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"E per i blog resta la mannaia", di Fabio Chiusi

L’ultimo testo del disegno di legge sulle intercettazioni non ha eliminato l’articolo che soffoca la conversazione in Internet: una sequela di obblighi burocratici che non esistono in nessun Paese libero.
Prima di cantare vittoria, meglio assicurarsi di poter aprire la bocca. E il nuovo emendamento del governo al disegno di legge sulle intercettazioni, quello che secondo alcuni toglierebbe il “bavaglio”, in realtà non lo consente. Non in rete, almeno: dato che il comma 29 – meglio conosciuto come “ammazza-blog” – resta invariato. Continuando così a prevedere l’estensione dell’obbligo di rettifica contenuto nella disciplina per la stampa ai “siti informatici”.

Che cosa significa? In soldoni, che qualsiasi blogger non rettifichi un post entro 48 ore dalla richiesta, rispettando inoltre stringenti criteri grafici, di posizionamento e visibilità, rischia di incorrere in una multa fino a 12.500 euro. Insomma, bastano un paio di giorni al mare oppure una rettifica data nel modo sbagliato per ritrovarsi con diverse migliaia di euro da pagare. Un ragazzo che scrive un’inesattezza e poi parte per un week end senza collegarsi a Internet, rischia di pagare carissima la sua breve vacanza. Ma soprattutto, il solo pericolo che questo accada ha una evidente funzione deterrente e diseducativa: si insegna ai giovani la paura ad esprimersi, si disincentivano i ragazzi dall’aprire un blog.

Non solo: ma c’è il rischio molto concreto che nei decreti attuativi della legge, al fine di poter reperire il blogger a cui chiedere una rettifica, venga inserito l’obbligo per i blogger di “registrare” la propria testata presso qualche autorità (tribunale, Agcom o altro): il che ovviamente soffocherebbe ulteriormente – attraverso la burocrazia – l’apertura e la gestione dei blog.

Una norma del genere non esiste in nessun Paese libero: dagli Stati Uniti all’Europa, ciascun blogger è penalmente e civilmente responsabile di quello che scrive (come del resto già oggi in Italia) ma non esistono lacci burocratici finalizzati a scoraggiare le conversazioni in rete.

Ecco perché l’articolo ammazza web non piace nemmeno ad alcuni esponenti del Pdl, partito che pure l’ha partorita. E così, dopo un lungo dialogo con la Rete, il deputato Roberto Cassinelli ha formulato una proposta di emendamento che nell’attuale versione reintroduce una qualche distinzione tra giornalismo amatoriale e professionistico, prevedendo diversi termini di decorrenza e ammontare della sanzione, ridotta a una cifra compresa tra 100 e 500 euro per le testate non registrate, che non svolgano “attività imprenditoriale” e che forniscano un indirizzo email valido tra i contatti.

Anche l'”uomo internet” di Berlusconi, Antonio Palmieri, si è detto favorevole al testo di Cassinelli. Lo stesso dicasi per i finiani di Libertiamo e Farefuturo.

Nonostante questo, della proposta Cassinelli non si sa più nulla. E’ sparita nel grande mare delle proposte di legge non calendarizzate. Invece il disegno di legge Alfano è in procinto di essere approvato alla Camera per poi passare alla rilettura al Senato, con il testo definitivo che continua a soffocare i blog.

Ma anche se venisse discusso e approvato in tempo utile, il “lodo Cassinelli” sui blog sarebbe una soluzione soddisfacente? Molti in Rete ne dubitano. Prima di tutto i blogger stessi, le vere vittime degli eccessi di zelo di un legislatore che cerca disperatamente di fare di Internet un mezzo di comunicazione tradizionale (si pensi ai lacci apposti dal decreto Pisanu per quanto riguarda l’accesso da luoghi pubblici e in mobilità e a quelli, più recenti, previsti dal Romani, che di fatto rende aprire una web tv una procedura complicata quanto la gestione di un canale televisivo vero e proprio).

In secondo luogo, i dubbi provengono dall’opposizione. Il Pd ad esempio, al grido “Nessuno tocchi i blog”, ha lanciato una mobilitazione online a firma Civati-Gentiloni-Orfini per chiedere l’abrogazione del comma 29. Un “no” di principio, dunque, che si oppone senza appello all’idea che alle dinamiche del Web sia applicabile una disciplina concepita nel 1948, come quella sulla stampa, e che vorrebbe sullo stesso piano un blog e il sito di Repubblica. Una equiparazione che rischia di avere effetti devastanti per la libertà di espressione nel nostro Paese, e proprio nel luogo – la Rete – che ne decide sempre più le sorti.

Contro la norma ammazza Internet presente nel disegno di legge Alfano molti blogger si erano schierati fin dall’anno scorso, quando fu proclamato il primo sciopero dei blog (14 luglio 2009). Allora quasi nessuno parlava della legge bavaglio, un caso che è esploso solo negli ultimi mesi, quando è iniziata la discussione al Senato. Adesso la parte di bavaglio sui giornali sembra essere stata molto ridimensionata. Quella che taglia le gambe ai blog invece è ancora lì. E rischia di diventare legge dello Stato.

L’Espresso 23.07.10

"Troppi segreti poche verità", di Giovanni Bianconi

Fra le molte novità introdotte nel 2007 dalla riforma dei servizi segreti, c’è la temporaneità del segreto di Stato: quindici anni più, eventualmente, altri quindici. Trenta al massimo, è stato stabilito. Ma ora una commissione governativa incaricata di studiare modifiche e migliorie suggerisce la possibilità di reiterare, dopo quella scadenza, la classificazione dei documenti da parte degli stessi servizi di sicurezza, secondo i loro canoni: segreto, segretissimo, riservato, riservatissimo. Che hanno altre regole e nuove decorrenze.

Non più segreto di Stato deciso dall’autorità politica, quindi, ma reintroduzione di un segreto di fatto; non opponibile al magistrato, ma a tutti gli altri sì. Se questa proposta verrà accolta, il messaggio lanciato dalla tanto attesa riforma sul segreto finalmente a tempo—nel Paese che ha una solida e sfortunata tradizione in materia di spionaggio deviato e trame oscure—finirà per diventare l’ennesima promessa non mantenuta. Un modo per far sospettare che si sia trovato l’inganno, dopo aver fatto la legge. Sappiamo che tecnicamente la materia è complessa, e che ci possono essere legittime ragioni per non divulgare un atto non più coperto dal massimo grado di riservatezza deciso dall’autorità politica. Tuttavia, com’è emerso nel dibattito avviato in seno al comitato parlamentare per la sicurezza, quello giunto dalla commissione governativa non sembra un segnale nella direzione della trasparenza. È invece proprio di trasparenza che avremmo bisogno. Anche in materia di segreti, per quanto paradossale possa sembrare. Il prossimo 2 agosto si celebrerà il trentesimo anniversario della strage alla stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti), che arriva a un mese dal trentennale della strage di Ustica (81 persone abbattute mentre volavano a bordo di un Dc9); fatti sui quali la verità giudiziaria è molto parziale, oppure non c’è. Lì i segreti di Stato non c’entrano, almeno ufficialmente.

Però c’entrano i depistaggi e le bugie, la scarsa collaborazione di alcuni apparati alle indagini, insomma tutto l’armamentario divenuto abituale nell’Italia dei misteri irrisolti. Ed è inevitabile che se i segreti sono destinati ad allungarsi anziché cadere prima o poi, dubbi e sospetti su verità nascoste in qualche archivio riservato finiscano per moltiplicarsi. L’Italia è anche il Paese dei complotti immaginari, delle inchieste sempre aperte e dei processi infiniti: a Brescia è in corso il dibattimento di primo grado per la bomba assassina di piazza della Loggia nel 1974 (8 morti e 102 feriti); e in Sicilia si sono riaperte le indagini sulle stragi del ’92 che lambiscono uomini delle istituzioni, nelle quali i Servizi riformati hanno fornito (riferiscono gli stessi inquirenti) un’adeguata collaborazione. Forse sarebbe opportuno che questo tipo di sensibilità portasse a trovare soluzioni diverse per tutelare le esigenze di sicurezza quando scade un segreto di Stato, che non sia un semplice e burocratico sbarramento. Anche per non alimentare falsi miti su indicibili arcani custoditi negli archivi inaccessibili; se davvero non c’è niente da nascondere, dovrà pur arrivare il giorno in cui sia consentito guardarci dentro.

Il Corriere della Sera 23.07.10

"Renzo Bossi re delle Prealpi", di Michele Serra

La successione dinastica decisa da Umberto rischia di creare attriti con i fratelli e i cugini. Quasi inevitabile che le gelosie tra Eridano, Padanio e Ticino portino alla Guerra delle Due Canottiere.
Renzo Bossi Renzo BossiLa soluzione dinastica decisa da Umberto Bossi (gli succederà il figlio Renzo) desta l’interesse di storici e politologi. La decisione di Bossi è giudicata legittima: l’ereditarietà delle cariche non esiste nelle democrazie europee, e dunque in Italia è perfettamente ammissibile. Piuttosto, preoccupa l’eventualità di guerre di successione scatenate dagli altri figli, che potrebbero anche non ricorrere ai metodi più indolori, come il fratricidio, e imboccare la via delle armi. L’Università di Pavia ha elaborato una serie di proiezioni poco prima che il nuovo rettore leghista la riconvertisse in un allevamento di dobermann.

2020 Il giovane Renzo succede al padre Umberto, nel frattempo divenuto Re delle Prealpi. Nella Reggia di Varzi viene cinto della Corona Stagionata, una preziosa treccia di salamini e trucioli di alluminio simbolo dell’economia padana. Pronuncia la storica frase “Dio me l’ha data, eppur si muove”, facendo sopprimere il vecchio tutore Tremonti che l’aveva corretto in pubblico. Al titolo di Re delle Prealpi, che gli va stretto, aggiunge quello di Geometra. Il cugino Padanio dichiara nulla la cerimonia e, a capo di un piccolo esercito di Suv, occupa la tangenziale di Varzi: è la scintilla della Prima Guerra di Successione, detta anche “guerra delle due Canottiere”.

2021 Con Renzo si schierano i Cobas del Latte (guidati dal condottiero Giovanni Senza Quote), i pescatori di pesci gatto e le famose “madri in nero”, che portano il lutto in memoria dei “recomparecidos”, figli e mariti ricomparsi dal nulla negli elenchi dei contribuenti. Dalla parte di Padanio, la movida di Bergamo e il concessionario della Hummer per la Lombardia. La lotta è impari, Padanio viene legato a una rotoballa e gettato in un roveto, Renzo regna incontrastato e vara una grande stagione di riforme: l’esilio dei Culattoni, il battesimo forzato per i musulmani, la riduzione dell’Iva sui divani fiorati. Stabilisce la sua sede nel più grande e sfarzoso capannone lungo la Paullese, un arredobagni, e riceve le delegazioni straniere immerso in una Jacuzzi piena di Campari soda. Nomina cardinale di Milano suo figlio Ticino, barman della discoteca “Pota Libre”, che introduce nel rito ambrosiano la lap-dance.

2030 Decadenza del Regno di Renzo, le cui stravaganze (ha letto l’intero primo capitolo di un libro) sconcertano la Corte. Viene deposto da un ramo minore della famiglia, i Bossi Absburgo Lorena, dei quali nessuno aveva mai sentito parlare ma che compaiono nell’elenco del telefono di Pontedilegno a partire dal 2029, data nella quale il capostipite Alberto, tipografo, aveva cominciato a stampare elenchi del telefono. I Bossi Absburgo Lorena aboliscono la canottiera come indumento ufficiale di corte e introducono il gilet di terital. In segno di simpatia per i centri minori, stabiliscono la capitale a Milano, che dopo l’Expo e gli allagamenti conseguenti è decaduta a villaggio insalubre. 2037: campagna contro la malaria. 2045: bonifica delle paludi milanesi e ristrutturazione delle palafitte. 2068: introduzione dell’alfabeto bossiano, di sole cinque lettere, per facilitare la Grande Campagna di Rinascita Culturale.

2255 Il lungo regno dei Bossi Absburgo Lorena, che ha riportato il Nord ai livelli del 1300, ha termine. L’ultimo rampollo, Urk VIII, non lascia eredi. Avvolto di pelli di nutria e con il suo caratteristico elmo a sei corna, viene sepolto nel letto del Naviglio: emergono solo il naso e gli alluci. I sei figli illegittimi avuti dalla moglie Chantal durante i provini di “Xfactor Revival” (una gara di canti primitivi, con tamburo e gong) dividono il regno in sei parti, con regolamento condominiale. Nasce la Bossia-Erzegovina, in onore della escort russa Ludmilla Erzegova, fidanzata dei sei fratelli Bossi. L’invasione cinese del mese successivo riporta definitivamente in Italia l’elettricità, l’acqua potabile e la ruota.

L’Espresso 23.07.10

"Il decreto interministeriale n. 55 del 6 luglio 2010 non esiste!", di Mario Piemontese

Il TAR ha citato nell’ordinanza del 20 luglio il decreto interministeriale n. 55 del 6 luglio 2010, mentre l’Avvocatura dello Stato nella memoria del 13 luglio trasmessa al TAR ha citato il decreto interministeriale n. 55 del 6 luglio 2009.
Il TAR del Lazio ha ravvisato l’illegittimità della C.M. n.37/10 perché con la circolare è stato trasmeso uno schema di decreto interministeriale sull’organico del personale docente per l’a.s. 2010/2011 e non un decreto. Il TAR inoltre ha affermato nella stessa ordinanza che tale decreto è il n. 55 del 6 luglio 2010.

L’Avvocatura dello Stato nella memoria consegnata al TAR sostiene che il ricorso avverso la C.M. n. 37/10 è infondato perché la circolare è stata emanata dopo il decreto interministeriale n. 55 del 6 luglio 2009 relativo all’organico del personale docente per l’a.s. 2009/2010.

E’ evidente che qualcosa non va!

Cominciamo dall’Avvocatura dello Stato.

L’Avvocatura dello Stato confonde l’organico del personale docente per l’a.s. 2009/2010 con quello per l’a.s. 2010/2011. Cita infatti un decreto intrministeriale del 2009 sull’organico per l’a.s. 2009/2010 per giustificare la legittimità di una circolare del 2010 sull’organico per l’a.s. 2010/2011.

Passiamo al TAR.

Il TAR nell’ordinanza ha “trasformato” il decreto n. 55 del 6 luglio 2009, citato dall’Avvocatura dello Stato, nel decreto n. 55 del 6 luglio 2010.

E’ praticamente certo che il decreto interministeriale n. 55 del 6 luglio 2010 non esista, e che quindi lo schema di decreto trasmesso dalla C.M. n. 37/10 non è mai stato sotituito da un decreto.

E’ inoltre probabile che il decreto interministeriale n. 55 del 6 luglio 2009 sia anch’esso inesistente perché dovrebbe essere quello che avrebbe dovuto sostituire lo schema di decreto trasmesso dalla C.M. n. 38/09 sull’organico del personale docente per l’a.s. 2009/2010.

Avverso la C.M. n. 38/09 è stato presentato al TAR da più di un anno un ricorso del tutto analogo, per non dire identico, a quello avverso la C.M. n. 37/10. Il TAR ha chiesto più volte al MIUR la trasmissione del decreto che l’Avvocatura dello Stato cita come n. 55 del 6 luglio 2009, ma il MIUR per il momento non ha ancora trasmesso niente. Di questa vecchia questione il TAR tornerà ad occuparsene il 14 ottobre.

A questo punto ritengo sia opportuno che tutti i ricorrenti attraverso i loro legali rappresentanti chiedano al TAR e al MIUR di fare immediatamente chiarezza sulla vicenda, anche se dal mio punto di vista tutto è assolutamente chiaro: i tagli all’organco del personale docente sia per l’a.s. 2009/2010 che per l’a.s. 2010/2011 sono assolutamente fuorilegge.

da Retescuole 23.07.10

"Scontro tra Tremonti ed enti locali. Il decreto sul federalismo blocca i fondi a comuni e province che non collaborano", di Nicoletta Cottone

È arrivato il primo via libera del Consiglio dei ministri al decreto attuativo del federalismo fiscale sui fabbisogni standard di Comuni e Province. Il testo ora passerà all’esame della Conferenza Stato-Regioni e della commissione bicamerale per il federalismo fiscale per poi tornare dopo l’estate in Cdm per il via libera definitivo. Si tratta del secondo decreto legislativo della delega sul federalismo fiscale.
Il testo prevede il blocco ai fondi per i comuni e per le province che non collaborano all’attuazione del federalismo. La Sose (Società per gli studi di settore), infatti, potrà chiedere ai comuni e alle province di fornire, entro 60 giorni, tutti i dati necessari alla definizione dei fabbisogni standard. Chi non dovesse collaborare sarà «sanzionato con il blocco, sino all’adempimento dell’obbligo, dei trasferimenti a qualunque titolo erogati».

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha rassicurato sui tempi del decreto per l’autonomia fiscale degli enti locali che oggi hanno bocciato all’unanimità i tagli alla manovra: arriverà entro fine mese «nel rispetto dell’accordo firmato con i Comuni». Dunque non ci saranno slittamenti oltre la data prevista del 31 luglio. Anche se «non è facile» e sarà «da scrivere molto meglio». Il ministro ha anche annunciato che si sta studiando «la cedolare secca sugli affitti, pensiamo di dare un grande recupero di gettito ai comuni (si legga l’intervista doppia ai sindaci di Bergamo e Crotone)».

Per il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli in questo modo i trasferimenti dello Stato agli enti locali non avverranno più con il criterio della spesa storica. «Oggi si mette la parola fine al criterio della spesa storica. Si interrompe quel vizio del nostro Paese che aveva trasferito risorse non in base alle effettive esigenze ma sulla base della spesa storica, così chi più spendeva, e male, più riceveva. Questo ha determinato sperequazione nei trasferimenti che non ha una logica se non le motivazioni politiche dei vari governi».

Il problema, assicura Calderoli, «è stato affrontato in maniera molto seria: i fabbisogni standard sono costruiti interloquendo con Comuni e Province, e con la Sose spa per ricavare effettivamente gli indicatori di riferimento per la valutazione dell’azione pubblica». Un terzo delle funzioni con le relative risorse verranno trasferite nel 2011, un terzo nel 2012, e nel 2013 si completa l’operazione: «L’andata a regime avverrà entro tre anni».

Intanto sul federalismo il presidente della conferenza delle regioni, Vasco Errani, è tornato a chiedere un percorso organico che coinvolga le autonomie. «Vogliamo aprire subito un confronto sul federalismo fiscale, vogliamo accelerare ma in un percorso trasparente con una discussione preventiva sui decreti attuativi». Le regioni chiedono di «partecipare alla discussione» anche di questo provvedimento che riguarda comuni e province «convinti che sia importante, ma deve entrare in modo coordinato nell’impianto generale». Per il governatore dell’Emilia Romagna, «la legge 42 prevede che la perequazione deve essere fatta dalle regioni che é fondamentale perché l’impianto sia sostenibile». Altrimenti, avverte, «il federalismo rischia di non reggere e non si possono fare errori su una partita così decisiva».

Le Regioni, ha detto il ministro dell’Economia, «scenderanno dai grattacieli e torneranno al tavolo». Per Tremonti «l’atteggiamento allegro e sereno del presidente Errani dimostra che la realtà è un po’ diversa da quella che si è voluta forzare. Noi con la municipale – ha aggiunto riferendosi alla futura imposta unica – stiamo con i campanili. Le Regioni sono un po’ più lontane, scenderanno dai grattacieli e torneranno al tavolo».

Il Sole 24 Ore 23.07.10

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“Federalismo, via al primo decreto lite Tremonti-Regioni sui tagli”, di Roberto Petrini

Blocco dei fondi ai sindaci che non collaborano. Sì all´Imu. Manovra bocciata. Il ministro: “Noi con i Campanili, le Regioni sui grattacieli”
Tremonti accelera sul federalismo fiscale ma non si ferma la protesta delle Regioni e dei Comuni che ieri, con un documento votato alla unanimità in Conferenza unificata, hanno bocciato la manovra da 25 miliardi in discussione alla Camera. «Noi con i Campanili, le Regioni sui grattacieli», ha ironizzato il ministro dell´Economia provocando indignate reazioni dei governatori. Resta scettica l´opposizione sull´impostazione del governo: «Arriveranno nuovi balzelli», denuncia Francesco Boccia del Pd.
Il ruolino di marcia del federalismo fiscale sembra comunque confermato, come pure l´arrivo dell´Imu, la nuova tassa municipale. Ieri il consiglio dei ministri ha varato, come annunciato la scorsa settimana, il primo dei tre decreti previsti prima di Ferragosto, quello sui costi standard di Comuni e Province. E ad un cammino a tappe forzate fa pensare la norma del decreto che minaccia il blocco dei trasferimenti ai Comuni che non collaboreranno alla rilevazione dei nuovi parametri. Dopo la riunione del governo, il ministro dell´Economia ha confermato: «Entro fine mese il decreto, il federalismo non poteva che partire dai Comuni». Il titolare di Via Venti Settembre ha anche annunciato che il governo «sta studiando la cedolare secca sugli affitti con la quale – ha detto – si pensa di dare un grande recupero di gettito ai Municipi» (l´aliquota sostitutiva dell´Irpef per chi dà un appartamento in affitto dovrebbe essere del 23 per cento).
A dare man forte a Tremonti è sceso in campo il ministro per la Semplificazione Calderoli che ha confermato il calendario annunciato qualche giorno fa: «Credo che per l´autunno avremo completato il quadro generale del federalismo fiscale con l´emanazione dei relativi decreti», ha detto nel corso della conferenza stampa che ha seguito il consiglio dei ministri. I prossimi provvedimenti saranno quello sul fisco comunale e sui fabbisogni sanitari delle Regioni, a settembre arriverà quello sulle tasse provinciali.
Lo strumento principale sul quale farà perno il federalismo comunale – sul quale ieri Tremonti ha insistito particolarmente – sarà l´Imu (Imposta unica sugli immobili). «Nessun arretramento», ha detto. «Per noi l´ideale è la massima concentrazione possibile, ma saranno i Comuni a scegliere, a decidere il menù, potranno fare dei referendum. Pensiamo sia civile unificare 24 tributi stratificati nel tempo». Stando alle indiscrezioni che emergono dai lavori in corso l´Imu sarà composta a moduli: nel caso dei proprietari di immobili adibiti a pubblici esercizi, ad esempio, saranno inserite addizionali per l´occupazione del suolo pubblico (oggi Tosap) o per la pubblicità (oggi Icp). Al tempo stesso, stando almeno ha quanto ha confermato ancora ieri Tremonti («Non ci sarà un´imposta sulla prima casa, è un bene costituzionale e non ci sembra giusto tassarla») non pagheranno l´Imu i possessori di prima casa.
Il decreto approvato prevede, in otto articoli, il meccanismo per individuare i costi standard dei vari servizi municipali: si va dagli asili nido alla polizia locale, dall´ambiente alla gestione dell´anagrafe e c´è anche il grado di soddisfazione degli utenti. Il compito di individuare i «costi», che cominceranno parzialmente ad operare dal 2012, viene affidato alla Sose (società Mef-Bankitalia) che oggi elabora gli studi di settore.
Il quadro del federalismo fiscale è dunque in movimento mentre è ancora in atto il confronto con Regioni e Comuni sui tagli. La frase di ieri di Tremonti suona polemica: «Noi con la “municipale” stiamo con i Campanili, le Regioni scenderanno dai grattacieli e tratteranno», ha detto riferendosi probabilmente al Pirellone lombardo. Formigoni non ha glissato: «Sono simbolo di virtù» ed Errani (presidente della Conferenza delle Regioni) ha replicato: «Grattacieli? Abbiamo i piedi ben piantati per terra».

La Repubblica 23.07.10

"Un paese senza politica industriale", di Luigi La Spina

L’esercizio è semplice, ma l’effetto è impressionante. Basta accostare due notizie, registrate da tutti i giornali negli ultimi giorni. La prima, in ordine di tempo, si riferisce al rapporto Svimez 2010 sull’economia del nostro Mezzogiorno, dove si segnala addirittura il rischio di «una estinzione» dell’industria nel Sud. La seconda, di ieri, riporta le dichiarazioni dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, nelle quali si annunciano, da Detroit, il passo decisivo e obbligato dell’azienda sulla via dell’internazionalizzazione e la scelta di spostare in Serbia la costruzione della nuova monovolume, in un primo momento prevista a Mirafiori.

Il drammatico allarme del più importante istituto di analisi economico-sociale sulla condizione delle nostre regioni meridionali e la cruda chiarezza con cui Marchionne esprime scetticismo sulle garanzie che negli stabilimenti italiani si possano ottenere per attuare progetti di investimento così impegnativi hanno suscitato nella classe politica e in quella sindacale del nostro Paese reazioni sconcertanti. Da una parte, deprecazioni generiche all’insegna di un meridionalismo sempre più vecchio e senza idee.

Dall’altra, minacce, barricadiere nei toni e vane nella sostanza, contro le regole della competitività e dei mercati internazionali e proposte di liturgici tavoli di discussione.

La debolezza di queste risposte al significato complessivo delle due notizie è sconfortante, per almeno due ragioni. La sproporzione rispetto al pericolo di un forte declino dell’industrializzazione italiana e, quindi, di una sostanziale emarginazione di quella che figura ancora come settima potenza dell’economia mondiale dal futuro vertice dei Paesi più sviluppati del ventunesimo secolo. La sorpresa per due annunci che non sono affatto «due fulmini a ciel sereno», ma sono gli esiti, purtroppo largamenti previsti, di fenomeni che, in Italia, si manifestano non da anni, ma da decenni.

E’ da decenni, infatti, che i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi non hanno avvertito la gravità della crisi e che, perciò, non hanno lanciato un vero piano straordinario di politica industriale. L’unico progetto con il quale, concentrando tutte le risorse del Paese, si possa sperare di restare a far parte dell’élite economica del mondo. L’unico modo, al di là di astratti, confusi e velleitari piani di riconversione delle vocazioni fondamentali dell’Italia, con il quale si possa assicurare il futuro ai nostri giovani.

Nel recente e non solo recente passato i governi hanno diviso la questione industriale in Italia, separando, di fatto, l’attenzione e le terapie tra la condizione del Nord e quella del Sud. Nel Settentrione, si è pensato di compensare le difficoltà delle grandi aziende per competere sui mercati internazionali con il modello della piccola manifattura che si è sviluppato nel Nord-Est. Un sistema fondato su presupposti economici, sociali, finanziari che non poteva reggere davanti alla crisi dei mercati esteri e alla concorrenza delle condizioni di lavoro nei Paesi meno evoluti.

Per il Mezzogiorno si è oscillato, invece, tra due convinzioni, in realtà senza applicare nessuna delle due con la minima coerenza. Alcuni hanno teorizzato che la migliore scelta fosse quella di non fare nulla. I risparmi ottenuti, rispetto alle onerose politiche di incentivi e di assistenza, avrebbero potuto consentire al Nord una più rapida crescita e, quindi, trainare anche il Sud verso un progresso economico più sano e più indipendente. Altri hanno invocato, invece, una specie di ritorno al passato, alla «gloriosa» epoca della Cassa del Mezzogiorno e dell’Iri, al massiccio intervento dello Stato. I risultati dell’intreccio casuale di queste due linee di politica economica sono evidenti: mentre in altre zone depresse d’Europa, come l’Irlanda, il Sud della Spagna, l’Est della Germania, le distanze con le regioni più sviluppate si sono accorciate o addirittura annullate, il nostro Mezzogiorno è nella condizione tragica denunciata, appunto, dall’ultimo rapporto Svimez. Un piano straordinario di politica industriale dovrebbe puntare sulle tre emergenze che impediscono all’Italia di essere un Paese attrattivo per gli investitori stranieri: una giustizia civile meno insopportabilmente lunga, una burocrazia meno asfissiante, una legislazione del lavoro più moderna. Il ministro Tremonti, a parte la balzana idea di modificare l’articolo 41 della Costituzione, ha avanzato, per la verità, alcune proposte interessanti in merito, individuando il vero motivo per cui sia le famose «lenzuolate» di Bersani, sia il tanto propagandato «piano casa» di Berlusconi si siano risolti in un sostanziale fallimento: «gli interessi di settori riescono a bloccare tutto», ha ammesso.

Ecco perché solo una eccezionale mobilitazione bipartisan, provocata dalla consapevolezza del rischio che corre l’Italia in questo momento, potrebbe sconfiggere le resistenze corporative. Non c’è bisogno di calcare i toni dell’allarme sul futuro dell’industria nel nostro Paese, perché la situazione è persino troppo evidente. Né di eccedere in pessimismo, perché il nostro futuro non è scontato. E neanche di esibire qualche gesto simbolico. Ma se, a quasi tre mesi di distanza dalle dimissioni di Scajola, si trovasse anche un ministro dell’Industria non sarebbe male.

La Stampa 23.07.10

"La centrale del fango", di Ezio Mauro

Promemoria per l´estate. Mentre Berlusconi parla di “calunnie” e “campagne furibonde” contro il governo, c´è in realtà un metodo nel lavoro e nella ragione sociale della cosiddetta P3, che è venuto alla luce con chiarezza e non ha bisogno di passaggi giudiziari per avere una sua evidente rilevanza politica. È fatto di affari privati legati al comando pubblico, di istituzioni statali usate a fini personali, di relazioni privilegiate intorno a uomini potenti (Denis Verdini lo è, almeno fino ad oggi, e Marcello Dell´Utri altrettanto), di personaggi influenti arruolati per premere su personalità decisive – soprattutto nella giustizia – e infine di faccendieri svelti di mano e pronti a tutto, anche a essere bollati dal Premier come “pensionati sfigati” quando la rete è scoperta. Ma per riuscire, il metodo ha bisogno di qualcosa in più: infangare, delegittimare, distruggere.
La macchina del fango che secondo i magistrati è stata messa in atto contro il candidato del Pdl alla guida della Campania, Stefano Caldoro, è agghiacciante e su “Repubblica” l´ha svelata Roberto Saviano. Si tratta della fabbricazione di un dossier pieno di allusioni sessuali, per creare un caso Marrazzo-bis in Campania, buttare fuori dalla corsa da Governatore Caldoro e favorire Nicola Cosentino.
Ancora più agghiacciante è che questa fabbrica del fango capace di distruggere una persona nasca dentro il Pdl, contro un candidato del Pdl, a vantaggio di un altro uomo del Pdl.
Nelle intercettazioni si parla apertamente di un “rapporto” su Caldoro, si evocano “i trans”, si accenna ai “pentiti”, si trasmettono “dossier” con “date e luoghi”, si fa uscire il tutto su siti regionali e alla fine il capo locale del partito si complimenta per l´operazione.
Ma c´è di più: chi fa capire a Caldoro che deve tremare (“ci sono carte che parlano di te in un certo modo”) è addirittura il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, che lo convoca a Montecitorio, si apparta con lui nel corridoio della “Corea” e gli dice apertamente che sta per informare della vicenda Berlusconi. In realtà, come ha spiegato Saviano, Verdini “sa tutto” del dossier perché gli uomini che ci lavorano sono gli stessi che riceve ripetutamente a casa sua per “aggiustare” la sentenza della Consulta sul Lodo Alfano, a beneficio esclusivo di “Cesare”. E attraverso Verdini, naturalmente anche “Cesare” sa “cosa sta facendo la banda del fango”. E lascia fare, anche se Caldoro è un suo pupillo, “perché Cosentino è più potente, più utile e sa molte cose”, e il Premier vuole capire se la diffamazione di Caldoro può oscurare le accuse di mafia che hanno costretto il sottosegretario a dimettersi. Il fango costruito dalla P3 dentro il Pdl lavora indisturbato, Caldoro rischia di essere distrutto, Verdini tiene informato il Premier che assiste silenzioso ad un´operazione di selezione delle élite basata su dossier, carte false, ricatti. Tutto questo avviene in un Paese democratico, in mezzo all´Europa, in pieno 2010, dentro un partito che si chiama “Popolo delle libertà” ma che il leader, intimamente, preferisce chiamare “Partito dell´Amore”.
I giornali conoscono questa vicenda, ma non risultano denunce indignate, editoriali. Gli intellettuali tacciono: siamo in piena estate. E invece è obbligatorio porsi una prima domanda, elementare: se questi sono i metodi usati con i compagni di partito, con gli “amici”, che succederà con i “nemici”, o sarebbe meglio dire con i critici, i dissidenti? O forse è meglio domandarsi che cosa sta già succedendo. Perché nessuno sa fin dove arrivi la rete di ricatti, di minacce e di intimidazioni che questo potere può stendere sulla società politica, sul sistema istituzionale, sul mondo dell´informazione. Possibile che tutte quelle firme così preoccupate dalla privacy da accettare allegramente una mutilazione del controllo di legalità e della libertà di informazione (quando poi, come si è visto, la proposta di “Repubblica” del 2008 era la più adatta a tutelare la riservatezza dei cittadini) non abbiano nulla da dire su questo caso esemplare di privacy violentemente deturpata, con metodo e intenzione, come un normale strumento di azione politica?
In realtà se non siamo ciechi o conniventi, dunque complici, dobbiamo ammettere che quel metodo lo abbiamo già visto all´opera, in Italia, e con successo. Lo ha usato e teorizzato proprio il Presidente del Consiglio, nel momento più infuocato dello scandalo sul “ciarpame politico” che gli ha arroventato la scorsa estate. Proviamo a ricordare. Il giornale di proprietà della famiglia del Premier cambia improvvisamente direzione nel mese di agosto, e il direttore uscente scrive che se ne va a malincuore dopo aver fatto tutte le battaglie meno una: rovistare “nel letto di editori e direttori di altri giornali”. Evidentemente era quel che si voleva. E infatti il 27 agosto quel giornale opportunamente reindirizzato pubblica un falso documento giudiziario che accusa di omosessualità il direttore del quotidiano dei vescovi, Dino Boffo, colpevole soltanto di aver ospitato le critiche al Premier della Chiesa di base.
Boffo viene killerato mediaticamente, la Santa Sede ne approfitta per regolare i conti con la Cei, aggiungendo miseria vaticana a vergogna italiana, e tutto avviene senza che la maggioranza dei giornali sveli l´operazione in tutta la sua ferocia politica, semplicemente indicando il movente, illuminando il mandante, invece di soffermarsi sull´irrilevanza del killer, che infatti dovrà poi chiedere scusa. La barbarie si compie, anche nei suoi effetti pedagogici, perché l´invito ai giornalisti di girare al largo dalle vicende del Premier è esplicito. Il metodo è al lavoro: è già toccato a Veronica Lario, la moglie che ha osato ribellarsi e che si è vista denudata sui giornali della cantoria berlusconiana, messa alla berlina a seno nudo, accusata di avere un amante. Tocca subito dopo a Fini, che muove i primi passi nel dissenso e viene ammonito sul foglio di famiglia a mettersi in regola con l´opinione dominante, pena il riemergere “di vecchi scandali a luci rosse”. Si cerca cioè, in poche parole, di coartare la libertà politica e personale della terza carica dello Stato: semplicemente, se fosse stato ricattabile, sarebbe stato ricattato, l´intimidazione preventiva era l´ultimo avvertimento, ecco il Paese in cui viviamo.
Poi finisce nel tritacarne il giudice Mesiano, colpevole di aver scritto una sentenza civile favorevole alla Cir e contraria a Fininvest, e quindi messo allo zimbello dalle telecamere di proprietà del Premier, deriso, fatto passare poco meno che per matto: salvo le scuse, a operazione conclusa. Ma non è finita. Mentre sui suoi giornali si inseguono gli attacchi a Tremonti, a Casini, a “Repubblica”, il Premier è personalmente impegnato ad acquisire e visionare il video che ucciderà la carriera politica di Piero Marrazzo: un video che finisce nelle sue mani senza che nessuno gliene chieda conto, in modo che “Cesare” possa avvertire il governatore (di sinistra), tenendolo in pugno invece di spingerlo a svelare e sventare il ricatto. Lo stesso copione, miserabile, avviene con i nastri della telefonata tra Fassino e Consorte che il Premier riceve direttamente dall´imprenditore Favata ad Arcore, insieme con suo fratello, sorridendo compiaciuto: “Come posso sdebitarmi per questo prezioso regalo”? E infatti, il valore d´uso politico di quei nastri è così urgentemente prezioso che il giornale di proprietà della famiglia del Premier li pubblicherà sette giorni dopo il “regalo”.
Ora, è impossibile non vedere che qualcosa di terribile lega questo metodo insistito e ripetuto, queste vicende che replicano lo stesso copione da parte di un potere che non riconosce limiti controllando insieme servizi e polizie statali, e strutture private (o associazioni segrete come la P3) di fabbricazione autonoma dei dossier: terribile per la democrazia, oltre che per i destini personali dei soggetti coinvolti, con l´unica colpa di essere ex alleati ribelli, partner autonomi, avversari politici, giornalisti critici. Cioè persone che intendono sottrarsi al dominio pieno e incontrollato e ci provano, facendo il loro mestiere come accade nei Paesi normali. Dove i leader, carismatici o no, si difendono e attaccano quando è il caso, ma non hanno giornali di proprietà della loro famiglia o variamente appaltati per uccidere mediaticamente gli avversari con dossier che arrivano da chissà dove, e colpiscono la persona per zittire la funzione. E non controllano l´universo televisivo, usando le telecamere per regolare i conti privati del Premier, dopo aver ogni sera ricostruito con i suoi colori di comodo il paesaggio italiano di fondo. Come ha scritto nel pieno di queste vicende Giuseppe D´Avanzo, nell´ottobre scorso, è un “rito di degradazione, un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che minaccia l´indipendenza delle persone, l´autonomia del loro pensiero e delle loro parole, la libertà di chi dissente e di chi si oppone”.
Quanti attori del discorso pubblico, concludeva quell´articolo, sono oggi in questa condizione di sottomissione? Quanti possono esserlo domani? Il problema riguarda con ogni evidenza la “democrazia reale”, perché un Paese moderno e democratico non può essere governato dentro una rete di ricatti e di intimidazioni, azionati o tollerati da un potere debole, più spaventato che spaventoso. Se questa è l´estate italiana che ci aspetta, bisogna dire fin d´ora che il Paese – nella sua pubblica opinione, nelle sue autorità di garanzia, negli spazi autonomi della politica di destra o di sinistra – dovrà ribellarsi ai dossier e alle minacce, rigettandoli e denunciandoli, insieme coi loro autori, i beneficiari e i mandanti. Dimostrando così che la libertà è più forte della paura.

La Repubblica 23.07.10