Latest Posts

"Pendolari, in 740 mila senza bus e treni", di Lucio Cillis

L´alternativa ai tagli: biglietti più cari del 36% e abbonamenti mensili anche a 55 euro.
Indagine della Associazione trasporti dopo i sacrifici imposti alle Regioni. Due ipotesi in campo. Rischiano di scomparire tra i 10 mila e i 20 mila posti di lavoro
Meno bus e metro o aumenti di biglietti e abbonamenti compresi tra il 36 e il 72%. La manovra che stringe il collo agli Enti locali, rischia di ridurre ai minimi termini il trasporto pubblico e lascia solo due alternative alle aziende: la riduzione del servizio o un ritocco record delle tariffe.
Secondo l´Asstra, associazione che riunisce le aziende del trasporto pubblico, potrebbero scendere dagli autobus, dalle metropolitane, dalle ferrovie locali oltre 270 milioni di passeggeri ogni anno, pari a circa 740mila persone al giorno. In gran parte sono pendolari e studenti che di fronte ai tagli e ai rincari, potrebbero scegliere di abbandonare i mezzi pubblici preferendo quelli privati, andando così ad ingrossare il già folto esercito degli automobilisti che ogni giorno si infilano nel traffico contribuendo all´inquinamento delle grandi aeree urbane.
Se il dimagrimento previsto dalla manovra imporrà a regime una riduzione pari al 10% delle risorse per il trasporto pubblico girate alle Regioni (e a cascata a Comuni e Province), si potrebbe arrivare ad un calo parallelo di 196 milioni di km in meno percorsi all´anno per autobus e metro e di 3,9 milioni di treni/chilometro in meno per le ferrovie regionali, esclusa Trenitalia. Ma la sforbiciata al settore potrebbe essere molto più pesante e rendere plausibile una diminuzione delle risorse del 20% per il servizio oggi offerto alla collettività. In questo caso la rimodulazione delle linee registrerebbe un saldo negativo di 392 milioni di chilometri offerti nel trasporto locale e meno 7,8 milioni di treni/chilometro.
«I tagli previsti dalla manovra sono la condanna a morte del sistema dei trasporti pubblici locali come lo conosciamo oggi in Italia» spiega Marcello Panettoni, presidente di Asstra, «la nostra è una previsione né fosca, né terroristica, né tantomeno politica, ma solo realistica e concreta affinché la politica e i cittadini sappiano a cosa si va incontro». In queste ore le aziende stanno pensando ad un piano “B” che non penalizzi i passeggeri: ma l´unica strada praticabile passa per un aumento delle tariffe. E che aumento: se la manovra ridurrà le risorse del 10%, le aziende saranno costrette a incrementare le tariffe del 36%. Ad esempio, un biglietto a tempo che oggi costa 1,04 euro schizzerebbe a 1,40. Un abbonamento mensile passerebbe, (nell´ipotesi di un taglio del 10%) da 32 a 43,50 euro con un aggravio pro-capite di 130 euro l´anno. Tutti valori che potrebbero raddoppiare nell´ipotesi di una riduzione delle risorse al 20%.
Ma l´impatto della manovra potrebbe avere anche delle ripercussioni sul personale in forza delle aziende: se le risorse caleranno del 10% ci saranno 9.860 dipendenti in meno a livello nazionale, dei quali 8.120 addetti alla guida. Il doppio, nel caso di un taglio del 20%. Il dimagrimento forzato degli autoferrotranvieri sarebbe del 7,2% nei servizi urbani e dell´8,9% nei servizi extraurbani e ferroviari. Nel dettaglio, rischiano il posto tra i 40 e gli 80 addetti a Bari, fino a 256 a Firenze e sono a rischio licenziamento fino a 1100 dipendenti Atm e fino a 750 lavoratori delle Ferrovie Nord a Milano. A Roma (Cotral) nel mirino ci sono dai 271 ai 542 addetti, tra i 422 e gli 880 a Torino e tra i 242 e i 511 a Napoli.

La Repubblica 15.07.10

"La fiducia, chance persa", di Paolo Giaretta

La richiesta dell’ennesima fiducia da parte del governo conferma che la debolezza più grave della manovra è la sua mancanza di ambizione e coraggio. La crisi sempre può costituire una occasione: per migliorare i fondamentali del paese. Un’occasione che non dovrebbe essere sprecata.
La crisi è invece per il governo diventata un alibi. Per affrontare senza discussione all’interno stesso del governo una manovra senza prospettiva, di fronte ad una urgenza ostinatamente negata per un lungo periodo. Tra qualche mese saremo da capo, purtroppo.
Non c’è niente da fare.
Non servono manovre solo Finanziarie. Occorre agire sui fondamentali del paese: bassa crescita, negli ultimi 10 anni siamo cresciuti poco più della metà della media europea. Caduta della competitività: negli ultimi 10 anni la nostra produttività del lavoro è cresciuta di 3 punti rispetto ad una media euro di 14. Il dramma della disoccupazione giovanile e femminile: su 10 posti di lavoro persi 8 hanno riguardato giovani tra 18 e 29 anni. Siamo in Europa il primo paese per ineguaglianze economiche ed immobilismo sociale. Secondo i test Ocse Pisa quasi un terzo dei nostri studenti ha difficoltà nella lettura e comprensione di un testo. Siamo di molto sopra la media europea, in negativo: altro che tagliare la scuola! Questi sono i fattori su cui agire e il Pd ha messo in campo le proprie proposte attorno a tre pilastri. Intanto il fisco. La crisi è l’occasione per reimpostare la struttura fiscale italiana verso una maggiore equità.
Abbiamo proposto di incominciare a farlo. Almeno un euro su due di quelli provenienti dalla lotta alla evasione fiscale secondo la nostra proposta deve andare ad alleggerire la posizione dei contribuenti onesti. Un fisco amico della famiglia è stato detto molte volte. Si può, abbiamo proposto un menu di opzioni. Il raddoppio per le detrazioni per figli aumentando la soglia di detraibilità ferma da molti altri. Oppure la deducibilità delle spese per baby sitter, asili nido, badanti che condizionano pesantemente i bilanci delle famiglie. Oppure l’adozione di uno strumento universale, la dote fiscale per i figli, prevedendo un assegno di tremila euro annui fino al diciottesimo anno di età. Sarebbe bastato scegliere. Per le imprese proponiamo di togliere il costo del lavoro dall’imponibile Irap delle piccole imprese e dei professionisti. Paghi chi non ha pagato: capitali scudati a prezzo vile, rendite finanziarie e soprattutto gli evasori fiscali, riscoperti (finalmente e speriamo non a parole) da Tremonti, dopo tre condoni e uno scudo generosissimo: il malaffare che emerge attorno a Flavio Carboni e soci dimostra che la ripulitura di capitali sporchi è strumento essenziale per i circuiti malavitosi.
Poi la riduzione della spesa pubblica improduttiva. 14,8 miliardi di tagli alla spesa del sistema delle autonomie e 3,4 della spesa dei ministeri? È uno squilibrio inaccettabile, Si può fare diversamente e lo abbiamo dimostrato. Agendo sul complesso dei capitoli del bilancio e non solo sulle somme cosiddette rimodulabili. Riorganizzando le strutture periferiche dei ministeri, unificando i grandi enti previdenziali, riducendo la pletoricità della presidenza del consiglio, tagliando drasticamente spese superflue di funzionamento a cominciare da auto blu e voli di stato. Troppo comodo scaricare su altri l’incapacità di controllare la spesa di propria competenza.
Infine lo sviluppo. Di nuovo agendo sui mercati chiusi (banche, assicurazioni, energia, farmacie), sostenendo ricerca e investimenti produttivi al sud, green economy, infrastruture strategiche come portualità e banda larga. La cifra della mancata ambizione della manovra sta in questo: si trovano 20 milioni di euro per finanziare la “mini naja”, tre settimane perse di esercitazioni paramilitari e si lasciano i giovani ricercatori senza prospettiva.
Abbiamo dimostrato che si può fare diversamente (sul sito www.paologiaretta.it le nostre proposte) in un quadro di rigore finanziario ma con un occhio aperto sullo sviluppo.
Abbiamo dichiarato la nostra disponibilità a concentrare le nostre modifiche in 25 emendamenti, quelli strategici. Niente da fare. La fiducia a nascondere la grande debolezza politica di un governo che ha perso la bussola.

Da Europa Quotidiano 15.07.10

Le verità del tempo pieno

La polemica, che alcune settimane fa aveva visto il TG3 e il Miur contendersi la verità su aumenti o diminuzioni delle classi a tempo pieno per l’anno prossimo, è arrivata in Parlamento. L’on. Ghizzoni del PD ha presentato una interrogazione parlamentare con la quale, oltre a chiedere precisazioni sulle varie tipologie di orario settimanale attivate nella scuola primaria, ha chiesto al ministro Gelmini sulla base di quali conteggi siano stati divulgati i dati relativi al tempo pieno.

Nella risposta all’interrogazione il ministro, dopo aver ricordato che da diversi anni, nonostante l’incremento di classi, una parte delle domande delle famiglie resta insoddisfatta, ha precisato che rispetto all’andamento degli ultimi 10 anni, in cui l’incremento del tempi pieno si è attestato annualmente intorno allo 0,5 per cento nazionale, nel decorso anno 2009/2010 aumento è stato vicino al 2 per cento. Una percentuale che, secondo la risposta fornita, resta sostanzialmente invariata, anche se il numero delle classi a tempo pieno diminuirà di circa 600 unità.

Per la precisione, come ha osservato l’on. Ghizzoni, dovrebbero essere le classi del primo anno a diminuire di circa 600 unità, rispetto al 2009-10, quando, come risulta a Tuttoscuola, si era raggiunto il record assoluto di 8.300 classi a tempo pieno, cioè 1.500 più dell’anno precedente.

Per il 2010-11 bisognava assicurare la prosecuzione delle quasi 30mila classi a tempo pieno esistenti (dalla seconda alla quinta), aumentate di circa 2mila unità rispetto alle corrispondenti classi del precedente anno.

Proprio il boom di nuove classi a tempo pieno del 2009-10 ha finito per prosciugare le riserve di organico, sottoposto a restrizione. Se a questo si aggiunge l’ulteriore contrazione di posti per effetto della manovra, si può ben capire come per le prime classi del prossimo anno non vi sia stato spazio per confermare l’exploit del 2009-10. Anzi, si è fatto fatica a confermare i posti delle quinte classi in uscita.

Ecco perché, secondo Tuttoscuola, le classi a tempo pieno sono diminuite di circa 600 unità per il primo anno di corso, determinando anche una contrazione di oltre 12 mila unità nel numero degli iscritti.

Ma nell’insieme delle classi dal secondo al quinto anno di corso vi è stato, comunque, un aumento di circa 1.500 unità per conferma delle classi esistenti. Alla fine, tra aumento (+ 1.500) e diminuzione (- 600), vi è stato un saldo attivo complessivo di circa 900 classi a tempo pieno in più, per un totale finale che dovrebbe aggirarsi intorno alle 37.400 classi, pari al 28% delle classi di primaria: un aumento non del 2%, come affermato dalla risposta ministeriale, bensì dell’1%.

da Tuttoscuola 15.07.10

"Un salto nel buio", di Tito Boeri

Sarà un voto di fiducia, politico anziché sui contenuti della manovra. Fin qui nulla di nuovo. Ma questa volta i senatori voteranno ancora più al buio del solito. Dovranno davvero fidarsi dell´esecutivo: a poche ore dal voto dell´Aula non era infatti ancora disponibile la tabella che riassume e quantifica gli effetti delle variazioni apportate al testo originario del decreto nell´ultimo mese e mezzo. Come spesso accade, queste modifiche vengono introdotte all´ultimo momento dai sottosegretari e possono anche differenziarsi significativamente da quelle approvate in Commissione Bilancio.
La manovra è importante, ma piccola al cospetto degli altri paesi europei. Se da noi ci sono “lacrime e ue”, chissà cosa dovrebbero dire i cittadini francesi e belgi, che subiscono un aggiustamento fiscale tre volte superiore al nostro. Per non parlare dei cittadini di paesi nell´epicentro della crisi con aggiustamenti da cinque (Portogallo) a dieci (Irlanda) volte maggiori del nostro. Non possiamo che augurarci che non si rendano fra un anno necessari nuovi interventi correttivi, date dimensioni e crescita inarrestabile del nostro debito pubblico. Aumenta di 1.300 euro al secondo. Ci sono, peraltro, molte scommesse nel decreto, dal successo della lotta all´evasione, che conta per un terzo della manovra, al fatto che i tagli ai consumi intermedi dei Ministeri siano tagli veri e non semplici rinvii di spese ad esercizi futuri. Le misure draconiane inizialmente previste in caso di accertamento di somme dovute al fisco sono state fortemente depotenziate in Commissione Bilancio dopo le proteste di Confindustria e questo non potrà che avere effetti significativi sulle entrate.
Se il Governo aveva poco margine nel decidere l´entità dell´aggiustamento, posti i vincoli internazionali, e certamente non poteva fare una cura dimagrante ancora meno impegnativa, certamente aveva ampi margini nel decidere la composizione (fra maggiori entrate e minori spese), la qualità (gli effetti sulla crescita economica) e il profilo distributivo della manovra. È principalmente su questi aspetti che deve essere, dunque, giudicato il suo operato.
La composizione della manovra è molto diversa da quella inizialmente annunciata e da quanto previsto in altri paesi. Ben il 40 per cento dell´aggiustamento è legato a maggiori entrate, anziché a minori spese. Nel Regno Unito i tagli alle spese (soprattutto dei ministeri) contribuiscono fino all´80 per cento della manovra. Anche in Belgio, Germania, Irlanda e Spagna la parte preponderante della manovra avviene sul lato delle spese. I nostri tagli alle spese sono peraltro fortemente concentrati (al 60 per cento) sulle autonomie locali. È quanto avviene, in paesi come Germania e la Svizzera, dove in gran parte il federalismo c´è già e c´è un legame forte fra tasse e gestione della spesa a livello locale, che impone maggiore disciplina ai politici nella gestione dei bilanci decentrati. Da noi il rischio che questi tagli si trasformino in aumento del debito locale è molto più forte. I tagli all´amministrazione centrale dello Stato sono stati inoltre ulteriormente depotenziati dal passaggio parlamentare. Gli emendamenti agli articoli 6, 7, 8 e 9 della manovra sono tutto un fiorire di deroghe. Come dire, i tagli meglio farli fare agli altri.
La qualità della manovra non è certamente migliorata dopo gli emendamenti. Sono state accolte le richieste dei gruppi che avevano maggiore potere contrattuale. Stupisce, in questo quadro, lo scarso peso politico delle Regioni, che non sono riuscite minimamente a incidere sul testo. I commi sulla cosiddetta “premialità” sono una presa in giro. Come possono le Regioni mettersi d´accordo nel ripartire una quota (circa un ottavo) dei tagli? Chiunque subirà in questa redistribuzione tagli ancora più consistenti prevedibilmente si opporrà strenuamente a “premi” dati ad altre Regioni. Il fatto è che i nuovi Governatori della Lega hanno rotto il fronte, forse perché hanno portato a casa il rinvio del pagamento delle rate delle quote latte, un´operazione che costerà fino a 25 milioni di euro di multa al contribuente italiano. Si è, invece, evitato accuratamente di ricalibrare la manovra verso interventi a sostegno della crescita e dell´occupazione e riforme strutturali. Mentre altrove la manovra sostiene la ricerca, da noi i tagli più consistenti hanno sin qui riguardato proprio l´istruzione terziaria. Scelta quanto meno singolare.
È solo peggiorato in Parlamento il profilo distributivo della manovra. Sancito l´abbandono di ogni intervento di contrasto alla povertà, con l´esaurimento della carta acquisti, messo da parte ogni disegno di ampliamento della copertura degli ammortizzatori sociali, si è operato chirurgicamente per introdurre trasferimenti dai ricchi ai poveri. Il blocco degli automatismi stipendiali nella scuola e nell´università colpisce coloro che hanno le retribuzioni più basse, i più giovani, che subiscono perdite fino a un terzo del loro reddito netto, secondo le stime di Baldini e Caruso (www.lavoce.info), quando i docenti con maggiore anzianità vengono quasi del tutto risparmiati dai tagli. I politici, che dovevano dare l´esempio a tutti, sono stati ulteriormente messi al riparo: il passaggio parlamentare ha annullato il taglio degli stipendi dei consiglieri di amministrazione degli enti finanziati dallo stato e ha ripristinato le indennità dei consiglieri circoscrizionali nei Comuni più grandi. Dopo aver ascoltato per giorni i titoli di testa del Tg1 annunciare copiosi tagli dei costi della politica, ci siamo accorti un mese e mezzo fa che questi presunti tagli offrivano un contributo di meno di un milione ad una manovra di quasi 25 miliardi. Adesso anche quel meno di un milione sembra sparito nel nulla. Neanche il simbolo di un taglio alla politica ci hanno lasciato. Ma non lo verremo certo a sapere dal Tg delle 20.

La Repubblica 15.07.10

******

Da Lavoce.info (citata nell’articolo di Tito Boeri)

LA GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA NON VA ALL’UNIVERSITÀ
di Massimo Baldini e Enza Caruso 14.07.2010

La manovra finanziaria prevede solo per il personale docente universitario il blocco degli automatismi stipendiali legati all’anzianità di servizio nel triennio 2011-2013. Ma un taglio lineare su una struttura retributiva che progredisce con l’anzianità produce effetti regressivi che ricadono sulle classi di stipendio più basse, determinando forti iniquità. E a parità di inquadramento in termini percentuali pagano di più i giovani. Se invece si recuperasse il valore della capacità contributiva si potrebbero ripartire le perdite secondo proporzionalità. Meglio ancora, secondo progressività.

La manovra sul pubblico impiego di cui all’articolo 9 del decreto legge 78 del 31 maggio 2010 vale in termini di miglioramento sul saldo del conto della pubblica amministrazione complessivamente 11,3 miliardi nel triennio 2011-2013.

AUTOMATISMI BLOCCATI

Al netto delle misure sul pensionamento, il miglioramento si riduce a 4,3 miliardi, di cui 274 milioni, il 6,4 per cento, riguardano il blocco degli automatismi stipendiali del personale non contrattualizzato di diritto pubblico – docenti universitari (professori e ricercatori), magistratura e dirigenti delle forze di polizia e delle forze armate – per i quali la retribuzione aumenta con l’età e le classi stipendiali sono di diritto annualmente ancorate all’incremento medio delle retribuzioni dei dipendenti pubblici contrattualizzati, il che dovrebbe avvenire ogni anno entro il 30 aprile con Dpcm.
La manovra in sintesi dispone: 1) il blocco degli incrementi retributivi a titolo di adeguamento automatico per gli anni 2011-13 senza possibilità di recupero; 2) la non validità nel triennio 2011-13 degli automatismi stipendiali (classi e scatti) correlati all’anzianità di servizio. Misura, questa, non prevista per i magistrati per i quali è stato indicato fin dall’inizio il semplice differimento al 2014 del valore economico maturato nel triennio senza dar luogo a competenze arretrate.
Fatto sta che allo stato attuale di discussione in commissione bilancio al Senato, la seconda misura permane solo per il personale docente universitario. Per esso la manovra produce economie di spesa stimabili in 299 milioni nel triennio 2011-2013 e, cancellando tre anni dalla carriera dei ricercatori e dei professori, economie di spesa strutturali valutabili in 543 milioni nel triennio 2014-2016.
Detto in altri termini, ogni docente si troverà nel 2014 nella classe di stipendio in cui si trova oggi al 2010 come se tre anni non esistessero.

DISCRIMINAZIONI SENZA GIUSTIZIA

Un punto merita particolare attenzione: un taglio lineare su una struttura retributiva che progredisce con l’anzianità produce effetti regressivi che ricadono sulle classi di stipendio più basse e ciò è tanto più vero quanto maggiore è la curvatura della distribuzione dei redditi, determinando forti iniquità.
Ipotizzando che in assenza della manovra le retribuzioni lorde dei ricercatori e dei professori sarebbero cresciute a un tasso pari all’incremento medio degli ultimi tre anni, la figura 1 mostra le perdite percentuali sui redditi netti nel 2014 derivanti dalla combinazione delle due misure (blocco incrementi retributivi e blocco classi e scatti). È evidente che il prezzo più elevato viene pagato dai ricercatori non confermati, per i quali la manovra assume un peso che va dal 26 per cento al 34 per cento sul reddito netto. Per tutti gli altri, la manovra penalizza maggiormente chi ha da pochi anni ha ottenuto una promozione e ha poca anzianità nel ruolo.

La struttura dei tagli è quindi regressiva: a parità di inquadramento (ricercatore, associato o ordinario) pagano di più in termini percentuali i giovani, che hanno minore anzianità. Se tuttavia si escludesse dalla manovra il blocco degli scatti, si recupererebbe equità e le perdite si livellerebbero tra il 10 e il 13 per cento (figure 1, barre nere) per tutte le categorie dei docenti universitari.
Di fatto, invece, ferma restando la struttura delle retribuzioni a legislazione vigente 2010, il blocco degli scatti produce perdite nel triennio che, in percentuale della retribuzione, si riducono man mano che si procede nella carriera per anzianità.

RECUPERARE IL SENSO DELLA GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA

Se escludiamo le classi di anzianità più basse, le perdite per gli altri non sono molto lontane dalla proporzionalità. Ma è giusto togliere sia a un ricercatore che a un ordinario la stessa quota del reddito, considerato che il secondo ha un reddito molto più alto? In termini assoluti ci rimette di più proprio l’ordinario, ma l’imposta sul reddito che oggi abbiamo in Italia stabilisce che all’aumentare del reddito l’imposta debba crescere più che proporzionalmente. Per essere coerente con la logica dell’Irpef, quindi, la manovra sui redditi dei docenti universitari dovrebbe stabilire per ordinari e associati perdite percentualmente superiori rispetto a quelle imposte ai ricercatori, e a parità di inquadramento perdite maggiori per gli anziani rispetto ai docenti con pochi scatti già maturati.
Se anziché continuare a insistere su tagli lineari della spesa, soprattutto in tempi di crisi, si recuperasse il valore della capacità contributiva si potrebbero ripartire le perdite secondo proporzionalità (modificando quindi in profondità i tagli oggi previsti per i ricercatori non confermati) o meglio ancora secondo progressività.
La manovra è regressiva anche se consideriamo un orizzonte temporale più ampio. Di fronte a una struttura retributiva non lineare, che nei ruoli cresce dapprima con scatti biennali dell’8 per cento e successivamente (dalla settima classe) con scatti biennali del 6 per cento, il blocco lineare non rende equivalenti le posizioni nel tempo: i giovani sono più penalizzati anche in termini di valore attuale del reddito che percepiranno nell’intero ciclo di vita.
Non si tratta però solo di recuperare il senso della giustizia distributiva. Una maggiore equità nel riparto delle perdite avvantaggerebbe soprattutto le università dove è maggiore la presenza di ordinari anziani, oggi sofferenti nel contenere la spesa entro il limiti (e i tagli) del fondo di finanziamento ordinario (Ffo). Con la miopia dei tagli lineari, si sceglie invece la strada della regressività, facendo cadere il peso della manovra soprattutto sugli ultimi.

La Repubblica 15.07.10

******

“Manovra, resta la scure sulle Regioni dal 2015 tutti in pensione più tardi.Fiducia sul decreto. Epifani: iniquo. Tremonti: serve austerità”, di Roberto Petrini

Il presidente Napolitano: “Ridurre il debito è un impegno di tutti”
Ultimo schiaffo alle Regioni che dovranno rassegnarsi ai tagli, sì alla sospensione del pagamento delle multe per le quote latte voluta dalla Lega tra le proteste del ministro per l´Agricoltura Galan. La manovra d´estate compie il primo giro di boa al Senato, dopo una discussione durata circa un mese che le statistiche quantificano in 195 chilometri di carta tra emendamenti e documenti vari, e oggi riceverà la fiducia. Da domani transita alla Camera. Di soppiatto – formalizzata nel maxiemendamento – passa una rilevante riforma delle pensioni, con finestre a scorrimento (un anno in più) ed elevamento dell´età secondo le aspettative di vita. Dal 2015 scatta l´innalzamento dell´età: si andrà in «vecchiaia» a 66 anni e tre mesi, nel 2025 a 67 anni e 4 mesi, nel 2050 a 70 anni; dal 2015 finisce il meccanismo delle «quote»: in «anzianità» si andrà a 63 anni e 3 mesi. Resta salva la possibilità di uscita a 40 anni. Sale anche l´età delle impiegate statali a (a 65 anni dal 2012).
Soddisfatto Tremonti che ha tenuto duro di fronte alla protesta del paese: «L´austerità è una necessità», ha detto ieri durante l´assemblea della Confcooperative e ha sentito la necessità di lodare esplicitamente il leader della Cisl Bonanni definito «uomo di Stato». Mentre il presidente della Repubblica Napolitano, da Udine, fa sapere che «ridurre il debito è un impegno di tutti».
Il malcontento continua a bollire, a partire dalle Regioni che ieri si sono riunite e divise sulla risposta ai tagli. Il segretario della Cgil Epifani ha definito la manovra «iniqua». Per Anna Finocchiaro (Pd) il ricorso alla fiducia è «intollerabile». Ma anche dalle file della maggioranza piovono critiche soprattutto da parte del «finiano» Mario Baldassarri che ha denunciato il rischio della perdita di 10 mila posti di lavoro per effetto della manovra.
La manovra vale 24,9 miliardi per il biennio 2011-2012 ,di cui 15 di tagli e 10 di entrate (9 dovrebbero arrivare dalla lotta all´evasione fiscale, ma ieri il Cer ha parlato di «rischi concreti e significativi» sulla tenuta di questo gettito). Il peso maggiore cade sulle Regioni e sul pubblico impiego: marginali le variazioni durante il dibattito in Commissione e nel maximendamento. Il congelamento dei «cedolini» degli statali sarà depurato da situazioni contingenti come la maternità o le malattie. Anche lo scongelamento degli scatti per il personale della scuola è condizionato a decreti e trattative future con i sindacati. Ottiene 160 milioni il comparto della sicurezza per pagare gli straordinari e gli avanzamenti di carriera che erano stati chiusi a doppia mandata. I magistrati ottengono un ammorbidimento dei tagli sulle indennità e il sì all´assunzione di 250 nuovi giudici, mentre i diplomatici «salvano» la diaria all´estero. Restano i tagli del 20 per cento alle consulenze e agli incarichi della pubblica amministrazione, tranne che per la Direzione generale del Tesoro per «processi di privatizzazione e regolamentazione del settore finanziario». Marcia indietro, dopo molte proteste, per gli assegni di invalidità e per la composizione delle classi con alunni disabili (resta fermo il limite dei 20 alunni). Nuovi attacchi all´ambiente, denunciati ieri dal verde Bonelli, come il silenzio-assenso per le aree sottoposte a vincolo paesaggistico.

La Repubblica 15.07.10

È un governo in agonia

Dimissioni, per evitare il voto della mozione di sfiducia alla Camera presentata dal Pd e accolta dal presidente della Camera, Gianfranco Fini: si conclude così l’esperienza al governo di Nicola Cosentino che, coinvolto nello scandalo P3, lascia il posto di sottosegretario all’Economia. Fatale, all’esponente del Pdl, la scoperta di un affaire che vede tra i suoi protagonisti il faccendiere Flavio Carboni e gli imprenditori campani Lombardo e Martino (arrestati) e il governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci (indagato). La “cupola” avrebbe avuto come interesse primario la gestione degli appalti sull’energia eolica in Sardegna ma si è anche occupata di politica in senso stretto, orchestrando una campagna diffamatoria ai danni di Stefano Caldoro, candidato del Pdl alle regionali campane, nel tentativo di rilanciare le azioni di Cosentino nella corsa a governatore, in netto ribasso dopo essere stato accusato di associazione camorristica.
Da Enrico Letta, vicesegretario del Partito Democratico, arriva un giudizio netto: “La maggioranza, con le dimissioni di Cosentino, dimostra di essere alle corde. Quella di oggi è la rivincita di due soggetti politici sull’arroganza del premier. È la rivincita del Pd che ottiene un altro risultato dopo le dimissioni di Brancher ed è la rivincita di Fini che dimostra di poter mettere sotto politicamente Berlusconi più di quanto i ragionamenti sui numeri dei mesi scorsi lasciavano intendere”.

Per Rosy Bindi, presidente dell’assemblea del Pd, l’esecutivo “è in agonia, travolto dagli scandali e dalle guerre intestine della maggioranza: il premier è costretto a usare tutta la sua moral suasion per evitare che la crisi politica esploda in Parlamento. Dopo Scajola e Brancher arrivano anche le dimissioni del sottosegretario Cosentino: quanto può durare questo gioco al massacro delle istituzioni? Prenda atto della fine di una stagione politica e prima che si dimetta il quarto, venga nelle aule parlamentari a spiegare agli italiani perché non è più in grado di andare avanti”.

Anche il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, rivendica “la vittoria del Pd e delle opposizioni unite che con la mozione di sfiducia hanno ottenuto, dopo Brancher, le dimissioni di Cosentino. Il governo ormai cade a pezzi e la nostra battaglia per la legalità e la trasparenza continuerà senza tregua”.

La capogruppo in Senato, Anna Finocchiaro, non ritiene ancora chiusa politicamente la vicenda: “Le doverose dimissioni di Cosentino sono una vittoria del Pd e dell’opposizione e consentiranno alla magistratura di svolgere, fino in fondo, il suo dovere. Tuttavia non risolvono la questione politica aperta dal quadro inquietante emerso dalle indagini in corso. Alla magistratura – spiega ancora Finocchiaro – spetta ora il compito di far emergere la verità per quel che riguarda gli aspetti penali della vicenda. Tuttavia è al Parlamento che compete ancora la necessità di fare piena chiarezza su un’evidente questione politica ancora tutta aperta, che non si esaurisce con le dimissioni di Cosentino. La gravità di quanto continua ad emergere coinvolge esponenti importanti delle nostre istituzioni che si sono mischiati con faccendieri e personaggi dai ruoli poco chiari e rischia di minare le fondamenta su cui si regge la nostra Repubblica e la democrazia di questo Paese. Per questo, a nome dei senatori del Pd, torno a chiedere al Presidente Schifani di aprire un dibattito parlamentare sulle eventuali responsabilità politiche, su quel che il governo intende fare per arginare fenomeni di corruzione apparentemente dilaganti e che non è possibile tollerare oltre. E chiediamo che a questo dibattito partecipi il Presidente del Consiglio Berlusconi. Non può sottrarsi – conclude la Capogruppo del Pd al Senato – alla responsabilità politica di chiarire al Parlamento e di fare luce su questa vicenda”.

www.partitodemocratico.it

******

Le opposizioni – Il Pd: dimissioni anche per Caliendo. E il premier riferisca in aula
Franceschini: «È peggio di Tangentopoli»

«La maggioranza dimostra di essere alle corde. È la rivincita del Pd, che ottiene un altro risultato dopo le dimissioni di Brancher, ed è la rivincita di Fini, che dimostra di poter mettere sotto politicamente Berlusconi più di quanto i ragionamenti sui numeri dei mesi scorsi lasciavano intendere». Così il vicesegretario dem Enrico Letta accoglie le dimissioni da sottosegretario di Nicola Cosentino, dopo che la mozione di sfiducia presentata congiuntamente dai tre capigruppo dell’opposizione era stata calendarizzata da Gianfranco Fini per mercoledì prossimo, contro il parere di Pdl e Lega.
A precedere l’annuncio delle dimissioni è stato anche il question time che si è svolto nel pomeriggio nell’aula di Montecitorio. Due le interrogazioni presentate sul tema, da Andrea Orlando per il Pd e da Massimo Donadi per l’Idv. La risposta del governo è stata identica per entrambi: uno striminzito e formalissimo fogliettino letto da Elio Vito («Nessuna decisione può essere assunta prima di conoscere fatti che sono tutti da acclarare»), che lasciava trasparire più l’imbarazzo del ministro che l’effettiva volontà di difendere un sottosegretario già dato da tutti per dimissionario.
Non per questo, però, le repliche affidate rispettivamente a Dario Franceschini e ad Antonio Di Pietro non hanno avuto motivi d’interesse. Uno, in particolare: mentre il capogruppo dem ha chiesto esplicitamente le dimissioni non solo di Cosentino, ma anche dell’altro sottosegretario coinvolto nelle indagini, Giacomo Caliendo, il leader Idv non ha esplicitamente nominato quest’ultimo. Anche se è stata già depositata una mozione di sfiducia pure nei suoi confronti, condivisa da tutta l’opposizione, la cui discussione però non è stata ancora calendarizzata.
«Quello che abbiamo visto in questi sei mesi fa ricordare Tangentopoli come roba da educande – ha detto in aula Franceschini – in questi quindici anni c’è stato un progressivo degrado della classe dirigente. Non è più solo un problema del premier, dei suoi processi e delle leggi ad personam, perché si allarga a pezzi rilevanti del governo e del Pdl». Per questo, Anna Finocchiaro chiede a nome del gruppo del Pd al premier di recarsi in senato per chiarire «eventuali responsabilità politiche» sulle vicende in via d’accertamento da parte della magistratura.

da Europaquotidiano 15.07.10

Bersani: "Il berlusconismo è finito. Democratici manteniamo i nervi saldi"

L’Unità intervista Bersani a Washington: “La corruzione infetta le istituzioni, il Paese è senza guida. Teniamo la barra di un’opposizione ferma e guardiamo alle forze più responsabili”. «Ai democratici dico: nervi saldi». Pier Luigi Bersani guarda con preoccupazione ai «gravissimi fatti di corruzione che stanno infettando le istituzioni e i luoghi di governo». Ora spunta “Cesare”, quello che tutto sapeva. Il leader del Pd sottolinea che al di là dei nomi di Nicola Cosentino, Denis Verdini, Claudio Scajola e di tutti gli altri invischiati in questa torbida vicenda che passa per l’eolico sardo, gli appalti per il G8 e vecchie e nuove logge segrete, quel che ormai è chiaro è che «sotto l’ombrello dell’imperatore si sono creati dei meccanismi quasi feudali, con vassalli, valvassori e valvassini che hanno ritenuto di potersi muovere avendo in mano un pezzo di potere e giostrandolo anche al di fuori dei circuiti istituzionali». Siamo arrivati, dice il segretario del Pd, a «un punto critico». E alle «forze più responsabili del centrodestra» lancia un appello: «Riconoscano che il Paese è senza guida, che non si sta facendo nulla per gli italiani, che non si può andare avanti per mesi e mesi in queste condizioni».

Bersani si ritaglia una pausa tra gli incontri previsti dall’agenda statunitense per parlare di quanto sta avvenendo in Italia. «Anche qui mi stanno chiedendo cosa succede, il tema ha già oltrepassato i nostri confini», dice il leader del Pd dopo un colloquio al Dipartimento di Stato di Washington per discutere della situazione in Afghanistan con il vicedirettore delle operazioni Nato Carleton Bulkin e prima di un incontro per parlare di crisi economica con Phil Gordon, del Bureau per gli affari europei ed euroasiatici.

E lei che risponde, a chi le domanda cosa succede da noi?
«Che una brutta fase presto si andrà chiudendo, perché da ogni punto di vista la si guardi è ormai evidente che più si allunga e peggio è. E che tutto quello che si sta vedendo non si sarebbe visto senza un ruolo dell’opposizione, sia per quel che riguarda il distacco sui temi sociali tra il centrodestra e il paese, sia per quel che riguarda la difesa del tema democratico, civile, della legalità».

E lei dice che questa volta è diverso dal passato, da tutte le volte che avete parlato di berlusconismo al tramonto?
«A questo punto è innegabile che siamo al secondo tempo del berlusconismo, una fase in cui il meccanismo populista si scontra con la realtà, con l’incapacità a fare le riforme necessarie e a parlare con sincerità al paese. Questo governo ha dimostrato di non essere in grado di proporre interventi e misure per far fronte alla crisi che abbiano carattere di equità e condivisione. Ha dimostrato di avere in disprezzo le regole democratiche, di volere un Parlamento succube, di pensare di poter attaccare impunemente le istituzioni dello Stato e gli organi costituzionali, di non sopportare la libertà di stampa. E ora siamo arrivati a una fase in cui l’intero impianto tocca un punto critico».

Di fronte al quale Berlusconi reagisce denunciando il clima “giacobino e giustizialista”: che farà a questo punto il Pd?
«Berlusconi può tentare il colpo di coda, tentare una chiamata alle armi contro il nemico, che di volta in volta sono i magistrati, i comunisti, i giacobini, i giustizialisti, con l’idea di farla franca e di sottrarsi alle sue responsabilità e ai suoi fallimenti. Il Pd farà una ferma opposizione, tenendo assieme questione sociale e questione democratica, in modo da poter muovere uno schieramento di opinione molto ampio. E lo farà sia in Parlamento che in giro per l’Italia, attraverso giornate di mobilitazione sui temi della manovra, della legalità e della libertà d’informazione».

In Parlamento avete comunque di fronte una maggioranza che ha cento voti in più, e posizionamenti diversi di alcune personalità non possono cambiare i risultati, non crede?
«Noi ci rivolgeremo alle forze più responsabili della maggioranza, se ci sono, perché riconoscano che l’Italia è senza guida, che non si sta facendo nulla per gli italiani, che il paese è sopraffatto da continue notizie di fatti gravissimi di corruzione, di infezione delle istituzioni e dei luoghi di governo».

Pensa a una sede e un momento specifici?
«Abbiamo chiesto una discussione al Senato per parlare dello stato della Repubblica. E bene ha fatto Anna Finocchiaro ad avanzare al presidente Schifani questa richiesta, perché siamo di fronte a una crisi sociale micidiale e a una deriva democratica che è sotto gli occhi di tutti. Quella discussione sarà l’occasione, se ritiene la maggioranza, per fare un discorso serio, per chiedersi se sono in grado di governare il paese. Questo è il punto. Si comincia a ragionare da qui in poi, da questo riconoscimento. Dopodiché, qualora ci fosse, la parola non toccherebbe a noi ma al Presidente della Repubblica, e il Pd si comporterebbe come la forza responsabile che è».

Il “riconoscimento” a cui lei fa riferimento prevedrebbe però l’uscita di scena di Berlusconi, cosa che il diretto interessato non sembra intenzionato a mettere nel novero delle possibilità…
«Per noi questo è un punto ineliminabile. Questo è il secondo tempo e un terzo non c’è. Farlo durare a lungo significa soltanto provocare altri danni al paese».

Berlusconi ha vinto le elezioni, ha fatto notare anche il leader dell’Udc Casini…
«Sì, ma ha anche fallito la prova di governo, palesemente, anche se nega l’evidenza».

Berlusconi ha anche negato di aver detto che chi voterà la mozione di sfiducia nei confronti di Cosentino è fuori dal Pdl. Un avvertimento comunque fatto filtrare: pensa che questa prova di forza del premier avrà successo?
«Più che di prova di forza direi che Berlusconi in questo momento ha bisogno di mostrare la forza. Ma questo vuol dire semplicemente che non ce l’ha, che è in una posizione di estrema difficoltà e che reagisce tirando colpi di coda. E sapendo quel che significa il berlusconismo è evidente che non siamo in una situazione qualsiasi. Quindi il nostro compito adesso è tenere i nervi a posto, rimanendo combattivi nel lavoro di opposizione».

Finché le opposizioni si muoveranno in ordine sparso Berlusconi ha meno da temere, non crede?
«Ma infatti adesso dobbiamo anche cominciare ad accorciare le distanze fra le forze dell’opposizione. A questo punto tutte quante devono sentire la responsabilità del momento e non fare la gara a chi va un metro più avanti o più indietro. Tutti dobbiamo sentire la responsabilità di lavorare a un progetto riformatore per l’Italia, perché in tutta questa vicenda il nostro problema principale sarà dare un messaggio positivo al paese, stremato da questa cura berlusconiana».

Parlava di corruzione e infezione delle istituzioni, ora dalle carte dell’inchiesta sulla nuova loggia sembrerebbe che Berlusconi venisse costantemente informato circa le attività della cricca.
«Quel che è certo, guardando ai nomi di Cosentino, Verdini, Scajola e di tutti gli altri, è che sotto l’ombrello dell’imperatore si sono creati dei meccanismi quasi feudali, con vassalli, valvassori e valvassini che hanno ritenuto di potersi muovere avendo in mano un pezzo di potere e giostrandolo anche al di fuori dei circuiti istituzionali».

La corruzione c’è sempre stata, le risponderebbe qualcuno…
«In questo caso siamo di fronte a un salto di qualità molto grave. Le stesse legislazioni speciali sugli appalti sono state l’autostrada per la corruzione. E noi l’avevamo detto già quando le approvarono. Ora ne abbiamo prove a bizzeffe».

Il tema della crisi economica è il punto centrale del viaggio di Bersani negli Usa. Anche se qualcuno l’ha definito per questo un sognatore, il leader del Pd ribadisce come i guasti creati dall’alta finanza devono essere ripagati da quest’ultima. Grande attenzione anche ai rapporti tra Europa e Stati Uniti, tra Italia e Stati Uniti, tra le politiche della destra e quelle dei democratici. Bersani ha spiegato ai suoi interlocutori americani che c’è un’altra Europa e un’altra Italia.

www.partitodemocratico.it

Università, Pd: governo le vuole soffocare, lo conferma assestamento di Bilancio Ghizzoni: per 2011 il taglio è di oltre 1 miliardo 400 milioni

“L’assestamento di bilancio è la conferma che il Governo vuole far morire le università di asfissia. Non è infatti stato destinato neanche un euro in conto capitale all’istruzione universitaria sebbene le continue decurtazioni rendano ormai il fondo di finanziamento ordinario (Ffo) sufficiente solo a coprire gli stipendi del personale degli atenei. Per non parlare dell’irrigidimento delle risorse descritto anche dalla Corte dei Conti che impedisce alle università di assolvere alla funzione di alta formazione necessaria allo sviluppo del paese. E se il quadro è già oggi preoccupante, per l’anno prossimo c’è da mettersi le mani nei capelli: la previsione è infatti di 1 miliardo e 400 milioni in meno rispetto alle disponibilità attuali, che sono già del tutto insufficienti. Davanti a questi dati e all’ulteriore attacco contenuto nella manovra economica rammarica, ma purtroppo non stupisce, il silenzio assenso del ministro Gelmini”.

Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura, Manuela Ghizzoni.

******

Cultura, Pd: assestamento di bilancio conferma collasso, Bondi ci porta al Medioevo
De Biasi: con 0,03% del Pil siamo fanalino di coda in Europa

“L’assestamento di bilancio è la vergognosa dimostrazione che il Governo non ha alcuna intenzione di superare il sottofinanziamento della cultura italiana. Nonostante siamo ancora all’esiguo 0,03% del Pil ch eci rende il fanalino di coda d’Europa, il Fus viene tagliato di 100 milioni. Saranno quindi solo 300 milioni i fondi per tutto il 2011: a queste condizioni il mondo dello spettacolo chiuderà i battenti. Un finale amaro, avvalorato anche dalla preoccupante relazione della Corte dei conti sullo svuotamento delle funzioni del Mibac. A ciò si aggiunge che alla mancanza di investimento pubblico non segue una politica di incentivo degli investimenti privati. Insomma, altro che Rinascimento, qui con Bondi stiamo tornando al Medioevo”. Lo dichiara la deputata del Pd, componente della commissione Cultura della Camera, Emilia De Biasi.