Latest Posts

"La riformetta dell'università", di Massimo Livi Bacci

Sull’università si sa tutto, o quasi. Ci sono analisi e saggi approfonditi, documenti e statistiche. Do per scontato che la maggioranza conosca la situazione e capisca la necessità di un rinnovamento.
Essa si era posta (almeno originariamente) obbiettivi non troppo lontani da quelli della mia parte politica e sui quali una convergenza, magari parziale, avrebbe potuto essere costruita. Attendevamo dunque una riforma, con la R maiuscola, una riforma capace di ammodernare il modo di creare scienza e conoscenza, di diffonderle, di trasmetterle. Ma al governo è mancato il coraggio.

Chi volesse ergersi a difensore dello stato attuale – e io non sono tra questi – qualche buona ragione potrebbe anche trovarla. Faccio solo un esempio. Lo stato della ricerca nel nostro paese non è poi così catastrofico: dalle graduatorie – quasi sempre citate per mostrare che gli atenei italiani stanno ai piani bassi delle classifiche – apprendiamo che la produzione scientifica nel campo della fisica pone l’Italia al settimo posto in campo internazionale, e ancora al settimo posto sta il nostro paese nell’ambito della biologia molecolare e della genetica. In ogni caso, non si lotta per il podio (riservato agli Stati Uniti, al Giappone e alla Germania) ma non siamo tra i reietti. Certo il sistema è afflitto da colpevoli sprechi, da insopportabili sistemi di padrinaggio, da non scusabili assenteismi ma – direbbe nella sua arringa un difensore – con tassi assai minori di quelli prevalenti in altri comparti dell’amministrazione pubblica.

Sentita la difesa, l’accusa ha, purtroppo, buoni argomenti: il sistema ha proliferato irrazionalmente moltiplicando sedi e corsi; ha frammentato eccessivamente il sapere e le discipline, inseguendo acriticamente una “domanda” evanescente e poco informata; ha protetto le chiusure locali e disciplinari a fronte delle aperture internazionali; ha scoraggiato la mobilità degli studenti e quella dei docenti. Potrei continuare. Tutto questo, ed altro ancora, chiede una Riforma con la R maiuscola. Ma il ddl 1905 non è una riforma coraggiosa, ma un pavido bricolage. Il ddl dà forse più risorse, riconoscendo la priorità della conoscenza nel cammino dello sviluppo? No, le riforme sono a costo zero – ma uno zero… nel negativo (mi perdonino i matematici), perché le risorse sono già state pesantemente tagliate e più lo saranno in seguito. Si occupa di recuperare i finanziamenti privati, con un’intelligente politica fiscale? Giammai. Dà sostanza all’asserita ispirazione liberale del provvedimento, permettendo agli atenei di organizzarsi al meglio, seguendo la vocazione e l’opportunità? Non se ne parla, si centralizza a tutto spiano. Incoraggia gli studenti che meritano? Solo a parole, con le medaglie di latta erogate dal fondo per il merito, un salvadanaio senza denaro pubblico e con poca speranza – così come strutturato – di attrarre l’obolo privato. Si occupa del diritto allo studio? Ma quando mai: ci pensino le regioni. Valuta il merito degli atenei, dei dipartimenti, dei docenti della ricerca, degli studenti? A parole, perché l’Anvur – l’agenzia di valutazione – è tuttora un guscio vuoto né ci sono piani per costituirne le capacità tecniche per fare il suo difficile mestiere. Dà una soluzione al problema dell’invecchiamento del corpo accademico – invecchiamento, si badi bene, dovuto alla mancanza di ingressi di giovani alla base della piramide? Non sembra proprio.

Se mi fosse concesso più spazio, potrei analizzare in maggiore dettaglio anche altre inadeguatezze del provvedimento: penso al reclutamento dei docenti per cui si è congegnato un sistema doppio, dispendioso e poco efficiente o penso sempre al fondo per il merito e mi chiedo a tal proposito quale privato vorrà mai mettere denaro nel fondo, gestito dalla Consip, organizzato secondo criteri definiti dall’economia, e che non riceverà finanziamento pubblico.

C’è un consenso diffuso sulla necessità di valorizzare il merito, di adottare meccanismi di valutazione per farlo risaltare, di concedere autonomia che implica assunzione di responsabilità. Ma questi principi sbandierati anche dalla maggioranza sono traditi dal disegno di legge: non si valorizza il merito senza risorse; non si valuta a parole ma costruendo le capacità per farlo e l’Anvur, come detto prima, è un fantasma; non si coltiva la responsabilità centralizzando e togliendo autonomia. Il Pd, che voterà convintamene contro questo disegno di legge, era ed è pronto per una coraggiosa riforma, non per un bricolage dell’esistente.

da Europa Quotidiano 23.07.10

"Il dumping di Marchionne", di Luciano Gallino

Quattro anni fa, settembre 2006, Sergio Marchionne dichiarava prima in un discorso all’Unione Industriale di Torino, poi in un’intervista a questo giornale, che «il costo del lavoro rappresenta il 7-8 per cento». «E dunque – aggiungeva – è inutile picchiare su chi sta alla linea di montaggio pensando di risolvere i problemi». Per contro ieri annuncia che, tutto sommato, ritiene necessario picchiare proprio su chi sta alla linea. E le ragioni per farlo sembrano primariamente connesse al costo del lavoro. In questo caso i destinatari diretti del messaggio non sono i lavoratori di Pomigliano, ma quelli di Mirafiori, visto che un nuovo modello di auto che doveva venir prodotto nello stabilimento torinese sarà invece prodotto in Serbia. Una decisione che, se non è un de profundis per Mirafiori, poco ci manca.
In verità l´ad Fiat ha usato parole un po´ diverse. Ha detto che in Italia i sindacati mancano di serietà. L´azienda non può assumere rischi non necessari per realizzare i suoi progetti nel nostro paese. Fiat deve essere in grado di produrre macchine senza incorrere in interruzioni dell´attività. Qualche minuto in rete basta però per venire a sapere che il salario medio dei lavoratori serbi del settore auto si aggira sui 400 euro al mese. Ed è improbabile che tale costo sia accresciuto da consistenti contributi destinati al servizio sanitario e alla pensione, come avviene da noi grazie alle conquiste sociali di due generazioni fa. Andare in Serbia, piuttosto che restare a Mirafiori, significa quindi giocare il destino di nostri lavoratori la cui prestazione assicurava finora un livello di vita decente a sé stessi ed alla famiglia, anche per il futuro, contro lavoratori di un paese che a quel livello di vita e a quel futuro avrebbero pure loro diritto, ma per il momento se li possono soltanto sognare.
Se questa sorta di grande balzo all´indietro è ciò che Marchionne intende per modernizzazione delle relazioni industriali in Italia, vengono un paio di dubbi. Non diversamente dal 2006, il costo del lavoro in un´industria altamente automatizzata come l´auto rappresenta il 7-8 per cento del costo complessivo di fabbricazione. Portando la produzione da Mirafiori a Kragijevac, dove il costo del lavoro è meno della metà, la Fiat può quindi pensare di risparmiare al massimo tre o quattro punti sul costo totale. Ma se intende affrontare tutti i problemi sociali, sindacali e politici che dalla sua decisione deriverebbero per conseguire un risparmio così limitato, ciò significa che le sue previsioni di espansione produttiva, di vendite e di bilancio sono assai meno rosee di quelle che lo stesso amministratore delegato ha dato a intendere nei mesi scorsi. E questo dubbio ne alimenta un altro: che il vero obbiettivo non sia la riduzione del costo del lavoro, sebbene questo appaia evidente, bensì la realizzazione di una fabbrica dove regnano ordine, disciplina, acquiescenza assoluta agli ordini dei capi. Dove, in altre parole, il sindacato non solo assume vesti moderne, ma semplicemente non esiste, o non fiata. Magari ci verrà detto ancora una volta che questo è un obbiettivo che la globalizzazione impone. Può essere, anche se le pretese di quest´ultima cominciano ad apparire esagerate. Quel che è certo è che si tratta di un preoccupante indicatore politico.

La Repubblica 23.07.10

******

“I motivi dell´investimento in Serbia. Airaudo (Fiom): impossibile competere”, di Paolo Griseri

Per ogni operaio assunto la Fiat riceve inoltre 10 mila euro di aiuti pubblici. La Serbia è l´Eldorado dei manager. Una specie di terra promessa per gli imprenditori, stando al racconto di Giorgio Airaudo, responsabile nazionale Fiom per il settore auto. «Da tempo abbiamo contatti con i sindacati di quel paese – spiega Airaudo – e il loro racconto spiega perfettamente per quale motivo la Fiat ha scelto di trasferire la produzione da Mirafiori». Ieri mattina lungo la direttrice Torino-Kragijevac, la località dove sorgeranno le nuove linee produttive, si è svolta la prima riunione virtuale tra organizzazioni sindacali sul futuro dei due stabilimenti.
«In Serbia il salario mensile è di 400 euro», spiega il sindacalista italiano. Un salto notevole rispetto alle retribuzioni medie degli operai torinesi (1.100-1.200), una paga addirittura più bassa delle retribuzioni già misere della Polonia (meno di 600 euro mensili). Per arrivare a questi livelli in Italia bisogna sottoporsi a dosi massicce di cassa integrazione, così come è avvenuto da quando la crisi ha cominciato a mordere il mercato delle quattro ruote.
La paga mensile non è l´unico vantaggio del trasloco deciso da Marchionne. In base all´accordo firmato due anni fa dal governo di Belgrado e dal Lingotto, lo Stato paga la bonifica dello stabilimento e cede la proprietà alla Fiat. La bonifica è costosa. La fabbrica, la vecchia linea produttiva della Zastava, è stata bombardata dagli aerei Nato nel ´99, durante la guerra che divise l´ex Jugoslavia. Nell´area sono disperse 370 tonnellate di diossine e altri veleni. Dei 2.600 ex dipendenti della vecchia Zastava la Fiat ne ha assunti solo 1.000 lasciando gli altri a libro paga dello Stato serbo fino a quando la salita produttiva del nuovo modello non consentirà nuove assunzioni. Per ogni dipendente assunto la Fiat, in base all´accordo, riceve 10.000 euro di finanziamento pubblico. Inoltre per dieci anni il Lingotto non pagherà tasse né al governo di Belgrado né al comune di Kragijevac.
«Competere con questi costi per noi è impossibile. Chi potrebbe permettersi il lusso di lavorare per 400 euro al mese in Italia? In questa storia Pomigliano non c´entra un bel niente. Marchionne dica chiaramente quali sono i motivi del trasloco», si arrabbia Airaudo. E ricorda che «quando Mirafiori rischiava la chiusura tutti i sindacati, la Fiom in testa, hanno lavorato perché gli enti locali torinesi finanziassero la ristrutturazione e salvassero lo stabilimento. Noi – conclude – siamo rimasti gli stessi di allora. Vorremmo che anche la Fiat si mettesse a discutere senza atteggiamenti ideologici».
Al Lingotto ieri non si commentavano le numerose prese di posizione di sindacalisti e politici sulla scelta di trasferire la produzione del minimonovolume da Mirafiori a Kragijevac. Ma è evidente che dal punto di vista dell´immagine il dietrofront di Marchionne non è stata una mossa vincente. Si capirà solo nelle prossime quale sarà la contromossa di Fiat per risalire la china nella battaglia sul futuro dello stabilimento torinese.

La Repubblica 23,07.10

******
Fiat, il governo convochi un tavolo

La Fiat sposta la produzione in Serbia?
“Ho trovato sorprendente questo annuncio”. Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, commenta l’annuncio da parte di Sergio Marchionne di voler portare la produzione della nuova monovolume sull’altra riva dell’Adriatico. “Non ho capito perché dice una cosa del genere: le condizioni che trova all’estero le trova anche a Torino – ha osservato Bersani -. E’ la città che in Italia ha più cultura industriale. Da un secolo a questa parte ha affrontato di tutto, da problemi organizzativi a crisi industriali. La vicenda merita un chiarimento. Non si può fare spallucce. Del resto la Fiat si chiama Fabbrica italiana automobili Torino. Il punto di partenza resta questo”.
Ipotesi da non prendere alla leggera: l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, vede nella Serbia uno dei futuri luoghi di produzione per la casa automobilistica torinese e ad essere sacrificati sarebbero nientemeno che le maestranze e gli stabilimenti di Mirafiori. Bersani, che proprio ai cancelli della fabbrica volle chiudere la campagna elettorale per le regionali 2010, è tra i primi a non starci e a richiamare il governo alle sue responsabilità: “Serve l’immediata convocazione di un tavolo sulla Fiat perché è in atto una dispersione delle risorse industriali del nostro Paese”. Serve un “tavolo” che affronti la vicenda Fiat, indotto compreso, perché l’Italia non può permettersi di affrontare un capitolo così delicato per l’economia del Paese con quattro dichiarazioni e sarebbe anche bene nominare finalmente “uno straccio di ministro dello Sviluppo”. Il segretario del Pd oggi ha parlato ai giornalisti della vicenda Fiat: “Faccio io una domanda: chi è che convoca un tavolo per la Fiat? Non pretendo che sia il ministro ad interim, in tutt’altre faccende affaccendato. Lui è nel… frutteto alle prese con le mele marce!”. Insomma, “chi può convochi un tavolo e comunque lo vogliamo fare uno straccio di ministro dello Sviluppo?. Come sistema Paese – ha aggiunto – non possiamo consentirci che temi di questa rilevanza siano affrontati in dichiarazioni o con scambi di battute. C’è in gioco qualcosa di sostanziale. Non avere aperto un tavolo sulle questioni poste da Fiat e sul tema dell’indotto sta portando alla dispersione di risorse industriali del Paese”.

In serata è lo stesso ministro del Welfare e Lavoro, Maurizio Sacconi, a fare le stesse richieste di Bersani: un tavolo tra le parti. Peccato che lui è da mesi che dovrebbe essersi accorto dell’assenza del ministro dello Sviluppo Economico, da quando Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico, è stato costretto alle dimissioni, l’interim è stato infatti assunto e mantenuto dal premier Silvio Berlusconi, peraltro assente ingiustificato durante le trattative tra Fiat e sindacati dei metalmeccanici a Pomigliano d’Arco.

E Stefano Fassina, che nella segreteria del Partito Democratico è responsabile Economia e Lavoro, vede il governo “inerte. Il premier e il ministro Sacconi assistono passivamente a un comportamento inaccettabile in qualunque altro Paese europeo da parte di un’azienda che pure tanto ha avuto dall’Italia”.

Poi accusa Marchionne: “Ha una strana idea di confronto con i lavoratori: o si accettano i suoi diktat unanimemente ed entusiasticamente, oppure si perde il lavoro. Richiama l’inizio del XX secolo. La scelta di spostare una parte della produzione da Torino alla Serbia appare una ritorsione, più che dettata da esigenze produttive, finalizzata ad acuire le divisioni sindacali e a ribadire una cultura autoritaria nel governo dell’azienda”.

Cesare Damiano ha un dubbio: non è che si è deciso di chiudere Mirafiori? Lo chiede perché “senza manifattura a Torino la sorte sarà segnata anche per direzione strategica, progettazione e ricerca. Per il bene del paese e dei lavoratori è necessario che si apra immediatamente un tavolo di discussione e che il ministro delle Sviluppo economico ad interim, Silvio Berlusconi, faccia la sua parte o nomini, finalmente, un nuovo ministro che si occupi in modo autorevole di questa situazione”. Il capogruppo del Pd nella commissione Lavoro di Montecitorio non aspetta: “E’ ora che il governo intervenga sulla situazione Fiat. E’ intollerabile la scelta di spostare produzioni in Serbia a poche settimane dall’annuncio del ritorno della Panda a Pomigliano. Le scelte strategiche di politica industriale non possono essere uno stop and go a discrezione delle imprese”.

“Quello della Fiat è un annuncio shock, così il paese rischia davvero di finire in pezzi. E mentre va avanti questo profondo e preoccupante cambiamento degli assetti industriali, è sconcertante che la poltrona del ministero dello Sviluppo economico sia ancora vuota. Al di là dell’interim assunto da Berlusconi, noi chiediamo che sia proprio il presidente del Consiglio a venire a riferire alla Camera prima della pausa estiva sui progetti della Fiat e sulle conseguenze per l’intero paese”.

Lo chiede Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni Economiche del Gruppo del PD, il quale sottolinea che “se la Fiat ha deciso di spostare parte della produzione in Serbia, allora bisogna cominciare ad ammettere il fallimento delle politiche industriali e delle relazioni sindacali in Italia”.

Gianfranco Morgando, segretario del Pd Piemonte, si appella alla Fiat perché “presenti delle alternative concrete per quanto riguarda lo stabilimento di Mirafiori. Marchionne dichiara che non ci sono ancora delle proposte precise per quanto riguarda questo stabilimento. E imputa a una scarsa serietà dei sindacati le ragioni di questo cambiamento del piano industriale aziendale. Non va”. Il segretario piemontese evidenzia “la completa assenza del nostro governo per quanto riguarda le politiche del settore auto. A differenza di quello che succede negli altri paesi europei (e nella stessa Serbia dove il governo e’ intervenuto con un cospicuo finanziamento) il governo italiano continua ad essere completamente assente nel campo delle politiche industriali scaricando sui lavoratori i costi e le contraddizioni del mercato globale”. Allora, come si chiede Bersani, nel governo chi convoca il tavolo sulla Fiat?

www.partitodemocratico.it

Bretella Campogalliano-Sassuolo, un bel risultato per il territorio

I parlamentari modenesi del Pd accolgono con soddisfazione la delibera del Cipe che approva il progetto dell’’infrastruttura.

Trasmettiamo la dichiarazione congiunta dei senatori Barbolini e Bastico e degli onorevoli, Ghizzoni, Levi, Miglioli e Santagata: “La delibera del Cipe che sblocca finalmente il progetto della Bretella Campogalliano-Sassuolo è un bel risultato per tutto il nostro territorio. La nuova infrastruttura consentirà di affrontare un problema di mobilità che riguarda tanto il sistema economico-imprenditoriale quanto le persone. L’opera fa parte di un disegno infrastrutturale elaborato e portato avanti negli anni dalle forze economiche e sociali, dalle Istituzioni locali, dalla Regione, dai Governi (in primis l’esecutivo guidato da Prodi) e dai tanti interlocutori che si sono succeduti nel tempo: il frutto di questo sforzo comune è un’opera che risponde realmente alle esigenze del territorio e che salutiamo quindi con grande soddisfazione.

Ora – concludono i parlamentari modenesi – il nostro auspicio è che l’impegno da parte di tutti gli attori in campo prosegua nel tempo, fino all’effettivo accantieramento dell’opera.”

******

Bretella Campogalliano-Sassuolo, finalmente una notizia positiva dal Governo
Dichiarazione del segretario del Pd modenese Davide Baruffi sulla delibera del Cipe che ha approvato il progetto della nuova infrastruttura. “Finalmente una notizia positiva giunge dal Governo: il Cipe ha sbloccato il progetto della Bretella Campogalliano–Sassuolo. Il lavoro unitario condotto dalle istituzioni (Comuni, Provincia di Modena e Regione Emilia-Romagna), dalle associazioni economiche e sociali del territorio, dalle forze politiche e dai parlamentari modenesi trova finalmente una sbocco positivo.

Voglio sottolineare come questo risultato importante vada ascritto a tutti coloro che, pur nella distinzione dei ruoli e della parte politica di appartenenza, hanno tenuto al centro il bene della nostra comunità. Un esempio importante di come il fronte comune abbia fatto la forza e come anche il Governo abbia compreso la bontà del progetto e la necessità di una risposta positiva. Non è retorico, dopo tante legittime polemiche, sottolineare questo risultato e farne un precedente positivo per le tante sfide che ancora ci attendono.

Ora chiediamo al Governo di procedere senza esitazioni per una strada che è condivisa – quella della finanza di progetto – alle istituzioni modenesi e alla Regione di presidiare con grande attenzione l’iter e favorire in ogni modo la fase attuativa, all’imprenditoria locale di saper raccogliere pienamente questa sfida strategica per lo sviluppo del nostro territorio e della sua economia”.

Vigili del Fuoco, Ghizzoni e Miglioli: la sirena sveglierà Maroni?

I deputati Pd da tempo denunciano al Governo il ritardo per il rinnovo del contratto, atteso da 30 mesi: ”E a Modena c’è una grave carenza di organico”. “Alla sirena di protesta dei Vigili del Fuoco il governo risponde con un silenzio assordante: il contratto è scaduto da 30 mesi e a Modena c’è una gravissima carenza d’organico”.
All’indomani della protesta nazionale dei Vigili del Fuoco e di quella dei lavoratori del comparto sicurezza e difesa, Manuela Ghizzoni e Ivano Miglioli auspicano che il Ministro della Difesa Maroni non ritardi ulteriormente una risposta convincente all’interrogazione presentata nelle scorse settimane. “Alla nostra denuncia sui problemi che affliggono i Vigili del Fuoco – sottolineano i due parlamentari Pd – dal Governo non sono arrivate le risposte attese. Al di là delle promesse, il Governo dimostra di ignorare totalmente i problemi del comparto sicurezza e prevenzione“.

“Il contratto di lavoro dei Vigili del Fuoco – denunciano – è scaduto da ben 30 mesi e il comando di Modena soffre da tempo una gravissima carenza d’organico: a tale situazione, poi, si aggiungono i ritardi nella retribuzione delle competenze accessorie, quali gli straordinari, le indennità di turno, festivo, notturno, ed ora anche i tagli della manovra”.

“È dall’ottobre 2009 che i Vigili del Fuoco impegnati nelle operazioni di soccorso nelle zone colpite dal sisma abruzzese non ricevono il compenso dovuto e abbiamo chiesto al Governo come intenda provvedere alla rapida liquidazione delle competenze accessorie e avviare la trattativa per il rinnovo del contratto di lavoro scaduto da oltre due anni.

Auspichiamo che le sirene azionate dai Vigili del Fuoco durante la mobilitazione possano indurre il ministro ad un intervento non più differibile per risolvere i molti problemi del comparto – concludono i deputati del PD – anche se le decisioni assunte dal Governo nella manovra dimostrano il contrario: e così, le promesse propagandistiche sulla sicurezza hanno lasciato il campo ai tagli”.

Stupri, Consulta choc: «Carcere non obbligatorio»

La Corte Costituzionale boccia in parte le nuove norme, più restrittive, varate con decreto nel 2009, in materia di misure cautelari per chi è indagato per violenza sessuale, atti sessuali con minori e induzione o sfruttamento della prostituzione minorile. Per i giudici delle leggi, infatti, il decreto n.11/2009 (convertito in legge nell’aprile dello stesso anno) viola i principi costituzionali nella parte in cui prevede che, quando sussistano gravi indizi di colpevolezza per i suddetti reati, debba essere applicata la custodia cautelare in carcere, escludendo così la possibilità del giudice di optare per un altro tipo di misura cautelare anche quando questo sia opportuno alla luce di «specifici elementi acquisiti».

A sollevare il caso di fronte alla Consulta erano stati, con diverse ordinanze, i gip di Belluno e Venezia, nonchè il tribunale del Riesame di Torino. Con la sentenza n. 265 (relatore Giuseppe Frigo) depositata oggi, la Corte ha ricordato che il «tratto saliente» del regime inerente le custodie cautelari «conforme al quadro costituzionale» è quello di «non prevedere automatismi nè presunzioni», ma si esige piuttosto che «le condizioni e i presupposti per l’applicazione di una misura cautelare restrittiva della libertà personale siano apprezzati e motivati dal giudice sulla base della situazione concreta».

Dunque, «per quanto odiosi e riprovevoli – si legge ancora nella sentenza – i fatti che integrano i delitti in questione ben possono essere e in effetti spesso sono meramente individuali, e tali, per le loro connotazioni, da non postulare esigenze cautelari affrontabili solo e rigidamente con la massima misura». La norma impugnata, quindi, viola l’articolo 3 della Costituzione «per l’ingiustificata parificazione dei procedimenti relativi ai delitti in questione a quelli concernenti i delitti di mafia, nonchè per l’irrazionale assoggettamento ad un medesimo regime cautelare delle diverse ipotesi concrete riconducibili ai paradigmi punitivi considerati», l’articolo 13, primo comma, «quale referente fondamentale del regime ordinario delle misure cautelari privative della libertà personale», e l’articolo 27, secondo comma, «in quanto attribuisce alla coercizione processuale tratti funzionali tipici della pena».

L’Unità 22.07.10

Tribunale di Modena, si aggrava la carenza di personale

Interrogazione dei parlamentari modenesi al Ministro della Giustizia Alfano: 4 magistrati saranno trasferiti, si rischia una grave riduzione dell’attività operativa.
4 magistrati (su 35) in meno, a fronte di una già grave carenza di organico: sul provvedimento di trasferimento, che mette a rischio l’attività operativa del Tribunale di Modena, intervengono i senatori Pd Barbolini e Bastico e i deputati Miglioli, Ghizzoni, Santagata e Lenzi con un’interrogazione al Ministro della Giustizia: “Nonostante una produttività dell’ufficio superiore alla media – sottolineano i parlamentari modenesi – certificata da recenti ispezioni ministeriali, il Tribunale modenese è già oggi costretto ad operare con un numero insufficiente di magistrati addetti. Il trasferimento ad altre sedi di 4 magistrati avrà gravi ricadute sull’utenza locale”.

“Le prospettive di copertura dei posti vacanti – proseguono i senatori e onorevoli Pd firmatari – sono scarse e l’intero sistema giudiziario avrebbe bisogno di risposte strutturali. Non è di questo avviso il governo, che penalizza ulteriormente i tribunali italiani, compreso quello modenese, con tagli che superano i 450 milioni di euro. A pagare il conto della sofferenza del sistema giustizia sono in ultima istanza i cittadini e il loro diritto alla sicurezza. 300 nuovi magistrati – concludono – hanno appena ottenuto l’abilitazione dopo l’ultimo concorso del Ministero della Giustizia: perché, anziché far leva su queste nuove risorse, il Governo lascia in grave sofferenza l’organico di Tribunali meritevoli ed impegnati come quello modenese?”

Veltroni: «Le stragi volute dall'Antistato ma la verità è vicina», di Concita De Gregorio

C’è solo da continuare a cercare. Chi cerca la verità non lo fa a vantaggio di qualcuno, è chi depista lo fa per occultare qualcosa, proteggere qualcuno. Le cose stanno come avevamo immaginato in questi anni e anche peggio. Torno da questi tre giorni in Sicilia con la certezza che quei magistrati, se non si impedirà loro di lavorare, potranno dire al Paese la verità che fin qui è stata nascosta».

Si chiude così l’analisi dei fatti che Walter Veltroni fa all’indomani della lunghissima audizione dei magistrati siciliani in commissione Antimafia. Audizione secretata nel merito della quale – dice subito – «non entrerò per rispetto istituzionale ed etico del segreto. Posso però dire che sono stati giorni straordinari, di grande valore storico ed emotivo. Ne esco con la conferma che ciò che abbiamo detto in questi anni è assolutamente vero. È vero ciò che scrissi su questo giornale nella notte delle stragi, quasi vent’anni fa. È vero ciò che ha detto il presidente Pisanu parlando di “convergenza di interessi tra mafia, logge massoniche, pezzi di apparati deviati, settori politici”. Ripeto ciò che ho detto in questi mesi e che ora è da tutti confermato: le stragi del ‘92-’93 sono state stragi dell’Antistato, non solo stragi di mafia. C’è stato un disegno volto al condizionamento della vita politica nazionale e non era certo Totò Riina a guidarlo. Dico Antistato perché non voglio smettere di pensare che lo Stato siano Falcone, Borsellino, Caponnetto, gli uomini delle scorte, coloro che hanno speso la loro vita in difesa della legalità. Non importa quale grado gerarchico, quale posizione nella vita pubblica avesse chi ha complottato contro Falcone e Borsellino: era antistato».

Stiamo alle dichiarazioni pubbliche rese dai magistrati fuori dall’audizione: siamo davvero a un passo dalla verità?
«Sembra emergere, hanno detto alla stampa i magistrati, che l’assassinio di Borsellino è stato spiegato negli anni seguendo un depistaggio spaventoso. Una falsa verità costruita ad arte. Le dichiarazioni di Spatuzza fanno ripensare a quel che anni fa disse Brusca: per via D’Amelio ci sono innocenti in galera. Si sono evidentemente fatti passi avanti nel disvelare una gigantesca menzogna. Ma se Scarantino non è il responsabile dell’assassinio di Paolo Borsellino: perché qualcuno si è accusato di responsabilità che non aveva e per questo ha accettato condanne dure? Su mandato e per coprire chi, che cosa? Se si lasciano lavorare i magistrati, se avranno il sostegno delle istituzioni, se i mezzi di informazione non si lasceranno trascinare in pericolose operazioni di depistaggio (le fughe di notizie sono uno dei modi classici), se chi indaga sarà messo in grado di accedere alle fonti di informazione, ecco, allora davvero la verità sarà a portata di mano. Il sistema politico non deve avere paura della verità. Mi ha davvero colpito che il procuratore Lari abbia detto: il sostegno del capo dello Stato è importante. Sono importanti i segnali politici così come i gesti concreti: i colpi ai vertici della mafia, certo, ma poi sconcertano le contraddizioni. Negare la protezione a Spatuzza è messaggio pericolosissimo: se collabori non sei protetto. Una decisione assurda, mi rivolgo al governo: ci ripensi».

Spatuzza è stato oggetto di una campagna di discredito. Ci si domanda se sia credibile.
«Le parole di chi collabora con la giustizia devono trovare riscontri. Non bisogna delegittimare né credere a prescindere: bisogna verificare quello che dicono. Senza i pentiti né la mafia né il terrorismo sarebbero stati colpiti. Come ci ha detto un procuratore: le parole dei pentiti offrono una panoramica, poi ci sono altri strumenti per lo zoom. Le intercettazioni sono uno di questi. Il ddl sulle intercettazioni è pericoloso perché nega ai magistrati la possibilità di indagare: anche in materia di mafia, poiché come ciascuno sa molti reati di mafia sono emersi a partire da indagini che con la mafia in origine non avevano a che fare. E’ questo il nodo della legge in discussione, questa la posta reale».

Ogni volta che si parla di stragi di stato, o di antistato, c’è chi ironizza sui complottisti e i dietrologi. È ora di uscire dalla panoramica ed entrare nel dettaglio: nomi, circostanze, prove, dicono. Dicono anche: come mai solo adesso, 18 anni dopo?
«È maturo il momento. Io non sono complottista né dietrologo. Guardo la realtà per quella che è. Piazza Fontana, Bologna, Piazza della Loggia, Ustica, la precisa composizione del commando che ha rapito Moro: se ancora non si sa con certezza come siano andate le cose non è per caso. Assassini rossi o neri, le mafie che hanno provato a distruggere il tessuto civile di questo paese non hanno mai agito da sole. Mi domando: perché si coprono verità cosi devastanti? Politicamente ci siamo già dati le risposte. I magistrati indagano quando sono in condizioni di farlo. Quando c’è chi collabora, per esempio. Oggi lo stanno facendo con serietà, con scrupolo, rischiando molto».

Un’altra domanda interessante è perché la mafia abbia smesso di fare stragi. È lo snodo del ragionamento di chi sostiene: perché lo scenario politico successivo alle stragi la garantiva.
«È un dato di fatto che le stragi finiscono in coincidenza con l’aprirsi, dopo il governo Ciampi, di una nuova fase politica, ed è altrettanto chiaro che le stragi non sono il linguaggio della mafia. La mafia uccide. Il Velabro, i Georgofili uomini come Riina non sanno neppure cosa siano. Un’altra mano, dal ’69 in poi, c’è stata dappertutto. Perché la banda della Magliana compie il depistaggio del lago della Duchessa, perché rapisce Emanuela Orlandi, perché il suo capo è sepolto a Sant’Apollinare? Quando Grasso parla di “entità” non indica la Spectre ma un sistema di interessi che si coagula di volta in volta. Per me non vale solo per la mafia. È stato così per piazza Fontana, nel ’78 con Moro. Qualcuno ha eseguito ma ci hanno messo le mani in molti. Nel libro di Flamigni dedicato a via Gradoli c’è una sorta di outlet del terrorismo: sul pianerottolo nell’appartamento di fronte a quello di Moretti e Balzarani il cognome sul campanello era Mokbel. La storia di questi anni è così. Che fine hanno fatto l’agenda rossa di Borsellino? Quella di Ilaria Alpi? Gli appunti di Cassarà, il file del computer di Falcone, la videocassetta di Rostagno? Ecco. Siamo forse oggi in condizione di arrivare a dirsi qualcosa che non si poteva dire prima. D’altronde la storia non è fatta della fretta bulimica dei giorni né dei mesi, è fatta di fasi. È arrivato il momento della verità ed è questo il tempo in cui chi sa ha il dovere di parlare: lo faccia. Il nostro paese ha diritto alla verità sulla sua storia».

A chi si rivolge?
«Ci sono molti testimoni viventi che hanno avuto in quegli anni responsabilità istituzionali e politiche. C’è stata per molto tempo una strategia destabilizzante. Guardiamo agli eventi di quei due anni. La mafia ha colpito prima i suoi referenti politici colpevoli di non aver ammorbidito la sentenza del maxiprocesso. Falcone, a Roma, stava arrivando al cuore del sistema finanziario e politico mafioso, è stato ucciso quando è stato lasciato solo. Poi la trattativa con l’Antistato – lo Stato non può trattare con la mafia. Non va a buon fine o Borsellino si oppone. Poi le stragi del ’93-’94, appena formato il governo Ciampi. Bisognava intervenire sull’esito della vita politica nazionale. L’alternativa è che fosse in corso un’altra trattativa. Oggi sappiamo che anche l’attentato all’Addaura non è andato come hanno voluto far credere. Agostino e Piazza, due agenti, sono stati uccisi in circostanze misteriose. Falcone diceva “menti raffinatissime”, e non penso si riferisse a Riina. Abbiamo avuto il nemico in casa, annidato dentro lo Stato. Siamo vicini, sì, a conoscere la verità ma è importante proprio per questo, proprio adesso il messaggio politico che si manda. La frase su Mangano non può essere dimenticata».

“Un eroe”, per Berlusconi e Dell’Utri.
«Un uomo che ne ha sciolto un altro nell’acido, condannato a più ergastoli. Un segnale precisissimo, quella frase. Mi fa piacere che oggi se ne accorgano anche altri ma meglio sarebbe stato forse dirlo prima. Due anni fa per esempio, quando gli italiani andavano a votare: sarebbe stato bello sentirlo dire allora. No, Mangano non è un eroe».

L’Unità 22.07.10