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"La Bindi ossessione del Cavaliere" di Francesco Merlo

La prima volta che insultò la Bindi ho scritto che era maleducato. Ma adesso è diventato un problema di farmacia. Berlusconi che insolentisce ancora Rosy Bindi, ossessivamente e con la stessa litania, non è più un avvenimento che può essere affrontato da un polemista.
Ci vuole qualche pillola per tenerlo a bada. E non è più il caso di mostragli uno specchio o di ricordare cosa raccontano quelli che hanno avuto l’avventura di incontralo di mattina presto, con il viso sfatto, senza cerone e senza trucco, piccolo, rotondo e cadente, con la pelata in libertà e l’alito guasto… No, Berlusconi non ha più bisogno di qualcuno che gli rammenti la sua verità estetica. Ha invece necessità di una terapia. E infatti non mi viene più in mente che si tratta di volgarità e non gli consiglio più qualche buona lettura, il bon ton, il galateo e neppure di ritornare ai comportamenti antichi, a rimettere in campo quella cavalleria maschile che ai tempi della sua formazione e nel suo ambiente era un valore.

Il fatto è che un premier che racconta barzellette salaci e fa battute oltraggiose va biasimato e magari anche stroncato. Ma suscita una sincera pietà un premier che si riduce a raccontare sempre la stessa barzelletta, un uomo potente che si degrada all’impotenza di ripetere sempre la stessa battuta, e ogni volta ingiuria, sempre con le stesse parole, la stessa signora che, fra l’altro, non è il capo dell’opposizione, non è il suo avversario diretto, non è neppure il vigile del quartiere che gli fa le multe, non ha una presenza invasiva nei suoi ambienti, non è la più esagitata dei suoi nemici politici, ma è invece una donna tranquilla, anche nell’aspetto, che dice le cose tranquillamente anche quando polemizza e punge. Ecco: aggredire gratuitamente Rosy Bindi sempre e solo sul piano estetico è un invasamento paranoico.

E non è possibile che Berlusconi ieri, nel visitare una università, non sapesse di commettere una mascalzonata tirando in ballo Rosy Bindi e villanamente offendendola, senza ragione apparente, a freddo, non più da gaglioffo smanioso di mordacità ma da povero uomo ormai basito e patetico. È insomma probabile che egli creda di avere messo in atto un diversivo e abbia dunque ricicciato la sua malsana ostinazione pensando di distrarre gli italiani dalla cricca, dalla P3, dalle malefatte nel nome di Cesare… Ebbene, se è così è ancora più straziante vedere quell’uomo che, comunque è stato corpacciuto e soddisfatto di sé, diventare goffo e sconnesso. Nessuno, neppure il più feroce dei suoi detrattori, può oggi godere dinanzi allo spettacolo di un vecchio imperatore tenuto in piedi da un rabbia tristissima.

Qui infatti non c’è la disperazione che presuppone una forza, non c’è l’inventiva delle vecchie genialità che gli permisero di rilanciare, di spostare il campo da gioco. Ridire, rifare, ripetere, reiterare sempre lo stesso insulto è patologia affliggente e mesta, è un comportamento smisurato e al tempo stesso striminzito. Sono infatti diventate un unico tic villano le famose trovate spiazzanti, la nave e la bandana, il lifting e le corna… Non c’è più la creatività e non c’è la fantasia della diplomazia del cucù. C’è invece quel folle desiderio di farcela che a volte assale i vecchi e i malati terminali. Roba straziante. Verrebbe quasi voglia di aiutarlo. Suscita un’illogica solidarietà. Come una candela che si spegne.

Più significativo di cento consigli dei ministri, più illuminante della battaglia contro Fini e delle cene nella casa-covo di Bruno Vespa, questo lungo insulto alla Bindi è l’ululato di un leader che si sta sfinendo lontano dalla Storia.

La Repubblica 20.07.10

"Più austerità per tutti. O no?", di Martin Wolf

Risanare o non risanare, questo è il problema. Ed è un problema su cui le autorità cominciano a dare risposte diverse. Fanno bene? Se gli argomenti in favore del risanamento sono corretti, non risanare provocherebbe scossoni drammatici sul fronte dei conti pubblici e del settore finanziario in alcuni tra i paesi più importanti del mondo. Se gli argomenti in favore del risanamento non sono corretti, risanare metterebbe a rischio la ripresa e potrebbe scatenare altri terremoti finanziari.
Da che parte stanno quelli che decidono? La dichiarazione seguita al vertice del G-20 di Toronto affermava: «Esiste il rischio che un risanamento dei conti pubblici sincronizzato in molte delle principali economie possa avere un impatto negativo sulla ripresa. Esiste altresì il rischio che non applicare misure di risanamento dove necessarie mini la fiducia e ostacoli la crescita».
È un linguaggio molto più prudente di quello adottato al vertice di Pittsburgh, nel settembre del 2009, che affermava spavaldamente: «Oggi ci impegniamo a prorogare le misure forti che abbiamo adottato per reagire alla crisi fino a quando la ripresa non sarà saldamente avviata. Agiremo in modo da garantire che con la crescita riparta anche l’occupazione. Eviteremo qualunque ritiro prematuro delle misure di stimolo».
Che cosa è cambiato, allora?
Innanzitutto che la ripresa mondiale sembra più solida del previsto. Nell’aprile del 2009, all’epoca del vertice del G-20 di Londra, la previsione di crescita economica globale per il 2010 erano intorno all’1,9 per cento. A settembre aveva raggiunto quota 2,6 per cento. A giugno 2010, il 3,5 per cento. Negli Stati Uniti, la previsione di crescita per il 2010 era dell’1,8% ad aprile 2009, del 2,4 a settembre e del 3,3 a giugno. Anche per la zona euro le previsioni sono state riviste leggermente al rialzo, dallo 0,3% dell’aprile 2009 all’1% di settembre e all’1,1 di giugno.
In secondo luogo ci sono state le crisi di bilancio in Grecia e in altri paesi periferici dell’euro, e in più c’è stato il risultato delle elezioni britanniche, con la nascita di un governo di coalizione. La fuga dal rischio ha assunto proporzioni enormi. Non bisogna cioè esagerare la portata del risanamento. Questo giustifica un’altra stretta dei conti pubblici, specialmente nel Regno Unito, e molti pensano che i tagli previsti non siano ancora sufficienti.
Quali gli argomenti per questa tesi? Una posizione estrema è quella di chi sostiene che i disavanzi di bilancio non hanno nessun impatto sull’attività economica perché inducono a comportamenti compensativi da parte dei privati. Pertanto, se lo stato accumula debito, il privato cittadino risparmia perché sa che alla fine le tasse aumenteranno. Un’altra posizione estrema è quella di chi crede che una drastica recessione serva a purgare l’economia dagli eccessi del passato, portando a un’economia e a una società più sane. Queste visioni radicali hanno una certa influenza sulla politica in senso ampio, ma scarsa influenza su chi prende le decisioni. Ma allora quali gli oggetti del contendere a questo livello?
Quelli del «tagliamo subito»
Sostengono che disavanzi tanto forti mettono a rischio la credibilità di bilancio sul lungo periodo e producono effetti depressivi sulla fiducia e sulla spesa del settore privato. Se nel 2008 e all’inizio del 2009, in pieno panico, aveva senso aggiungere stimoli di bilancio agli stabilizzatori automatici, ora è il momento di tirare il freno. Il rischio, altrimenti, è un’impennata del costo del credito, con risultati pesanti. Il calo permanente del reddito e della produzione determinato dalla crisi, con l’invecchiamento della popolazione, rendono urgente e ineludibile agire.
Infine, se l’economia dovesse indebolirsi per la stretta dei conti pubblici, la politica monetaria può risultare molto efficace, incoraggiando gli investimenti e svalutando la moneta in modo da incoraggiare anche le esportazioni. Molti esponenti di questa corrente di pensiero sostengono che la risposta migliore è ridurre la spesa. Questo, dicono, è l’insegnamento da trarre dai risanamenti dei conti pubblici del passato.
Quelli del «tagliamo poi»
Concordano che bisogna intervenire con decisione sulla spesa a lungo termine, ma richiamano l’attenzione sulla fragilità della ripresa e in particolare sulle colossali eccedenze del settore privato. È questa frugalità dei cittadini, insistono, che è all’origine dei disavanzi, non il contrario. La successione degli eventi lo dimostra chiaramente.
Inoltre, stiamo assistendo a un fuggi fuggi verso i beni-rifugio: per l’investitore preso dal panico, non c’è nessuna alternativa ai titoli di stato di governi con un rating alto, in particolare gli Stati Uniti, che sono il paese che emette la valuta-rifugio del pianeta, ruolo ulteriormente accresciuto dalla crisi della zona euro. Inoltre, i tassi d’interesse a lungo termine dei principali paesi stanno diminuendo, non aumentando: negli Stati Uniti i tassi sui titoli di stato decennali sono al 3 per cento. Dove sono allora questi rischi per la fiducia?
Infine, aggiungono i seguaci di questa linea di pensiero, con i tassi d’interesse prossimi allo zero la politica monetaria serve a ben poco se non a sostenere un allentamento del rigore di bilancio. Quei paesi che dispongono di una propria Banca centrale hanno la fortuna di poter finanziare il disavanzo in modo diretto. Questo non vale per la zona euro, che in pratica utilizza una valuta straniera. Fintanto che l’eccesso di capacità produttiva resta così alto e la normale attività creditizia delle banche resta così debole, fare affidamento sullo “stampar moneta” della Banca centrale non crea pericoli inflattivi. Al contrario, il pericolo è che un risanamento prematuro delle finanze pubbliche inneschi un forte rallentamento dell’economia come successe in Giappone negli anni 90, affondando economie importanti nella deflazione.
L’effetto combinato di un forte indebitamento e della deflazione potrebbe creare, a loro parere, una spirale al ribasso. Un “decennio perduto” alla giapponese incombe sul mondo sviluppato, ed è un’eventualità particolarmente probabile se i vari paesi decideranno di risanare tutti insieme. Quello che serve è semmai un ulteriore allentamento: nel primo trimestre del 2010, il Pil di ogni membro del G7 era ancora al di sotto del livello di picco di prima della crisi.
Io pendo fortemente dalla parte di chi vuole rimandare il risanamento. Ma su una cosa tutti sono d’accordo: questo dibattito è importante. Non possiamo sapere con sicurezza chi ha ragione e chi ha torto. Ma possiamo star certi che se le autorità dovessero sbagliare scelta, i risultati potrebbero essere drammatici.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

LE PAROLE

DEFICIT PUBBLICO. È la differenza negativa tra entrate e uscite statali. Il suo effetto dipende molto dalle situazioni, ma nel breve periodo tende ad aiutare la crescita. Va finanziato con il debito pubblico, che aumentando diventa costoso fino all’insostenibilità, e alimenta i dubbi sulla sua stessa affidabilità.
EXIT STRATEGY. È la “strategia di uscita” dalle politiche economiche straordinarie – tassi bassi e spese pubbliche – lanciate per superare la crisi finanziaria e la recessione. Il nodo è il tempo: arrivare troppo presto potrebbe frenare la ripresa, troppo tardi potrebbe creare problemi di debito pubblico e/o inflazione.
INFLAZIONE. Tassi bassi e liquidità aiutano la crescita ma, nel tempo e se l’offerta di moneta supera certe soglie, possono far salire e di molto i prezzi al consumo (l’inflazione) o, più facilmente, gonfiare le quotazioni finanziarie o immobiliari. È un effetto lontano nel tempo, e quindi più difficile da prevenire.
PITTSBURG 2009. È stato il meeting del G-20 che ha lanciato il «Quadro per una crescita economica sostenibile». Molto ambizioso e coraggioso, il programma è stato però ridimensionato dal G-20 di Toronto, anche perché le previsioni economiche per il 2010 sono progressivamente migliorate.

STIMOLO. Le economie hanno avuto bisogno di stimoli pubblici straordinari per evitare una caduta a spirale. Nei paesi ricchi la politica monetaria ha portato i tassi d’interesse tra lo zero e l’un per cento, inondando il sistema di liquidità, quella fiscale ha aumentato le spese pubbliche.

Il Sole 24 Ore 20.07.10

"Un autunno triste con poco lavoro e nuove stangate", di Rinaldo Gianola

Il presidente Obama dice che negli Stati Uniti per ogni posto di lavoro disponibile ci sono cinque disoccupati in coda. Nonostante i segnali di risveglio dell’economia americana, ben più sostenuti di quelli europei e italiani, il dato diffuso dalla Casa Bianca testimonia che è ben fondato il timore di quanti prevedono una ripresa senza occupazione. A maggior ragione questa preoccupazione dovrebbe investire governo e imprese del nostro Paese perchè è evidente che l’autunno non ci porterà la fine della crisi che ormai dura dal 2008, ma un periodo di nuove difficoltà soprattutto sul fronte sociale. Le recenti valutazioni del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e le stesse stime di Confindustria condividono la prospettiva che per l’occupazione il peggio deve ancora venire, anche se il Pil mostra finalmente un segno positivo. La disoccupazione reale è attorno al 10%, forse di più, giovani e donne sono i più colpiti, non ci sono segni che possano far immaginare una netta inversione di tendenza. La creazione di nuovi posti di lavoro ha bisogno di una forte ripresa dell’economia e non sarà sufficiente l’1 per cento, più o meno, che riusciremo a conquistare. In più oggi bisogna considerare l’impatto della manovra correttiva dei conti pubblici. per la quale è atteso il voto di fiducia della Camera, che potrebbe non garantire il raggiungimento degli auspicati obiettivi sul bilancio dello Stato con la conseguente necessità di un’altra stangata, e potrebbe frenare o pregiudicare i segnali di ripresa. Ecco perchè i prossimi mesi, dopo l’estate, saranno di grande incertezza per la nostra economia e di forte difficoltà per la tenuta del tessuto sociale, già indebolito dalla lunga crisi. L’autunno si presenterà agli italiani con un’economia ancora debole, una pressione fiscale da record perchè Berlusconi ha aumentato le tasse, servizi locali tagliati dalla manovra e redditi ancora in caduta con una conseguente stagnazione dei consumi. Oggi, inoltre, al di là della congiuntura economica, è necessario aggiungere una valutazione sul comportamento di grandi gruppi e di nomi prestigiosi dell’industria che stanno maturando scelte che potrebbero avere conseguenze gravi sull’occupazione. Telecomunicazioni, siderurgia, auto, elettrodomestici, chimica, tessile, i settori principali della nostra industria sono coinvolti in piani di ristrutturazione e di riorganizzazione che lasciano a casa migliaia di lavoratori. Il processo è iniziato da molti mesi, ha accompagnato l’evoluzione della crisi, e proprio in questo periodo si sta accentuando quasi si volesse posticipare ancora la fine dell’emergenza. C’è da chiedersi, almeno, se tutti questi sacrifici sul fronte occupazionale siano davvero necessari per superare la crisi e rilanciare l’industria, o se, invece, il semplice taglio dei dipendenti, magari accompagnato da chiusure di fabbriche e da delocalizzazioni produttive, non sia una scorciatoia per recuperare margini di profitto. Davanti a ogni crisi il capitalismo ne esce con profonde ristrutturazioni e con tagli occupazionali, ma anche in questo momento ci sarebbe spazio per un intervento pubblico, una regia del governo in grado di orientare le scelte industriali, gli investimenti, per verificare se davvero chiusure e licenziamenti non abbiano alternative. Sarebbe necessaria, insomma, una coerente politica industriale,come fanno altri paesi europei, ad esempio Germania e Francia. Da noi, invece, Berlusconi e Sacconi si limitano a fare il tifo per la Fiat a Pomigliano e guai a chi non ci sta. A proposito di auto e diritti…. La storica fabbrica Volkswagen di Wolfsburg, dove gli operai guadagnano quasi il doppio di quelli italiani, ha prodotto oltre 700mila vetture nel 2009. Nessuno ha chiesto agli operai di rinunciare a tutele e diritti.

L’Unità 20.07.10

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“Da Piombino alla Natuzzi la crisi italiana non finisce”, di Giuseppe Vespo

Venduti per 1,54 euro, i 2.200 operai delle Acciaierie di Piombino del gruppo Severstal ex Lucchini aspettano di sapere qualcosa del loro futuro. Venti giorni fa la multinazionale russa Severstal li ha ceduti, (50,8% delle azioni) insieme a 700 milioni di euro di debiti, ad una finanziaria cipriota controllata da uno dei suoi patron, il magnate Alexey Mordashov. Un’operazione realizzata per non gravare sulla casa madre e prendere tempo, nella speranza di trovare – magari – un acquirente. Giovedì si riunirà il vertice del gruppo mentre i lavoratori di Piombino saranno in sciopero, in strada con una grande manifestazione. Il29sono attesi invece al ministero senza ministro dello Sviluppo economico, dove incontreranno il sottosegretario Stefano Saglia con il quale sperano di parlare di un piano industriale. Molti chilometri più giù, a Bari e a Matera l’incertezza sul futuro del lavoro per molti si è trasformata in rassegnazione: un mese fa i 2.950 dipendenti della Natuzzi, azienda simbolo del sofà di qualità, si sono visti prorogare la cig in deroga fino al 15ottobre: si lavora a rotazione per qualche giorno al mese, seguendo un valzer che va avanti dal 15 giugno del 2005. Ad ottobre i sindacati sono attesi al ministero dello Sviluppo per mettere a punto un accordo di programma. Da queste parti dal Duemila, secondo quanto ricostruisce il segretario generale Fillea-Cgil Saverio Fraccalvieri sono andati perduti migliaia di posti di lavoro. Colpa dell’euro troppo forte sul dollaro e della crisi dei mercati, l’indotto del divano oggi conta cinque o sei mila addetti contro i 14mila di dieci anni fa. Così sono almeno settemila gli ex lavoratori che tirano a campare con la «mobilità in deroga » concessa dalla regione Puglia. L’indotto, il lato oscuro dell’industria in crisi si sta sgretolando anche da altre parti. Nel mondo degli elettrodomestici e del cosiddetto bianco, per esempio. In questo settore la madre di tutte le vertenze si chiama Antonio Merloni. I dipendenti marchigiani, umbri ed emiliani del gruppo di Fabriano sono tremila. Settemila con l’indotto. Da ottobre 2008 sono fermi, in cig straordinaria quasi a zero ore, in attesa di essere venduti a pezzi. Cosa che forse, annunciaA nna Trovò segretaria nazionale Fim-Cisl, avverrà per le produzioni di bombole a gas e cucine. Da qualche giorno anche i cugini della Indesit di Brembate, Bergamo e Refrontolo, Treviso, vivono nell’incertezza: il nuovo piano prevede la chisura dei due siti che occupano più di 500 persone. Che siano lavatrici, automobili, telefonia o chimica, poco cambia. Esuberi e cassa integrazione sono il presente di 600mila lavoratori. E il ridimensionamento sembra il destino di pezzi grossi dell’industria. Nel settore chimico Vinyls e Lyondell- Basell cercano acquirenti, Eurallumina è ferma da un anno. I circa seimila addetti ai call center di Phonemedia oggi manifestano a Torino, Bari e Catanzaro, per ottenere un tavolo che faccia il punto sul futuro di questo asset del gruppo Omega. Lo stesso a cui è stata ceduta Agile, la costola di information technology di Eutelia che occupava duemila persone. Nel frattempo Telecom annuncia altri 3.700 esuberi e Fiat chiude Termini Imerese con quasi duemila operai e la Cnh di Imola con 280 dipendenti. Sono alcune tra le vertenze più conosciute. Circa duecento quelle che occupano i funzionari dello Sviluppo economico, anche loro privi di ministro. L’ultimo – ma non per via della crisi – è rimasto senza lavoro.

L’Unità 20.07.10

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"Ma il duomo fa una carezza al cavaliere", di Michele Brambilla

Milano ha riparato al torto premiando Silvio Berlusconi sul tetto di quel Duomo che solo sette mesi fa lo sciagurato Tartaglia, sciagurato come il manzoniano Egidio, gli aveva tirato in faccia. E’ stata una serata di gran gala, coronata da un concerto di Charles Aznavour, forse per ricordare che anche il premier aveva cominciato come chansonnier. C’era tanta Milano bene e c’erano i ministri La Russa, Gelmini e Brambilla; c’era il sindaco Moratti naturalmente, c’erano Feltri, Fede, Confalonieri e la Santanchè, c’era anche Lele Mora. Non c’era nessuno della Lega, forse anche perché la prima canzone di Aznavour in programma era “Les emigrants”.

L’occasione l’ha inventata il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, il quale ha ricordato che proprio 150 anni fa Massimo D’Azeglio proclamò il primo consiglio provinciale della storia di Milano. E così ha istituito il premio “Grande Milano”, assegnandolo a Berlusconi appunto e a don Luigi Verzè, fondatore del San Raffaele. E siccome era come detto il 150° anniversario della Provincia, e siccome don Verzé ha detto che i suoi scienziati stanno studiando come farci campare fino a 150 anni, e siccome Berlusconi ha detto che vuol vivere fino a 150 anni perché ha ancora bisogno di tempo per mettere a posto l’Italia, insomma alla fine i conti tornano.

Una “riparazione”, dicevamo. Forse per questo all’estensore della nota con cui si motiva il premio a Berlusconi è scappata un po’ la mano. “Con straordinaria lungimiranza e capacità…”, “grazie alle sue eccezionali qualità umane e imprenditoriali…”, “la sua vita è un mirabile esempio…”, “ha scelto di dare il proprio contributo, mettendosi, con impegno e coraggio, a servizio del Popolo italiano, perseguendo la sua missione di libertà”, “personalità dallo straordinario carisma, è amato da tanti italiani…“statista di rara capacità, conduce con responsabilità e lucida consapevolezza il Paese verso un futuro di donne e di uomini liberi, che compongano una società solidale, fondata sull’amore, la tolleranza e il rispetto per la vita”.

Guido Podestà, che di Berlusconi fu dipendente ai tempi dell’Edilnord (l’alba dell’impero) ha letto questa motivazione con emozione. Tanto che per tre volte ha post-datato sant’Ambrogio a “700 anni fa” invece di millesettecento. Il premier ha risposto che per ben cinque volte ha rifiutato questo premio perché “sono allergico ai premi”, ma poi ha ceduto all’insistenza. Ha speso parole di affettuoso elogio per l’altro premiato, don Verzè, che poco prima aveva spiegato di non voler presentarsi al cospetto del suo “Azionista di maggioranza senza aver prima sconfitto il cancro”. “Anche il mio governo – ha detto Berlusconi – ha messo nel proprio programma la battaglia contro il cancro”.

Sono giorni difficili per Berlusconi. Quando, proprio qua sotto il Duomo, lo avevano colpito, si era convinto a lanciare la campagna per il “partito dell’amore”. Uomo che non si accontenta di comandare ma vuole anche essere amato, deve registrare ancora una volta quanti nemici ha. Ne ha parlato, appena ricevuto il premio, con toni sofferenti. I duri attacchi degli oppositori sono per lui una ferita più umana che politica. Ha ricordato tutti i successi del suo governo – l’emergenza all’Aquila, i rifiuti di Napoli, gli arresti di mafiosi – e ha detto che mai come adesso “l’Italia gode di tanto prestigio all’estero”. Solo alla fine ha ritrovato un po’ di buon umore e ha rivestito gli antichi panni dell’intrattenitore, dell’uomo di spettacolo: ha annunciato Aznavour (“Non canto con lui perché dimostrerei che sono più bravo”), ha provato a far intonare “O mia bela Madunina” al sindaco, ha proposto a don Verzè di confessarlo lì in diretta e in pubblico, sul tetto del Duomo. Il sacerdote-manager ha risposto che Berlusconi è un uomo della Divina Provvidenza e non ha bisogno di confessarsi.

Poi, il grande Charles. Berlusconi lo ha presentato in francese e ha rinnovato la sua tentazione di cantare con lui. Ma Aznavour aveva già messo le mani avanti il giorno prima: “Abbiamo due repertori diversi, Berlusconi preferisce Trenet”. Quello di “Que reste-t-il de nos amours”. In un momento in cui molti vorrebbero sapere che costa resta veramente del vecchio amore fra Berlusconi e gli italiani. A giudicare da ieri sera, ne resta ancora molto, visto che dopo il discorso del premier il tetto del Duomo si è svuotato e il povero Aznavour si è ritrovato a cantare tra pochi intimi.

La Stampa 20.07.10

"Noi travet nell´università svuotata", di Carlo Galli

Non è vero che sia esistito un passato mitico in cui i docenti erano tutti Maestri, gli studenti tutti coltissimi e al tempo stesso assetati di sapere, la società deferente. Né che il presente sia soltanto corruzione concorsuale, ricerca scientificamente insignificante, asineria e disinteresse degli studenti, prestigio distrutto, barbarie montante. Anche il passato conosceva le baronie (anzi, più di quanto avvenga oggi), e spesso ignorava il merito e premiava servilismo e mediocrità; la didattica, poi, poteva essere anche angusta e ripetitiva, oggetto di derisione da parte dei giovani. E d´altra parte anche il presente è illustrato da professori onesti e capaci, che producono scienza originale e che sono prodighi del loro tempo verso studenti desiderosi di apprendere.
L´Università è – ed è sempre stata – una realtà complessa, multiforme, stratificata e diversificata. Ha contenuto e contiene mondi scientifici che lavorano su presupposti e con finalità assai lontane; ha richiesto e richiede ai professori doti contraddittorie: un cervello capace di originalità ma anche di disciplina e di collaborazione, egocentrico amore della rinomanza scientifica ma anche spirito di sacrificio e dedizione ai compiti della didattica e dell´organizzazione, indipendenza e responsabilità. Parlarne come di un´unità indifferenziata è vana chiacchiera, o ideologia.
È tuttavia vero che i mille pesantissimi difetti del passato deformavano un´idea di Università che era in sé chiara e rigorosa. Era l´idea (nata agli inizi dell´Ottocento dal ministro prussiano, e filosofo, Wilhelm von Humboldt) di un Ateneo che – attraverso il sapere nuovo e originale, sviluppato criticamente a partire da una tradizione perfettamente posseduta – era in grado di pervenire alla formazione (alla Bildung) di libere soggettività certe di sé, ovvero dei ceti dirigenti della nazione (burocrati di ogni tipo e professionisti di ogni specializzazione). E di produrre al tempo stesso un ceto di “sapienti” – appunto, i professori – non estraneo alla società e alla politica, rispetto alle quali si costituiva però come magistratura scientifica indipendente, custode del sapere, del suo progresso, della sua intrinseca umanità e storicità. Il prestigio del cattedratico derivava insomma dall´idea che la politica, la società, la storia, traessero il loro significato da uno stretto rapporto con la dimensione della cultura e della scienza, una dimensione che della prassi concreta costituiva l´anima, la giustificazione, e, benché raramente, anche la critica. Era un´idea condivisa socialmente: il discredito del professore, quando non era all´altezza del suo ruolo, nasceva dalla delusione per un tradimento, per una diserzione.
Questo modello élitario di Università è stato, nel corso dei decenni, progressivamente svuotato e impoverito dall´inevitabile accesso di grandi masse all´istruzione superiore; ed è infine divenuto inservibile, anche per colpa del conservatorismo dei “baroni”. In Italia è stato sostituito da una riforma (il cosiddetto “tre più due”), poi ulteriormente riformata, che non ha potuto impedire che, proprio in quella che si suole definire la “società della conoscenza”, la produzione di sapere originale e la sua trasmissione non dogmatica paiano invece minacciati. L´Università non è più l´unico centro di elaborazione della cultura scientifica (in senso lato), e, soprattutto, questa è solo un fattore fra i tanti delle dinamiche sociali; non ne è né il motore, né la legittimazione; e non è neppure il luogo in cui la realtà pratica viene conosciuta e portata ad autocoscienza. Di ciò non si sente, semplicemente, il bisogno; forse perché la complessità della nostra esistenza associata è tale che non si può nemmeno pensare di comprenderla in un´unica istituzione – per quanto articolata – come l´Università. A cui si affiancano, soppiantandola, televisioni e giornali e le altre agenzie del comunicare, alle quali si affida la formazione – inevitabilmente labile e mutevole – dell´idea che una società ha di sé, nel bene e nel male.
All´Università, immersa in questo contesto, le riforme recenti hanno chiesto molto meno di quanto pretendesse l´età delle borghesie nazionali: di essere non un “tempio del sapere” (che, certo, era spesso stato ridotto a un bordello) ma un “servizio sociale” di trasmissione di relativamente poche competenze a giovani che scuole sempre meno selettive hanno reso sempre meno colti e meno adatti allo studio (secondo l´accezione tradizionale di cultura e di studio, s´intende); e di essere semmai in grado di produrre sapere avanzato in pochi centri d´eccellenza, inseriti nelle reti internazionali, che indirizzano la ricerca dove di volta in volta i poteri economici e politici indicano (fare scienza, oggi, dipende dai finanziamenti).
Così, oggi il professore – di ambito umanistico in senso lato – difficilmente può svolgere un vero corso monografico (quello in cui il docente proponeva ai discenti, già ben formati dai Licei, una propria nuova riflessione su un argomento specialistico da lui approfondito), ma ripete le linee guida della disciplina, che diventa così un sistema schematico, dogmatico, poco interessante; e, pur potendo contare su conoscenze sempre minori negli studenti, è costretto da uno dei meccanismi-chiave della riforma (il sistema dei crediti) a limitare moltissimo il programma d´esame in termini di pagine assegnate da studiare (nei tre esempi di fianco all´articolo mostro come siano cambiati i programmi dal ´68 a oggi), e a servirsi sempre più di manuali e antologie (con i problemi di immiserimento del Canone – delle conoscenze imperdibili – che ciò comporta). Il contatto con i testi del passato risulta così sempre più limitato e sporadico, sempre più edulcorato e mediato e facilitato, e semmai recuperato (ma non sempre) come specialismo nel terzo livello, quello del Dottorato di Ricerca (peraltro in grave crisi d´identità).
Quando il Professore era un Padre della Patria poteva decadere a Balanzone o a Scienziato pazzo; ora è un Tecnico fra gli altri, che rischia di diventare un subalterno travet, uno stanco ripetitore sottopagato e delegittimato, rassegnato a continue valutazioni quantitative per non essere additato all´opinione pubblica come Fannullone (le riforme in corso, compresa la riforma Gelmini che andrà in aula in Senato il 22 luglio, vanno in questa direzione); così che, date anche le specifiche difficoltà del sistema universitario italiano ad aprirsi a giovani di merito, le forze migliori sono tentate di emigrare, o – deluse – di pensionarsi anticipatamente. Di per sé il declino e il tramonto della figura del “chierico” sarebbe una questione poco importante, se non per gli interessati. Ma se l´Università non è più l´anima della società, se non è più il luogo di formazione delle élites, e se in tali ruoli non è sostituita da nulla, o semmai solo dall´iperspecialismo, allora si aprono problemi che non riguardano solo i professori ma tutti. Che non sono cioè problemi corporativi o tecnico-settoriali, ma politici. E che come tali andrebbero valutati e trattati.

La Repubblica 20.07.10

Quote latte, la UE scopre la lega ladrona

Passa in Finanziaria l’emendamento che fa slittare le multe agli allevatori, opposizione inutile del ministro dell’agricoltura, Galan. Il PD: “Governo ostaggio della Lega, taglia in nome dei sacrifici e poi ci fa pagare la maximulta”.
Blindato nella manovra il provvedimento della Lega che sospende le multe agli allevatori in surplus, nonostante la contrarietà Ue e del ministro dell’agricoltura. Il Governo è agli ordini di Bossi. Il casus belli di questi giorni è un emendamento alla manovra economica, approvato in Senato, che sospende il prelievo delle multe sulla produzione extra. L’emendamento presentato dal senatore del PDL Antonio Azzolini e appoggiato dalla Lega rinvia di 6 mesi il pagamento delle multe residue, spostando il termine al 31 dicembre 2010. Insomma questa a quanto pare è la formula per il consenso: “multe speciali per soggetti speciali”, dalle leggi ad personam agli emendamenti ad quotam elettorale firmata Lega. Il tutto ovviamente con l’ennesimo voto di fiducia che dimostra l’incapacità a sostenere un confronto parlamentare, estremo rimedio per nascondere le debolezze del governo.

Il ministro Galan che si era espresso negativamente sbotta contro la Lega: “Arroganti e irresponsabili si dimettano”. Grida manzoniane purtroppo.

Il Pd con Nicodemo Oliverio, capogruppo in Commissione Agricoltura alla Camera, mette in risalto come si tratti di “un furto per il Paese onesto, l’agricoltura ridotta a merce di scambio politico”. Già perché per un pugno di allevatori Tremonti accetta di farci pagare una maximulta per la procedura d’infrazione che la UE dovrà aprire, come ha già fatto sapere più volte, con un maxisalasso di oltre un miliardo. Un governo ostaggio delle lobby che mentre è lestissimo ad aumentare l’età pensionabile delle donne per evitare la procedura d’infrazione, accetta immediatamente la maximulta che paga la cambiale agli agricoltori padani.

Ma come siamo arrivati a questo punto?
Breve cronistoria delle quote latte
La lunga controversia sulle “quote latte” nasce nel 1984, con una multa assegnata agli allevatori italiani che avevano prodotto più latte rispetto alla quota consentita dall’allora CEE. La gran parte degli allevatori multati erano fin dal principio del nord Italia. Le proteste con i trattori nelle piazze si susseguono per anni ed anni. Multe non pagate, dilazionate, con trattative che hanno spesso coinvolto i governi italiani, che hanno effettivamente ottenuto delle riduzioni delle multe ed un aumento della quota aggiuntiva consentita di latte prodotto del 5% nel 1999 con la riforma comunitaria nota come “Agenda 2000”.
Il precedente ministro dell’agricoltura dell’attuale governo, Luca Zaia, aveva già ottenuto per l’Italia l’aumento delle quote produttive di altri 5 punti percentuali, piuttosto che 1% per 5 anni previsto da Bruxelles per gli altri Paesi dell’Unione, offrendo in cambio la regolarizzazione del pagamento delle multe attraverso un nuovo piano di rateizzazione fino a 30 anni. Poi passa l’emendamento leghista e c’è di più: i leghisti hanno anche ottenuto che il nuovo testo del provvedimento contenga un esplicito rimando agli “accertamenti in corso”, cioè alle indagini condotte dall’Arma dei carabinieri e dall’apposita commissione di indagine sulle quote latte, sui dubbi sollevati dagli allevatori sulla legittimità delle multe inflitte per lo sforamento delle quote. Come se gli accordi stipulati negli anni con l’Ecofin (Consiglio Economia e Finanze dell’Unione Europea), non avessero valore. Tutto mentre il Commissario europeo competente in materia agricola, Dancian Ciolos, ci richiama: “Con l’Italia sono stato chiaro, non esistono margini negoziali, le regole vanno rispettate”, ha dichiarato alla stampa. Anche perché nel mese di aprile del 2015 è previsto lo smantellamento definitivo delle quote latte, secondo l’ultimo accordo del novembre 2008 dei ministri agricoli dell’ UE.
Il primo a opporsi è il neoministro all’agricoltura “Ho rispetto istituzionale – ha detto Galan – ma questa vicenda comunque mi lascia sconcertato e assieme a me lascia sconcertati i moltissimi che in Italia e in Europa hanno espresso un dissenso vasto, convinto, civilissimo. Si dimetta chi causa multe e sanzioni europee al nostro Paese”.
Ha continuato Galan: “Che dire su chi si dimostra arrogante, al punto da ignorare quanto previsto da norme e patti sottoscritti in Italia e a Bruxelles, l’esatto contrario di un autentico senso della responsabilità politica o di quella autorevolezza che, così facendo, l’Italia rischia di perdere di giorno in giorno sullo scenario internazionale?” Come questo curioso ministro che non amministra la pensano diversi esponenti del suo partito, il Pdl, le principali organizzazioni di settore (Confagricoltura ha proclamato una mobilitazione nazionale ) e le opposizioni, in primis il Partito Democratico.
Ma Galan, nonostante lo smacco, nonostante sia stato screditato pubblicamente dalla sua stessa maggioranza, non ha ritenuto doveroso dimettersi.

“Dopo le dichiarazioni del ministro Galan, sarebbe interessante sapere se tra i 67 allevatori (perché è di questa cifra che stiamo parlando), che hanno usufruito dei benefici della legge Zaia, vi siano anche i finanziatori delle campagne elettorali della Lega, di Zaia e del Pdl”. E’ questo il quesito dell’interrogazione parlamentare che il deputato PD componente della commissione Agricoltura della Camera, Marco Carra ha depositato. “Visto che i finanziamenti ai partiti sono di pubblico dominio – ha sottolineato Carra – confidiamo in una celere risposta da parte del ministro degli interni, Roberto Maroni. Le dichiarazioni di Galan sono in ogni caso la conferma di quanto abbiamo sostenuto con forza in parlamento, e cioè che quella di Zaia è una legge ingiusta che premia i furbi a danno degli allevatori onesti”.
Commentando poi l’atteggiamento incoerente del ministro dell’agricoltura Carra ha dichiarato: “Il ministro Galan è come il Giano Bifronte e in meno di due giorni ha cambiato radicalmente posizione: dalla minaccia di dimissioni in caso di approvazione dell’emendamento sul rinvio al 31 dicembre del pagamento delle multe sulle quote latte, alla richiesta di dimissioni nei confronti di chi causa multe e sanzioni europee all’Italia, quindi alla sua stessa maggioranza, che al Senato ha votato un emendamento che lo smentisce categoricamente”. Oliverio intanto ha fatto richiesta ufficiale al presidente della commissione Agricoltura, Paolo Russo per predisporre con urgenza l’audizione del ministro Galan: “Stiamo assistendo ad un indegno balletto delle responsabilità con ministri e gruppi parlamentari di maggioranza che fanno a gara a chi la spara più grossa e a chi scarica più violentemente le colpe sui propri colleghi di partito o di governo”.
Assieme a Leana Pignedoli, Capogruppo Pd in Commissione Agricoltura del Senato, chiedono “il pieno rispetto della legge 119 e della legge 33 sulle quote latte. La crisi del settore lattiero-caseario è molto grave, il prezzo del latte alla stalla è in caduta libera, servono piuttosto interventi strategici per rilanciare il settore e sostenere il reddito degli allevatori. Per questo è necessario provvedere con sollecitudine a finanziare il fondo di 45 milioni previsti nella legge 33, unica vera possibile strada per sostenere il settore e gli operatori onesti”.

Colomba Mongiello, senatrice del Pd, in aula ha parlato di un “governo che ha messo a punto un meccanismo diabolico che d’ora in avanti ci autorizza a dire: Lega ladrona, in quanto con il voto in senato sulle quote latte la Lega mette tutta l’Italia nell’illegalità e fa pagare a tutti i contribuenti italiani le colpe di pochi produttori, e ci isola in Europa in un momento chiave per l’elaborazione della nuova politica agricola comune”.
Ha aggiunto la senatrice: “La manovra taglia 58, 2 milioni di euro all’agricoltura ma riesce a scovare i soldi necessari per prorogare il pagamento delle multe quote latte per i 67 grandi elettori della Lega Nord, è paradossale. Questo governo non si è fermato neanche di fronte agli appelli del suo Ministro dell’Agricoltura e del mondo delle associazioni agricole, è sordo agli appelli degli europarlamentari del pdl che hanno chiesto il rispetto della legalità, procede senza tentennamenti e provvederà a far ingoiare ai cittadini italiani i milioni necessari a compiacere Umberto Bossi, pur di sopravvivere alla sua incapacità di governare”.

Antonio Misiani, componente Pd in Commissione Bilancio della Camera e Tesoriere del Pd, ha sottolineato invece l’incoerenza dell’altro ministro coinvolto, quello del tesoro, che al contrario appoggia l’emendamento. “Il ministro Tremonti dice che l’austerità è necessaria. Permetta allora un piccolo suggerimento: perché in un regime di necessario rigore, buttare via i soldi che saremo costretti a pagare quando l’Unione europea ci sanzionerà a causa dell’ennesimo favore ai produttori di latte amici della Lega? In una manovra all’insegna dei tagli che penalizzano gli enti locali e le fasce più deboli, l’emendamento a favore degli “splafonatori” è una autentica vergogna, che pagheranno, come ha già annunciato il commissario europeo all’Agricoltura, tutti i cittadini italiani – ha concluso amaramente Misiani”. E con i soldi che regaliamo ai truffatori si possono pagare:
– 5 Tac,
– 80 nuove ambulanze,
– lo stipendio di 150 poliziotti o di 100 guardie mediche,
– la borsa di studio di 200 ricercatori,
– la ristrutturazione di 250 classi scolastiche
– la ricostruzione di 30 case distrutte a L’Aquila.
I conti li fa Ernesto Carbone, coordinatore del Forum Politiche agricole del PD. Enzo Lavarra, Presidente del forum, ci illustrato le conseguenze dell’emendamento: “Affonda in modo pressoché irrimediabile la credibilità dell’Italia a Bruxelles. In sede europea, abbiamo bisogno di aumentare la nostra forza negoziale e non di perderla. Ciò infatti impedirebbe al nostro Paese di spendersi per obiettivi decisivi per l’agricoltura italiana, come per esempio quello di estendere a settori come olio, ortofrutta e cereali le misure contro le crisi di mercato, oggi in vigore solo per il latte”.

Davide Zoggia, della Segreteria del Partito Democratico, responsabile Enti locali, ammonisce: “E’ inutile che Galan ed alcuni esponenti della maggioranza dichiarino il loro sconcerto sul provvedimento; anch’essi sono tanto responsabili quanto chi ha sostenuto questa vergogna. Preferisco scontrarmi con chi la pensa diversamente, ma almeno so come la pensa piuttosto che con coloro, come Galan, parlano in un modo ed agiscono al contrario”.

“Lo stop ai pagamenti delle multe delle quote latte è un’offesa a tutti gli agricoltori onesti. La Lega protegge i disonesti e mette due dita negli occhi a tutti gli agricoltori che, anche a costo di sacrifici, hanno rispettato le regole”. Lo ha affermato il Vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia e capo della segreteria politica di Bersani, Filippo Penati. “Non si può solo per accontentare la Lega, farsi beffa delle regole e derogare dalle leggi. Un gruppo di agricoltori ha manifestato per giorni sotto il Pirellone a Milano, ma si tratta di una minoranza rumorosa e prepotente. Non è accettabile-conclude Penati – che per blandire pochi furbi ci si faccia beffa dei tantissimi agricoltori onesti”.

Intanto allevatori ed ex parlamentari leghisti sulle quote latte vanno a processo. In un filone dell’inchiesta Fiorani-Brancher come ha riportato il Riformista :

Mentre si discute dell’emendamento Azzollini, nel capoluogo lombardo ha avuto inizio il processo su una maxi truffa legata al sistema delle quote a carico di aziende agricole padane, tra Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. Gli amministratori, i consiglieri e rappresentanti legali di due cooperative, La Lombarda e La Latteria Milano, sono accusati a vario titolo di peculato e truffa ai danni dello Stato per non aver versato all’Agea, Agenzia per le erogazioni in Agricoltura, dall’aprile del 2003 al febbraio del 2009, oltre 100 milioni di euro di «prelievo supplementare» dovuto allo sforamento dei limiti Ue.

Quando Frank Di Mario iniziò le indagini a inizio del 2009, su un esposto presentato in Procura, il quadro di fronte agli inquirenti fu abbastanza chiaro: le cooperative erano nate per aggirare il sistema delle quote. I due accusati di spicco sono Alessio Crippa e Gianluca Paganelli. Il primo, ex presidente della “Lombarda”, è stato tra i protagonisti della protesta dei Cobas nel 2002 e nel 2003, quando le strade del nord furono bloccate dalle proteste degli agricoltori. Non solo. Fra le altre società indagate della stessa inchiesta ce sono quattro che vedono tra i rappresentanti legali Giovanni Robusti, ex europarlamentare della Lega, da tempo escluso dal giro di via Bellerio. Robusti, infatti, ricompare in un altro procedimento giudiziario analogo, per truffa di quote latte a Cuneo: fu condannato a tre anni e mezzo di carcere.

Dove nacque quest’ultima inchiesta? Da quella milanese su Credieuronord, l’istituto di credito tanto voluto da Bossi, poi finito in disgrazia, ma salvato dalla Banca Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani. Lo stesso Fiorani che ha portato in tribunale Aldo Brancher, il breve ministro, per l’inchiesta sulla scalata ad Antonveneta, che andrà a sentenza il prossimo 28 luglio.

A. Pro.

www.partitodemocratico.it

"Un po' di fresco", di Massimo Gramellini

Sarà l’afa, o l’appiccicaticcio che trasuda dalle intercettazioni, ma in questa estate gelatinosa si sentiva il bisogno di un sorso d’acqua pura. Quasi un milione e mezzo di italiani, ormai indotti a scansare come la peste i banchetti della firmocrazia, hanno apposto il loro autografo sotto la richiesta di referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Un record (neppure per il divorzio erano stati così numerosi), consumato nel sostanziale silenzio dei partiti e dei media, che all’argomento hanno riservato solo qualche tiepida polemica. Poiché si ripromette di cancellare una legge di sinistra e una di destra, la battaglia per l’acqua non ha eccitato le opposte tifoserie. E poiché nessuno l’ha «buttata in politica» (ci ha provato Di Pietro, ma è stato messo da parte), questa raccolta di firme è forse la scelta più politica che sia stata compiuta negli ultimi anni: difendere la natura pubblica di un bene essenziale, e farlo in un Paese che considera ciò che è pubblico una terra di nessuno, anziché un patrimonio di tutti.

A mettere in moto quel milione e mezzo di biro non è stato un esame ponderato dei pro e dei contro, ma uno slancio naturale, quasi un impulso atavico: l’acqua è vita, e non si privatizza la vita. Ai cinici sembrerà l’apoteosi del buonismo. Ma a noi, che cinici non siamo, e che veniamo da decenni in cui l’idea di bene comune si è progressivamente ridotta fino a coincidere con l’orticello del proprio clan, piace sperare che quest’alluvione di firme per «l’acqua di tutti» sia il preludio di un cambio di stagione.

La Stampa 20.07.10