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"Trentaseiesima “fiduciata” mentre qualcuno ha cantato vittoria…troppo presto", di Pippo Frisone

Il governo ha ottenuto anche alla Camera la sua 36ma fiducia sul maxiemendamento relativo alla manovra di bilancio. Con 321 sì e 270 no e 4 astenuti.
Tra un “refuso” e l’altro, l’allegato che contiene le modifiche apportate in sede di conversione al testo originario, ritocca quasi tutti i 54 articoli.
Sono almeno 300 i commi e gli articoli che vengono emendati, riscritti o abrogati.
Si arriva addirittura ad inserire ben 34 modifiche in un solo articolo (art.14).

Così il decreto-legge n.78 del 31.5.10, fortemente voluto da Tremonti, pur tenendo fermi saldi di bilancio , col rientro del deficit dal 5% attuale al 2,7%, è costretto a cambiare pelle sotto i colpi delle potenti lobby interne ed esterne all’attuale maggioranza, Confindustria e Sindacati amici compresi.
Quanto al trattamento riservato ai dipendenti pubblici non si era mai giunti a tanto!
Bloccata per un triennio la contrattazione, ritoccata la previdenza con l’innalzamento dell’età delle donne del pubblico a 65 anni, passaggio dalla buonuscita al TFR, riduzione del salario accessorio.
Ed è giallo sugli scatti di anzianità nella scuola!
Proprio per questo non comprendiamo le posizioni di Cisl e Uil che pure vantano una larga adesione tra i dipendenti pubblici.
Come fanno poi a cantare vittoria i sindacati di categoria, ad eccezione della Cgil, per un emendamento aggiuntivo al comma 14 dell’art.18?
Mai scrittura fu così evasiva: “ la destinazione delle risorse previste dal presente comma è stabilita con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca di concerto col Ministro dell’Economia e Finanze, sentite le OO.SS. maggiormente rappresentative”.
Il presente comma, cioè il 14mo, afferma in buona sostanza che “fermo restando quanto previsto all’art.9 (del decreto) le risorse di cui all’art.64…della L.133/08…sono comunque destinate al settore scolastico”
Non è quindi chiaramente definita nel testo la destinazione delle risorse…..dire che con quel comma si ripristinano gli scatti d’anzianità è perlomeno un azzardo.
E non è un caso che un emendamento presentato dal PD per il ripristino dei gradoni nella scuola, sia stato bocciato dalla maggioranza!
E quand’anche nella migliore delle ipotesi si desse la copertura economica a quei 250mila che nel triennio maturano gli scatti, tutti gli altri 700mila che fine faranno nel frattempo?
E del merito, cui era destinato il 30% di quelle risorse (art.64 L.133/08) che si fa?
Si butta a mare o si rinvia al 2013? Per non parlare di tutto il resto…
Credo sia sotto gli occhi di tutti il progressivo sfaldamento dell’attuale maggioranza.
I 2.500 emendamenti presentati sulla manovra, moltissimi dei quali presentati dalla maggioranza lo stanno a testimoniare.
Come è lontano il tempo della finanziaria-lampo presentata nel 2008 dal governo e approvata in mezz’ora!
A questa del 2010 ci son voluti due mesi per la sua approvazione, avvenuta a due giorni dalla scadenza.
Andare avanti a colpi di fiducia e di decreti-legge, credo siano invece la spia delle difficoltà che attraversa da un anno in qua l’attuale maggioranza.
Non di prove di forza si tratta ma piuttosto della dimostrazione dello sfilacciamento e della debolezza del Governo !
Col 36mo voto di fiducia, Berlusconi in due anni incassa una media-record di 1,3 fiducia al mese!! Credo che solo questo basti a certificare l’agonia politica del suo governo.

Da ScuolaOggi 01.08.10

Strage di Bologna, Governo non ci sarà. Sul palco soltanto il prefetto

La commemorazione del trentennale della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 80, che causò 85 morti e 200 feriti, sarà senza ministri: per la prima volta in trenta anni, sarà il prefetto di Bologna Angelo Tranfaglia a parlare a nome del Governo, ma solo nella cerimonia prevista alle 8.30 in Consiglio comunale, dove non ci sarà pubblico se non selezionato, prima del corteo che raggiungerà Piazzale Medaglie D’Oro.

Dal palco, in stazione, la commemorazione sarà affidata, invece che ai politici, a due ragazze nate nell’80 in rappresentanza della memoria storica di quell’evento. Ed è già polemica. L’Italia dei Valori, per voce della coordinatrice dell’Emilia Romagna Silvana Mura, condanna con forza la scelta del governo di non essere presente, augurandosi che non sia dettata dagli eventi politici degli ultimi giorni. «Si tratta – scrive Mura – di un clamoroso atto di viltà nei confronti dei parenti delle vittime di una delle più gravi stragi della storia italiana. Non è la prima volta che il governo Berlusconi affronta l’appuntamento con malcelato fastidio – prosegue la parlamentare Idv – ma questa volta si è superato il segno voltando le spalle non solo a Bologna ma alla storia d’Italia». Il deputato finiano della Pdl, Enzo Raisi, già componente della commsissione Mitrokhin e sostenitore della pista alternativa palestinese sulla strage, ha definito dal canto suo «cosa buona e giusta» evitare «fischi e trombette» in occasione della commemorazione in piazza, come avvenuto negli ultimi anni.

«La verità non può più essere negata dietro agli umilianti silenzi del segreto di Stato», dice il segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani, in una lettera inviata al presidente dell’Associazione delle Vittime della Strage che «provocò la morte e il ferimento di tanti innocenti – ricorda Bersani – e gettò nel lutto l’Italia intera». «Vogliamo garantire il nostro impegno – assicura Bersani – affinché possa emergere tutta la verità, perché adesso ne abbiamo solo degli spezzoni. Le sentenze ci sono, ma cosa ci sia stato alle spalle di questa strage e delle altre che hanno colpito il nostro Paese è ancora un punto da indagare e non risolto».
Bersani ricorda che nel 2007 il Parlamento italiano ha approvato una legge sul segreto di Stato, non ancora applicata, che rischia di prolungarne la durata. «Noi siamo contrari – scrive Bersani a Bolognesi – e voglio assicurarti il nostro sostegno nel chiedere che il termine dei 30 anni di segretezza venga rispettato e che tutti i documenti vengano resi pubblici, a partire dal prossimo anno».

L’Unità 01.08.10

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“La fuga dei ministri dalla piazza di Bologna”, di MICHELE SERRA

Nel trentennale del gesto politico più sanguinario della storia repubblicana, Bologna per la prima volta ricorda i suoi morti senza il governo e (quasi) senza lo Stato. La presenza onorevole e simbolica del prefetto non basterà a coprire la voragine di un´assenza oggettivamente gravissima, perché sancisce ufficialmente la mancanza di una memoria condivisa.
E dopo trent´anni, riconsegna il lutto alla comunità bolognese come fosse «cosa sua». I precedenti sono noti. La sentenza definitiva sulla strage, che ne attribuisce l´esecuzione ai terroristi neri (strage fascista, dunque, non è una forzatura ideologica) viene defalcata a «verità politica» da buona parte della destra italiana, così che anche la sola strage terroristica che abbia avuto una lettura giudiziaria pienamente conclusa viene risospinta nel limbo insopportabile delle mezze verità e dei misteri inafferrabili. Questa lesione, più recente, è andata a sommarsi al radicato astio che una piazza così orribilmente offesa già nutriva per il potere politico del tempo, accusato di depistaggi, coperture, silenzi: in due parole, di alto tradimento. Di qui la radicata pratica dei fischi rabbiosi che accolgono ogni anno governanti anche incolpevoli, ma giudicati responsabili della continuità omertosa dello Stato, simboli di un potere inaffidabile, ipocrita e distante.
Non interessa, qui, valutare ragioni e torti di questa frattura che in trent´anni, piuttosto che ridursi, si è radicalizzata. Interessa misurarla, la frattura, in tutta la sua incurabile profondità: un lutto nazionale tra i più dolorosi e significativi viene infine giudicato non gestibile, politicamente incontrollabile, dal governo centrale, che lo rimbalza alle autorità locali (con macabro sarcasmo, si potrebbe dire che anche questo è federalismo…). Si noti che il ministro incaricato non avrebbe dovuto parlare in piazza ma in Comune, per tutelarlo dalle contestazioni e per tentare di interrompere il rituale aspro dei fischi. Tanto non è bastato al governo per decidere di essere a Bologna questo 2 agosto.
La fuga di Roma da Bologna colpisce anche perché si aggiunge a un quadro di separazione progressiva e tumultuosa dei cittadini dalla politica, e della politica dai cittadini. Paiono vite parallele, dunque mai convergenti, anche quando l´occasione riguardi tanto la società quanto le istituzioni, vedi le commemorazioni palermitane di Falcone e Borsellino che sono state quasi «privatizzate» dai cittadini per evitare contiguità indesiderate.
Probabile che anche a Bologna molte voci commentino con sollievo la latitanza del governo, «stiano pure a casa loro». Ma un Paese nel quale la politica teme il popolo (a meno di incontrarlo in festose adunate di consenzienti, o di farne comparsa per tripudi di massa) e il popolo disprezza la politica, è un paese schizofrenico, sdoppiato, e in ultima analisi paralizzato fino a che accada qualcosa che sblocchi questo impotente ringhiarsi, evitarsi, detestarsi. Se nell´agenda del governo, alla data del 2 agosto, non è segnata con l´evidenziatore la parola «Bologna», significa che il prezzo di quattro fischi non vale il dovere di rappresentare lo Stato, nemmeno nel chiuso di un Palazzo comunale. Sia viltà politica, sia pura sottovalutazione, sia il calcolato sgarbo a una città ex-rossa e oggi commissariata (e quasi felice di esserlo: altro scacco alla politica), è una prova di sconsolante debolezza.

La Repubblica 01.08.10

"Titolo V nella scuola: l’araba fenice?", di Fabrizio Dacrema

La vicenda dell’attuazione del Titolo V della Costituzione nella scuola ci fornisce un ulteriore esempio di come in Italia decentramento e federalismo rappresentino solo materia di propaganda politica.

Da ormai dieci anni la riforma costituzionale ha attribuito a Regioni ed Enti Locali nuovi poteri e competenze in materia di istruzione, per dieci anni si sono fatte commissioni di lavoro, convegni e documenti sull’attuazione delle nuove norme, ma tutto è rimasto fermo. Anzi, si potrebbero fare molti esempi di come in concreto molti provino a tornare indietro, in particolare questo governo, che ha addirittura provato a commissariare le Regioni per obbligarle a fare il dimensionamento della rete scolastica nei tempi e nei modi decisi dal Ministero, non riuscendoci, certo, anche perché questa competenza era già stata trasferita alle Regioni fin dal 1998 con il Dlgs 112. Ma il fatto stesso che ci abbiano provato la dice lunga sulla convinzione federalista della destra, Lega compresa, che, infatti, non ha mai battuto ciglio di fronte al centralismo di ritorno del governo e ha respinto anche l’emendamento Bastico finalizzato ad introdurre nella manovra economica l’immediato passaggio dell’Amministrazione Scolastica territoriale alle Regioni.
Ora, dopo dieci anni, sembrerebbe tutto pronto per attuare finalmente il Titolo V, invece tutto rimane inspiegabilmente fermo.
Il 9 giugno scorso la commissione tecnica della Conferenza Unificata Stato Regioni ha approvato una bozza di accordo tra Governo, Regioni, Province Autonome, Province, Comuni e Comunità Montane. La bozza accoglie tutte le richieste fatte dal Ministero dell’Istruzione ed è il risultato di una lunga elaborazione e di un serrato confronto istituzionale che ha visto coinvolte anche le Parti Sociali.
A questo punto non ci dovrebbero essere ostacoli ad approvare in Conferenza Unificata Stato Regioni l’accordo quadro e poi dare il via al previsto trasferimento di funzioni, competenze e risorse da realizzare, secondo l’intesa, entro il 31 dicembre 2011. Invece siamo ormai alle fine di luglio, la bozza di accordo è rimasta tale e sembra che il Ministero sia orientato a rallentare, frenare o addirittura a rimandare tutto all’emanazione dei decreti attuativi del federalismo fiscale.
Per questo la Cgil e la Flc Cgil hanno scritto al Ministro Gelmini e al Presidente della Conferenza delle Regioni Errani per chiedere la rapida approvazione dell’accordo quadro e l’apertura di tavoli di confronto sull’attuazione del processo di decentramento.
Se così non fosse si andrebbe verso il federalismo fiscale “alla cieca”, privi di elementi conoscitivi essenziali per determinare i costi standard connessi ai livelli essenziali di prestazione da assicurare in tutto il territorio nazionale, nell’ambito dei quali devono essere ricondotte anche le risorse necessarie per attivare le nuove funzioni e competenze di Regioni ed Enti Locali in materia di istruzione.
Continuerebbe, inoltre, a rimanere lettera morta la programmazione territoriale dell’offerta formativa, essenziale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica e per realizzare una più efficiente ed efficace allocazione delle risorse, ancor più necessaria in tempi di vacche magre come quelli che aspettano la scuola nei prossimi anni per effetto delle manovre del governo. Anche i temi connessi allo sviluppo della qualità dell’offerta formativa e al potenziamento della relazione tra scuola, lavoro e sviluppo economico continuerebbero ad essere ostacolati dalla gestione centralistica, oltre che dai tagli e dalle scelte sbagliate del governo.
Il testo della possibile intesa si fonda su un impianto federalistico unitario e solidale finalizzato a migliorare il sistema pubblico nazionale per metterlo in grado di assicurare effettivamente ad ogni cittadino il diritto all’istruzione. L’unitarietà del sistema nazionale di istruzione è garantita anche dalla scelta di confermare la dipendenza organica dalla Stato del personale, con stato giuridico e trattamento economico fissato dalla contrattazione nazionale di comparto, mentre si introduce una dipendenza funzionale dalle Regioni, le quali, nell’ambito delle dotazioni organiche assegnate, provvederanno alla programmazione e alla distribuzione territoriale delle risorse professionali, in collaborazione con gli Enti Locali.
Evidentemente questa impostazione corretta non piace alla Lega intenzionata a regionalizzare gli insegnanti per assumerli sulla base di criteri di appartenenza territoriale, non risponde alle esigenze di una destra che vuole limitare la libertà di insegnamento superando i concorsi pubblici e la contrattazione sindacale e disturba le burocrazie ministeriali che resistono all’idea di decentrare i poteri.
Di qui l’iniziativa della Cgil per l’attuazione di una innovazione, per altro a costo zero, necessaria, insieme alla costruzione del sistema nazionale di valutazione, per implementare il processo di autonomia scolastica, l’unico vero processo di cambiamento avviato, pur tra mille contraddizioni, nella scuola italiana.

Da ScuolaOggi 01.08.10

"Se le elezioni diventano più di una ipotesi", di Stefano Folli

Quarantotto ore dopo la spaccatura, le elezioni anticipate sono più di un’ipotesi. A molti sembrano lo sbocco naturale di un pasticcio politico creato da un calcolo precipitoso. Altro che governo rafforzato. Più che al rilancio di un esecutivo più saldo, pare di assistere alle convulsioni di fine regno. Il problema non è se la legislatura vedrà il 2013, ma il come e il quando si arriverà al voto. Un itinerario impervio in cui a decidere la rotta non è Palazzo Chigi, bensì il capo dello stato.

D’altra parte, i sedici anni di storia del centrodestra, gli anni del bipolarismo, si sono giocati in buona misura sul rapporto tra Berlusconi e Fini. Ora che quel rapporto è andato in polvere comincia un’altra vicenda, non sappiamo se più o meno fortunata. Di certo la risposta del presidente della Camera al suo ex alleato equivale a una dichiarazione di guerra. Non stupisce, naturalmente, visto che stiamo assistendo a una scissione. Ma accusare il presidente del Consiglio di tendenze “illiberali” cos’è se non l’annuncio di un conflitto senza esclusione di colpi?

L’espressione “illiberale” contiene in sintesi l’intero rosario di accuse e polemiche rivolte al premier nel corso del tempo: populista, poco rispettoso della Costituzione e del Parlamento, autoritario, aziendalista e padronale… Se Fini in questi anni ha cercato – non sempre riuscendovi – di definire l’identità della “sua” destra moderata in antitesi all’altra destra berlusconiana, ora è libero di accentuare i toni. Anzi, ha il dovere di farlo perché deve dimostrare in fretta di poter essere un’efficace alternativa al leader di Arcore. Non sarà un’impresa facile, ma è l’unico sentiero che il presidente della Camera è in grado di percorrere per rovesciare a suo favore una situazione scabrosa.

Si conferma così quello che era chiaro fin dal primo momento. Per il governo diventa tutto più difficile. O meglio: sarà il presidente del Consiglio in prima persona a trovarsi sottoposto alle forche caudine del nuovo gruppo finiano. Che ne sarà, per esempio, del processo breve e di tutte quelle misure d’impatto giudiziario che per il premier sono essenziali, anche in vista della pronuncia della Corte costituzionale sul legittimo impedimento? Qui si dovrà misurare la forza parlamentare dalla nuova destra di “Futuro e Libertà”, ma la sicurezza con cui ieri Fini ha parlato lascia intuire che egli ritiene di controllare agevolmente quei 30-34 deputati di cui si è detto. Destinati a essere decisivi. La lealtà di costoro verso il governo riguarda “l’interesse generale”: ossia, interpretiamo, la politica economica e la politica estera o della difesa. Tutto ciò che configura la coesione nazionale cara a Giorgio Napolitano.

Già sul federalismo fiscale niente è scontato, considerando la vocazione “patriottica” e quindi poco amichevole verso la Lega che il presidente della Camera in passato ha manifestato e che non ha certo motivo di correggere ora. Per il resto si entra in un terreno inesplorato: i continui richiami alla “legalità” suonano come altrettanti tentativi di delegittimare il premier nel suo tormentato rapporto con il potere giudiziario. Nulla di nuovo, ma ora tutto è più chiaro.

A questo punto la permanenza di Fini sulla poltrona di presidente della Camera, cui egli ha diritto sul piano del diritto parlamentare, è destinata a innescare uno scontro politico permanente, ai limiti dell’ostruzionismo da parte del Pdl. Il che oggi costituisce la maggiore incognita della nuova situazione che si è creata. Non a caso il richiamo del capo dello Stato alla necessità di “preservare la continuità istituzionale” è un invito a tenere separate la sfera della politica da quella delle istituzioni. Se si arrivasse a mescolarle più di quanto già non sia, si creerebbe un pericoloso corto circuito. Una Camera bloccata, paralizzata dall’inedito conflitto tra il presidente dell’assemblea e la sua maggioranza di provenienza, sarebbe un rebus di difficile soluzione per chiunque. Anche per il Quirinale.
Senza contare che proprio questa paralisi potrebbe costituire la “pistola fumante”, ossia l’occasione cercata da chi vuole le elezioni anticipate per ottenere lo scioglimento del Parlamento.

Non è un mistero che Berlusconi si tiene stretta la carta del voto. È nel suo stile guardare alle urne come via d’uscita all’eterna difficoltà di governare con efficacia. Il blocco di Montecitorio potrebbe costituire, al momento opportuno, un eccellente pretesto. Ma in quali condizioni politiche il premier e il suo governo arriveranno all’appuntamento? Quale sarà la posizione di Bossi che vede allontanarsi l’obiettivo strategico del federalismo fiscale? Sono tutte domande senza risposta.
Peraltro il premier non può non sapere che non esiste una “clausola di dissolvenza” automatica delle Camere. Insomma, non è lui a decidere. Il presidente della Repubblica avrebbe il dovere costituzionale di verificare prima l’esistenza di altre maggioranze. E sotto questo aspetto la spaccatura del partito che ha vinto le elezioni del 2008 crea un fatto nuovo tutt’altro che trascurabile. La nota di ieri sera è il primo segnale che il Quirinale sta osservando la scena. Si torna quindi al gruppo finiano, alla sua consistenza, alla capacità o meno di svolgere con abilità un ruolo parlamentare. Magari di attrarre altri deputati desiderosi di rallentare la fine prematura della legislatura, in vista di una riforma della legge elettorale. Il come e il quando del voto anticipato sono ancora da definire.

Il Sole 24 Ore 31.07.10

"L’unità di crisi del Pd marcia compatta", di Rudy Francesco Calvo

Il Partito democratico vuole mostrarsi unito di fronte alla crisi esplosa nel Pdl. Prima di tutto, mette in chiaro le priorità: le istituzioni non sono di proprietà di Berlusconi, quindi il presidente della camera non si tocca; quanto sta accadendo è «di assoluto rilievo politico e istituzionale» e quindi il premier ha il dovere di riferirne in parlamento. Insomma, «non si pensi che ad agosto si possa andare a tarallucci e vino su una faccenda di questo genere», ha detto Bersani in aula.
Concetti che il segretario e i capigruppo democratici hanno ribadito anche di fronte a Napolitano, nel corso di un incontro chiesto nel pomeriggio di ieri. Il capo dello stato ha chiarito la necessità da parte sua di rimanere fuori dalle discussioni interne ai partiti, salvaguardando però al contempo «la continuità della vita istituzionale». Compresa, si presume, la presidenza della camera.
I dem sono disponibili anche a ragionare sugli scenari futuri. E lo fanno in maniera compatta, evitando strappi. Bersani garantisce una gestione collegiale della crisi: ieri mattina deputati e senatori sono stati convocati sin dalle primissime ore a Montecitorio per definire la linea e in serata è tornato a riunirsi il “caminetto”, riesumato per l’occasione. Il metodo scelto dal segretario è apprezzato dalla minoranza, che chiede però qualche garanzia sul merito della linea. La disponibilità a una fase di transizione che eviti le elezioni anticipate, che «farebbero precipitare il paese in un baratro», e segni la fine definitiva del berlusconismo, non è messa in discussione da nessuno.
Ma se Massimo D’Alema chiede al partito un passo in più, esplicitando l’apertura a un «patto costituzionale» con Fini sulla legalità e la difesa del parlamentarismo, contro un Berlusconi che vuole «andare a votare a ottobre per ottenere il presidenzialismo», dall’interno di Area democratica sia Dario Franceschini che Walter Veltroni invitano a una maggiore cautela, per impedire che sia messo in discussione il bipolarismo. Non può essere quello tedesco, insomma, il modello da seguire, ma occorre lasciare agli elettori la scelta della maggioranza e del premier, anche attraverso le primarie. Avverte però Rosy Bindi: «Il bipartitismo su cui si reggevano Veltroni e Berlusconi è stato superato per quanto ci riguarda con l’ultimo congresso». Bersani ha stoppato le discussioni: «Non è il momento di parlare di legge elettorale. Ma pensate davvero che i nostri elettori accetterebbero di andare a votare senza poter scegliere il governo?».
Almeno per il momento, insomma, la difesa del bipolarismo rimane una priorità anche per il segretario. E se si aprirà un dibattito per superare il porcellum, il Pd porterà almeno inizialmente come proprio contributo il modello di massima approvato dall’ultima assemblea nazionale, che prevede collegi uninominali con doppio turno e recupero proporzionale dei migliori non eletti. «Noi siamo pronti a sostenere un governo di transizione – spiega Bersani – che lavori all’emergenza sociale, alla riforma elettorale e alla bonifica delle norme che favoriscono la corruzione. Dopodiché ognuno farà la sua proposta al paese in un sistema bipolare e si aprirà una fase nuova». La «sostanza», comunque, è che «la barca del governo non può andare avanti con delle falle così evidenti». Bersani continua a guardare alla Lega come il principale anello debole della maggioranza, anche perché per il momento senza il consenso del Carroccio nessun governo avrebbe i numeri per passare al senato. Per questo, mette sul piatto la disponibilità del Pd a discutere di federalismo, spiegando che il partito presenterà la propria piattaforma già all’interno della relazione di minoranza ai decreti attuativi. «Pensiamo di avere una chiave per realizzare un federalismo possibile».

Berlusconi senza freni "E adesso tocca ai magistrati", di Ninni Andriolo

Prima Fini che ha «iniettato» nel Pdl «il virus della disgregazione», poi le toghe che processano gli uomini del suo partito. L’offensiva agostana di Berlusconi non conosce sosta. Al Senato, martedì, potrebbe colpire l’altro fronte nemico, quello dei magistrati. A beneficio del quale è stata confezionare la minaccia di una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uso politico della giustizia, anche per disinnescare la mina vagante dell’indagine sulla P3 proposta dai democratici. Il fatto è che l’istituzione di una Commissione parlamentare non è «nelle disponibilità» del capo del governo e potrebbe essere varata solo con una legge ad hoc, assai improvabile visto l’incombere delle ferie estive. Non è da escludere che martedì il Pdl sfoderi l’arma mediatica di un ordine del giorno che annunci l’intento di processare le toghe. Sempre che il premier confermi l’intento di parlare solennemente di giustizia davanti i senatori (alla vigilia delle ferie!). Le opposizioni, tra l’altro, chiedono a Schifani di impedire al premier di divagare, visto che il governo è in piena «crisi». Motivo in più per dar credito a chi sostiene che Berlusconi diserterà l‘Aula del Senato. Non per questo, però, cambierà idea sull’imperativo di neutralizzare al più presto «la giustizia a orologeria che prende di mira il governo per farlo cadere». Un chiodo fisso quello del Cav. che la butta sul complotto ogni volta che un nuovo esponente del suo circolo di amici azzurri finisce sul registro degli indagati aggiornato puntualmente dalle procure alle prese con inchieste su appalti, corruzione, affari e pressioni poco istituzionali. Lo strappo da Fini, in fondo, Berlusconi lo ha considerato inevitabile quando i finiani hanno messo il becco sulla questione morale del Pdl. Solo a quel punto, e andando alla cieca – tutto lascia credere che Berlusconi immaginasse un numero di «scissionisti» finiani assai inferiore – il premier ha imboccato la strada della soluzione finale. E ha messo a rischio governo e legislatura, pur di salvare il primato della sua leadership. Il suo disegno mette nel conto anche un eventuale braccio di ferro autunnale sulle elezioni anticipate. Bossi rassicura i suoi che il «governo va avanti», ma il Cavaliere – che anche ieri lo ha incontrato – è certo che, alla fine, dopo aver incassato qualche spicciolo di federalismo, il Carroccio possa giocare nella squadra del voto anticipato. Con lo zuccherino di uno scambio, magari: un leghista a Palazzo Chigi, Berlusconi al Quirinale. Le partite del Cavaliere prevedono l’azzardo. E il braccio di ferro per sbarrare la strada a governi tecnici in caso di crisi fa parte della scommessa. Berlusconi non ha la vittoria in tasca, ma spariglia i giochi. Pur sapendo che il Quirinale è irremovibile sulla «continuità istituzionale».

BRACCIO DI FERRO SULLE ELEZIONI
Osvaldo Napoli,uno dei berluscones doc che danno più fiato agli umori di Palazzo Grazioli, avverte che se i finiani volessero mettere in difficoltà Berlusconi bisognerebbe «andare a votare, subito, anche ad ottobre». L’autunno, per la verità, è troppo ravvicinato per compiere tutti i passaggi utili al Cavaliere, compreso quello delle contropartite alla Lega. È la primavera, e sempre che i sondaggi tornino utili, l’obiettivo del premier. Che sa, tuttavia, di dover fare i conti con uno schieramento anti urne più consistente di prima. E con il «no» secco della terza carica dello Stato che non a caso vorrebbe rimuovere al più presto, prima che si radichino suggestioni da governi istituzionali. Ieri, il premier, ha fornito a Fini l’esempio di Pertini che nel ‘69 «verificatosi una situazione di divisione analoga nel Psi con la sinistra socialista, ritenne doveroso dimettersi». Il Cavaliere rinfaccia all’ex cofondatore di aver accreditando «un’immagine falsa e diffamatoria del Pdl» e, assieme, di aver offerto «una sponda ai nostri nemici: all’opposizione, a certa stampa, ai peggiori giustizialisti, ai settori politicizzati della magistratura». A quelle toghe, in sostanza, che vorrebbe espellere dal Paese, con l’identico pugno di ferro utilizzato per cacciare Fini dal partito. Nell’approssimarsi autunnale della sentenza della Consulta sul legittimo impedimento, tra l’altro, che potrebbe infliggere al premier un’altra sonora bocciatura,

LA GIUSTIZIA DA RIFORMARE
È la grande riforma della giustizia, la stessa che deve tagliare il pelo ai giudici, l’altro scalpo che Berlusconi intende mostrare al suo popolo, anche a scopi elettorali. Martedì all’ordine del giorno di Palazzo Madama c’è la discussione sul piano straordinario del governo contro le mafie e il premier potrebbe approfittarne per pronunciare il suo discorso anti toghe alla nazione. Il condizionale è d’obbligo, però, visto i tentativi dei suoi di non far gettare «a Silvio» altra benzina sul fuoco e che l’opposizione ha avvisato in anticipo Renato Schifani: con la crisi strisciante di governo non permetta altri show al Cavaliere.

L’Unità 31.07.10

"Uno scontro tra due idee di democrazia", di Michele Ainis

C’è un conflitto più grave, più esteso e lacerante, della frattura che in queste ore ha spaccato in due come una mela il maggiore partito politico italiano. È il conflitto tra due concezioni della democrazia, della legalità costituzionale. La prima è una democrazia plebiscitaria: significa che la sovranità si trasferisce dagli elettori al leader, il quale poi la esercita dettando in solitudine l’agenda di governo così come l’organigramma dello Stato. La seconda è una democrazia parlamentare, con i suoi riti, con i suoi tempi, con i suoi equilibri perennemente instabili. È alla prima concezione che si è richiamato Silvio Berlusconi, cacciando dal partito Fini e licenziandolo dallo scranno più alto di Montecitorio. È alla seconda che s’appella viceversa il presidente della Camera, alla sovranità del Parlamento anziché del Capo carismatico. Non che le democrazie debbano temere le occasioni di contrasto. Meglio portarle allo scoperto che nascondere la polvere sotto i tappeti. Non per nulla la nostra Carta regola il conflitto d’attribuzioni fra i poteri dello Stato. E infatti la nascita d’un gruppo parlamentare autonomo chiude una stagione di congiure, dove non era chiara nemmeno l’identità dei congiurati.

Ora finalmente potremo fare un po’ di conti, ma soprattutto dovrà farli Berlusconi. Perché sta di fatto che sbarazzandosi del proprio oppositore interno in nome della democrazia plebiscitaria, paradossalmente ha rivitalizzato la democrazia parlamentare. È in Parlamento, difatti, che il suo gabinetto dovrà trovare i numeri per continuare a governare. È lì che le forze politiche potranno decidere di battezzare un altro esecutivo. Ed è sempre al Parlamento che il Premier dovrebbe riferire circa la fase politica che si è aperta nel Paese. Lo farà? È giusto dubitarne: nella democrazia plebiscitaria le Camere sono un orpello, un accidente inutile. Ecco allora l’autentico conflitto che in Italia si consuma ormai da molti anni: quello fra Costituzione scritta e Costituzione materiale. È un conflitto fra diritto e anti-diritto, che in ultimo ci rende viandanti nel deserto del diritto, perché i due regimi s’elidono a vicenda. Eppure si profilano entrambi all’orizzonte specie durante il frangente d’una crisi, quando sarebbe maggiormente necessario il salvagente delle regole. Accadde per la prima volta nel 1994, dopo il ribaltone di Bossi che colò a picco il primo governo Berlusconi. Lui reagì chiedendo elezioni anticipate, in nome per l’appunto della democrazia plebiscitaria; invece il presidente Scalfaro insediò il governo Dini, in nome della democrazia parlamentare. Adesso ci risiamo: Fini non si dimette, le regole scritte non contemplano alcuna mozione di sfiducia verso i presidenti delle assemblee legislative, Berlusconi tira in ballo le regole non scritte. C’è però un colpevole, c’è un killer a viso scoperto, in questa strage delle regole di cui siamo costretti a celebrare i funerali. Questo colpevole è il sistema dei partiti: tutti, di destra e di sinistra.

Nella seconda Repubblica si sono avvicendati a turno sui banchi del governo, senza mai adeguare la Costituzione scritta al nuovo ordinamento materiale, o senza contrastarlo in nome della legalità formale. In più trattano le istituzioni come la propria cameriera. Ne è prova lo scandalo del nuovo Csm, dove hanno trovato un posto al sole l’avvocato di Bossi (Brigandì), quello di Berlusconi (Palumbo), quello di D’Alema (Calvi). Ne è prova altresì la lunga occupazione della presidenza di Montecitorio da parte dei segretari di partito, ancora senza differenze tra sinistra e destra: nell’ordine Casini, Bertinotti, Fini. E poi ti meravigli se il capopartito continua a fare il primattore anche da lassù? Non sei stato proprio tu – Prodi, Berlusconi – a farlo votare? Nella prima Repubblica, quando s’affermò la convenzione che la presidenza della Camera spettasse al Pci, Berlinguer ci mandò la Iotti, senza mai sognarsi d’occuparla in prima persona. Ma Berlinguer è morto, e neanche noi ci sentiamo troppo bene.

La Stampa 31.07.10