Latest Posts

"Il governo taglia il numero verde stop al telefono salva-prostitute", di Vladimiro Polchi

Ionela, romena, pensava di dover lavorare in un ristorante, non sapeva che il marito l´aveva venduta ai suoi sfruttatori. A salvarla un numero di telefono o, meglio, una delle 14 postazioni locali del numero verde antitratta, che dalla mezzanotte di questa sera chiuderanno i battenti.
Il governo infatti ha deciso di sopprimere dal primo agosto tutti i 14 uffici territoriali, per sostituirli con un´unica postazione centrale e ridurre i costi: «Un regalo alle organizzazioni criminali» denunciano gli enti pubblici e le associazioni impegnate nell´assistenza alle vittime di tratta (tra i quali i Comuni di Venezia, Ravenna, Firenze, Perugia e Napoli, e la Regione Emilia-Romagna).
Eppure la tratta di esseri umani, stando alla relazione del Copasir del 29 aprile 2009, «alimenta un mercato illegale che rende diversi miliardi di dollari l´anno, una cifra inferiore soltanto al traffico di stupefacenti e di armi». Le vittime vengono sfruttate nella prostituzione, nell´accattonaggio e nel lavoro nero. «Tra marzo 2000 e maggio 2008 – scrive il Copasir – sono stati realizzati 13.517 programmi di sostegno a vittime di tratta, dei quali 938 in favore di minori». E ancora: dal 2004 al 2009 le persone indagate per reati di tratta sono state 8.913. Un sistema, questo, che rischia ora di crollare.
«Le postazioni locali del numero antitratta – spiegano gli enti coinvolti – non si limitano a una funzione di ascolto, ma sono in grado di attivare una risposta immediata, 24 ore su 24, alle richieste di aiuto, proprio perché sono integrate in un sistema territoriale, che ha permesso in dieci anni di assistere oltre 14mila persone». Insomma se fino a oggi una vittima poteva essere facilmente raggiunta da una delle 14 postazioni attive sul territorio, da domani a rispondere sarà solo una postazione centrale nazionale, con sede a Venezia, «incapace di garantire interventi tempestivi».
Gli enti e le associazioni impegnate contro la tratta lamentano anche il modo in cui si è arrivati a questa decisione: «Una comunicazione è stata inviata appena 10 giorni prima della scadenza delle convenzioni, non permettendo l´attivazione di una soluzione alternativa e facendo perdere il posto di lavoro a 80 operatori specializzati».
Denunciano, inoltre, una più generale «volontà di smantellamento di un sistema di intervento che è considerato un modello di eccellenza», vista anche «la decisione di ridurre di 800mila euro i fondi destinati ai progetti di inserimento sociale a favore delle vittime». Per tutto questo, l´Anci chiede un incontro urgente al ministro per le Pari Opportunità.

La Repubblica 31.07.10

"Cosa è veramente successo agli scatti stipendiali del personale della scuola che matureranno nel triennio 2010-12?", di Osvaldo Roman

E’ molto singolare che proprio le organizzazioni sindacali, che hanno sollecitato e condiviso le modifiche apportate al Senato all’articolo 9, comma 23, del Decreto Legge 31 maggio 2010, n.78, non si siano preoccupate di chiarire il significato reale di quanto la legge di conversione prevede in materia di blocco degli scatti di carriera di tutto il personale della scuola nel triennio 2010-2012.
In realtà più che di blocco si deve parlare di cancellazione permanente del suddetto triennio dal computo dell’anzianità utile per i passaggi stipendiali e quindi in definitiva di uno slittamento di tre anni del passaggio nella classe stipendiale successiva. Per essere chiari: si determina nella carriera di quasi un milione di dipendenti un buco permanente. Tre anni di lavoro che non conterranno più. Se c’è il buco c’è anche la relativa banda che lo ha ideato o favorito e sarà utile cominciare ad incorniciarne i componenti entro un opportuno quadretto celebrativo.
Infatti anche con l’emendamento aggiuntivo al testo originale dell’art.8, comma 14, con cui sono state indicate le modalità per individuare la destinazione delle risorse già assegnate alle “premialità” dall’art.64 comma 9 delle legge 133/08, continua ad essere giuridicamente negato il diritto del personale della scuola al conseguimento degli scatti retributivi secondo le modalità contrattuali vigenti e continua ad essere esclusa la validità strutturale, ai fini della carriera del medesimo, del triennio 2010-2012. A controprova di questo assunto sta il fatto che sono stati respinti gli emendamenti che sopprimevano il famigerato comma 23 dell‘articolo 9. Se lo si fosse soppresso destinando alla relativa copertura finanziaria la parte necessaria delle risorse recuperabili dall’art.64 suddetto, tutto sarebbe satto più chiaro e certo. Il fatto che ciò non sia avvenuto deve pur significare qualche cosa!
Tale previsione comporta in termini finanziari, come stabilito dalla relazione tecnica al decreto, per la sola categoria dei dipendenti del comparto scuola, un grave danno economico, corrispondente ad un risparmio della spesa pubblica al 2047 di 18,72 miliardi di euro. Ciò significherà, nel 2011, una riduzione annua, al lordo di 320 milioni, che diventeranno 640 nel 2012; 960 nel 2013 nel 2014 e nel 2015; 800 nel 2016-17-18-19-20-21 e così via modulando negli anni fino al concorrere nel 2047 a
determinare la cifra indicata che da sola vale quasi quanto una legge finanziaria.
Tale taglio è rimasto pienamente in vigore anche dopo la modifica apportata all’art.8 comma 14 del Decreto legge iniziale che si limita a stabilire che la destinazione delle risorse di cui all’art.64, comma 9, della legge 133/08 sarà regolata, con decreto di natura non regolamentare, dal ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca di concerto con il ministro dell’economia e delle finanze.
Tali riduzioni di spesa pubblica sono indubitabilmente rimaste nella stesura attuale della legge di conversione del Decreto legge n.78/10 e la diversa destinazione delle risorse, spostamento dal merito alla copertura del buco, prevista all’art. 8 comma 14 emendato, non ha alcuna relazione con la loro riaffermata permanenza nell’ambito della manovra prefigurata dal decreto. Si tratterà, nella migliore delle ipotesi, di un’ erogazione in forme inedite, di una sorta di indennità ad personam sostitutiva del valore economico sottratto nel triennio, ai dipendenti della scuola dal comma 23. Non è inoltre assolutamente chiaro quello che potrà accadere al momento in cui i i dipendenti dovrebbero percepire un nuovo scatto retributivo, considerando virtualmente salva la validità del triennio cancellato. Un emendamento del PD in commissione che precisava il recupero permanente di tale diritto per tutta la carriera non è stato preso in considerazione dalla maggioranza.
I lavoratori della scuola dovranno quindi impegnarsi nelle prossime vertenze, per i rinnovi contrattuali, per legge solo dopo il 2012, per ottenere che, in applicazione dell’art.2 comma 2, del D.l-vo n.165/2001, risulti espressamente disapplicato quanto previsto dall’art.9, comma 23 del Decreto Legge 31 maggio 2010, n.78.

ScuolaOggi 31.07.10

"Fine regime", di Massimo Giannini

Un governo balneare, di fine regime. è tutto quello che resta della grande illusione berlusconiana. Prometteva di cambiare l´Italia e di durare per «almeno tre legislature». Dopo la rottura definitiva decretata ufficialmente da Fini, è quasi certo che il Berlusconi Terzo, nato due anni fa con la più schiacciante maggioranza parlamentare della storia repubblicana, non arriverà a concludere nemmeno la sua prima legislatura. Ma con la giornata di ieri non tramonta solo un´illusione di governo.
Muore anche l´illusione di una Nuova Destra, moderna ed europea, che in questo Paese, sotto le insegne del Cavaliere non ha e non avrà mai la possibilità di esistere. É in nome di questa Destra impossibile che Gianfranco Fini ha consumato il suo strappo. E stavolta è uno strappo vero e non più sanabile. Stavolta non siamo «alle comiche finali», come l´allora leader di An disse sprezzante tre anni fa di fronte alla Rivoluzione del Predellino, salvo poi salirci a sua volta per “co-fondare” (turandosi il naso) il Partito del Popolo delle Libertà. Stavolta Fini, reagendo alla “purga” berlusconiana del giorno prima, stila il certificato di morte definitiva di quel partito che ha contribuito a costruire, ma nel quale è sempre stato trattato, alternativamente, o da ospite, o da estraneo o da intruso. In quella scarna ma esiziale cartella di testo letta dal presidente della Camera è riassunta davvero la «brutta pagina» di storia di questo centrodestra. Che non è stata scritta nell´epilogo di questi giorni, ma stava già tutta nel suo prologo di tre anni fa. Era tutto già chiaro, per chi avesse voluto capire, al congresso fondativo del Pdl. Già Fini tracciò la linea del Piave di un´ “altra Destra”, incompatibile con quella berlusconiana. Una destra costituzionale, repubblicana, laica. Non incostituzionale, populista, atea devota (come quella del Cavaliere). E nemmeno a-costituzionale, secessionista, pagana (come quella del Senatur). Già lì Fini osò l´inosabile, chiedendo a Berlusconi di non essere più Berlusconi: cioè di accettare il pluralismo delle idee e di rispettare la diversità delle opinioni, di inseguire l´interesse collettivo e di valorizzare la democrazia parlamentare, di tutelare i diritti delle persone e di difendere le istituzioni. Già lì Fini comprese, sia pure senza dirlo, l´impraticabilità della scommessa: invitò la sua gente, che scioglieva da Alleanza Nazionale, a «non aver paura di lasciare la casa del padre», ma sapeva in cuor suo che la “nuova casa” sarebbe stata un misto tra un casino e una caserma, e che il “nuovo padre” sarebbe stato un misto tra un padrino e un padrone. Così é stato, da allora. Questi due anni narrano la cronaca di un partito mai nato. Le due destre, contaminate da una terza destra di Bossi, non potevano convivere, ma solo confliggere. È quello che è accaduto, e che il documento di Fini fotografa fedelmente. Questo Pdl, persino più del Pd, è il vero «amalgama mal riuscito» della politica italiana. Il collasso avviene sulla legalità, che non a caso (insieme alla «giustizia sociale» e all´ «amor di patria») è la piattaforma identitaria che Fini rivendica e rilancia. E non a caso, proprio sulla legalità, il cofondatore porta l´attacco più duro al cuore del berlusconismo, quando dice «onoreremo il patto con milioni di elettori onesti, grati alla magistratura e alle forze dell´ordine, che non capiscono perché nel nostro partito il garantismo significhi troppo spesso pretesa di impunità». Parole semplici e chiare, che negano alla radice una legislatura finora interamente vissuta dal premier all´insegna della “politica ad personam”, dove l´interesse di un singolo o di una casta ha fatto premio su tutto il resto. Ma il divorzio poteva avvenire su altro. E in questi mesi ha più o meno incubato su tutti i fronti dell´azione di governo: dall´immigrazione all´economia. Perché su tutto le differenze erano e sono rimaste irriducibili, com´era ovvio per il dna di due culture politiche incomparabili e com´era stato plasticamente dimostrato nella drammatica direzione del Pdl in cui i due leader (che ne sono portatori) hanno inscenato per la prima volta in pubblico uno scontro non solo ideologico, ma addirittura fisico. Era un patto con il Diavolo, quello di Fini. Non poteva reggere, e non ha retto. Non puoi credere che Berlusconi possa diventare De Gasperi, e nemmeno che possa scimmiottare Andreotti: cioè rassegnarsi ad essere il segretario di un vero partito di massa dei moderati e dei conservatori. Berlusconi é un capo, é il prototipo degli illiberali, e coltiva una visione proprietaria delle istituzioni e gregaria dei partiti. Fini lo scrive testualmente, nel suo documento, rivendicando la presidenza della Camera (che non é ovviamente nelle disponibilità del presidente del Consiglio, checché ne dica citando a sproposito un Pertini del ‘69) e contestando al Cavaliere la «logica aziendale» con la quale amministra la cosa pubblica (che non può obbligare la terza carica dello Stato a comportarsi come un «amministratore delegato»). «Cesarismo carismatico» è la formula che, riecheggiando impropriamente il «centralismo democratico» del vecchio Pci, riflette al meglio la natura del potere berlusconiano. Un ossimoro vagamente moroteo, che dimostra l´evidenza di un fatto, a Fini e a tutti coloro che vogliono coglierla: dove c´è un Cesare non può esserci una democrazia. Questo, dunque, è l´abisso che oggi separa le due destre, e nel quale sprofonda per sempre non solo il Pdl, ma lo stesso governo che ne era l´emanazione diretta. Solo i patetici cantori di regime possono affermare che «ora il Pdl e il governo sono più forti di prima». Idiozie da Tg1, che non funzionano più nemmeno in Transatlantico. Da ieri, con l´uscita dei finiani e la nascita del gruppo autonomo Futuro e Libertà, il Pdl ha cessato di esistere politicamente, e il governo ha cominciato a sopravvivere pericolosamente. A dispetto della sofferta sicumera del premier, Fini ha argomenti e numeri per mettere alle corde questa maggioranza disgregata e disperata, ormai ad esclusiva trazione forzaleghista. Dalle intercettazioni al federalismo, dalla manovra alla fecondazione assistita, per l´autunno si profila un rovinoso e rischioso Vietnam parlamentare. Il sostegno apparente che la pattuglia del presidente della Camera promette all´esecutivo, condizionato ai singoli provvedimenti e al rispetto dell´interesse generale, vuol dire in realtà una sola cosa. Per Fini é iniziata la stagione delle mani libere. Non sappiamo dove lo porterà. Ma sappiamo che da oggi, specularmente, Berlusconi e il suo governo hanno le mani legate. C´è un solo modo, per sciogliere la corda. Dichiarare la resa. E affidarsi senza condizioni (meno che mai quelle assurde, come le elezioni anticipate) alle sole mani che contano in questo momento: quelle del presidente della Repubblica.

La Repubblica 31.07.10

"Manovra. Colpisce nel mucchio. Pagano i soliti. Inflazione in crescita", di Amerigo Rivieccio

Pochi se lo ricordano ma mentre va in scena la separazione politica più annunciata dell’anno è ancora in corso una grave crisi economica. L’inflazione in Italia è infatti cresciuta all’1,7% su base annua, in netto rialzo rispetto al +1,3% registrato a giugno. E’ il tasso di inflazione più alto da dicembre 2008, un rialzo spinto soprattutto dai prezzi dei beni energetici con i prezzi della benzina ‘verde’ che sono saliti dello 0,8% su mese e dell’8,9% su anno ed i prezzi del gasolio che sono invece diminuiti dello 0,3% su mese mentre sono saliti del 13,2% rispetto a un anno fa.
Anche il mercato del lavoro segna il passo con il tasso di disoccupazione che, pur registrando un micro calo, è all’8,5%, dopo aver segnato 8,6% da marzo a giugno scorsi. La manovra licenziata ieri contiene, al di là degli annunci, poche misure che potranno avere un qualche effetto sull’economia nazionale e sul lavoro e sono fortissimi i dubbi sul fatto che gli effetti saranno positivi.
Pensioni i danni della “ finestra mobile
Istituita la cosiddetta finestra mobile che di fatto eleva di un anno l’età di pensionamento. Nel pubblico impiego le donne andranno in pensione a 65 anni dal 2012. Da gennaio 2015 scatterà l’adeguamento dell’eta’ pensionabile all’aumento dell’aspettativa di vita certificato dall’Istat. La seconda revisione dei requisiti ci sara’ nel 2019. Con la finestra mobile si potra’ uscire dal lavoro 12 mesi dopo la maturazione dei requisiti vigenti nel caso dei dipendenti e dopo 18 mesi nel caso dei lavoratori autonomi.

Pubblico impiego: blocco stipendi e turn over. Tfr a rate
Sono bloccati gli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici dal 2011 al 2013. Non verrà effettuato alcun rinnovo contrattuale. Inserite nuove limitazioni alle assunzioni di personale, a eccezione dei corpi di polizia, dei vigili del fuoco e degli enti di ricerca. Il tfr per i dipendenti pubblici verrà rateizzato se l’importo complessivo e’ superiore ai 90mila euro; fino a 150mila euro sara’ diviso in due rate oltre i 150mila in tre rate annuali. Gli stipendi oltre i 90mila euro subiranno un taglio del 5%, quelli superiori a 150mila euro del 10%.
I magistrati subiranno tagli alle indennita’ ma non il blocco degli stipendi. Non saranno erogati gli acconti degli anni 2011, 2012 e 2013 e il conguaglio del triennio 2010-2012. Aumentano i contributi donuti per i processi al fine di finanziare l’assunzione di 250 nuovi magistrati.
Il conto più salato è per le Autonomie locali, i tagli alle Regioni saranno di 4 miliardi per l’anno 2011 e di 4,5 miliardi dal 2012. Tali riduzioni saranno ripartite secondo criteri e modalita’ stabiliti in sede di Conferenza Stato-Regioni. Preoccupante invece la decisione per cui verranno premiate le regioni virtuose, visto che non è ben chiaro come e chi deciderà della virtuosità di una regione.

Previsti tagli anche per province e comuni
Sulla manovra le Regioni hanno ribadito la propria assoluta contrarieta’ ai tagli dei trasferimenti per il biennio 2011-2012 di oltre 8 miliardi di euro. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, ha sottolineato nuovamente la posizione dei governatori: “La manovra e’ iniqua, pesa sui servizi che le Regioni finanziano a favore dei cittadini, delle imprese, delle famiglie”. E poi: “Non e’ con la demagogia che si risolve il fatto che i tagli della manovra sono insostenibili”
Per i medici ci aspetta un anno difficile
“Purtroppo la manovra economica e’ stata approvata senza accogliere le richieste dei sindacati medici. Ora ci aspetta un anno veramente difficile in cui fin da subito si avranno seri problemi per le attivita’ programmate e per quelle ambulatoriali’. A dirlo è Vincenzo Carpino, presidente dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani emergenza area critica (Aaroi-Emac). ‘Sono stati inutili lo sciopero generale, le assemblee e i sit in che abbiamo organizzato in tutta Italia e c’e’ grande amarezza nel constatare che chi ci governa non abbia valutato a che cosa andiamo incontro. Il danno e’ gravissimo per la sanita’ pubblica a favore di quella privata e a risentirne sara’ anche l’emergenza in cui i precari rappresentavano una linfa vitale della quale non si puo’ fare a meno’.

Quote latte, un regalo a chi viola le leggi
Passa, purtroppo, anche il rinvio del pagamento delle sanzioni per gli splafonatori delle famigerate quote latte, al 31 dicembre. Bruxelles non nasconde la propria ‘delusione’ per l’approvazione dell’emendamento che sarà ora esaminato attentamente dagli uffici legali della Commissione ‘che non esitera’ a intraprendere contro l’Italia l’azione necessaria se dovesse verificare che la misura non e’ conforme alle regole europee’. E a dirlo è’ stato lo stesso commissario europeo all’agricoltura, Dacian Ciolos, il quale, sull’emendamento aveva già dichiarato che la proroga ‘sarebbe non solo in netto contrasto con il diritto Ue, ma anche con i ripetuti impegni assunti a livello politico dal governo italiano, di imporre una rigorosa ed efficiente applicazione del regime delle quote latte in Italia’.
Fonti comunitarie hanno osservato ‘Anche se la misura riguarda meno di 100 produttori di latte il voto sembra chiaramente contrario alla decisione Ue, e percio’ questo e’ inaccettabile per la Commissione’.

La Cgil: effetti depressivi su consumi,produzione, occupazione
Il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni, ha dichiarato:”Servirebbero politiche che aiutino e incentivino la ripresa dell’occupazione, in particolare nelle aree di maggior sofferenza: Mezzogiorno, donne e giovani. Ma queste politiche mancano totalmente: la manovra avrà un effetto depressivo che si ripercuoterà sui consumi e quindi anche sulla produzione e sull’occupazione”.”Si parla spesso – conclude Fammoni – di proroga per gli ammortizzatori in scadenza, ma mancano atti concreti e il ritardo è gravissimo. Troppe persone sono abbandonate a se stesse e rifluiscono nell’inattività e nel sommerso”.

da Dazebao.org

Disabili. Pd, bene proposta di legge per educazione contro barriere architettoniche

Diffondere e radicare, nella società italiana, la cultura che consente di superare nella vita quotidiana i problemi legati all’integrazione delle persone con disabilità. È questa la finalità di una proposta di legge, la cui discussione è iniziata in commissione Cultura della Camera. Primi firmatari i deputati Ileana Argentin e Gianfranco Paglia.
“La proposta di legge – dice Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura della Camera, relatrice del provvedimento – interviene sul percorso formativo dei futuri tecnici che, nella loro vita professionale, avranno la responsabilità di rendere uno spazio accessibile, cioè fruibile a tutti in sicurezza. Le norme di questo provvedimento si fondano sulla consapevolezza che i tecnici debbano avere le adeguate competenze perché già nella fase della progettazione e successivamente della realizzazione di strutture pubbliche e private, siano sempre tenute in considerazioni le necessità di tutti i fruitori, siano essi mamme con bambini in carrozzina, bambini, adulti, anziani con ridotte capacità motorie o sensoriali, persone con disabilità permanente o temporanea. Solo attraverso una adeguata formazione potrà radicarsi la cultura della accessibilità, affinché tutti possano muoversi in sicurezza e vivere in autonomia. Ma la promozione della cultura dell’accessibilità non è sufficiente, se al contempo non si rispetta la normativa già vigente in favore delle persone con disabilità. Mi auguro una rapida approvazione del provvedimento”.

"La bomba che ha spento Bologna", di Michele Brambilla

La strage infinita fra terroristi neri P2 e depistaggi. I più giovani non sanno e non possono neanche immaginare che trent’anni fa Bologna – la bella, gaudente Bologna – visse un giorno come di guerra, riprecipitò ai tempi lontani dei bombardamenti.
Non c’erano neppure abbastanza ambulanze per far fronte all’emergenza e gli autobus di linea sfrecciavano per le vie a tutta velocità diretti agli ospedali, con un lenzuolo bianco fuori da un finestrino per segnalare l’allarme, carichi di cadaveri e di corpi che ancora respiravano: ma straziati, carbonizzati. La gente che vedeva si chiedeva quale inferno si fosse spalancato, perché non c’erano ancora i cellulari, e le notizie circolavano lente.

Il 2 agosto 1980 era un sabato. La stazione era presa d’assalto da turisti che andavano e che venivano, perché Bologna è il crocevia d’Italia, da qui si passa per l’Adriatico e per il Sud, per la Toscana e per il Brennero. Coppie di sposi e di fidanzati, nonni, giovani con zaini stracolmi, tedeschi, bambini in sandali con il sacchetto dei giochi da spiaggia, impazienti e ignari che l’orologio del destino aveva già così presto fissato la loro sorte. Nella sala d’attesa della seconda classe esplode una borsa con duecento chili di esplosivo. I morti sono 85, i feriti 208, molti orrendamente mutilati nel corpo, tutti mutilati per sempre nell’anima. Il presidente Pertini arriva e riesce a dire solo: «Non ho parole».

Per quel massacro la giustizia italiana ha condannato all’ergastolo con sentenze definitive i neofascisti Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro; e a trent’anni Luigi Ciavardini. Costoro come esecutori materiali. Ma come depistatori, inquinatori delle indagini, sono stati condannati Licio Gelli, Francesco Pazienza, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Erano tutti, questi ultimi quattro, aderenti alla loggia massonica P2; gli ultimi tre dirigenti dei servizi segreti dello Stato. Questo dovrebbero ricordarlo bene tutti coloro che ancora oggi banalizzano la P2 come una sorta di pittoresca lobby di incappucciati. In quasi tutti i processi per le stragi italiane uno dei pochi punti certi sono i continui depistaggi degli uomini della P2: vorrà dire qualcosa.

Quella mattina Marco Bolognesi aveva sei anni ed era andato alla stazione con la nonna paterna e i nonni materni. Per lui era un giorno felice: la mamma, insieme con il suo papà, stava tornando da Basilea, dove era stata operata con successo; finalmente sarebbe guarita. I suoi genitori lo ritrovarono qualche ora dopo, grazie a una segnalazione di una radio privata, all’Ospedale Maggiore: era tutto nero, non vedeva e non parlava, lo riconobbero per una voglia sulla pelle. Oggi Marco vive a Londra e fa il fotografo. Ha subìto quattordici interventi chirurgici: i medici, e forse qualcuno dall’Alto, hanno fatto il miracolo e gli hanno salvato un occhio.

Ho incontrato suo padre, Paolo Bolognesi. E’ il presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna. La sede è in via Polese, una delle tante stradine con i portici. Due o tre stanze semplici, quasi povere: l’orologio sul muro, come quello della stazione, è fermo sull’ora del demonio: le 10,25.

Gli chiedo che cosa pensi di uno strano paradosso: in Italia ci si è lamentati (e a ragione) perché quasi tutte le stragi sono rimaste impunite; ma quando per almeno una, quella di Bologna, gli esecutori materiali sono stati condannati, ci si è lamentati lo stesso. C’è un ampio fronte trasversale che solleva dubbi: sostiene che Fioravanti e la Mambro siano vittime sacrificali scelte per placare l’opinione pubblica. Risponde: «Chi sostiene questa ipotesi non conosce gli atti del processo. La pista palestinese, che ancora oggi viene avanzata come alternativa a quella neofascista, è stata il primo tentativo di depistaggio ordito dai servizi segreti». Cossiga dice che fu un incidente, lo scoppio fortuito di un esplosivo che i palestinesi stavano trasportando. «Si vergogni e si decida a dire la verità. Il fatto che Cossiga sia stato presidente della Repubblica è una macchia nera per l’Italia».

E’ convinto che, se ancora oggi si tenta di sponsorizzare la pista palestinese, è perché molti di quelli che sanno sono ancora ai posti di potere: «La P2 è tuttora attuale, parecchi dei suoi progetti politici si sono realizzati. Poi ricordo l’intervista che Fioravanti e la Mambro rilasciarono al Corriere della Sera dopo la sentenza d’appello. Si intitolava “Noi all’ergastolo, loro al governo”, ed era diretta agli ex missini. Secondo me era un messaggio mafioso, voleva dire: adesso ci dovete tirare fuori». Ma c’è anche tanta sinistra che difende quei due: «Credo che lo facciano un po’ per ignoranza degli atti, e un po’ perché il vero scopo è quello di creare i presupposti per salvare tutti i terroristi, anche i loro compagni che sbagliavano. Era stato il primo governo Prodi a proporre un’amnistia generalizzata per gli anni di piombo, no?». Anche la sinistra, dice, «mi ha molto deluso».

Ho ricostruito quel giorno con Giorgio Guazzaloca, primo sindaco non comunista della storia di Bologna. E’ stato accusato di non aver mai detto, alle celebrazioni del 2 agosto, che la strage era fascista: «Ma mi era stato chiesto da An di rimuovere la lapide che parla di violenza fascista, e io ho risposto che finché sarei stato sindaco quella lapide sarebbe rimasta lì». Ricorda: «Allora avevo ancora la macelleria, che era vicina alla stazione. Non sentii il boato. Entrò un signore urlando: è scoppiata la caldaia, forse una bomba. Nella tragedia la città seppe anche dare il meglio di sé: ci fu molta solidarietà, tutti si diedero da fare. Poi su Bologna scese una cappa. La città non era già più quella aperta, gioviale e gioiosa degli anni Sessanta. Ma la strage del 2 agosto fu una svolta traumatica: da allora Bologna è diventata più chiusa, più preoccupata. Credo che non si sia più ripresa».

Lo pensa anche Pupi Avati, che di quel giorno ha un ricordo indelebile. E’ una scena che sembra tratta da un suo film: «Stavo arrivando a Codigoro, nel Ferrarese, dove in una villa dovevamo iniziare le riprese di “Aiutami a sognare”, un musical con Anthony Franciosa e Mariangela Melato. C’era con noi il grande coreografo americano Hermes Pan, che aveva fatto i film con Fred Astaire e Ginger Rogers. Eravamo felici, c’era un clima di festa. Vedemmo che sul cancello della villa c’era ad aspettarci gente che, invece di accoglierci festanti, ci faceva gesti disperati. Pensai che fosse successo qualcosa a uno dei nostri attori. Mariangela entrò a chiedere e uscì piangendo. Passammo tutta la giornata a sentire la radio: tutti in costume e con le scarpe per ballare il tip e tap, una scena surreale, con un retrogusto terribile». Adesso Avati sta girando per la Rai una fiction intitolata «Un matrimonio» e, spiega, «c’è una scena in cui una donna, che poi è mia madre, cammina in via dell’Indipendenza e sente lo scoppio. Ho provato a ricostruire che cosa accadde in quel momento in città».

Anche l’onorevole Enzo Raisi, uno dei fedelissimi di Gianfranco Fini, quel giorno stava camminando in via dell’Indipendenza: «Era il mio primo giorno di servizio militare e stavo andando a prendere il treno per Torino. Mi salvai per pochi minuti. Ricordo che quando arrivai a casa c’era mia madre in lacrime: allora non c’erano i telefonini e pensava che fossi morto». Gli chiedo come visse in città da quel momento in poi, lui che era militante del Msi: «Il clima era bruttissimo, per anni siamo stati dei non-cittadini. In consiglio comunale i colleghi si rifiutavano di pronunciare il mio nome». E’ uno di quelli che non credono alla colpevolezza di Fioravanti e la Mambro: «Hanno fatto tante porcherie ma non hanno mai usato l’esplosivo e hanno sempre rivendicato tutto. E poi non credo che tre ragazzi di vent’anni abbiano potuto organizzare una cosa del genere». Viene in mente, comunque, un’altra confidenza di Paolo Bolognesi: «Mio figlio Marco è venuto a una sola udienza del processo. Ha visto Fioravanti e la Mambro che amoreggiavano nella gabbia degli imputati, fregandosene dei familiari delle vittime presenti in aula. Se n’è andato disgustato».

Anche per Bologna dopo trent’anni non c’è ancora pace. È molto forte il sospetto che la politica non abbia detto tutto. Ed è anche per questo che lunedì prossimo, in piazza Medaglie d’oro, i politici non saliranno sul palco. Ci sono saliti, ininterrottamente, dal 1993, e sono sempre stati fischiati.

La Stampa 30.07.10

"Zitto tu, Parlamento", di Giorgio Frasca Polara

Ancora una volta il Servizio per il controllo parlamentare della Camera ha fatto le pulci al governo e al suo modo di (non) rispondere agli “atti di indirizzo e di controllo” proposti dai deputati a questo e a quel ministero ed approvati dall’assemblea. Ne esce ancora una volta un quadro che conferma – come nel caso dei biblici ritardi nelle risposte alle interrogazioni, quando queste più spesso non vengono letteralmente ignorate – il sostanziale non-rispetto dell’esecutivo per il lavoro e l’iniziativa del Parlamento e dei singoli deputati. Preciso la natura di questi atti: sono gli ordini del giorno e le mozioni votati al termine dell’esame di singole leggi e che impegnano (o avrebbero dovuto impegnare: insisto su questo termine, che è regolamentare) il ministro competente per materia ad attuare le indicazioni in essi contenuti. Subito una desolata annotazione: nel giugno scorso “sono state trasmesse al Servizio, da parte dei ministeri competenti, le note relative all’attuazione di 26 ordini del giorno e 2 mozioni (…) Si riscontra pertanto una sensibile diminuzione delle attuazioni: 26 a fronte delle 62 del mese di maggio”. E dire che a giugno ordini del giorno e mozioni approvati sono stati più numerosi del mese precedente. Ma questo è niente, rispetto al confronto steso sui primi due anni di questa legislatura.

Sotto le lenti del Servizio sono questa volta (il rapporto è mensile) sei ministeri. Nella percentuale di attuazione dei documenti approvati dalla Camera dall’inizio della legislatura – dunque appunto nel biennio – due soli dicasteri superano la prova almeno del cinquanta per cento di documenti cui è stato dato concreto seguito. Sono gli Esteri e l’Interno. Alla Farnesina sono stati segnalati 165 atti di indirizzo: le note di attuazione pervenute alla Camera sono 112, pari al 68%, decisamente una buona percentuale. Al Viminale ne erano stati segnalati 229. Note di attuazione pervenute 126, pari al 55%. Poi comincia la frana, cioè un dato percentuale inferiore, anche assai più basso almeno della quota mediana.

Dal ministero del Lavoro sono arrivate 147 note di attuazione, meno della metà (il 48%) degli atti di indirizzo che gli uffici della Camera avevano segnalato a Maurizio Sacconi . Evidentemente costui è troppo impegnato, da mane a sera, nel dichiarare a proposito e a sproposito. Ma il bello è che, sotto Sacconi, in questa significativa graduatoria c’è niente di meno che il massimo teorico dell’efficienza, il nemico pubblico numero uno dei “fannulloni”, il pianificatore dei tornelli Renato Brunetta , ministro per la Pubblica amministrazione e l’Innovazione . Eppure gli atti d’indirizzo che il Servizio gli aveva segnalato erano appena 69. Niente, solo 31 le risposte, pari al 45%. Non male per il mago dell’efficienza.

Ma, quanto a inefficienza, Renato Brunetta si può consolare: c’è chi sta peggio, assai peggio di lui: Ferruccio Fazio (Salute) e Ignazio La Russa (Difesa) . E dire che a Fazio erano stati segnalati appena 91 atti, tra ordini del giorno e mozioni impegnative. Risposte? Solo 15, pari al 16%. Si consoli anche lui: c’è chi fa ancora peggior figura: La Russa, appunto. Ora, come ognun sa, il ministro della Difesa ha molti altri impegni: è nella terna dei coordinatori del Pdl, dichiara a raffica (Sacconi gli fa letteralmente un baffo, il terzo), e trova tempo e modo anche per i night club. Così ben poco tempo gli resta per rispondere ai 279 atti di indirizzo che gli erano stati segnalati. Tant’è che ha spedito solo 42 note di attuazione: il 15%.

Ragioniamo un momento su queste cifre. Tutti i ministeri hanno identici uffici o dipartimenti chiamati a confrontarsi regolarmente con gli uffici dei due rami del Parlamento per le verifiche d’istituto, per le risposte ad interpellanze e interrogazioni, per l’attuazione appunto degli atti di indirizzo, ecc. Se dunque ci sono le differenze abissali tra un dicastero e l’altro, questo può esser dovuto solo in parte a inefficienza: quella che pesa davvero è (siamo alle solite) la volontà politica di confrontarsi con il potere legislativo , di subire costanti verifiche, e soprattutto di voler rispettare davvero gli “impegni” assunti ufficialmente nella sede parlamentare. Ecco, di questa volontà c’è poca o punta traccia. Non è una novità, d’accordo. Ma è bene sottolinearlo ogni volta che se ne presente l’opportunità.

www.libertaegiustizia.it