo avanzare la propria civiltà.

Il Sole 24 Ore 06.08.10

"Pd, quale legge elettorale vuoi?", di Giorgio Merlo

Credo sia venuto il momento di uscire dagli equivoci e dalle virtualità. Discutere, e dividersi sul nome del futuro ed ipotetico presidente del consiglio “di garanzia” o confrontarsi sulla fine del berlusconismo e poi ammettere, seppur privatamente, che con il voto anticipato lo stesso Berlusconi continuerebbe a vincere, sono operazioni ridicole se non grottesche.
Semmai, per evitare di essere spettatori di una crisi, quella del centrodestra, ormai sotto gli occhi di qualsiasi osservatore disinteressato, sarebbe opportuno che il Pd si presentasse con una posizione comune sul tema della riforma della legge elettorale. Se questo, in effetti, è il nodo politico centrale che va affrontato e risolto per evitare di riconsegnare il paese nelle mani di Berlusconi, è bene che il Pd passi dalle enunciazioni ai fatti.
Innanzitutto, isolando tutti coloro che, all’interno del centrosinistra, individuano nel ricorso alle urne la via salvifica per rilanciare la credibilità dell’Italia, lo sviluppo del paese e il rafforzamento delle istituzioni. Da Vendola a Di Pietro ai vari ceppi comunisti che, guarda caso, pensano (?) di vivere le prossime elezioni con l’attuale legge elettorale. E senza rendersi conto che sono proprio i berluscones coloro che incitano alle urne, consapevoli di una loro quasi certa vittoria. Senza questa consapevolezza è l’intera coalizione di centrosinistra ad essere nuovamente condannata all’opposizione.
E allora il tema della riforma elettorale non può essere affrontato con un approccio politologico o secondo una logica ridicola, e cioè pensando di costruire un assetto elettorale a noi favorevole penalizzando chi è attualmente al governo. Ma visto che l’assetto politico dipende esclusivamente dal sistema elettorale che si mette in campo, è giunto veramente il momento che il Pd elabori una posizione comune in materia elettorale. Evocarla è sicuramente positivo ma definirla è un compito più articolato.
Innanzitutto, il Pd è ancora disponibile a costruire un assetto bipolare della politica italiana? Se non si risponde a questa domanda è difficilmente praticabile la strada di una riforma elettorale definita. L’antiberlusconismo, del resto, non è sufficiente per costruire un modello politico credibile e serio. Le pregiudiziali personali e politiche non sono in grado, da sole, di creare una prospettiva più credibile per la democrazia italiana.
Come, del resto, l’elezione del parlamentare direttamente da parte del cittadino – cosa ormai non più rinviabile – non è sufficiente, da solo, a prefigurare un modello politico più efficiente. E la divergenza all’interno del Pd sul modello elettorale da perseguire è la conseguenza diretta della confusione che c’è sulla prospettiva del nostro sistema politico.
Ora, accanto alla certificazione della crisi politica del centrodestra, va affrontata di petto la questione del modello politico che persegue il Pd per poter elaborare una proposta comune e condivisa del sistema elettorale. Senza questa proposta comune, corriamo il serio rischio di evocare un problema drammaticamente irrisolto – cioè il cosiddetto “porcellum” – e non essere in grado di fornire una risposta convincente. È, questa, la priorità politica di un partito per evitare di trasformarsi in un semplice spettatore di ciò che capita e avviene tumultuosamente nella società italiana.

da Europa quotidiano 06.08.10

Errani: «Chiuso un ciclo. Crisi merito anche del Pd», di Pietro Spataro

«Si chiude un ciclo politico…». Vasco Errani non ha dubbi che il voto alla Camera segni un passaggio di fase. Però è preoccupato perché il paese non sopporterebbe una lunga condizione di debolezza politica. Quindi: sì al governo di transizione. Con Tremonti premier? «Il governo di transizione non si fa con chi ci ha portato fin qui».

Errani, la maggioranza non c’è più. Governo al capolinea?
Questa è una crisi vera che chiude un ciclo politico, non è solo crisi di governo. Il problema principale quindi è costruire un’uscita che eviti trascinamenti senza fine con il rischio di una crisi istituzionale grave. Bisogna lavorare affinché la crisi arrivi a conclusione e si apra una fase di transizione per poi costruire l’alternativa.

Alfano alla Camera ha detto che la P3 è un’invenzione dei pm e della sinistra…
Credo invece sia un dato oggettivo: la questione morale c’è. Sottovalutarlo è un gravissimo errore.

Un governo in panne, un Paese che subisce una crisi economica pesante. Non è rischioso?
Certo, siamo difronte a una destra che non ha un progetto per il Paese. Governano, o meglio non governano, giorno per giorno e fanno pagare un prezzo salato ai più deboli. Sulle questioni fondamentali, dalla politica industriale all’innovazione al tema della conoscenza, la destra non ha idee. Per questo dico che si chiude un ciclo politico. E per questo insisto nel dire che serve una svolta vera, altrimenti faremo pericolosi passi indietro.

Come se ne esce? Elezioni o governo di transizione?
Andare alle urne con questa legge elettorale sarebbe un colpo alla qualità della democrazia. Però voglio che sia chiaro un punto: qui non stiamo discutendo di larghe intese ma di ridefinire il campo del confronto politico. E’ necessario cambiare la legge elettorale e rilanciare l’economia. Poi si va al voto riconsegnando agli elettori il potere di scelta. Solo così possiamo ridare valore alle istituzioni, a cominciare dal Parlamento che è stato svuotato.

Quale legge elettorale? Nel Pd le posizioni sono diverse…
Guardi, penso che una nuova legge debba garantire due condizioni. La prima: dare al cittadino la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. La seconda: dare la possibilità di scegliere il governo evitando però di appiattirsi su un bipartitismo che non funzionerebbe. Quali siano i modelli per garantire queste due condizioni è tema aperto al confronto. L’importante è garantirle.

Si può fare un governo di transizione con Tremonti premier?
Come ha detto Bersani il governo di transizione non si fa con chi ci ha portato fin qui…

E poi Tremonti è il ministro della manovra lacrime e sangue…
Certo. Una manovra, lo ripeto, iniqua che peserà sui più deboli e che taglia i servizi ai cittadini e alle imprese. Da qui alla legge finanziaria si deve fare di tutto per spostare il peso su chi ha di più.

Ma ce li vede i berlusconiani che sacrificano il loro capo per un governo di transizione?
Nonostante tutto credo che il Paese abbia bisogno di questo passaggio. Il Pd deve impegnarsi e verificare se esistono le condizioni che in politica, non dimentichiamolo, non sono mai oggettive. Un partito c’è per agire, per aprire spazi nuovi e non per prendere atto della realtà del momento.

E gli elettori capirebbero? Non c’è il rischio che passi l’idea di un nuovo inciucio?
Ma no, perché non stiamo affatto parlando di inciuci. Noi dobbiamo dire chiaramente al Paese che abbiamo bisogno di un governo che guidi questa fase e che abbia un segno tecnico. Il fine è andare al voto per scegliersi un governo efficace.

Secondo lei il rapporto tra Fini, Casini e Rutelli non rischia ci creare problemi anche al Pd?
Vedo che circolano certe letture. Ma dobbiamo essere chiari e prendere atto di due dati. Il primo è che il progetto della destra è fallito e Fini e i suoi se ne sono andati e cercano altre vie. Vedremo che evoluzione avranno. Il secondo è che questa crisi è anche il frutto dell’iniziativa del Pd. Mica hanno fatto tutto da soli.

Si dice: dialogo con Bossi. E’ possibile dialogare con chi vuole un federalismo dei più forti?
Penso che la Lega abbia davanti a sé problemi corposi. Deve decidere se si accontenta di restare in una dimensione propagandistica del federalismo oppure se vuole misurarsi su un progetto vero. Se sceglie questa seconda strada deve prendere atto che il federalismo serve per rilanciare l’unità del Paese e non per difendere grandi e piccoli egoismi. Non può continuare a vivere la contraddizione di sostenere una manovra centralista e contro i territori. E certo non risolverà questa contraddizione facendo decreti che rinviano a ulteriori provvedimenti come dimostrano il decreto sul federalismo demaniale e quello approvato ieri sui Comuni. E’ arrivato il momento della verità anche per la Lega. Ed è lì che potrebbe andare in crisi l’asse con il Pdl.

Chiamparino ha detto che il Pd non è pronto né per il voto né per il governo tecnico. Troppo ingeneroso?
Sì, credo sia un giudizio ingeneroso. Il Pd, nei territori e sulla crisi economica, può rilanciare la sua identità. Deve rappresentare le persone: il lavoro, la scuola, i saperi. Nell’iniziativa politica si misura la sua capacità di avere un ruolo nazionale.

Però Chiamparino parla di congresso a ottobre…
Non possiamo sempre ricominciare daccapo. Non serve un congresso, serve invece radicare il Pd e farlo diventare il rappresentante dei problemi degli italiani. Bisogna che ognuno di noi superi il commento e si misuri con questa sfida. È ora di andare finalmente oltre l’autoreferenzialità.

Se si dovesse votare chi dovrebbe essere il candidato del centrosinistra: Bersani, Chiamparino o Vendola?
Ogni cosa a suo tempo. Ora ognuno porti il suo contributo per far sì che si chiuda con il governo Berlusconi. E’ assurdo dividersi ora sulla leadership. E poi, non esiste un leader sganciato dalle idee. Noi abbiamo bisogno di riformare non ci basta solo un racconto. Bersani ha tutte le qualità per rappresentare questa prospettiva. Ma appunto, verrà il tempo e tutti potranno dare il proprio contributo e sarà utile. Ma adesso mettiamoci al lavoro affinché si traggano le conseguenze di questa crisi che segna la fine del berlusconismo.

L’Unità 06.08.10

Università, l'appello di Napolitano "La politica ascolti la voce degli atenei"

Sul ddl università serve “un costruttivo confronto in Parlamento”. Università e Ricerca sono fondamentali per la crescita economica e lo sviluppo culturale e civile del Paese. Lo ha scritto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al professore Bartolomeo Azzaro, pro-Rettore per lo Sviluppo delle Attività Formative e di Ricerca dell’Università degli Studi “La Sapienza”. La risposta arriva dopo che al Capo dello Stato era stata trasmessa la lettera firmata dai coordinatori della Rete29 Aprile – Ricercatori per una Università Pubblica Libera Aperta nella quale venivano esposti vari problemi relativi al mondo dell’Università e della Ricerca, in particolare in relazione al Disegno di legge n.1905 attualmente all’esame del Parlamento. L’intervento di Napolitano arriva dopo l’iniziativa rilanciata da Repubblica , che ha raccolto moltissimi messaggi di preoccupazione dei ricercatori italiani.

Esigenza di una riforma. “Come sapete”, scrive Napolitano, “ho sempre guardato con attenzione al settore dell’Università e della Ricerca, che giudico fondamentale per la crescita economica e lo sviluppo culturale e civile del Paese. “Legge di riforma e dotazione adeguata di risorse per il funzionamento dell’università e della ricerca”, si legge nella lettera del Presidente della Repubblica, “sono due facce della stessa medaglia. Nessuno, anche e in modo particolare i giovani, nessuno di quanti operano e studiano nelle nostre università a qualsiasi livello può negare l’esigenza di una riforma”.

Salvaguardare la ricerca. Per questo Napolitano ribadisce la necessità di “salvaguardare la spesa pubblica per investimenti, in modo particolare quelli per la ricerca e per l’alta formazione”, apprezzando l’impegno del Ministero dell’Economia a affrontare seriamente il problema del fondo di finanziamento dell’Università. L’auspicio del Presidente della Repubblica è quello di “un costruttivo confronto che guardi al merito delle questioni e all’interesse di lungo periodo del nostro Paese, specie in questa fase di gravi difficoltà dove a ognuno è richiesto di fare la sua parte. Con questo spirito ho provveduto ad inviare al Ministro Gelmini copia della vostra lettera, che affronta materie di competenza del Governo, confidando che essa riceverà l’attenzione che merita”.

Lettera inviata al ministro. Il Presidente della Repubblica ha anche risposto ai sottoscrittori dell’Appello per gli Statuti Autonomi degli Enti Pubblici di Ricerca, trasmessogli dal professore Rino Falcone del Coordinamento Osservatorio sulla Ricerca, assicurando di aver inviato, come nel caso della lettera della Rete 29 Aprile, il testo al Ministro Gelmini.

Il dibattito su Repubblica. Nelle ultime settimane, il dibattito sulla situazione della ricerca nell’università si era animato dopo l’articolo su Repubblica di Benedetta Tobagi .
Un’analisi dei problemi vissuti quotidianamente dai ricercatori italiani, che aveva suscitato molti commenti da parte dei diretti interessati. Docenti e personale universitario avevano raccontato nei loro messaggi le difficoltà di un lavoro percepito come “sottovalutato” e costantemente “a rischio”.

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