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"Buona scuola soldi bene spesi", di Barack Obama*

So che qualcuno sostiene che uscendo da una recessione la mia amministrazione dovrebbe concentrarsi solo sulle questioni economiche. L’avevano detto sulla riforma della sanità, come se la sanità non avesse nulla a che fare con l’economia; e sulla riforma finanziaria, e ora lo dicono mentre lavoriamo alla riforma dell’istruzione.
Ma l’istruzione è una questione economica – se non “la” questione economica dei nostri tempi. È una questione economica quando il tasso di disoccupazione per chi non è andato all’università è quasi doppio rispetto a chi ci è andato. È una questione economica quando sappiamo bene che i paesi che oggi ci superano sulla formazione domani ci supereranno in competitività.
Da anni abbiamo capito che l’istruzione è una premessa per la prosperità. Eppure abbiamo tollerato uno status quo in cui l’America è alle spalle di altre nazioni. Appena una settimana fa, siamo venuti a sapere che, nell’arco di una sola generazione, l’America è passata dal primo al dodicesimo posto nelle classifiche sulla percentuale di giovani che porta a termine gli studi.
Eravamo primi, siamo dodicesimi. Ne abbiamo parlato, lo sappiamo, ma non abbiamo fatto abbastanza. E questo status quo è moralmente inaccettabile, è economicamente indifendibile, e tutti noi dovremo rimboccarci le maniche per cambiarlo.
(Oggi) vorrei anche parlare esplicitamente del tema insegnanti. Voglio che gli insegnanti abbiano stipendi più alti. Voglio che abbiano maggior supporto.
Vogliono che ricevano una formazione all’altezza dei professionisti che sono – con corsi di aggiornamento rigorosi come quelli che sostengono i medici. Voglio che la loro carriera sia scandita per fasce così che abbiano la possibilità di avanzare, e guadagnarsi una vera stabilità economica. Voglio che abbiano un ambiente di lavoro che gli consenta di sentirsi realizzati e che li sostenga, e le risorse – dai materiali di base alla dimensione delle classi – che li aiutino ad avere successo. Invece di una cultura in cui idolatriamo le stelle dello sport e le celebrità, voglio che costruiamo una cultura in cui i nostri idoli sono le persone che danno forma al futuro dei nostri bambini.
Voglio qualcuno dei nostri insegnanti sulle copertine di qualche magazine. Qualche insegnante su Mtv. Tutto quello che chiedo in cambio – da presidente, e da genitore – sono misure che rendano ciascuno responsabile per il proprio operato. Sicuramente possiamo essere d’accordo che anche mentre riconosciamo agli insegnanti il merito del loro duro lavoro, abbiamo bisogno di essere sicuri che stiano ottenendo buoni risultati con la classe. Se non è così, lavoriamo insieme a loro per aiutarli ad essere più efficienti. E se anche questo tentativo fallisce, troviamo l’insegnante giusto per quella classe. Nell’educazione i nostri ragazzi hanno una opportunità sola, ed è necessario che non vada sprecata.
Il nostro obiettivo è creare un ambiente migliore per gli insegnanti e insieme per gli studenti. Questo non vuol dire aumentare i paletti; vuol dire standard più alti, migliori, così che i diplomati siano davvero pronti per l’università e per una carriera. Non voglio vedere i nostri giovani prendere un diploma senza saperlo neanche leggere.
Eppure, a volte i problemi di una scuola sono così profondi che migliori criteri di valutazione, standard più alti e curriculum più stimolanti non bastano. Se una scuola produce diplomati che non hanno neppure le competenze di base – anno dopo anno dopo anno – le cose devono essere fatte in modo diverso. Se vogliamo che il nostro paese abbia successo, non possiamo accettare fallimenti nelle nostre scuole decennio dopo decennio.
È per questo che stiamo spronando gli stati a rivoluzionare le nostre cinquemila peggiori scuole – troppe delle quali sono in quartieri con forte presenza di minoranze. E stiamo investendo più di 4 miliardi di dollari per aiutarli a farlo.
I risultati non li vedremo dalla sera alla mattina. Ci potrebbe volere un decennio perché questi cambiamenti siano ricompensati. Ma non è un buon motivo per non intraprenderli.
È un motivo per iniziare da subito, per sentire che c’è un’urgenza – la potente urgenza dell’oggi. Sappiamo anche che per quanto queste riforme possano essere importanti, c’è un ingrediente in più per fare davvero la differenza: i genitori devono essere più coinvolti nell’educazione dei loro figli.
Per parafrasare Martin Luther King, l’educazione non funziona con gli o-o.
L’educazione funziona con i sia-sia: ci vorranno sia un maggior impegno dei genitori, sia un sistema migliore. Ci vorranno sia più soldi sia più riforme.
Ci vorranno sia l’impegno collettivo sia quello individuale.
Non dipende solo dai genitori.
Dipende anche dai figli. I nostri ragazzi devono capire che nessuno gli consegnerà il loro futuro su un piatto d’argento. L’educazione non è una cosa che ti possono infilare in testa dalle orecchie. Devi volerla. Devi farti avanti e reclamare per te quel futuro.
So che la vita è dura per molti giovani di questo paese. Ci sono decine di buoni motivi per i nostri figli per dire: «No, non ce la faccio». Il nostro lavoro è dirgli: «Sì, puoi farcela». Sì, puoi fare della tua vita ciò che desideri.
*(stralci del discorso sulla riforma dell’istruzione pronunciato ieri dal presidente americano alla National Urban League)

da Europa Quotidiano 30.07.1o

Carceri, il Pd: Sant’Anna “ad altissimo rischio”

Per i democratici la prima cosa da fare è assegnare i 21 agenti promessi dal governo e dagli esponenti locali del centrodestra.
Il carcere di Sant’Anna è il più sovraffollato tra i 13 istituti penitenziari dell’Emilia-Romagna quindi uno dei più sovraffollati d’Italia, visto che la nostra regione è, in assoluto, quella con il più alto indice di sovraffollamento a livello nazionale. Al suo interno vivono circa 500 detenuti, il doppio della capienza, mentre il numero degli agenti penitenziari è molto al di sotto di quanto previsto dalla pianta organica.

La denuncia arriva dal Pd di Modena che sulla situazione esplosiva del Sant’Anna ha già presentato un’interrogazione in Comune e ne presenterà una analoga in Provincia. Altre interrogazioni, a firma di parlamentari modenesi, sono state presentate al ministro della Giustizia Alfano.

Oggi la pianta organica del carcere di Sant’Anna prevede 226 agenti. Gli agenti in servizio sono 170, 20 dei quali impiegati in funzioni amministrative. Tenendo conto dei turni, delle ferie, dei permessi e del personale distaccato in altre sedi gli agenti effettivi che si occupano della custodia dei detenuti sono meno di 130. E devono provvedere a 500 detenuti, circa uno ogni quattro, mentre il rapporto dovrebbe essere, sulla carta, di un agente per ogni detenuto.

“La prima cosa da fare – spiega Sergio Rusticali, coordinatore del Forum cittadino del Pd sulla sicurezza – sarebbe quella di assegnare finalmente al carcere di Sant’Anna i 21 agenti in più promessi a più riprese da esponenti del governo e del centrodestra locale. Sarebbe la misura minima da prendere di fronte a una situazione divenuta ormai ad altissimo rischio”.

Una situazione nella quale – secondo l’on. Manuela Ghizzoni che ha presentato un’interrogazione al ministro Alfano – diventa “praticamente impossibile svolgere quella funzione di recupero dei detenuti che la Costituzione assegna agli istituti di pena. E questo nonostante l’abnegazione e lo spirito di sacrificio dimostrato dagli agenti di custodia e dalle associazioni di volontariato”.

Il Piano carceri messo a punto dal governo prevede di aumentare i posti disponibili negli istituti penitenziari attraverso lavori di ristrutturazione e ampliamento delle strutture esistenti. In particolare è prevista la costruzione di un terzo padiglione al Sant’Anna in grado di ospitare altri 150 detenuti.

“Ma abbiamo il fondato timore – avverte il consigliere regionale Luciano Vecchi – che la nuova struttura serva soltanto ad alleggerire altre carceri in Regione e fuori regione, ad esempio la Dozza di Bologna, e quindi non comporterebbe alcun miglioramento per la casa circondariale di Modena. A maggior ragione va rafforzato l’organico degli agenti di custodia in servizio effettivo al carcere di Sant’Anna”.

La denuncia del Pd si aggiunge a quella delle organizzazioni sindacali e delle associazioni di volontariato che da tempo lanciano l’allarme sui pericoli – tra cui suicidi e rivolte – dovuti alla gravissima situazione di sovraffollamento delle carceri di Modena e della Regione.

“Una vera ed propria emergenza – conferma il sen. Giuliano Barbolini, che ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia Alfano – aggravata da una serie di leggi (la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini-Giovanardi sulla tossicodipendenza e la Cirielli sulla recidiva) che dietro l’apparente rigore nascondono una sostanziale inefficacia, come i fatti hanno ampiamente dimostrato”.

L’onore ritrovato del deputato

Non si sa se saranno trenta, venti, dieci. Se faranno cadere un governo che doveva essere il più forte della storia repubblicana, o se “semplicemente” lo costringeranno a lavorare con gli strumenti della politica invece che con la propaganda.
È difficile fare previsioni sul destino dei parlamentari che sceglieranno di andare con Fini.
Una cosa è certa: con il proprio gesto stanno restituendo un’inaspettata dignità alla figura del parlamentare, forse promessa per una stagione diversa in tutti gli schieramenti.
Non lo scriviamo perché Briguglio e Perina, Bocchino e Urso, stiano facendo un particolare favore al centrosinistra. Non è neanche detto che sia così: fino a qui è stata casomai l’opposizione ha fornire sponde a Fini, lui a guadagnare dalle difficoltà di Berlusconi, e la crisi che si apre potrebbe essere meglio sfruttata da forze che non sono il Pd.
D u n – que, ci sono pochi calcoli da fare.
Invece c’è un attestato di coraggio e perfino di disinteresse da riconoscere a questa pattuglia di dissidenti in via di epurazione. Da molti anni, pur con le dovute eccezioni, la scena a destra, a sinistra e al centro è dominata da scelte di convenienza, di comodo, di opportunità personale. La legge elettorale esalta la cooptazione, premia la fedeltà, promuove le logiche tribali.
Intorno a Berlusconi questo criterio si è fatto stile di vita, costume, meccanismo di funzionamento di una corte sterminata. Da sedici anni, l’uomo che impersonifica la Seconda repubblica ha allargato i propri ranghi alternando carisma personale, potere di convincimento, illusione ideologica e anche pura e semplice corruzione delle persone e delle coscienze. Il berlusconismo non è stato solo questo, ma sono ormai passati alla storia gli arruolamenti prima in FI e poi nel Pdl perfezionati a colpi di regali, favori, promesse. E questa è anche la cronaca di queste ore di reclutamento d’emergenza. Se dozzine di parlamentari mettono oggi a rischio il proprio futuro politico per un libero convincimento, ciò testimonia del loro valore personale e anche del pauroso crollo del potere di convincimento del Capo.
Proprio per questo si rafforzerà dopo la defezione finiana l’impressione che il tempo di Berlusconi sia scaduto.

da Europa quotidiano 30.07.10

Governo inadeguato a fronteggiare la vicenda Fiat

Bersani: “Quale Italia abbiamo in mente? Che cosa fa l’esecutivo?”. Fassina: Gravissima la scelta di fuoriuscire dal contratto nazionale e da Confindustria”. E i senatori Pd in Commissione lavoro indicano quattro punti per uscire dall’impasse
Non ha dubbi Pier Luigi Bersani nell’indicare al governo qual è la priorità assoluta per il Paese: il lavoro. E lo fa prendendo spunto dalle ultime vicende che hanno visto la Fiat come protagonista: la costituzione della newco Fabbrica Italia Pomigliano, gli annunci di voler fuoriuscire dal sistema di contrattazione nazionale e dall’alveo di Confindustria.

Per il segretario del Pd, “il rischio che la palla di neve diventi una valanga non è questione di questo o quel sindacato: è una questione politica e di governo. Quale Italia abbiamo in mente? Sul recupero di efficienza del sistema industriale e dei servizi, non c’è dubbio, bisogna fare molto di più e non è solo questione di contrattazione”.

Non è quindi improprio domandasi se “per mantenere l’industria in Italia, dobbiamo forse portare l’Italia negli Stati Uniti o magari in Cina? Io credo – ha aggiunto Bersani – che l’Italia debba rimanere in Europa e cercare la sua strada con delle riforme anche incisive e difficili ma che non smantellino i pochi strumenti unificanti e coesivi che abbiamo, in un Paese che già tende a dissociarsi e a frantumarsi”.

In questi mommenti cruciali – si chiede e chiede Bersani -“che cosa fa il governo? Che cosa pensa? Noi chiediamo un confronto vero, una discussione parlamentare su una questione così di fondo”.

Anche i senatori del Pd che compongono la commissione Lavoro di Palazzo Madama hanno richiamato l’attenzione dell’esecutivo sull’argomento, mettendo in rilievo, in un documento, “la grave inadeguatezza dell’azione del Governo di fronte alle sfide che la vicenda Fiat pone al Paese” e individuando quattro prospettive di lavoro per uscire dall’impasse. In particolare, è necessario:

1) Porre il Paese nella condizione di consolidare la propria struttura produttiva, migliorandone la capacità di innovazione e la competitività, e di attirare investimenti, eliminando i fattori che oggi indeboliscono l’iniziativa industriale sul nostro territorio.

2) Stimolare il sistema delle relazioni industriali a darsi urgentemente le regole in materia di rappresentanza e di rapporti tra contrattazione collettiva nazionale e azienda ledi secondo livello, indispensabili per garantire – con l’efficacia ed effettività della contrattazione sui piani industriali innovativi – l’apertura del tessuto produttivo nazionale all’innovazione di processo e di prodotto.

3) Valutare, in accordo con le parti sociali, la possibilità di attivare un intervento del legislatore in via sussidiaria, con l’emanazione di una disciplina di regolazione della rappresentanza e delle relazioni collettive.

4) Attivare una negoziazione del Governo con le parti sociali in materia di infrastrutture, di ricerca applicata, di formazione e riqualificazione professionale, di assistenza e sostegno ai processi di ristrutturazione industriale, idonee a incentivare la dislocazione in Italia degli insediamenti produttivi più avanzati sul piano tecnologico ed organizzativo, da portare rapidamente al confronto parlamentare, al fine di assumere coerenti iniziative sul piano della programmazione economica e, laddove necessaria, dell’iniziativa legislativa.

Firmatari del documento sono stati i senatori Tiziano Treu, Giorgio Roilo, Benedetto Adragna, Tamara Blazina, Rita Ghedini, Pietro Ichino, Paolo Nerozzi e Achille Passoni.

Per Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Pd, “la scelta della Fiat di procedere alla fuoriuscita dal contratto nazionale e dall’alveo di Confindustria attraverso Fabbrica Italia Pomigliano è gravissima.
La balcanizzazione delle relazioni industriali è una deriva perdente per tutti”. Lo dichiara di Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria del Pd. A giudizio dell’esponente dem, “l’inerzia del governo sul fronte della politica industriale e la complicità di Sacconi verso lo smantellamento delle relazioni industriali indebolisce non solo i lavoratori ed i sindacati, ma un’infrastruttura immateriale fondamentale per la competitività del Paese”.

www.partitodemocratico.it

"Prepariamoci al dopo, senza pasticci", di Marina Sereni

Si respira un clima pesante nella destra italiana. Nelle aule e nei corridoi di Montecitorio regnano l’incertezza, la confusione, il retroscena sui colloqui veri o presunti tra esponenti politici dei due schieramenti. E intanto fuori, nel paese reale, ci sono lavoratori che perdono il posto, ragazzi e ragazze che non hanno alcuna certezza per il futuro. Ci sono imprese che faticano a resistere alla crisi, terremotati abruzzesi che non vedono la prospettiva di una vera ricostruzione. Mentre, a causa delle scelte della Fiat, nell’assenza impressionante di una qualche politica del governo (e per ora anche di un ministro), viene al pettine un grande nodo che riguarda la competitività del nostro sistema industriale e di un settore importante come l’auto. Sia che nel Pdl in queste ore si faccia la pace (o la tregua) sia che si vada ad una rottura, ci sono due dati da cui il maggior partito dell’opposizione non può prescindere: è necessario mettersi in sintonia con le persone in carne ed ossa, con chi lavora e produce, con i problemi veri dell’Italia, fare un’opposizione efficace e denunciare con forza che questo centrodestra non è in grado di governare.
Al tempo stesso dobbiamo saper vedere che siamo di fronte al fallimento del Pdl e alla conclusione di una lunga stagione politica che ha segnato nel bene e nel male (per noi più nel male che nel bene) la vita di questo nostro paese negli ultimi due decenni. Attenzione, Berlusconi non è ancora uscito di scena, combatte, cerca in ogni modo di distruggere gli innumerevoli ostacoli che sta incontrando nel suo cammino: Fini è il primo della lista ma non è l’unico, ormai la partita del “dopo Berlusconi” è aperta nel centrodestra e la Lega può decidere di separare il suo destino da quello del premier.
Di fronte a questo scenario, oggettivamente in movimento, il Pd non può stare fermo e condannarsi all’irrilevanza. Dobbiamo lavorare a costruire una fase nuova, a mobilitare forze, a fare proposte per cambiare l’Italia nel segno dell’eguaglianza e della crescita.
Prima si scrive la parola fine sotto il racconto berlusconiano, prima riusciamo a «mandarlo a casa» – come ci chiedono i nostri militanti ed elettori in questi giorni nelle feste del Pd – meglio è per l’Italia.
Non può esserci contraddizione tra la missione per cui il Pd è nato e l’assunzione di un’iniziativa in grado di fronteggiare eventuali accelerazioni politiche e istituzionali nella crisi in atto nel centrodestra.
Se si dovessero creare le condizioni per l’apertura di una fase di transizione così da giungere alle elezioni avendo affrontato alcune riforme sia sul terreno economico-sociale sia su quello istituzionale, ciò potrebbe rappresentare un bene per il paese e il Pd non potrebbe che essere partecipe di questo passaggio.
Una sola cosa non possiamo permetterci: che la fine dell’era berlusconiana (ancora non scontata ma certo finalmente possibile) coincida con la fine del bipolarismo italiano. Un bipolarismo imperfetto, che ha consentito l’alternanza ma non ha prodotto la maturazione di campi alternativi coerenti e capaci di realizzare le riforme necessarie per rendere l’Italia più dinamica e più giusta.
Una scomposizione e ricomposizione del quadro politico è possibile, e il Pd deve porsi il problema di interloquire sia con forze moderate che potrebbero liberarsi nella crisi del centrodestra sia con realtà della sinistra dispersa in tanti rivoli ma interessate a misurarsi con la sfida del governo. Così come occorre guardare con più attenzione a risorse della società civile che in un momento come questo possono rendersi disponibili e mettersi al servizio di un progetto di cambiamento vero.
Insomma, dire che il Pd è pronto a concorrere a un’eventuale fase di transizione non significa aprire la strada a pasticci o a riforme che facciano tornare al passato il nostro sistema politico. Per le stesse ragioni non mi appassiona il gioco del sondaggio sulla leadership e credo che sia sbagliato dall’interno del Pd strizzare l’occhio all’iniziativa di Vendola. Le sue “fabbriche” possono essere utili a riaggregare forze disperse, a lanciare idee e a contribuire a un’affermazione del centrosinistra soltanto se Nichi abbandona l’idea di mettere in difficoltà il Pd.
Non sappiamo ancora quando e come si arriverà alle elezioni: porre la questione della leadership del centrosinistra senza avere idea del quadro che ci troveremo davanti è in maniera evidente soltanto un modo per aprire una competizione interna al centrosinistra che rischia di restringere anziché allargare il campo.
Ma ciò che ci chiedono gli elettori stanchi di Berlusconi e sfiduciati è che il centrosinistra sappia mettere insieme le sue forze attorno a un’idea forte e comprensibile per il paese. Ora è più chiaro che se il Pd rinuncia a giocare il ruolo, che gli spetta, di perno e di architrave del campo progressista si apre la strada a giochi che, da destra o da sinistra, minano alle fondamenta il nostro progetto.

da Europa Quotidiano 30.07.10

"Bersani: è crisi, fase nuova premier subito in Parlamento", di Giovanna Casadio

«Questa è una crisi, Berlusconi venga in Parlamento». Pier Luigi Bersani aspetta di leggere il documento dell´ufficio di presidenza del Pdl che segna lo strappo con Fini, prima di schierare il Pd all´attacco. «I governi si fanno e si disfano in Parlamento, le crisi devono essere limpide. E Fini non si tocca», rincara Rosy Bindi. I Democratici stamani chiederanno in aula a Montecitorio che il premier venga a riferire. Se così non sarà, sono disposti all´ostruzionismo sui due decreti in discussione.
Quando la situazione politica precipita con le accuse a Fini e con la richiesta delle sue dimissioni da presidente della Camera, non avendo più la fiducia del centrodestra, sono le opposizioni a difenderlo. Dario Franceschini, capogruppo Pd alla Camera, ricorda a Berlusconi il rispetto della Costituzione: «Il premier non dispone della presidenza della Camera come fosse una sua proprietà. Noi non abbiamo votato Fini ma dal momento in cui è stato eletto, è il presidente di tutta la Camera, anche dell´opposizione». Di Pietro, il leader di Idv, invece esorta Fini a dimettersi: «Si vede che Berlusconi e i suoi hanno perso la testa. Fossi in Fini, mi dimetterei, così potrà riacquistare dignità e ricominciare a fare politica senza tapparsi il naso votando leggi vergogna».
Nella giornata in cui il Pdl e il governo sono nella impasse più grave, il segretario dei Democratici ha coltivato il feeling con Fini («Il deferimento dei finiani? Fanno processi agli innocenti») ma soprattutto pensa che bisogna «essere pronti a qualsiasi evenienza». A cominciare dal governo di transizione. Tanto che al saluto pre-ferie con i deputati, Bersani è trascinato da Castagnetti a brindare: «A un nuovo governo». Perché – afferma – «le elezioni anticipate non sono nelle nostre intenzioni, né nelle nostre disponibilità». Ma è convinto che si debba aprire una «fase nuova». Quindi, sì a un governo per l´emergenza. Anche con i finiani. «Se si parla di democrazia parlamentare da ristabilire, di legalità, di temi fondanti, noi non abbiamo pregiudiziali». Proprio Gianfranco Fini del resto, ha tessuto le lodi di Bersani in un´intervista sul Foglio di ieri.
Tuttavia, «la palla sta dall´altra parte del campo», aveva avvertito il segretario, incitando i suoi: «Alla ripresa dell´attività parlamentare, anche per quello che sta accadendo in queste ore, avremo le condizioni per fare tutti insieme più opposizione e costruire un progetto di alternativa per l´Italia». Parole che puntano a rassicurare quella parte del partito insofferente all´ipotesi delle grandi intese. Veltroni, l´ex segretario e leader di minoranza, è tra questi. I veltroniani temono «manovre che affossino il bipolarismo» e inciuci tra D´Alema e Casini che portino al modello tedesco della Grosse Koalition.
Su questo, Bindi invoca chiarezza: «Se siamo chiamati al senso di responsabilità, prenderemo in considerazione un governo breve di transizione. Ma sia chiaro che nessun ministro dell´attuale governo potrebbe guidarlo». È un altolà a Tremonti. Beppe Fioroni chiama al «governo tecnico per affrontare l´emergenza». Nelle file del Pd ci sono anche i “puristi del voto”. Ai quali replica Franceschini: «La maggioranza è esplosa, però invocare il voto rischia di portare a una situazione tripolare».

La Repubblica 30.07.10

Intercettazioni, il ddl slitta a settembre

Non c’è più fretta di regolamentare le intercettazioni. Il voto sul disegno di legge per due anni al centro di un tira e molla tra le varie anime della maggioranza, slitta a dopo la pausa estiva. La conferenza dei capigruppo della Camera ha infatti deciso di avviare in aula la sola discussione generale con i tempi contingentati. Il voto viene rimandato così a data da destinarsi, comunque a settembre o anche oltre.

LA LEGGE CONTESTATA – Negli ultimi due anni il ddl fortemente voluto dal premier Berlusconi ha alimentato un fuoco inesauribile di polemiche. In Parlamento si sono susseguite decine di audizioni tra Camera e Senato di magistrati, giornalisti e giuristi, con migliaia di pagine di emendamenti e sub-emendamenti, mentre fuori dal palazzo infuriavano adunate di piazza, cortei, manifestazioni. Ora la legge sulle intercettazioni potrebbe tornare in soffitta. La maggioranza ha deciso di rimandare la discussione finale rinunciando al voto sulle questioni pregiudiziali sollevate dall’opposizione, un passaggio che avrebbe potuto riservare più di qualche insidia. La discussione generale del provvedimento servirà per intanto a incardinare il testo in Aula. Prima si voteranno i due decreti in scadenza, poi, la discussione generale sul ddl. Quindi Montecitorio chiuderà per ferie.

TESTO SNATURATO – La decisione sembra in qualche modo discendere dalle dichiarazioni rese da Berlusconi, secondo il quale il testo sarebbe stato così tanto «snaturato», da non avere più «senso». «La legge sulle intercettazioni – aveva spiegato il premier – è stata massacrata da tutti gli interventi» che ha subito, tanto che «sono tentato dal ritirarla». In questo modo si eviteranno anche le temute imboscate dei finiani e le punzecchiature del Colle, che in un primo momento aveva preannunciato che non avrebbe firmato un provvedimento «con profili di incostituzionalità».

L’ITER – Il provvedimento, che sarebbe dovuto tornare al Senato per confermare le modifiche introdotte a Montecitorio e che puntava anche ad abbreviare gli ascolti (75 giorni prorogabili di 15 in 15), ha scatenato le critiche del centrosinistra, quelle dei magistrati e quelle dei cronisti, che il 9 luglio scorso, contro il ddl, hanno anche organizzato uno sciopero di protesta. Dal centrosinistra si leva anche qualche voce maliziosa, secondo le quali «molte delle intercettazioni che il Pdl voleva impedire che venissero pubblicate sono già uscite sui giornali», pertanto, il testo non avrebbe più «una gran utilità».
FRANCESCHINI – Il presidente dei deputati Pd, Dario Franceschini, spiega che «Fini aveva proposto di fare una calendarizzazione» sul ddl intercettazioni «per le prime due settimane di settembre». Ma, aggiunge, «noi abbiamo fatto presente che per decidere sul calendario di settembre occorre un’altra capigruppo che, a questo punto si farà a settembre». La discussione in aula sul ddl intercettazioni, inizierà in coda all’approvazione dei due decreti sul trasporto marittimo e sull’energia. Le intercettazioni sono state messe all’ultimo punto del calendario del 30 luglio.

Il Corriere della Sera 30.07.10

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“Bavaglio bye-bye?”, di SImona Caleo

E’ solo una sospensione, ma viene accolta ugualmente con grande soddisfazione dai manifestanti raccolti davanti a Montecitorio. La notizia del rinvio a settembre della discussione del ddl intercettazioni, poi confermata ufficialmente, è circolata tra i manifestanti nel pomeriggio, ed è stata accolta come una vittoria.

E’ la piazza alla quale ci hanno abituato le manifestazioni degli ultimi mesi, fatta di una vitale aggregazione di gruppi e associazioni – queste ultime, soprattutto: numerose, instancabili, testardamente presenti. Sono tutti d’accordo, ad esempio, nel non considerare affatto risolutive le modifiche apportate al decreto negli ultimi giorni, ma è innegabile, hanno comunque il sapore di una mezza e sudatissima vittoria. “Da ascrivere alla grande iniziativa di mobilitazione civile che c’è stata in questi ultimi mesi” dice Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil, che promette di proseguire la battaglia in autunno, portandola avanti insieme a quella in difesa degli operatori dell’informazione, in balia di tagli e chiusure senza appello.

“Abbiamo visto che c’è una grande parte della società italiana che non accetta più di farsi scippare il diritto di sapere”, dice alla piazza Roberto Natale, presidente della Fnsi : “Un movimento che ha prodotto anche una rivitalizzazione del lavoro del Parlamento, mai così alacre come in questi giorni”.

Il rinvio a settembre è “una goduria” per Arianna Ciccone, leader del movimento Valigia Blu, che azzarda un “legge bavaglio bye-bye” mentre si guarda intorno con un certo compiacimento. “Guarda qui, è il 29 luglio, ci siamo sempre. E ci saremo: dopo la legge bavaglio metteremo mano alla governance della Rai e alla legge elettorale. I cittadini si impegneranno in questo”.

“L’unica cosa che capiscono sono le ferie” è il commento di Antonio Di Pietro alla notizia dello slittamento a settembre. “Ma non è sufficiente il rinvio di questo ddl, perché resta comunque non emendabile”. Mentre invita gli astanti, con la consueta enfasi, ad aver paura del Berlusconi che c’è in loro e non solo di quello che siede al governo.

“Siamo i nuovi partigiani” annuncia un rappresentante del Popolo Viola appena raggiunto il microfono. E quando si intonano Bella Ciao, verso la fine della manifestazione, il coro si leva contagioso.

L’Espresso 30,.07.10