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"Provvedimento ancora deforme anche chi è a destra voti contro", intervista a Dario Franceschini di Giovanna Casadio

Franceschini: tolto il bavaglio, restano i favori ai criminali. Nonostante le modifiche questa legge va ritirata, perché è pericolosa. Senza inciuci: chi nel Pdl o nella Lega ha a cuore la legalità si unisca a noi. Perché il governo insiste? Viene da pensare che l´obiettivo vero fosse proprio di intralciare le indagini contro la corruzione e la criminalità
«Chi ha a cuore la legalità nel Pdl e nella Lega, si faccia sentire: la legge-bavaglio va ritirata». Nessuna accondiscendenza nonostante le modifiche. Per Dario Franceschini, il capogruppo del Pd alla Camera, la battaglia continua.
Il bavaglio della legge sulle intercettazioni si è allentato, onorevole Franceschini, a parte il colpo di coda della norma salva-P3?
«Non è solo questione della norma salva-P3. Sin dall´inizio la legge-bavaglio è stata criticata nella sua gravità per due aspetti, legati e però diversi. Primo, perché metteva il bavaglio alla libertà di stampa; secondo, per gli ostacoli all´uso delle intercettazioni per combattere la criminalità. Ora, per quanto riguarda la libertà di stampa, grazie alla mobilitazione civile, al nostro lavoro parlamentare di opposizione e anche all´azione della relatrice, la finiana Giulia Bongiorno, il provvedimento è stato migliorato. Ma resta intatta la pericolosità sul secondo aspetto, che è forse ancora più grave, e cioè gli ostacoli all´azione di magistrati e forze dell´ordine per individuare reati e colpevoli».
Berlusconi ha giustificato il bavaglio in nome del diritto alla privacy. Non crede che qualche ragione ce l´abbia?
«È un´interpretazione semplicistica e fuorviante quella secondo cui in fondo avrebbe voluto questa legge per impedire la pubblicazione di intercettazioni imbarazzanti. Lui stesso si è lamentato che con le ultime modifiche quella che chiama privacy non è più garantita. Allora mi chiedo: perché governo e maggioranza vanno avanti su questa legge se non serve più per l´obiettivo dichiarato? Perché fare approvare delle norme che mettono a rischio la capacità di effettuare indagini efficaci contro la corruzione e la criminalità? Viene da pensare che l´obiettivo vero fosse proprio di intralciare le indagini».
Quali sono tuttora le deformità della legge?
«Cito alcuni punti di gravità assoluta. Il giudice che autorizza le intercettazioni è un giudice collegiale con sede presso la Corte d´Appello. Cosa vuol dire? Renderle più difficili perché per decidere se fare un´intercettazione o una proroga bisogna riunire un collegio di tre persone in una città magari lontana».
E le altre storture?
«La norma salva-P3, cioè l´abolizione dell´articolo 13 della legge Falcone. Inoltre, per disporre le intercettazioni ambientali occorre che un´attività criminosa sia già in corso: posso intercettare un ambiente frequentato da criminali non più per cercare prove ma solo per confermarle. Altro paradosso: se da un´intercettazione emerge ad esempio, che una persona sequestrata è in un certo luogo, il pm deve depositare l´intercettazione in Corte d´Appello prima della perquisizione, mettendo così a repentaglio addirittura la liberazione dell´ostaggio. Perciò faccio un appello alla Lega ma anche al Pdl, a quei parlamentari che hanno fatto della sicurezza dei cittadini una bandiera. Come possono fare approvare una legge che finisce di fatto per favorire i criminali? Finito il lavoro in commissione Giustizia, chi ha a cuore la legalità, unisca la propria voce alla nostra, senza inciuci, e chieda il ritiro di questa legge o il rinvio a settembre per vedere se si possono correggere ancora le distorsioni».
Però i Democratici in commissione hanno votato a favore della proposta del governo per ridurre i vincoli alla pubblicazione?
«Quella proposta andava incontro a quanto ha chiesto la Fnsi. Noi stiamo provando a bloccare l´approvazione della legge-bavaglio ma abbiamo detto che ci saremmo impegnati a ridurre il danno. Sulla libertà di stampa così è avvenuto».
Se non ci fosse stata la mobilitazione della società civile – cominciata con gli appelli degli editori, promosso da Laterza e Mauri, e di Repubblica che ha innescato la protesta del popolo dei post-it – il Pd non sembrava pronto a contrastare il disegno berlusconiano.
«Non è vero, ci siamo opposti duramente sin dal primo momento. Naturalmente quando si accendo i riflettori dei media, il lavoro dell´opposizione acquista più forza» .
Il presidente Napolitano ha lodato la dialettica parlamentare che ha permesso le modifiche sulle intercettazioni.
«Sono d´accordo. È ciò che ha portato a migliorare la parte del bavaglio, ma resta tutta aperta la battaglia sulle intercettazioni come strumento di indagine».
Ci sono trattativisti nel suo partito?
«No».

La Repubblica 24.07.10

"Una legge burocratica che affossa gli atenei", di Marco Meloni

Ridicolo sul diritto allo studio, centralista e burocratico soprattutto «coerente con la politica di questo governo: disinvestire sul sapere, affossare il sistema universitario, mandare a casa migliaia di precari senza alcuna tutela sociale».
Per Marco Meloni, coordinatore del Pd sulle politiche universitarie, il ddl governativo che si sta discutendo al Senato sarebbe una presa in giro se non fosse qualcosa di peggio: «1,4 miliardi di tagli degli anni scorsi e il blocco del turnover hanno paralizzato gli atenei. Con la manovra si aggiungono altre pesantissime misure che rendono carta straccia il progetto di riforma. Anche Napolitano, a Trieste, ha detto che ci deve essere la copertura finanziaria per la riforma».

Il Pd, però, sostiene che la riforma si deve fare e Michele Salvati, sul Corriere, contro la vostra proposta di abbassare l’età pensionabile, cita Isaac Asimov: l’estrema scarsità di risorse aveva indotto a sopprimere gli ultra sessantacinquenni.

«Salvati fa considerazioni giuste sulla valutazione, mentre da altri vengono resistenze di semplice conservazione. La nostra proposta non impedisce ai professori bravi di fare didattica e ricerca, sarebbero invece esclusi dagli organi direttivi e dalle commissioni di concorso. In Italia abbiamo, anche nelle università, un enorme problema generazionale: i docenti fra i 30 e i 34 anni sono da noi il 4,3% mentre in Germania sono il 16%, in Francia il 13, in Olanda l’11 %. Dobbiamo costruire regole che invertano la tendenza».

Il ministro Gelmini ha ripreso questa proposta. Ma allora è d’accordo con voi?

«Se è d’accordo ci segua, ma per ora il governo ha dato parere negativo, purtroppo in commissione era passato un emendamento alla manovra che prolungava fino a 75 anni la possibilità di restare in carica. Ciò che fa la differenza è che noi vogliamo che per ogni ordinario che va in pensione entrino due giovani docenti, che venga sbloccato il turnover».

I ricercatori sono in rivolta ma negl iatenei c’è anche il problema dei nuovi ingressi, le vostre proposte non rischiano di chiudere la porta a chi non c’è ancora?

«I ricercatori hanno buone ragioni,anche perché fanno un lavoro improprio, non è nei loro obblighi farsi carico della didattica. Noi proponiamo che vi sia un regime transitorio di sei anni con un cofinanziamento di 140milioni annui, che non è una cifra folle. Con queste risorse si creerebbe uno spazio per circa 15mila ricercatori. Altre risorse dovrebbero arrivare dai pensionamenti per porre rimedio allo scandalo dei precari e per creare la possibilità di nuovi ingressi, secondo una proporzione di almeno 60 per i nuovi ingressi e almeno 20 per i posti nel ruolo docente».

Perché ormai si parla di scandalo dei precari?

«Persone pagate pochissimo, 900 euro al mese e anche meno, a cui il governo sta dicendo, qualche volta dopo dieci anni di lavoro, “tante grazie, non servite più”. Circa ventimila persone prive di diritti, persino censirle è difficile, che non riescono a far sentire la loro voce. L’atteggiamento del governo incentiva il precariato. Ora la manovra taglia del 50% i contratti a termine. Noi spingiamo molto su due cose: un contratto unico che sostituisca l’attuale miriade di contratti atipici e l’accantonamento del budget per i futuri contratti. È inutile avere una lista nazionale di professori abilitati se non ci sono i soldi per assumerli».

Però è senso comune che nelle università italiane ci siano molti sprechi, questo facilita il lavoro dei “tagliatori di teste”.

«Senso comune ma non sempre buon senso perché, per esempio, il rapporto fra numero dei docenti e quello degli studenti è basso. Però un problema esiste: alla autonomia delle università non ha corrisposto la responsabilità, che significa criteri di valutazione (test d’ingresso e di uscita, in modo da poter misurare cosa i giovani hanno appreso durante gli anni di università) e significa anche un sistema di incentivi e sanzioni».

I rettori delle università del Sud temono che con la valutazione i loro atenei si svuoteranno. «Io sono a favore di un fondo per il riequilibrio perché il sistema universitario deve essere distribuito su tutto il territorio nazionale. Se uno dei criteri di valutazione è l’assorbimento occupazionale, la peggiore università del Nord vincerà sulla migliore del Sud, però anche Palermo e Cagliari devono essere stimolate a migliorare l’offerta formativa. Per me, da sardo, sarebbe inaccettabile che non fosse così».

Gelmini dice: diritto allo studio e premi al merito.
«È una vera presa in giro, se le borse di studio non vengono finanziate è meglio che il ministro ritiri quell’articolo. Non si deve promettere ciò che non verrà mantenuto. MariaStella Gelmini usa parole che o non sa cosa significhino o fa finta di non saperlo. Il merito non è premiato in nessuna disposizione di questa legge, né per i professori né per gli studenti».

L’Unità 24.07.10

"Quel tavolo tardivo nella partita del lingotto", di Massimo Giannini

Dopo due anni di colpevole silenzio, il governo Berlusconi si è infine accorto che in Italia esiste un «problema Fiat». Il presidente del Consiglio l´ha scoperto a modo suo, affermando un principio banale e formulando un auspicio irreale. «In una libera economia e in un libero Stato, un gruppo industriale è libero di collocare la produzione dove meglio crede, ma mi auguro che questo non accada a scapito dell´Italia e degli addetti italiani ai quali la Fiat offre lavoro». La banalità è nella ripetizione di un magnifico mantra liberale, che in Italia ha purtroppo scarso diritto di cittadinanza, visto il modello spurio in cui si mescolano capitalismo di relazione e affarismo politico, familismo amorale e finta «economia sociale di mercato».
L´irrealtà è nella sottovalutazione di un fatto già evidente a tutti: da mesi, ormai, la metamorfosi della Fiat avviene «a scapito» dell´Italia e dei lavoratori italiani. Una comprensione così tardiva di un fenomeno industriale e occupazionale tanto importante da la misura esatta dell´afasia politica di questo governo. E a negarla non basta la «convocazione» dell´azienda e dei sindacati, fissata dal ministro del Welfare mercoledì 28 luglio a Torino. È il solito «italian job», che fa chic e non impegna: quando hai un problema, basta aprire un «tavolo», e hai fatto la tua figura. Peccato che stavolta le cose non siano così facili. Per nessuno dei tre soggetti che vi si sederanno intorno.
IL primo soggetto è la Fiat. Non sarà facile per l´azienda. La sua strada è segnata. Per i prossimi due anni ha in cantiere solo la Nuova Giulietta e il nuovo motore TwinAir. Perde quote di mercato in Europa (dal 9,1 all´8,2%) e in Italia (dal 33,5 al 31%). È inutile continuare ad illudersi, a parlare a sproposito di «italianità», o addirittura di «torinesità», rievocando i bei tempi di Valletta e dell´Avvocato. Quello era, semplicemente, un altro mondo. La nuova «Fiat auto» è un gruppo multinazionale (ormai scorporato dalla vecchia «Fiat dell´industria») nel cui destino c´è con ogni probabilità l´ingresso di nuovi grandi partner globali e la fusione con la Chrysler. Ed è altrettanto inutile continuare a fare appello a John Elkann: il via libera allo «spin off» è una resa della famiglia Agnelli, che rinuncia a giocare in proprio la partita dell´auto.
A dispetto dei piani e delle promesse, l´Italia è un mercato, ma non necessariamente una produzione. Costa troppo, in tutti i sensi: manodopera, infrastrutture, fisco. E rende poco: numero di veicoli prodotti, utili per singola automobile, reti di vendita. In Italia la Fiat produce 650 mila vetture l´anno con 22 mila operai, in Polonia 600 mila con 6.100 operai, in Brasile 730 mila con 9.400 operai. Questi sono i numeri. E con questi numeri perché mai Sergio Marchionne, «l´Oracolo dell´auto» come lo definisce enfaticamente il “Financial Times”, dovrebbe «morire» per Pomigliano o addirittura per Mirafiori? Preferisce andarsene a Kragujevac, e sfornare lì la nuova monovolume.
E a chi prova a dargli torto, può opporre a sua volta qualche numero: su un investimento di un miliardo di euro, 650 milioni li metteranno il governo serbo e la Bei, con in più un´esenzione fiscale di dieci anni e un contributo di 10 mila euro per ogni nuovo assunto, la cui paga base sarà di circa 400 euro. Perché, a queste condizioni, non dovrebbe andare in Serbia? Per una difesa dell´«interesse nazionale»? Marchionne è svizzero-canadese, ormai vive più a Auburn Hills che al Lingotto: l´unica cosa che conta è il posizionamento del gruppo nella sfida globale. Oppure per una «responsabilità sociale dell´impresa»? Marchionne non è Adriano Olivetti: oggi l´unica cosa che conta, secondo il gergo della modernità, è «creare valore» per gli azionisti.
Il secondo soggetto sono i sindacati. Non sarà facile non tanto per la Fiom, quanto piuttosto per la Cisl e la Uil, clamorosamente spiazzate dall´«editto serbo» dell´azienda. Bonanni e Angeletti si erano affrettati con solerzia politicamente gregaria a battezzare il «lodo Pomigliano» come un «accordo storico». Sul piatto dei 700 milioni di investimenti offerti dalla Fiat avevano sacrificato una quota non trascurabile di diritti reali dei lavoratori, nell´illusoria convinzione che quel «modello contrattuale» sarebbe stato unico e non ripetibile in nessun altro luogo di lavoro. Non hanno capito, o hanno finto di non capire, che Pomigliano è stata l´epifania di una nuova era delle relazioni industriali. E che una «eccezione», quando sono in gioco diritti costituzionali, non conferma la regola, la distrugge.
Non hanno capito, o hanno finto di non capire, che tra le parti tutto si può negoziare, orari e salari, ma non i diritti, appunto, trasformati in «merce fungibile» e scambiabile con la sopravvivenza dell´azienda. Non hanno capito, o hanno finto di non capire, che nel mondo globale della competizione tra diseguali il modello da difendere è il «contratto sociale» sottoscritto dall´Occidente, e non il dumping sociale imposto dai Paesi emergenti. Ora balbettano, disorientati dagli annunci e dalle scelte dell´azienda, che legittimamente difende i suoi interessi, nella convinzione di «dettare la linea sulla cultura del lavoro», come titolava l´”Herald Tribune” di ieri.
Il terzo soggetto è il governo. Il suo compito sarà ancora meno facile. Per affrontare insieme all´azienda e ai sindacati il «problema Fiat», con la ragionevole certezza di tirar fuori una soluzione, bisognerebbe avere qualcosa da mettere sul tavolo. In questo momento, come da due anni a questa parte, Berlusconi non ha nulla da offrire. Qui non si parla di incentivi e di rottamazioni, che sono solo il metadone somministrato a un malato assuefatto. Qui si parla di politiche industriali e fiscali. Si parla di investimenti sulla ricerca e sulla riqualificazione delle risorse umane. Si parla di reti di trasporto e di energia. Si parla di riforme contrattuali concertate e condivise. Si parla, in altri termini, di Sistema-Paese, cioè un tema sul quale questo governo non ha e non ha mai avuto nulla da dire né da proporre.
Il massimo che Berlusconi ha «inventato» in questi anni, sulla Fiat, sono state le battute imbarazzanti su Gianni Agnelli a Melfi («è un mio mito, tengo la sua fotografia sul comodino») e le spacconate umilianti con Fresco e Galateri ad Arcore («Datela a me, saprei io come risanare la Fiat»). Il massimo che i suoi ministri hanno inventato in queste settimane, su Pomigliano, è stata la celebrazione ideologica e irresponsabile di un «trionfo misero», consumato attraverso il regolamento di conti con la Cgil. Senza nessuna visione dell´interesse generale. Senza nessun progetto sul declino industriale.
C´è voluto il Capo dello Stato, per ricordare al premier che il ministero dello Sviluppo Economico è sede vacante da tre mesi, e la presidenza della Consob lo è da tre settimane. Quanto ci vorrà perché Berlusconi capisca che il futuro dell´industria dell´auto (come di tutto quel che resta della grande industria del Paese) è una enorme «questione nazionale»? Negli Stati Uniti dei destini di Gm, Ford e Chrysler si è occupato Obama in persona alla Casa Bianca. In Italia del destino della Fiat si occuperà Sacconi alla Regione Piemonte. Con tutto il rispetto, non è la stessa cosa.

La Repubblica 24.07.10

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“La strana morale del signor Marchionne”, di Luciano Muhlbauer

La Fiat dica che ha rinunciato a produrre la nuova monovolume a Mirafiori perché i sindacati sono “poco seri” e c’è stato il “problema” di Pomigliano. Ma è una bugia, gli accordi con il governo serbo sono precedenti e si iscrivono nella logica del ricatto sociale della globalizzazione: la produzione si sposta dove costa poco, e gli operai sono costretti ad adeguarsi alle condizioni sempre peggiori. Situazione che l’azienda di Torino sta sfruttando

A me avevano insegnato che le bugie non si dicono. Il signore Marchionne, invece, di bugie ne dice parecchie. L’ultima suona più o meno così: la nuova monovolume della Fiat non verrà più prodotta a Mirafiori, ma in Serbia, perché in Italia i sindacati sono “poco seri” e perché c’è stato “il problema Pomigliano”.

La panzana è palese e soltanto l’ipocrisia e la complicità di tanti, troppi, può farla apparire come una cosa reale. Mica si improvvisa uno stabilimento con tanto di accordi con uno Stato sovrano nel giro di qualche settimana. Costruire fabbriche e produrre automobili è cosa ben diversa dallo spostare una bancarella da un mercato rionale all’altro. No, quella decisione era maturata assai prima di Pomigliano e la Fiom e i Cobas c’entrano nulla. C’entra invece il fatto che in Serbia un operaio prende soltanto 400 euro mensili e, soprattutto, che la Fiat viene letteralmente inondata da favori e denari pubblici per lo stabilimento di Kragujevac: 400 mln di euro di finanziamento vengono dalla Banca europea per gli investimenti (Bei), 250 mln di euro li ha messi il governo serbo e la Fiat non pagherà le tasse per dieci anni.

In altre parole, Marchionne aveva detto delle bugie anche prima, quando diceva che i nuovi modelli sarebbero andati a Mirafiori, mentre aveva già in tasca gli accordi con il governo serbo. Insomma, il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E il vizio della Fiat si chiama finanziamento pubblico, oggi come ai bei tempi andati, quando lo Stato italiano le regalò persino l’Alfa. Vuoi vedere che anche tutte le chiacchiere sul mercato sono una bugia?

A difesa di Marchionne, va tuttavia detto che lui non è l’unico a comportarsi così. Quello di portare la produzione all’estero è, infatti, un abitudine piuttosto diffusa, così come la tendenza dei paesi economicamente più deboli di concedere agevolazioni di ogni tipo pur di attirare investimenti esteri.

Non succede soltanto in Serbia, ma un po’ dappertutto. Per esempio, nella vicina Tunisia, dove il salario mensile medio si colloca tra 125 e 200 euro, il governo offre alle imprese che producono per l’export l’esenzione totale dal pagamento delle tasse e dell’Iva per dieci anni. Risultato? L’Italia è il secondo investitore dopo la Francia e attualmente oltre 700 aziende italiane producono in Tunisia, dal tessile fino alla meccanica. Avrà pensato a questo il nostro caro Ministro Sacconi, quando teorizzava sul Mediterraneo come nuova economia emergente su cui puntare?

Insomma, è la globalizzazione bellezza, l’altra grande bugia del nostro tempo. Dicevano che avrebbe diffuso il benessere, invece sta generalizzando ricatto sociale. Vuoi lavorare? Allora accetta le mie condizioni e senza fiatare.

Marchionne dice che i sindacati in Italia sono pochi seri. Callieri, ex capo del personale della Fiat, oggi sul Corsera aggiunge: “Il modello va cambiato. Confido nei nuovi vertici sindacali (della Cgil, nda) e in particolare in Susanna Camusso”. Insomma, dicono: eliminate la Fiom e così salverete i posti di lavoro in Italia. È una bugia grossa come una casa anche questa, come le altre, perché i nuovi modelli li fanno in Serbia a prescindere e la chiusura di Termini Imerese è in programma comunque.
Anzi, vogliono il silenzio dei lavoratori per potersi fare gli affari loro più in fretta e senza che qualcuno sveli le loro bugie.

Da Aprileonline 24.07.10

"Università, valutiamo le qualità", di Irene Tinagli

Come periodicamente accade nel nostro Paese, si riaccende il tormentone vecchi contro giovani, con l’eterno tema del ringiovanimento dell’università italiana. L’occasione stavolta è la proposta del Pd di mandare in pensione tutti i professori sopra i 65 anni, un’idea lanciata già qualche mese fa ma tornata d’attualità dopo l’apertura del ministro Gelmini. Chiaramente numerosi professori vicini o già sopra la soglia si sono indignati, sentendosi rottamati come vecchie auto, rivendicando l’enorme patrimonio culturale e scientifico che in questo modo andrebbe buttato al vento. Altrettanto prevedibilmente i sostenitori della proposta hanno accusato chiunque fosse contro di voler difendere i baroni, di essere i peggiori nemici dei giovani e così via. C’è tuttavia qualcosa che non torna in questo dibattito un po’ scontato.

Dal lato dei «giovani», per quanto sia facile simpatizzare per i ricercatori che lavorano nel sistema universitario italiano con contratti precari e stipendi da fame, non torna affatto il ragionamento per cui chiunque abbia più di 65 anni rubi lo stipendio mentre i giovani che verrebbero immessi nel sistema sarebbero tutti grandi talenti iperproduttivi. E non torna che persone che per anni hanno usato la retorica del merito e della qualità propongano una misura così indiscriminata che non entra in nessun modo nel merito e nella qualità delle cose. Dall’altro lato, però, stona anche sentire illustri professori difendere la propria categoria autoproclamandosi indispensabili al prestigio e al futuro della ricerca italiana, quando da decenni non sono sottoposti ad alcun tipo di verifica o valutazione.

È sicuramente una situazione complessa, e anche alcuni dei correttivi ipotizzati potrebbero non funzionare, come l’idea espressa mercoledì sul Corriere da Francesco Giavazzi di togliere agli ultrasessantacinquenni il potere di voto nei concorsi. Soluzione interessante, ma che potrebbe non sortire gli effetti sperati, visto che il groviglio di relazioni, favori e amicizie tra professori è talmente fitto che chi voglia manovrare i concorsi può tranquillamente farlo tramite le «seconde file» di suoi fedelissimi. Senza considerare che anche in questo caso si torna a dar per scontato che tutti i sessantacinquenni stiano lì solo per manovrare i concorsi. La questione si potrebbe risolvere in altro modo. Cercando di vedere la parte di ragione di entrambi anziché accanirsi sui rispettivi torti. È vero che l’Università italiana ha raggiunto un livello di vecchiaia ormai patologico ed è vero che ci sono dei professori ordinari che assorbono tantissime risorse economiche senza produrre ricerca scientifica di qualità. Ma è altrettanto vero che ci sono anche professori sopra i 65 anni ancora produttivi, di prestigio internazionale, che possono continuare a dare un contributo importante alla ricerca e alle nuove leve di studenti e ricercatori. Dunque una possibile soluzione: istituire una valutazione rigorosa sulla qualità della produzione scientifica di tutti i professori associati e ordinari, a prescindere dall’età (non solo esistono validi indicatori, ma adesso esiste anche un’Agenzia in Italia, l’Anvur, che avrà le carte in regola per condurre tali valutazioni). I professori che non rientrano negli standard qualitativi previsti potranno scegliere: se hanno un’età pensionabile possono andare in pensione, altrimenti dovranno optare per un contratto differenziato che preveda solo docenza, non ricerca, e che abbia quindi un salario ridotto della metà.

In questo modo i professori che reclamano la propria indispensabilità al sistema universitario italiano avranno finalmente l’opportunità di dimostrarlo. E di farlo non attraverso i criteri del «merito eccezionale» non ben definito che prevede la proposta del Pd, ma dimostrarlo attraverso una regolare valutazione delle loro attività secondo standard scientifici internazionali (così come avrebbe voluto fare il senatore Ignazio Marino, purtroppo inascoltato dal suo stesso partito). Dopotutto il mantenimento in servizio di un professore bravo non deve essere visto come un favore al professore, ma un servizio alla società. Non solo, si risolverebbe anche la questione delle risorse economiche, perché mandare in pensione tutti gli ordinari sopra i 65 significa comunque un onere per le casse dello Stato, a fronte di nessun servizio reso. Invece, riducendo lo stipendio per chi faccia solo attività didattica, si avrebbe una spesa complessiva molto minore, per un servizio importante che comunque viene reso. Infine, si risolverebbe anche la questione dell’intra moenia per i professori sollevata sempre dal Pd. È vero che molti professori hanno attività professionali a latere di quella accademica, ma questo non necessariamente incide sulla qualità della ricerca e dell’insegnamento. Se un docente riesce comunque a produrre ricerca di qualità potrà fare quello che vuole nel tempo libero, se invece le attività extra vanno a detrimento della qualità accademica sarà lui il primo a tagliare sulle consulenze se ha intenzione di restare professore full time.

La Stampa 24.07.10

"Dall'economia alle trame inquinanti i problemi che preoccupano il Colle", di Dino Pesole

Le prospettive dell’economia, prima di tutto, che vede consolidarsi i primi concreti segnali di ripresa, senza tuttavia che ad essa si accompagni un aumento degli occupati. E ancora, la situazione politica, che resta ad alta criticità, ma il governo non può più sottrarsi a scelte ormai indifferibili, come la nomina del nuovo ministro dello Sviluppo economico e del nuovo presidente della Consob. E poi, il contestato disegno di legge sulle intercettazioni, con il compromesso raggiunto alla Camera che Giorgio Napolitano apprezza. Infine, la questione morale e la corruzione dilagante: trame inquinanti – le definisce il presidente della Repubblica – contro le quali si deve intervenire senza reticenze o incertezze di sorta, ma al tempo stesso senza cedere a nessun gioco al massacro.

L’elenco delle preoccupazioni che Giorgio Napolitano ha condensato nel suo incontro al Quirinale con la stampa parlamentare, in occasione della tradizionale cerimonia del “Ventaglio”, è lungo e dettagliato. Il problema numero uno è quello dei giovani senza lavoro. Napolitano ha letto con attenzione i più recenti documenti dell’Istat e della Svimez sulla condizione giovanile al Sud, e ne ha tratto motivi di grande preoccupazione. Da noi, soprattutto nel Mezzogiorno, il livello di inattività è nettamente superiore rispetto alla media europea. Se guardiamo al futuro del nostro paese, non possiamo non affrontare con urgenza la questione dei giovani «non impegnati né in un lavoro né in un percorso di studio o di formazione». Con sobrietà ma con determinazione, il presidente della Repubblica sollecita su tale questione un impegno collettivo cui dovranno concorrere gli opposti schieramenti politici e al tempo stesso «un vasto arco di soggetti istituzionali, sociali e culturali». Al di là del fisiologico alternarsi delle maggioranze di governo, pare quanto mai urgente un’ampia condivisione «su grandi obiettivi e grandi linee di intervento».

Al governo, Napolitano rivolge un invito esplicito: si proceda in fretta alla nomina del nuovo titolare dello Sviluppo economico, poiché ormai l’interim del presidente del Consiglio si protrae da troppo tempo. Né può essere più rinviata nel tempo la nomina del nuovo numero uno della Consob. Quanto al Parlamento, Napolitano mette in guardia dagli effetti della “vulgata” che tende a dipingere i lavori delle due Camere come troppo lunghi e farraginosi. Va bene sveltire l’iter di approvazione delle leggi, ma in tutti i paesi democratici – avverte – il procedimento legislativo richiede «grande attenzione e riflessività». È il caso del ddl sulle intercettazioni: non si è trattato di tempo perso, ma Senato e Camera (nel tentativo di trovare una sintesi tra le tesi contrapposte emerse anche all’interno della maggioranza con la componente di finiani) alla fine hanno trovato un punto di sintesi che Napolitano apprezza. Soluzione non facile, del resto, perché occorreva bilanciare tra loro diversi diritti, «tutti ugualmente riconosciuti dalla Costituzione».

Quanto al suo ruolo, Napolitano respinge nettamente ogni critica su possibili interferenze con il legislatore. In linea con quel che decisero i costituenti, il dovere del presidente della Repubblica è, se mai, quello di essere una sorta di “magistrato di persuasione”.

Preoccupano e indignano i casi di corruzione, messa in atto anche ad opera di «squallide consorterie», ma la nostra democrazia – conclude Napolitano – dispone di validi anticorpi. Se è troppo chiedere alle forze politiche maggiore serenità, l’appello di Napolitano è al «senso di equilibrio nei giudizi e nelle previsioni».

Il Sole 24 Ore 24.07.10

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“Un paese in emergenza” di Aldo Schiavone

La pratica costante ed esemplare della pacatezza e della misura non impedisce al Presidente della Repubblica di intervenire ancora una volta con assoluta chiarezza sull´emergenza che sta attraversando il Paese.
E SI tratta di parole che non si possono aggirare. Sempre di più, nell´oscuro avvilupparsi delle nostre vicende, Napolitano assume non solo il ruolo del garante del patto costituzionale e del suo sistema di valori giuridici e politici, ma si presenta come l´incarnazione – se posso esprimermi così – di quel sentire morale degli Italiani (non a caso egli parla di «reazione morale dei cittadini»), cui è affidato il destino della nostra democrazia.
La sferzata più forte è dedicata a quanto è emerso negli ultimi giorni nelle nostre desolate cronache politiche. «Turbamento e preoccupazione», dice il Presidente, di fronte a «trame inquietanti, anche ad opera di squallide consorterie». Non c´è dunque niente da minimizzare, come pure si è cercato e si cerca colpevolmente di fare. Bisogna guardare a fondo: conoscere e capire. Se ne sarà capace, questo sforzo di responsabilità gioverà anche alla stessa maggioranza di governo, che dovrà pur rendersi conto senza doppiezze e infingimenti, ma alla luce del sole, che è venuto per lei il momento di riconoscere una verità che si fa strada ogni giorno con maggiore evidenza. E cioè che la forma politica della destra italiana non può coincidere più con quella di un berlusconismo ormai in rovina. Il problema non è di isolare questa o quella «mela marcia», ma di rendersi conto di dove porta un metodo di governo e di selezione dei gruppi dirigenti che sostituisce al merito, alla trasparenza e al dibattito politico il giro delle amicizie e delle reti di interessi, nel solo nome della fedeltà e della contiguità rispetto al capo. C´è sempre un momento in cui bisogna salvare le formazioni politiche (e non solo quelle) dall´accanimento dei loro fondatori. Per il Pdl l´ora è arrivata.
Anche sulla legge per le intercettazioni il Presidente Napolitano non ha lasciato dubbi, quando ha tessuto un ponderato elogio della lentezza, in riferimento ai tempi del dibattito parlamentare. Non ci può essere fretta alcuna, ha ammonito, quando sono in gioco equilibri delicatissimi fra principi costituzionali di eguale valore: sicurezza dei cittadini, libertà d´informazione, rispetto della riservatezza. L´unica strada possibile è quella che ha definito delle «approssimazioni successive». Dunque il contrario rispetto a chi aveva scelto i colpi di maggioranza e le prove di forza, e un riconoscimento importante – e come una sponda – per chi, dall´opposizione, nella formazione dell´opinione pubblica, nelle istituzioni, e tra le stesse forze di governo si è battuto per una soluzione più ragionevole. E di nuovo, come in un suo precedente intervento sul tema, Napolitano assume tre punti di riferimento nella ricerca dell´esito migliore e più avanzato: la dialettica parlamentare, la cultura giuridica, il senso critico dell´opinione pubblica. Qualche risultato è stato raggiunto, ma non è certo il caso di abbassare la guardia.
Infine, i giovani. Giustamente il Presidente lega ogni discorso sul nostro futuro al destino delle giovani generazioni, oggi minacciate da livelli di disoccupazione fra i più alti d´Europa. Su di esse, pesa una doppia crisi: quella economica, che sta esercitando una pressione sempre maggiore sulla parte più esposta e indifesa della nostra società, e quella politica, che coincide con il fallimento della transizione italiana.
Investire su di loro – sulla loro socialità, sulla loro scuola, sulla loro Università – è il nostro primo dovere. Ma dove si parla di loro nella manovra economica? E su quali risorse aggiuntive può contare la riforma dell´Università che in questi giorni sta iniziando il suo cammino in Parlamento?

La Repubblica 24.03.07

«Così l’università muore Non è un’azienda ma un vessillo di cultura», intervista a Umberto Mura

Umberto Mura, 63 anni e 40 di anzianità professionale, è il preside della facoltà di Scienze Matematiche Fisiche Naturali all’Università di Pisa.
Ha scritto una lettera aperta per denunciare le «insostenibili limitazioni finanziarie e di prospettiva imposte dalle scelte scellerate » del governo,ma anche il «silenzio istituzionale» del suo ateneo dove tutte le facoltà (tranne una) hanno lanciato l’allarme.
Professore, cosa succede all’università italiana? «Da tempo, perché l’onda lunga arriva dal governo precedente, c’è un’indiscriminata azione di distruzione di quanto di buono esiste nell’università. Non nego che ci siano dei guai nelle pieghe dell’accademia, ma si sta facendo di tutta l’erba un fascio». In che modo? «Attraverso una disinformazione da cui usciamo malconci. I docenti devono vergognarsi? Io entro alle 8,30 ed esco alle 20,30, e come me tantissimi. E senza cartellino. Che gran privilegiati, direbbe il ministro Brunetta. Invece siamo dei fessi che non fanno vita beata». Il consiglio di facoltà teme che a settembre ci siano corsi di laurea impossibilitati a partire, con offerta didattica insufficiente o inadeguata. Sarà così? «Io, da vero masochista, spero che tutto si risolva per i ragazzi e le famiglie. Ma il pericolo è concreto, e sarebbe il primo danno per la società civile di questi tagli. Vogliamo ridurre costi e risorse a scapito della didattica o mantenere il peso del nostro ateneo? Il problema è la rivolta dei ricercatori? «Ci sono ricercatori,giovani o miei coetanei, ai quali si chiede di far parte dell’organico quando fa comodo ma per raggranellare un po’ di soldi si licenziano ». Lei sottolinea «l’indisponibilità» a «interventi di volontariato in emergenza ». Quali? «I ricercatori sono stufi di assumersi la responsabilità di corsi di studio,che non gli compete. E i docenti di superare non le 70 ore richieste dalla legge male 120imposte dall’ateneo. L’opinione pubblica deve rendersi conto che c’è un grosso problema di personale ». E’ questione di rapporto tra carichi di lavoro e stipendi della categoria? «No, di dignità delle persone. Io sono orgoglioso di Pisa: è un’università tosta, dove si lavora e si tiene alla qualità dei corsi. Eci vogliono persone di qualità, impegnate e motivate ». Al di là di Pisa? «Le università stanno lentamente morendo. Ogni giorno chiudono aree e settori. Senza soldi non c’è turn over. C’è una riduzione galoppante del fondo di finanziamento ordinario. Stipendi bloccati. Come facciamo ad assumere in queste condizioni? » Nessuna sanatoria per i ricercatori, ma regole certe e stipendio più alto. Che ne pensa? «La nuova figura del ricercatore a tempo determinato assunto dopo due contratti prefigura un precariato di lusso. Ipotesi accettabilissima per il futuro, purché ci siano i soldi, ma cosa ne facciamo delle migliaia già esistenti?La riforma crea una corsia preferenziale per i “nuovi” gettando le basi per un’altra guerra tra poveracci». E’giusto pensare a borse di studio per I meritevoli slegate da reddito e condizione sociale? «Così il diritto allo studio diventa diritto a indebitarsi per studiare. Il prestito d’onore va bene in altri Paesi, qui senza prospettive occupazionali diventa difficilissimo restituirlo. Si profila un modello dei figli di papà, dove studia chi può permetterselo». Prof in pensione a 65 anni: baroni addio? «Pannicelli caldi. Baronie e clientelismi non dipendono solo dall’anagrafe. Come il concorso unico funzionerà se le commissioni valuteranno i candidati migliori. Il punto è l’etica e la moralità delle persone coinvolte. Negli Usa prima di assumere c’è un faccia a faccia, altro che buste chiuse senza nome…» Non le piace l’ateneo-azienda? «Noi non produciamo e vendiamo. E’ illogico pensare che l’investimento culturale abbia un ritorno immediato. Con colleghi inglesi ho progetti comuni ma un decimo degli stanziamenti: se il livello scende troppo, non recupereremo più. L’anno prossimo la nostra Antropologia sarà costituita da un ricercatore e zero associati: si chiude una nicchia che ci vorranno anni per ricostruire». Potete federarvi con un’altra struttura…. «In assenza di alternative lo faremo. A Biologia abbiamo messo il numero chiuso, non abbiamo laboratori per 700 matricole. Ma ricordiamoci che le università forti sono quelle che sentono identità e appartenenza. Non perché sono aziende ma perché portano un vessillo culturale».

L’Unità 23.07.10

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“La chiamano riforma, sono tagli. Il Senato vota, atenei in rivolta”, di Iolanda Bufalini
Paese reale paese legale, nel paese reale 26.000 ricercatori coprono, assolvendo un compito che non compete loro, il30%degli insegnamenti universitari. In quello legale si discute una riforma del ministro Gelmini, ieri in Aula al Senato, che afferma alcuni principi condivisi e li nega subito dopo: autonomia e responsabilità , diritto allo studio, una percentuale di almeno il7per cento dei fondi assegnati sulla base di un principio valutativo naufragano sotto i colpi d’ascia di Tremonti. Per far partire una riforma ci vorrebbe una dote, invece la manovra prevede il taglio di un miliardo e 300 milioni per il 2011. Il risultato è che la fascia più debole ma anche più essenziale al funzionamento degli atenei è in rivolta, soprattutto nelle sedi più qualificate, da Bologna a Firenze, a Pisa, a Modena- Reggio Emilia.E l’inizio del prossimo anno accademico a rischio. Una corsa contro il tempo: il ministro vorrebbe il voto in Senato prima della chiusura estiva, per essere pronta al passaggio alla Camera in autunno.
DOPPIA PENALIZZAZIONE Per i ricercatori c’è il danno e la beffa. non si potrà fare i ricercatori per non più di sei anni. È una misura – sostiene il ministro – che dovrebbe aprire ai giovani, senza chance d’ingresso, «non tutta la ricerca – sotiene Maria Stella Gelmini – deve concludersi con la carriera universitaria». Bel discorso virtuale, nel paese reale i ricercatori sono fra i 40 e i 50, sostituiscono i prof nella docenza da anni e da decenni. È il cane che si morde la coda da un quarantennio nella storia dell’università italiana. La beffa viene dalla manovra che blocca gli scatti di anzianità: èuna imposta progressiva al contrario che dura per l’eternità: oltre il 37per cento di decurtazione per i giovani, intorno al 6 % per chi è a fine carriera. Di qui lo slogan della “Rete 29 aprile” che raccoglie la maggioranza dei ricercatori: «Tremonti tassaci», una tassa non è per sempre ma per l’emergenza. Lo stesso relatore di maggioranza Giuseppe Valditara chiede che gli scatti, «già restituiti ai magistrati, siano ripristinati per gli universitari».
OPPOSIZIONE Ci sono due emendamenti del Pd finalizzati agli obiettivi del ringiovanimento e del risparmio: anticipare il pensionamento dai 70attuali ai65anni e istituire una sorta di intra moenia per gli atenei, con una quota di proventi professionali che vada all’università. Ma c’è da considerare che i soldi risparmiati con il pensionamento dei baroni non si trasformeranno in risorse per gli atenei: il 50% dei risparmi finirà nelle casse del Tesoro.
A SORTE Il ddl Gelmini modifica profondamente il meccanismo dei concorsi: una commissione composta da quattro ordinari estratti a sorte e da un professore di un paese Ocse selezionerà i candidati all’abilitazione, gli atenei attingeranno dalla lista unica nazionale che si sarà così formata. Ma non tutti gli atenei potranno permettersi di reclutare forze nuove, soprattutto con gli attuali chiari di luna.
QUOTA 90 Se il disegno di legge non verrà modificato, saranno penalizzati gli atenei che spendono il 90 per cento dei loro fondi in stipendi perché non potranno bandire concorsi. e l’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione dell’università) deciderà a quali atenei virtuosi assegnare il 7% di fondi in più.
RESIDENZE In teoria dovrebbe essere incentivato il numero delle residenze universitarie e delle borse di studio: ferme restando quelle assegnate in base al reddito vi dovrebbero essere assegni e debiti d’onore per gli studenti più bravi. Anche qui – per dirla parafrasando lo slogan di un noto immobiliarista – la solida realtà dei tagli si scontra con i sogni.

L’Unità 23.07.10

"Parchi naturali a rischio così il taglio dei fondi colpisce pinete e camosci", di Antonio Cianciullo

Quanto valgono il camoscio del parco del Gran Paradiso e l´orso marsicano, i terrazzamenti delle Cinque Terre e il Vesuvio, le praterie di posidonia di Ustica e il pino loricato del Pollino? Molti si troverebbero in difficoltà di fronte a una domanda del genere. Ma il governo ha una risposta pronta: meno di un caffè all´anno a testa per ogni italiano. La Finanziaria ha decretato che i 50 milioni di euro di un finanziamento già ridotto all´osso sono troppi per la natura protetta. Dopo aver provato a cancellare i parchi nel 2008 inserendoli nell´elenco degli enti inutili, il centrodestra è tornato alla carica dimezzando i fondi: non basteranno più nemmeno per l´ordinaria amministrazione. I parchi nazionali e le aree marine protette dovranno licenziare le guide e chiudere i centri visita. Tagliare le gambe all´ecoturismo, uno dei pochi settori con il segno più. Lasciare mano libera ai bracconieri. Rinunciare a presidiare le eccellenze gastronomiche che hanno contributo a imporre l´italian style nel mondo.
Un milione e mezzo di ettari, dalle dune alle zone umide, dalle foreste agli altipiani, si troverà senza difese. Per risparmiare 25 milioni di euro, il costo di un palazzetto con vista Colosseo, si mette in crisi un sistema che vale 86 mila occupati, 2 mila centri visita e aree attrezzate, oltre 34 milioni di visitatori l´anno, un giro d´affari di oltre un miliardo di euro. Limitandosi a quest´ultimo numero, fa notare il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri, si può dire che strangolando i parchi il governo prende uno e perde dodici: risparmia 25 milioni e rinuncia a 300 milioni di imposte che non verranno più versate per chiusura di attività.
Ma è un calcolo largamente per difetto: la perdita economica sarebbe in realtà molto più alta. Nel conto bisogna inserire i contraccolpi negativi sul turismo naturale che in Italia vale 9 miliardi di euro. Il danno di immagine per il made in Italy. La perdita di un luogo che assicura ossigenazione fisica e mentale. E anche un peggioramento della bilancia delle emissioni serra perché nel loro complesso le foreste, nei conteggi del protocollo di Kyoto, valgono 10,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica.
Ma veramente il cammino iniziato nel 1922 con l´istituzione del parco nazionale del Gran Paradiso e arrivato a superare il traguardo del 10 per cento di territorio protetto verrà azzerato e otterremo la maglia nera in Europa riducendo il contributo pubblico a 17 euro l´anno per ettaro protetto contro una media continentale tre volte più alta? La partita non è ancora chiusa. Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente onorario del Fai, e Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf, hanno inviato un messaggio al presidente del Consiglio: «I parchi nazionali sono un tesoro che va salvaguardato da incendi e bracconaggio, abusivismo e inquinamento anche per la gioia e il benessere di milioni di visitatori, bambini e anziani, viaggiatori locali e stranieri, studenti e studiosi, poeti e scienziati». Il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, ha rivolto un appello al capo dello Stato e il popolo dei parchi si è dato appuntamento per oggi davanti al ministero dell´Ambiente. «Il 2010 è stato proclamato dall´Onu anno internazionale della biodiversità e poche settimane fa è stata organizzata in Italia la prima conferenza nazionale sulla biodiversità. Concludere l´anno con il funerale dei parchi sarebbe un paradosso», osserva Gaetano Benedetto, del Wwf.

La Repubblica 23.07.10