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Manovra, Pd: anche su cultura centrodestra traballa

Ghizzoni: parere maggioranza certifica fallimento governo. “Anche la maggioranza riconosce che per il settore della conoscenza, per la cultura e l’editoria la manovra economica fa acqua da tutte le parti e deve essere cambiata”. Lo dice la capogruppo democratica della commissione Cultura della Camera Manuela Ghizzoni commentando il parere che la maggioranza ha espresso in commissione per chiedere al governo maggiori risorse per le università, per le attività culturali e per l’editoria.

“Questo parere è la classica dimostrazione che su questi settori il governo ha fallito perché li ritiene solo strumenti per fare cassa e non su cui investire per lo sviluppo del paese. Ai deputati della maggioranza che hanno votato il parere – conclude Ghizzoni – chiediamo adesso atti conseguenti e coerenza e quindi di votare i nostri emendamenti alla manovra”.

"A Governatori e Sindaci la patata bollente dei tagli", di Massimo Bordigon

Tremonti ha vinto il braccio di ferro con i governi locali: i tagli complessivi a carico degli enti territoriali restano invariati. Sarà però la Conferenza Stato-Regioni a decidere sul riparto dei sacrifici. Si tratta di un’eccellente mossa strategica da parte del governo. L’onere delle decisioni viene ora ribaltata su Regioni e comuni. Se se non riusciranno a trovare un accordo, il governo potrà sempre scaricare su di loro la responsabilità politica degli interventi. I probabili vincitori e perdenti.

Per i tagli a Regioni e altri enti locali, cosa cambia con il maxidecreto approvato ieri in Senato? Per i saldi, nulla. Giulio Tremonti ha vinto il braccio di ferro con i governi locali e i tagli complessivi restano invariati. Cambia, o almeno cambia potenzialmente, la distribuzione degli stessi.
La decisione sul riparto tra i diversi enti viene, infatti, ora affidata alla Conferenza Stato-Regioni, cioè in pratica agli stessi governi territoriali. Di qui l’uso dell’espressione generica “risorse” da ridurre, invece di “trasferimenti” nel nuovo testo approvato al Senato. L’ultima parola resta comunque al governo; se non si trova un accordo in Conferenza, scattano comunque i tagli già preventivati per ciascun ente, con il riparto previsto in precedenza (che il decreto, erroneamente, indica come “proporzionali” mentre in realtà per le Regioni ricalcavano i trasferimenti per le leggi Bassanini, la cui distribuzione non è proporzionale tra Regioni o per popolazione). Il decreto inoltre specifica quali indicatori dovrebbero essere utilizzati per decidere il riparto dalla Conferenza, alcuni chiari (spesa per il personale sul totale), altri vaghi (misure atte a rispettare il Patto di stabilità interno e quello sanitario, le pensioni di invalidità, l’autonomia finanziaria per i comuni eccetera).

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Si tratta nel complesso di un’eccellente mossa strategica da parte del governo. L’onere delle decisioni viene ora ribaltata su Regioni e comuni, e se queste non riusciranno a trovare un accordo, il governo potrà sempre scaricare su di loro la responsabilità politica degli interventi. Di più, la scelta degli indicatori offre un’importante sponda alle Regioni del Nord a guida leghista, in seria difficoltà politica nei confronti dei propri elettori: se non si riuscirà a trovare un accordo, che dati gli indicatori scelti dovrebbe avvantaggiare le Regioni del Nord, a partire dalla Lombardia, potranno sempre riversare la colpa sulle altre e in particolare quelle meridionali.
Ma che vuol dire mettersi d’accordo? Non esistono procedure formali precise nella Conferenza stato-regioni. In genere, si decide all’unanimità, ma è spesso successo che qualche Regione si dissoci dalle decisioni prese dal resto della Conferenza. Raggiungere l’unanimità in questo caso sembra difficile; per definizione qualunque modifica nella distribuzione dei tagli, a saldi invariati, deve avvantaggiare qualcuno e penalizzare qualcun altro, ed è facile prevedere che i perdenti si opporranno strenuamente. Previsioni? Le Regioni finiranno con il mettersi d’accordo; il costo politico del non farlo è semplicemente troppo alto. Verosimilmente, l’accordo finirà con il sacrificare qualche Regione più marginale (quelle piccole e del Sud, magari a maggioranza centro-sinistra?). Più facile ancora per i comuni, che con l’esclusione di Roma dal tavolo dei tagli, rappresentano un’organizzazione più coesa e con minori differenze territoriali.
Infine, una curiosità. Anche nel testo del decreto vengono ribaditi i commi che affermano che quanto deciso nello stesso decreto, e cioè i vari tagli a comuni, province e Regioni, “non impattano sulla legge 42/2009”, cioè sull’attuazione del federalismo fiscale. Che vuol dire? Che i trasferimenti aboliti, che nella logica della legge 42 avrebbero dovuto essere “fiscalizzati” (cioè, sostituiti per gli enti territoriali con tributi propri o compartecipazioni a tributi erariali), verranno comunque restituiti agli enti locali in sede di attuazione del federalismo? Ma allora com’è possibile ottenere i risparmi di spesa preventivati dalla manovra, visto che l’attuazione della 42 è prevista dalla legge stessa a partire dal 2012? E come questi commi si conciliano con la stessa legge che impone che l’attuazione del federalismo avvenga “senza oneri aggiuntivi per lo Stato”? Mistero.

www.lavoce.info

"Dai pentiti fasulli al depistaggio", di Giovanni Bianconi

Pm al lavoro sulla trattativa tra politica e mafia. Pezzi delle istituzioni, settori dello Stato, sottobosco della politica, apparati deviati, rappresentanti infedeli. Non c’è espressione che non sia stata utilizzata per descrivere ed evocare una situazione che qualche investigatore più avvertito aveva intuito fin dai primi giorni successivi alla strage di via D’Amelio, e cioè che dietro l’eliminazione del giudice Borsellino e degli agenti di scorta (a meno di due mesi dall’eccidio che aveva ucciso Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini addetti alla protezione con modalità altrettanti eversive) non c’era soltanto la mafia. Qualcun altro doveva aver spinto affinché i boss di Cosa nostra portassero a termine un’azione che nell’immediato fu un pessimo affare pr l’organizzazione criminale, visto la stretta repressiva che ne seguì.

Ora, a 18 anni da quell’esplosione, forse per la prima volta un’indagine giudiziaria si sta avvicinando a quella realtà nascosta. Su via D’Amelio, come sul fallito attentato a Falcone nella sua villa dell’Addaura, nel 1989. E questo provoca quel corto circuito di frasi riassunte nell’affermazione secondo la quale la verità sarebbe ormai a un passo, e chissà se la politica avrà la forza di sostenerla.

Il problema è che, seppure mai così vicina, quella verità ancora non la conosciamo. Sappiamo che quella passata finora come tale non lo è più. Il pentito Gaspare Spatuzza ha dato prova (secondo tutti i magistrati che hanno vagliato le sue deposizioni) di essere affidabile quando ha riscritto la storia dell’autobomba esplosa in via D’Amelio (fin dove la conosce), ritagliando un ruolo per sé e smentendo i falsi «collaboratori di giustizia » che avevano portato a ben due sentenze definitive. Da queste rivelazioni si è risaliti al depistaggio organizzato 18 anni fa con i pentiti fasulli; per quell’episodio sono indagati tre poliziotti e un quarto—l’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera, responsabile di quelle indagini — lo sarebbe se non fosse morto qualche anno fa. Ora non può difendersi, né dare la sua versione di una ricostruzione alla quale partecipò direttamente e che adesso si sta sgretolando.

Quel che sembra certo, però, è che depistaggio ci fu. E un depistaggio deve avere un movente. Una ragione che necessariamente evoca i meccanismi della politica e del potere. Che cosa si voleva coprire con una verità fabbricata a tavolino? C’era solo l’ansia di arrivare a un risultato immediato nel momento in cui lo Stato appariva in ginocchio di fronte all’offensiva mafiosa, oppure ci fu qualche trama per nascondere patti o alleanze indicibili? È possibile che Borsellino fu eliminato con una tempistica addirittura controproducente per Cosa nostra, ma obbligata dall’opposizione del magistrato a quella «trattativa» tra Stato e mafia di cui pure si parla da diciott’anni e che adesso acquista contorni un po’ più concreti?

Questo è un ulteriore novità delle ultime indagini, oltre all’acclarato depistaggio sulla strage di via D’Amelio: la consistenza di contatti tra uomini delle istituzioni e dell’organizzazione mafiosa, intesa come trattativa, o qualcosa di simile. Il presidente dell’Antimafia Giuseppe Pisanu ne ha parlato nella sua relazione, prima ancora dell’audizione dei procuratori. Così come ha ricordato ipotetici coinvolgimenti con uomini dei servizi segreti (uno è indagato per concorso in strage, dopo un riconoscimento seppure traballante del pentito Spatuzza) e altre entità: «Un intreccio tra mafia, politica, grandi affari, poteri occulti, gruppi eversivi e pezzi deviati dello Stato che più volte, e non solo in quegli anni, abbiamo visto riemergere dalle viscere del Paese».

Così ha scritto Pisanu, basandosi su acquisizioni giudiziarie già note e su quanto sta emergendo dalle nuove indagini. Che purtroppo rischiano di concludersi fornendo più domande che risposte. Anche per via di una certa tendenza a dimenticare da parte dei politici dell’epoca, alcuni dei quali hanno pensato bene di riferire solo oggi particolari che possono aiutare a disegnare un quadro più rispondente alla realtà; come il fatto che Borsellino fosse stato informato, poco prima di morire, dei contatti fra i carabinieri del Ros e l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, rivelato dall’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli nel 2009. Sono tasselli dai quali potrà emergere una nuova verità giudiziaria, che difficilmente potrà essere esaustiva. Poi toccherà ancora alla politica.

Il Corriere della Sera 21.07.10

Maggioranza battuta tre volte in aula

Si tiene solo con voti di fiducia. “La maggioranza è stata battuta tre volte in aula grazie alla presenza massiccia del Pd e delle opposizioni. E’ sempre più evidente che riesce a stare insieme solo con i voti di fiducia. E la prossima settimana ci sono tre decreti legge prima delle intercettazioni…”. Lo ha detto Dario Franceschini, presidente dei deputati del Pd commentando le votazioni sul decreto sulle missioni italiane all’estero nelle quali la maggioranza e il governo sono stati battuti.

www.deputatipd.it

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Afghanistan, governo battuto su 2 emendamenti del Pd

Governo battuto nell’Aula della Camera due volte di seguito su altrettanti emendamenti al decreto legge sulla proroga delle missioni militari all’estero. L’Assemblea di Montecitorio ha approvato, a fronte del parere contrario del governo, due emendamenti del Pd.

Il primo emendamento del Pd al decreto missioni è passato, nell’aula della Camera, per quattro voti di differenza (258 sì, 254 no, 1 astenuto). Il secondo emendamento, sempre del Pd, è passato per due voti (256 sì, 254 no e 3 astenuti).

Nella prima votazione, nel Pdl erano presenti 195 deputati su 275: non hanno quindi partecipato al voto in 75, di cui 43 in missione e 32 assenti. Nella lega, non hanno partecipato al voto 9 deputati, di cui 6 in missione e 3 assenti. Nella seconda votazione, il Pdl è aumentato di un’unità (196 deputati in aula), la Lega ne ha persa una (8 i deputati presenti al momento del voto). L’opposizione era presente mediamente al 90 per cento. I due emendamenti approvati non hanno un impatto economico sul testo.

«La maggioranza è stata battuta tre volte in aula grazie alla presenza massiccia del Pd e delle opposizioni. E` sempre più evidente che riesce a stare insieme solo con i voti di fiducia». Il presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini, commenta così il voto alla Camera sul dl missioni che ha visto il governo andare sotto su due emendamenti presentati dai democratici e sulla richiesta di sospendere i lavori chiesta dalla maggioranza. «E la prossima settimana ci sono tre decreti legge prima delle intercettazioni…», fa notare ancora Franceschini.

Sì ALLA PROROGA
Alla fine arriva il sì dell’Aula della Camera al decreto legge che proroga la partecipazione italiana alle missioni militari all’estero, fra cui quella in Afghanistan. Il testo, approvato con 484 sì, 25 no e 11 astenuti, passa al Senato. Hanno votato contro i deputati dell’Idv; ad astenersi i Radicali del Pd. Tra le innovazioni introdotte a Montecitorio rispetto al testo iniziale, oltre ai due emendamenti del Pd passati contro il parere del governo, l’assegnazione diretta (come già accade per le polizie civili) del contributo Ue ai carabinieri impegnati nella missione EUPM in Bosnia, grazie a un emendamento di Giuseppe Moles; l’assegnazione di 250mila euro al Comitato Atlantico italiano; un trattamento più favorevole per licenze e congedi per i militari impegnati nelle missioni.

www.unita.it

"Il modello Formigoni tra affari e capoclan", di Gad Lerner

Il ciclo ventennale di egemonia della destra sulla regione Lombardia e sul comune di Milano sta degenerando in un esito sorprendente.Su cui il primo a riflettere dovrebbe essere il suo protagonista indiscusso, Roberto Formigoni. Leader politico di Comunione e Liberazione, affiancato sul piano culturale dal medico Giancarlo Cesana che ha sostituito Carlo Tognoli alla presidenza del Policlinico di Milano, Formigoni è il condottiero che ha rovesciato la supremazia del cattolicesimo sociale interpretato da uomini come Piero Bassetti e Giuseppe Guzzetti; mentre nel capoluogo lombardo veniva meno il buongoverno del riformismo socialista.
Qual è il lascito della virata a destra, che dapprima ha portato al potere i militanti integralisti della restaurazione antisessantotto, per poi spartirlo con il populismo della Lega sotto l´ombrello protettivo oligarchico di Berlusconi?
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, a partire dal fiore all´occhiello del ventennio formigoniano: il modello lombardo della sanità convenzionata.
È di ieri la notizia che anche il direttore generale dell´Azienda sanitaria di Monza e Brianza risulta coinvolto nell´inchiesta sulle infiltrazioni politiche della ‘ndrangheta, come già il suo collega di Pavia. Entrambi trattavano gli appalti con il capoclan dei calabresi Pino Neri, sostenitore di Giancarlo Abelli (per anni regista occulto della sanità lombarda, prima di assumere l´incarico di vice-coordinatore nazionale del Pdl), fotografato dagli inquirenti insieme al leghista recordman delle preferenze Angelo Ciocca. Questi manager gestiscono centinaia di milioni di budget e sovrintendono a una lottizzazione in cui i ciellini si sono rivelati maestri, quando si tratti di occupare gli incarichi ospedalieri, mentre cedevano spazio agli imprenditori privati nell´incasso delle convenzioni. Lo stesso Umberto Bossi in un primo tempo aveva incaricato un suo uomo, Alessandro Cè, di opporsi a tale andazzo, per poi esautorarlo e adeguarvisi.
Così l´affarismo ha finito per coinvolgere la Compagnia delle Opere, suscitando non poco malessere nelle stesse file cielline. Grazie alle commesse pubbliche è cresciuta una leva di imprenditori sconosciuti ma bene introdotti al Pirellone, come il monopolista delle bonifiche ambientali Giuseppe Grossi, imputato per associazione a delinquere e disposto a versare 17 milioni di euro come patteggiamento per uscire dall´inchiesta. Grossi non è un affiliato di Cl ma è considerato intimo dei vertici del movimento, oltre che sostenitore di Giancarlo Abelli e socio di sua moglie Rosanna Gariboldi.
La destra lombarda ha cavalcato il tradizionalismo cattolico, scontrandosi più volte con i vertici della Chiesa ambrosiana, facendo sue le pulsioni reazionarie di una società impaurita, senza erigere distinzioni di valore e sottomettendosi al senso comune leghista: ben di più premeva a Formigoni consolidare la rete delle “opere” rispetto a quella della solidarietà. Per lo stesso motivo ha lasciato che si sbizzarrissero al suo fianco i politici procacciatori di licenze e appalti, imprenditori in proprio o per conto terzi. Ciò ha contribuito all´affermazione di gruppi di potere famelici contrapposti l´uno all´altro. Le risse intorno all´Expo 2015, l´insignificanza cui è ridotta l´Assalombarda, il prodigarsi dei vari La Russa e Podestà in soccorso a Ligresti, sono solo conseguenze di tale caos che nessuno, tanto meno Berlusconi, è in grado di governare.
Ma la speranza di Formigoni – stipulare un duplice compromesso con la concorrenza politica della Lega e con la spregiudicatezza affaristica dei numerosi clan berlusconiani – lungi dal propiziarne un ruolo di leadership nazionale, oggi lo costringe a fare i conti con una implosione del sistema che gli è sfuggita di mano, rivelando un tasso di illegalità diffusa non più gestibile.
La Lombardia, un tempo considerata locomotiva d´Italia, si scopre epicentro di traffici criminali. Qui converge, grazie alle collusioni della politica, il riciclaggio dei fatturati della ‘ndrangheta e il suo tentativo, in parte già portato a compimento, di penetrare nei gangli dell´economia legale oltre che nei vertici del potere amministrativo. L´inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica milanese scuote il governo del Pirellone, denota una ramificazione dei clan nella società lombarda impressionante, ma non sorprende: alcuni dei consiglieri regionali che intrattenevano rapporti organici con i capobastone erano già sotto inchiesta, ma nonostante ciò avevano ottenuto nell´aprile scorso la ricandidatura perché sono parte organica del sistema di potere. Imprescindibili, altro che semplici mele marce.
Quando, alla fine del mese, si riunirà in seduta straordinaria il Consiglio regionale della Lombardia, con all´ordine del giorno l´emergenza ‘ndrangheta e le infiltrazioni nella politica e negli appalti, alla presenza del presidente della Commissione parlamentare antimafia Giuseppe Pisanu, toccherà a Formigoni trarre le conseguenze di questo bilancio fallimentare.
Il modello lombardo della destra di governo è mortificante sia in termini di valori civili che di servizi resi ai cittadini.

La Repubblica 21.07.10

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E Formigoni chiese aiuto alla loggia “Marra può far qualcosa per la lista?”, di Emilio Randacio

La «rete» non si poneva limiti. C´era un governatore-amico, furibondo per l´esclusione ordinata dai giudizi dalla competizione elettorale? L´organizzazione si muoveva, attivava numeri di telefono, bussava alle porte degli «amici». E gli interlocutori, sempre, erano uomini dello Stato.
Ecco cosa facevano l´ex assessore regionale napoletano, Arcangelo Martino e il suo presunto complice, il «geometra “Pasqualino” Lombardi, entrambi finiti in carcere l´8 luglio scorso, sospettati di fare parte di un´«associazione segreta» insieme a Flavio Carboni.
Nel marzo scorso, quando la lista di Roberto Formigoni si vede per ben due volte respingere la possibilità di partecipare alla tornata elettorale regionale, mette in moto i sui contatti. «Non appena il Marra – scrivono i carabinieri – ha ottenuto l´ambita carica (2 febbraio 2010, ndr), i componenti dell´associazione gli chiedono esplicitamente di porre in essere un intervento nell´ambito della nota vicenda dell´esclusione». Il primo marzo è direttamente il governatore a interessarsi con Martino, l´ex consigliere comunale napoletano finito in cella l´8 luglio scorso. «Ma l´amico, l´amico, l´amico è in grado di agire?». Martino, ancora una volta lo rassicura: «Si, si, ha già fatto qualche passaggio e sarà lì». L´amico, per gli investigatori, è sopra ogni dubbio proprio il neo eletto presidente di Corte d´appello, Alfonso «Fofò» Marra.
Roberto Formigoni e Arcangelo Martino sono intercettati mentre parlano – secondo i carabinieri – in codice, usando le parole «passeggiate» e «mozzarelle» per alludere ai tentativi di influire sull´esito dei ricorsi e, dopo il loro rigetto, alle pressioni sul ministero della Giustizia affinché inviasse ispettori presso i magistrati milanesi. Immediata la replica di Formigoni. «Le passeggiate erano passeggiate – precisa – e le mozzarelle erano mozzarelle. Io e il mio partito non abbiamo dato alcun mandato né attribuito alcun incarico se non ai legali che abbiamo incaricato ufficialmente».
Ma deve esserci molta agitazione in quei giorni, nei piani alti del Pirellone. Lombardi, per cercare di rassicurare lo stato d´animo dell´amico governatore, muove tutte le pedine che conosce e che ha a disposizione. Per intervenire su Marra, decide allora di chiamare il sostituto procuratore generale, Gaetano Santamaria: «Io ho chiamato Fofò e gli ho detto domani mattina alle undici sto da te e non te movere, perché ammo vedè che sta succedendo… domani arrivo verso le undici e cercasse già di chiamare questi, questi quattro stronzi della commissione elettorale». Poi, Lombardi conclude categorico anche con Santamaria: «Comunque mo´, parla subito con Alfonso». E, il sostituto procuratore generale, obbedisce: «Adesso parliamo con Alfonso». Sono frenetiche e riguardano più soggetti le consultazioni politico-giudiziario che accompagnano l´esclusione della lista dalle regionali. Alle 14 e 51 dello stesso giorno, si muove anche il sottosegretario del Pirellone con delega alla realizzazione del programma, Paolo Alli. E, per la prima volta, fa intuire di un possibile colloquio diretto avvenuto tra l´altro magistrato milanese e la sede della Regione Lombardia (che però non viene documentato).
«L´Alli, che ha da poco incontrato il Lombardi – annotano i carabinieri – , riferisce al Martino che, in base alle valutazioni asseritamente espresse dal presidente (Marra) sui magistrati che compongono il collegio giudicante, non si è per nulla sicuri che la decisione che verrà da essi assunta sarà positiva per loro». Alli, sul punto dice espressamente: «Eh da quello che mi diceva eh, il…, il presidente dice che questi qui sono tre giovani (il collegio che dovrà decidere le sorti della lista, ndr), non si sa che cosa possono decidere, no!?». Nella conversazione non si esclude comunque l´ipotesi di dover ricorre al Tar (come poi è effettivamente avvenuto), in seguito a una sentenza che si è dimostrata sfavorevole per la coalizione di centrodestra.
Il momento è delicatissimo, c´è bisogno di uno sforzo comune. «L´Alli – proseguono nella ricostruzione gli investigatori – riferisce al Martino che il suo capo (evidentemente il Formigoni) riteneva fosse meglio che il Lombardi rimanesse in zona: “Vediamo comunque in ogni caso… il capo diceva se non era il caso che il tuo uomo si fermasse qui. .. eh, perché lui sta qui in zona finché non c´è la decisione”». La disponibilità di mettere l´organizzazione al servizio della causa è totale: «Eh, gliel´ho detto già questo, eh!», replica immediatamente alla cornetta il Lombardi.
Martino, è talmente in confidenza con il governatore lombardo che, il 23 aprile scorso, addirittura si attiva a Roma per capire meglio gli equilibri all´interno della maggioranza. La mancata ispezione al Tribunale di Milano, dopo la bocciatura della Lista Formigoni, convince i due «amici» di una manovra ostile. Formigoni a questo punto «incarica il Martino di effettuare le opportune indagini sul punto “eh, credo anch´io – dice Formigoni -, sarebbe interessante verificare da dove nasce, di chi è questa ostilità … a questo punto, a questo punto a me sembra che è chiaro che la cosa non si fa . .. mi fai sapere per causa di chi e quali sono i motivi, chi è il colpevole? Chi è il mandante e quali sono i motivi?». Martino, ancora una volta, esegue: «Sono già a Roma, mi informo e ti dico».
L´episodio rappresenta forse meglio quelle che sono i metodi dell´associazione. «Lo scopo dell´attività – si legge tra le carte dell´ordinanza – è quello di far acquisire all´associazione, nei casi in cui gli obiettivi perseguiti vengano raggiunti e i magistrati che hanno commissionato l´attività di interferenza ai membri del gruppo ottengano l´incarico ambito, uno straordinario strumento». Secondo l´accusa, in questo caso, il «protetto» è stato nientemeno che il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni.

La Repubblica 21.07.10

"Vince la libertà non la legalità", di Massimo Giannini

«Questa legge non può passare, e non passerà», aveva scritto “Repubblica” all´inizio della battaglia sulle intercettazioni telefoniche. Non era un ideologico «grido di battaglia» contro la legge-bavaglio voluta a tutti i costi da Silvio Berlusconi, che minaccia i diritti di libertà e i principi di legalità. Era invece una rischiosa ma convinta «scommessa» sulla forza della democrazia. La scommessa racchiudeva, da una parte, un atto di fiducia verso le istituzioni repubblicane, nonostante le continue aggressioni del presidente del Consiglio. Dall´altra, un investimento sull´opinione pubblica, nonostante le continue manipolazioni dell´agenzia Stefani berlusconiana.
È ancora presto per trarre conclusioni definitive: l´iconografia del Caimano ci ricorda che proprio nei momenti più drammatici il colpo di coda è sempre possibile. Ma allo stato degli atti, la giornata di ieri dice che almeno una parte di quella scommessa è stata vinta. Per ora Berlusconi incassa una sconfitta durissima, dentro la sua maggioranza e di fronte al Paese. Il governo, suo malgrado, è costretto a far suoi gli emendamenti sul diritto di cronaca. Se la Camera li voterà e li approverà, i diritti di libertà saranno salvi.
I giornali potranno continuare a fare il proprio dovere, cioè informare i cittadini su tutte le inchieste che svelano le trame del potere politico, economico e criminale. I cittadini potranno continuare ad esercitare un loro diritto, cioè essere informati di tutto ciò che le intercettazioni svelano sul malaffare della «casta». È una buona notizia. Sul piano della politica, conferma la tenuta dell´asse istituzionale tra il presidente della Repubblica e il presidente della Camera. Napolitano e Fini, in modi diversi e con ruoli diversi, sono riusciti a fermare il tentativo tecnicamente eversivo del premier di stravolgere un principio garantito dalla Costituzione all´articolo 21. Sul piano della democrazia, conferma che a volte anche il «berlusconismo da combattimento», quello più pericoloso perché tendenzialmente dispotico e irresponsabile, può essere fermato.
La modifica alla legge proposta dalla presidente della commissione Giustizia, la finiana Giulia Bongiorno, è convincente dal punto di vista culturale e procedurale. Cade la norma liberticida che vietava ai giornali di pubblicare qualunque intercettazione fino alla richiesta di rinvio a giudizio o all´inizio dell´udienza preliminare. Al suo posto, l´emendamento prevede la cosiddetta «udienza-stralcio», con la quale le parti (difesa ed accusa) decidono insieme davanti al giudice (durante le indagini preliminari e prima del dibattimento) quali siano le intercettazioni «rilevanti» (dunque pubbliche e pubblicabili) e quelle irrilevanti (dunque da secretare o da distruggere). Una norma di assoluto buon senso.
La stessa che aveva proposto su questo giornale Giuseppe D´Avanzo due anni fa, e che “Repubblica” da allora ha sempre rilanciato con forza, in editoriali, convegni e trasmissioni televisive. Scriveva D´Avanzo, nel suo commento intitolato «La via maestra per una riforma»: «Occorre separare le conversazioni utili a formare la prova da quelle, non utili, relative alla vita privata degli indagati e delle persone estranee alle indagini, le cui conversazioni siano state raccolte per caso. Bisogna separare le prime dalle seconde dinanzi a un giudice alla presenza delle difese e, per impedire la divulgazione e la pubblicazione delle conversazioni non utili alle indagini, è necessario estendere a questa procedura il vincolo della segretezza, prevedendo sanzioni severe per i trasgressori…».
L´articolo uscì l´11 giugno del 2008. Un´epoca «non sospetta», per così dire. Che dimostra quanto sia strumentale l´ideologia propagandistica usata da Berlusconi per spiegare la necessità e l´urgenza di questa legge-bavaglio: la presunta «tutela della privacy». E che dimostra quanto sia debole il pensiero di quegli intellettuali gregari che in queste settimane si sono affrettati a salire sul carro del premier, proprio in nome di un intangibile (e perciò insostenibile) «primato» della privacy. Di cui al premier (con tutta evidenza) non interessa nulla. E di cui “Repubblica”, invece, si è fatta responsabilmente e concretamente carico da almeno due anni.
Ma se con questo emendamento cade almeno il «bavaglio», questa legge non rinuncia affatto a colpire il «bersaglio» che riguarda l´agibilità delle intercettazioni da parte della magistratura. Questa parte della «scommessa» appare tuttora irrimediabilmente persa. Se questa legge sarà approvata, pur con tutte le modifiche apportate anche su questo versante dai volonterosi finiani, i principi di legalità ne usciranno gravemente lesionati. Non basta aver prolungato le «proroghe» alle intercettazioni di 15 giorni in 15 giorni, dopo i 75 categoricamente fissati come limite da questo dissennato provvedimento: per i pm questo sarà un ulteriore intralcio alle indagini, e non solo di natura burocratica. Non basta aver parzialmente corretto l´abominio della «prova diabolica» richiesta per poter procedere alle intercettazioni ambientali, o aver ripristinato la procedibilità innescata dalle intercettazioni sui cosiddetti «reati spia».
Rimane l´impianto fortemente limitativo all´uso di questo prezioso strumento di investigazione e di raccolta delle prove, come confermano tutti i magistrati impegnati in prima linea persino nei reati contro le mafie, da Pietro Grasso ad Antonio Ingroia. Questa «danno», enorme per la sicurezza del Paese e incalcolabile per la difesa della legalità, è stato ridotto. Ma in misura tuttora intollerabile per uno Stato di diritto.
E allora, cosa resta di questa pessima legge, se non l´insensata ma gravissima deformità che arreca al nostro sistema giuridico? Cosa resta se non l´innaturale ma profondissima torsione delle regole che sovrintendono alla prevenzione e alla persecuzione di tutte le forme di criminalità, organizzata e comune, politica ed economica? Questo sembra, tuttora, il prezzo da pagare alla «lucida follia» berlusconiana. Il premier, ieri, ha sostanzialmente dichiarato la «resa». Ha ammesso che questa legge, così emendata, non serve a niente: voleva impedire che «milioni di cittadini» venissero spiati, e «per colpa» delle modifiche imposte da Fini e ispirate da Napolitano non sarà così. «Gli italiani continueranno a non poter parlare al telefono», ha commentato il presidente del Consiglio, spacciando all´opinione pubblica l´ennesima menzogna.
Ma aggiungendo una chiosa che non può non preoccupare chiunque abbia a cuore il destino di questo Paese: se l´operazione legge-bavaglio non gli è riuscita e non gli riuscirà come lui avrebbe voluto, la colpa è di «quell´architettura costituzionale italiana basata sull´equilibrio tra i diversi poteri, che impedisce l´ammodernamento dell´Italia». Non è solo la grottesca auto-assoluzione di un leader ormai sprofondato nel regno dell´irrealtà, che maschera la sua difficoltà e la sua incapacità con il logoro e inservibile mantra del «non mi lasciano governare».
Sembra anche la guerresca minaccia di un uomo disperato, perciò pronto a rovesciare tutti i tavoli. E pronto ad attaccare un principio essenziale, forgiato in quattro secoli di storia occidentale, dai padri pellegrini del Mayflower nel 1620 ai padri fondatori della Repubblica nel 1948: la divisione e il bilanciamento dei poteri. Il cuore di tutte le costituzioni, l´essenza di tutte le democrazie. Questa, qui e nei prossimi mesi, rischia di essere la vera posta in gioco. È bene che gli italiani lo sappiano.

La Repubblica 21.07.10

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“La vera posta in palio”, di FRANCESCO LA LICATA

All’ultimo momento utile, forse la svolta: il contenuto delle intercettazioni potrebbe non essere più considerato un tabù insormontabile per gli organi di informazione.

Un emendamento del governo modifica infatti il precedente «divieto assoluto di pubblicazione» con il più «digeribile » ricorso a una prassi giudiziaria che stabilisca cosa può essere pubblicato e cosa no, sulla base di una valutazione che tenga conto della «rilevanza» dei colloqui intercettati.

È, questo, un risultato – ancora provvisorio, oltre che già contestato dallo stesso, deluso, presidente del Consiglio – che sarà interpretato a seconda delle convenienze politiche: una retromarcia del governo, una vittoria dei «finiani»,una mediazione intelligente del ministro Guardasigilli.

Lo si consideri come si voglia, l’aspetto che dovrebbe – più di ogni altro interesse – concentrare l’attenzione generale riguarda la bontà dell’iniziativa rispetto all’esigenza primaria di fare una legge che non mortifichi la libertà di stampa e salvaguardi il «dovere investigativo» dei magistrati, facendo salvo il diritto dei cittadini alla propria privacy. Questo dovrebbe interessare più di ogni altro calcolo di bottega.

I commenti più tempestivi parlano di una «buona partenza» per discutere, approfondire e trovare rimedi a quella che l’Associazione magistrati – riferendosi al disegno di legge iniziale – definisce la «devastazione» di uno degli strumenti investigativi più efficaci e cioè le intercettazioni telefoniche ed ambientali. E, in verità, l’emendamento di ieri dimostrerebbe come una più serena e meditata analisi delle problematiche avrebbe forse attutito il clima di scontro frontale creatosi con i magistrati e con gli operatori dell’informazione.

Certo, non tutti i protagonisti della querelle sono stati rasserenati dal «passo in avanti» del ministro Alfano, ma è indubbio che sia stato creato il presupposto per la ricerca di soluzioni più condivisibili. Saranno, in sostanza, le parti del processo a stabilire insieme la «rilevanza» che giustifichi la pubblicazione delle conversazioni intercettate. E anche i tempi non saranno quelli, lunghissimi,previsti dalla vecchia versione. Sarà la cosiddetta «udienza filtro» a regolare i limiti temporali della segretezza,un momento processuale che può precedere l’udienza per le indagini preliminari, anticipando così il limite che mantiene impubblicabili i contenuti delle intercettazioni. Sempre che, ovviamente, il giudice ne intraveda la necessità, altrimenti gli atti rimarranno segreti fino alla conclusione delle indagini. E proprio questo aspetto non ha convinto completamente gli organismi rappresentativi dei giudici (Anm e Csm) e dei giornalisti (Fnsi).

L’obiezione dei magistrati riguarda soprattutto la «farraginosità» di un sistema già appesantito e ostaggio di tempi infiniti. Proprio durante le precedenti discussioni, i magistrati avevano indicato quelli che, a loro parere, rappresentano seri ostacoli alle indagini, come il dover chiedere per l’attività di intercettazione proroghe ravvicinate nel tempo. Di mediazione in mediazione si è giunti al termine di quindici giorni che è già cosa diversa dal limite iniziale di 48 ore. Rimane la pesante ipoteca rappresentata dalla scelta di affidare ad un collegio una mansione che poteva essere espletata da un singolo giudice, vista la penuria degli organici presenti negli uffici della magistratura giudicante e inquirente. Insomma,il bicchiere c’è chi lo vede mezzo pieno e chi mezzo vuoto e non sarà il «passetto» di Alfano ad aprire la strada alla rapida approvazione del disegno di legge, considerate l’opposizione parlamentare e degli addetti ai lavori,ma soprattutto le divisioni interne alla maggioranza. Forse non sarebbe sbagliato tener presente che la posta in gioco è un tantino più importante della fisiologica rissosità politica, trattandosi di dover tenere ferma la barra nella lotta al malaffare e ad una criminalità che è tra le più forti del mondo.

La Stampa 21.07.10

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“Bavaglio. Compromesso Alfano-Bongiorno”, di Susanna Turco

Silvio Berlusconi ingoia malvolentieri il rospo impostogli dal pressing del Quirinale e dice che questa legge sulle intercettazioni è diventata inutile, Gianfranco Fini incassa soddisfatto lo scacco quasi matto e parla di “compromesso”, ma certo nemmeno lui si azzarda a dire che possa mai diventare una buona legge: “Era una legge pericolosa, adesso per bene che vada sarà disinnescata”, spiegano i suoi. Allo stato, dunque, in fondo i giudizi di berlusconiani e finiani coincidono: la legge “rischia” di diventare pressoché inutile, solo che gli uni se ne dispiacciono, gli altri se ne compiacciono. Come finirà è presto per dire, intanto l’Anm dà l’ok e la miglior fotografia del giorno la fa uno sconsolato Caliendo: “Con questo nuovo emendamento, della cosiddetta P3 i giornali avrebbero potuto scrivere esattamente come hanno scritto fino ad ora”, sospira il sottosegretario alla Giustizia– anch’egli coinvolto nella inchiesta sugli appalti per l’eolico – confermando quel che nei conversari scafati del Transatlantico viene denominato “il calar di braghe anche sul bavaglio alla stampa”.

La svolta arriva a ora di pranzo, dopo una nottata febbrile di scambi di mail, fax e pareri tra i protagonisti della trattativa, dopo un ulteriore slittamento dei lavori in commissione Giustizia e dopo voci insistenti sul fatto che Berlusconi fosse tentato di mandare tutto all’aria e semmai ripensarci a settembre. E’ un maxi emendamento del governo (firmato dallo stesso Caliendo) che in sostanza fa cadere il divieto assoluto, finora previsto tal quale sia nel testo licenziato alla Camera che in quello approvato al Senato, di pubblicare le intercettazioni fino alla conclusione dell’indagine preliminare. Il meccanismo, adesso, diventa tutto un altro: il segreto c’è, ma cade nel momento in cui il gip, di intesa con accusa e difesa, decide quali parti delle intercettazioni sono rilevanti e quali invece vanno secretate. Da quel momento, con la cosiddetta udienza filtro o nel caso in cui ci sia per esempio una ordinanza di custodia cautelare motivata sulla base di intercettazioni, gli “ascolti” utilizzabili dalle parti potranno essere pubblicati.

Partito democratico e Italia dei Valori restano insoddisfatti delle modifiche apportate, “un mezzo passo avanti” dice Bersani, eppure nella maggioranza quest’ultima proposta di modifica, che viene incontro alle perplessità del Quirinale sul bavaglio imposto alla stampa, provoca uno tsunami all’interno della maggioranza. La presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, insolitamente soddisfatta, parla addirittura di “balzo in avanti” e rilascia persino un’intervista a Sky. Il Guardasigilli Angelino Alfano riconosce che il nuovo testo “è senz’altro meno ambizioso, ma è l’unico punto di arrivo attualmente possibile” e si becca sottobanco gli attacchi dei falchi del Pdl, già scontenti degli emendamenti presentati dal Pdl Costa e dalla Bongiorno (più tempo per intercettare, reati spia equiparati a mafia e terrrorismo, ampliamento della possibilità delle ambientali) e ormai inclini alla litania che fino a qualche giorno fa era dei finiani: “Così stravolta, questa legge non la voto”, dice ad esempio l’iper berlusconiano Giancarlo Lehner.

Adesso, salvo ripensamenti, dovrebbe finalmente partire in commissione la partita sugli emendamenti. Già, perché fino ad ora le modifiche che dovrebbero sanare i rilievi critici mossi dal Colle sono state soltanto presentate dalla maggioranza: bisognerà vedere se sopravviveranno al vaglio del governo, all’ammissibilità degli uffici della Camera e, soprattutto, alla battaglia parlamentare. Di certo c’è che il maxi emendamento di ieri non avrà ostacoli di tipo tecnico, pur intervenendo in una parte non modificata nella doppia lettura. Grosso punto interrogativo, poi, per quel che riguarda l’approdo in Aula. Cicchitto ha già mandato ai suoi deputati un sms per dire di essere in Aula nella prima settimana di agosto, ma già s’avanzano le voci di chi, come Osvaldo Napoli, spiega che tra tempi tecnici e l’arrivo in aula di due decreti le cose si potrebbero complicare. Più che altro perché forse di correre non ne vale più la pena.

L’Unità 21.07.10

"L’opposizione e le proposte del PD sono nei fatti, e negli atti parlamentari", di Marco Meloni

Una risposta all’Assemblea dei docenti e dei ricercatori di Salerno. La posizione espressa dall’Assemblea dei docenti e dei ricercatori dell’università di Salerno è un’occasione per riflettere profondamente e, al contempo, per corrispondere alle sollecitazioni che manifesta.
Quelle che stiamo attraversando sono, per l’Università italiana, giornate difficili. Manovra economica e ddl Gelmini, infatti, assestano un ulteriore duro colpo al sistema dell’università e della ricerca, oltre che dell’istruzione nel suo complesso. Di fronte all’accusa, rivolta all’opposizione, di silenzio o, peggio, di sostanziale condivisione con le scelte del governo, la risposta migliore sono i fatti.
E i fatti sono che la principale forza di opposizione, il Partito Democratico, sta svolgendo il suo compito in diversi modi. Primo, contrastando, con gli strumenti parlamentari e nel dibattito pubblico, il disegno del governo. Secondo, avanzando proposte alternative. Terzo, dialogando con chi, in questo caso, in particolare nelle università, sta lottando per la tutela non solo dei propri diritti, quanto soprattutto per rafforzare il ruolo centrale che il sistema universitario e della ricerca hanno per il futuro del Paese. Quarto, rivolgerci, per quanto possibile, proprio al Paese, perché questo tema non riguarda solo gli addetti ai lavori ma interessa l’intera comunità nazionale.
Passando al merito, ribadiamo la nostra posizione sul ddl Gelmini: una riforma dell’università è necessaria, questa riforma è profondamente sbagliata. Noi chiediamo autonomia e responsabilità degli atenei, spazi per i giovani ricercatori, risorse per il diritto allo studio e per il sistema universitario. Un sistema che vorremmo più forte, coeso e efficiente e che, invece, lo ricordiamo, negli ultimi 3 anni è stato de-finanziato del 20%, quando già costa all’Italia poco più della metà della media UE. Abbiamo fatto il contrario di quanto fanno i partner europei, i quali, pur nell’ambito di severe manovre di finanza pubblica, salvaguardano gli investimenti nell’università. Risorse e riforme sono due facce della stessa medaglia, come ha affermato pochi giorni fa il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Se continueranno a mancare le risorse questa riforma sarà carta straccia. Ma se si approva una riforma sbagliata il danno non sarà minore.
Il compito di una forza di opposizione responsabile, quando ritiene che una riforma sia necessaria ma ne contesta profondamente il contenuto, è necessariamente quello di presentare un disegno alternativo. Noi lo abbiamo fatto, con le proposte approvate dall’assemblea nazionale, che il 22 maggio ha posto l’università e la ricerca in testa alle priorità del programma del PD, e più concretamente con i nostri emendamenti alla manovra e al ddl Gelmini.
Ci siamo opposti fortemente ai tagli indiscriminati: gli atenei italiani sono in emergenza, non sono state loro assegnate le risorse per il 2010 e già nei prossimi mesi molti non riusciranno neppure a garantire il pagamento degli stipendi. Al bilancio del sistema nel 2011 mancano circa 1,4 miliardi. Una situazione drammatica che abbiamo denunciato per primi e da tempo alla Camera e al Senato, come dimostrano gli atti parlamentari. Nella manovra abbiamo chiesto principalmente tre cose: le risorse, appunto, per consentire alle università di funzionare e di programmare le proprie attività; l’abrogazione delle norme vessatorie, quali il blocco degli scatti stipendiali e, comunque, concentrazione dei sacrifici su chi ha le spalle più larghe e non, come vuole il governo, soprattutto sui giovani; l’abrogazione della norma che dimezza le risorse per i contratti pre-ruolo, i precari che tengono in vita le università e che a migliaia potrebbero essere mandati a casa senza complimenti.
Anche sul ddl Gelmini abbiamo elaborato proposte alternative. Risorse per sostenere gli studenti meritevoli ma privi di mezzi, così come prevede dalla Costituzione, ma non il disegno del governo; abolizione del precariato intellettuale, che comprime i diritti e limita fortemente la libertà individuale, di ricerca, di costruire la propria vita in modo dignitoso. Proponiamo regole certe e percorsi rapidi per l’ingresso nella carriera, col ruolo unico di docenza, e misure che introducano un forte ricambio generazionale, portando accesso nel ruolo, età media dei docenti e età di pensionamento nella media europea (da cui siamo, al momento, lontani anni luce). Proponiamo l’abolizione del blocco del turn-over e l’attivazione di una campagna di reclutamento che nei prossimi 6 anni, prima che la nuova legge vada a regime, consenta agli attuali ricercatori, strutturati e precari, di avere la loro opportunità di entrare nel ruolo di professore.
Chiediamo, dunque, autonomia, responsabilità e valutazione per gli atenei. Regole chiare per la ripartizione delle risorse, efficienza e coesione territoriale per il sistema universitario. Pensando principalmente a studenti e giovani ricercatori, per fare dell’università un luogo di mobilità sociale, e dunque di equità e opportunità, e per selezionare come professori di domani i migliori per svolgere quella professione, quella missione, e non solo chi se lo può permettere.
Questi sono solo alcuni spunti, condivisibili o meno, ma che sono frutto di un lavoro di confronto costante con le realtà dell’università, a partire da studenti e ricercatori, di un’elaborazione che nel Forum Università, Saperi e Ricerca, presieduto da Maria Chiara Carrozza, va avanti da mesi, e del lavoro costante e spesso dietro le quinte dei nostri parlamentari, che combattono anche su questo fronte con impegno e competenza. Con proposte che possono essere lette con maggior dettaglio sul sito http://www.partitodemocratico.it/universita . Con l’impegno diretto dei nostri dirigenti, da Bersani a Letta, da Rosy Bindi ad Anna Finocchiaro e Franceschini, che in queste settimane hanno partecipato a 110, il viaggio del PD nelle università italiane, non sempre accompagnato dalla luce dei riflettori ma che vuole entrare direttamente a contatto con la realtà dei nostri atenei, di chi ci studia e ci lavora ( www.partitodemocratico.it/110 ). Questo fa il Partito Democratico coi suoi dirigenti, mentre il presidente del Consiglio utilizza una delle pochissime occasioni in cui parla di un tema che non conosce, l’Università appunto, per offendere per l’ennesima volta, con la nostra Presidente, la dignità di tutte le donne, esattamente come gli atti del suo governo offendono e danneggiano i giovani, i ricercatori, il diritto all’istruzione e alla formazione universitaria.

Non so per chi voteranno in futuro i firmatari dell’appello di Salerno. In questo momento il problema principale è che il loro grido di allarme possa essere per noi – e certamente lo è – una motivazione in più per svolgere al meglio il nostro compito, e che insieme possiamo essere più forti per contrastare il disegno del governo. E per proporre un’idea migliore di università, con la certezza che sono necessari cambiamenti forti e radicali. Cambiamenti profondi e investimenti importanti nel sapere, questo vuole il PD. Perché l’istruzione, l’università e la ricerca sono l’investimento fondamentale per lo sviluppo del Paese, sono il futuro dell’Italia.

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