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Si scrive Sud, si legge povertà

Nel 2008, il 21% delle famiglie del Sud Italia non ha avuto soldi per il riscaldamento e il 20% per andare dal medico. Questo è l’allarme che ha lanciato nel suo Rapporto 2010 sull’Economia dell’Economia, la Svimez, Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Non solo – si legge – “otto famiglie su cento hanno tirato la cinghia rinunciando ad alimentari necessari e oltre una famiglia su 4 è arrivata con difficoltà a fine mese. Più del doppio (Sud 25,9%), rispetto al Centro-Nord (13,2%).
Numeri che possono essere sintetizzati con un solo termine: povertà. Il 30% delle famiglie al Sud non ha avuto i soldi necessari per comprarsi i vestiti, il 16,7% ha pagato in ritardo le bollette di acqua, gas e luce e il 44% non ha potuto sostenere una spesa imprevista di 750 euro (26% al Centro-Nord). Il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese, il 20% non ha i soldi per andare dal medico e una su cinque non si può permettere di pagare il riscaldamento. Semplicemente il dato peggiore dal dopoguerra ad oggi.

Parlare di recessione è più che ovvio quando ci si riferisce al Sud soprattutto se non si riesce ad invertire il trend che vede anche il settore industriale crescere di meno rispetto al Centro-Nord da otto anni consecutivi.

Per questo, dice lo Svimez, serve un nuovo progetto Paese per il Sud, che parta dal rilancio delle infrastrutture, con un piano di 38 miliardi di euro.

Nessun settore si salva dalla crisi. Anche il turismo turismo e trasporti, punti forti del Meridione hanno subito un calo del 3%.Un circolo vizioso che non garantendo soldi in tasca non favorisce la ripresa dei consumi: la spesa ha raggiunto il -2,6% contro il -1,6% del Centro-Nord e gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione (-3,7%) del 2008.

Dati sconcertanti e un allarme troppo serio per non essere affrontato con serietà e prontezza. E il governo Berlusconi cosa fa? Affronta la crisi o pensa alle intercettazioni del premier? Crea coesione sociale e ripresa economica o pensa ad un nuovo Lodo Alfano anti-processi. Rispetta le leggi o ne crea ad hoc per venire incontro a cricche di affaristi senza scrupoli? Domande troppo facili le cui risposte lasciano ancora più allarmati e stupefatti. La crisi è per molti ma non per i soliti!

Per il presidente dell Repubblica, Giorgio Napolitano è necessario un ripensamento dell’impianto strategico degli interventi di sviluppo.

Per Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Pd, “il Rapporto Svimez documenta in modo eccellente il drammatico peggioramento delle condizioni del Mezzogiorno. Un peggioramento certamente dovuto, come in altri territori, dagli effetti della crisi, ma aggravato dalla completa assenza di una strategia per la crescita del Paese, di una strategia riformista per aggredire i nodi che da decenni soffocano le potenzialità, costituite innanzitutto dagli uomini e dalle donne, del Mezzogiorno”.

“L’assenza di una strategia riformista – ha aggiunto Fassina – ha portato il governo a saccheggiare, anche con la manovra ora alla Camera, le risorse dedicate agli investimenti nel Mezzogiorno e a spostarle a spesa corrente e ad irresponsabili sprechi elettorali. Il Mezzogiorno non è un problema
territoriale, è l’espressione acuta dei fondamentali problemi dell’Italia. Per affrontare il problema Mezzogiorno abbiamo quindi bisogno di una strategia nazionale di riforme. Il federalismo senza forti politiche nazionali diventa, nella proposta della Lega e di Tremonti, fattore di ulteriore divaricazione territoriale e di indebolimento di tutto il Paese”.

Con una dichiarazione congiunta i segretari regionali del Pd del Sud, Silvio Paolucci (Abruzzo), Danilo Leva (Molise), Enzo Amendola (Campania), Sergio Blasi (Puglia), Adriano Musi (commissario Calabria), Roberto Speranza (Basilicata), Giuseppe Lupo (Sicilia), Silvio Lai (Sardegna) hanno stigmatizzato: “Il ministro Tremonti abbandoni le suggestioni filosofiche e si concentri sulla realtà, sul dramma economico e sociale del Sud a cui lui stesso ha contribuito e continua a contribuire. I dati dello Svimez sono l’ennesima conferma di una situazione di declino che questo governo continua volutamente ad ignorare.

A pagare un caro prezzo, sono ancora una volta i lavoratori, le famiglie e le imprese. Dopo lo scippo dei Fas, con la manovra si rischia di dare un colpo definitivo alle speranze di ripresa del Mezzogiorno condannando metà del Paese ad una marginalità che può far piacere solo agli incoscienti. Si preclude la possibilità di poter attivare investimenti da parte dell’imprenditoria privata, unica soluzione in grado di offrire occupazione di qualità. I tagli pesantissimi imposti ai bilanci regionali si tradurranno in un aumento dell’imposizione fiscale e in una riduzione di servizi che già dimostrano di essere al limite dell’accettabile. Una situazione insostenibile a cui ci opporremo con tutte le nostre forze”.

Il vicepresidente vicario del Parlamento europeo, Gianni Pittella, ha condiviso l’appello di Napolitano lanciato in occasione della presentazione del Rapporto Svimez. “Tutte le istituzioni europee, nazionali e locali accolgano la preoccupata esortazione del Capo dello Stato a un profondo ripensamento delle modalità e dell’impianto strategico degli interventi a sostegno dello sviluppo nel Mezzogiorno”.

“La sottrazione delle ingenti risorse dei Fas al quadro strategico nazionale 2007-2013, i gravi ritardi nella programmazione e le croniche inefficienze denunciate inequivocabilmente dal Presidente della Repubblica, dipingono un quadro senza speranze per un meridione alla deriva, entro il quale l’assenza di politiche per la crescita e l’inclusione sociale sta spingendo verso la soglia di povertà milioni di famiglie” ha rimarcato Pittella.

“E’ ora che il governo non si faccia più guidare dalla demagogia leghista che sta portando il Mezzogiorno, e con esso il Paese, verso il baratro. Occorre ripristinare immediatamente i fondi sottratti alla finanza aggiuntiva per le regioni del Sud e costituire una cabina di regia con i governatori del meridione per programmare insieme una parte delle risorse, destinandole a progetti di sistema che sostengano il ruolo del Mezzogiorno in rapporto al Mediterraneo e che coordini gli interventi convogliando i finanziamenti nazionali e europei su infrastrutture e reti”.

“Piattaforma logistica – ha concluso – piattaforma energetica per le fonti rinnovabili, piattaforma dei saperi, valorizzazione delle risorse turistiche e ambientali e delle eccellenze agroalimentari sono le principali direttrici su cui sviluppare strategie chiare e utili al Sud, all’Italia e alla prospettiva euro mediterranea”.

Per Francesco Boccia è necessario che “il governo ascolti il Capo dello Stato. Cambiamo insieme nel profondo le politiche di sviluppo del Mezzogiorno. Le strategie per uscire dalla crisi impongono il ripensamento strategico di cui ha parlato Napolitano. Limitarsi in modo sterile come fa Tremonti sulle responsabilità delle classi dirigenti meridionali, su cui anche noi abbiamo aperto una severa riflessione, appare solo un tentativo della cattiva politica di speculare sulla povertà del sud. I dati dello Svimez dimostrano che la situazione è ormai drammatica. Noi siamo pronti a progettare nuovi interventi mirati a uno sviluppo strutturale. Ma non dimentichiamo che questo è realizzabile soltanto accanto ad un grande patto per bonificare il malaffare annidato nelle gestioni della sanità, dei rifiuti e dell’energia e ad una lotta senza quartiere alla criminalità organizzata”.

Dello stesso parere anche Rosa Villecco Calipari, vicepresidente dei deputati Pd. “Il Mezzogiorno, in questi anni, è stato depredato anche delle poche risorse a sua disposizione e le parole di Tremonti che ha dato del ‘cialtrone’ a un’intera classe dirigente meridionale, senza criticare in alcun modo l’abbandono del nostro Sud da parte dello Stato centrale, sono smentite dal rapporto Svimez”.

“Per ridurre gli effetti della crisi finanziaria mondiale e italiana sono state spostate risorse dalle politiche di sviluppo com’è dimostrato dallo svuotamento dei fondi Fas e dalla mancata programmazione. Il fatto che il Prodotto interno lordo del Mezzogiorno sia tornato ai livelli di 10 anni fa, la carenza di infrastrutture (a parte la propaganda del Ponte sullo Stretto), famiglie che non possono pagare il medico o il riscaldamento, dovrebbe far vergognare questo esecutivo”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"Sottopagato e sfruttato ma indispensabile", di Benedetta Tobagi

Non sono più giovanissimi: hanno in media 45 anni. Il loro lavoro nelle università statali e negli enti di ricerca pubblici amplia gli orizzonti della conoscenza a beneficio di tutta la società: dalle nanotecnologie alla biogenetica, dalla fisica delle particelle alla paleontologia, dalla ricostruzione dei papiri alessandrini al diritto del lavoro. La ricerca in università dovrebbero farla tutti, dai dottorandi ai professori, ma solo loro la portano iscritta nel nome come un destino. Eppure, spesso non possono praticarla come dovrebbero (e vorrebbero): perché mancano i fondi, o perché oberati di incarichi che poco hanno a che fare con il loro contratto. I reportage spesso ce li hanno mostrati come carbonari, rintanati in laboratori privi delle infrastrutture essenziali, mentre la retorica governativa oggi li accomuna ai “baroni”, arroccati a difesa dei propri privilegi. Che spesso, per loro, si riducono alla mensa a prezzo politico. Martiri o fannulloni: chi sono i ricercatori?
Nella gerarchia accademica, sono la fascia intermedia tra i gironi dei dottorandi, dottori di ricerca, “borsisti” e “assegnisti” (i “precari” dell´università) e l´empireo dei professori. Sono circa 25 mila (pochi in rapporto alla popolazione attiva, rispetto alla media Ue). Navigando nei blog in cui si scambiano esperienze e doglianze scopriamo una vita di grossi sacrifici, innanzitutto economici. I ricercatori guadagnano poco. Questo, oltre a mortificare socialmente e mettere a dura prova la resistenza di chi svolge un lavoro impegnativo e super-qualificato, riduce la competitività: a queste cifre, i più bravi cercano un posto all´estero, dove si può guadagnare più del doppio. Ma sono soprattutto le frustrazioni e i soprusi di un sistema di fatto feudale (magistralmente Nicola Gardini nel libro I baroni, Feltrinelli) ad avvelenargli l´esistenza. Molti abbandonano: sopravvivere richiede una capacità di adattamento e di sopportazione molto elevata. Certo, il lavoro intellettuale ha bisogno di volontà, autodisciplina e spirito di sacrificio. Ma siamo certi che tacere e adattarsi siano le virtù migliori da promuovere in figure la cui attività principe, la ricerca, richiede originalità di visione e spirito critico? Per cui ben vengano, i fermenti di questi mesi. Perché l´università è assai poco democratica: i ricercatori rappresentano il 40 per cento del personale di ruolo, ma non hanno quasi voce in capitolo nelle scelte strategiche di un ateneo. Con la riforma Gelmini andrà peggio: cda e senato accademico perderanno gli attuali caratteri di rappresentatività, lamenta Piero Graglia, un ricercatore come tanti, uno dei coordinatori della “Rete 29 aprile” che censisce e dà voce alle posizioni di ben 15 mila ricercatori in tutta Italia, impegnati per ovviare a questo deficit di democraticità e contro la riforma Gelmini.
Ma servono davvero i ricercatori? Se sparissero, cosa accadrebbe?
Per prima cosa, la paralisi della didattica universitaria. Non è un esercizio di fantascienza: per protesta i ricercatori minacciano di astenersi dall´attività didattica, mettendo a rischio l´anno accademico e interi corsi di laurea in molti atenei. Si limitano ad applicare la legge: anche se molti studenti li chiamano “prof”, sono solo “dott” (vedi box). Ma la didattica universitaria oggi è “drogata”, il massiccio ricorso alle docenze dei ricercatori (circa il 30 per cento degli insegnamenti), spesso non retribuite, sempre sottopagate, è coinciso con l´esplosione dell´offerta formativa nell´università del “3+2”. Spesso non c´è una maggiore articolazione dei saperi, specchio dell´accresciuta complessità del presente, ma doppioni e frammentazione che rispondono piuttosto a logiche di marketing («e di “bulimia baronale”», aggiunge Graglia). I ricercatori hanno sempre insegnato: per formarsi, per senso del dovere, passione, prestigio. La riforma Moratti ha messo una pezza (vedi box), ma è iniquo che l´università speri di sopravvivere sfruttando i ricercatori in veste di professori, senza che ne abbiano lo status né la retribuzione. La nuova riforma non affronta questo nodo, e nemmeno razionalizza l´offerta formativa. L´astensione dalla didattica, che preoccupa ministero, presidi e rettori, dovrebbe funzionare (questo è l´intento dei ricercatori) come black out, che mette a nudo un deficit di energia strutturale: occorre far prendere coscienza al governo e a tutti i cittadini che il sistema veleggia verso il collasso. I pensionamenti nei prossimi anni lasceranno scoperte molte cattedre. Non ci sono soldi per rimpiazzare tutti i professori. Si può dissentire col metodo della protesta, ma l´emergenza che impone all´attenzione del pubblico è reale.
Nelle università statali la necessità di pagare gli stipendi e tenere in piedi la struttura in presenza di forti tagli peggiora la situazione di cronica carenza di fondi per la ricerca. Un black out qui non darebbe esiti plateali: l´alta ricerca è un´impresa che dà i suoi frutti nel lungo periodo. Ma è strategica per il paese. Per capirlo, basta dare un´occhiata al recente Rapporto sulle biotecnologie in Italia (tipico settore research-intensive) dell´Ice: a dispetto della crisi, questo settore nato solo 10 anni fa prospera e compete a livello internazionale (grazie ai privati: anche qui l´investimento pubblico è insufficiente). L´importanza dell´alta ricerca non sta solo nel suo ritorno in termini economici: seppure assai decaduta, l´università resta pur sempre la fucina del progresso scientifico, del pensiero che si arma per decodificare una realtà in veloce cambiamento e agire di conseguenza. Non si può imputare alla riforma Gelmini la cronica povertà degli investimenti, né i guasti di 20 anni di riforme universitarie monche e miopi, da destra e sinistra, che non hanno intaccato i vizi strutturali del sistema. Questa riforma però mette ulteriormente a rischio e sotto pressione il capitale umano, la risorsa più preziosa dell´università, e non solo perché taglia i fondi. I nuovi ricercatori saranno a tempo determinato. Poi dipenderà dalla copertura finanziaria. Elevato il rischio che molti siano bloccati o espulsi dal sistema. «I 25 mila ricercatori di oggi, e quelli a tempo determinato del post-Gelmini, si troveranno a competere per sempre meno posti da professore associato. Una “guerra tra poveri” a fronte di un potere baronale intatto, che avrà in mano come sempre i concorsi», spiega Graglia. La “Rete 29 aprile” ragiona piuttosto sull´introduzione di un ruolo unico per tutti, professori e ricercatori, articolato in livelli: progressione per maturità scientifica e anzianità, valutazione triennale su produzione scientifica e didattica. Se il professore lavora male niente avanzamenti, ultima ratio allontanamento dall´università: «Per generare vera competizione e uno choc generazionale, anziché una guerra tra poveri».
Le proteste dei ricercatori pongono problemi da risolvere nell´interesse di tutta la società, che sarà danneggiata se l´università, impoverita e ridotta a un super-liceo, smetterà di essere la fucina di innovazione, cultura e pensiero che dovrebbe essere.

La Repubblica 21.07.10

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“Il falò delle Università”, Giunio Luzzato – Università di Genova

Il governo strozza finanziariamente gli Atenei ma dice che forse si potrà dar loro qualche briciola in più se verrà approvata la legge, in discussione al Senato, che tarperà le ali ai baroni e perciò farà sì che le università spendano meglio. Ferm o restando che non ha senso uccidere il malato in attesa delle terapie, va contestata anche l’altra parte del discorso: non è affatto vero che la proposta colpisca i vizi reali del sistema universitario. La maggior parte delle critiche alla legge ha però un taglio diverso. Si protesta per le supposte violazioni all’autonomia, registrando un’ampia convergenza tra i conservatori accademici e quelle aree “progressiste” che difendono posizioni corporative: l’Università per essere pubblica dovrebbe essere l’unico ente gestito esclusivamente dai propri dipendenti. È l’alleanza che da mezzo secolo blocca qualunque tentativo di seria riforma universitaria. Sarebbe ora che si riconoscesse invece che molti mali derivano dal pessimo uso che dell’autonomia è stato fatto. La si è interpretata non come costruzione di organi di governo forti, capaci di fare scelte strategiche, ma come cogestione consociativa: le risorse (quando c’erano) sono state distribuite a pioggia perché nessuno doveva interferire con ciò che fa un collega. I docenti “virtuosi”, quelli che servono l’università con un lavoro spesso impegnatissimo, non sono riusciti a marcare una netta contrapposizione con chi dell’università invece si serve. Nel testo attuale, dicevo, la legge in esame non colpisce questi ultimi; anzi, modifica la normativa in senso lassista. Dal 1980 si distinguono professori a tempo pieno o a tempo definito; per i primi viene ampliato il ventaglio delle attività esterne ammissibili (il tempo diventa sempre meno pieno), per i secondi viene soppresso il divieto di assumere cariche accademiche. Dal 2005 l’obbligo tradizionale di 60ore di lezione all’anno era stato portato a 120 (all’anno, ripeto); è ben vero che i cavilli in cui i giuristi universitari eccellono hanno indotto alcuni Atenei a non applicare la regola, ma oggi essa verrebbe addirittura abrogata. Di ciò non si parla per nulla, mentre si vuole evitare che i compiti decisionali competano, come in qualsiasi ente, al consiglio di amministrazione (nel quale le deplorate presenze esterne sono già state ridotte a tre su undici componenti). Se da sinistra non si porrà al primo posto l’esigenza di una gestione diversa, che emargini chi fa i comodi propri, i conservatori e il ministro Gelmini vinceranno, anche perché l’opinione pubblica non si mobilita certo a favore dell’attuale sistema accademico.

L’Unità 21.07.10

" L'ultimo colpo alla memoria. Via Tasso a rischio per 50mila euro – Il governo fa morire il Museo di via Tasso" di Cimino Luciana

C’ è una piccola strada il cui solo nome, nella Capitale occupata dai nazisti, a pronunciarlo alle donne di Roma (madri, mogli, sorelle, che aspettavano con il cambio in mano sotto le finestre murate pregando ché fosse loro restituito) metteva i brividi. Perché al numero 145 di via Tasso si trovava il carcere delle SS di Herbert Kappler. Oggi in quella via che porta dritta alla Basilica di San Giovanni, si respira di nuovo un’aria oscurantista, perché il Museo della Liberazione che è sorto all’interno di quelle stesse mura dagli anni 50 è a rischio chiusura, con tutto il suo patrimonio di memoria. Hanno attraversato quel portone 2500 persone in 9 mesi, tra il 43 e il 44. I cosiddetti prigionieri politici: comunisti, sindacalisti, badogliani. Intenogati violentemente fino alla tortura e rimandati nelle strette celle sanguinanti e piegati dal dolori affinché i compagni di sventura potessero vederli e fossero loro di monito. Tra quelle mura sono stati detenuti l’ex-presidente della Corte Costituzionale Giuliano vassalli, il sindacalista Bruno Buozzi, l’italianista Carlo Salinari, il sacerdote don Pietro Pappagallo (che ispirò a Roberto Rossellini il personaggio interpretato da Aldo Fabrizi nel film Roma Città Aperta ), il colonnello Giuseppe Montezemolo e tanti altri sconosciuti partigiani e cittadini, tra cui oltre 300 donne, che hanno lasciato sulle pareti delle celle i segni graffiati della loro resistenza: avvertimenti, firme, messaggi di incoraggiamento per i compagni, notizie ai famigliari. Dal 1955 i locali di via Tasso sono diventati il Museo Storico della Liberazione , visitato ogni giorno da decine di scolaresche. Alle pareti documenti e profili dei caduti per la libertà. Ora per tutto questo corposo patrimonio di memoria, che ricorda che Roma è una città antifascista, capitale di uno stato la cui Costituzione si fonda sui valori scaturiti dalla Resistenza, ebbene tutto questo rischia di chiudere. «Il Museo compariva fin nei primi comunicati ufficiali ministeriali sui tagli finanziari – dice Antonio Parisella, presidente – anche se ncora non c’è arrivata nessuna comunicazione al riguardo».

La situazione è grave e Parisella la sintetizza così: «Se il governo ci taglia i fondi, c’è il rischio che dopo la chiusura estiva non riapriamo, se non ce li taglia, riusciremo ad andare avanti fino a febbraio o marzo». Il museo si regge su un finanziamento statale del valore nominale di 100 milioni di lire del 2000, e cioè 50 mila euro, che, in base ad una legge del 57 dovrebbero garantire il funzionamento dell’istituto, che, è bene ricordarlo, si basa sul lavoro volontario. E nel frattempo il potere d’acquisto si è dimezzato e le spese sono cresciute perché sono stati acquisiti altri due appartamenti dello stabile e perché i visitatori sono aumentati nell’ultimo decennio da 7/8 mila a 12/13 mila unità. Inutile in questo contesto aspettarsi installazioni multimediali o finanche revisione dell’impianto elettrico. «Abbiamo un impianto audio-video obsoleto, i muri andrebbero ritinteggiati, non possiamo aumentare le ore di apertura d ‘inverno per non far lievitare i costi di energia elettrica i volantini li autoproduciamo con le fotocopie, abbiamo esigenza di produrre materiali informativi in lingua straniera: siamo sulle guide ma poi i turisti vengono qui e hanno pochi strumenti per la visita. Tutto è fermo all’allestimento del ’55, basato sul modello sacrario militare . «Vorremmo togliere i quadretti e mettere i pc – continua Pari- sella – senza togliere nulla al valore etico e civile del posto, ma ci vuole una scelta politica di investire sul Museo, non solo centrale ma anche delle amministrazioni locali per adeguarlo agli standard degli analoghi delle capitali europee». Già, gli enti locali. ll presidente del museo ha scritto a maggio una lettera indirizzata al sindaco Gianni Alemanno, al presidente della Provincia di Roma, Zingaretti e a Renata Polverini, presidente della Regione Lazio e ad Andrea Mondello, presidente della Camera di commercio. Chiedeva loro di accordarsi per integrare il contributo statale per garantire la gestione ordinaria dei servizi e di chiedere alle società partecipate di quegli enti che invece contribuissero per le spese straordinarie (come le audio guide, adesso a far da guida alle scolaresche ci pensano insegnanti in pensione). Finora nessuna risposta ufficiale, solo qualche disponibilità espressa oralmente. «La Cgil il 25 aprile ci, ha inviato 500 euro e anche associazioni, gruppi, circoli Anpi ogni tanto ci fanno giungere contributi significativi, anche se modesti. Ma per andare avanti abbiamo bisogno di un flusso abbastanza continuo anche dei contributi di cittadini e società civile: lo sviluppo sarà in mano loro. Per questo hanno lanciato un appello su Facebook: «La solidarietà è tantissima, ma i versamenti finora sono pochi, anche se per creare dice ancora Parisella un atteggiamento di disponibilità a partecipare al finanziamento del Museo serve un po’ di tempo». Museo che, tra l’altro, è stato vittima di un attentato dinamitardo di stampo antisemita nel ’99 ed è spesso oggetto di scritte naziste, le ultime il 27 gennaio 2010, «vederlo chiuso farebbe piacere a molti».

Ecco come si può sostenere l’importante istituzione , Si può manifestare solidarietà al Museo Storico della liberazione o contribuire al suo bilancio in diversi modi. Innanzi tutto aderendo alla sua pagina di Facebook (www.facebookcom) per essere sempre aggiornati sulle sue attività. Ma il Museo ha bisogno di fondi per proseguire la sua attività. Dunque si possono inviare versamenti in denaro (benvenuti sono i contributi di associazioni che condividano le istanze etico civili dell’ente) tramite gli uffici postali, indicando nella causale “contributo di solidarietà” CODICE IBAN Bancoposta (per bonifici) IT 39 T 07601 03200 0000; CCP Bancoposta (per bollettini) 51520005.

L’Unità 20.07.10

Scuola/Tar: Ghizzoni (Pd), con Gelmini la scuola è nel caos normativo

“Di due risultati potrà fregiarsi il ministro Gelmini: aver imposto, senza scrupolo e strategia, il più pesante taglio agli organici mai subito dalla scuola pubblica (ben otto miliardi pari a 132.000 posti di lavoro), e aver messo le istituzioni scolastiche nel caos normativo”. Lo dichiara la capogruppo in commissione Cultura, Manuela Ghizzoni.
“Le due recenti ordinanze del Tar – aggiunge la Ghizzoni – lo attestano senza ombra di dubbio: l’una dichiara illegittima la circolare applicativa del riordino della scuola superiore perché emanata precedentemente ai testi normativi, l’altra sospende i decreti che hanno disposto le riduzioni di orario negli istituti tecnici professionali”.

“Non sono le riforme del ministro Gelmini ad essere “epocali” – conclude l’esponente democratica – bensì “epocale” è il disordine in cui ha fatto precipitare la scuola e gli studenti, con le loro famiglie. Non ci troveremmo in questo quadro di incertezza se fosse stata accolta la proposta del Pd di rinviare di un anno l’entrata in vigore del riordino delle superiori, che il ministro ha vincolato esclusivamente ai tagli di bilancio e sottratto ad un confronto vero con il Parlamento e con il mondo della scuola”.

"La P3 spiegata ai ragazzi", di Federico Orlando

Forse, più che P3, dovremmo chiamarla Ip, Italia perenne. È meno giornalistico, ma più verosimile. Raccontata ai giovani che non l’hanno vissuta, la storia della P2 fu storia diversa, chissà se conclusa del tutto, dalla cosiddetta P3. La P2 (Propaganda 2) era una loggia segreta (“coperta”) di una scheggia della massoneria, proibita – in quanto segreta – dall’articolo 18 della Costituzione. Presieduta dal “venerabile” Licio Gelli, perseguiva, affari a parte, un piano politico eversivo: il “Piano di rinascita democratica”, scoperto nei primi anni ’80, quando l’Italia era preda di code del terrorismo, di malessere sociale dei delusi e degli esclusi dallo sviluppo, di esaurimento della capacità direttiva della Dc dopo quasi 40 anni di guida del governo. Riuniva circa mille fra generali, banchieri, professionisti, grands-commis dello stato, giornalisti, industriali; e anche faccendieri per le briciole, nodello Carboni.
La scoperta del piano e la pubblicazione dei nomi, soprattutto di generali e funzionari che avevano giurato fedeltà alle istituzioni, e poi avevano giurato alla Loggia di abbatterle con un golpe morbido che partiva dalla conquista della Rai e dei giornali, risvegliò l’encefalogramma piatto della politica. Nacque la commissione d’inchiesta parlamentare, diretta da Tina Anselmi, che scoperchiò tutto, e aprì la strada alla legge per lo scioglimento delle società segrete, impropriamente detta “legge Anselmi”. Si tratta in realtà della legge Spadolini, il primo presidente laico del consiglio dopo i 40 anni Dc, che diede alla magistratura lo strumento per sciogliere la P2. Il suo carattere segreto ed eversore era stato messo in luce dalla commissione d’inchiesta, che aveva operato coi poteri dell’autorità giudiziaria.
Chi ha studiato le caratteristiche della P2, unitarie nel fine eversivo, non le ritrova nella cloaca odierna, che è solo la classica cloaca italiana della decadenza. In essa confluiscono fogne diverse. C’è la fogna fiorentina, che vede ripetutamente citato il neopolitico Verdini, uscito dal cilindro di Berlusconi come coordinatore nazionale (insieme a Bondi e La Russa) del Pdl. C’è la fogna campana, che ha costretto alle dimissioni il sottosegretario all’economia Cosentino, padre padrone del Pdl in Campania, con solidi legami coi casalesi, e perciò inseguito da mandati d’arresto e ora accusato di calunnie, mirate a impedire la candidatura di Caldoro a governatore. C’è la fogna sarda, che ha portato il governatore berlusconiano Cappellacci davanti ai pm di Roma per la questione dei mulini d’oro, cioè delle pale eoliche tangentogene, che hanno finito di scempiare la Sardegna, già devastata dall’edilizia miliardaria. Tutte queste cloache sboccano a Roma (dove da tremila anni c’è la Cloaca Massima), perché nella capitale sono i referenti naturali della grande corruzione: ministri, sottosegretari, generone, cardinali, magistrati, parlamento, ambasciate, rappresentanze delle grandi industrie, delle banche, dei grandi studi professionali.
Nulla però di unitario, com’era invece dichiarato nella P2: salvo il banditismo politico-affaristico, sifilide dell’eterno bordello italiano, che Berlusconi vorrebbe curare col nero fumo del divieto d’intercettazioni. Al più, si potrebbe parlare di una seconda Tangentopoli, non figlia di tutta la partitocrazia ma della ricordata malattia, che porta a identificare il governo con la corruzione e l’esercizio del potere col piacere di abusarne. Al momento, i pm perseguono reati diversi: c’è la violenza privata in Campania (a danno di Caldoro), c’è la concussione nei pubblici uffici, c’è la corruzione tentata anche da magistrati nei confronti di altri magistrati. Per questi reati così diversi sono stati arrestati, «per violazione della legge Anselmi», cioè Spadolini, che invece configura il reato associativo, il signor Flavio Carboni («pensionato sfigato», finge di ironizzare Berlusconi, alludendo al suo precedente arresto per la P2), l’ex giudice tributario Pasquale Lombardi, per pressioni sulle più svariate magistrature per ottenere promozioni, trasferimenti, sistemazioni di carriera, richieste di ispezioni ministeriali nelle procure scomode; e l’ex assessore socialista di Napoli Martino, quello che si caricò d’aver presentato a Berlusconi il papà di Noemi Letizia e che è accusato d’aver messo su con Cosentino il dossier contro il “compagno” Caldoro. Infine (si fa per dire) il coordinatore fiorentino del Pdl, Verdini, sospettato anche d’aver promosso in casa un summit per esercitare pressioni sulla Cassazione per il lodo Alfano, presenti i nominati Carboni e Martino, i magistrati Miller – capo degli ispettori – Martone, avvocato generale della Cassazione, e Caliendo, sottosegretario alla giustizia.
Ci fermiamo, anche se la storia è infinitamente più ampia, con tanti nomi e altri fatti allucinanti, come la nomina forzata di Alfonso Marra a presidente della corte d’appello di Milano, cioè a primo magistrato della Lombardia. Guarda caso, quante toghe non “rosse” svolazzano per l’Italia come pipistrelli. C’è da chiedersi perché i magistrati inquirenti, avendo da correre intere praterie del codice penale, siano andati a riscoprire la legge Spadolini, cioè la fattispecie penale di più difficile concretizzazione, il reato associativo. Difatti nessuno, nemmeno Gelli e i piduisti condannati per reati vari, è stato condannato per il reato di società segreta. Secondo me, la risposta valida l’ha data Massimo Teodori, che ieri Sandra Bonsanti di “Libertà e giustizia” ricordava tra i più infaticabili componenti della commissione Anselmi. Il ricorso al reato associativo da parte degli inquirenti sembra un grande coperchio messo sul pentolone, perché, essendo l’associazione segreta il reato più grave tra i tanti che si delineano, consente agli inquirenti di tenere tutte le indagini a Roma. Dove i vertici del malgoverno dovrebbero essere ormai attenti a non inquinare le prove. E poi, se le prove lo consentiranno, formulare richieste di rinvio a giudizio e anche di arresto per singoli reati: appunto, violenza privata, corruzione, concussione. E quant’altro la fantasia di faccendieri e malavitosi pratica da sempre, sperando nell’impunità politica e nella tolleranza omertosa dell’Italia perenne.

Europa quotidiano 20.07.10

"La Costituzione del Cemento", di Salvatore Settis

Salvano le zone tutelate per legge (e la faccia) dalla cementificazione, ma consentono la distruzione del territorio, senza se e senza ma. Profeticamente, Roberto Saviano ha scritto in Gomorra: «La Costituzione si dovrebbe mutare. Scrivere che si fonda sul cemento e sui costruttori. Sono loro i padri. Non Parri, non Einaudi, non Nenni, non il comandante Valerio». «Cementifici, appalti e palazzi quotidiani: lo spessore delle pareti – prosegue Saviano – è ciò su cui poggiano i trascinatori dell´economia italiana». Proprio questo sta accadendo. Il 4 giugno Tremonti annuncia l’intenzione di modificare l’articolo 41 della Costituzione, secondo cui «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali»: secondo il ministro, invece, bisogna «uscire dal Medioevo per liberare le imprese». Il “nuovo” articolo 41 deve cancellare i controlli, imporre una totale deregulation.

E infatti l’8 luglio il senatore Azzollini presenta al Senato un emendamento alla “manovra” economica secondo il quale il costruttore può avviare cantieri senza alcun permesso, producendo contestualmente un’autocertificazione (“segnalazione certificata di inizio attività”, o s.c.i.a.), valevole anche nelle aree vincolate, e lasciando alle amministrazioni l’opzione di un controllo ex post. Proprio come se la riforma costituzionale vagheggiata da Tremonti (che le Camere non hanno nemmen principiato a discutere) fosse già passata. L’Italia diventerebbe così, secondo la profezia di Saviano, una Repubblica fondata sul cemento. Peggio: anche in caso di falsa dichiarazione, con l’emendamento Azzollini i lavori già iniziati sarebbero “blindati”, consolidandosi 30 giorni dopo la dichiarazione (anche se falsa), e senza sanzioni né per l’impresa né per il costruttore, a meno che le amministrazioni non dimostrino «un danno grave e irreparabile per il patrimonio artistico, l’ambiente, la salute». Insomma, piena licenza di abusivismo per i danni ambientali “di modica quantità” (a giudizio delle stesse imprese); un’escalation brutale anche rispetto ai condoni edilizi che abbiamo subito.

Lo abbiamo scritto in queste pagine (12 luglio): questa norma violerebbe principi fondamentali della Costituzione come la tutela del paesaggio (art. 9), il principio di utilità sociale dell’impresa e della proprietà (artt. 41 e 42), la centralità e dignità sociale della persona (artt. 2 e 3). L’appello di Repubblica non è rimasto inascoltato: oltre a Italia Nostra, che già aveva manifestato viva preoccupazione alla prima e meno aggressiva versione della “manovra”, il Fai e Wwf invitarono Bondi a esprimere «un civile sdegno» contro questo «vero e proprio assoluto Far West». Altre voci si unirono subito, dall’opposizione ma anche dalla maggioranza, come l’onorevole Fabio Granata, che parlò di «minaccia gravissima e incivile per paesaggio e ambiente», mentre il ministro Bondi si dichiarava «sorpreso» dall’emendamento, prodotto «senza che il Ministero ne sia stato informato». Ma è stato l’intervento del Quirinale che ha convinto il governo a correggere gli aspetti più perversi della proposta, richiamando con fermezza i valori della Costituzione. Grazie all’efficace esercizio della moral suasion, nella nuova versione la s.c.i.a. non si applica nelle aree vincolate; i termini di reazione delle amministrazioni si estendono da 30 a 60 giorni; si introducono sanzioni, senza limiti di tempo, per le dichiarazioni mendaci; infine, si cancella l’assurdo limite all’intervento delle amministrazioni, non più limitato ai soli danni “gravi e irreparabili”.

L’intervento del Colle ha depotenziato gli aspetti più pericolosi di una norma anticostituzionale. Ma la partita non è chiusa: la s.c.i.a. infatti resta, anche se escludendo le aree vincolate. Come ha scritto Giuseppe Galasso sul Corriere (17 luglio), la “legge Galasso” (1985), poi recepita nel Codice dei Beni Culturali (2004), considera il paesaggio come un insieme organico «nella sua storica e fisica configurazione», affidandone la tutela non al solo strumento del vincolo, ma alla pianificazione paesistica. «La trama dei vincoli è una groviera largamente perforabile e perforata, per cui la riserva è importante ma non rassicurante». Si aggiunga che la s.c.i.a. può essere impunemente applicata in tutte le aree sensibili non vincolate, per esempio nelle zone sismiche senza vincolo paesistico, che in Italia sono enormemente grandi, o nelle “zone insalubri” dove insediamenti industriali a rischio, depositi di carburante e così via potranno essere ampliati a dismisura senza il minimo controllo: con una “segnalazione” autocertificata, appunto. Solo l’abolizione di ogni forma di s.c.i.a., cioè il ritorno alla procedura corrente in tutto il territorio, sarebbe tranquillizzante.

Ma c’è da scommettere che non sarà così. Quali siano le intenzioni di chi ci governa lo si vede nel Lazio, dove l’assessore all’urbanistica della Regione Luciano Ciocchetti ha appena annunciato una “rivoluzione in dieci mosse”: via libera agli interventi nei centri storici, nelle zone agricole e nei condomini; «abbandono del concetto di adeguamento sismico»; ampliamenti consentiti in sopraelevazione, anche oltre il limite di mille metri cubi, e questo per «coinvolgere maggiormente Roma, oggi tagliata fuori dalla legge» (Il Sole, 14 luglio). Tutto, pur di costruire. In un Paese dove un milione di case risultano vuote (così il rapporto Legambiente diffuso il 15 luglio), e che mantiene saldamente il primato europeo nell’abusivismo edilizio, il partito del cemento continua a imperare. Abbiamo il più basso incremento demografico d’Europa e insieme il più alto consumo di suolo: eppure chi ci governa sembra credere che “il mattone” sia l’unica forma nota di investimento produttivo.

Questa mentalità arcaica, che distoglie capitali da forme ben più dinamiche di investimento, non solo frena lo sviluppo del Paese, ma ne distrugge la risorsa più preziosa: il paesaggio e l’ambiente. Secondo la Corte Costituzionale (per esempio nella sentenza nr. 367 del 2007), il paesaggio incarna valori costituzionali «primari e assoluti», che sovrastano qualsiasi interesse economico, e perciò esige «un elevato livello di tutela, inderogabile da altre discipline di settore». È ribadendo questi valori che si deve rispondere a miserevoli espedienti come la s.c.i.a., alla sciatta deregulation di una Costituzione immaginaria scritta col cemento.

La Repubblica 20.07.10

L´assessore Bianchi sfida la Gelmini "2000 ricercatori o salta l´anno accademico", di Ilaria Venturi

«IL blocco della didattica annunciato dai ricercatori mi preoccupa molto. Come istituzione siamo interessati all´avvio regolare dei corsi. Ma il problema deve risolverlo la Gelmini. Per questo, con i rettori dell´Emilia Romagna, ho scritto al ministro. Avanzando tre proposte per non pregiudicare il prossimo anno accademico». Suona la sirena mentre Patrizio Bianchi parla dal suo ufficio, in viale Aldo Moro 38. Tutti fuori, lungo le scale, in pochi minuti. Falso allarme. Su una panchina, l´assessore regionale all´università cresciuto alla scuola di Romano Prodi, ex rettore di Ferrara, continua a parlare con passione, deciso a giocare un ruolo istituzionale di punta. E il suo pensiero non va solo ai ricercatori, che oggi si riuniranno in assemblea in Rettorato a Bologna (ore 15) per confermare la mobilitazione. Bianchi immagina cosa sarà l´istruzione universitaria in Emilia Romagna tra dieci anni, «non tra due mesi», ironizza pensando alle ultime riforme. Per questo sul tavolo della Conferenza tra Regione e Atenei dell´Emilia Romagna, che ora dirige al posto di Errani, ha aperto la partita più difficile: il futuro assetto del sistema universitario regionale. Partendo da un punto fermo: «No ai tagli».
Assessore Bianchi, quali sono le tre proposte inviate alla Gelmini da lei e dai rettori emiliani?
«Chiediamo, in accordo con la conferenza dei rettori, un piano straordinario che consenta la promozione ogni anno di almeno 2.000 ricercatori, sulla base di una valutazione; un fondo ministeriale di mobilità per permettere agli Atenei di effettuare chiamate dirette dalla lista nazionale degli idonei, altrimenti i soldi per chiamare docenti esterni non ci sono. E chiediamo meno vincoli per il turn over, per evitare il rischio di non avere più chi insegna e si occupa della gestione in università. Fuori dai tecnicismi? La posta in gioco è tra poter prendere un docente o tre».
Una risposta unitaria, quello che i ricercatori chiedevano.
«È un segnale importante, anche per le altre Regioni, che tiene conto del punto di vista dei ricercatori, a cui va tutto il nostro sostegno, e delle università che mentre mandano in pensione i professori non possono far entrare i giovani. Non staremo a guardare lo svuotamento dell´unico motore che potrà permettere al Paese di crescere e di uscire dalla crisi».
Vi state muovendo anche per un sistema universitario regionale sempre più integrato, come per il diritto allo studio?
«Non proponiamo l´università dell´Emilia Romagna, ma c´è la volontà dei quattro Atenei di essere complementari, nel rispetto delle autonomie, nell´offerta formativa e nei centri di ricerca. Saranno eliminati i doppioni, sarà una razionalizzazione che guarda allo sviluppo, non punitiva».
Qualche esempio?
«Nell´area sanitaria forse ci vorranno ben più di quattro corsi per infermieri, visto il fabbisogno, mentre magari le scuole per ortottisti o di grande specializzazione non dovranno essere necessariamente in tutti e quattro gli Atenei. L´ingegneria ha bisogno di specializzazioni forti, le lauree scientifiche vanno rilanciate. Altra ipotesi: abbiamo quattro facoltà di Economia, perché non indirizzare Modena verso il marketing, puntare sull´alimentare a Parma, sull´internazionalizzazione a Bologna e la gestione dei musei a Ferrara? La discussione è aperta».
Ma con i tagli previsti dalla Finanziaria gli Atenei non chiuderanno i bilanci nel 2011. Che fare?
«È un dramma. L´idea che ha questo governo di riforme fatte con il bastone non ci appartiene. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, ma non con questi tagli. Su questo il Governo deve fare un passo indietro».

La Repubblica/Bologna 20.07.10