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"Addio alla pensione di anzianità per chi inizia a lavorare a 30 anni. Gli interventi sulla previdenza", di Gianni Trovati

Un appunto prima di tuffarsi nei calcoli sulle nuove pensioni, rese ufficiali dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della manovra correttiva (è la legge 122/2010, pubblicata venerdì): chi ha iniziato a lavorare dopo aver compiuto i 30 anni getti in un angolo «quote» e calcolatrici e si metta il cuore in pace. Per lui c’è solo l’uscita di vecchiaia, che per ora fa scattare i requisiti a 65 anni (e il riposo un anno dopo). L’unica eccezione, dopo l’emendamento «europeo» che ha equiparato uomini e donne negli uffici pubblici, sono le lavoratrici del settore privato (sono il 24,6% degli occupati), che raggiungono il diritto a 60 anni e la finestra d’uscita a 61: per poter contare sulla pensione di anzianità, loro devono aver iniziato a versare i contributi prima dei 24 anni.

Il pensionometro
Per tutti gli altri è aperta la giostra dei calcoli sulle pensioni, che alla coda delle vecchie norme sulle «quote», cioè la somma di età e anzianità necessaria a centrare l’uscita anticipata, mescolano le novità su pubblico impiego, finestre e speranza di vita. Il «pensionometro» pubblicato qui mostra gli effetti combinati di tutti questi interventi per i lavoratori dipendenti: rispetto a loro, gli autonomi (al netto delle particolarità legate alle varie casse professionali) devono aspettare un anno e mezzo in più, perché l’età minima per andare in pensione è più alta (61 anni oggi, 62 dal 2013, contro i 60 anni oggi e 61 dal 2013 che regola l’addio dei dipendenti) e le finestre d’uscita si aprono sei mesi dopo.

Le quote
Il primo fattore da considerare sono le «quote» introdotte dalla riforma del 2007, che non ha ancora terminato la lunga strada verso l’applicazione a regime. Fino alla fine del 2012, i requisiti per la pensione di anzianità dei dipendenti maturano per chi ha almeno 60 anni di età e 36 di anzianità (quota 96), mentre dal primo gennaio 2013 l’età minima sale a 61 anni (quota 97). Per gli autonomi, come accennato, occorre un anno di età in più.

Le finestre
Raggiunti i requisiti, bisogna aspettare l’apertura della finestra; qui interviene la prima novità della manovra correttiva, che a partire dall’anno prossimo impone ai dipendenti di aspettare 12 mesi dalla maturazione dei parametri all’uscita effettiva (per gli autonomi i mesi sono 18). Un lavoratore nato nel marzo del 1950 ed entrato in ufficio a 26 anni raggiunge quota 96 (61 anni di età + 36 di anzianità) nel 2011, ma per salutare i colleghi dovrà aspettare l’aprile del 2012. Il dato chiave nel meccanismo delle quote è l’età anagrafica. Chi è nato nel 1951 e ha iniziato a lavorare nel 1975, per esempio, otterrebbe la quota 96 nel 2011, ma il diritto scatta solo con il 61esimo compleanno, cioè nel 2012: ancora un anno di attesa per l’apertura della finestra e per il 2013 il riposo è garantito. Il meccanismo non riguarda i lavoratori della scuola e gli iscritti alle casse di previdenza private.

La vecchiaia
L’anno supplementare di attesa previsto dalla manovra riguarda anche chi punta alla pensione di vecchiaia, investita dalla riforma nel nome della Ue per le lavoratrici del pubblico impiego: per quest’anno e il prossimo l’età per la vecchiaia rimane a 61 anni, ma dal 2012 balzerà a 65, equiparando il loro regime a quello dei colleghi maschi. La novità non tocca naturalmente le regole per l’anzianità, e nemmeno quelle per il pensionamento dopo 40 anni di servizio, che rimangono valide per tutti.

La speranza di vita
La manovra introduce però un’ulteriore meccanismo, che dal 2015 modificherà il tempo da trascorrere al lavoro in proporzione alla speranza di vita della popolazione. Il primo aggiornamento è in calendario per il 2015 (in questo caso la quota di lavoro aggiuntivo non potrà essere superiore ai tre mesi), il secondo sarà nel 2019 e poi si verificherà ogni tre anni. Con le dinamiche attuali, il meccanismo dovrebbe aumentare di un anno la permanenza al lavoro a partire dal 2028 (si veda anche il Sole 24 Ore del 19 luglio).

Liquidazioni a rate
L’altra novità per i dipendenti pubblici, uomini e donne, è la dilazione in rate annuali delle liquidazioni “alte”. Per le uscite successive al 30 novembre, la prima rata non potrà superare i 90mila euro, la seconda sarà al massimo di 60mila e la le eventuali quote aggiuntive saranno rimandate al terzo anno. Le anzianità maturate dall’anno prossimo, poi, vedranno calcolare la liquidazione con le stesse regole seguite per i dipendenti privati.

Il Sole 24 Ore 02.08.10

Agosto 1980 "Io non dimentico" di Stefano Benni

Mi sembra di avere scritto su questo ricordo, ma non so quando. Dieci, venti anni fa. Ma quando ricordo è adesso. Sento la notizia da Brunella, che compra il giornale la mattina presto a Santa Maria di Leuca. Non occorre parlare o mettersi d’accordo. Partiamo, con una vecchia Citroen, e guidiamo alternandoci per ore e ore. Quando arriviamo, siamo ancora nel pieno dei soccorsi, ancora scavano.
Trent’anni fa Bologna era diversa. Era stata colpita perché era diversa, perché era una speranza. Ora è una città come tante del Nord Italia, né brutta né bella. Ma tante persone ricordano quella data. E non certo per nostalgia del dolore. Per la speranza che combatté quel dolore. Perché qualcosa di quella speranza è rimasta. Ci sono state altre stragi, altro sangue, altro dolore inutile. L’ultima strage, quella della legalità, si consuma non con la violenza delle bombe, ma non l’astuzia della propaganda e della potenza economica. Possiamo disquisire se le persone sono le stesse, o altre, o nuove, o migliori o peggiori. Quello che è successo a Duisburg in nome del cosiddetto show, è una strage. Possiamo distinguere dicendo che non è stata pianificata, che tutti sono pentiti. Ma per chi ha perso delle persone care, è difficile distinguere, fare una scala del dolore, trovare qualche consolazione.

Quello che mi è facile invece, è ricordare chi ha ancora speranza. Pensare a quelli che scavavano, a quelli che scavano ancora. Quelli che sperano non ci sia il nome di una persona cara di un elenco di vittime. Quelli che si sentono responsabili, e cercano di evitare stragi future. Quelli che vogliono la verità. So che sono ancora tanti, anche a Bologna. Forse non sono più rappresentati, forse la loro speranza è stata ferita e irrisa, forse qualche volta pensano: perché scavare quando tutto crolla?

Ma io so che queste persone ci saranno sempre, e mi conforta. Ogni volta che torno a Bologna, vedo i nomi sulla lapide della stazione. Qualcuno si ferma e si interroga, qualcuno nemmeno sa cosa significano quei nomi. Qualcuno neanche li guarda. Ma qualche anno fa, vidi una donna straniera entrare, e mettere dei fiori sotto la lapide. Le parlai: non era una parente, era una donna che faceva solo un gesto di ricordo, di rispetto, non davanti alle autorità, ma davanti ai suoi sentimenti. Al di là di ogni retorica e cerimonia, c’è sempre la forza di queste persone che sperano. E io spero che Bologna le ascolti molto di più, che sappia ritrovare il rapporto con la sua energia passata, che non ne faccia una statua in un museo.
Anche io, nel mio piccolo sforzo, scavo ancora, anche se dovrei e vorrei farlo di più. E scavando ho ritrovato il ricordo di quegli anni e posso dirlo forte: non dimentico e non voglio dirlo solo il due agosto.

La Repubblica 01.08.10

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“Bologna 2 agosto 1980 Corpi e voci per un massacro”, di Michele Smargiassi

Un gelato per rinfrescarsi, un panino per quel languore allo stomaco. Una passeggiatina nervosa lungo il binario del treno in ritardo. Una scappata al gabinetto. Un salto a controllare il tabellone degli orari. Quant´è grande la chance che ti concede il destino? Quanto è largo il confine tra la vita e la morte? Nessuno lo può sapere: è cieco come il caso. Eppure da trent´anni, e domani alle 10.25 saranno trenta tondi, decine di uomini e donne continuano a farsi quella stessa tormentosa domanda che non ha risposta, la domanda del sopravvissuto, la domanda che nutre ferocemente il suo inevitabile, ingiusto, insuperabile senso di colpa: perché non io?
La bomba del 2 agosto 1980 nella sala d´aspetto della stazione ferroviaria di Bologna fece ottantacinque morti. Ma fece anche duecento feriti. I sopravvissuti sono loro e solo loro: quelli che stavano né troppo vicino né troppo lontano dal fornello dell´esplosione. Gli altri, gli incolumi, sono semmai i testimoni: è dura anche per loro fare i conti con il trauma del ricordo, ma quei metri, o minuti, cambiano tutto. Il sito di Repubblica Bologna da settimane è sommerso di rievocazioni private di chi ricorda quel giorno, piene di pietà civile ma anche dell´inconfessato sollievo di un «potevo esserci anch´io». Ma quei duecento c´erano davvero, lì, nella zona grigia di polvere tra condanna e salvezza, entrambe insensate, entrambe irrazionali. Come Paolo Sacrati che andava in vacanza nelle Marche con mamma e nonna: le schegge hanno ucciso le due donne, e lui no. Inutile chiedersi il perché, impossibile non chiederselo.
Per questo Martino Lombezzi, il fotografo, ha faticato tanto a convincere alcuni, solo alcuni, dei feriti di quel giorno a raccontarsi e a mostrarsi, e non solo perché il tempo è passato e la schiera si è ridotta. Molti, anche tra quelli riuniti dall´Associazione familiari delle vittime, non sono mai riusciti a farlo, neppure con i propri familiari. Molti hanno cominciato a farlo solo dopo anni di terapia. Alcuni hanno accettato solo adesso, con sofferenza. Otto di loro appariranno in immagine sui pannelli della mostra del trentennale, Io sono testimonianza, ciascuno in forma di dittico: il proprio ritratto e, accanto, la fotografia di un oggetto legato al giorno che gli stravolse la vita. Giuseppe Soldano ad esempio ha scelto lo skateboard di cui era un quattordicenne fanatico e che aveva con sé anche mentre andava a Merano per un corso di canoa. «Vado a prendere un panino, resta qui con le valigie», gli disse papà. Li ritrovò entrambi, figlio e skateboard, uno accanto all´altro, pochi istanti dopo, scavando con le mani sotto le macerie. Per Giuseppe il 3 agosto non è mai esistito: si svegliò il 4 in ospedale, con due costole rotte. Oggi è un rocciatore professionista. È rimasto al di qua della nebbia grigia. Eliseo Pucher, il cuoco friulano che tornava ai fornelli di un ristorante a Salsomaggiore,

La Repubblica 01.08.10

"Signora Gelmini che pasticcio sta facendo", di Andrea Satta

Nella tazzina di Anna c’è il dolce e c’è l’amaro. “Prendi il caffè?” Il cielo è terso a Stintino, il giorno dopo l’Isola de Cassintegrati, dove siamo stati a suonare e con Staino a disegnare (un fiore d’estate, fatto anche di scaricare + caricare + imbarcare + gip + asini, cinghiali e lepri + solitudine e disperazione). Maremaremare, non vogliono annegare gli operai, ma vivere felici. E’ vero, lo si sognava da bambini. E’ vero, era scritto negli occhi di Silvia Sanna e nel suo diario dei “Cento giorni”. Il cielo è azzurro oggi, imprevedibilmente dopo l’Odissea di ieri. Entra da Anna, Giovanni Azzena. Lui, detto Bibbo, è professore nella Facoltà di Architettura ad Alghero e Maddalena, sua moglie, è paleografa a Roma, a Tor Vergata. Bibbo vive spesso qui, la sua facoltà è stata giudicata, quest’anno, la migliore d’Italia. Sono angosciati dalle idee della Gelmini, che più che “Riforma” sarebbe da appellare “Controriforma Gelmini”. Mi consegnano i loro pensieri in una lettera. Ve li riassumo, li custodirò. “La biblioteca di Firenze non può rinnovare gli abbonamenti alle riviste scientifiche, io, Maddalena, per fare le fotocopie, mi devo comprare la carta. Chiuderanno le facoltà che hanno meno di 50 docenti, quindi la nostra pluripremiata facoltà di Alghero, che di professori ne ha 35, potrebbe paradossalmente, cessare di esistere. Valutazioni solo attraverso criteri numerici, e la qualità? Le pubblicazioni andranno fatte con grandi editori, a scapito dei piccoli specializzati, che in mondi come i nostri, fatti di passione, dettagli e territorio, sono i più idonei. Studierà chi se lo può permettere, come nell’America che Obama sta smantellando. Si ridurrà l’ Università a una scuola superiore. Si riserverà l’eccellenza ad una casta di eletti. La fuga dei cervelli? Se i cervelli non avessero gambe non potrebbero fuggire e le gambe sono la preparazione e la qualità dell’Università italiana. Certo, è vero, il potenziale ricercatore non trova destino in Italia e su questo si traffica per fare strada a questa riforma furbastra e populista, che favorisce i grandi baroni e nel frattempo finge di collocare i precari. Peccato che la loro assunzione sia collegata, in ragione di cinque a uno, al pensionamento di cinque ordinari, cioè si assumerà un precario, come ricercatore a tempo determinato, solo ogni cinque professori ordinari in pensione, quindi, mai. La Gelmini e i suoi autori non hanno capito che è lo Stato che deve credere in se stesso, che l’Italia è il paese dei beni culturali, che si deve puntare all’ investimento a lungo termine, al deposito dei saperi. Siamo italiani, noi. Qui ad Alghero facciamo girare i ragazzi, abbiamo tanti Erasmus, intorno alla facoltà c’è entusiasmo. Signora Gelmini, che pasticcio stai facendo…” .

L’Unità 01.08.10

"Non negare verità dietro segreto di Stato”

Bersani scrive al Presidente dell’Associazione delle Vittime della Strage di Bologna del 1980: “Sorvegliare la democrazia che può sempre ammalarsi”.
Caro Bolognesi, nessuno di noi potrà mai dimenticare la terribile mattina del 2 agosto del 1980 quando, alle 10.25, scoppiò una bomba nella stazione di Bologna che provocò la morte e il ferimento di tanti innocenti e gettò nel lutto l’Italia intera. Dopo tanti anni di indagini, tra reticenze e depistaggi, la magistratura arrivò a condannare, con sentenza definitiva, gli esecutori materiali della strage. Da parte nostra, nel 30° anniversario della strage, vogliamo garantire il nostro impegno affinché possa emergere tutta la verità, perché adesso ne abbiamo solo degli spezzoni. Le sentenze ci sono, ma cosa ci sia stato alle spalle di questa strage e delle altre che hanno colpito il nostro paese è ancora un punto da indagare e non risolto. A 30 anni di distanza i mandanti sono ancora sconosciuti e questo è inaccettabile. L’Italia è un paese civile e la verità non può esser negata dietro agli umilianti silenzi del segreto di Stato. Nel 2007 il Parlamento italiano ha approvato una legge proprio su segreto di stato e si attendono ancora, per la definitiva applicazione, le indicazioni della Commissione Granata . Vi è, tra le proposte anche quella di prolungarne la durata in casi definiti, il che comporterebbe una modifica negativa della legge vigente. Noi siamo contrari a modificare la legge sul segreto di Stato e, per questa ragione, i Parlamentari del Pd hanno presentato numerose interrogazioni al governo. Nella mia responsabilità di Segretario del Pd voglio assicurarti il nostro sostegno nel chiedere che il termine dei 30 anni di segretezza venga rispettato e che tutti i documenti vengano resi pubblici, a partire dal prossimo anno. Vi è, inoltre un altro aspetto importante della vicenda, ossia i riconoscimenti previdenziali per le vittime del terrorismo. Nel 2004 è stata approvata una legge, voluta da tutti, ma che non viene ancora integralmente applicata. Non è accettabile che chi condannato a portare sul proprio corpo e per tutta la vita i segni della violenza terroristica non possa avvalersi di ciò che gli è riconosciuto per legge o che lo possa fare in maniera anche solo parziale. Un’offesa per le vittime e per tutti gli Italiani. Anche qui deve essere messa in campo ogni iniziativa affinché questa inaccettabile storia abbia termine. In questi lunghi 30 anni che ci separano dal 2 agosto del 1980, la gente e le istituzioni ci sono sempre state. Questo dimostra quanto sia forte la volontà di non dimenticare, come avevamo promesso allora.

Non dimenticare e sorvegliare la nostra democrazia, che può sempre ammalarsi. Di sicuro furono passaggi drammatici per il nostro paese, che potevano forse preludere ad un cambio di regime.
Per questa ragione è così importante andare a vedere come furono mossi i fili. La democrazia italiana alla fine ha retto, ma fa male pensare che sotto ci sia il sangue di molti innocenti. Quello che è importante, però è avere la certezza che lo Stato continui a cercare la verità; le cittadine e i cittadini italiani, e prima di ogni altro i familiari delle vittime, ne hanno diritto!

www.partitodemocratico.it

Bindi: «Caimano, siamo pronti a fermarti», di Giovanni Maria Bellu

«Noi siamo pronti», dice Rosy Bindi, presidente del Partito democratico. Pronti alle elezioni, intende, o anche pronti a contribuire a un governo “di transizione” o meglio “di salute pubblica”. Lo dice prima di tutto ai militanti e agli elettori, ma lo dice anche ai commentatori politici che vedono nella fine del Pdl la parallela fine delle ragioni del Pd: «Non siamo nati perché esisteva Berlusconi e non moriremo con lui. Non siamo nati su un predellino ma stiamo lavorando ormai da quindici anni su questo progetto le cui prime tracce si trovano nello spirito dei costituenti», dice Rosy Bindi.

Il richiamo alle radici non è retorico. Se, infatti, il tonfo del progetto berlusconiano provoca un certo comprensibile “godimento”, il timore che il Caimano ferito sia tentato di dare qualche micidiale colpo di coda alla nostra democrazia è alto. Ed è altissima la posta in gioco. Quel «siamo pronti», dunque, è anche un messaggio al presidente del Consiglio: «Berlusconi deve sapere che siamo pronti, in Parlamento, a isolarlo nella sua irresponsabilità. E, nell’elettorato, a sconfiggere la sua temerarietà».

Insomma, diamo per scontato che anche questa legislatura finirà in anticipo…
«Mi sembra molto improbabile che si arrivi alla scadenza naturale. Non dico che sia impossibile, ma occorrerebbe proprio quella capacità di guida politica che Berlusconi ha dimostrato di non possedere. Dovrebbe di colpo cambiare metodo: capire che non si governa a palazzo Grazioli, ma nel rapporto col Parlamento, con l’opposizione, con le parti sociali… Ma, a giudicare dalle ultime mosse, in testa la cacciata di Fini, il premier mi sembra molto poco lucido…».

E anche molto tentato dalle elezioni anticipate.
«Sì. Ma non è a lui che spetta il compito di sciogliere le Camere. E non credo che Fini e i suoi mentano quando dicono di non volere le elezioni e di essere intenzionati a sostenere il governo. Certo, per il premier sarà dura, ed è anche da questo che nasce il godimento. Se ripenso alla sicurezza che ostentava, al suo non venire mai in aula, a quell’arroganza… mentre ora lo vedo ora andare alla ricerca di voti…».

Ragioniamo sui due aspetti del suo «siamo pronti». A partire dall’ipotesi estrema delle elezioni a novembre. Il Pd è davvero “pronto”? Immagini di spiegarlo a un militante o a un elettore.
«Al militante o all’elettore dico che il Partito democratico ha un suo candidato che è il segretario Bersani, un leader che ha già come suo profilo dominante quello dell’uomo di governo. Se poi si andasse a individuare un candidato di coalizione ci sarebbero le primarie, un grande strumento che ci ha portato bene… Non dimentichiamoci che Berlusconi l’abbiamo già battuto due volte».

Le faccio due nomi che circolano, Vendola o Draghi?
«Vendola dovrà fare le primarie. E Draghi potrà essere uno dei nomi scelti dal presidente della Repubblica».

Altro scenario, più probabile: caduta “a medio termine” di Berlusconi…
«Penso che il capo dello Stato prima verificherà se la maggioranza uscita dalla urne può esprimere un governo. Ma qua si ripropone il problema della capacità di Berlusconi di fare politica e ribadisco il mio pessimismo sulla possibilità di un cambiamento così radicale…».

Governo di “salute pubblica” dunque…
«Sì, ma deve essere chiarissimo un punto. E lo dico a chi, con un riflesso automatico, appena si prospetta un’ eventualità del genere comincia a parlare di “inciuci”. L’obiettivo è l’alternativa, cioè chiudere definitivamente col berlusconismo. L’obiettivo è chiudere con questa cosiddetta Seconda Repubblica che, secondo me, non è altro che il proseguimento malato della Prima. Stiamo attraversando contemporaneamente una crisi di sistema e una crisi politica e sociale senza precedenti, non paragonabile con quella degli anni Novanta. Il caso Fiat sta dimostrando che la crisi porta via anche le sicurezze sociali. In più abbiamo una legge elettorale disastrosa che ha costretto prima noi, poi il centrodestra, ad alleanze disomogenee… È in questo quadro che vedo un governo dove le forze politiche che ci stanno, senza confusioni, senza annullare il passato né pregiudicare il futuro, si assumano un supplemento di responsabilità condivisa».

Ma quale legge elettorale? Anche nel Pd esistono molte visioni.
«Abbiamo già una nostra proposta e, lo dico da presidente, ci siamo espressi nell’assemblea nazionale. Bisogna approfondirla e giungere a una mediazione accettabile. Ma la sintesi è chiara ed è quella che ha illustrato Bersani. Ci vuole una legge che – in una sintesi equilibrata tra il sistema maggioritario e quello proporzionale – consenta agli elettori di scegliere chi va in Parlamento e qual è la coalizione che deve governare. Dire che questo bipolarismo è malato non significa voler tornare al parlamentarismo delle mani libere, ma arrivare un bipolarismo maturo, europeo. Anche i più critici verso il bipolarismo, Casini compreso, sanno bene che il centro o è uno dei poli, oppure si deve alleare con uno dei due poli. Non dimentichiamo che è nella nostra storia Roberto Ruffilli il quale, prima di essere assassinato dalla Brigate rosse, lavorava proprio a una riforma elettorale che aveva alla sua base l’idea di fare di ogni cittadino l’arbitro della scelta della maggioranza di governo».

A proposito di centro, quanto ritiene alto il rischio che la nuova fase politica spinga in quell’area i moderati del Partito democratico?
«Penso che in un momento come questo il Pd debba dedicare le sue energie per rafforzare la sua unità e dare voce a tutti, far sentire tutti a casa propria. A maggior ragione se in una fase di emergenza si va verso alleanze molto larghe. Perché ci si può stare a testa alta anche con alleati “innaturali”, ma a condizione che non ci siano fianchi scoperti. A chi avesse la tentazione di andare via dico che si può lavorare a un progetto politico in modo non subalterno se si sta dentro un grande partito. D’altra parte non mi pare che chi si è allontanato abbia ottenuto grandi risultati».

Parlava di “alleati innaturali”. Intende dire che così come può nascere un governo di salute pubblica, potrebbe nascere addirittura una “coalizione di salute pubblica”?
«Non lo escluderei affatto. È un’ipotesi della quale, al di là delle definizioni, hanno parlato Bersani, Di Pietro e Casini. Certo, dovremmo spiegarlo molto bene agli elettori. Dovremmo chiarire che ci sono forze politiche molto diverse tra loro che non intendono far passare un programma eversivo quale sarebbe quello che Berlusconi, non avendo nient’altro, porterebbe in campagna elettorale. Perché, se guardiamo ai risultati di questi due anni, vediamo un bilancio disastroso, un paese allo stremo. Non ho lanciato la proposta di una commissione d’inchiesta sulla P3 per divertimento ma per arrivare a capire quanto è ramificato l’uso scorretto del potere».

A proposito di “alleati innaturali”. Ritiene che la Lega, che ora tiene in ostaggio Berlusconi, potrebbe rientrare nella categoria?
«Se Berlusconi va a votare, il primo alleato sarà la Lega che non farà fatica ad assecondare le sue pulsioni eversive. In un’eventuale fase transitoria potrebbe essere l’interlocutore per una riforma sul federalismo fiscale solidale e davvero condivisa».

L’Unità 01.08.10

Franceschini: "Il Cavaliere sfugge al Parlamento", di Antonella Rampino

Dario Franceschini, il Pd ha deciso di parlamentarizzare la crisi. Sperate in una crisi di governo, che di certo non può verificarsi a Parlamento chiuso. Lei è il presidente del gruppo parlamentare alla Camera: ce la farete a tenerla aperta, e fino a quando? «Per capire perché abbiamo deciso di parlamentarizzare la crisi dobbiamo guardare non avanti, ma indietro: sarebbe stato possibile immaginare, anche solo qualche anno fa, il principale partito di governo che si spacca, la nascita di nuovi gruppi parlamentari, il presidente del Consiglio che chiede le dimissioni del presidente della Camera come se fosse di sua proprietà, senza che di tutto questo non si parli in Parlamento?».

Non starà pensando che Berlusconi ha cacciato apposta Fini alla vigilia delle vacanze estive…
«Ma no. Purtroppo, da sempre Berlusconi rifiuta le normali regole della democrazia. Sfugge al Parlamento perché sfugge al confronto politico. Ne ha paura. Il Senato e la Camera, comunque, la prossima settimana restano aperti. Di fronte a una crisi di questa portata non c’è vacanza».

State puntando a mettere ai voti la sfiducia al sottosegretario alla Giustizia Caliendo, inquisito per la P3. Sicuri che i finiani voteranno con voi?
«Non posso predire cosa faranno i finiani. Non lo so. Fini ha detto che sostiene il governo per ciò che attiene al programma del Pdl, ma che impedirà norme che contrastano con la legalità. E su due analoghe mozioni di sfiducia avanzate dal Pd, i sottosegretari Brancher e Cosentino si sono dimessi proprio alla vigilia del voto, per paura. Mi sembra che Caliendo sia più potente di Cosentino o di Brancher, non so il perché… La prossima settimana il decreto legge sui trasporti e quello sull’energia potranno essere messi ai voti solo se arriverà in Aula la nostra mozione di sfiducia a Caliendo».

E’ sicuro che il presidente Fini vi darà ascolto?
«Il regolamento della Camera obbliga a rispettare negli ordini del giorno la quota, così si chiama, dell’opposizione. Noi abbiamo chiesto solo questo, e Fini ha già riconosciuto che è un nostro diritto».

Sull’evoluzione della crisi c’è maretta nel Pd. D’Alema penserebbe a un ribaltone, altri puntano a un governo-ponte per arrivare al voto…
«Guardi, se riusciamo a far cadere Berlusconi nel Pd ci mettiamo d’accordo in cinque minuti su tutto il resto. Abbiamo discusso a lungo tra noi, e c’è intesa totale su un principio: occorre un governo di transizione che prepari una nuova legge elettorale e apra le porte a un bipolarismo europeo moderno. Se si va al voto con questa legge, con la porcata, si rischia di arrivare a una transizione tripolare, con Fini che esce dall’asse Pdl-Lega. Questa legge può consegnare il Parlamento a chi ha solo il 30 per cento dei voti e del Paese. E’ pericoloso».

In questa crisi è di nuovo strategica la Lega. Che è il vostro nemico numero uno, ma alla quale avete già allungato un ramoscello d’ulivo…
«Mica è tattica, la nostra. Sull’immigrazione, sulla sicurezza, il rapporto con la Lega per noi è impossibile. Ma il federalismo fiscale ci interessa. Da sempre, tanto che in Parlamento non abbiamo votato contro, ci siamo astenuti. E proprio il lavoro di questi mesi ci è servito per far sapere a Bossi che, qualsiasi cosa succeda al governo, il lavoro sul federalismo lo porteremo avanti».

C’è la possibilità che la Lega si sfili dall’alleanza con Berlusconi?
«Le possibilità mi paiono scarse. Ma quello che so e che vedo, perché io non sono della Padania ma sono della pianura padana, è che c’è una distanza siderale tra le cose che gli elettori della Lega vorrebbero e i comportamenti del miliardario arrogante con cui si sono alleati. Una distanza che ormai per i loro elettori sta diventando insopportabile».

"I riti balneari da Prima Repubblica", di Filippo Ceccarelli

Diceva Bettino Craxi, sudato e sbuffante: «Il generale Agosto farà il resto». Era un affidamento cinico e speranzoso: quando arrivavano le ferie, ai tempi della Prima Repubblica, il potere prendeva atto della propria relatività consegnandosi provvisoriamente a rinvii, proroghe, differimenti, dilazioni, oltre alle buone e più spesso alle cattive intenzioni.
L´antica sapienza democristiana, di norma incalzata da qualche gran intestina o con gli alleati (anche prima di Craxi), esaltò questo genere di soluzioni di ordine stagional-decantatorio che comunque, fin dall´inizio degli anni sessanta, finirono per codificarsi addirittura in una forma di esecutivo. Con il che, previa consultazione del prezioso dizionario «Le parole della politica» del Di Capua (Ebe, 1973), incastonato in un groviglio spinoso di aggettivi e altre variabili lessicali, «amico», «carsico», «fantoccio», «istituzionale», «tecnico», «di bandiera», «di necessità», «di salute pubblica» e via compilando, si trova l´irresistibile formula del governo, appunto, «balneare»: perciò stesso «destinato a vivere – è scritto – solo per la stagione estiva, in attesa di essere sostituito da un governo politico di coalizione».
Con facilità s´immagina quanto il presidente Berlusconi abbia in dispetto questa roba preistorica, questa paleo-muffa politichese. E´ sicuro di essere, lui, ancora, il Signore della Novità. Eppure, se possedesse un filo di modestia, potrebbe agevolmente riconoscere come tutte, ma proprio tutte le sue speranze, dalla situazione economica all´organigramma Rai, dall´ardua scelta titolare del ministero dello Sviluppo alle inchieste sulla cricca o sulla P3, fino ai numeri per la sopravvivenza parlamentare della sua disastrata compagine, dipendano da un´estate tranquilla; nel senso di un paese ben concentrato sulla propria villeggiatura e quindi più disposto a trascurare le evidenti sottovalutazioni, gli obiettivi errori e le indubbie magagne che si sono aggravate dopo la rottura con Fini.
Il Cavaliere, che viene dal mondo della pubblicità e del consumo, è sempre attento ai momenti in cui entra in gioco e si modifica lo stato d´animo collettivo: Natale (un tempo faceva anche gli auguri dai poster), il tempo della denuncia dei redditi, le vittorie e le sconfitte nelle partite di calcio, poi e l´estate. Così oggi, in realtà, si ritrova alla guida di un governo obbligato, malsicuro e anzi quasi pericolante. Molto peggio, dunque, che balneare.
Quest´ultimo, semmai, era a suo modo un segno di forza. Dopo le incerte elezioni del 1963, per dire, e poi dopo quelle altrettanto dubbiose del 1968, i capicorrente della Dc adocchiarono un personaggio innocuo come Giovanni Leone e per ben due volte lo appoggiarono a Palazzo Chigi per il tempo dei bagni. Di solito Leone – che come tutti i grandi dissimulatori dc sembrava privo di ambizioni e finì al Quirinale – accettava «a malincuore», come scrive Andreotti in «De (prima) re publica» (Rizzoli, 1996), «di cedere la presidenza di Montecitorio dando comunque una disponibilità solo stagionale». Dopo di che, in tutti e due i casi accadde nel mese di dicembre, i capi tribù democristiani si mettevano d´accordo, gli dicevano arrivederci e grazie e facevano un governo vero.
Figurarsi se Berlusconi pensa di imparare qualcosa da qualcuno. Ma a differenza dalla storia, l´attualità è crudele e così la forzata balneazione del Cavaliere non scaturisce da elezioni, ma dovrebbe favorirle in autunno – ammesso e non concesso, anzi non concesso per niente che il presidente della Repubblica Napolitano le ritenga opportune. E anche questo, francamente, toglie alla formula quella sua vacanziera levità e spensieratezza che certamente nei primissimi anni ottanta stimolarono Stefano Benni a dedicare al governo balneare alcuni versi, tra cui «La conchiglia»: «”La Maddalena non è radioattiva”/ urlò Cossiga, e raccolse sulla riva/ un conchiglia per sentire il mare/ e sentì una voce che diceva:/ “Tutti al bunker, allarme nucleare!”/ Disse: “Sarà un paguro burlone”. / Un attimo dopo l´esplosione».
La Maddalena, oggi, grazie al mancato G8 e ai relativi impiccetti, ispirano ricordi meno ridenti. Ma in attesa delle fantomatiche elezioni, con ben 33 più 10 finiani che hanno scommesso la loro carriera contro di lui, il presidentissimo Berlusconi si appresta a sperimentare sulla propria pelle un´altra graziosa formula archeologica di quelle che gli piacciono tanto: l´appoggio esterno.
E qui la memoria deve per forza inabissarsi, di un quarantennio almeno, per incontrare uno sketch in bianco e nero di Noschese che, truccato da Ugo La Malfa, spuntava dietro una finestra aperta e fissando l´interno con i suoi occhialoni spessi come cocci di bottiglia, mormorava con forte cadenza siciliana: «Non vedo assolutamente una minchia»; e a quel punto, messo il braccio destro sullo stipite della finestra, premeva e premeva: era l´appoggio esterno. Ma di colpo poteva anche smettere.
Inutile dire che così facendo La Malfa senior fece impazzire una mezza dozzina di premier, tra cui Scelba, Fanfani ed Andreotti, non esattamente dei cuoricini. Perciò da adesso il presidente della Camera e di Futuro e libertà non solo può dare e togliere, partire e frenare, promettere e negare, ma ha anche illustri precedenti.
Il generale Agosto non è mica uno sprovveduto. Può salvare, ma può colare a picco con la stessa accaldata efficienza. E´ un peccato che non ci sia più don Gianni Baget Bozzo, ma Berlusconi può sempre farsi raccontare di quando Pella riuscì a formare un governo il giorno dopo Ferragosto e volle battezzarlo «il governo dell´Assunta» dovendo simboleggiare una riscossa anticomunista e socialista dopo la sberla della legge truffa. Oggi lo schiaffone sembra arrivato al governo sulla legge bavaglio: e se la balneazione ha perso la sua simpatia, se ne intravedono gli aspetti di oscura incompiutezza, di rovina strisciante, la premessa di una vera crisi.

La Repubblica 01.08.10