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Aznavour canta Berlusconi. O il contrario?

Dalle guglie del Duomo di Milano, Silvio si riappacifica con 500 milanesi dopo l’attentato subito mesi fa. Un concertone da 2000 euro a biglietto, ma a fin di bene…
Berlusconi, premier premiato del premio Grande Milano (sciogli lingua) con queste motivazioni: “Statista di rara capacità, conduce con responsabilità e lucida consapevolezza il Paese verso un futuro di donne e di uomini liberi che compongono una società solidale fondata sull’amore, la tolleranza e il rispetto per la vita”. E ancora, “con straordinaria lungimiranza e capacità ha reso Milano, la sua amata città, grande in Italia e nel mondo”. “Ha scelto di dare il proprio contributo mettendosi con coraggio a servizio del Popolo italiano perseguendo la sua missione di libertà”. E per finire: “Personalità dallo straordinario carisma, è amato da tanti italiani perché uomo tra la gente e con la gente, della quale ha compreso i bisogni più profondi sapendo interpretarne le aspettative”.

Basterebbe questo inizio per dar senso a completare una nuova puntata polemista. Difficilmente le parole di Guido Podestà, presidente della Provincia di Milano che conferirà il premio a Silvio, potrebbero trovare un’alternativa linguistica talmente aulica ed elevata. Dovremmo scomodare Dante o Shakespeare i quali, forse, non avrebbero saputo fare di meglio. O, sicuramente, non avrebbero voluto.

Podestà avrà convocato i poeti di Milano per scrivere le motivazioni o, più semplicemente, scelto tra i pensierini all’interno dei Baci Perugina?

Sembra che il suo capo di Gabinetto abbia sudato le fatidiche 7 camicie per evitare la dicitura l’amore è l’apostrofo rosa tra le parole “ti” e “amo”. Voci di corridoio parlano di una furiosa litigata per scrivere le motivazioni del premio: “Guido, so bene che ami il tuo domine, magnifico padrone delle terre brianzole, ma se apertamente scriviamo “ti amo” poi Emilio Fede viene qui a Palazzo Isimbardi (sede della Provincia ndr) e ci fa una scenata di gelosia, ci scatena contro le meteorine e, per finire, storpia il tuo cognome in Protestà, Podestì o Pederstà”.

Convocata anche la maestrina Mariastella Gelmini per correggere la grammatica e la metrica del dettato, le cose andarono peggiorando. Podestà era intransigente sulle parole “bello tra i belli”, “lunga chioma adorata dai parrucchieri”, “cerone dorato”. La Gelmini voleva “capitano mio capitano”, “amor ch’a nullo amato amore amar perdona”, “Oh, ma quale luce irrompe da quella finestra lassù? Essa è l’oriente, e Giulietta è il sole”.

“Chi è sta Giulietta?” Ringhiò Podestà. “Basta con queste storie di ragazze che ronzano attorno al mio Signore”. Invano MaryStar provò a convincerlo che Giulietta, oltre ad un’Alfa Romeo, era la protagonista di una tragedia di Shakespeare. Dopo tre ore di consiglio, grazie all’apporto esterno di Gennaro Gattuso, riuscirono a sdoganare i soli “un capitano, c’è solo un capitano, un capitaaaanooo, c’è solo un capitanoooo” e “segna sempre lui, segna sempre lui…si chiama Silvio…”.

Ma non era finita qui. Per festeggiare il premio Grande Milano organizzarono anche un concerto ma, in mancanza di artisti meneghini vicini al premier, scongelarono il grande Charles Aznavour (classe 1924). Del resto Apicella era in tour a Castellammare di Stabia e i milanesi non avrebbero capito il classico “Suè Suè Suè. Tutt’o’ munno abballa nzieme a’ ttè. Suè Suè Suè”. Era un rischio!

E per finire e dare un senso alla splendida giornata, ci fu la riappacificazione del premier con la città, i suoi abitanti e la sua piazza principale. Berlusconi venne spedito sulle guglie più alte della cattedrale, vicino alla Madonnina che lo aveva protetto dal gesto vile e sconsiderato di uno psicolabile qualche mese fa. Proprio vero, in alto tra “la gente e con la gente”. Un pienone tra le guglie, solo posti in piedi o al massimo volanti, lanciandosi da un elicottero dell’Esercito.
Amato tra la folla, smisurata, che ha pagato 2000 euro per assistere al concerto di Aznavour. Sold out! Neanche gli U2 avevano staccato tanti biglietti!

Quattrocento persone, ricchi, esclusi gli invitati portoghesi ad applaudire la guglia più bella, alta e marmorea che riusciva ad offuscare la Madonnina.

Il Polemista

www.partitodemocratico.it

"In nove anni più tasse per tutti il "grande bluff" di Berlusconi", di A. Bonafede e M. Di Pace

Il sogno: “Meno tasse per tutti”. La realtà: nel 2000 le entrate complessive dello Stato rappresentavano il 45,4% cento del Pil, nel 2009, alla fine del “decennio berlusconiano”, questa percentuale è salita al 47,2%, il valore più alto mai raggiunto. In termini assoluti, nello stesso periodo le entrate sono cresciute del 33%, un valore superiore di ben 12 punti percentuali rispetto alla crescita dei prezzi, ferma al 20,6%.
Degli slogan elettorali di Berlusconi quello sulle tasse che diminuiscono, liberando risorse per famiglie e imprese, è certamente il più riuscito. Non c’è dubbio: nell’immaginario collettivo di moltissimi italiani i suoi governi si sono caratterizzati come quelli che non hanno “messo le mani nelle tasche della gente”. Al contrario, gli stessi slogan del centrodestra e dei media di Berlusconi (tv e giornali) hanno accreditato i governi di centro sinistra come quelli che hanno sempre puntato ad alzare le tasse. Al punto che negli ultimi giorni della campagna elettorale del 2006 Prodi perse terreno sulla base della martellante campagna mediatica di Berlusconi. Con il risultato che quella che fino a poche settimane prima sembrava per il centro sinistra una marcia trionfale si trasformò invece in una risicata vittoria, per non dire una mezza deblacle, come si vide meglio un anno e mezzo dopo.
Chi ha creduto a quest’abile costruzione propagandistica di Berlusconi potrà trovare sorprendenti i dati contenuti nelle relazioni annuali della Banca d’Italia. Dati che smentiscono in toto le roboanti affermazioni che il nostro premier ci ha regalato in tutti questi anni.

In estrema sintesi, i numeri evidenziano con chiarezza due circostanze: 1) le entrate dello Stato nel “decennio berlusconiano” non soltanto non sono diminuite ma sono addirittura aumentate, in relazione sia all’inflazione, sia al prodotto interno lordo. Non soltanto non c’è quindi stata la promessa riduzione delle tasse, ma al contrario è aumentata la voracità dello Stato. 2) L’incremento delle entrate dello Stato non è stato però causato da un incremento omogeneo delle principali fonti di gettito, ossia imposte dirette (quelle sul reddito), imposte indirette (Iva e accise) e contributi previdenziali (essenzialmente Inps e Inpdap).

In effetti, analizzando le principali componenti delle entrate dello Stato, vediamo che le imposte dirette sono cresciute tra il 2000 ed il 2009 del 33 per cento, una percentuale più alta di quasi 12 punti percentuali rispetto al 20,6 dell’inflazione, ma in relazione alla crescita del Pil sono rimaste sostanzialmente immutate (soltanto 0,2 punti percentuali in più nello stesso periodo).
È quindi corretto ammettere che il gettito delle imposte che si pagano con la busta paga (lavoratori dipendenti) o con la dichiarazione dei redditi (autonomi) non è aumentato, ma questo risultato può dipendere anche dal diverso livello di evasione fiscale. Infatti, confrontando le aliquote Irpef per gli anni 2000, 2005 e 2009, non si riscontra una palese riduzione delle stesse, che anzi tendono ad aumentare per i redditi più bassi, sebbene tale incremento possa risultare neutralizzato da maggiori detrazioni. In conclusione, le imposte dirette non sono aumentate, ma neppure diminuite, ed in ogni caso non vi sono state “meno tasse per tutti”.

È invece leggermente diminuito il gettito delle imposte indirette, ossia Iva e accise, se lo si rapporta all’andamento dell’inflazione (meno 2,3 per cento nel periodo considerato), ed in particolare, se lo si confronta con il Pil: da un 14,7 per cento del 2000 si è scesi ad un 13,6 del 2009. In particolare, c’è da notare che la riduzione più accentuata è avvenuta negli ultimi due anni, e cioè nel 2008 e nel 2009 (nel 2007 era ancora uguale a quella del 2000).

Questo spostamento dal prelievo indiretto a quello diretto viene in genere considerato nei testi di Scienza delle Finanze come un fatto equitativo: infatti con le imposte dirette si paga in maniera progressiva a seconda del reddito (più è alto più si versa al fisco). In altre parole, i più “poveri” pagano meno tasse in proporzione al proprio reddito. Al contrario, sempre nella dottrina classica, il minore peso delle imposte indirette può essere considerato un fatto positivo dal punto di vista sociale, in quanto le imposte indirette non hanno natura progressiva, e quindi rappresentano un fardello evidentemente più pesante per i percettori di redditi più bassi.

Calando questi argomenti nella situazione italiana, caratterizzata da un’evasione fiscale impressionante (si stimano ormai 120 miliardi di euro di imposte non pagate), la riduzione del gettito delle imposte indirette che si è verificato, ad aliquote Iva e importi delle accise invariati, potrebbe segnalare una maggiore evasione, che si realizza essenzialmente con le attività in nero e con il meccanismo delle cartiere, ossia delle società create per emettere fatture false.

Quindi, non ci sono state complessivamente meno tasse per tutti. Anzi sono cresciute le imposte dirette – che colpiscono particolarmente coloro che, come i dipendenti (ma anche molti autonomi) non possono evadere – e questo non è in Italia e nelle attuali circostanze un fatto positivo: dice soltanto che si accresciuto l’obolo che lo Stato pretende sui redditi effettivamente dichiarati. Ovvero, come ha detto di recente il Governatore della Banca d’Italia, sostanzialmente sulle stesse persone. Mentre non ci sono stati nel decennio berlusconiano segnali di un recupero dell’evasione, altrimenti si sarebbe visto anche un aumento delle imposte indirette.

Va comunque detto che il calo delle imposte indirette negli ultimi due anni è certamente da mettere in relazione anche con la crisi economica. Da notare, tuttavia, che nel decennio considerato l’anno in cui il gettito delle imposte indirette è stato più alto in assoluto è il 2007, al tempo del secondo governo Prodi: 227 miliardi, poi scesi 216 nel 2008 e a 207 nel 2009. Insomma, comunque la si voglia vedere, di certo i governi di Berlusconi non si sono caratterizzati per una lotta all’ultimo sangue contro l’evasione e l’elusione. Anzi.

Un altro dato molto interessante viene dalla voce contributi sociali, che è in assoluto la componente della pressione fiscale cresciuta di più (+46,6% in 9 anni), sia rispetto all’aumento del costo della vita (+26 punti), sia in relazione al Pil (dal 12,4% del 2000 al 14,1% del 2009). In altre parole è aumentata di molto la pressione fiscale sul fattore lavoro, in particolare su quello dipendente.

La Repubblica 19.07.10

L’ultima lettera di Paolo Borsellino

“Gentilissima” professoressa, uso le virgolette perché le ha usate Lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa, e “pentito” mi dichiaro e dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del Suo Liceo per la mia mancata presenza all’incontro di Venerdì 24 gennaio .
Intanto vorrei assicurarle che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss’altro perché a quell’epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, ove da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.

Se le Sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque il mio numero telefonico presso la Procura di Palermo è (…), utenza alla quale rispondo direttamente.

Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell’intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.

Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dott. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della Vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affliggevano. Mi preannunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.

Il 24 Gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stata “comunque” preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda, non ebbi proprio il tempo di dolermene perché i miei impegni di lavoro sono tanti e così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.

Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi a intermediari di sorta o telefoni sbagliati.

Oggi non è per certo il giorno più adatto per risponderLe perché frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho più tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente poiché dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.

Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle sue domande .

1) Sono diventato giudice perché nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l’idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalla necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribile per dare sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.

Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E’ vero che nel 1975, per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all’Ufficio Istruzione Processi Penali, ma ottenni l’applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle (…) legali, delle divisioni ereditarie ecc.

Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Cons. Chinnici volle che mi occupassi io dell’istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal Civile, il mio amico d’infanzia Giovanni Falcone e sin da allora capii che il mio lavoro doveva essere un altro. Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso.

I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma, se amavo questa terra, di essi dovevo esclusivamente occuparmi.

Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressoché esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista poiché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.

2) La Dia è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative che, fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non coordinato.

La Dna è una nuova struttura giudiziaria che tende ad assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero distribuiti tra le… circoscrizioni territoriali.

Sino ad ora questi organi hanno agito in assoluta indipendenza ed autonomia l’uno dall’altro (indipendenza e autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi, anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.

3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di “territorialità”.

Essa è suddivisa in “famiglie”, collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, legittimamente, lo Stato.
Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l’imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l’accaparramento degli appalti pubblici, fornendo al contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro ecc., che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.

E’ naturalmente una fornitura apparente perché a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l’imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato ad alcuni (pochi) togliendolo ad altri (molti).

La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra dei mezzi economici prima indispensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.

Il conflitto inevitabile con lo Stato con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall’interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perché venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale.

Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita ecc.) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra, ma non ne hanno l’organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del “consenso” di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.

Paolo Borsellino

19 luglio 1992

«Sviluppo economico, ministero spolpato così il governo si spartisce l'eredità Scajola», di Roberto Mania

Senza il titolare si è aperta la caccia a fondi e competenze
A Fitto i Fas, la Prestigiacomo punta sul nucleare e la Brambilla sulle risorse al turismo La manovra taglia dotazioni per 900 milioni. E Sacconi gestisce i casi Glaxo Fiat e Telecom
Eutanasia di un ministero, spolpato dalla voracità degli altri dicasteri, dalle lotte interne, dalla lucida strategia di Giulio Tremonti, super ministro monocratico dell´Economia tutta.

Il palazzone di Via Veneto, firmato da Piacentini e Vaccaro, che fu sede del ministero delle Corporazioni è lì immobile ma sembra che non serva più. Perché il ministero dello Sviluppo economico praticamente e politicamente è scomparso da oltre due mesi. Da quando Claudio Scajola ha dovuto dimettersi travolto dallo scandalo della casa con vista sul Colosseo comprata non si sa da chi, il ministero ha perso competenze, risorse, potere. È retto formalmente ad interim dal premier Silvio Berlusconi, ma in realtà è diventato un´altra incombenza del sottosegretario Gianni Letta. I dipendenti hanno chiesto aiuto a Berlusconi, i dirigenti hanno scritto al presidente Giorgio Napolitano. Lo hanno fatto anche alcuni deputati dell´opposizione. Le aziende protestano per gli incentivi che non arrivano più. In Parlamento cominciano le interrogazioni sul “caso ministero dello Sviluppo economico”. Ministero fantasma.
L´ultima manovra economica è passata sullo Sviluppo economico come un caterpillar, togliendoli solo come antipasto quasi 900 milioni di dotazione. L´Ipi, l´istituto per la promozione industriale, poi, è stato soppresso e pochi – va detto – se ne accorgeranno. Ma la perdita della gestione dei fondi Ue e del Fas (Fondo per le aree sottosviluppate) ha ben altro valore. Sono finiti entrambi in mano alla presidenza del Consiglio che ha poi delegato Raffaele Fitto, ministro per gli Affari regionali, a cui è andato di fatto il Dipartimento per le politiche dello sviluppo (Dps), conteso a inizio legislatura proprio tra Scajola e Tremonti. Sarà sempre Fitto, ora, a dover varare il piano per il Sud che da Via Veneto, reggente Claudio Scajola, non era mai uscito.
Più o meno un miliardo di euro dello Sviluppo facevano gola al ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla. E qui entra in campo il direttore generale dello Sviluppo economico Gianluca Maria Esposito, classe 1971, professore di diritto amministrativo a Salerno, con una fitta rete di relazioni nella politica (fino a Berlusconi via Brambilla) ma anche, per esempio, nella Guardia di Finanza (si dice che abbia un rapporto molto stretto con il generale Paolo Poletti, attualmente vicedirettore dei servizi segreti dell´Aisi) attraverso cui ha cercato di avvicinarsi al ministro Tremonti. Forse anche per strappare la nomina ad amministratore delegato di Invitalia (ex Sviluppo Italia) al posto di Domenico Arcuri. Fatto sta che il ministro Brambilla e lo Sviluppo economico, con il direttore Esposito, avrebbero sottoscritto un´intesa per utilizzare circa 800 milioni di euro, destinati alle Regioni, nell´ambito di un piano straordinario di sostegno al turismo. Un accordo che ha fatto infuriare il diretto superiore di Esposito, il capo dipartimento Aldo Mancurti, il quale in una lettera stizzita allo stesso Esposito ha rimarcato gli errori contenuti nello schema di accordo «impropriamente – ha scritto – definito intesa istituzionale di programma». E poi ha concluso: «Mi auguro non sia stato già sottoscritto, come da te comunicato per mail, dai due ministri senza passare le vie ufficiali per le dovute valutazione e revisioni».

Una guerra interna al ministero che è arrivata in Parlamento dove tre deputati del Pd (Ludovico Vico, Andrea Lulli e Ivano Strizzolo) hanno presentato un´interrogazione per sapere se è vero l´accordo, che interviene su materie di competenza regionale, ma anche per denunciare il tracollo degli incentivi alle imprese. Il 24 giugno, infatti, circa 150 imprenditori vincitori delle agevolazioni previste da “Industria 2015” hanno scritto a Berlusconi perché, dopo quindici mesi, non hanno visto un euro e questo finirà per rendere difficile «realizzare gli obiettivi condivisi dal ministero». Un ministero dello Sviluppo che non fa quasi nulla per sostenere la crescita. La politica industriale ormai è diventata una parolaccia. Non un paradosso, però: piuttosto, un pezzo della “strategia della flemma” (tagli e rigore) messa in campo da Tremonti. E condivisa dal titolare del Lavoro, Maurizio Sacconi, entrato prepotentemente in campo nelle vertenze Glaxo, Fiat-Pomigliano e Telecom. Sacconi sta occupando uno spazio tradizionalmente del ministro dell´Industria. Sacconi-Tremonti hanno dallo loro la Cisl e la Uil. E una sorta di appeasement arriva dalla Confindustria.
Sacconi, ma anche Stefania Prestigiacomo (Ambiente) e Franco Frattini (Esteri) puntano a rosicchiare territori del ministero che fu dell´Industria. La prima non ha detto no alla scelta nucleare ma vuole farsi sentire nella nomina dei componenti dell´Agenzia. Primo passo per arrivare a condizionare anche la scelta dei siti sui quali costruire le centrali. Frattini ha probabilmente solo rinviato (d´intesa con Tremonti ma tutto fa pensare anche con Berlusconi) l´assalto all´Ice (l´Istituto per il commercio estero). Resiste il viceministro Adolfo Urso, finiano, titolare proprio del Commercio estero.
Tremonti intanto ha invertito il potere di nomina alla Sogin e alla Sace: ora sono di competenza dell´Economia in concerto con lo Sviluppo economico. Il ministro dell´Economia pare abbia pensato all´interim per sé, ma anche a una fusione ministeriale oppure a unificare il capo di gabinetto. È una strategia espansiva la sua, che non contempla contropoteri. Al ministero dello Sviluppo sono aperti, come si dice, quasi 200 tavoli di vertenze di aziende in crisi. Hanno scritto al presidente Napolitano anche cinque parlamentari dall´opposizione (Andrea Lulli, Filippo Bubbico, Gabriele Cimadoro, Patrizia Brugnano e Giuseppe Astore): «Con il passare dei giorni si ha la sensazione che l´esito di questa vicenda si avvii verso lo smantellamento di funzioni vitali di un dicastero che si dovrebbe occupare di questioni essenziali come le liberalizzazioni e la concorrenza, oltre ad affrontare le vertenze delle aziende in crisi». Tremonti agisce. Berlusconi tace mentre si combatte intorno alle spoglie del suo ministero ad interim. E non può essere un caso.

www.repubblica.it

"La manovra conferma la cura dimagrante per l'università", di Claudio Tucci

Tremonti conferma la dieta per l’università italiana. Nel 2011, il fondo ordinario per il funzionamento degli atenei riceverà in dote, dallo Stato, 5,9 miliardi di euro, in calo del 17% rispetto al 2010 (quando l’assegno pesava 7,2 miliardi). Nel 2012, il fondo salirà a poco più di 6 miliardi, ma non potrà più contare sui, complessivi, 750 milioni (di cui 400, per il 2011) di aumento previsti nelle primissime bozze della manovra, cancellati, in fretta e furia, dalla versione ufficiale del provvedimento, ora al giro di boa conclusivo alla Camera.

Fumata nera anche per il recupero degli scatti d’anzianità dei professori e ricercatori, bloccati fino al 2013. Servivano circa 300 milioni di euro (36, per il 2011, 101, per il 2012 e 162, per il 2013), ma l’Esecutivo non è riuscito a trovare queste risorse. Se ne riparlerà, forse, con la finanziaria d’autunno, ha rilanciato, al Sole24ore.com, il senatore Pdl Giuseppe Valditara, che è anche relatore del ddl di riforma degli atenei, che la prossima settimana tornerà in pista in aula al Senato (il termine per la presentazione degli emendamenti scadrà martedì 20, alle ore 18).

La manovra da 24,9 miliardi conferma, anche, il taglio lineare del 10% di tutte le spese dei ministeri, Viale Trastevere inclusa, che significherà, per gli atenei, un ulteriore “alleggerimento” di circa 70 milioni, fino al 2013, sulla voce “istruzione universitaria”. A essere più colpite, evidenzia la senatrice Pd ed ex vice-ministro dell’Istruzione, Mariangela Bastico, saranno tutte le “spese” che rappresentano il valore aggiunto della didattica, come le attività di laboratorio, i corsi di perfezionamento, le convenzioni università-lavoro.

Gli atenei dovranno, poi, fare i conti con la conferma del “blocco” del turn over, che penalizza, soprattutto, i precari. Anche i fondi per le borse di studio subiranno un “ritocco”, riducendosi di un terzo. E se la manovra, poi, esclude le università dall’ulteriore riduzione del 20% (rispetto alle spese 2009) dei costi per studi e consulenze, dall’altra, mette mano al portafogli per quanto riguarda relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e rappresentanza, che dovranno essere contenute di un analogo 20%, rispetto sempre all’anno prima. Bisognerà, invece, sforbiciare del 50% le spese per le “missioni estere”, con penalizzazione per i viaggi e gli stage di istruzione fuori dall’Italia (tipo, progetti Erasmus e simili).
Sacrifici minori arriveranno per gli stipendi superiori ai 90mila euro lordi l’anno, che subiranno una diminuzione del 5%, che salirà al 10%, per i redditi che vanno oltre la soglia dei 150mila euro. A essere interessati, saranno soprattutto gli ordinari, mentre non subiranno danni i professori associati e i ricercatori, che, in media, arrivano a percepire, rispettivamente, 62.750 e 43.790 euro l’anno. Sempre i docenti al top della carriera, poi, dovranno fare i conti anche con la dilazione del Tfr. Pure qui, l’asticella è rappresentata dal valore dello stipendio. Se inferiore a 90mila euro, la buonuscita arriverà in unica soluzione. Per cifre superiori, l’assegno sarà diviso, in rate, in 3 anni.

La manovra di Tremonti accelera, invece, sul rientro dei giovani ricercatori che hanno trasferito la propria residenza all’estero per motivi di lavoro. Per loro, è prevista un’agevolazione fiscale niente male: l’esclusione dalla formazione del reddito di lavoro autonomo o dipendente del 90% degli emolumenti derivanti dall’attività di ricerca o docenza svolta in Italia e della conseguente acquisizione della residenza fiscale nel territorio italiano. Il “bonus” decorrerà dal 1° gennaio 2011, per 3 anni, e arriverà in dote ai “cervelli” che decideranno di rientrare nel Belpaese nei prossimi cinque anni.

Il Sole 24 Ore 19.07.10

Strage di via D'Amelio Il Pm Nico Gozzo: «Fu come un golpe che spazzò il sistema»

Un centinaio di persone partecipa al corteo organizzato, alla vigilia dell’anniversario della strage di via D’Amelio, dal “Popolo delle Agende Rosse”, il Movimento che fa capo a Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato insieme alla scorta 18 anni fa. «Siamo prossimi a una svolta nelle indagini – ha detto Salvatore Borsellino – e ora, più che mai, dobbiamo stare attenti che le porte blindate che ancora ci separano dalla verità non ci vengano chiuse in faccia per l’ennesima volta»

«Diteci dov’è l’agenda rossa di Paolo, diteci chi l’ha presa, perché su quell’agenda si fondano le ragioni dei delitti eccellenti del ’92 che reggono oggi la nostra Repubblica», ha detto Salvatore Borsellino. «E allora -ha affermato il fratello del giudice ucciso- è necessario che su questo si indaghi». «Noi -ha concluso- ci batteremo perché non vengano approvate quelle leggi che tentano di bloccare il lavoro dei magistrati. Se questo Parlamento fosse gestito direttamente dalla criminalità organizzata non sarebbe stato molto diverso». E riferendosi ai magistrati che indagano su via D’Amelio ha aggiunto: «Quella strada che avete detto di voler percorrere non la percorrerete da soli, noi saremo sempre al vostro fianco». «Certo -ha continuato- non potremmo proteggervi fisicamente come quegli angeli che erano vicino a Paolo ma noi lo faremo con il nostro calore e con il nostro appoggio».

«Sono tantissimi quelli che sanno, in tutto o in parte, cosa si cela dietro le stragi. Un esercito di persone che non parlano», ha detto il neo procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato. «C’è un sigillo che cuce le bocche di tutti -ha spiegato il magistrato- le bocche restano cucite perché la lezione della storia dimostra che non c’è salvezza fisica fino a quando il potere che ha ordinato e coperto le stragi resta in sella. Un potere talmente forte da raggiungerti in qualsiasi carcere, tanto forte da poter condizionare la polizia che indaga o taluni magistrati». Infatti «basta ricordare che tutti i conoscitori dei mandanti esterni della strage di Portella della Ginestra sono stati assassinati» ha aggiunto il procuratore generale.

«Rispetto all’anno scorso abbiamo più interrogativi, ma anche più certezze, quest’anno non è passato invano», ha detto il Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. «Sono stati fatti importanti e decisivi passi in avanti per arrivare alla verità sulla strage di via D’Amelio. Ma non dobbiamo fermarci. L’anno prossimo non dobbiamo ritrovarci allo stesso punto.
Dovremo avere superato l’anticamera della verità per raggiungere almeno la prima stanza della casa della verità che poco a poco dovremo illuminare per intero. Per questo occorre l’impegno e la spinta di tutti». Purtroppo «un pezzo d’Italia, non solo mafiosa, ma anche delle Istituzioni, questa verità non la vuole e per questo è difficile raggiungerla» ha aggiunto Ingroia.

Cantando tutti insieme “Bella ciao” con l’immancabile agenda rossa in mano, i partecipanti alla marcia delle “agende rosse”, sono arrivati dopo due ore di marcia a Castel Utveggio, sul Montepellegrino a Palermo. Un marcia, popolata soprattutto da non palermitani. Presente al corteo anche il padre dell’agente Vincenzo Agostino ucciso nell’89 e su l cui omicidio non è stata fatta ancora luce. Il corteo è partito da via D’Amelio ed è arrivato al Castel Utveggio che, secondo alcune tesi investigative, avrebbe ospitato una sede riservata del Sisde. Negli ultimi mesi, anche dopo le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, gli inquirenti stanno puntando la loro attenzione anche su uomini dei Servizi segreti che potrebbero essere coinvolti nell’eccidio in cui perse la vita Paolo Borsellino.

L’Unità 19.07.10