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"Università, passa la riforma «epocale» del ministro Gelmini", di Giuseppe Vittori

Via libera dall’aula del senato, in prima lettura, al ddl Gelmini di riforma dell’Università, che ora passa all’esame della Camera. Il ministro l’ha definita «epocale». Molte le nuove regole: dal reclutamento di professori e ricercatori ai mandati a tempo per i rettori. Il ministro Gelmini ha anche garantito, attraverso un ordine del giorno, che c’è l’impegno del governo a recuperare una parte del taglio di unmiliardo e 300 milioni della scorsa Finanziaria. In particolare, «40 milioni di euro per ripristinare gli scatti di stipendio ai ricercatori». «Sulle risorse all’Università per ora dal governo solo promesse e niente fatti. Lo ribadiamo: i tagli penalizzano soprattutto i giovani, gli studenti, i ricercatori, i giovani studiosi che restano esclusi dalla possibilità di carriera accademica» ha detto la senatrice Vittoria Franco del Pd. Ecco una sintesi delle principali novità.

Rettori a tempo (massimo 8 anni) – I «magnifici» potranno restare in carica al massimo 8 anni. Sono possibili due incarichi consecutivi da4 anni ciascuno. La normaè applicata dall’entrata in vigore della legge. I rettori già al secondo mandato, quindi, non potranno ricandidarsi.

Sfiducia rettori – Rettori sotto controllo: i capi di ateneo inadeguati, in futuro, potranno incorrere in una mozione di sfiducia da parte del senato accademico. chi ha amministrato male potrà essere messo da parte, dunque. Ma ai senatori accademici servirà comunque una maggioranza qualificata (3/4 dei membri) per poter proporre la mozione al corpo elettorale.

Ricercatori a tempo – Riforma del reclutamento con l’introduzione del sistema di «tenure-track»: nuovi contratti a tempo determinato (minimo 3 massimo 5 anni) seguiti da contratti triennali «tenure- track», al termine dei quali se il ricercatore sarà ritenuto valido dall’ateneo sarà confermato a tempo indeterminato come associato. in caso contrario terminerà il rapporto con l’università. si abbassa, quindi, l’età in cui si può cercare di entrare in ruolo, da 36 a 30 anni, e sale anche il primo stipendio da 1.300 a 2.000 euro.

Semplificazione e accorpamenti – Facoltà e dipartimenti dovranno essere semplificati: le prime potranno essere al massimo 12 negli atenei. per evitare sdoppiamenti gli atenei vicini possono federarsi o fondersi. Cda, salta obbligo 40% esterni – i cda non dovranno più avere obbligatoriamente il 40% di membri esterni. con la modifica apportata dal senato dovranno avere un minimo di 3 componenti esterni se i membri sono 11 in totale, 2 se sono meno di 11.

Obbligo presenza docenti – I docenti avranno l’obbligo di certificare la loro presenza a lezione. almeno350 ore dovranno essere destinate ad attività di docenza e servizio per gli studenti.

L’Unità 30.07.10

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Università: riforma dei tagli in arrivo

Il ddl è in fase di approvazione al Senato. Entro domani sera l’Aula di Palazzo Madama darà il via all’iter legislativo di una riforma approssimativa e fatta da tagli lineari e indiscriminati
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Il ddl di riforma dell’Università è in fase di approvazione. L’aula del Senato ha concluso le votazioni degli emendamenti al disegno di legge, anche se devono essere ancora votati alcuni articoli rimasti in sospeso a causa di emendamenti accantonati. Il voto finale è previsto per il tardo pomeriggio di domani. Dopo il via libera del Senato, il ddl Gelmini ad ottobre sarà al vaglio della Camera. Purtroppo non è un sogno ma un incubo che diventa realtà mutilando il mondo del Sapere. Approssimazione, tagli lineari e indiscriminati saranno alla base di una riforma che è più che un passo indietro.

“Ancora una volta la distanza tra le parole del ministro Gelmini e la realtà è siderale. Appena pochi giorni fa, sui giornali e in Aula al Senato, il ministro aveva garantito alcuni interventi fondamentali per dare prospettive ai giovani ricercatori, sbloccando il reclutamento, per ridurre il precariato, per introdurre un giusto ricambio generazionale, adeguando l’età di pensionamento dei docenti agli standard europei” Così Marco Meloni, della segreteria del Pd, responsabileUniversità e Ricerca.

“Ebbene, nel provvedimento approvato oggi al Senato non c’è una sola novità, nessuna norma che dia una risposta a tali questioni. Nulla per i ricercatori, nulla per gli studenti. E ovviamente nessuna risorsa, ma solo generici impegni. Più che una riforma una riformetta, comunque inattuabile, fondata sulla parola d’onore di un governo alla cui parola non si può credere, perché finora sull’Università e sulla Ricerca ha saputo solo disinvestire. In altre parole, una scommessa al buio sulla pelle dell’Università. Ma il ministro ha presente le condizioni della nostra Università? E’ purtroppo facile prevedere che a settembre gli Atenei avranno gli stessi identici problemi di oggi, tanto che sarà difficile persino il regolare avvio dell’anno accademico.
Non ci resta che auspicare che questa riforma sbagliata e priva di risorse possa essere modificata radicalmente dalla Camera dei Deputati”.

“Tagli invece di investimenti, a questo si riduce la riforma dell’Università italiana proposta dal governo, ma una vera riforma per i nostri atenei non si può fare con i tagli e senza risorse. Senza soldi non si possono fare miracoli e soprattutto non si può avviare una programmazione seria del sapere che guardi al futuro dei giovani e del Paese”. Questo è il commento alla riforma della senatrice Pd Vittoria Franco della commissione cultura nel suo intervento al dibattito generale sulla riforma universitaria nell’Aula del Senato.

“Mentre altri Paesi europei – ha spiegato la Franco – hanno risposto alla crisi aumentando gli investimenti in formazione e ricerca, il ministro Tremonti ha pensato bene, ancora prima della crisi nel 2008, di operare un bel taglio di un miliardo e mezzo circa. Evidentemente, ha ritenuto che l’Università dovesse essere tra i soggetti da punire. Eppure, in Italia si spende per l’Università molto meno della media europea e OCSE e noi occupiamo le ultime posizioni per percentuali di laureati”.

“Questo è un testo – ha proseguito la senatrice Franco – che penalizza in particolare i giovani da una parte come studenti nel diritto allo studio, quello vero, che promuove la mobilità sociale e premia gli studenti meritevoli, nonché privi di mezzi, come recita la nostra Costituzione. Il Fondo per il merito, previsto all’articolo 4, è una semplice finzione, priva di efficacia, non disponendo di una seria e certa copertura finanziaria, come ha riconosciuto anche il relatore nella sua relazione. Dall’altra la riforma penalizza i giovani che desiderano intraprendere la carriera accademica. L’emendamento all’articolo 18, presentato per l’Aula dal relatore, infatti, peggiora ulteriormente la condizione dei giovani studiosi perché allunga indiscriminatamente il periodo di incertezza e di
precarietà. In Commissione sono stati accolti nostri emendamenti a favore dei ricercatori a tempo indeterminato che invece in base al testo del Governo erano lasciati senza futuro. Nessuna delle nostre proposte è stata invece accolta per i ricercatori a tempo determinato, figure create dalla
precedente legge Moratti”.

“Un Paese che non si prende cura dei giovani e della loro intelligenza è destinato al declino. Questo purtroppo è il rischio che si corre. Noi questo – ha concluso Vittoria Franco – non vogliamo accettarlo, non l’accettiamo e faremo di tutto per cambiare con grande senso di responsabilità, impegno e passione il testo al nostro esame, per il bene dei nostri giovani, della nostra università, della ricerca, dell’innovazione e del futuro del nostro Paese”.

Per i senatori Antonio Rusconi, capogruppo PD in commissione Istruzione, e Mauro Ceruti, oggi, durante la discussione sul ddl università, è stato presentato l’emendamento 1.317 (Ceruti, Rusconi) che consente alle università “che hanno conseguito la stabilità e sostenibilità del bilancio, il cosiddetto emendamento ‘salva università eccellenti’, di poter derogare alle restrizioni imposte dalla legge, come premio per la loro virtuosità. L’emendamento in questione, per la cui approvazione si erano spesi in molti, dai rettori a Confindustria, è stato bocciato dalla maggioranza. Così i due senatori del PD commentano la bocciatura:
“Così anche l’emendamento ‘salva università eccellenti’ è stato bocciato in Senato dalla maggioranza. In particolare, è stata messa fuori gioco l’Anvur, l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca. Neppure alle università eccellenti sarà riconosciuta quell’Autonomia e quella Responsabilità che avrebbero dovuto essere i principi cui ispirarsi per riformare il mondo accademico italiano. Questi avrebbero dovuto essere i principi su cui affermare la rigorosa Valutazione degli atenei da parte di un’autorità terza, l’Anvur, appunto. Ma senza Autonomia e Responsabilità non ci potrà essere una seria Valutazione! E senza Valutazione non potrà emergere il Merito! Su questo emendamento pareva esserci convergenza da parte di maggioranza, opposizione e ministro, oltre al consenso del mondo universitario, della società e della Confindustria. E invece anche la bocciatura di questo emendamento mostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che Autonomia, Responsabilità, Valutazione e Merito sono proprio i principi che questa legge penalizza, ma sarebbe meglio dire calpesta”.

“Altro che semplificazione – ha continuato Ceruti – c’è più burocrazia. Altro che Autonomia: più norme centraliste. La vittima? Il Merito! In questo caso, l’abolizione dei Dipartimenti di lingua e cultura nazionale in tutti gli atenei italiani. Saremo l’unico Paese dell’Occidente a non avere Dipartimenti di lingua e letteratura italiana. Proprio un bel modo di celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia”. Lo dichiara il senatore del PD Mauro Ceruti a proposito del ddl sulla riforma dell’università in discussione oggi al Senato.

“Oggi in aula sono state clamorosamente smentite le dichiarazione rese dal ministro Gelmini al Corriere della Sera, con le quali annunciava un emendamento della maggioranza volto ad abbassare l’età pensionabile, confermando l’incapacità di proporre un vera riforma del sistema universitario e la preferenza per un pavido bricolage dell’esistente”. Lo hanno dichiarato i senatori del PD Massimo Livi Bacci e Antonio Rusconi, capogruppo in Commissione Cultura a proposito della riforma universitaria al voto oggi in Senato.
Nel corso della discussione in Senato, è stato lungamente discusso l’emendamento 19.300 del PD sull’abbassamento dell’età al pensionamento dei professori di ruolo a 65 anni. L’emendamento conteneva tre importanti elementi: il primo era il permesso agli atenei di stipulare contratti (a titolo oneroso o gratuito) con i professori fuori ruolo per compiti didattici o di ricerca; il secondo garantiva l’accesso a fondi di ricerca pubblici; il terzo disponeva che le risorse così risparmiate dagli atenei venissero destinati – mediante lo sblocco delle assunzioni – al reclutamento di ricercatori e associati.
L’emendamento, illustrato dal senatore Livi Bacci, e ulteriormente approfondito dal senatore Rusconi in sede di dichiarazione di voto, ha suscitato un vivacissimo dibattito, contenuto solo dai limiti posti dal contingentamento dei tempi di discussione.
“È evidente – spiegano i due senatori del PD – la funzione di accelerazione del rinnovo del corpo accademico che tale proposta, se accolta, avrebbe generato, senza peraltro perdere il capitale di esperienza e conoscenza dei professori più anziani e più capaci che continuerebbero ad operare nell’ambito accademico. La maggioranza ha però respinto l’emendamento, accogliendo solo un generico ordine del giorno proposto dal Pdl volto ad impegnare il governo a considerare un rimodulamento dell’età pensionabile”.

A rincarare la done è intervenuto anche il senatore Stefano Ceccanti. “Mentre discutiamo in Aula di riforma universitaria – ha dichiarato – ho presentato stamani un’interrogazione al ministro Gelmini per segnalare una grave anomalia. Dei 116 recenti concorsi banditi dalle università telematiche, solo in 68 casi si è proceduto alla nomina delle commissioni che spettano a ciascun ateneo, mentre i nomi dei nominandi sono noti da vari mesi, in alcuni casi dal novembre 2009. Sembra che ciò sia dovuto al fatto che, per ricevere finanziamenti ministeriali, sia sufficiente bandire i concorsi senza procedere poi alla loro effettiva attuazione. Ciò penalizza alcune centinaia di giovani che hanno presentato domanda nel corso del 2008. Per questo ho chiesto al ministro di sapere quali siano i dati in possesso del Ministero, quali azioni voglia il ministro intraprendere per chiarire i motivi di tali ritardi (anche d’intesa con la Conferenza dei rettori) e per garantire l’insediamento delle commissioni giudicatrici in questione, ed entro quale termine si preveda la loro definitiva nomina, da parte dei rettori, anche su intervento dello stesso ministro”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"L'ora della libertà", di Ezio Mauro

L´irruzione della legalità ha dunque fatto saltare per aria il Pdl, mettendo fine alla costruzione politica e mitologica del più grande partito italiano nella forma che avevamo fin qui conosciuto, come l´incontro tra due storie, due organizzazioni e due leader in un unico orizzonte che riassumeva in sé tutta la destra italiana, il suo passato, il suo futuro e l´eterno presente berlusconiano.
Tutto questo è andato in pezzi, perché la legalità è come una bomba nel mondo chiuso del Cavaliere, dove vigono piuttosto la protezione della setta, l´omertà del clan, il vincolo di servitù reciproca di chi conosce le colpe individuali e il destino comune di ricattabilità perpetua. Trasformando la legalità in politica, Fini ha scelto il terreno più proficuo per mettere psicologicamente e moralmente in minoranza la potenza del premier, dimostrando la solitudine dei numeri e la debolezza dei muscoli. In più, si è posizionato su un terreno elettoralmente e mediaticamente redditizio, dove può nascere una cultura di destra-centro che provi per la prima volta a parlare insieme di ordine e di regole, di moralità e di Costituzione.
l rispetto delle istituzioni, la fedeltà alla Carta sono infatti l´altro grande fattore di rottura. Dalla semplice, ma insistita regolarità costituzionale con cui il presidente della Camera ha interpretato il suo ruolo e con cui ha segnato ogni suo intervento è nata una cultura politica che è rapidamente e inevitabilmente diventata antagonista rispetto al populismo berlusconiano, alla continua forzatura istituzionale, al primato della costituzione materiale basata su una concezione sovraordinata della leadership «unta» dal consenso popolare, e dunque suprema, libera da ogni separazione e bilanciamento dei poteri.
Sono queste due culture – una tutta prassi, imperio e comando, l´altra alla ricerca di uno spazio costituzionale, europeo e occidentale anche a destra – che non potevano più convivere. Disegnato il perimetro di una nuova destra-centro, Fini si è fermato ad aspettare l´inevitabile, che doveva accadere ed è accaduto. Preannunciato dal pestaggio mediatico sui giornali di famiglia e di altre famiglie asservite, un pestaggio con cui il Cavaliere annuncia sempre il suo arrivo in zona di guerra, ieri si è giunti di fatto all´espulsione, parola che non viene pronunciata nel documento del Pdl solo per un finto pudore di vocabolario, e perché ricorda troppo da vicino la pratica autoritaria del «centralismo democratico» comunista, che anche in Italia non tollerava il dissenso e cacciava i dissidenti.
È un pudore inutile, per due ragioni. La prima è che gli intellettuali e i giornali cosiddetti liberali in Italia sono strabici, e in questi anni sono riusciti a tollerare ogni sorta di sopruso ad personam: dunque ingoieranno questa repressione autoritaria del dissenso senza nemmeno ricordare quel che dicevano quando la minoranza del Manifesto fu cacciata dal Pci. La seconda ragione, è che il documento politico parla comunque chiaro, anzi chiarissimo, per oggi e per domani, fino alla parole con cui il premier rivuole indietro la presidenza della Camera, come se le istituzioni fossero cosa sua. Nessuna distinzione ideale, culturale, politica, organizzativa e soprattutto morale – dice quel testo – è possibile nel cerchio magico del berlusconismo, che giudica automaticamente «incompatibile» chi non la pensa come il leader, senza nemmeno rendersi conto dell´enormità illiberale di questa scelta. L´unica cosa che conta è l´invulnerabilità politica del Capo, anzi la sua intangibilità, nel culto sacrale dei sottoposti. Nella sua debolezza patente, spacciata per prova di forza, il Cavaliere pensa che una volta cacciato Fini il cerchio del potere tornerà a chiudersi su di lui virtuosamente come accade da quindici anni, cingendogli il capo davanti alla nazione prona e riconoscente.
Purtroppo per Berlusconi, le cose non stanno così. Questi ultimi tre mesi dimostrano che i numeri dei dissidenti sono sufficienti già oggi per farlo ballare a piacimento alla Camera, e domani al Senato. Fini ha già detto che non vuole ribaltare la maggioranza, dunque tecnicamente terrà in mano la sorte del governo ogni giorno, acquistando un rilievo evidente come attore politico e non solo come soggetto istituzionale. Ogni volta che vorrà, manderà a bagno il Cavaliere, nelle acque per lui meno salutari: la legalità, la moralità, la libertà d´informazione, l´economia, il federalismo e inevitabilmente il sistema televisivo, con il controllo totale della Rai da parte del padrone di Mediaset.
Tutto ciò, naturalmente, a condizione che il presidente della Camera sappia far politica da solo, in mare aperto, reggendo alle bastonature quotidiane che la fabbrica familiare del fango berlusconiana (sempre aperta) infliggerà a comando: con il risultato inevitabile di portare al pettine politico e parlamentare quanto prima la vergogna e la dismisura del conflitto di interessi, con buona pace dei liberali che da anni fingono di dimenticarlo. Ma Fini ha un obbligo in più: non può fermarsi, come tocca alle formazioni corsare, deve andare avanti, tessendo una politica e una cultura che se restano fedeli alla Costituzione possono essere utili alla repubblica. Vedremo se saprà farlo.
Già oggi, nel giorno dell´espulsione, due risultati politici sono chiari: il primo è il destino della legge bavaglio, sintesi delle pulsioni illiberali del premier – contro la legalità, contro l´informazione, contro un´opinione pubblica consapevole – e ormai apertamente disconosciuta dal suo autore: «Avevamo fatto un bel cavallo – ha ammesso il Cavaliere – ci ritroviamo un ippopotamo». Il fatto è che quel cavallo serviva al leader e ai suoi uomini di vertice per scappare alla vergogna degli scandali che li inseguono, a suon di intercettazioni legali, ed è stato fermato in piena corsa dalla protesta dei cittadini, dei movimenti, dell´opposizione parlamentare, di questo giornale, ma anche dalla tenuta dell´asse istituzionale tra Fini e Napolitano. Il secondo risultato politico è una conseguenza: la rete larga di opinione, di istituzioni e di politica che ha detto no al sopruso berlusconiano rende di fatto impossibile il ricorso da parte del Cavaliere all´arma fine di mondo, le elezioni anticipate.
Indebolito nel presente, bloccato nel futuro, il premier vede andare in frantumi anche l´epopea eroica con cui racconta il suo passato. Ciò che viene meno dopo la rottura con Fini è infatti lo stesso mito fondativo, l´epica primordiale dell´uomo che con l´alito creatore dà vita alla destra, indicandole nello stesso tempo il frutto proibito del dissenso, mentre ammonisce terribile e paterno: «Non avrai altro dio all´infuori di me». Da oggi, il creatore del Pdl torna ad essere una creatura politica come le altre, mentre anche a destra comincia finalmente la stagione inedita del politeismo, che porterà per forza al rifiuto del vitello d´oro: è solo questione di tempo.
L´unica soddisfazione, misera, è per l´istinto padronale di Berlusconi, che non misura la partita in termini di politica, ma di comando. Il Capo è appunto un uomo solo al comando, circondato dai Verdini, i Dell´Utri e i Brancher, che gli devono tutto e a cui lui deve di più, come dimostra l´intreccio esoso delle servitù incrociate, all´ombra degli scandali che circondano il fortino in cui è rinchiuso il governo, senza politica. L´unica politica, l´unico collante, l´unica ragione per rimanere in piedi è ormai il federalismo, un´ideologia altrui, che Berlusconi accetta per placare Bossi: inquieto ogni volta che deve spiegare alla sua gente gli affari, i favori, le manovre segrete della P3.
È un conto alla rovescia, oggi che nel popolo berlusconiano è cominciata davvero l´ora della libertà.

La Repubblica 30.07.10

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“Mi sono tolto un peso come con Veronica”, di Francesco Bei

«Mi sono tolto un peso, mi sento liberato. Come quando ho divorziato». Al termine di quello che sarà ricordato come il giorno più lungo della legislatura, Silvio Berlusconi tira un sospiro di sollievo e già pensa alla prossima campagna elettorale.«Vediamo quanti parlamentari gli andranno dietro. Se ci renderanno la vita difficile, torneremo al giudizio degli italiani». Consiglio di guerra a palazzo Grazioli. Dalla mattina entrano ed escono nel salotto del Cavaliere tutti i più stretti collaboratori, da Letta a Ghedini, da Bonaiuti a Bondi. Berlusconi non ha più remore, non ascolta più chi gli consiglia di non precipitare la situazione: «Basta, con questa rissa continua il Pdl ha già perso il 5 per cento nei sondaggi. Non sto fermo a farmi massacrare». Dopo pranzo nuova riunione con i coordinatori e i capigruppo per stendere la sentenza di condanna al presidente della Camera. Ma la decisione di rompere con Fini in verità è già stata presa la sera prima, a nulla è valsa la corsa notturna (in Vespa e sandali tedeschi) di Giuliano Ferrara al Plebiscito per scongiurare l´irreparabile.
Così, dopo averci dormito sopra, indispettito dalla lettura dei giornali, Berlusconi è andato a sfidare il nemico in campo aperto. «Andiamo alla Camera», ha ordinato a sorpresa alla scorta prima di pranzo. Mentre Fini presiedeva, il Cavaliere ha fatto ingresso nell´Aula durante le votazioni sulla manovra. Né uno sguardo né un saluto con Fini. Berlusconi gli ha voltato le spalle, ignorandolo platealmente. Quindi, seduto al banco del governo, a meno di due metri dalla poltrona di Fini, si è messo a discutere con Bobo Maroni le prossime mosse: «Voglio nominare sei nuovi sottosegretari. Poi voglio promuovere tutti gli attuali sottosegretari a viceministri… è un titolo più onorevole».
Il premier ragiona come se dovesse durare fino alla fine della legislatura. Ma non esclude più nulla. «Mettiamoci a lavorare alla campagna elettorale», ha detto a tutti quelli che negli ultimi giorni sono andati a trovarlo. Il ragionamento del premier non prevede infatti subordinate. Non esistono governi di transizione. Il piano, nel caso qualcuno volesse provarci, è quello di trasformare palazzo Madama nel “ridotto della Valtellina”, il luogo dove organizzare la difesa finale. «Al Senato avremo comunque la maggioranza – ha spiegato Berlusconi – e, se pure Fini riuscisse a provocare la crisi, diremo a Napolitano che non sosterremo nessun altra soluzione se non il ritorno alle urne. Io sono un imprenditore, al rischio sono abituato».
Visto che ormai ha deciso di affrontare a viso aperto i suoi nemici, Berlusconi è intenzionato ad andare martedì prossimo in Senato per pronunciare un duro j´accuse nei confronti delle procure, preannunciando l´istituzione di una commissione d´inchiesta parlamentare sull´uso «politico» della giustizia. Commissione che avrà gli stessi poteri dell´autorità giudiziaria, potrà chiedere ai pm le carte delle inchieste in corso sul Pdl e interrogarli in audizione. «Faremo il processo a chi ci vuole processare», preannuncia un falco berlusconiano. L´escalation contro i giudici è dovuta anche all´incubo che inizia a farsi strada a palazzo Grazioli. Tra ottobre e novembre è attesa infatti la sentenza della Corte costituzionale sul legittimo impedimento e i consiglieri giuridici del premier si aspettano una bocciatura. A quel punto, senza il lodo Alfano costituzionale, Berlusconi sarà privo di qualsiasi scudo. E a Milano ricomincerà a ticchettare il conto alla rovescia per la sentenza nel processo Mills. L´imperativo dunque è quello di passare subito al contrattacco.
Deciso a sistemare tutti i conti aperti, il premier sarebbe prossimo anche a un «chiarimento finale» con l´altro uomo forte del Pdl: Giulio Tremonti. Il ministro che, in queste settimane, di fatto ha commissariato palazzo Chigi, gestendo in proprio la difficile partita della manovra. Un confronto tra i due ci sarà a settembre, perché i nemici vanno affrontati «uno alla volta».
Berlusconi dunque pensa alle elezioni. Tanto che ha iniziato a prendere le misure a quello che considera già il suo prossimo sfidante: Nichi Vendola. Su di lui il premier ha chiesto sondaggi perché non ritiene la sfida tanto semplice. «C´è la convinzione – si leggeva due giorni fa sul “Mattinale” berlusconiano – che in Italia una leadership di sinistra radicale non avrebbe mai spazio. È la stessa convinzione che ha portato Bassolino prima e Vendola poi ad espugnare regioni tradizionalmente di centrodestra. Berlusconi è l´unico che può affrontare un avversario venuto dal nulla che appare come l´Obama italiano».

La Repubblica 30.07.10

Csm, eletti gli otto membri laici Il Pd vota Calvi, Giostra e Vietti

Il Parlamento elegge gli otto membri laici del Csm, cinque espressi dalla maggioranza e tre dall’opposizione, con l’Udc Michele Vietti che si accredita come il favorito per il ruolo di vicepresidente, la cui scelta spetta comunque al Plenum del Consiglio.
Tra i colpi di scena maturati nella notte c’e’ il siluramento del candidato finiano, Antonino Lo Presti, e dei professori Vincenzo Scordamaglia e Lorenzo D’Avack, indicati come vicini a Gianni Letta, nonche’ di due personalita’ vicine a Niccolo’ Ghedini e al ministro Angelino Alfano. Uno scontro si e’ verificato anche nel Pd, con Ignazio Marino che non ha votato i due esponenti indicati dal partito, contestando il metodo con cui sono stati scelti.

La giornata e’ iniziata alle 8,30 proprio con la riunione dei parlamentari Democratici, ai quali e’ stato comunicato che i due nomi ”in quota” Pd erano Guido Calvi, avvocato dei Ds e vicino a D’Alema, e il professore Glauco Giostra, di area cattolica. Marino ha subito contestato la scelta: ”Il Pd commette un errore quando riconduce sempre le sue scelte alle solite culture, il Pci e la Dc”, ha detto il senatore che ha anche criticato il ”metodo”. Alla fine solo quattro i contrari e sei gli astenuti sui 300 parlamentari. Ma all’annuncio di Marino della sua scheda bianca in aula, Bersani ha replicato con una nota: ”non si possono accettare posizioni difformi” da quelle votate dai gruppi, per ”un basilare principio di lealta”’ verso il voto dei parlamentari. Parole che possono alludere a provvedimenti disciplinari.

Il capogruppo Dario Franceschini, alla riunione, ha spiegato il motivo per cui il Pd ha scelto di appoggiare Michele Vietti nella corsa alla vicepresidenza. Visto che l’orientamento dei membri togati e’ moderato, se si vuole evitare l’elezione al posto di Nicola Mancino di un laico del centrodestra, e’ meglio puntare sull’esponente centrista, che ha ottime chance di consenso tra i magistrati. Cosa che non avrebbe un esponente vicino al Pd. A mezzogiorno i capigruppo del Pdl hanno comunicato ai propri
deputati e senatori i quattro nomi di loro spettanza, e qui sono arrivate le sorprese rispetto ai nomi dati per buoni ieri. Via il finiano Antonino Lo Presti, cosi’ come il candidato di Gianni Letta: in ballo erano i professori Lorenzo D’Avack e Vincenzo Scordamaglia, entrambi docenti alla Lateranense, l’universita’ del Papa. Entrano invece il professor Bartolomeo Romano, consigliere giuridico del ministro della Giustizia Alfano, e l’avvocato Filiberto Palumbo che ha assistito con Ghedini il premier nell’inchiesta di Trani Rai-Agcom. Dentro anche Annibale Marini, presidente emerito della Corte costituzionale e il costituzionalista Niccolo’ Zanon. A sorpresa per la Lega andra’ al Consiglio l’avvocato e parlamentare Matteo Brigandi’, al posto di Mariella Ventura Sarno, stoppata dal premier in nottata con una telefonata a Bossi: i timori erano che l’eta’ (77 anni) avessero impedito all’avvocato monzese di combattere a Palazzo dei Marescialli. Sono subito partite le polemiche. Il ministro Ignazio La Russa ha detto che Lo Presti non e’ stato sacrificato perche’ finiano, bensi’ perche’ ”troppo politico”. ”E’ falso” ha replicato Lo Presti, che ha raccontato che proprio Ghedini e Alfano gli avevano preannunciato la sua esclusione a causa dello strappo tra Fini e Berlusconi. Il loro timore espresso a Lo Presti e’ che possa non attenersi sempre alle indicazioni del gruppo dei laici del Csm, in particolare sul meccanismo del numero legale. Questo esiste quando sono presenti almeno quattro dei consiglieri laici, ed e’ l’arma in mano al centrodestra che ha cinque laici su otto, per bloccare iniziative sgradite.

L’Unità 30.07.10

"Condannato Brancher", di Giorgio Mottola

L’ex dirigente Fininvest dovrà scontare due anni in carcere per il ruolo avuto nella scalata ad Antoveneta. Ministro per 17 giorni, provò ad avvalersi del legittimo impedimento e fu costretto alle dimissioni.
Forse è davvero arrivata al capolinea la carriera politica di Aldo Brancher, ex pontiere tra Lega e Pdl e ministro senza deleghe per 17 giorni. Il giudice del Tribunale di Milano, Anna Maria Gatto lo ha condannato a 2 anni di reclusione nell’ambito del processo sulla scalata ad Antonveneta, Le accuse per l’ex frate paolino, divenuto manager di Fininvest negli anni ‘80 e parlamentare con Forza Italia nel 2001, erano ricettazione e appropriazione indebita. La sentenza ha accolto in pieno la richiesta del pm.

Aveva provato ad evitare il processo avvalendosi del legittimo impedimento dopo la nomina a ministro per l’attuazione al Federalismo, ufficializzata da Berlusconi all’insaputa degli alleati il 17 giugno scorso. Ma dopo le dimissioni, imposte dalla presa di distanza di Bossi e dalle aspre critiche di Napolitano, Brancher ha dovuto gettare la spugna e lasciarsi giudicare. Nonostante ciò l’ex ministro, che ha chiesto il rito abbreviato per il suo procedimento, non era presente ieri nell’aula del tribunale al momento della lettura della sentenza. «Voglio tutelare la mia famiglia da indebite divulgazioni», così l’ex ministro senza deleghe ha spiegato il motivo della sua assenza in una lettera inviata al giudice Maria Anna Gatto. Una scelta che nemmeno il pm Eugenio Fusco ha compreso: «L’unica persona che poteva fornire una versione diversa da quella di Fiorani era Brancher, ma non l’ha fatto», ha detto prima di chiedere una condanna a 2 anni di reclusione.

Secondo le accuse rivoltegli da Giampiero Fiorani durante gli interrogatori, Brancher avrebbe incassato, tra il dicembre e il novembre del 2003, 420 mila euro, derivanti da plusvalenze su azioni Tim e Autostrada, manovrate, stando alla ricostruzione del pm, direttamente dalla Banca popolare di Lodi per favorire il profitto dell’ex ministro. Questo gli è valsa la prima imputazione per appropriazione indebita.

L’accusa di ricettazione riguarda invece altri 600 mila euro, che l’ex uomo Finivest avrebbe ricevuto in diverse tranche: 100 mila consegnati in contanti da un collaboratore di Fiorani in un autogrill; altri 100 mila, a Roma nel 2005, dopo la bocciatura del decreto sul risparmio decretata direttamente dall’ufficio di competenza di Brancher, che all’epoca era sottosegretario al ministero del Welfare, retto da Maroni; l’ultimo versamento di 200 mila euro risale invece al marzo dello stesso anno. I soldi sarebbero stati il tornaconto per i buoni uffici svolti da Brancher in ambiente governativo per favorire l’opa su Antonveneta del Banco popolare di Lodi.

Nell’inchiesta furono coinvolti anche il sottosegretario Paolo Romani, l’ex presidente di Bankitalia Antonio Fazio e Roberto Calderoli cui Fiorani rivelò di aver donato una grossa somma di denaro per il salvataggio di Crediteuornord, istiuto di credito vicino alla Lega. Calderoli, che non ha mai ricevuto alcun avviso di garanzia in merito, è diventato poi uno dei più importanti sponsor di Brancher ministro.

da Terranews 29.07.10

"L’Aquila e il silenzio Rai", di Pierluigi Castagnetti

Rimuovere una colossale rimozione: questa la sfida raccolta dai 150 deputati del Pd che due giorni fa, insieme a Bersani e Franceschini, hanno visitato il centro storico dell’Aquila.
Dell’Aquila non si parla più infatti, non si vede più un’immagine, non c’è alcuna traccia di impegno nella manovra finanziaria che sarà approvata proprio oggi alla Camera.
Eppure L’Aquila, quindici mesi dopo il terremoto, è lì, paralizzata, senza vita e senza speranza. Prigioniera di una selva di decine o centinaia di migliaia di ferrotubi “Marcegaglia”, con macerie nascoste (come nel caso del palazzo del governo, in cui sono state semplicemente spostate dalla strada al cortile interno), con serrande e finestre chiuse come erano alle 3,32 di quella terribile notte, i fiori seccati nei vasi sui terrazzi, oltre 10mila attività commerciali e terziarie che animavano il centro storico morte, definitivamente morte, 15mila edifici gravemente danneggiati, 90 ettari della zona rossa off-limits per il pericolo crolli. Perché è bene sapere che L’Aquila era e viveva nel e del centro storico. Il centro storico non era semplicemente un quartiere, era il cuore della città e della provincia e quando il cuore si ferma tutto il corpo muore. E negli occhi dei pochi giovani e vecchi che vivono altrove e continuano a vegliare la loro città si legge la assenza di speranza, si legge la disperazione che «con qualche ragione» come ha detto Bersani, è stata urlata in faccia anche a noi non certo malcapitati, ma intenzionalmente capitati lì, a raccogliere rabbia e suggerimenti.
Il centro storico dell’Aquila è oggi la metafora del berlusconismo di governo, un misto di scenografia televisiva persino gioiosa per il pubblico, sì il pubblico televisivo, e di cinismo e abbandono per gli incolpevoli abitanti, usati quando serviva per gli spot e poi definitivamente lasciati a se stessi. A quindici mesi di distanza non c’è – di fatto – un euro per la ricostruzione: per ottenere lo sblocco di quei primi 700 milioni gli aquilani sono dovuti venire a prendersi le manganellate dalla polizia a Roma. Non c’è un provvedimento tipo la legge 546/77 (quella «per la ricostruzione e la rinascita del Friuli, colpito dal sisma del maggio 1976 o la legge 219/81 per la ricostruzione e sviluppo aree terremotate di Irpinia e Basilicata, e la legge 61/98 recante interventi urgenti in favore delle zone terremotate delle regioni Umbria e Marche colpite dal sisma del settembre 1997»). Non ci sono le immagini televisive, dunque, non c’è più il problema. Il sindaco, l’eroico Massimo Cialente, un valente medico che dopo poco tempo di apprezzatissimo lavoro parlamentare per amore della sua gente e della sua città è tornato a casa per fare il sindaco, oggi è solo. Senza mezzi, senza sostegno, senza interlocuzione e ascolto da parte del governo. Tutti gli aquilani sono soli. Gli studenti universitari sopravvissuti alla tragedia per lo più se ne sono andati a completare gli studi altrove e i giovani rimasti sono soli, senza lavoro, senza prospettive, senza spazi disponibili, relegati sulla strada statale ad annegare come possono la loro sofferenza di futuro.
E l’Italia non sa, non vede, non ne parla. Persino i cimiteri sono lasciati al loro destino, con bare riemerse in quella terribile notte e mai più sistemate: basta andare a Santa Rufina o a S. Demetrio Ne’ Vestini.
Abbiamo incontrato una straordinaria fotoreporter, innamorata di questa gente e di questa città, abituata a scavare dietro le immagini, che continua ad andare a L’Aquila a fotografare e a comparare foto dei luoghi a distanza di tempo, foto che raramente vediamo sulla stampa non più interessata a una terra che non è più nel cuore degli italiani. Ce ne ha mostrare alcune, quelle di Via Tempera ad esempio del luglio 2009 e del luglio 2010: un lato della via un anno fa era stato totalmente puntellato dalla ditta Trasacco, oggi non lo è più. Non riesce a darsi spiegazione, né pace: perché?, perché sono finiti i soldi per il noleggio dei ferrotubi?, perché non è necessario il puntellamento?, allora perché a suo tempo è stato fatto? Dettagli. Certo dettagli che inquietano e aiutano a capire le cose che non vanno. Ci mostra anche la foto di una magnifica chiesa del 1300, S. Erasmo Forconese, a suo tempo mostrata a Putin nella speranza che si potesse mettere una mano al cuore, puntellata nella facciata anteriore e abbandonata in quella posteriore che pure è in evidente pericolo di crollo. Dettagli. Sì, ma dettagli che inquietano e aiutano a capire.
Ma non è solo il centro storico ad essere abbandonato.
Si potrebbe parlare del quartiere, allora residenziale, di Pettino, raso al suolo. Gli aquilani giustamente vogliono sapere. Vogliono sapere se il museo a cielo aperto di ciò che fu una grande città è destinato a rimanere tale per sempre, e a quale futuro debbono prepararsi, o se vi è una qualche possibilità di ricostruzione, ed entro quanti anni e con quali risorse. Vogliono sapere se il loro terremoto è solo “loro”, o se è questione nazionale. Vogliono sapere perché da sei mesi non c’è più un rappresentante del governo che metta piede nella loro terra. E vogliono sapere perché nessuna televisione mostra più agli altri italiani le immagini della loro tragedia.
Il governo Berlusconi, nato sulle immagini dei rifiuti di Napoli, deve essere inchiodato alle sue responsabilità, comprese quelle di una cinica censura delle immagini vere de L’Aquila di oggi.
Toccherà a noi occuparcene appena torneremo al governo. Dovremo allora riparare questa colossale ingiustizia, chiedere alle reti Rai di mostrare per giorni e settimane queste immagini agli italiani, perché conoscano e perché sappiano, e poi un nuovo capo del governo con credibilità e autorevolezza morale adeguate dovrà rivolgersi a tutti gli italiani per invitarli a una mobilitazione e a una solidarietà nazionali, le sole che potranno dare risposta efficace a questa tragedia. Anche attraverso una legge di scopo per la quale il Pd è impegnato sin d’ora.

Europa quotidiano 29.07.10

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Tassa di scopo per ricostruire l’Aquila

“Siamo stati a l’Aquila, abbiamo attraversato un centro storico deserto, distrutto e senza cantieri aperti. Abbiamo incontrato una popolazione piena di dignità, abbiamo anche ascoltato le loro critiche e siamo pronti come Partito democratico ad appoggiare la richiesta di una tassa di scopo nazionale per restituire l’anima a una città che non è tale se non ha luoghi di aggregazione. Sarebbe una vera e propria prova di solidarietà da parte di tutto il Paese e di vero federalismo, non quello sulla carta di cui si vanta la Lega”. Così il vicepresidente vicario dei deputati del PD, Michele Ventura, parlando nell’aula di Montecitorio durante la dichiarazione di voto finale sulla manovra economica fortemente criticata dai democratici perchè ingiusta e priva di elementi di sviluppo. Michele Ventura ha ricordato i grandi dimenticati di una manovra che non fa pagare “nè i ricchi, nè gli evasori ma gli insegnanti, i poliziotti, gli agricoltori, i medici, le famiglie. Avete dimenticato il Mezzogiorno – ha concluso – Speriamo che per il suo rilancio non ci si riproponga il Ponte sullo Stretto”.

www.deputatipd.it

"Per Internet resta il bavaglio Sit-in dei blogger a Montecitorio" di Giuseppe Rizzo

Del passo indietro del governo sulla legge bavaglio sono state dette tante cose. Che rimane una legge anticostituzionale, che il provvedimento va ritirato lo stesso, che sulla libertà di informazione non si accettano contentini. In pochi però si sono accorti che un bavaglio è rimasto, ed è quello stretto sulla bocca di quanti, nell’era del giornalismo partecipativo, hanno in questi anni contribuito a fare della rete un serbatoio di informazione alternativa e autonoma. Parliamo di blog popolari come Macchianera (ricordate la vicenda del rapimento di Giuliana Sgrena?

Fu il blogger Gianluca Neri a pubblicare il rapporto dei militari americani su quanto accaduto svelando i loro omissis), Nazione Indiana (sulle cui pagine ha iniziato a pubblicare le prime inchieste Roberto Saviano), ma anche dei diari on line di migliaia di semplici internauti. Il comma 29 dell’art. 1 del ddl prevede che la disciplina in materia di obbligo di rettifica prevista dalla legge sulla stampa del 1948 si applichi ora anche a loro. Agli autori è chiesto di pubblicare ogni richiesta di rettifica ricevuta entro 48 e di pagare una multa che può arrivare fino a 12.500 euro nel caso non lo si facesse. Una condizione che è stata denunciata dal Pd con la campagna «Nessuno tocchi i blog» e che sul web ha creato molto malumore, tanto da spingere il «Comitato per la libertà e il diritto all’informazione e alla conoscenza» – sigla che raccoglie numerosi blogger e movimenti – a organizzare un sit-in di protesta di 24 ore, dalla mezzanotte di ieri a quella di oggi, davanti Montecitorio.

Chi non può essere lì fisicamente non rinuncia a manifestare il proprio dissenso sulla rete. Decine i commenti postati sulla nostra pagina Facebook. «Il problema è che – spiega Mauro Attanasi – si legge il mondo di oggi con occhiali di ieri. E questo, chiaramente, perché fa comodo. Fa comodo imbavagliare voci libere adducendo motivazioni che vanno bene per la stampa e le tv. Ma i blog sono un’altra cosa. Per carità, nessuno dice che non devono essere responsabilizzati, ma una cosa è la responsabilità, un’altra i bavagli. La rettifica entro 48 ore è impensabile per i blogger. Io ne ho uno, ma non mi collego tutti i giorni. E se la rettifica la leggo dopo una settimana che succede, pago decine di migliaia di euro perché magari sono in campagna senza connessione?».

C’è poi chi punta il dito sulla probabilità per gli autori dei «diari on line» di registrare il loro spazio al tribunale, come se fosse una testata giornalistica. «Prima di tutto – dice Anna Paola Sorga – perché se c’è obbligo di rettifica tutti si dovranno registrare a una qualche autorità, anche se non si sa bene quale, come fanno i giornalisti, fornire un domicilio legale e insomma andare incontro a tutti gli adempimenti burocratici propri della stampa».

Il problema percepito dal mondo del web, insomma, non è quello di una maggiore attenzione e precisione nella redazione dei propri blog, ma il passaggio da un eccesso a un altro. Da una situazione di assoluta libertà – che molti di loro giudicano a volte come controproducente – a una in cui i blogger non riusciranno ad aggiornare le proprie pagine perché impegnate con le continue rettifiche. Intanto, ne discutono. Con loro la politica. Tante le pagine nate a questo proposito sul social network statunitense. Da “Disobbedienza civile alla legge bavaglio” (83 mila sostenitori) a “I ragazzi dei Post-it”.
Con loro la politica. «No al bavaglio della rete – ha detto Dario Franceschini – Fermiamo questo scempio». Art.21, invece, ha raccolto oltre 10 mila firme. Alcuni blogger, infine, hanno preferito scrivere una lettera aperta al presidente della camera Gianfranco Fini.

L’Unità 29.07.10

"Bersani: berlusconismo finito. Siamo pronti alla transizione", di Maria Zegarelli

«A che punto siamo? Ognuno dica la sua, io dico la mia. Secondo me siamo arrivati alle colonne d’Ercole della vicenda berlusconiana». E la navigazione adesso, «procede in acque non conosciute», per questo il Pd è pronto ad «una fase di transizione che, in primo luogo, consenta una corretta democrazia parlamentare a partire dalla riforma elettorale».

Pier Luigi Bersani parla sommerso dagli applausi che scattano dai banchi del suo gruppo e da quelli dell’Udc, mentre si rivolge ai banchi del governo e lancia la palla: «A voi la responsabilità. Cercate di galleggiare andando avanti così? Chi vince le elezioni non ha in mano un destino divino, ma una responsabilità maggiore». Il segretario spinge per una svolta politica che segni la fine del governo Berlusconi e l’inizio di un governo di transizione per le riforme più urgenti, a partire dalla legge elettorale, prima di tornare al voto ma si becca subito le critiche di Arturo Parisi – «nel partito al riguardo le idee sono ancora troppe» – e del veltroniano Giorgio Tonini: «C’è da chiedersi in quale sede di partito o parlamentare si è discussa e decisa una posizione così impegnativa, al punto da mettere in gioco la strategia e l’identità stessa del Pd». Ma Bersani è convinto «che qualcosa stia succedendo sul piano politico che richiede una risposta politica».

La maggioranza viene quotidianamente travolta dalle inchieste giudiziarie: solo l’altro ieri la notizia che anche il sottosegretario alla giustizia Giacomo Caliendo è indagato per la P3. Berlusconi lo ha blindato, i finiani chiedono la sua testa, la fibrillazione è oltre ogni limite nella maggioranza. «Caliendo deve dimettersi», incalza Bersani, quanto a Denis Verdini, «spetta al buon senso del suo partito. Se il Pdl intende farsi rappresentare così … è libero di farlo». Intanto il l capogruppo Dario Franceschini annuncia che oggi, durante la capigruppo, chiederà a Fini la calendarizzazione della mozione di sfiducia nei confronti di Caliendo prima della pausa estiva.

«Caliendo farebbe molto bene a dimettersi prima», dice il capogruppo Pd, «ho la coscienza a posto», ribatte il diretto interessato. la commissione sulla p3 Ieri la presidente del Pd Rosy Bindi ha presentato una proposta di legge di iniziativa di singoli deputati per l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulla P3. Tra i firmatari, anche Zaccaria, Tenaglia, Corsini, Ferranti, Zampa, Levi, Capano, Miotto, Giulietti e Castagnetti e molti altri che si sono aggiunti in serata, dall’Api, all’Udc – i finiani ci stanno pensando – all’Idv che ha annunciato l’adesione come gruppo parlamentare, mentre Bersani la definisce un’ iniziativa «personale ma ben fondata». e non ha «nessun problema a firmarla».

«Sulla P3 abbiamo il dovere di indagare, conoscere a fondo e reagire per trovare il modo di uscire da una situazione sempre più compromessa», dice Bindi sottolineando che questa è una iniziativa personale dei singoli e sulla quale spera «si uniscano anche esponenti della maggioranza perché dovrebbero essere i primi a voler sapere cosa è avvenuto e si è deciso alle loro spalle». Tutti sanno bene che i numeri in parlamento lasciano poco spazio all’istituzione di una commissione così «scomoda» che tocca da vicino i vertici del Pdl, ma «c’è bisogno di dare un segnale forte, perché si parla di società segreta e trame occulte». Beppe Giulietti, di articolo 21, va oltre: «Vogliamo capire se c’è qualche connessione con l’inchiesta di Trani, se la P3 aveva contatti anche con membri delle Autority e se questo ha influito sulle sostituzioni che ci sono state».

L’Unità 29.07.10