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"La mucillaggine para-illegale", di Luigi Spaventa

Ha scritto Guido Tabellini, rettore dell´università Bocconi: “Accanto all´emergenza economica e all´urgenza di risanare la finanza pubblica, vi è oggi in Italia una terza gravissima emergenza: la diffusione di illegalità, corruzione, spregio per le leggi e le istituzioni pubbliche…Le tre emergenze sono collegate fra loro e si autoalimentano” (“Il Sole 24Ore” del 4 luglio). Verissimo. Le cronache di questi giorni – gocce in un vaso da tempo già pieno – inducono a completare questa analisi.
comportamenti illegali, in quanto tali sanzionabili, sono il prodotto di un ambiente intriso da una mucillagine pervasiva di comportamenti che si possono definire para-illegali: non necessariamente configurabili come reati, ma non meno dannosi alla crescita e alla stabilità del sistema.
La raccomandazione, la segnalazione, l´”intervento autorevole”, se andati a buon fine, non richiedono necessariamente la dazione immediata di un corrispettivo (con la possibile commissione di un reato) a chi ha concesso il favore; questi registra a futura memoria un credito verso chi ha chiesto il favore e, se persona diversa, verso chi ne ha beneficiato (do ut dabis). Questo reticolo di obbligazioni reciproche, se consentito, alimenta la sua stessa diffusione, poiché fa crescere la popolazione interessata e disposta alla ricezione e alla restituzione di favori. Ai nodi forti di quel reticolo si collocano gruppi di persone “che contano”: particolarmente potenti per l´ampiezza dei loro contatti e per la capacità di influenzare le altrui decisioni.
È forse ingenuo ritenere che quei gruppi si organizzino come associazioni segrete, dotate di simboli e di parole d´ordine. La loro forza consiste piuttosto nella consapevolezza che bisogna ottenerne l´assenso e sollecitarne l´aiuto per arrivare a certe mete; nella convinzione, forse esagerata, ma popolarmente diffusa, che “per andare avanti, per fare carriera bisogna conoscere le persone giuste” – giuste per capacità di maneggio e non certo per anelito di giustizia.
I guasti che un tale assetto mucillaginoso arreca allo sviluppo economico dovrebbero essere palesi. Vi sono anzitutto costi misurabili in termini di risorse male impiegate: sottratte al miglioramento dell´efficienza, sia delle imprese sia delle persone, e dunque a un aumento della produzione, per dedicarle invece alla coltivazione delle “persone giuste”, che possono condizionare la concessione di un permesso o una nomina. Il sistema produce poi esiti ancor più nocivi di selezione avversa, non essendovi una relazione fra capacità di inserimento nel reticolo dei rapporti di favore, da un lato, e efficienza e produttività, dall´altro: chi prevale non è necessariamente il migliore, né è sempre peggiore chi resta indietro. Questi costi sociali, di distrazione di risorse e di selezione avversa, elevati e in aumento, riducono la capacità di crescita del nostro paese.
Eppure proprio da noi, ma non altrove, si sostiene che non possa esservi censura sociale o politica, e neppure pubblicità, per atti e comportamenti di cui non si sia accertata, in via definitiva, la rilevanza penale. Anche i giudici, pur per motivi opposti, paiono adeguarsi a volte a questa dottrina, come avviene quando cercano di configurare come penalmente rilevante qualsivoglia comportamento socialmente dannoso (sovente regalando un´aureola di martirio quando segue un´assoluzione). La progressiva distruzione di capitale sociale a cui quei comportamenti concorrono, l´inquinamento ambientale prodotto dal reticolo mucillaginoso di resa e ricezione di favori producono effetti nefasti, documentati anche da una buona letteratura, ma non trovano rubrica nel codice penale.
In altri paesi la politica e la società sanno infliggere sanzioni, politiche e sociali, senza dover sempre cercare una via giudiziaria, perché riconoscono l´esistenza di illeciti politici e sociali, tali anche se non costituiscono reato in senso tecnico. L´irrogazione di quelle sanzioni poggia su una condivisione di valori e ha come strumento la trasparenza e l´informazione, che mobilita l´opinione pubblica. “Non vi è miglior disinfettante della luce del sole” diceva un grande giudice americano: ma pare che si pensi di toglierci anche quella.

La Repubblica 19.07.10

"Scuola, tagli al tempo pieno "cancellate" 138 prime classi", di Franco Vanni

La carenza di maestri elementari ha costretto il provveditorato a cancellare 138 prime classi di tempo pieno fra città e provincia, trasformate in tempo “normale”, con i ragazzini a scuola fino a mezzogiorno. In Lombardia gli insegnanti che mancano per formare le classi sono 2.233, da rimpiazzare se possibile con insegnanti precari. In altre regioni, invece, le maestre sono più numerose di quante ne servirebbero: da settembre 2.207 maestri, non avendo una classe in cui insegnare, saranno considerati “a disposizione” per attività di sostegno e altri progetti. In Campania i docenti in esubero, assunti e stipendiati, sono 847, in Sicilia 526, in Puglia 255. Questa disparità, che punisce Milano più di ogni altra città, è la conseguenza del (non) metodo con cui sono stati fatti i tagli di personale dalla riforma Gelmini. Il provveditore Giuliana Pupazzoni si augura che “il governo tenga conto di questa situazione poco omogenea, e trovi rimedi”.

Quest’anno, per la prima volta nella storia della scuola pubblica, il provveditorato non ha potuto assecondare le richieste delle famiglie sulla scuola dei loro figli. A Milano il tempo pieno è stato richiesto dal 98,7 per degli studenti che a settembre cominceranno la prima, ma il taglio di 481 maestri fra città e provincia ha negato una sezione di tempo pieno a molte scuole, ad alcune addirittura due: succede al centralissimo istituto di via Giusti come all’elementare di via Monte Piana e quella di via Zuara. Il direttore scolastico regionale Giuseppe Colosio va ripetendo che “in un periodo di ristrettezze economiche, i sacrifici sono inevitabili per tutti”. È un dato di fatto, e non riguarda solo la scuola. Ma come è possibile allora che altrove in Italia i provveditorati si debbano mettere d’impegno per trovare qualcosa da far fare a insegnanti che non hanno dove insegnare? La risposta è semplice: se in Lombardia mancano 2mila docenti e altrove ce ne sono 2mila in più, per le tabelle del ministero i conti tornano, la somma fa zero. La dinamica che ha generato questa disparità non è semplice né logica.

Anzitutto, la popolazione scolastica nel Nord Italia (in Lombardia in particolare) aumenta con l’immigrazione. Nelle regioni meridionali invece il numero degli studenti è in costante diminuzione, e per questo si formano meno classi. Gli insegnanti in esubero, però, non vengono trasferiti, ma restano assegnati alla propria provincia. Un altro elemento che ha contribuito a generare la disparità è il grande numero di insegnanti assunti al nord negli anni passati, che sono poi tornati a casa. La riforma Gelmini, infine, ha cancellato il “modulo”, quel modello didattico che alle elementari prevede il ritorno a scuola al pomeriggio per alcuni giorni alla settimana, con tre insegnanti che ruotano su due classi. Le sezioni che lo prevedevano sono passate a fare lezione solo al mattino, e la terza maestra “avanza”.

E qui viene il problema: in alcune regioni il modulo era richiesto da molte famiglie, e di conseguenza le maestre in avanzo sono tante. In Lombardia no: qui è il tempo pieno, con due insegnanti per classe, il modello più richiesto. E ora a rischio. Pippo Frisone, della Flc-Cgil, spiega: “I tagli assegnati a Milano e alla Lombardia sono stati il doppio dei pensionamenti, il che produrrà una diminuzione dell’occupazione e del precariato storico, oltre a disastrosi disagi per le famiglie”.

La speranza del provveditore Pupazzoni è che il ministero recuperi fondi necessari per garantire il tempo pieno a Milano. Nei prossimi giorni il direttore Colosio sarà a Roma, per incontrarsi con i suoi colleghi di tutta Italia e discutere di organici. Ma di buone notizie non ne sono attese. Rita Frigerio, di Cisl scuola, dice: “Bisogna trovare una soluzione che dia dignità alla scuola milanese. Presidi e insegnanti cercano di inventarsi modelli didattici compatibili con tutti i tagli di insegnanti fatti, ma la coperta è corta”.

La Repubblica/Milano 19.07.10

"All'Italia serve un risorgimento digitale", di Juan Carlos De Martin*

L’Italia sta affrontando in maniera clamorosamente inadeguata la più profonda trasformazione tecnologica e culturale dai tempi di Gutenberg, ovvero, la rivoluzione digitale. Su più livelli. I dati sono eloquenti (Istat e Eurostat, 2009): di venticinque Paesi dell’Unione Europea misurati dalle statistiche, l’Italia è ventiduesima per percentuale di famiglie con accesso a Internet da casa.

I primi della classe, ovvero il Nord Europa, hanno percentuali quasi doppie rispetto alle nostre (il 90% delle famiglie ha accesso Internet), ma anche Francia, Malta e Slovenia ci staccano nettamente. Peggio di noi solo Grecia, Portogallo, Romania e Bulgaria. Guardando al commercio, appena l’8% di italiani compra su Internet, contro il 45% di tedeschi e il 18% di polacchi. Uno stupefacente 41% di piemontesi non ha mai usato un computer – la stessa percentuale del distretto di Bucarest. E così via. Ma non sono solo le famiglie e i singoli ad essere indietro. L’Italia è anche ventesima (su 25) per spese in hardware, software e servizi relativamente al prodotto interno lordo; ciò significa che anche le imprese italiane adottano in media poche tecnologie digitali rispetto alle concorrenti europee, dato confermato anche da diversi altri indicatori relativi all’uso dei tali tecnologie nelle imprese. Infine la Pubblica Amministrazione: in questo ambito l’Italia si colloca sotto la media europea, anche se non di molto, ma con livelli medi di usabilità dei servizi e di monitoraggio della soddisfazione degli utenti molto bassi. Nelle scuole, poi, il numero medio di computer connessi a Internet per alunno è, secondo gli ultimi dati disponibili (2006), tra i più bassi dell’Unione Europea.

A questi dati, duri nella loro oggettività, si affianca qualcosa di più qualitativo, allo stesso tempo sia causa sia effetto dello scenario sopra tratteggiato, ovvero, uno scetticismo, se non una diffidenza, nei confronti di Internet molto più diffuso che in altri Paesi avanzati. Uno scetticismo generico e non ragionato, spesso condiviso da esponenti della classe dirigente, che produce un’evidenziazione sistematica degli aspetti negativi di Internet e un passare altrettanto sistematicamente sotto silenzio gli aspetti positivi, sia quelli già davanti ai nostri occhi sia quelli potenziali – i più sacrificati quando non si vogliano alzare gli occhi da terra.

Senza entrare in giudizi di merito, però, la rivoluzione Internet è tra noi – è un dato di fatto. E’ un cambiamento profondo che sta toccando – o si accinge a toccare – praticamente tutti gli aspetti della nostra vita, dal divertimento alla formazione, dalla comunicazione alla politica, dai diritti fondamentali delle persone alle prospettive economiche.

Possiamo snobisticamente ignorare questo dato di realtà, consolandoci – si fa per dire – con la straordinaria diffusione di telefoni cellulari o televisori nel nostro Paese, ma in tal caso è allora doveroso spiegare ai cittadini che così facendo la classe dirigente sta ipotecando un altro pezzo del nostro futuro. Saranno, infatti, altri i Paesi a godere appieno del vantaggio competitivo, economico e sociale, derivante da una rapida e ragionata adozione delle tecnologie digitali.

Oppure possiamo abbracciare il cambiamento e cercare di dargli la forma che più si adatta alle priorità e alle attitudini dell’Italia. In tal senso, si possono identificare tre principali pilastri per sostenere un potenziale risorgimento digitale italiano. Il primo pilastro è alzare il livello di scolarizzazione del Paese. E’ inutile, infatti, sperare di portare percentuali nord-europee di italiani su Internet in presenza di sacche di neo-analfabetismo che, come ricorda Tullio De Mauro, riguardano oltre un terzo della popolazione.

Il secondo pilastro è abbattere le barriere culturali ed economiche che privano di computer e di accesso a Internet una larga parte della popolazione, in particolare – come si evince dai dati Istat 2009 – le famiglie di lavoratori non qualificati e chi abita fuori dai centri urbani. Occorre, da una parte, far capire, con una sorta di «150 ore» del XXI secolo, quale risorsa possa rappresentare – per sé, per la propria attività e per i propri figli – un computer connesso a Internet in casa propria e, dall’altra, intervenire con incentivi economici efficaci per sostenere l’acquisto del computer e dell’accesso alla rete.

Il terzo pilastro è il superamento del cosiddetto «digital divide infrastrutturale», ovvero, gli ostacoli che trova chi vorrebbe connettersi alla rete, ma non può perché nel luogo in cui la persona (o l’azienda) si trova la rete semplicemente non c’è. Larga parte del territorio italiano, infatti, particolarmente quello al di fuori dei principali centri urbani, è connesso alla rete a banda larga poco o per niente. E’, quindi, urgente un serio programma di investimenti per portare la rete a tutti, possibilmente in fibra e altrimenti usando le frequenze lasciate libere dalla televisione analogica, potenziando nel contempo la diffusione dal basso delle reti Wi-Fi con l’abrogazione del cosiddetto decreto Pisanu.

Le tre azioni si dovrebbero mettere in campo simultaneamente. I risultati si vedrebbero nel giro di pochi anni, e permetterebbero all’Italia di uscire da un’arretratezza che pregiudica il nostro futuro, entrando nel gruppo di quei Paesi che l’onda del cambiamento la stanno imparando a cavalcare e a guidare.

*docente del Politecnico di Torino

La Stampa 19.07.10

Potrebbe essere un giorno decisivo per le sorti della riforma delle superiori

La camera di consiglio del Tar Lazio esamina oggi la documentazione prodotta dal Miur relativamente ai ricorsi presentati dalla Flc Cgil e da altre associazioni contro la circolare n. 37/2010 sugli organici. La precedente seduta del 5 luglio scorso era stata aggiornata per dar tempo (due settimane) al Miur di produrre una “documentata relazione che riferendo sui fatti di causa, controdeduca puntualmente sui motivi dedotti con il ricorso”.

Secondo i ricorrenti quella circolare che, come tutti gli anni, avrebbe dovuto accompagnare il decreto interministeriale sugli organici, quest’anno riportava soltanto le tabelle dei nuovi organici della scuola secondaria superiore riformata dal 1° settembre prossimo. Inoltre è stata emanata il 13 aprile 2010, in assenza dei regolamenti di attuazione della riforma, entrati in vigore a metà giugno.

da Tuttoscuola 19.07.10

Una circolare, dunque, priva di base normativa che la potesse legittimare, con la conseguenza, sostengono i ricorrenti, che non può produrre effetti, a cominciare dai trasferimenti del personale docente a della seguito della riduzione di posti.

Il Tar ha rinviato al 19 luglio ogni decisione per una eventuale ordinanza di sospensiva, ma oggi dovrà decidere se ritenere che gli atti amministrativi emanati in assenza del decreto siano da considerare validi o meno.

Negli ambienti ministeriali, dopo aver fornito la documentazione necessaria per attestare la regolarità delle procedure seguite, c’è la convinzione che tutto finirà in un nulla di fatto, ma non vi è dubbio che un’eventuale ordinanza di sospensiva produrrebbe effetti pesanti sul regolare avvio dell’anno scolastico nella secondaria riformata, anche se il Miur decidesse di impugnarla immediatamente davanti al Consiglio di Stato per vanificarne gli effetti.

Tagli, medici in sciopero: «Stiamo difendendo i diritti dei malati», di Bianca Di Giovanni

«Chiediamo scusa ai cittadini per i disagi, ma in gioco c’è il bene prezioso della sanità pubblica». Annuncia così lo sciopero di oggi il segretario nazionale della Fp Cgil medici, Massimo Cozza. Uno stop dal lavoro di 24 ore dei dirigenti medici, veterinari, sanitari e amministrativi, con tanto di sit-in davanti a Montecitorio a mezzogiorno. Vengono sospesi 40 mila interventi chirurgici, «saltano» migliaia di visite specialistiche e di prestazioni diagnostiche, paralizzata tutta l’attività veterinaria connessa al controllo degli alimenti. Ma l’urgenza resterà garantita. Alla protesta aderiscono tutte le sigle autonome del comparto, oltre alla Cgil Funzione Pubblica. Fanno eccezione Cisl e Uil, che evidentemente considerano accettabili i tagli previsti.

Con il governo c’è il solito botta e risposta. Davanti alle telecamere il titolare della Sanità ha buttato acqua sul fuoco. Ferruccio Fazio, ha ribadito che «non si prevede blocco del turn over nelle Regioni con i conti a posto e si pensa ai contratti a tempo per valorizzare il merito». I ricambi del personale verranno congelati, ha assicurato, «solo nelle quattro Regioni in profondo rosso». La manovra, ha sottolineato poi il ministro «non ha toccato la Sanità. Non ha previsto ticket e neppure tagli. Piuttosto si deve cercare di azzerare gli sprechi dove ancora esistono» anche perché «dove si spende di più, l’assistenza è peggiore».

Questa la difesa d’ufficio. Ma i numeri scritti nel decreto Tremonti sono tutti lì a dimostrare il contrario. Primo: il servizio sanitario viene tagliato di 418 milioni nel 2011 e l’anno dopo di un miliardo e 200 milioni. Secondo: il blocco del turn over è generalizzato. Allo stato non ci sono distinzioni tra «buoni» e «cattivi». Tale blocco determinerà nei prossimi 4 anni una carenza di circa 30mila medici e dirigenti sanitari necessari al funzionamento degli ospedali e dei servizi territoriali. A questo si aggiunge il licenziamento del 50% dei precari, oggi risorse fondamentali in servizi come il pronto soccorso o il centro trapianti. «Nessuna risposta è arrivata sulla precarizzazione di tutti gli incarichi professionali, che restano non rinnovabili a prescindere da merito e competenze – si legge in una nota delle organizzazioni sindacali – fatto che spalanca le porte all’invadenza della politica». Sul fronte economico, nessuno sblocco (pur concesso in parte ai professori e ai magistrati) sul congelamento della progressione economica prevista dal contratto. Si taglia anche sulla retribuzione dei turni notturni e festivi. Quanto ai giovani medici, non ottengono nessuna risposta su trattamenti economici e prospettive di carriera.

Sul fronte sindacale «la nostra protesta – spiega ancora Cozza – è per difendere chi crede nella sanità pubblica e chi quotidianamente opera in condizioni sempre più disagiate negli ospedali e nei servizi territoriali per garantire il diritto alla salute per tutti i cittadini». «La carenza di 30.000 medici nei prossimi 4 anni e il licenziamento della metà dei precari impegnati in attività fondamentali a partire dal Pronto Soccorso – sottolineano i sindacati delle professionalità del Ssn – si rifletterà in una caduta qualitativa e quantitativa delle prestazioni erogate, con le liste di attesa destinate a misurarsi in semestri». Dopo l’appoggio del Pd Ignazio Marino è arrivato anche quello dell’Idv. «Al ministro della Salute, Fazio – dichiara Maurizio Zipponi – vogliamo dire che anche l’IdV è contro gli sprechi, ma soprattutto contro le tangenti e contro gli infami che operano inutilmente e solo per speculazione personale».

Nel frattempo giungono cattive notizie dal fronte governativo. Il ministro Raffaele Fitto ribadisce che il passaggio alla Camera resterà blindato. Solo dopo ci sarà un «patto con le Regioni» per stabilire «modalità e contenuti» dei tagli, che solo in un biennio superano gli otto miliardi. Insomma: la stangata è garantita e ineludibile. Poi ci sarà solo da spartirsi i sacrifici.

L’Unità 19.07.10

«Verifichiamo insieme tagli e sprechi», intervista a Vasco Errani di Luca Cifoni

«Verifichiamo insieme la ripartizione dei tagli anche alla luce delle manovre precedenti; e per combattere gli sprechi verifichiamo i costi di funzionamento di tutta la pubblica amministrazione, partendo dalle varie società partecipate». Vasco Errani, presidente dell’Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni, rilancia la palla al governo e torna a sollecitare la ricerca di un’intesa sui tagli della manovra, dopo la dura contrapposizione delle scorse settimane.
Le Regioni avevano minacciato di rispedire al governo le deleghe sulle materie “tagliate”. Poi è cambiato qualcosa?
«No. Abbiamo semplicemente preso atto che anche alla Camera è stata posta la fiducia, e abbiamo accantonato questa proposta, che comunque è stata una provocazione utile. Ma ripetiamo quello che abbiamo sempre detto. Cioè che la manovra è insostenibile, perché riduce i servizi a cittadini e imprese, e che serve invece una leale collaborazione tra i vari livelli istituzionali. Noi vogliamo discutere: i tagli oltre ad essere squilibrati mettono obiettivamente a rischio il federalismo fiscale. Detto questo, le decurtazioni dei trasferimenti scatteranno dal primo gennaio 2011 e da qui alla Finanziaria noi continueremo a lavorare per convincere il governo a rivedere i saldi che riguardano le Regioni, lasciando intatti quelli complessivi della manovra».
Sembra però che si sia aperta qualche crepa al vostro interno, con le Regioni guidate dai leghisti e con quelle in deficit sanitario.
«Ma con i presidenti leghisti ci siamo trovati d’accordo sul fatto che la manovra è insostenibile, anche se si è valutato di non chiedere più il ritiro delle deleghe; mentre sui problemi delle Regioni sottoposte a piano di rientro noi vogliamo lavorare, nell’ambito però della Conferenza, non con tavoli separati».
Perché il federalismo è a rischio?
«Perché questa riforma, che noi abbiamo fortemente voluto, prevede che il federalismo si faccio a costo zero. E invece ora si tagliano proprio i trasferimenti che avrebbero dovuto essere “fiscalizzati”. Non vorrei che con questo ragionamento si andassero poi a risparmiare 4 miliardi sulla sanità anticipando il decreto sui costi standard».
Che c’è di male a risparmiare sulla sanità?
«Risparmiare è giusto ma questo tema non può essere affrontato solo in chiave ragioneristica. Oltre a individuare i giusti costi delle prestazioni vanno individuati i livelli delle prestazioni. Perché i Lea, i livelli essenziali di assistenza, sono ancora bloccati al ministero dell’Economia pur essendo già stati concordati tra Regioni e ministero della Salute? Eppure questa dei Lea è l’altra gamba dei costi standard.
Torniamo alla manovra. Se si riaprisse il confronto quale potrebbe essere il punto di equilibrio? Si è parlato di uno “sconto” di un miliardo.
«Quando sono girate cifre, noi abbiamo sempre detto ai nostri interlocutori: fate una proposta concreta, che non ci è mai stata fatta. Credo che questa sia una dimostrazione di serietà da parte nostra. Continuiamo a chiedere al governo un tavolo per capire e condividere i riferimenti finanziari. Siamo pronti a fare una verifica anche contando tutto l’ultimo biennio, compreso l’effetto del decreto 112, per vedere come sono stati ripartiti i tagli tra i diversi livelli istituzionali. E si vedrà che la nostra quota va rivista. Il ministro dell’Economia ha detto che l’austerità riguarda tutti. Sono pienamente d’accordo, deve riguardare tutti, anche le amministrazioni centrali. Ricordo che negli ultimi tre anni noi abbiamo contribuito a ridurre il debito pubblico del 6 per cento, mentre per la quota dello Stato centrale c’è stato un aumento del 10».
Però le Regioni non sono immuni da sprechi. L’unica intesa con il governo riguarda una commissione per verificarli.
«È una proposta che ho avanzato io, la rivendico. Se si sgombra il campo dall’uso scorretto delle cifre, se si rinuncia alla propaganda sui dati, noi siamo pronti. Esaminiamo tutti i costi e prevediamo un meccanismo premiale per i comportamenti virtuosi. Iniziamo dal ruolo delle società partecipate e dei vari enti, dalle amministrazioni centrali fino alle Regioni e ai Comuni».

Il Messaggero 18.07.10

Bersani: «L’immagine dell’Italia: corruzione e crisi sociale», di Simone Collini

Che ci sia un problema di corruzione, oltre che sociale, che si sia aperta una questione di legalità e mancato rispetto delle regole, lo vedono bene gli italiani. E non solo gli italiani». Pier Luigi Bersani parla poche ore prima di imbarcarsi sull’aereo che dagli Stati Uniti lo riporta in Italia. Questa settimana di incontri e colloqui tra Washington e New York è stata caratterizzata qui da noi dall’uscita di notizie su loschi affari e nuove logge segrete, in cui i nomi dei faccendieri sono affiancati da quelli di esponenti del Pdl. E il segretario del Pd ha toccato con mano la «preoccupazione» che anche oltreoceano desta «l’instabilità italiana». Un’instabilità a cui si aggiungono anche evidenti «meccanismi di controllo dell’informazione» e pratiche tese a «deformare il sistema democratico».

«È inutile che Berlusconi dica che godiamo di una buona immagine all’estero», dice Bersani dopo aver incontrato membri del Dipartimento di Stato, del Congresso Usa, dell’Onu, sindacalisti, economisti. «Semplicemente, non risulta. L’Italia in questo momento viene guardata con un misto di apprensione e incredulità. In molti colloqui mi sono state rivolte le stesse domande. Cosa succede? E come è possibile?». Intercettazioni, arresti, dimissioni non trovano spazio sulle pagine dei quotidiani statunitensi, ma nei rapporti riservati che l’ambasciata di Via Veneto spedisce al Dipartimento di Stato Usa la situazione che sta attraversando l’Italia viene spiegata nei dettagli. Così anche una personalità come Phil Gordon, del Bureau per gli affari europei ed eurasiatici, ha rivolto domande a Bersani sulle possibili conseguenze degli ultimi avvenimenti. «Pur in un quadro di diplomazia nei rapporti – racconta il leader del Pd – si capisce che da queste parti il nostro premier non gode di grande stima». Non è solo questione delle ultime ore, perché a non mettere in buona luce Berlusconi, oltreoceano, c’è quella che Bersani definisce una politica estera fatta di «relazioni privilegiate e rapporti speciali». La situazione è però ora aggravata dagli scandali e da una legge sulle intercettazioni che per gli americani mette a rischio il successo di molte indagini anche internazionali (come già dichiarato dal sottosegretario del dipartimento Giustizia Usa Lanny Brauer) e fa diminuire ancora di più il livello di libertà di stampa in Italia. Bersani racconta della visita al Newsmuseum di Washington, il museo dell’informazione in cui è presente anche una cartina del mondo su cui le nazioni sono colorate a seconda del grado di libertà di stampa. «L’Italia è gialla, parzialmente libera, unico paese europeo, mentre è allo stesso livello di Tailandia, Colombia, Kenya, Nigeria». Il modo in cui viene trattata da noi l’informazione, racconta, «qui non piace a nessuno, che si tratti di liberal o di conservatori».

Così come non piace a nessuno il modo in cui il governo italiano sta venendo meno agli accordi internazionali per i paesi in via di sviluppo: «Il fatto che non stiamo pagando patti che abbiamo sottoscritto ci fa perdere posizione anche in partite delicate che stavamo conducendo, compreso il rinnovo del Consiglio di sicurezza dell’Onu». Una situazione che metterà sempre più l’Italia «ai margini», quando invece dovrebbe «giocare più seriamente un ruolo» per favorire l’integrazione europea, o per affrontare in modo diverso il protrarsi del conflitto in Afghanistan.
Al presidente della commissione Affari esteri del Senato John Kerry, al presidente del Comitato economico e sociale dell’Onu Hamidon Aly, così come agli esponenti della comunità italoamericana incontrata a Brooklyn Bersani l’ha detto che «la situazione politica in Italia si sta complicando». Ma, racconta, a tutti loro ha anche assicurato che questa fase non durerà a lungo: «Non c’è solo l’Italia di Berlusconi»

L’Unità 18.07.10