Latest Posts

"Primo passo verso l´imposta municipale sostituirà 24 tributi, incognita prima casa" , di R.P.

Come annunciato la settimana scorsa dal ministro per la Semplificazione, il leghista Calderoli, scatta il primo decreto sul federalismo fiscale. Il Consiglio dei ministri farà oggi un primo esame del decreto sui fabbisogni standard di Comuni e Province: in sostanza si affiderà alla Sose (la società Mef-Bankitalia di analisi che si occupa degli studi di settore e dunque ha un monitoraggio accurato della struttura economica del territorio) il compito di stabilire quanto costano i servizi che eroga ciascun Comune e stabilire di conseguenza l´entità della copertura, tra autonomia impositiva e fondo perequativo.
Se il calendario-Calderoli avrà successo, ci dovrebbero essere tre decreti prima dell´estate: dopo quello sui fabbisogni standard per Comuni e Province, entro luglio si passerà ai costi standard per la sanità delle Regioni, quindi al decreto per l´Imu, l´imposta municipale unica (29 miliardi). A settembre arriverà il decreto che trasferirà alle Province quella che la legge sul federalismo definisce la «tassa su gomma», ovvero compartecipazioni sulle imposte sul trasporto.
Con il federalismo, ha detto ieri il ministro dell´Economia Tremonti, che ha parlato alla Commissione per l´attuazione del federalismo fiscale, saremo «prudenti» e non faremo «rubinetteria finanziaria». Ha poi lanciato un vago segnale di pace alle Regioni: «Con il federalismo troveremo la quadra».
Tremonti ha assicurato che non tornerà l´Ici sulla prima casa: «Non è giusto tassarla: è un bene costituzionale», ha detto. Arriverà invece la tassa municipale unica che raggrupperà dalle 17 alle 24 imposte: sarà una «grande semplificazione», ma si tratterà di una autonoma scelta fatta Comune per Comune. Il federalismo municipale – ha proseguito Tremonti – prevederà anche la «devoluzione dei gettiti fiscali ai Comuni sul comparto immobiliare». In pratica, ha spiegato il ministro, «la tassa di registro non la paghi allo Stato, ma al sindaco».
Non crede alla versione tremontiana del federalismo il Pd: «Tremonti ha gettato la maschera», ha detto Antonio Misiani, «il ministro può cianciare fin che vuole di “prima casa come bene costituzionale”, ma in Bicamerale ha dovuto ammettere la realtà. Dall´unificazione delle imposte che gravano sugli immobili nascerà un tributo, la “municipale” che graverà su tutti i contribuenti, compresi quelli oggi esentati dall´Ici».
Nel groviglio di tasse comunali, provinciali e regionali si conquista uno spazio l´Irap di cui Berlusconi di tanto in tanto evoca l´abolizione. «Anche se il governo ci sta ragionando, toglierla è complicato – ha detto Tremonti – perché e un tributo grande come grande fu l´errore di introdurlo».

La Repubblica 22.07.10

Fermiamo i tagli alla sicurezza

Il Pd in Piazza Montecitorio per portare la solidarietà alle centinaia di poliziotti e militari che partecipavano alla manifestazione di protesta contro gli effetti disastrosi della manovra finanziaria. Letta: “La sicurezza è la prima vittima della manovra e del ddl sulle intercettazioni”. Erano un migliaio davanti al Parlamento per protestare contro i tagli indiscriminati e lineari sulla sicurezza. Rappresentanti della Polizia, Vigili del fuoco, Corpo forestale, Cocer Guardia di Finanza e Aeronautica indignati per una manovra finanziaria che non garantisce nessun sviluppo ma mortifica e rende sempre più insicuro il posto di lavoro. Tanta dignità sotto il caldo dei 40 gradi romani e grida “vergogna, vergogna”, tutto sotto il controllo a vista dai loro “colleghi” che presidiavano Piazza Montecitorio.

Difficilmente ora la Questura potrà giocare sui numeri dei presenti. I rappresentanti delle forze dell’ordine mostravano nastri neri al braccio ed epitaffi in segno di lutto: “oggi il Paese è in lutto, perché è morta la sicurezza”.

“Chiediamo al governo – ha spiegato il segretario del sindacato di Polizia Sap, Nicola Tanzi – che si intervenga attraverso l’interpretazione della norma relazione tecnica di accompagnamento alla manovra. È vero che il governo ha blindato il decreto, ma siamo fiduciosi che si possa ancora intervenire”. In ballo c’è una questione di non poco conto: la sicurezza dei cittadini “già minata con i tagli operati dalla precedente manovra fiscale”.

Tra i manifestanti è arrivato anche Enrico Letta, vice segretario del Pd. “La sicurezza – ha dichiarato il leader democratico esprimendo il proprio sostegno alla protesta degli esponenti delle forze dell’ordine – è la prima vittima della manovra e del ddl sulle intercettazioni”.

“Se il governo – ha continuato il vicesegretario Pd – ha problemi di tempi, siamo disposti noi, come Pd, a farci carico dei tempi per cambiare la manovra sulle cose che vanno cambiate. Oppure subito dopo faccia un decreto che corregga la manovra su interventi come questo della sicurezza che per noi sono storture insostenibili”.

Anche Emanuele Fiano, presidente del forum Sicurezza del Partito Democratico, era presente in Piazza Montecitorio per portare la solidarietà del Pd alle centinaia di poliziotti e militari che partecipavano alla manifestazione.

“Siamo intervenuti – ha dichiarato Fiano – anche nell’aula dei deputati per portare la nostra solidarietà a quanti, ogni giorno, a rischio della propria vita, difendono sul territorio nazionale e non solo i principi della Costituzione e si sentono oggi umiliati e offesi dai tagli sconsiderati compiuti dal governo”.

Ora, oltre al lavoro di opposizione in Aula, c’è da sperare che a Berlusconi giunga “l’intercettazione” della protesta delle forze di polizia: queste sì che sono atti rilevanti.

“Le bandiere di tutti i sindacati del settore sicurezza stanno sventolando da stamattina in piazza Montecitorio. La manifestazione unitaria di Siulp, Sap, Ugl Polizia di Stato, Siap, i sindacati della polizia penitenziaria e i Cocer delle Forze Armate contro i tagli della manovra economica dimostra l’abbandono di questo governo verso chi si occupa dell’incolumità dei cittadini”. Lo ha detto Rosa Villecco Calipari, partecipando alla protesta davanti alla Camera.

“Anche oggi – ha sottolineato Calipari – è arrivato il plauso del ministro Maroni per l’operazione condotta nei confronti di uno dei clan più pericolosi della ‘ndrangheta”.

“Caro ministro – ha concluso la vicepresidente – ben vengano i complimenti, ma questa manovra va a pesare sul comparto con un contributo dell’11%. Chiusura di commissariati, diminuzione delle volanti sul territorio, abbassamento alla lotta all’immigrazione clandestina e, in contemporanea, allungamento dei tempi per le richieste di soggiorno che consentono l’inserimento degli stranieri che onestamente lavorano nel nostro Paese. Questa è la politica del governo Berlusconi, le promesse e gli elogi non possono nasconderla”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"Perché il Pd non incassa il risultato" di Stefano Menichini

Ieri è stata una giornata di gloria per il Pd alla camera: tanti deputati presenti in aula, maggioranza bocciata per le assenze in votazioni sulle missioni all’estero e sulle quote latte. A conferma che c’è sbandamento fra le truppe del centrodestra, sulle grandi questioni come sulle minori.
Giustamente i democratici hanno enfatizzato il risultato. È chiaro però che soddisfazione di ieri (non la prima di questo genere) riguarda aspetti marginali di una legge sulle missioni poi votata in maniera bipartisan. Sulla partita grossa di questi giorni – le intercettazioni telefoniche – le opposizioni e il Pd in particolare non sono riusciti, anzi non hanno voluto, incassare il successo ben più rilevante di aver costretto Berlusconi a una evidente ritirata.
Leggendo i giornali ma soprattutto, cosa più grave, tastando il polso dell’opinione pubblica di sinistra, emergono molti vincitori: Fini, Napolitano, Repubblica e i giornalisti in generale, le colombe nel Pdl. Non figurano invece le opposizioni parlamentari.
E le opposizioni parlamentari non prendono gloria dalla vicenda nonostante il fatto che Berlusconi abbia fatto macchina indietro anche per paura di essere battuto alla camera da una maggioranza di cui loro sarebbero state magna pars.
Una situazione identica nella dinamica s’è verificata col caso Cosentino e le dimissioni del sottosegretario prima di essere sottoposto alla mozione di sfiducia a Montecitorio.
Il paradosso è dunque questo: che nel Pdl si accusa Fini di fare il gioco della sinistra; ma nei fatti fin qui è la sinistra, con la sua semplice esistenza, ad aiutare gli smarcamenti finiani. Ed è lui che incassa il dividendo delle sconfitte berlusconiane.
Perché questo paradosso? Perché Bersani, invece di rivendicare davanti alla propria gente il merito di quello che ieri Repubblica chiamava il dietro-front di Berlusconi, s’è limitato a dire: aspettiamo a vedere come si mettono d’accordo fra di loro, rafforzando l’impressione che ci sia un solo gioco in corso, quello nel centrodestra? C’è un grave gap comunicativo, e questo lo scriviamo da mesi a costo di risultare antipatici e saccenti. Se il Pd sale all’onore delle cronache solo per il suo ennesimo beauty contest interno (per di più trascinatovi da Vendola), la colpa non sarà solo delle iene dattilografe. Ma non c’è solo l’aspetto comunicativo. C’è anche un’analisi del quadro che induce a rimanere sempre un passo indietro.
È l’analisi che induce Bersani a correggere la proposta di D’Alema (il Pd avanzi una proposta per un governo di transizione) derubricandola: nel caso Berlusconi forzasse la mano con le elezioni anticipate, allora noi ci metteremmo di traverso aderendo a maggioranze d’emergenza.
Insomma, il gioco di rimessa. Lasciare il centrodestra a cuocere nel proprio brodo. Non si crede al collasso della maggioranza (Bersani l’ha detto esplicitamente) e comunque non si vuole lavorare per accelerarlo. Un po’ perché il Pd ha bisogno di tempo. Un po’ perché dopo l’accelerazione il traguardo potrebbe tagliarlo qualcun altro e non il Pd-portatore d’acqua.
Sono ragionamenti comprensibili. Fondati. Figli anche del ridimensionamento delle ambizioni “maggioritarie” del Pd. Può darsi che alla lunga (il passo dell’alpino, come ama dire il segretario) la strategia attendista e il low profile risultino vincenti.
Nel frattempo però l’impressione è che si perdano alcune buone occasioni. La sensibilità degli elettori è fragile e ferita. L’impazienza è evidente. Qualche volta può essere utile, senza eccessi retorici per carità, dare l’idea che si può vincere la posta grossa, e che intanto si porta a casa qualche importante posta intermedia.
A scanso di equivoci, questa è un’opinione in favore di Bersani. Perché si annuncia imminente la ridiscesa in campo di Walter Veltroni: e quando l’evento si verificherà, garantito, il partito sarà di nuovo proiettato verso gli orizzonti più ambiziosi e meravigliosi che un democratico possa sognare.

da Europa Quotidiano 22.07.10

La manovra più iniqua mai vista

“Tremonti aveva detto che non ci sarebbe stata alcuna correzione di bilancio nel 2010: c’è stata invece una manovra da 24 miliardi, che non è efficace sul fronte delle entrate, penalizza gli investimenti e i redditi medio-bassi e lascia intatti i grandi patrimoni. E’ la manovra più iniqua che abbia mai visto e ne ho viste parecchie”. Così Pier Luigi Bersani, ospite a SkyTg24 Economia condotto da Sarah Varetto attacca quello che definisce come il dominus del governo, “l’unico che oggi comanda, il vero capo del governo”.
Poi sottolinea come “in un comma si allunga l’età pensionabile di un anno, mentre vengono sottratte risorse agli Enti locali con inevitabili ricadute negative sui servizi da offrire ai cittadini. Magari il ministro dell’Economia e il premier non ne usufruiscono ma il problema c’è, per tutti gli altri”. Ironia della sorte, nella Finanziaria che sarà votata (previa blindatura da parte dell’esecutivo) alla Camera, ci sono alcuni provvedimenti, come quello relativo alla tracciabilità dei pagamenti, che sono eredità dei governi di centro-sinistra. Bersani lo rivendica: “Tremonti aveva di fatto annullato l’efficacia della tracciabilità portando la soglia a 12.500 euro. Adesso che il limite viene di nuovo abbassato, chi pagherà per tutte le entrate non realizzate dal fisco? I miliardi che abbiamo perso in tre anni chi li paga? Di tasca sua Tremonti?”. In più, ha rilevato il leader del Pd, ci sono altre misure di cui Tremonti avrebbe potuto discutere accogliendo le proposte del PD, che eviterebbero di attuare nuovi e dolorosi tagli: “le nuove liberalizzazioni, la vendita all’asta delle frequenze lasciate libere dopo l’adozione del digitale terrestre, come si f anel resto d’Europa. Ci farebbe incassare almeno 2 miliardi. Tutto vanificato dall’ennesimo voto di fiducia”.
Per ripartire, ha osservato Bersani, “il Paese ha bisogno di politiche economiche di maggiore equità: spostare il carico fiscale dal lavoro alle rendite finanziarie, introdurre nuove liberalizzazioni, riprendere a discutere sui problemi veri evitando questioni infinite come quella iniziata e non ancora conclusa sul ‘ddl intercettazioni’. La manovra che approderà alla Camera – ha ribadito il leader del Pd – è una manovra recessiva perché inibisce consumi e investimenti. Mettono al riparo solo chi se la cava giá da solo e non, aiutano l’economia, perchè il ricco non può mangiare 10 volte al giorn ”.
Berlusconi, del resto, sta perdendo consensi. “È la conseguenza – ha osservato il segretario del Pd – del restringimento degli spazi di discussione, che portano alla disaffezione dei cittadini verso la politica e, in definitiva, a un restringimento della democrazia. Da parte nostra – ha detto Bersani – lavoreremo ancora di più per saldare la questione sociale alla questione democratica: non si dica che siamo a corto di proposte, però. Basti pensare all’’udienza-filtro’ prevista dagli emendamenti al ‘ddl intercettazioni’: l’avevamo proposta noi, ma il centro-destra l’aveva bocciata, salvo poi servirsene al momento ‘giusto’”.
E su un eventuale “governo di larghe intese”, Bersani ha precisato di non essersi “mai espresso in quei termini. La realtà è che il Paese è fermo perché è fermo l’esecutivo, dopo soli due anni di attività. Siamo disposti ad aprire una fase di transizione, caratterizzata da una nuova legge elettorale e una maggiore equità nelle politiche economiche”. Sull’ipotesi di voto anticipato, Bersani ha concluso dicendo che “conoscendo Berlusconi, sarebbe nient’altro che una forma di ricatto. Ma andando avanti così, al 2010 non ci si arriva”.

C’è tempo anche per una domanda sull’inchiesta sulla P3: “Certo, qualcosa di inquietante c’è e non è rubricabile solo come questione morale”. Bersani sottolinean che nelle inchieste che coinvolgono esponenti della maggioranza “c’è un fatto nuovo, nel meccanismo del ghe pensi mi, dell’imperatore, si determina una rete di contatti formali o informali, che fanno operazioni fuori dai canali, aiutati dalle legislazioni speciali che sono state cavalcate da questo governo, e basate sull’idea che le regole esistono in quanto derogabili”.

E sui voti che un anno mancarono in Aula quando si trattavano le dimissioni di Nicola Cosentino è netto: “Quello secondo me fu un gesto sbagliato, ma eravamo anche in altre condizioni dal punto di vista delle cose che erano emerse. Ora ci sono cose molto piú
chiare ed evidenti che non riguardano solo quei temi e mano mano emergono fatti per i quali bisognerebbe avere comportamenti coerenti”.

www.partitodemnocratico.it

"Invecchiare e dirsi addio", di Massimo Gramellini

La novità dell’indagine Istat 2008 sul raddoppio dei divorzi è che hanno cominciato a lasciarsi anche i vecchi. I diversamente imberbi, scusate. Aumentano a dismisura le separazioni dove uno o entrambi i combattenti hanno superato i sessant’anni. Sulla carta di identità, naturalmente. Non nello spirito e tantomeno negli appetiti. Un signore piuttosto anziano mi disse, tempo fa: «Continuo a inseguire le belle ragazze, ma non ricordo più perché». Sono sicuro che oggi con qualche pillolina gli farebbero tornare la memoria. Il prolungamento della vita e il miglioramento della sua qualità hanno infranto l’ultima certezza: che una coppia che aveva resistito insieme per decenni, scollinato asprezze esistenziali e sopportato compromessi e tradimenti reciproci, potesse trascorrere in quiete l’ultimo scorcio. Trovando, dietro lo spegnimento definitivo dell’incendio erotico, il fuoco tiepido ma inestinguibile dell’amore. Non è più così e basta fare una passeggiata a Macherio per avere la più augusta, anzi la più cesarea delle conferme.

L’inchiesta Istat conferma l’ottimo stato di salute di altre figure non così nuove, ma pur sempre abbastanza recenti, di divorziati cronici. La Single di Ritorno, donna ancor giovane che una volta raggiunta l’indipendenza economica si libera dell’appendice maritale e si ricostruisce una vita con figli o senza, accompagnandosi a maschi fissi oppure variabili. E i Ciao-come-sto, due Io che non riescono a diventare un Noi perché non accettano di sacrificare il proprio egoismo sull’altare di un progetto comune e, appena si affievolisce la passione erotica (come i governi, di rado sopravvive ai tre anni) smettono di coniugare i verbi al futuro e incominciano a tradirsi a vicenda, tenendo in piedi una caricatura di famiglia a beneficio esclusivo della prole, fino a quando la finzione si sfascia e si finisce tutti davanti al giudice infelici e scontenti (anche degli amanti). Ma la categoria degli anziani per sbaglio è davvero l’ultima moda. Il signore e la signora di terza età che non si accontentano di ricordi e vanno in cerca di stimoli, inseguendo nuovi amori con l’entusiasmo e l’afflato possessivo dell’adolescenza.

Inutile scandalizzarsi. Se il vangelo coniugale degli italiani rimane Califano («E tutto il resto è noia»), invece di Battiato («Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia più cambiare idea sulle cose e sulla gente»). Se un esperto del ramo come Alberoni – intervistato dal nostro Michele Brambilla – dichiara che è sacrosanto pretendere sempre dall’amore «passione, intensità e brividi». Se le emozioni, al cui dominio mutevole e isterico ci ha educato fin da piccoli la cultura della pubblicità, continuano a prevalere sui grandi latitanti della nostra epoca, i sentimenti. Ecco, se queste sono le nuove regole del gioco, diventa quasi inevitabile che una coppia di infelici, dopo essersi lungamente detestata, possa finalmente coronare il proprio sogno di non amore per andare a rifarsi una vita come ci si rifà un naso o un nuovo tesoretto sessuale a base di pillole miracolose.

Nessuna nostalgia. Anche perché ogni epoca coltiva le sue, e in un futuro non troppo lontano potremmo persino trovarci a rimpiangere i tempi in cui a centodue anni si restava a russare sul seggiolone del tinello invece di andare in discoteca con la sedia a rotelle e la badante brizzolata. E non consideriamo eroi i nostri avi soltanto perché invecchiavano insieme. L’eternità finiva prima, a quei tempi. Era comodo giurarsi fedeltà per tutta la vita, quando fra guerre ed epidemie la vita durava meno di un monologo di Celentano. La formula che andrebbe letta adesso agli sposi è questa: vuoi tu abbracciare sempre e soltanto lo stesso corpo per i prossimi cinquant’anni, finché noia, botox o viagra non vi separi? Chi risponde di sì e poi mantiene la parola, quello è il vero eroe.

La Stampa 22.07.10

******

“L’unica remora? I figli”, di Carlo Rimini*

Le separazioni aumentano; anche i divorzi crescono ma, per ora, un po’ meno. Si separano i giovanissimi, le coppie di mezza età e persino i coniugi più anziani. Le statistiche riportano una giostra di numeri chiarissimi nel portare ad una conclusione: la famiglia non è più quella di una volta. Il dato è certamente negativo, e molti ne traggono pessimi auspici per il futuro della nostra società.

Ma se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, dobbiamo osservare che questo fenomeno affonda le sue radici nell’affermarsi nel diritto e nella società contemporanei di due valori certamente positivi. In primo luogo, il diritto ha sancito il principio dell’uguaglianza morale e giuridica fra i coniugi che ha sostituito la potestà del marito sulla moglie: le famiglie fondate sull’uguaglianza corrono maggiori rischi di disgregarsi per le liti fra i componenti rispetto a quelle in cui uno comandava e gli altri erano abituati ad obbedire. In secondo luogo, oggi non si rimane più assieme per obbligo o per convenienza sociale, ma solo se entrambi i coniugi sono ancora convinti di avere un progetto da realizzare o qualche cosa da dirsi.

È nata quindi una nuova famiglia che si regge, se regge, su valori diversi rispetto al passato. Tutto ciò emerge chiaramente, nell’esperienza quotidiana dei nostri tribunali, esaminando le cause più frequenti delle separazioni. Fino agli anni ‘80, le cause delle separazioni potevano essere, nella maggior parte dei casi, ricondotte a tre modelli che si ripetevano: la moglie osava ribellarsi ai continui tradimenti del marito; il marito aveva trovato in un’altra donna la passione della sua vita; il marito aveva scoperto l’adulterio, intollerabile, della moglie. Oggi le ragioni che portano alla separazione sono molto più variegate. Talora la causa ultima è ancora il tradimento, ma scavando si scopre che vi sono incomprensioni profonde o progetti di vita diversi. Più spesso i coniugi si separano raccontando al giudice semplicemente che non si sopportano più.

L’unico legame che tiene oggi unite le coppie infelici è quello dei figli ancora piccoli. Molti tirano avanti solo per non creare ai bambini la sofferenza della separazione, il calvario dei fine settimana alternati e della cena con papà una sera ogni tanto. Questo spiega perché sono in notevole aumento le separazioni fra i giovani, che non hanno ancora figli o li hanno talmente piccoli che appare impensabile aspettare che crescano. Poi c’è una pausa, ma i numeri tornano a crescere fra le coppie che hanno più di 45 anni: sono i coniugi che oggi hanno figli di 20 anni. Un’età in cui si è forse più in grado di assorbire il colpo della separazione o, quanto meno, di capire.

Docente di Diritto privato, Università degli Studi di Milano

La Stampa 22.07.10

Le multe sulle quote latte spaccano la maggioranza, il PD in Lombardia protesta con gli allevatori onesti

Lega e PDL divisi sulle proroghe delle multe. La Commissione Politiche Comunitarie della Camera: ok alla manovra se si cancella la proroga. E in commissione agricoltura la maggioranza va sotto. Oliverio: “La Lega sfiducia Galan”. Penati: “La Lega sta con i furbi”. Martina protesta al Pirellone: “Rischiamo un miliardo di multa”.
La maggioranza scivola su una macchia di latte. E’ spaccatura tra PDL e Lega sulla norma che sospende fino al 31 dicembre 2010 il versamento della prima multa dovuta dagli allevatori che non hanno rispettato le quote stabilite dall’Ue.
Mentre il PD al mattino è sotto la sede della regione Lombardia con gli allevatori onesti che protetsano contro i favoritismi a pochi furbetti a Roma la maggioranza si divide sulle proroghe ai pagamenti delle multe. La Lega proprio non ci sta a far pagare le multe e così il governo va sotto.

Prime difficoltà nella commissione per le Politiche comunitarie della Camera dove si decide: “La proroga per il pagamento delle multe sulle quote latte va soppressa”. E’ l’osservazione contenuta nel parere sulla manovra.
Poi in commissione Agricoltura, dove sempre la Lega si sfila, lamentando di essere strumentalizzata (!!) e il governo va sotto.

La Commissione Politiche comunitarie della Camera ha dato parere favorevole alla manovra, a condizione che venga soppresso l’articolo 40-bis, che prolunga fino al 31 dicembre 2010 il termine per il pagamento delle sanzioni. Una norma molto contestata dal PD e voluta dalla “Lega ladrona”, che metterebbe in salvo tutti gli allevatori che ancora oggi non hanno versato quanto richiesto dalla UE.
In alternativa alla soppressione, la Commissione chiede di stabilire l’effettiva attuazione della disposizione alla verifica positiva da parte dei competenti organi della Ue, che già avevano fatto sapere di essere contrari.
Il Pd, al momento della votazione, è uscito dall’Aula e la Lega non ha partecipato.
“Il governo non può più fare affidamento sulla sua maggioranza. Sono spaccati su tutto”. Così ha commentato il voto il capogruppo Pd in commissione Agricoltura Nicodemo Oliverio . E il responsabile Enti Locali della segreteria del Pd, Davide Zoggia, aggiunge: “Con questo provvedimento Tremonti e Berlusconi introducono un principio che noi combatteremo fino in fondo: chi non rispetta la legge prima o poi la fa franca”.

In serata la commissione Agricoltura ha invece respinto per 18 a 17 il parere presentato dalla maggioranza, che dava il proprio ok alla manovra correttiva pur criticando le misure per la proroga delle multe delle quote latte. I leghisti non hanno partecipato al voto parlando di “strumentalizzazioni fatte al nostro partito”. La proposta di parere ricalcava quella approvata in mattinata nella commissione Politiche Comunitarie e determinante è stata la decisione della Lega di uscire dall’Aula. Sempre Oliverio sottolinea come “La manovra non è passata in Commissione, c’è un parere contrario in questo senso. La Lega sfiducia Galan e in commissione agricoltura va in scena la rissa. Adesso è chiaro che anche la maggioranza ha preso le distanze da una manovra che fa male al settore agricolo, che non interviene sulle proroghe in scadenza per le agevolazioni previdenziali per le aree svantaggiate e che introduce norme inqualificabili, come quelle che vorrebbero la proroga delle multe per quei pochi splafonatori che hanno agito al di fuori della legge. In aula la finanziaria arriverà senza il parere della commissione agricoltura, un fatto mai accaduto di cui il ministro Galan dovrebbe dar conto”.

E Filippo Penati, capo della segreteria politica di Bersani, attacca la Lega: “è la sola a difendere la minoranza dei furbi che non hanno rispettato le regole. I leghisti che predicano “Roma ladrona” difendono poco più del 3% dei produttori di latte irriducibili, che espongono l’Italia ad ulteriori e pesanti sanzioni in Europa. La nostra battaglia continuerà a fianco degli allevatori per il rispetto della legalità e per la difesa del lavoro
onesto”.
Il Segretario regionale del PD Lombardia e consigliere regionale Maurizio Martina, in delegazione con un gruppo di consiglieri regionali democratici, era presente
questa mattina davanti al Pirellone al presidio di Coldiretti contro il rinvio del pagamento delle multe fino al prossimo dicembre.

“I rappresentanti di Coldiretti hanno ragione da vendere: sospendere ilpagamento delle multe agli allevatori che hanno aggirato la normativa sulle quote latte è uno scandalo targato Lega e Galan – sottolinea Martina – E’
inaccettabile che gli agricoltori onesti siano stati umiliati in questo modo”.

“Con il provvedimento inserito nel maxiemendamento alla manovra finanziaria, offensivo innanzitutto per i tantissimi allevatori onesti, la Lega ha infatti deciso di salvaguardare solo i pochi “furbi” che non hanno
rispettato le regole. E se ne è infischiata dei moltissimi agricoltori onesti e delle conseguenze: a Bossi e amici infatti poco importa se la Comunità Europea ci infliggerà una megamulta (si parla addirittura di un miliardo di euro) che poi pagheremo tutti – continua il segretario PD -I leghisti invece di coprire manovre illecite dovrebbero pensare ad azioni per il comparto agricolo, a partire magari dalla prossima scadenza (il 31 luglio)
relativa alla fiscalizzazione degli oneri sociali per le aziende che assumono nelle zone svantaggiate e di montagna, che dal 1 agosto vedranno crescere i costi contributivi del 70%, o del “bonus gasolio” la cui
eliminazione sarà pagata a caro prezzo dai serricoltori”.

Ma.Lau.

www.partitodemocratico.it

******

“Quote latte: la Lega diserta, maggioranza battuta”, di Roberto Petrini

Tremonti: nessun´altra manovra nel 2010, sanità esclusa dal blocco turn over. Testo blindato, fiducia confermata, no al blocco del turn over nella sanità. «Molti suggerimenti della Camera sono già stati accolti al Senato», taglia corto Giulio Tremonti che ieri ha difeso la sua manovra biennale da 25 miliardi di fronte alla Commissione Bilancio di Montecitorio. Clima teso con i dipietristi che hanno deciso di abbandonare i lavori e il Pd che ha messo in atto la stessa protesta in Commissione Lavoro. E la maggioranza è stata battuta in Commissione Agricoltura su un proprio parere alla manovra che contestava la norma sulle quote latte: determinate l´assenza della Lega che non ha partecipato al voto in polemica con il ministro delle Politiche agricole Galan contrario al provvedimento. Il governo era già stato battuto due volte in aula sulle missioni internazionali.
Di fronte alle voci e ai dubbi sulla necessità di una manovra-bis che molti ipotizzano per il prossimo autunno, il ministro dell´Economia ha rassicurato: «Siamo in linea, non ci sarà un´altra manovra correttiva sul 2010». Anzi per Tremonti la manovra è «solida», l´Europa è «tranquilla» e anche gli italiani «possono stare tranquilli»: il paese ha accettato la manovra. «Mi dispiace per chi spera, ma non ci sarà il collasso», ha aggiunto il ministro che ha tenuto a sottolineare la «meccanica comune» delle Finanziarie europee e ha osservato che aumentare le tasse sarebbe stato un «suicidio».
Tremonti ha cercato di replicare anche alle molte proteste, scioperi e al malcontento che serpeggia nel paese per i tagli della manovra. «Non ci sarà quest´anno la rottura della coesione sociale. Era attesa nel 2008 e nel 2009 e non c´è stata, non ci sarà neppure quest´anno», ha proseguito. E le proteste? «Ho visto un altissimo senso di responsabilità dal basso, da parte delle categorie interessate, come i lavoratori pubblici», ha detto Tremonti che invece ha puntato l´indice su «altri settori» dove ha riscontrato «un minore senso di responsabilità come se ci fosse un attentato di lesa maestà», ha detto, piuttosto che una reazione dovuta all´entità delle riduzioni pari a soli 100-200 euro. Nessun riferimento diretto, ma è utile ricordare che hanno protestato per la manovra magistrati, prefetti, ambasciatori e docenti universitari. Invece, ha continuato Tremonti, «stavolta la manovra tocca anche gli alti papaveri». Espressione che tuttavia ha provocato una immediata e ironica reazione da parte del segretario del Pd Bersani: «I papaveri che conosco io sono i grandi ricchi in termini di capitali, patrimonio e redditi e questi non pagano un euro». Le parole di Tremonti, che è tornato a definire la riforma previdenziale contenuta nel provvedimento la «più grande d´Europa», non convincono il leader della Cgil Epifani che ha definito il provvedimento «iniquo», ha parlato di «brutale rialzo dell´età pensionabile» e ha annunciato una manifestazione a Roma per il 29 settembre.
Tremonti ha sciolto anche il nodo del blocco del turn over nella sanità: in occasione dello sciopero dei medici il ministro per la Salute Fazio aveva detto che non è previsto nella manovra, ma il testo lascia spazio a dubbi interpretativi. Il ministro dell´Economia ha confermato che il blocco non c´è.

La Repubblica 22.07.10

"La riforma immaginaria dell'università che muore", di Tito Boeri

Oggi il disegno di legge del Governo sulla riforma dell’università andrà in Aula al Senato. Dopo la riforma Brunetta della pubblica amministrazione, sacrificata sull’altare della manovra economica, anche questa riforma sembra destinata a svanire nel nulla. Nel dibattito in Commissione, i pochi aspetti innovativi del provvedimento, quelli sulla governance delle università, sono stati accuratamente disinnescati dalle lobby accademiche, ben rappresentate in Parlamento. Lunga vita avranno le facoltà, destinate nel disegno originario ad essere soppiantate da dipartimenti molto più vicini all’organizzazione della ricerca, il peso degli esterni nei consigli di amministrazione è stato ulteriormente ridotto e l’obbligo di programmazione triennale, un tentativo di rendere le università maggiormente lungimiranti, abolito perché avrebbe legato le mani, meglio vincolato i bilanci, del Ministero. Non che fossero grandi cambiamenti, ma almeno una parvenza di innovazione la davano. Forse per salvare le apparenze, il ministro Gelmini negli ultimi giorni è stata molto attiva nel fare le uniche riforme di cui questo governo ha sin qui dato prova, quelle annunciate a mezzo stampa. Ecco allora una serie di notizie distillate ai giornali prima ancora che ai parlamentari. Dalla scelta di abbandonare il sistema 3+2 (triennio seguito da biennio) a quella di obbligare i docenti universitari ad andare in pensione a 65 anni “per fare posto ai giovani”.

Anche queste innovazioni hanno già il sapore dello stantio: l´abbandono del 3+2 ci riporta indietro alla situazione di dieci anni fa di cui francamente non avevamo nostalgia, il pensionamento forzato dei docenti anziani rappresenta un modo ormai ampiamente sperimentato di ridurre i costi mettendo a carico dell´Inpdap, anziché degli atenei, docenti che continuano a insegnare e a partecipare alle decisioni accademiche più importanti. Invece di fare spazio ai giovani, rende questi ultimi meno competitivi di fronte ad anziani che praticamente lavorano a costo zero. Del resto i giovani migliori se ne sono già andati. In queste settimane le università hanno eletto commissari di concorsi banditi anni fa, alcuni addirittura nel 2001. L´odissea questa volta si è svolta nelle carte dei concorsi anziché nello spazio e al contrario, tornando indietro nel tempo, anziché evolvendo dal mondo delle scimmie. I candidati più validi in quei concorsi hanno già trovato lavoro altrove, lontano dal nostro paese. Quelli rimasti in lizza verranno giudicati sulla base di pubblicazioni vecchie di dieci anni, come se la produzione scientifica fosse rimasta congelata dall´inizio del Nuovo Millennio, prima che venisse completata la sequenza del genoma umano, fossero stati inventati i farmaci più efficaci nel contrasto del virus HIV o si fossero ritrovati i resti di Ardi, il nostro più antico antenato. Per non parlare dei concorsi delle università telematiche, che vengono annullati dopo esser stati banditi. Per ricevere i finanziamenti ministeriali (e la benedizione del Presidente del Consiglio) per loro conta solo bandire i concorsi anche se i posti banditi non verranno mai creati.
Il panorama è desolante. Eppure oggi le condizioni sarebbero quanto mai propizie per fare una riforma vera, dal basso, dell´università. Due fatti importanti si sono prodotti in questi anni.
Il primo è che molti atenei sono rimasti senza soldi. Ben prima della manovra in corso, la spesa per l´università è diminuita di circa un miliardo dal 2008 al 2010, una riduzione del 7 per cento rispetto ai livelli prima della crisi. Lo certificano i dati della Ragioneria dello Stato. Dato che la spesa pubblica complessiva è nel frattempo aumentata del 10 per cento, la quota della spesa universitaria nel bilancio dello stato è diminuita di quasi il 17 per cento, in netta controtendenza rispetto agli altro paesi, in cui si approfitta delle crisi per investire in capitale umano. Come messo in luce dalla Corte dei Conti, il Fondo di Finanziamento Ordinario per le università in Italia ormai copre a malapena gli stipendi dei docenti, un costo fisso, dato che non possono essere licenziati. Non ci sono risorse per investimenti nella ricerca o per migliorare la qualità della didattica.
La seconda novità è che, con un ritardo di quasi 10 anni, sono state riavviate le procedure e le strutture per una nuova tornata di valutazione della ricerca universitaria dopo quella condotta nel 2004 e, purtroppo, finita in un cassetto. La congiunzione astrale fra questi due eventi ci offre oggi una grande opportunità per riformare dal basso l´istruzione superiore. Basta che il Governo metta a disposizione nei prossimi tre anni un miliardo per l´università (ci avvicinerebbe ai livelli di spesa universitaria pro-capite del Regno Unito, un paese con un sistema universitario pubblico che funziona molto meglio del nostro) e si impegni a distribuirlo tra gli atenei seguendo scrupolosamente i risultati della valutazione. D´ora in poi darà risorse aggiuntive solo agli atenei con i punteggi medi per docente più elevati. Almeno inizialmente le graduatorie potranno essere definite per macro aree per non penalizzare le università del Sud che partono obiettivamente in condizioni di svantaggio. Spingerebbe ogni sede a cercare di reclutare e valorizzare i ricercatori più produttivi per migliorare il proprio punteggio. E la pubblicità della valutazione (significa rendere pubblici i due migliori “prodotti”, lavori scientifici o brevetti, presentati da ogni docente per la valutazione) non solo renderebbe il processo più trasparente, ma anche servirebbe come incentivo individuale. E´ un incentivo potente: per chi vuole davvero fare il nostro mestiere, il bene più prezioso è la reputazione.
Un crescente numero di studi documenta effetti positivi di investimenti nell´istruzione universitaria sui tassi di crescita, soprattutto in paesi avanzati, vicini alla frontiera tecnologica. Un incremento del 3 per cento del numero di persone con un PhD in un paese è in genere associato all´aumento del numero di brevetti e della produttività attorno all´1 per cento all´anno. Esattamente quanto ci servirebbe per riuscire almeno a non perdere altro terreno nei confronti degli altri paesi dell´area dell´Euro da qui al 2015. Secondo le ultime stime del Fondo Monetario, l´Italia è destinata ad accumulare un ritardo di altri 5 punti di pil rispetto a Francia e Germania. Non riformare e per davvero la nostra università equivale perciò a condannarsi ad un´altra pesante recessione, dopo quella che abbiamo appena vissuto.

La Repubblica 22.07.10