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"Ghe pensi mi? No, l'Umberto", di Miguel Gotor

«Ghe pensi mì»: al rientro dal suo viaggio a Panama, Berlusconi si è espresso in dialetto milanese per raccogliere le energie necessarie a fronteggiare una crisi di appannamento della sua lecmmagini propri della mitologia leghista più tradizionale, si è detto convinto che il presidente del Consiglio «se la caverà» perché una di queste mattine, novello Alberto da Giussano, «si alzerà , scoprirà che la spada è ancora affilata e la userà per fare la guerra». Staremo a vedere, ma intanto lo scambio di amorosi sensi fra i due grandi lombardi della politica italiana – l’imprenditore brianzolo che si è fatto da sé e l’uomo del popolo con in testa un’idea meravigliosa – rivela una nuda e cruda verità: la Lega, ogni giorno che passa, ha sempre di più in tasca la golden share del governo. Eppure, al di là delle battute in dialetto e delle strizzatine d’occhio gergali, la situazione del governo è più difficile di quello che sembra.
In primo luogo, perché è del tutto chiaro che il giorno in cui Berlusconi deciderà di usare la spada, lo farà per tagliare il nodo gordiano del suo rapporto con Fini, sempre più sfilacciato. Nel giro di due mesi sono caduti come birilli Scajola, Brancher, Cosentino e vacilla Verdini per la semplice ragione che Berlusconi ha temuto di non avere la sufficiente maggioranza per superare lo scoglio di una mozione di sfiducia dell’opposizione contro di loro.
Anche per il partito di Bossi le difficoltà stanno proprio in questo passaggio di fase che certo disorienta il suo elettorato poco incline a tollerare freni all’azione di governo causati da problemi giudiziari, malaffare diffuso e uno stadio di rissa permanente dentro il Pdl.
Ma c’è poco da fare: il blocco di potere del centro-destra si è retto per anni grazie alle capacità di sintesi di Berlusconi, aiutato dalle doti di mediazione di Letta, che gli hanno consentito di proporsi come fulcro necessario di un’alleanza difficile tra i ceti produttivi del nord leghista e il tradizionale elettorato amministrativo della destra meridionale, riuscendo a tenere insieme Tremonti e Fini, i fermenti separatisti e l’idea di nazione. Da ormai un anno, però, ha iniziato a scricchiolare la gamba destra del tavolo, quella finiana, che dunque traballa pericolosamente alla ricerca di nuovi assetti. Sotto questo profilo è stato da manuale il breve giro di valzer dell’offerta di Berlusconi a Casini di rientrare nella partita di governo con il ruolo di zeppa o cuneo che dir si voglia. Il diniego del leader dell’Udc, che ha fatto la mossa di proporre un governo di larghe intese sempre diretto da Berlusconi e dunque irricevibile dal Pd, ha di poco anticipato il perentorio stop della Lega a simili giochini di mezza estate molto, forse troppo, “romani”.
Sullo sfondo, questa sì a pesare come una spada di Damocle sulla tenuta del governo, c’è la questione del federalismo e la difficoltà di attuarlo in un quadro di crisi economica duraturo e senza una ponderazione effettiva dei costi. Da questo punto di vista Bossi ha incassato un chiaro successo dal momento che i governatori non hanno restituito le loro deleghe come avevano minacciato, davanti a una finanziaria che impone tagli di bilancio draconiani, in particolare alla Lombardia di Formigoni, leader temuto dal Carroccio e sempre più inquieto. Si è trattata di un’indubbia vittoria dei giovani governatori leghisti Cota e Zaia che, con consumata esperienza democristiana, hanno minimizzato e incassato.
D’altronde, sempre in questi giorni, la Lega sta mostrando il suo volto più provinciale e gretto con l’annosa vicenda delle quote latte e il rifiuto di pagare all’Europa le multe dovute per quanti non hanno rispettato il regime produttivo pattuito. La conseguenza è semplice: quando scatterà l’inevitabile procedura di infrazione europea tutti i cittadini italiani saranno costretti a pagare di tasca propria l’illegalità degli allevatori del lombardo-veneto. Certo, con le multe e il rispetto della regole la Lega deve avere qualche problemino: ad esempio, il presidente del partito Angelo Alessandri si rifiuta di pagare le contravvenzioni accumulate con la sua auto blu; ben settanta multe fra il 2008 e il 2009 per una spesa di quasi tremila euro attaccandosi alla norma per cui quelle auto non sono soggette ai limiti di velocità uguali per tutti durante l’esercizio delle proprie funzioni istituzionali o per ragioni di sicurezza. A quanto pare, nel suo caso, anche per normali divieti di sosta.
L’atteggiamento della Lega è tollerato dal governo perché Berlusconi sa bene che la tenuta della sua maggioranza dipenderà dal modo in cui Tremonti sarà in grado di garantire le risorse necessarie ad avviare la riforma federale. Forse non è un caso che la Lega sia attualmente il più vecchio partito italiano presente in Parlamento: sempre più il suo ruolo assomiglia a quello di Craxi ai tempi della prima Repubblica che si mostrò capace di sfruttare al massimo la sua “rendita di posizione” e “potere di interdizione”, pur rappresentando una forza elettorale media. Come è noto, egli si fregiò del soprannome di Ghino di Tacco, dal nome del brigante medievale che, dalla Rocca di Radicofani, assaliva i viandanti della via Francigena, l’unica arteria di comunicazione tra Firenze e Roma. Oggi lo scenario si ripete più al nord, si direbbe all’inedito grido di “Padania ladrona”.

Il Sole 24 Ore 18.07.10

Il Parlamento ascolti la voce dei ricercatori

Il Forum Università, Saperi e Ricerca del Partito Democratico incontra l’università della capitale. Carrozza: “Gli atenei senza fondi non riescono a programmare le attività”. Meloni: “Riforme, non tagli, per premiare merito ed efficienza”.
Ricercatori, professori e studenti a confronto nell’incontro promosso ieri dal Forum Università, Saperi e Ricerca del Partito Democratico. La discussione, introdotta da un intervento di Maria Chiara Carrozza, presidente del Forum, si è incentrata anzitutto sulla condizione degli atenei italiani: il mancato ripristino delle risorse minime necessarie per assicurare il loro funzionamento e l’incapacità del governo di affrontare la situazione dei ricercatori, stanno conducendo, infatti, in molti casi all’impossibilità di formulare l’offerta didattica per il prossimo anno accademico. Studenti e famiglie rischiano di non poter fare una scelta decisiva per il loro futuro.

In questo contesto, la manovra del governo rappresenta un ulteriore colpo all’università e alla ricerca italiana: il Partito Democratico conferma il suo giudizio totalmente negativo sul comportamento della maggioranza, che non ha preso in considerazione le proposte di rifinanziare le università, di evitare un’ulteriore riduzione delle risorse per gli enti di ricerca, di colpire migliaia di ricercatori, già costretti a sopportare una condizione di insopportabile precarietà e che ora rischiano di perdere il loro lavoro, di evitare che i blocchi stipendiali gravassero soprattutto sui giovani.

Il Forum ha espresso pieno sostegno alla protesta dei ricercatori: la loro voce sta, infatti, contribuendo in modo decisivo a portare all’attenzione dell’opinione pubblica la condizione di abbandono dell’università da parte del governo.

Una legge di riforma è certamente necessaria, ma nella versione approvata dalla Commissione Istruzione del Senato, è carente e inadeguata. Nessun progetto e nessuna risposta per gli studenti, nessuna riforma dei meccanismi di ripartizione delle risorse, un disegno che, anziché rafforzare l’autonomia responsabile, reintroduce una burocratizzazione centralistica, in assoluta controtendenza con l’evoluzione dei sistemi universitari e del nostro stesso ordinamento statuale. Il ddl Gelmini si ostina a mantenere un enorme precariato intellettuale, che deve invece essere del tutto superato, per dare ai giovani diritti, regole certe e libertà di ricerca. E, dopo i tagli di questi anni, nessuna risorsa, con gli atenei che ancora non si vedono assegnati i fondi ordinari per il 2010, e che in queste condizioni nel 2011 non saranno in grado di garantire neppure il pagamento degli stipendi.

Nel concludere i lavori, Marco Meloni, responsabile Università e ricerca della segreteria, ha ribadito che il PD è convinto che il sistema universitario abbia urgente bisogno di un intervento di riforma. Di radicali cambiamenti, ma non di un provvedimento di questa natura, che in realtà non cambia nulla. Un intervento straordinario che nei prossimi anni apra ampi spazi di accesso alla carriera di professore ai ricercatori, sia strutturati che precari, con l’attivazione di adeguati meccanismi concorsuali, l’abolizione dei blocchi del turn-over e l’utilizzo integrale delle risorse derivanti dall’adeguamento dell’età di pensionamento dei docenti agli standard europei per nuovi concorsi, è il punto di partenza. Occorre poi intervenire sulla condizione degli studenti e sul’accesso e nella progressione delle carriere, con l’introduzione di un ruolo unico articolato in livelli. Le risorse devono essere assegnate progressivamente alla valutazione di ricerca e didattica, con criteri trasparenti che incentivino comportamenti virtuosi ed efficienza e garantiscano la coesione territoriale del Paese.

Il passaggio in Aula al Senato del ddl Gelmini è l’occasione per valutare se l’Italia investe nell’università, nella ricerca e nel futuro dei suoi giovani. Il governo una risposta l’ha già data. Speriamo che il Parlamento sia più lungimirante e sappia raccogliere la protesta ferma, dignitosa e ancorata a molte proposte concrete, che viene in queste ore dalle università italiane.

"Sfregiate le statue di Falcone e Borsellino", di Romina Marceca

Palermo, domani i 18 anni dalla strage di via D´Amelio. Napolitano: profondamente indignato. Condanna da tutte le forze politiche: atto vile, stupido, volgare e violento Nessuno ha visto.
Doveva essere il giorno in cui il popolo dell´antimafia dava inizio alle manifestazioni per ricordare la strage di via D´Amelio. E invece è stato un altro giorno buio in cui Palermo è tornata a fare i conti con la rimozione dei suoi simboli.
Lo sconcerto è piombato in strada con la profanazione delle statue in gesso di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Due creazioni esposte da meno di 24 ore in viale della Libertà e distrutte da chi ha agito in pieno giorno e nel centro città noncurante dei numerosi passanti. Lo sdegno è stato ancora più grande quando si è appreso che nessuno si è presentato ai carabinieri per contribuire alle indagini.
«Profonda indignazione» è stata espressa dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
«C´è a Palermo chi ha paura perfino di due statue – tuona Rita Borsellino, l´eurodeputata sorella del giudice ucciso – e ci sono palermitani che ancora non hanno il dono della parola».
La profanazione delle due statue è stata condannata come «atto vile, stupido, volgare e violento» dal mondo politico, da quello dell´associazionismo e dai cittadini. Era già successo per l´albero Falcone, saccheggiato ad aprile da una barbona.
Ad entrare in azione, stavolta, è stata senza dubbio una gang. Le due statue pesano oltre cento chili l´una ed erano incardinate su alcuni supporti in ferro. Anche la targa che riportava una frase e la firma dello scultore che ha ideato l´installazione, Tommaso Domina, è stata danneggiata e divelta. I carabinieri del reparto scientifico hanno rilevato diverse impronte e hanno sequestrato le immagini dei sistemi di videosorveglianza dei negozi della zona.
Nel pomeriggio la reazione all´atto vandalico. Tommaso Domina è sceso in strada, tra le ali di turisti, cittadini e il popolo delle agende rosse, e ha iniziato a lavorare alla ricostruzione delle sculture. «Le riporterò come nuove, non mi arrendo», ha detto lo scultore. Accanto a lui Rita Borsellino: «Faremo una colletta per fonderle in bronzo. Così nessuno potrà più distruggerle». Un impegno sottoscritto da Martin Schulz, presidente dell´Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici al Parlamento europeo, anche lui ieri in viale della Libertà.
La prima delle tre giornate dedicate al ricordo della strage del 1992 si era aperta con un presidio del “popolo delle agende rosse” davanti al palazzo di giustizia dove era in corso l´assemblea promossa dall´Associazione nazionale magistrati. Una celebrazione all´insegna degli interrogativi aperti sui mandanti dell´eccidio e sul depistaggio che emerge dagli ultimi atti dell´inchiesta di Caltanissetta. «Via D´Amelio è un luogo sacro e impediremo a chi è indegno di essere lì», ha detto Salvatore Borsellino intervenendo nell´aula magna. Un chiaro riferimento alle responsabilità istituzionali nella strage. «Ci si sta avvicinando alla verità. E i magistrati che lavorano, più si avvicinano e più rischiano – ha concluso Borsellino – Via D´Amelio non è stata una strage di mafia ma una strage di Stato».
Tra gli applausi, ieri al palazzo di giustizia, affollato da molti cittadini ma da pochi magistrati, ha preso la parola anche il sostituto procuratore della Dda Nino Di Matteo, presidente distrettuale dell´Anm: «Abbiamo bisogno del coraggio di Paolo Borsellino, del suo rifuggire da comportamenti diplomatici. Dobbiamo trovare la forza di resistere all´evidente tentativo di ridimensionamento della nostra categoria che proviene da una parte preponderante della classe politica del nostro Paese».

La Repubblica 18.07.10

"L'Università protesta contro la Gelmini ma Berlusconi va all'Ateneo di Mr Cepu", di Maristella Iervasi

La e-mail è arrivata in queste ore agli oltre 3mila iscritti all’Ateneo telematico eCampus. Agli studenti ha scritto il rettore Lanfranco Rosati in persona. Lunedì mattina, il premier Silvio Berlusconi, visiterà privatamente il campus di Novedrate, in Brianza alle porte di Como, e «parlerà con studenti e docenti». Un evento – sottolinea Rosati ad ogni studente telematico – «che arriccherà la tua esperienza formativa». Come dire, da non perdere. Tant’è che subito dopo l’e-mail precisa quanto segue: comfermare la presenza via posta elettronica o telefonincamente e contiene persino un tassativo consiglio su come vestirsi per incontrare il premier: «Siete invitati ad indossare l’abbigliamento informale».

Roba da non crederci. Proprio mentre tutti gli Atenei d’Italia – dalla Sapienza di Roma all’Università di Cagliari – sono in mobilitazione contro il ddl Gelmini e i tagli previsti all’istruzione dalla Finanziaria di Tremonti che mette letteralemnte in ginocchio le università e la ricerca, il Cavaliere sceglie di far “visita” all’Ateneo di Mr.Cepu, Francesco Polidori.

L’idea di entrare in un “caldo” Ateneo in fermento, com’è per l’appunto La Sapienza, neppure ha sfiorato Berlusconi. Forse il nostro Presidente del Consiglio neppure si è accorto dell’eclatante protesta in atto: interrogazioni a lume di candela e blocco degli esami. E non finisce qui. Berlusconi entra nel campus di Novedrate proprio nella settimana «calda» per l’università italiana. La contestatissima riforma del sistema accademico, voluta dal minsitro unico dell’Istruzione Mariastella Gelmini, dovrebbe approdare in Senato.

La Gelmini tace, come al solito. Parla invece il blog del mensile Campus (che con l’università del fondatore di Cepu ha solo in comune il nome differenziato da una semplice vocale). Con un articolo in evidenza sul sito, il direttore Giampaolo Cerri «sconsiglia» al premier la visita all’università telematica. «Presidente, chi glielo fa fare di andare a Novedrate?». E non ha tutti i torti. Ma forse è utile fare un po’ di storia.

L’Ateneo eCampus è stato autorizzato con decreto nel 2006 dall’allora ministro Letizia Moratti. E’ l’unica università telematica autorizzata con il parere contrario del Consiglio universitario nazionale (Cun) e dal Comitato nazionale per la valutazione (Cnvu). Non solo. L’ultima severa mozione risale a poche settimane fa. Il Cun ha segnalato alla Gelmini molte incongruenze sul funzionamento delle università telematiche in Italia. Gli esperti del Cnvu sono attesi entro l’anno a Novedrate proprio per verificare la rispondezza dell’offerta didattica con gli standard di legge. Ma il ministro tace, preferisce ripetere la solita litania sul merito e dare addosso ai prof: «Vadano in pensione prima». piuttosto che prendere provvedimenti.

Il mensile diretto da Cerri, in una lunga e articolata inchiesta ha dimostrato che questo ateneo telematico è parte integrante del gruppo Cepu. E nel suo editoriale – in cui invita Berlusconi a sospendere la visita – si sottolinea che «l’intricatissimo sistema societario di eCampus è oggi riconducibile a una fiduciaria lussemburghese, Jmd International Sa, di cui non è chiara la proprietà. In più nelle agenzie Cepu – scrive Cerri -, dove si propone l’iscrizione ai corsi di laurea ecampus, che rilasciano titoli con valore legale, si offrono anche lauree della libera università di Herisau, più volte inserita nella lista nera dei
titoli falsi dal ministero dell’Università». Possibile che la Gelmini non sappia niente di tutto questo?

L’Unità 18.07.10

"Perché non esiste l'opinione pubblica unica", di Ilvo Diamanti

Difficile trovare un´altra epoca nella quale il richiamo al popolo sia risuonato così ossessivo e insistente. Quasi come un rap. Nelle varianti più diverse. La più frequente evoca la “volontà degli elettori”.
Contro cui congiurerebbe la Sinistra, insieme ai suoi complici e alleati. I magistrati, in testa. E, naturalmente, i giornalisti. Le testate della stampa e della tivù che continuano a fare – seriamente – il loro mestiere. Tradotto, nel linguaggio del premier: gettano fango per “ribaltare il voto”. Lo stesso argomento usato dalla Lega contro un´altra Magistratura, il Tar del Piemonte, che ha imposto il riconteggio di 15 mila schede delle ultime elezioni regionali. Che rischiano, così, di essere ripetute. Qui non sono le specifiche vicende, a interessarci. La P3 o la verifica del risultato in Piemonte. Ma, appunto, l´argomento usato. Il tradimento del popolo e degli elettori. Seppure non sia facile capire come potrebbero, la sinistra, i giudici e i giornalisti, impedire al governo di governare. Questione di numeri, visto che nessun governo del dopoguerra ha potuto disporre di una maggioranza tanto ampia. Sulla carta. Perché, alla prova dei fatti, è disomogenea e divisa. Gli alleati poco alleati. Il PdL frazionato e rissoso al suo interno. Ma a questo il premier penserà in agosto. Quando si dedicherà a “rimettere a posto il partito”. Il problema è un altro. Il “fango”, che sporca la credibilità e l´immagine del premier e del governo. Narra una storia diversa da quella ufficiale. Logora il clima d´opinione, come sottolineano i sondaggi. Oggi poco favorevoli al premier, al governo e al suo partito. Il cui gradimento ha toccato i livelli minimi dal 2008. A causa delle pessime condizioni dell´economia e di una finanziaria difficile. Terreno di scontro, anzitutto dentro il governo e la maggioranza. A causa della percezione, diffusa, che questo governo non governi. E che, soprattutto, sia fisiologicamente viziato dal malaffare. Un governo a più livelli. Quello ufficiale non decide, perché le decisioni si prendono altrove, in cerchie segrete, in zone opache. Così, ha osservato Ezio Mauro, il governo appare una sorta di “vascello fantasma”, da cui vengono gettati i corpi dei malati incurabili. I ministri toccati dal male della corruzione. Indifendibili anzitutto perché potrebbero contaminare l´intera nave. Trasmetterle il male oscuro e irrimediabile, per la politica. La “delegittimazione”. In una sola parola: potrebbero modificare l´Opinione Pubblica. Che oggi appare la vera sovrana. Sostituto dell´elettorato. Equivalente del Popolo. In fondo, alla stessa Lega l´inchiesta piemontese dispiace non solo perché ne mette in discussione la vittoria alle regionali. Ma perché rammenta che si è trattato di un successo incerto, avvenuto per pochi voti, pochi decimali. E rende arduo sostenere l´esistenza di “un” Popolo padano, se perfino in Piemonte ha vinto grazie ai voti di due liste ipotetiche.
Il fatto è che l´Opinione Pubblica Sovrana, per essere tale, non può essere “plurale”. È un plebiscito che si celebra ogni giorno, a colpi di sondaggi amplificati dai media, celebrati da giornalisti, certificati da pollster e specialisti. Non uno strumento per capire e orientarsi. Ma una rappresentazione della volontà popolare. Dove la maggioranza (anche molto relativa) di un campione, costituito da 1000 oppure 800 casi, rappresenta “gli italiani”. Tutti. Cioè: il popolo. Così, la diffusa sensazione di un governo che non governa, dove molti, a partire dal premier, si fanno i fatti propri piuttosto che quelli dei cittadini, non compromette solo il clima d´opinione. Ma, soprattutto: ri-disegna l´Opinione Pubblica. Per definizione: unica. Sovrana. Così, per questa sola ragione, potrebbe “cambiare il risultato delle urne”. Senza neppure bisogno di votare. Di fatto. Perché nel nostro tempo si vota una tantum, mentre i sondaggi – che fabbricano l´Opinione Pubblica Sovrana – si realizzano ogni giorno.
Per questo, nonostante una maggioranza parlamentare schiacciante e un esteso controllo sull´economia, sulle istituzioni centrali e locali, oltre che sull´informazione, il governo guidato da Berlusconi appare così debole e vulnerabile. Così insofferente verso gli “altri poteri” che fondano la democrazia. Per quanto costretti in spazi ridotti e limitati. Lui, il depositario principale e, forse, unico dell´Opinione Pubblica Sovrana.
Il che ci spinge a (ri)proporre alcuni avvertimenti, magari scontati, ma che non è inutile ripetere.
L´Opinione Pubblica Unica non esiste. Sicuramente non la misurano i sondaggi (strumenti imperfetti che rilevano “opinioni”). I quali, però, possono essere usati per “costruirla”, soprattutto con l´appoggio dei media.
Per questo, fra i poteri da equilibrare, oggi, Montesquieu inserirebbe sicuramente il sistema dell´opinione pubblica – media, sondaggi, comunicazione. E dubitiamo che apprezzerebbe il grado di concentrazione esercitato in Italia dal Cavaliere. Premier, leader del partito di maggioranza, proprietario del maggiore gruppo mediatico privato e attore influente di quello pubblico.
Tuttavia, il campo dell´opinione pubblica è ampio e diversificato. Gli attori che vi partecipano – e lo possono influenzare – sono molti. Non solo politici e partiti. Ma giornalisti, movimenti, associazioni, comitati, blogger. Intellettuali e specialisti. I magistrati, ovviamente (Pizzorno li definì “garanti della pubblica virtù”). Attraverso vecchi e nuovi media. Giornali, televisioni, internet. Che nessuno è in grado di controllare fino in fondo. È questo il principale anticorpo di cui disponga la democrazia (dell´opinione).
Perché l´opinione pubblica in cui noi crediamo è lo spazio che rende “pubblico” il confronto sulle decisioni di “interesse pubblico”. Uno spazio di partecipazione e di controllo aperto a tutti. Dove nulla è dato per scontato. Dove possibile discutere tutto. E tutti.
A partire da noi stessi.

La Repubblica 18.07.10

"Bene la Gelmini quando ci copia, ora ci segua anche su ricercatori, studenti e risorse", di Marco Meloni

Il fatto che, seppure con qualche mese di ritardo, il ministro Gelmini riprenda la proposta del Partito Democratico sul ricambio generazionale nell’università che il governo aveva bocciato in commissione al Senato, è positivo. Viceversa sono del tutto fuori luogo le sue polemiche sulle civilissime forme di protesta dei ricercatori, che si stanno limitando a svolgere i compiti previsti per loro dalle norme vigenti. Il danno agli studenti lo fa la sua proposta di legge che non prevede nessuna risorsa per promuovere il diritto allo studio dei meritevoli ancorché privi di mezzi, come afferma la Costituzione. Al governo e alla maggioranza diamo un consiglio: leggano le nostre proposte su studenti, ricercatori e risorse, abbiano l’umiltà di tornare sui loro passi e di accoglierle, così da modificare in modo significativo una legge finora pessima.

In effetti, nell’intervista rilasciata oggi al Corriere della Sera la Gelmini riprende integralmente la nostra proposta di adeguare al resto d’Europa l’età di pensionamento dei docenti universitari, utilizzando tutte le risorse liberate per assumere nuovi docenti e consentendo alle università di fruire delle attività di ricerca e didattica dei docenti attivi con specifici contratti. Il fatto è apprezzabile, ma da sola questa proposta serve a poco.

Per fare di questa legge un provvedimento che parli ai giovani e al futuro del Paese è necessario intervenire almeno su tre questioni: ricercatori e carriera, studenti e risorse. La proposta della Gelmini condannava i ricercatori a un ruolo ad esaurimento senza alcuna prospettiva, mentre occorre aprire una stagione di concorsi che dia a tutti, gli strutturati e i precari, la possibilità di misurarsi per accedere al ruolo unico di docenza che il PD propone. Nessuna sanatoria, ma spazi per chi lo merita in tempi molto rapidi. E aboliamo una volta per tutte il precariato intellettuale, col contratto unico formativo di ricerca.

Infine la questione centrale, senza la quale qualsiasi riforma è carta straccia: le risorse. Risorse per il diritto allo studio e l’edilizia universitaria. E finanziamento del sistema, per il quale spendiamo poco più della metà della media dei paesi europei e che invece il governo ha sottoposto a un taglio del 20% in tre anni. Con la conseguenza che le università tra pochi mesi non avranno le risorse neppure per pagare gli stipendi. Come ha affermato di recente il presidente Napolitano, riforma e risorse adeguate per università e ricerca sono due facce della stessa medaglia. Finora il governo ha detto costantemente no, introducendo anzi nuovi tagli nella manovra. Speriamo che anche su questo punto abbia l’umiltà e il buon senso di cambiare la sua posizione.

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Meloni ribatte alla intervista del COrriere della Sera alla Gelmini

CORRIERE DELLA SERA INTERVISTA GELMINI – Il ministro Mariastella Gelmini intervistata sul Corriere della Sera. Abbassare l’età pensionabile per i professori universitari che non rispettano neanche quella die 70 anni. Lo dice il ministro, sorpresa e indignata dal fatto che “alcuni dì loro cerchino di mantenere in servizio i docenti anche dopo i 70 anni. Alla Sapienza di Roma, ad esempio, i cosiddetti professori senior possono restare fino a 75 anni. La nostra legge è già molto generosa in Europa solo noi arriviamo a 70. Tutti gli altri si fermano a 65, la Francia a 67”.

Il ministro ha appena inviato una lettera a tutti i rettori delle università italiane e non esclude che il governo possa fare un emendamento alla riforma dell’università per abbassare l’età pensionabile dei professori universitari a 65 anni. C’è bisogno di un ricambio generazionale, e la crisi economica obbliga a scegliere, dice ancora: “Chi va in pensione oggi ha maturato un`anzianità tale da poter stare relativamente tranquillo. Mentre abbiamo un problema di precariato che ci portiamo avanti da anni. Non lo possiamo rendere ancora più grave per fare altri favori a chi già ha avuto tanto”.
Gli stipendi dei professori anziani sono i più cari e con i soldi risparmiati si possono aumentare gli stipendi dei precari. Si parla di fuga dei cervelli, dice il ministro, per mancanza di fondi e poi si usano i soldi per mandare in pensione più tardi chi ha già avuto tanto. Bisogna aiutare la parte più debole, i giovani.

L’intervista ruota quindi sulle contestazioni al ddl e al taglio risorse nelle università e nella scuola: e la minaccia dei professori di sposgtare gli esami “Non è ammissibile far pagare agli studenti la protesta dei professori e dei ricercatori. Gli esami si fanno nei tempi e nei modi previsti perché è un obbligo di legge, punto e basta”.

"Finocchiaro: questa manovra è iniqua e fa ricadere solo sulle fasce deboli e i redditi medio-bassi i sacrifici”

La capogruppo del PD al Senato Anna Finocchiaro intervistata a tutto campo alla festa nazionale del Partito Democratico sulla Green Economy a Carpi: “Stanno chiudendo i rubinetti dei diritti sociali e di cittadinanza e assetando gli italiani”. Un folto pubblico ha partecipato a Carpi all’iniziativa con la capogruppo al Senato del PD Anna Finocchiaro alla Festa nazionale del Partito Democratico sulla Green Economy. A poche ore dalla battaglia parlamentare condotta dall’opposizione contro la manovra, approvata al Senato grazie alla blindatura del voto di fiducia, la capogruppo del PD è giunta nella città dei Pio accolta da quasi 400 persone per rispondere alle domande della giornalista di TRC Roberta Vandelli. L’ampia intervista ha toccato i temi dell’economia, della politica e della condizione sociale del paese, senza trascurare gli scenari futuri che possono aprirsi in seguito alle tensioni interne alla maggioranza di centrodestra.

“Questa manovra sarà pure necessaria – ha commentato la capogruppo del PD – ma noi riteniamo che non debba ricadere solo sulle fasce più deboli dei cittadini e sui redditi medio bassi e i sacrifici debbano essere distribuiti in modo equo”.

“Non è vero che il Governo non ha messo le mani nelle tasche dei cittadini: gli italiani con redditi medi e bassi vengono ulteriormente impoveriti dal taglio di trasferimenti e di risorse necessarie per i servizi di welfare degli enti locali – ha spiegato Finocchiaro – Il Governo non ha messo in campo peraltro nessuna misura che punti alla crescita, allo sviluppo, al lavoro. È una manovra che corrisponde all’idea di Paese del centrodestra, che vuole cancellare lo stato sociale e ogni sistema di welfare”.

“Stanno chiudendo i rubinetti dei diritti sociali e di cittadinanza del Paese, assetando gli italiani – ha sottolineato la senatrice del PD – e non ci prendano in giro dicendo che lo vuole l’Europa, perché all’Europa interessa solo il saldo della manovra, e non come vengono trovati i 25 miliardi di Euro per sostenerla. L’Europa non ci obbliga, come fa il centrodestra, a scaricare solo sui ceti più deboli il peso della manovra, che gli italiani sperimenteranno sulla propria pelle”.

La senatrice ha affrontato anche altri temi di politica italiana, a partire dal problema prioritario del Paese “che riguarda la condizione di 2 milioni di giovani tra i venti e trent’anni che oggi non studiano, non lavorano, non partecipano ad alcun percorso formativo e sono sfiduciati: noi dobbiamo fornire a questi ragazzi una prospettiva di futuro e restituirgli fiducia”.

Finocchiaro ha inoltre sottolineato l’esigenza di una legge elettorale che richiami gli eletti alle loro responsabilità, “L’attuale legge è un cancro per il nostro Paese, perché gli eletti sono scelti dalle segreterie di partito e senza nessun confronto con il reale consenso che hanno nel territorio, e così abbiamo un parlamento composto in larga parte da signorsì che rispondono solo agli ordini di Berlusconi”, e ha affrontato gli scenari politici futuri: “Purtroppo non vedo all’orizzonte e nell’immediato la possibilità, peraltro auspicabile, di un governo di transizione, nonostante il progressivo logoramento della maggioranza”.