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Bp inizierà a breve nuove perforazioni nel Mediterraneo al largo delle coste libiche

Non bastano i calci in c…o promessi da Obama per fermare l’attività del gruppo petrolifero inglese. La British Petroleum ha annunciato che inizierà “entro alcune settimane” una nuova perforazione nel Mare Mediterraneo, a nord delle coste libiche, confermando così un’anticipazione del Financial Times. “Prevediamo di iniziare la prima perforazione nelle prossime settimane”, ha detto David Nicholas, portavoce del gruppo BP a Londra.
Il gruppo ha ricevuto l’autorizzazione ad effettuare cinque perforazioni in virtù di un accordo firmato nel 2007 con le autorità libiche.

Queste nuove trivellazioni avranno luogo nel golfo di Sirte a “circa 5.700 piedi” (1.700 metri), ad una profondità dunque superiore a quella di Deepwater Horizon, la piattaforma al largo delle coste della Louisiana, la cui esplosione è all’origine della marea nera nel Golfo del Messico.

I retroscena di un accordo sospetto- L’accordo siglato da Bp con la Libia nel 2007 è oggetto di grande controversia negli Stati Uniti. Il gruppo petrolifero britannico è al centro delle polemiche sul presunto ruolo svolto per la liberazione del libico Abdelbaset al-Megrahi, condannato per la strage di Lockerbie. British Petroleum è accusato di avere esercitato pressioni sulle autorità britanniche per ottenere la liberazione di Megrahi in cambio di un contratto di esplorazione di idrocarburi al largo della Libia.
Megrahi era stato condannato nel 2001 alla prigione a vita per l’attentato dinamitardo perpetrato nel 1988 contro un Boeing 747 sopra la città scozzese di Lockerbie, che fece 270 morti. La Commissione Affari esteri del Senato americano esaminerà la vicenda Megrahi il 29 luglio prossimo per determinare l’eventuale ruolo di Bp nella liberazione di Megrahi nel 2009, per ragioni di salute.

Nessuna evidenza per il governo britannico- Intanto in una lettera i parlamentari Usa il ministro degli Esteri inglese William Hague ha ribadito che «non c’è evidenza» di un coinvolgimento del governo nell’affaire. Per quanto riguarda l’azione di lobby esercitata da Bp per il rilascio in cambio della concessione Hague ha spiegato che si tratta «di una normale e legittima pratica da parte di una società britannica».

Mentre non si placano le polemiche sulla marea nera nel Golfo del Messico, il gruppo petrolifero britannico British Petroleum ha annunciato che inizierà «entro le prossime settimane» una nuova perforazione al largo delle coste libiche, nel Golfo della Sirte, in pieno Mediterraneo. La notizia, anticipata dal Financial Times, è stata confermata oggi da un portavoce della compagnia, David Nicholas.
Il portavoce ha ricordato che in virtù di un accordo con Tripoli siglato nel 2007, la Bp ha ottenuto l’autorizzazione ad effettuare cinque perforazioni. «Non le abbiamo ancora calendarizzate», ha tuttavia aggiunto, precisando che ogni perforazione necessita di «sei mesi o più».
Le nuove perforazioni avranno luogo ad una profondità di circa 5.700 piedi (1.700 metri), leggermente superiore a quella della Deepwater Horizon, la piattaforma situata al largo delle coste della Louisiana la cui esplosione lo scorso 20 aprile ha causato la gigantesca marea nera che infesta il Golfo del Messico e l’ondata di polemiche che ha investito la compagnia britannica.
Il tutto avviene mentre la commissione Esteri del Senato americano si prepara ad occuparsi (il prossimo 29 luglio) delle presunte pressioni che la Bp avrebbe esercitato sulle autorità britanniche per la liberazione di Abdelbaset al-Megrahi – il libico condannato per l’attentato di Lockerbie del 1988 – in cambio di un contratto di esplorazione al largo delle coste libiche. Al-Meghrai, condannato all’ergastolo nel 2001, è stato effettivamente liberato dalla Scozia nel 2009 per ragioni di salute.

Il Sole 24 Ore 25.07.10

"Povera scuola tra caos e pasticci", di Loredana Fraleone

E’ stata un po’ pilatesca, ma inequivocabile, la nuova ordinanza del Tar del Lazio sulle violazioni della ministra Gelmini a proposito del percorso della “riforma” della scuola superiore. Se il tribunale laziale, infatti, da una parte non rinnova la sospensiva delle operazioni per l’avvio del prossimo anno scolastico, con la scusa che non vi sarebbero lesioni d’interessi, dall’altra esprime giudizi molto pesanti sulle numerose illegalità commesse dal ministero e da Gelmini, dando ragione ai ricorrenti: il comitato di circa 750 studenti, genitori, insegnanti, assistiti legalmente da Corrado Mauceri e la Flc che aveva presentato un ricorso molto simile. Nello stesso giorno, però, lo stesso tribunale concede un’altra sospensiva, questa volta a seguito di un ricorso dello Snals, che in sostanza impedisce la riduzione dell’orario scolastico settimanale, a partire dalle seconde classi, negli istituti professionali e tecnici.
Un immane pasticcio, insomma, che getterà ancor più nel caos gli uffici scolastici al lavoro, proprio in questi giorni, per definire quanti e quali docenti e personale Ata si devono assegnare alle singole scuole. Considerando che il grosso delle operazioni riguardano gli istituti tecnici e quelli professionali, lo scenario del prossimo anno scolastico si fa ancora più buio, per i lavoratori della scuola, per gli studenti e i genitori.
Nello stesso tempo, alle scuole non arrivano i soldi necessari per pagare i docenti impegnati nei corsi di recupero estivi, per i quali in molti luoghi del belpaese sono richiesti illegalmente contributi alle famiglie. In questo modo i genitori se la prenderanno con le scuole, che a loro volta se la dovrebbero prendere con Gelmini, ma i dirigenti scolastici, diretti responsabili di questi corsi, sono stati trasformati in una sorta di prefetti, ruolo che in pochi sono disponibili a contestare, pur nella difficilissima situazione in cui si trovano. La scuola, in un certo senso, è sempre stata un po’ la metafora del paese, e l’implosione che rischia assume un significato ben oltre il suo immiserimento.
Un modo per uscire almeno dall’illegalità e mettere in atto qualche aggiustamento sarebbe quello di rinviare l’attuazione dei decreti sulla scuola superiore, come da tante parti si è chiesto e si chiede. Anzi, la regione Sicilia e la provincia di Bolzano, che godono di larga autonomia, lo hanno fatto, dando alle altre regioni una motivazione forte per chiedere con determinazione il rinvio, visto che anche le loro competenze, organici, dimensionamento ecc. sono state calpestate dal governo.

Liberazione 25.07.10

"La vera storia del caso Marchionne", di Eugenio Scalfari

Fa piacere a tutti quelli che fanno il mio mestiere poter dire ogni tanto: «l’avevo scritto prima di tutti » anche se molte volte ci sbagliamo nelle previsioni e nei giudizi. E allora: quando Marchionne annunciò che la Fiat aveva conquistato il controllo della Chrysler, gran parte della stampa magnificò quell’operazione come un’offensiva in grande stile della società torinese per proporsi come uno dei quattro o cinque gruppi automobilistici mondiali che sarebbero sopravvissuti nell’economia globale. Io scrissi invece che l’operazione di Marchionne era puramente difensiva. La Fiat stava affondando; aggrappata alla Chrysler sarebbe sopravvissuta, sia pure con connotati industriali e territoriali completamente diversi. Ma perché proprio la Chrysler e non invece la Peugeot e magari la General Motors che sembrava anch’essa sull’orlo del disastro? La Peugeot non si poneva il problema di sopravvivenza planetaria e non stava affatto affondando; quanto alla GM, aveva un programma di rilancio che infatti è andato a buon fine con l’aiuto dei fondi messi a sua disposizione dal governo Usa. Chrysler era completamente decotta e il governo americano non l’avrebbe rifinanziata, l’avrebbe lasciata fallire. L’arrivo della Fiat e del piano industriale di Marchionne la salvò, Obama decise il rifinanziamento e in questo modo tenne a galla Chrysler e indirettamente la stessa Fiat. Il capolavoro di Marchionne è stato questo. Ma poi arrivarono allo stesso pettine altri nodi.

Massimo Giannini, trattando ieri questo stesso tema, ha scritto che la questione di Pomigliano è stata una «provocazione» di Marchionne per saggiare la risposta dei sindacati. L´errore dei sindacati (Cisl e Uil) – ha scritto – è stato di pensare che la provocazione riguardasse soltanto Pomigliano; invece no, riguardava l´assetto di tutto il gruppo Fiat a cominciare dal Lingotto. In effetti è così.
È vero che nell´accordo firmato con Cisl e Uil la Fiat ha preso l´impegno che le nuove regole non saranno applicabili in nessuno degli altri suoi stabilimenti in Italia; Marchionne infatti non ne applicherà ma semplicemente trasferirà in Serbia l´attuale lavoro previsto per Mirafiori.
Ma perché in Serbia? La differenza di costo salariale tra la Serbia e Torino è molto forte ma la componente salariale non pesa più dell´8 per cento sul prodotto finale. La ragione del trasferimento dunque non è questa; la ragione sta nel fatto che lo stabilimento Fiat in Serbia sarà pagato per tre quarti dall´Unione europea e per il resto da incentivi fiscali del governo di Belgrado. Quello stabilimento non costa nulla alla Fiat; per di più la sua gestione è vantaggiosa e genera utili. Perché Marchionne dovrebbe rinunciarvi?
Quanto al governo italiano, non ha assolutamente nulla da dare alla Fiat. L´azionista della società torinese non ha soldi per nuovi investimenti automobilistici; tanto meno ne ha il governo Berlusconi-Tremonti. Quindi liberi tutti, checché ne pensino Chiamparino e la Regione Piemonte a guida leghista. Bossi vuole il federalismo, della Fiat non gliene frega niente. Il tavolo aperto dal ministro Sacconi per mercoledì prossimo si limiterà ad auspicare qualche dettaglio; sotto l´auspicio niente.
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Tutto questo era prevedibile ed infatti era stato previsto. Come era stata prevista la mossa fondamentale di scorporare l´automobile dalla Fiat e quindi dal gruppo Agnelli. In gergo borsistico quest´operazione è stata chiamata «spin off», un termine che richiama in qualche modo lo “spinnaker”, la vela di prua che viene alzata quando il vento soffia da poppa. Se quel vento è forte la barca vola sulle onde. Infatti la Borsa ha accolto con molto favore lo scorporo. Il significato strategico è chiaro a tutti: gli azionisti del gruppo e «in primis» la famiglia Agnelli, vogliono disfarsi dell´automobile. Lo «spin off» serve appunto a questo: predisporre la vendita dell´automobile ex Fiat a chi vorrà comprarlo. Nel frattempo preparare la fusione con la Chrysler. La Fiat resta a Torino, ma senza più l´auto. Questa è la prospettiva del futuro prossimo.
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Fin qui abbiamo considerato la questione Fiat misurandola su tre dimensioni successive: Pomigliano, Lingotto, scorporo dell´auto.
Ma c´è una quarta dimensione ancora più importante e ancora più globale. Ne scrissi due mesi fa e non l´ho chiamata «provocazione» ma «apripista». Il caso Pomigliano cioè, e ciò che ne sta seguendo, funziona da caso «apripista» per un´infinità di operazioni analoghe che possono coinvolgere l´intero apparato industriale italiano, soprattutto quello delle imprese medio-piccole e piccole, quelle che occupano tra i 300 e i 20 dipendenti e che rappresentano il vero ed unico tessuto industriale italiano soprattutto nel nord della Lombardia, nel Triveneto, nell´Emilia-Romagna, nelle Marche, in Puglia, in Campania, nel Lazio.
Queste imprese esportano nell´euro e fuori dall´euro. Avevano registrato una grave crisi nel 2007-2008, poi si sono riprese, aiutate dalla svalutazione dell´euro, dal lavoro nero e precario e dal lassismo fiscale.
Non sappiamo quanto reggeranno all´«austerity» di Tremonti e alla ripresa dell´euro nei confronti del dollaro. Il rischio è che adottino anch´esse la delocalizzazione di cui Pomigliano ha funzionato come apripista.
Nelle imprese medio-piccole e piccole il sindacato è molto più debole che nelle grandi e grandissime. Quindi il problema non è di disciplinare il sindacato, ma di disciplinare direttamente i dipendenti. La minaccia della delocalizzazione servirà a questo e sarà estremamente difficile resistervi.
Andiamo dunque verso un rapido azzeramento delle conquiste sindacali e dell´economia sociale di mercato degli anni Sessanta fino all´inizio di questo secolo?
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Io temo di sì. Temo che la direzione di marcia sia proprio quella ed ho cercato di definirla parlando della legge chimico-fisica dei vasi comunicanti. In ogni sistema globalmente comunicante il liquido tende a disporsi in tutti i punti del sistema allo stesso livello, obbedendo all´azione della pressione atmosferica.
In un´economia globale questo meccanismo funziona per tutte le grandezze economiche e sociali: il tasso di interesse, il tasso di efficienza degli investimenti, il prezzo delle merci, le condizioni di lavoro.
Tutte queste grandezze tendono allo stesso livello, il che significa che i paesi opulenti dovranno perdere una parte della loro opulenza mentre i paesi emergenti tenderanno a migliorare il proprio standard di benessere. La prima tendenza sarà più rapida della seconda. Al termine del processo il livello di benessere risulterà il medesimo in tutte le parti, fatte salve le imperfezioni concrete rispetto al modello teorico.
La Fiat ha fatto da apripista. Marchionne disse all´inizio di questa vicenda che lui ragionava e operava nell´epoca «dopo Cristo» e non in quella «ante Cristo». Purtroppo il «dopo Cristo» è appena cominciato.
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C´è un modo per compensare la perdita di benessere che il «dopo Cristo» comporta per i ceti deboli che abitano paesi opulenti?
Certo che sì, un modo c´è ed è il seguente: far funzionare il sistema dei vasi comunicanti non solo tra paese e paese, ma anche all´interno dei singoli paesi. L´Italia è certamente un paese ricco. Anzi fa parte dei paesi opulenti del mondo, che sono in prevalenza in America del nord e nella vecchia Europa. Ma l´Italia è anche un paese dove esistono sacche di povertà evidenti (e non soltanto nel Sud) e dislivelli intollerabili nella scala dei redditi e dei patrimoni individuali.
Tra l´Italia dei ceti benestanti e quella dei ceti poveri e miserabili il sistema dei vasi comunicanti è bloccato, non funziona. Il benessere prodotto non viene redistribuito, rifluisce su se stesso e alimenta il circuito perverso e regressivo dell´arricchimento dei più ricchi e dell´impoverimento dei poveri.
Una politica che volesse perseguire il bene comune dovrebbe dunque smantellare il circuito perverso e far funzionare il circuito virtuoso. Attraverso una riforma fiscale che sbloccasse il meccanismo e redistribuisse il benessere. E poiché la mente e lo stomaco dei ceti poveri e medi reclamano un meccanismo meno iniquo dell´attuale, la riforma del fisco può e deve essere anticipata da misure specifiche di pronta attuazione, stabilite dalla concertazione tra governo e parti sociali che funzionò egregiamente tra il 1993 e il 2006, finché fu abolita con un tratto di penna all´inizio di questa legislatura.
Le opposizioni dovrebbero a mio avviso concentrarsi su questo programma. Bersani ne ha parlato recentemente, ma le opposizioni dovrebbero convergere su un programma concreto con questo orientamento per uscire da una situazione caratterizzata da vergognosi privilegi e diseguaglianze. Si parla molto di riforme. Questa delle ingiustizie sociali da combattere è la madre delle riforme. Perciò mi domando: che cosa aspettate? Che la casa vi crolli addosso?

La Repubblica 25.07.10

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Epifani: “Ridiscutiamo tutto Pomigliano e investimenti doveri sì, ma diritti inviolabili”, di Roberto Petrini

Dovremo rassegnarci ad una Torino senza Fiat, sebbene, come dice Chiamparino, la «T» è parte integrante del marchio automobilistico. Finirà così?
«Non può finire così – risponde il segretario della Cgil Guglielmo Epifani – e non deve finire così.

Leggo in questi giorni tante teorie sull´impresa globale ma se poi vai a guardare le altre imprese globali quasi tutte hanno un rapporto con un territorio, con una identità e con una memoria. Vale per le aziende tedesche, francesi, giapponesi ed anche per quelle americane e coreane. Non si capisce perché non debba valere solo per le imprese nate e cresciute in Italia. Vedo, dietro questa rottura con l´identità territoriale, più un´idea finanziaria che industriale».
Sergio Marchionne sembra scaricare la responsabilità sui sindacati: dice che all´estero farebbero ponti d´oro alla sua azienda.
«In Serbia per la verità i ponti d´oro sono quelli fatti dal governo: finanziamenti, detassasione per 10 anni, sconti sul costo del lavoro, ingresso dello Stato nella società con Fiat con il 25%. Semmai c´è da dire che la differenza la fa il comportamento dei governi. E i governi intervengono attivamente anche in Francia e in Usa».
Il ministro del Welfare Sacconi vi ha convocati a Torino. Andrà?
«Sì certo, anche se la sede e la forma dell´incontro sono poco convenzionali. Era meglio una sede istituzionale, come Palazzo Chigi».
C´è la possibilità di un disgelo?
«A due condizioni. Che l´incontro possa portare a dare certezze sugli investimenti in Italia e la difesa dell´occupazione. Inoltre bisogna trovare una modalità per riaprire il confronto su tutti gli stabilimenti italiani, Pomigliano compreso. Non mi convince il fatto che per non provare a riaprire il confronto con Fiom e Cgil si cerchino artifici formali per rendere esigibile l´accordo; artifici che avrebbero più costi e più problemi di quelli che si potrebbero conseguire riaprendo il confronto».
Allude alla costituzione di una new company per Pomigliano, con l´obiettivo di azzerare tutto, estromettere la Fiom, e ricominciare senza il «vincolo» del contratto nazionale?
«Sarebbe un atto grave e miope. Non riesco a trovare infatti una convenienza a seguire questa strada. Anche perché sono anni che sindacati e Confindustria ragionano su una prospettiva di contratti nazionali più larghi, oltre i settori merceologici, per tenere conto delle trasformazioni e dell´espandersi delle filiere produttive. Su questo ricordo l´impegno prima di Montezemolo e oggi della Marcegaglia».
Le sembra che Marchionne chieda per Mirafiori quello che ha ottenuto a Pomigliano? Rinuncia a diritti sulla malattia e lo sciopero oppure si va in Serbia?
«Non so cosa voglia davvero la Fiat. Ricordo che solo qualche settimana fa Marchionne aveva detto che si sarebbero prodotte 1,6 milioni vetture in Italia: non si può cambiare idea ogni tre mesi. Vorrei provare una volta tanto a discutere seriamente su “Fabbrica Italia”: è una formula suggestiva che per me vuol dire più investimenti, più qualità nei prodotti, più professionalità, difesa dei diritti e adesione esplicita ai doveri che ne conseguono. Per essere chiari anche sulla produttività e l´efficienza. Ma se, arrivati al dunque, dietro la formula “Fabbrica Italia” si nasconde l´intenzione di toccare dei diritti fondamentali, come quello della responsabilità individuale nel caso di malattia o sciopero, si va oltre il contratto. Si fa una strappo alle leggi e alla Costituzione».
Il caso dei licenziamenti alla Fiat rappresenta un ostacolo?
«I licenziamenti fatti non sono in realtà motivati. Non sono stati messi in atto comportamenti tali che li giustifichino e anche questo è un tema che va ripreso e su cui anche il governo deve fare la propria parte».

La Repubblica 25.07.10

Il PD per la libertà di rete contro il bavaglio digitale.

“Nessuno tocchi i blog. La maggioranza censura ancora, noi non ci stiamo”. Firmano Di Traglia, Orfini, Gentiloni, Vita, Civati, Picierno. Aderisci anche tu e scrivi ai capigruppo dei partiti per cambiare la legge su www.mobilitanti.it
“Il mese scorso avevamo denunciato come al Senato la maggioranza, approvando il ddl intercettazioni, rendeva più difficile la vita ai blogger e ai siti internet prevedendo un obbligo di rettifica. Parte della maggioranza aveva
promesso di tornare su quella norma ma ora alla Camera si sono rimangiati tutti gli impegni, lasciando l’art.1, comma 29, che prevede l’obbligo di rettifica per blog e siti internet.
Ma si può rischiare una maxi-multa perché magari si è in vacanza o non si controlla la posta? Ciò significa rendere la vita impossibile a migliaia di siti e di blog, ben diversi dalle testate giornalistiche.
Lo fanno dimenticando che la rete è proprio un’altra cosa. Non c’è stato ascolto rispetto a un’indicazione molto chiara che viene dall’universo della rete: stralciare un comma che equipara impropriamente i siti alla carta
stampata. Ma c’è ancora la possibilità, se si vuole, di abolire questo bavaglio digitale alla ripresa del dibattito nell’aula della Camera.
Il Pd si è già impegnato e chiede a tutti di sostenere la battaglia per la libertà sulla rete, senza censure, mandando un’e-mail ai capigruppo di tutti i partiti alla Camera per chiedere l’abolizione di questa norma”.

È l’appello sottoscritto da alcuni dirigenti del PD, tra cui, Stefano Di Traglia, Matteo Orfini, Paolo Gentiloni, Vincenzo Vita, Giuseppe Civati, Pina Picierno.

Firma l’appello e manda l’email ai capigruppo tramite www.mobilitanti.it

«Dalla valutazione del no alla valutazione del sì», di Maurizio Tiriticco

Dario Missaglia interviene molto puntualmente sul tema della valutazione (vedi su Education 2.0 l’estratto da un suo racconto contenuto in “Educo Ergo Sum”), senza chiamare in causa i grandi principi docimologici, ma semplicemente rifacendosi a quella che potremmo definire la “cultura degli insegnanti” in materia, o per lo meno della loro grande maggioranza. Così in un consiglio di classe il professor Pizzetti afferma che questi ragazzi non ne vogliono sapere di studiare e che non sanno neppure il verbo essere. E la professoressa Monica soggiunge che non hanno grandi motivazioni allo studio, non hanno voglia di studiare.

È lo spaccato di una realtà più che presente nelle nostre scuole dove la valutazione del no occupa sempre il primo posto e solo raramente emerge quella del sì! Quanti genitori hanno sentito il solito ritornello? Suo figlio non studia! Non si applica! Non mi segue! Non mi ascolta! Non si impegna! Non ha voglia! Se continua di questo passo, non ce la farà! E nei consigli di classe la solfa non cambia! Questi ragazzi non conoscono le nozioni più elementari! Non potranno mai farcela! Ma perché hanno continuato a promuoverli in queste condizioni?

Poi nel consiglio di classe del racconto di Missaglia si accende una piccola luce, quando i due insegnanti cercano di farsi una ragione di tale disastro: che cosa rimproveriamo a questi ragazzi? Di non aver avuto genitori colti? E di non aver incontrato maestri e professori capaci di incuriosirli? E infine il professor Boni, tecnico di laboratorio, sembra sentenziare: è vero, sono segnati dalla vita che hanno, che ci possiamo fare?

E la discussione potrebbe continuare! Tuttavia, tutti riconoscono che in laboratorio i ragazzi sembrano impegnarsi; lavorano al pezzo e leggi la soddisfazione sul loro volto quando il compito è riuscito. Quindi, gli insegnanti potrebbero percorrere una strada opposta a quella tradizionale: si potrebbe partire dalla esperienza concreta dei ragazzi e non dalla solita lezione ex cathedra! Qui il tema si farebbe interessante, ma si è fatto tardi e la preside chiude la riunione! Non rimane che pensare che c’è chi nasce per studiare e chi per lavorare!

Resta purtroppo un fatto: che la nostra scuola non è ancora in grado di attivare quella discriminazione positiva che permetterebbe di garantire a ciascuno il suo personale successo formativo: si tratta di un impegno che abbiamo assunto nel ’99 con l’avvio dell’autonomia delle istituzioni scolastiche! La nostra scuola continua a legittimare e a riprodurre quei condizionamenti socioculturali che certa sociologia ha analizzato fin dagli anni Settanta del secolo scorso. Insomma, nessuno nasce Gianni e nessuno nasce Pierino! Sono i condizionamenti sociali a produrli e una scuola incapace di assolvere al suo ruolo a legittimarli.

Finché la valutazione del no la farà da padrona, c’è poco da sperare! Proprio negli anni Settanta, quando nella scuola dell’obbligo abolimmo voti e pagelle, pensammo che la valutazione del sì cominciasse a farsi strada, anche se con fatica. Non è produttivo sapere – così pensavamo allora – che cosa non sa e non sa fare il nostro alunno, ma che cosa, invece, sa e sa fare: è dato per scontato che nessun essere umano è una tabula rasa (fatta esclusione per gli handicap perinatali) e che ciascuno di noi sa e sa fare sempre un qualcosa. È chiaro che, se un insegnante ha in testa i cinque voti negativi e i cinque positivi come timone iniziale della sua didattica, la sua azione è fallita in partenza! Insomma, è necessario scoprire dentro quel NON perentorio attribuito al Gianni di turno che cosa si nasconde, invece, di vitale, di positivo su cui cercare e insistere! Il fatto è che il Gianni di turno non sa parlare e non sa leggere secondo lo standard dell’insegnante! Ma che cosa concretamente dice, quando parla e quando scrive? È sui concreti “livelli di partenza” – così li chiamavamo allora – di ciascun alunno che occorre cominciare a lavorare, non sui “prerequisiti” impliciti che l’insegnante della tradizione ha costruito nella sua testa, senza sapere neanche perché! Se un insegnante di una prima media dopo il primo giorno di scuola dice a se stesso che non sa dove metterà le mani con una simile classe, è segno che ha già fallito! È il solito medico che vuole curare solo i raffreddori perché incapace di affrontare le vere malattie!

Sarà difficile rimontare tale situazione! E lo dice anche Missaglia nel suo racconto. “Se il ritorno al voto decimale ha prodotto una crescita delle bocciature, vuol dire che in questi anni si è radicata una nuova forma di darwinismo brutale, incolto ma potente, e che un patrimonio culturale, che aveva alimentato gli studi sul ruolo del condizionamento sociale sui processi di apprendimento e di selezione scolastica, è stato eroso. E, in questo deserto, è probabile che una parte degli insegnanti abbia visto nel ritorno al voto decimale una sorta di restituzione, finalmente, del potere dei docenti”.

Per concludere, dichiaro ciò che maggiormente mi preoccupa. Il ritorno al voto nella scuola media, punto debole del nostro sistema di istruzione obbligatoria, avvertito anche da Missaglia addirittura come un “buco nero” in un altro suo scritto, “La scuola e i giovani nel Rapporto ISTAT”, sempre su Education 2.0, coniugato con quel ritorno a un preteso rigore rappresentato dalla prova nazionale Invalsi dell’esame finale, non farà altro che incrementare con maggior vigore la “produzione” di tanti nuovi Gianni! E l’obbligo di istruzione decennale? E le competenze culturali e di cittadinanza che tutti i nostri sedicenni dovranno acquisire? Mah! E i due milioni di giovani che oggi non vanno a scuola né lavorano aumenteranno!

da www.educationduepuntozero.it

"Silenzi e tabù: perchè in Italia gli uomini uccidono le donne", di Vera Schiavazzi

Anna Maria Tarantino non credeva di vivere nel Medioevo, e neppure in un villaggio afgano. Così, non ha pensato di rischiare la vita quando ha chiesto a Leopoldo Ferrucci di aiutarla, in cambio di un po’ di denaro, a trasportare dei mobili e a caricare dei pacchi dell’Ikea di Roma. Un tragico errore, perché lui l’ha ammazzata a pugni, senza neanche rendersene conto.
Neppure Eleonora Noventa, 16 anni soltanto, pensava di lasciarci la pelle quando ha detto a Fabio Riccato, 30 anni, che non voleva più essere la sua fidanzata. Lui le ha sparato in una strada di Mestre mentre andava in bicicletta, poi si è ucciso. Le loro storie sono state pubblicate su giornali già pieni delle vicende di killer di ex fidanzate, come Gaetano De Carlo che, in un giorno, ne ha uccise due con una pistola fuorilegge, o il giovane carabiniere Luca Sainaghi che, dopo aver ucciso la sua la sua ex, Simona Melchionda, gettandola in un fiume, per un mese ha finto di collaborare alla sua ricerca. A Napoli, negli stessi giorni, Giovanni Esposito accoltellava la moglie Clara, colpevole di averlo lasciato dopo anni di botte e di violenze.
“Femminicidio”, lo chiamano, e chiedono di chiamarlo, gli studiosi di questa ondata di pazzia assassina che pare inarrestabile. “Uomini che odiano le donne” scrive, invece, chi preferisce le citazioni letterarie e quel titolo del libro di Stieg Larsson che, adesso, è diventato un modo di dire. Femminicidio, una parola coniata per le centinaia di donne vittime della guerra tra narcotrafficanti che flagella Ciudad Juárez, in Messico, ma ormai adottata in tutta Europa. E che oggi è attualissima in Italia dove la codificazione del reato di stalking, che, fino alla sua approvazione, nel febbraio del 2009, faceva storcere il naso a più di un giurista, non ha dato i risultati sperati. Non perché le denunce non comincino ad arrivare, adesso con più frequenza: in un anno o poco più, gli arrestati sono stati oltre 1200, all’80 per cento maschi, i casi segnalati oltre settemila. Ma perché il nuovo reato ha – per ora – fallito l’obiettivo di fermare i potenziali assassini prima della tragedia finale.
Nel 2009, infatti, le donne uccise in Italia da ex mariti o fidanzati sono state 119. Una strage, 19 in più delle cento ammazzate soltanto tre anni prima, che pure avevano già creato allarme e contribuito non poco al cammino difficile della legge. La quale considera le minacce e le molestie continuate nel tempo: perché ormai si sa che chi uccide, stupra o picchia una donna che conosceva bene, in precedenza l’aveva già minacciata almeno una volta. Del resto, una donna su tre – tra i 16 e i 70 anni – è stata vittima di qualche forma di violenza. Come tutte le novità, l’applicazione del reato di stalking si è affermata prima al Nord che altrove: 539 denunce in Lombardia, 403 in Piemonte, 359 in Toscana e poi giù giù fino alle 344 della Campania e alle 331 della Sicilia. E, curiosamente, sempre al Nord è avvenuto il numero più alto dei delitti più recenti con donne come vittime: una tipologia di omicidi che non ha legami, secondo gli esperti, con particolari situazioni di degrado o di arretratezza.
Gli uomini che uccidono le donne, infatti, sono distribuiti tra tutte le classi sociali. Norme come quelle italiane sullo stalking sono presenti anche in Austria, Belgio, Olanda, Danimarca, Germania, Regno Unito, mentre in Spagna c’è una legge tutta nuova che prevede il giudizio entro 70 ore per la violenza domestica e un osservatorio statale che deve monitorare il lavoro dei giudici su questa materia. “Occorre mantenere un atteggiamento laico quando si parla di stalking, e soprattutto seguire degli indicatori che possono aiutare chi indaga a capire quali sono i margini di rischio, chi può arrivare a commettere reati più gravi” spiega Livia Locci, sostituto procuratore del gruppo che, a Torino, si occupa di “fasce deboli”: reati contro i bambini, le donne, gli anziani.
Locci cita esempi illuminanti: “Gli studi del Modena Group on stalking ci dicono che spesso chi giunge a uccidere era incensurato e aveva un’occupazione regolare, mentre fattori negativi, come l’uso di droga, possono indurre lo stalker a nuove molestie, ma non necessariamente gravi. La verità è che più si studia il fenomeno e più si capisce che non ci sono ricette sicure e univoche per prevenirlo: occorre che chi indaga, forze dell’ordine e magistrati, sia estremamente preparato e sappia cogliere fin dalla denuncia la storia delle persone e il legame tra autore e vittima del reato”. Anche poter proteggere chi denuncia è fondamentale: a Torino, il progetto Dafne ha già messo a disposizione di 69 vittime di stalking, quasi tutte donne, servizi di aiuto psicologico, luoghi di accoglienza e consulenza.
Ma esiste, nello specifico arcipelago criminale degli “uomini che odiano le donne”, una sorta di “aggravante italiana”? Una più alta percentuale di campanelli d’allarme inascoltati, di ondate di indignazione che finiscono troppo in fretta?
Verrebbe da rispondere di sì. Mentre cresce infatti l’autonomia economica e sociale delle donne – e lo stalking si concentra sulle trenta-quarantenni: quelle forti abbastanza per decidere della loro vita, come fa notare Cristina Karadole, che ha analizzato il fenomeno per la Casa della Donna di Bologna – non cessa la tendenza a lasciar correre, a non denunciare comportamenti che possono rivelarsi pericolosissimi. Quando esplode la rabbia dei parenti ormai è troppo tardi, emergono dettagli dolorosi, particolari agghiaccianti, e alla fine la rassegnazione si accompagna all’oblio.
“Voglio avere giustizia, ma non con le proteste in piazza” ha detto saggiamente Leonardo Melchionda, il padre di Simona, agli amici che, su Facebook, si erano accordati per manifestare davanti alla caserma dei carabinieri di Oleggio, dov’era in servizio il suo assassino. Nel caso invece di Gaetano De Carlo, l’uomo che di fidanzate ne ha uccise due con una pistola che non avrebbe dovuto possedere, è scattata la denuncia contro chi gliel’aveva venduta. Ma intanto, il 22 per cento dei processi per omicidio sulle donne finisce nelle statistiche come “raptus” e porta con sé una parziale o totale incapacità di intendere dell’imputato.
Ora, però, anche nella politica qualcosa si muove, si inizia a guardare al femminicidio come a un’emergenza nazionale. In Piemonte, ad esempio. Anna Rossomando (penalista e deputata pd) ha chiesto la convocazione dei tavoli per la sicurezza guidati dai prefetti: “Su venti milioni di euro stanziati nel 2009 per sostenere il piano contro la violenza alle donne ne sono stati usati soltanto due. Per questo è urgente il confronto tra chi deve prevenire e reprimere i reati e chi deve accogliere le vittime”. Adesso non resta che sperare che anche questa nuova ondata di allarme non cada nel vuoto, e che il femminicidio rimanga in agenda anche per l’autunno.

Il Venerdì di Repubblica 23.07.10

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“Continuano a farci del male perché abbiamo espugnato un dominio che era assoluto”, di Natalia Aspesi

Ancora una! Per ora, in attesa di altre. Tra le ultime, la sedicenne fatta fuori a colpi di Smith & Wesson 357 Magnum, dall’innamorato trentenne che lei aveva deciso di lasciare. Sui giornali, foto di lei, graziosa adolescente, con cagnolino beato, e tanto per cominciare ad animare un po’ un evento sempre più ripetitivo e quindi dal punto di vista dell’informazione sempre meno interessante, una novità: foto non di tutto il cadavere (chissà, forse alla prossima), ma di una gamba snella dello stesso nuda sino alla coscia, con scarpetta décolleté accanto alla ruota della bici, e a destra, scarpone sdrucito con caviglia umana, presumibilmente dell’assassino-suicida. Segue articolo, non indignato per la tragica orribile fine di un a povera ragazzina, ma romanticamente commosso per la storia di un amore impossibile, stile fiction.
Indubbiamente, se la stampa si spazientisce non ha torto visto che questi ammazzamenti sono ormai usuali e non si può mica ogni volta annoiare i lettori con le stesse filosofie del ramo e il riassunto delle puntate precedenti e le statistiche agghiaccianti e le interviste ai vicini di casa e la certezza che questo ennesimo delitto si poteva evitare ma nulla è stato fatto; e la parola magica che ormai si trova dappertutto, “stalking!”, ha persino il suo sito ministeriale e la sua pubblicità, “Denuncia chi ti perseguita e riprenditi la libertà”. Però non si sa quante lettere minatorie e petardi sotto casa e macchine incendiate e acquisti, appunto, di Smith & Wesson devono accumularsi perché il nuovo reato sia accertato e perseguito. Intanto, dalle prime pagine le fidanzate, amanti, conviventi, mogli diventate ex o ansiose di diventarlo per loro volontà e per questo trucidate, sono passate a quelle interne e se va avanti così basteranno a segnalare il fatto, di usuale cronaca nera, dieci righe su una colonna di spalla con titolino.
Non tutti gli uomini che odiano le donne, o si accontentano di odiarne una sola, spaccano loro la testa o le sgozzano o gli sparano in faccia. Si potrebbe dire che le donne ammazzate dai loro uomini con la scusa che le amano troppo e non le vogliono perdere, non sono che la cosiddetta “punta dell’iceberg”, come si esprimono spesso le cronache: se non dell’odio, almeno della forte antipatia che sempre più le donne, certe donne, suscitano negli uomini. Ancora oggi, dopo decenni di emancipazione, liberazione, femminismo, leggi paritarie, ingresso in tutte le professioni, spesso le donne continuano ad essere ritenute delle intruse: anzi, più diventano autonome e guadagnano posizioni anche sorpassando gli uomini, più costituiscono un affronto: anche se poi, per senso di colpa, aggiungono alla scrivania di amministratore delegato massime virtù domestiche. E meno male che c’è la Chiesa cattolica ad opporre resistenza all’invadenza femminile: simbolo rassicurante di quale sia il posto delle donne, cristianamente venerate purché se ne stiano fuori dai piedi e non pretendano il sacerdozio: perché poi si sa, gli dai un dito e si prendono il braccio, e se si mettono in carriera, quelle son capaci di diventare papesse!
Saranno certamente dei lunatici, dei depressi, dei folli, dei criminali, (ma non così pochi, però) gli uomini che al grido di “Non sarai di nessun altro!”, oggi come al tempo di Francesca da Polenta in Malatesta, fanno fuori la loro amata sposa, se possibile facendo fuori anche chi li ha sostituiti e talvolta se stessi, come accadde nell’agosto 1970 a Roma, quando il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino ammazzò la moglie Anna, il di lei giovane amante Massimo e se stesso. Ma contribuisce alla loro impossibilità di accettare una perdita e una sconfitta, il fatto che a infliggere l’una e l’altra sia una femmina, la quale si arroga un diritto che certamente ha, ma che certamente non dovrebbe avere, quello di fare quel che le pare. Infatti ancora c’è qualche maschio che grida “Sei mia!” e non tanto nei momenti in cui giustamente si straparla insieme, ma dopo, a mente fredda, come se ci si fosse dimenticati che a un certo punto furono le ragazze, stufe di avere uno che si credeva padrone sia pure virtuale, a gridare in piazza “Io sono mia!” (per non parlare di “L’utero è mio e lo gestisco io!”). Stabilendo, e lo si credeva per sempre, che nessuno possiede l’altro, che ci si ami o no. Invece il sempre non esiste, ed eccoci qui di nuovo a sentire certi maschi lasciarsi andare al “Sei mia!” armati di revolver o di ascia.
Bisognerebbe riflettere poi se l’antipatia maschile verso le donne in generale e quelle della loro vita in particolare, non dipenda anche dal fatto che le ragazze giovani, belle, sorridenti, apparentemente disponibili, sono una immensa foresta che opprime dalla televisione, dalla pubblicità, dai giornali (molto meno dalla strada, invasa da giovanissime sederone svestite malissimo). Ma se c’è questa offerta di massa di donne bellissime, zitte e seducenti, che certamente sanno come spalancare le porte del paradiso, magari anche con lo sconto, perché, devono pensare in molti, la mia, pur brava donna, è una panciona spettinata e musona, che non la dà neanche se le porto i pasticcini? Ma le donne, le vere donne, non dovrebbero essere quelle lì che si vedono su Chi in bikini con dei ricchi vecchioni, donne che basta comprarle come un tempo si barattavano con due mucche e una capra, e si sottomettevano all’imperio del maschio, di qualsiasi maschio con gregge disponibile, come pare avvenga tuttora in quella terra beata che è l’Afghanistan?
Il problema è che anche quell’immenso esercito di bellezze, dopo un po’ suscita antipatia: si tratta sempre di donne, per di più di donne che usano la pelle levigata e il seno naturale (quello chirurgico fa televisione, ma non mercato) e tutto il resto, non per passione e sottomissione o se disinvolte, per qualche centinaio di euro, ma in cambio di assessorati, sottosegretariati, direzioni artistiche, presidenze, posti nei consigli di amministrazione, magari anche solo come capocantiere o ingegnere capo, va bene tutto quello che fa carriera e potere. E indipendenza, e autonomia, e possibilità di scelta. Più odiose di così!
Gli uomini che odiano le donne o che si accontentano di trovarle antipatiche, sono ripagati dalle donne che, finita la rincorsa e l’acchiappo e la vertigine, e i doveri familiari, sempre più, senza arrivare ad odiarli, cominciano a trovarli indisponenti se non superflui. Veramente buona parte delle donne l’ha sempre pensato, ma faceva finta di niente: perché senza un uomo non si era nessuno, non si campava, non potevi essere madre.
Perché, se per errore fatale restavi incinta dopo che ti avevano fatto una testa così per farti cadere nel gorgo del peccato, finiva che lui non ne sapeva niente, che i genitori ti cacciavano di casa ed eri disonorata per sempre, oltretutto mettendo al mondo un cosiddetto, con eleganza, bastardo. Adesso, superate le fiamme della passione che rendono il più noioso degli uomini un irresistibile rubacuori, di cui ogni difetto è una splendida virtù, campare senza si può. Meglio, si potrebbe, perché poi l’agognata solitudine appare troppo audace, ci vorrebbero due palle così, e allora si resta lì, in due per conto proprio pur facendo tutto insieme. Purché non ci si bastoni e oltre, va tutto bene.

Il Venerdì di Repubblica 23.07.10

"Organici di fatto: pubblicata la circolare", di Reginaldo Palermo

Nella giornata del 23 luglio il Ministero ha definito le procedure per l’adeguamento degli organici del personale docente e Ata alle situazioni di fatto esistenti nelle scuole. Le disposizioni, contenute nella circolare n. 59, non consentiranno ovviamente di recuperare la diminuzione di posti effettuata al momento della definizione degli organici di diritto; il provvedimento prevede però alcune modeste “aperture” che potranno, forse, dare un po’ di ossigeno alle scuole in maggiore difficoltà.

Per esempio, per quanto riguarda l’organico dei collaboratori scolastici le direzioni scolastiche regionali potranno disporre delle deroghe in due casi e cioè quando il numero dei collaboratori assegnati con l’organico di diritto non consenta il regolare funzionamento di tutti i plessi (questo vale soprattutto per i circoli didattici articolati su parecchie sedi) o quando fra il personale assegnato via sia una elevata percentuale di inidonei al servizio per motivi di salute.

Per quanto riguarda le scuole primarie la circolare ribadisce che il monte ore calcolato per le classi di tempo pieno è uguale a 44: in altri termini a ciascuna classe di tempo pieno vanno assegnati due docenti.

“Le quattro ore residuate dalle 44 ore settimanali delle classi a tempo pieno, comunque disponibili nell’organico di istituto, dovranno essere utilizzate per l’ampliamento del tempo pieno sulla base delle richieste delle famiglie, nonché per la realizzazione di altre attività volte a potenziare l’offerta formativa (compreso il tempo mensa per le classi che attualmente praticano i rientri pomeridiani)”.

Pur senza dirlo esplicitamente, la circolare fa quindi intendere che laddove le risorse di organico siano sufficienti, la cosiddetta “compresenza” non è di per sé esclusa.

Per le scuole secondarie di primo grado viene precisato che tutte le cattedre devono essere costituite con 18 ore di insegnamento e viene anche chiarito che per l’insegnamento di Italiano, storia e geografia sono previste nove ore per classe; ma, aggiunge ancora la circolare, il D.M.n. 37 del 26 marzo scorso non indica il numero di ore da destinare a ciascuna disciplina. “Pertanto -conclude la circolare – è rimessa all’autonomia della scuola la quantificazione del tempo di insegnamento da destinare a ciascuna disciplina”.

Per quanto riguarda la secondaria di secondo grado vengono annunciate ulteriori disposizioni che”verranno emanate successivamente alla pubblicazione dei movimenti e alla conoscenza degli esuberi provinciali, con particolare riguardo alle modalità di attuazione dei potenziamenti per la salvaguardia dei docenti soprannumerari e la sistemazione del personale in esubero, anche con riferimento alla recente ordinanza del TAR del Lazio”.

“Per la definizione delle classi e delle consistenze organiche – scrive però il Ministero – si richiama quanto previsto dal decreto interministeriale n. 55 del 6 luglio 2010, relativo alle dotazioni organiche del personale docente per l’a.s. 2010/2011, in corso di registrazione”.

E con questo passaggio viene chiarito anche un dubbio che era stato sollevato dal sito ReteScuole in merito alla recente sentenza del Tar del Lazio.

Il Tar, infatti, aveva respinto i ricorsi di Flc e delle Associazioni con la motivazione che il Ministero aveva sanato la situazione trasmettendo il testo del DI 55 del 6 luglio 2010. Per pura casualità il decreto dell’anno scorso aveva lo stesso numero e la stessa data: ReteScuole aveva adombrato il dubbio che il Tar avesse commesso un errore, ma adesso questa ipotesi sembra da escludere; la circolare parla infatti esplicitamente di un decreto datato 6 luglio in corso di registrazione e la questione dovrebbe essere chiusa.

Tecnica della Scuola 24.07.10