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"Nome in codice "Cesare". Silvio informato su tutto", di Massimo Solani

«Dovremmo raggiungere… Chiamiamolo così, cerca di capire: Cesare. Che sarebbe Cesare». Il 28 settembre 2009 Flavio Carboni è al telefono con Maria, una collaboratrice del presidente della Sardegna Cappellacci. Ma chi è questo “tale” Cesare il cui nome ricorre decine di volte nelle carte dell’inchiesta sulla nuova loggia P3? Cesare che va informato delle manovre sulla Consulta per il Lodo Alfano, Cesare a cui va riferito delle notizie (false) che vedrebbero Caldoro coinvolto in una storia di trans, Cesare a cui va detto degli affari sull’eolico in Sardegna. La risposta la danno i carabinieri in una nota ad una delle informative agli atti dell’inchiesta (nota n. 15 pag 12 segue informativa nr. 474/1- 50-3-44). Cesare, scrivono, «è pseudonimo utilizzato per riferirsi al Presidente del Consiglio». È la chiave di volta. Cesare è Silvio Berlusconi, il deus ex machina che si muove dietro le quinte di tutte le manovre della nuova loggia. Sempre informato, sempre presente un passo indietro. «Mio cugino Cesare vuole sapere», dice Arcangelo Martino il 30 settembre 2009 in piena manovra di salvataggio per il Lodo Alfano. «Mio nipote Cesare», fa eco Pasquale Lombardi. Del resto che i due stiano lavorando alacremente per pilotare il verdetto della Consulta Cesare-Berlusconi lo sa bene. «Io la settimana prossima mi incontro con Cesare – svela a Lombardi Nicola Cosentino il 2 ottobre – lui è rimasto contento per quello che gli stiamo facendo per il 6 (la data inizialmente prevista per la pronuncia sul Lodo Alfano (ndr) e allora giustamente ci deve dare qualche cosa e ci deve dare te e non m’ha scassa’ o’ cazz’». Quando il verdetto si avvicina, i conteggi si moltiplicano. Il gruppetto di Carboni è ottimista visto il lavoro fatto, e il 25 settembre Arcangelo Martino è euforico con Carboni: «Diglielo a Cesare!».

E che Cesare sia pienamente della partita lo dimostra anche una intercettazione del 19 ottobre in cui si parla di una cena organizzata a casa di Verdini per parlare proprio del Lodo. «Bisogna vedere se c’è… se c’è Cesare», si chiede Carboni. «A me pare che non c’è», gli risponde Martino. Il lavoro ai fianchi sugli uomini della Consulta è incessante. Il 23 settembre “il gruppetto” si è riunito a pranzo, e Lombardi aggiorna sulla conta dei favorevoli e dei contrari in seno alla Corte Costituzionale il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo che ha dovuto lasciare il tavolo in anticipo. «Abbiamo fissato che ogni giorno, ogni settimana bisogna che ci incontriamo per discutere tra di noi e vedere ando stà o’ buono e ando sta o’ malamente – spiega – E poi ammo vedè Cesare quanto prima». Che poi, quando Carboni e Martino si accordano per vedersi e raggiungere casa di Verdini, il faccendiere sardo arrestato è costretto persino a spiegare che «non è al Grazioli, eh!».

Del resto tutto si riferisce a Cesare-Silvio, e Carboni si vanta a più riprese di aver parlato con lui al telefono con Lombardi e Martino: dalle prime notizie sulla campagna diffamatoria contro Caldoro fino alle manovre sugli affari dell’eolico. «Fratello mio, gente che… hanno fatto muovere questi, perché sennò», sorride Martino il 30 settembre con Carboni. «Ma gente riferita al Cesare?», chiede Carboni. «Alle pecore! Al Cesare eh..», conclude Martino.

L’Unità 14.07.10

Salta per i disabili il tetto di venti alunni per classe

Per favorire l’integrazione degli alunni con disabilità, il nostro sistema prevede due forme di intervento tra di loro integrate: l’assegnazione di docente di sostegno per un tempo rapportato alla gravità dell’handicap e la riduzione del numero complessivo di alunni fino ad un massimo, di norma, di venti unità. Per quanto riguarda la formazione delle classi, dall’anno scorso, per effetto del Regolamento sulla rete scolastica (dpr 81/2009) è stato ripristinato il limite di venti alunni, a cominciare gradualmente dalle prime classi: Le classi iniziali delle scuole ed istituti di ogni ordine e grado, ivi comprese le sezioni di scuola dell’infanzia, che accolgono alunni con disabilità sono costituite, di norma, con non più di 20 alunni.

Un emendamento approvato in Commissione Bilancio al Senato sembra riportare, però, indietro tale disposizione, in quanto consente di derogare da tale limite numerico.

A lanciare l’allarme per tale intervento sono stati i parlamentari di opposizione che ha così commentato l’emendamento “Con una mano il governo raccoglie, pur con ritardo, le giuste proteste degli invalidi sulle pensioni e sugli assegni d’accompagnamento, con l’altra torna a colpire tra i disabili i più deboli tra i deboli: i bambini, i ragazzi e il loro diritto a imparare e a crescere nelle scuole insieme ai loro coetanei”.

La posizione del PD è stata espressa dalla senatrice Mariangela Bastico e dalla deputata Manuela Ghizzoni, per le quali “L’emendamento approvato in commissione Bilancio dalla maggioranza rende sempre più difficile una positiva integrazione scolastica, perché stabilisce infatti che è sempre possibile derogare, superandolo, al vincolo dei venti alunni per classe in presenza di uno studente disabile”.

Secondo le parlamentari gli effetti di questa norma renderebbero difficile l’inserimento scolastico, perché collegati con altre due negative ‘innovazioni’ della manovra Tremonti: il numero massimo, un vero ‘tetto’, degli insegnanti di sostegno, già giudicato incostituzionale da una recente sentenza della Corte, e il fissare criteri più rigidi per la certificazione dell’invalidità per l’attribuzione dei docenti di sostegno.

da Tuttoscuola 14.07.10

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“Disabili, forti proteste per la “miope” sparizione del tetto di 20 alunni a classe”, di Alessandro Giuliani

Sembra destinato a rimanere in vita solamente un anno il ripristino del limite massimo di 20 alunni nelle classi dove sono iscritti alunni disabili: come da noi annunciato, per eludere il provvedimento, introdotto nel 2009 attraverso l’art. 5.2 del Dpr 81, la Commissione Bilancio del Senato ha incluso nel maxiemendamento della manovra Finanziaria (che dovrebbe passare nelle prossime ore attraverso il ricorso al voto di fiducia) una correzione (voluta dai senatori Esposito e Latronico, del Pdl) che prevede una deroga all’attuale limite di alunni complessivi iscritti alle prime classi frequentate da alunni con disabilità. Appena appreso dell’inattesa modifica, da associazioni e partiti sono partite forti critiche. Ad iniziare dagli organismi che difendono i diritti dei disabili, già scesi in piazza la scorsa settimanaa causa del paventato innalzamento della percentuale di invalidità che dà diritto all’indennità di accompagnamento. Quando sembrava che l’alzata di scudi avesse prodotto la cancellazione di quest’ultima volontà del Governo, presente nella prima versione della stessa manovra, ecco ora giungere l’addio al “tetto” di 20 alunni per classe in presenza anche di un solo disabile. Secondo Pietro Vittorio Barbieri, presidente Fish, “la prospettiva reale è quella di classi sempre più sovraffollate che mettono a rischio la qualità stessa dell’istruzione e dell’inclusione scolastica. Un atto, quindi, gravissimo che colpisce, ancora una volta, i più deboli. Un danno che riguarda tutti i bambini, siano essi disabili o meno”. Secondo il presidente dell’associazione pro-disabili quella del Governo è una mossa a dir poco miope, che alla lunga non porterà benefici economici. Anzi, alla luce della piuttosto recente sentenza della Corte Costituzionale, che abbatte limiti al numero di insegnanti a supporto degli alunni con difficoltà nominabili in caso di necessità, se le classi sono sovraffollate “i docenti – sostiene Barbieri – non potranno seguire con attenzione i bambini con disabilità e questo causerà un’impennata nella richiesta di insegnanti sostegno. E di fronte agli eventuali rifiuti vi sarà un fiorire di ricorsi al giudice, nei quali le amministrazioni scolastiche, come avviene ormai in ogni dove, saranno soccombenti. Un contenzioso che causerà un aumento di costi ben superiore ai risparmi previsti”.

Di “ennesimo ‘colpo di mano’, ma anche piuttosto vacillante ed improvvisato sotto il profilo del calcolo economico” parla anche Giovanni Pagano, presidente Fand: l’emendamento “se approvato definitivamente – sostiene il rappresentante dell’associazione – non potrà che creare disagio ai bambini e alle loro famiglie e rendere ancora più devastato un sistema scolastico già messo a dura prova da tagli e misure restrittive. Senza nessun risparmio effettivo. Quell’emendamento – conclude Pagano – va ritirato, abrogato, soppresso nell’interesse di tutti. Compreso del Ministero dell’economia”.Della volontà del Governo di cancellare il limite dei 20 alunni si è occupato pure il Partito democratico: la senatrice Mariangela Bastico e la deputata Manuela Ghizzoni, attraverso un comunicato congiunto, hanno dichiarato che “l’emendamento approvato rende sempre più difficile una positiva integrazione scolastica”. Secondo Antonio Ferraro, responsabile nazionale politiche sociali Prc-Se, si tratterebbe “dell’ennesimo atto maldestro e improvvisato di questa maggioranza, che andrebbe a colpire un sistema scolastico già tartassato da tagli e ridimensionamenti: chiediamo pertanto che l’emendamento venga ritirato nel rispetto di tutti i bambini, disabili e non, e che finisca – ha concluso Ferraro – questa ‘carneficina’ ai danni di diritti e persone”.

Tecnica della Scuola 14.07.10

Per l'Onu «la legge sulle intercettazioni mina la libertà di espressione». Frattini: «Sconcertato»

l governo italiano deve «abolire o modificare» il progetto di legge sulle intercettazioni perché «se adottato nella sua forma attuale può minare il godimento del diritto alla libertà di espressione in Italia». Lo ha detto il relatore speciale dell’Onu sulla libertà di espressione, Frank La Rue in un comunicato.
Le pene previste dal disegno di legge per editori e giornalisti, secondo La Rue, sono sproporzionate. «Quelle disposizioni possono ostacolare il lavoro dei giornalisti su questioni di pubblico interesse come la corruzione, data la lunghezza eccessiva dei procedimenti giudiziari in Italia», ha spiegato il relatore guatemalteco.

«Se adottato nella forma attuale, (il ddl) può minare il godimento del diritto alla libertà di espressione in Italia», ha insistito. Nel comunicato, La Rue ha sottolineato che se la legge sulle intercettazioni entrasse in vigore, qualunque giornalista non iscritto all’Ordine potrebbe essere condannato fino a quattro anni di carcere per il solo fatto di aver registrato conversazioni senza l’autorizzazione dell’interessato. La Rue ha auspicato di poter venire in Italia l’anno prossimo per valutare la situazione nel campo della libertà di stampa.

Più in generale, secondo la Rue, l’impianto della legge «potrebbe ostacolare il lavoro dei giornalisti ad avviare inchieste su questioni di interesse pubblico, come la corruzione, data l’eccessiva lunghezza dei processi in italia, come messo in evidenza ripetutamente dal Consiglio d’Europa. Sono consapevole che la bozza è stata portata avanti per le preoccupazioni riguardo alle implicazioni relative alla pubblicazione di materiale processuale e al diritto alla privacy – ha aggiunto il relatore dell’Onu -, ma la bozza di legge nella sua attuale conformazione non costituisce una risposta appropriata a tali preoccupazioni e pone una minaccia alla libertà d’espressione».

Da qui l’invito al governo perché «non adotti la legge per come è e avvii un dialogo significativo con tutte le parti in causa, soprattutto giornalisti e organizzazioni, per garantire che le loro preoccupazioni siano tenute in conto. Sono pronto – ha concluso – a fornire assistenza tecnica per garantire che la legge rispetti gli standard internazionali per il rispetto della libertà d’espressione».

Non si è fatto attendere il commento del governo italiano, che per bocca del ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha manifestato «forte sorpresa e sconcerto» per la presa di posizione del relatore speciale dell’Onu per la libertà di espressione. «In tutti i paesi democratici del mondo – ha detto Frattini a margine del Milano Med Forum 2010 – non è consentito alla pubblica accusa divulgare prima di una sentenza definitiva elementi di indagine che devono restare segreti. Questo per la semplice ragione che in democrazia si tutelano i diritti anche degli indagati». «Il processo mediatico – ha proseguito il ministro – è una barbarie, non un principio di diritto. Ecco perché io credo si dovrebbero leggere le proposte legislative prima di fare interventi del genere. In secondo luogo in uno stato democratico e liberale come l’Italia il parlamento sovrano decide e sulle proposte in itinere nessuno può interferire».

Intanto la maggioranza ha presentato sei emendamenti in commissione Giustizia alla Camera. Contemplate nuove regole per la sostituzione d’ufficio del magistrato che rivela segreti d’ufficio, norme più ‘elastiche’ sulle intercettazioni ambientali, pene più ‘leggere’ per gli editori e i giornalisti che pubblicano materiale segreto e, soprattutto, l’estensione delle proroghe per procedere all’intercettazione quando i 75 giorni di durata massima non siano sufficienti per completare le indagini. Su pene più leggere per gli editori concordano anche i finiani che in serata hanno presentato i loro emendamenti al ddl intercettazioni.

Il Sole 24 Ore 14.07.10

"La moda low cost che costa troppo alle donne", di Naomi Wolf

Lo confesso: lo faccio anch’io. Come la maggior parte delle donne occidentali, lo faccio regolarmente, e ogni volta mi sento in colpa per il piacere che mi dà. Ma è difficile ascoltare la propria coscienza di fronte a una tentazione così fantastica. Sto parlando della moda a basso costo. Vado da Zara, o da H&M o, adesso che per l’estate sono in Gran Bretagna, da Primark, e arraffo capi «carini» e talmente economici che ne prendo due. Devo affrontare la mia dipendenza – e così tutte le donne come me. La moda è stata rivoluzionata dalle catene di vendita al dettaglio che assumono buoni stilisti per creare abiti usa-e-getta e accessori di tendenza. Questa evoluzione ha liberato le donne occidentali dalla tirannia dell’industria della moda che dettava uno stile, costringendole a investire molti soldi nell’aggiornare il guardaroba e poi serenamente dichiarandolo superato – e questo in un ciclo continuo, senza mai fine. Entrando negli empori della produzione di massa, le donne occidentali hanno l’apparentemente deliziosa e liberatoria possibilità di acquistare l’imperdibile prendisole di questa stagione in stile floreale Anni 80 – che la prossima estate sembrerà terribilmente scialbo – per 12 dollari. Loro – noi – possono investire cifre alte nei capi classici che non invecchiano così in fretta e concedersi qualche capo alla moda low-cost quando ne hanno voglia.

Questi empori risolvono anche un nostro problema psicologico, dato che possiamo restare lì dentro tutto il tempo che vogliamo senza sentirci poi colpevoli per eccesso di spesa. Il prezzo di tutto questo lo pagano però le donne nel mondo in via di sviluppo, sulle cui spalle è costruito l’intero sistema. Come riescono Primark e i suoi concorrenti a offrire a prezzi tanto bassi i loro bei vestitini? Facendo morire di fame e opprimendo le donne cinesi, messicane, haitiane, ecco come fanno. Tutti sappiamo che i vestiti economici di solito vengono fabbricati in condizioni di sfruttamento spaventoso – e di solito da donne. E sappiamo – o dovremmo sapere – che queste donne vengono chiuse a chiave nelle stanze da lavoro, non possono andare in bagno per ore, vengono molestate sessualmente, non hanno diritti sindacali e sono oggetto di ogni forma di coercizione.

Ma, come davanti a qualunque segreto di famiglia che, se rivelato, ci metterebbe a disagio, noi donne occidentali chiudiamo gli occhi davanti a tutto questo. Negli Stati Uniti il boicottaggio delle T-shirt dei college fabbricate in condizioni disumane ha portato a pratiche manifatturiere più corrette. Il boicottaggio del caffè e di altri prodotti simili, guidato soprattutto dalle donne, ha portato al commercio equo e solidale. Anche nel passato ci sono state donne ricche che hanno rifiutato i prodotti dello sfruttamento: nell’era vittoriana, le donne povere diventavano cieche cucendo e ricamando abiti sontuosi per quelle ricche, finché queste, prese dall’orrore, non hanno costretto le sartorie a migliorare le condizioni di lavoro. Oggi però non ci sono movimenti di donne del mondo sviluppato che fermino questo sfruttamento globale – eppure il nostro denaro resta l’unico strumento in grado di costringere i produttori a cambiare metodi.

La ragione è semplice: ci piacciono le cose come stanno. Ma ci sarà sempre più difficile mantenere il nostro atteggiamento «lontano dagli occhi, lontano dal cuore». A loro onore, le donne del mondo in via di sviluppo stanno alzando la voce. Per esempio, il «Financial Times» del 23 giugno ha scritto che «centinaia di fabbriche di vestiti in Bangladesh, fornitrici di Marks and Spencer, Tesco, Walmart e H&M, stanno riprendendo gradualmente l’attività sotto la protezione della polizia… dopo giorni di violente proteste da parte di decine di migliaia di lavoratrici che chiedevano paghe più alte». Un migliaio di poliziotti antisommossa hanno usato pallottole di gomma e gas lacrimogeni contro di loro, a centinaia sono rimaste ferite, ma non hanno fatto marcia indietro. La maggior parte dei due milioni di persone che in Bangladesh lavorano nell’industria dell’abbigliamento sono donne, e sono le peggio pagate al mondo: 25 dollari al mese. Ora chiedono che le loro paghe arrivino a 70: con quelle attuali, non riescono a comprare il cibo. Gli economisti predicono che scioperi e disordini si intensificheranno in Bangladesh, e pure in Vietnam, dato che anche le banche d’investimento citate dal «Financial Times» considerano le paghe in questi Paesi «insostenibilmente basse». Le fabbriche hanno riaperto – per il momento. E il governo del Bangladesh sta prendendo in considerazione un aumento dei salari minimi. Se succederà, una delle forze lavoro legali più oppresse del mondo avrà segnato una grandissima vittoria – ampiamente simbolica per adesso, ma capace di ispirare altre lavoratrici del tessile.

Noi, donne occidentali, dovremmo appoggiarle cambiando i nostri modelli di consumo. E’ tempo di dimostrare solidarietà a donne che soffrono alla luce del sole una discriminazione sistematica, globalizzata, immensamente redditizia per chi le sfrutta – una condizione ormai sconosciuta alla maggior parte di noi. Favoriamo invece una economia equa e solidale e rifiutiamoci di fare acquisti nei negozi presi di mira dagli attivisti anti-sfruttamento (www.worldwatch.org/node/1485). Se le donne riusciranno a vincere questa cruciale battaglia, quel bel vestitino da Primark costerà di più. Ma costa già troppo alle donne che non possono permettersi di dare cibo e casa a se stesse e ai loro bambini. Tre dollari per quel delizioso paio di sandali allacciati? Un prezzo – dati i costi umani – davvero troppo buono per essere onesto.

La Stampa 14.07.10

Napolitano e i tagli. «La ricerca è garanzia del nostro futuro», di Marcella Ciarnelli

Certamente si può discutere sulle scelte da fare, ma non c’è dubbio che non possiamo far pesare sulle spalle dei giovani il costo del debito pubblico accumulato, e perciò bisogna restringere la spesa ma salvando le priorità. E io vorrei che fossero salvate le spese per gli investimenti, per la ricerca e per l’università, riconoscendo il loro carattere prioritario». Parla a una platea molto sensibile all’argomento il presidente della Repubblica che, a Trieste per assistere al concerto per l’amicizia diretto da Riccardo Muti, ha voluto partecipare all’inaugurazione della nuova sede della Sissa, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, una delle eccellenze del nostro paese. Lo hanno accolto i docenti, le autorità, ma innanzitutto i giovani studenti e i ricercatori, in piedi per tutta la durata della cerimonia, indossando tutti una maglietta con su scritto «Salviamo la ricerca». Sono i diretti interessati, quelli che saranno coinvolti assieme ai loro colleghi di tutt’Italia nei tagli previsti dalla manovra su ricerca e università e anche nella riforma di quest’ultima per alcune parti contestata. Ed è a loro che il presidente si è rivolto invitandoli «ad avere fiducia» anche se lui per primo si rende conto che è una richiesta «non facile». Eppure Napolitano ha detto di «esitare» a chiedere di «salvare la ricerca» perché «mi rifiuto di credere che stia annegando ».E ha aggiunto che «non riconoscere la priorità della ricerca significa non avere il senso della storia del nostro Paese». Anche se la manovra impone dei sacrifici e la riforma dell’Università, che da martedì andrà in discussione, è diventata necessaria davanti a una situazione disordinata e a volte improduttiva. Ma «legge di riforma e una dotazione adeguata sono le due facce di una stessa medaglia». Quindi «io prendo atto con molta fiducia dell’impegno pubblico e diretto del ministro dell’Economia, Tremonti a provvedere nella parte successiva all’approvazione della manovra finanziaria, e cioè in vista della definizione degli impegni di bilancio per il prossimo anno, a discutere con serietà il fabbisogno del fondo di finanziamento ordinario dell’Università». Ciò che auspica il presidente è che problemi di questa entità siano affrontati non perdendo mai l’interesse collettivo. Anche se non si sta dalla stessa parte. «In un paese democratico non mancano i campi, i problemi e le scelte su cui contendersi il voto, i consensi, confrontarsi anche aspramente. Ma ci sono alcuni problemi che esigono condivisione perché sono scelte di medio e lungo termine che non possono essere disfatte se cambia il colore di un’amministrazione, richiedono continuità». Tra i problemi e le scelte a cui fa riferimento il presidente ci sono quelli legati alla manovra economica, conseguenza di una crisi mondiale senza precedenti ma che in Italia si trova a misurarsi con il pesante debito pubblico che condiziona da decenni la nostra economia. È difficile il tempo delle scelte. «So quanto lo è fissare delle priorità di spesa quando ci si siede al tavolo del Consiglio dei ministri,ma riuscire a farlo, significa riconoscere che diamo importanza al nostro futuro. E la ricerca è la garanzia del nostro futuro». Rappresentata dai giovani che lo hanno ascoltato e applaudito e che è ingiusto portino sulle spalle un fardello che non hanno contribuito a creare ma che rischia di condizionare la loro vita.

L’Unità 14.07.10

"Perché gli uomini uccidono le donne", di Michela Marzano

Si continua a chiamarli delitti passionali. Perché il movente sarebbe l´amore. Quello che non tollera incertezze e faglie. Quello che è esclusivo ed unico. Quello che spinge l´assassino ad uccidere la moglie o la compagna proprio perché la ama. Come dice Don José nell´opera di Bizet prima di uccidere l´amante: «Sono io che ho ucciso la mia amata Carmen». Ma cosa resta dell´amore quando la vittima non è altro che un oggetto di possesso e di gelosia? Che ruolo occupa la donna all´interno di una relazione malata e ossessiva che la priva di ogni autonomia e libertà?
Per secoli, il “dispotismo domestico”, come lo chiamava nel XIX secolo il filosofo inglese John Stuart Mill, è stato giustificato nel nome della superiorità maschile. Dotate di una natura irrazionale, “uterina”, e utili solo – o principalmente – alla procreazione e alla gestione della vita domestica, le donne dovevano accettare quello che gli uomini decidevano per loro (e per il loro bene) e sottomettersi al volere del pater familias. Sprovviste di autonomia morale, erano costrette ad incarnare tutta una serie di “virtù femminili” come l´obbedienza, il silenzio, la fedeltà. Caste e pure, dovevano preservarsi per il legittimo sposo. Fino alla rinuncia definitiva. Al disinteresse, in sostanza, per il proprio destino. A meno di non accettare la messa al bando dalla società. Essere considerate delle donne di malaffare. E, in casi estremi, subire la morte come punizione.
Le battaglie femministe del secolo scorso avrebbero dovuto far uscire le donne da questa terribile impasse e sbriciolare definitivamente la divisione tra “donne per bene” e “donne di malaffare”. In nome della parità uomo/donna, le donne hanno lottato duramente per rivendicare la possibilità di essere al tempo stesso mogli, madri e amanti. Come diceva uno slogan del 1968: “Non più puttane, non più madonne, ma solo donne!”. Ma i rapporti tra gli uomini e le donne sono veramente cambiati? Perché i delitti passionali continuano ad essere considerati dei “delitti a parte”? Come è possibile che le violenze contro le donne aumentino e siano ormai trasversali a tutti gli ambiti sociali?
Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità, valore e diritti all´uomo, tanto più l´uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. Grazie ad alcune inchieste sociologiche, oggi sappiamo che la violenza contro le donne non è più solo l´unico modo in cui può esprimersi un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un milieu sociale povero e incolto. L´uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Poco importa il lavoro che fa o la posizione sociale che occupa. Si tratta di uomini che non accettano l´autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, ma, invece di cercare di capire cosa esattamente non vada bene nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l´uccidono.
Paradossalmente, molti di questi delitti passionali non sono altro che il sintomo del “declino dell´impero patriarcale”. Come se la violenza fosse l´unico modo per sventare la minaccia della perdita. Per continuare a mantenere un controllo sulla donna. Per ridurla a mero oggetto di possesso. Ma quando la persona che si ama non è altro che un oggetto, non solo il mondo relazionale diventa un inferno, ma anche l´amore si dissolve e sparisce. Certo, quando si ama, si dipende in parte dall´altra persona. Ma la dipendenza non esclude mai l´autonomia. Al contrario, talvolta è proprio quando si è consapevoli del valore che ha per se stessi un´altra persona che si può capire meglio chi si è e ciò che si vuole. Come scrive Hannah Arendt in una lettera al marito, l´amore permette di rendersi conto che, da soli, si è profondamente incompleti e che è solo quando si è accanto ad un´altra persona che si ha la forza di esplorare zone sconosciute del proprio essere. Ma, per amare, bisogna anche essere pronti a rinunciare a qualcosa. L´altro non è a nostra completa disposizione. L´altro fa resistenza di fronte al nostro tentativo di trattarlo come una semplice “cosa”. È tutto questo che dimenticano, non sanno, o non vogliono sapere gli uomini che uccidono per amore. E che pensano di salvaguardare la propria virilità negando all´altro la possibilità di esistere.

La Repubblica 14.07.10

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“Delitti e passioni, nove donne uccise in un mese”, di Paolo Berizzi

La criminologa Isabella Merzagora: nella coppia è l´uomo che non tollera l´abbandono.
Si possono fare anche 800 chilometri se hai deciso di uccidere. Si può partire da un paesino in provincia di Piacenza e, con una Panda, di notte, andare fino a Bari: una spranga come compagna di viaggio. Hai in testa un progetto di morte, sai che lo porterai a termine: e allora la vendetta cieca, quella furiosa e insensata dell´«ex», quella che in Italia ha falciato 14 donne negli ultimi quattro mesi – 9 in meno di un mese – viaggia da una nazione all´altra. Dalla Croazia all´Italia, direzione Ceva, tra Piemonte e Liguria, ché c´è sempre un piccolo borgo che fa da scena a questi delitti. Una coltellata alla gola a lei (Katerina Marcovic, 24 anni, l´ultima vittima). Altre due al fidanzato (Salvatore Ciantia, 28): missione compiuta. Massacri di un´estate maledetta. Corpi squarciati, stesi sull´asfalto rovente, coperti dalla pietà di un lenzuolo. Una pagina di Facebook. Una frase in chat. Perché «era tutto già scritto». Gli ultimi atti della macelleria “omicidi passionali” si sono compiuti l´altra sera. Ore 22.50, Morfasso, tra i monti della Val d´Arda. Domenico Iania, 52 anni, calabrese, disoccupato, un tentato omicidio nel ‘93. Quando lo fermano vicino alla scuola abbandonata dove vive, si consegna in silenzio: ha viaggiato da Bari a Piacenza in treno, la Panda blu abbandonata in campagna, in mezzo ai trulli, in fondo alla trasferta pugliese marchiata col sangue. Lei si chiamava Chiara Brandonisio, aveva 34 anni e faceva l´operaia. Iania, che l´aveva conosciuta e la amava via Internet, l´ha massacrata a sprangate giovedì mattina a Carbonara, Bari. Doveva fargliela pagare: non voleva più stare con lui, forse aveva iniziato a frequentare un altro, si era spaventata quando lui, attraverso la webcam, le si era mostrato con una pistola puntata alla testa. E lo aveva raccontato alle amiche. Mentre arrestavano Iania, si scatenava un´altra furia omicida: a Ceva, vicino Cuneo. Zoran Yoksimovic, 28 anni, arriva dalla Croazia per uccidere la ex fidanzata, Katarina, e il suo nuovo compagno, Salvatore. Coltellate per tutti. Anche per sé, ultima sequenza della mattanza. La spirale di violenza che si è rovesciata in quest´inizio d´estate contro le donne fa impressione: in meno di un mese già 9 quelle ammazzate da mariti, ex fidanzati o semplici conoscenti. Una scia di sangue che ha spesso come anticamera episodi di stalking (1.200 arrestati dall´approvazione della nuova legge). E che si porta dietro un picco certificato dall´Eurispes: la violenza sulle donne è aumentata del 300% negli ultimi 9 anni. Il 31,9% delle italiane ha subìto una violenza almeno una volta nella vita. «C´è un cambiamento motivazionale – spiega Isabella Merzagora, criminologa – . Il delitto d´onore di un tempo è diventato il delitto del possesso e della dipendenza. Nella coppia è l´uomo che non tollera l´abbandono». Clara Lombardi, 42 anni, è in condizioni gravi. L´altra sera il marito, che aveva già provato a strangolarla, è tornato all´attacco: coltellate all´addome, per strada, nella centralissima via Depretis, a Napoli. Nel bollettino di morte sono già scritti i nomi delle ultime donne ammazzate: Eleonora Noventa, 16 anni appena, uccisa dall´ex fidanzato, poi suicida, a Mestre. A pochi chilometri da lì è finita anche la vita di Roberta Vanin, 43 anni, massacrata dall´ex convivente il 6 luglio. E poi Anna Maria Tarantino, la collaboratrice de “Il Tempo” strangolata da un amante respinto. «L´ultimo baluardo in cui ci si rifugia oggi è la coppia – aggiunge Merzagora – quando crolla anche questo, può scattare una violenza da frustrazione e si consuma la tragedia».

La Repubblica 14.07.10

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“Confessioni di uno stalker pentito”, di Grazia Maria Mottola

«Sentivo dentro queste parole: “Morta lei, starai bene”. Era un altro me stesso che mi diceva quello che dovevo fare». È la confessione di uno stalker che chiameremo Angelo: 60 anni, magazziniere a Milano. Avrebbe voluto uccidere Maria, l’ex fidanzata. Si è fermato in tempo, con l’aiuto degli psicologi dell’Osservatorio nazionale dello stalking.
«”Morta lei, starai bene”: le parole che sentivo nel sonno, come un altro me stesso che mi diceva quello che dovevo fare». E seguendo quella voce da incubo Angelo (nome di fantasia), 60 anni, magazziniere di Milano, si trova con un coltello in mano, lungo la strada diretta a casa dell’ex fidanzata, deciso a eliminare lei, amata-odiata, «unica fonte del mio dolore». «Mi fermarono i carabinieri, fu come svegliarmi da un brutto sogno, al momento non mi spiegai come avessi fatto ad arrivare fin lì». Ma oggi Angelo lo sa. Dopo un percorso di anni (ancora non è finito), con l’aiuto dell’Osservatorio nazionale sullo stalking (www.stalking.it), l’uomo ha ricostruito le tappe di un’ossessione assurda che poteva sfociare in tragedia. «Conobbi Maria (nome di fantasia) in azienda, aveva qualcosa di speciale, anche lei era molto attratta da me». Una storia di pochi mesi: lui sposato con un figlio; lei, quasi trent’anni di meno, con qualche problema di salute. Per questo Maria si trasferisce al Sud, nel paese natale. Angelo la sostiene, e la relazione continua al telefono: «Ero sicuro di lei, mi chiamava in continuazione, l’aiutai a comprare una macchina ». È Angelo a consegnarle l’auto in paese: «Fu l’occasione per stare tre giorni insieme, ma alla stazione successe l’inverosimile». Maria, senza spiegazioni, come spesso accade, lascia intendere che la liaison non avrà seguito: «Ci sentiamo a Natale, non prima». Angelo incassa, poi si sente male. «Era come se mi fosse crollato il mondo addosso, finii all’ospedale, la cercai al telefono, lei non rispose». Quella frase alla stazione fa scattare il delirio. «Da quel giorno non fui più lo stesso, stavo male, sentivo un bisogno irresistibile di chiamarla». Così Angelo da innamorato si trasforma in instancabile persecutore: «Lei aveva tirato su un muro, ma ogni volta che trovavo il telefono spento, mi saliva la rabbia e una forza incontenibile mi spingeva a cercarla con ogni mezzo. Ero diventato uno stalker». Quaranta telefonate al giorno con quattro cellulari diversi, centinai di messaggini, fax: per farle sapere che non intende sparire. Non solo: «Verrò da te per vedere il tuo nome scritto sulla tomba»; poi: «Stai attenta a quando attraversi la strada»; e ancora: «Non vedo l’ora di sapere che sei morta», «La tua vita non vale nulla, ogni giorno che passa è un giorno in meno che vivrai». Le frasi più ricorrenti. Con uno scopo: «Volevo farle capire quanto male mi aveva fatto e quanto io volevo fargliene».

Ma il conflitto non manca: «A volte rileggevo quelle parole, emi vergognavo di me stesso, allora le inviavo nuovi messaggi: “Scusami cucciola, sei la cosa più importante della mia vita». Angelo si pente, ma dura poco. Dopo quattro mesi, Maria lo querela per molestie (non esisteva la legge sullo stalking). I carabinieri di Milano convocano Angelo, gli spiegano che è meglio lasciar perdere. Ma la denuncia ha l’effetto contrario: «Per me fu come una sfida, presi un treno la sera stessa». Inizia così un pendolarismo settimanale che dura quasi due anni: «Sentivo il bisogno di vederla, la seguivo a 40 metri di distanza, mi accontentavo che sapesse che c’ero». Placare l’ansia, ridurre la sofferenza, provare soddisfazione nel farla soffrire: Angelo vive per questo, per farle sapere che lei, con la sua querela, non è riuscito ad allontanarlo. Intanto iniziano i problemi fisici: l’uomo perde 30 chili, non regge più la tensione. Decide così di trasferirsi nel paese di Maria. «Desideravo respirare la sua aria, solo così mi sentivo tranquillo». Ma gli incubi continuano, di notte «la voce» gli parla di progetti di morte. «Cercai di farla finita più di una volta, per smettere di soffrire. Ma confidavo anche nella sua morte». «Via lei, via il dolore»: l’ossessione prosegue, Angelo sta per toccare il fondo. Ma in qualche modo cerca aiuto e parla con il padre della ex fidanzata: «Ebbi da lui il nome di Massimo Lattanzi, presidente dell’Osservatorio sullo stalking, così è iniziata la mia ripresa». Angelo inizia una sorta di terapia: di fatto quando vuole vedere Maria, chiama Lattanzi e ne parlano insieme. «Se non lo avessi incontrato, sarebbe finita male, e solo in un modo». La morte di Maria e forse anche la sua: «Dico solo che quando si fanno certe cose, si è costretti ad agire così, è un impulso irresistibile. Io ci sono caduto dentro e conosco il meccanismo, per fortuna sono stato fermato in tempo». E Maria?: «Grazie alla mediazione dello psicologo siamo in rapporti civili, a volte ci sentiamo. Se un’altra donna mi abbandonasse? Non rifarei le stesse cose: nessuna sarà mai importante come Maria, lei era l’altra metà della luna, l’unico grande amore. Ancora oggi penso a lei».

Il Corriere della Sera 14.07.10

Pil nascosto e lavoro in nero Italia sempre più “sommersa”

Un sesto della ricchezza del Paese che sfugge alle rilevazioni ufficiali, così come tre milioni e mezzo di lavoratori: sono cifre drammatiche, che lo diventano ancor di più individuando la chiara linea di tendenza fra i molti dati forniti ieri dall’Istat, ovvero quella di un’Italia che non solo è incapace di porre un freno a una delle sue anomalie più croniche, ma che anzi vede peggiorare il fenomeno che forse maggiormente l’allontana dall’Europa. Dichiarazioni fasulle, costi gonfiati, lavoro in nero: per l’Istituto nazionale di statistica questa diffusa illegalità alimenta come non mai l’economia sommersa, che aumenta di conseguenza il suo peso percentuale rispetto al pil, fotografando una nazione dove, appunto, circa un sesto della ricchezza sfugge alle statistiche ufficiali e, di conseguenza, anche all’erario. Nel 2008, secondo le stime dell’ Istat, il valore aggiunto prodotto nell’area del sommerso economico si è attestato tra un minimo di 255 e un massimo di 275 miliardi di euro, con un peso (in crescita per la prima volta in sette anni) tra il 16,3% e il 17,5%del pil. La “forchetta”, nel 2007, era invece compresa tra 246 e 266 miliardi (per un peso sul pil tra il 15,9% e il 17,2%). E tra il 2000e il2008 il dato aveva registrato una tendenziale flessione, pur mostrando andamenti alterni: la quota sul pil aveva infatti raggiunto il picco più alto (19,7%) nel 2001, per poi decrescere fino al 2007. Nello specifico, la parte più rilevante del fenomeno riguarda la sottodichiarazione del fatturato e il rigonfiamento dei costi impiegati nel processo di produzione del reddito. A livello settoriale l’evasione fiscale e contributiva è più diffusa nei settori dell’agricoltura e dei servizi,maè rilevante anche nell’industria. Se si considera la sola economia di mercato, senza considerare, cioè, il valore aggiunto prodotto dai servizi “non market” forniti dalle amministrazioni pubbliche, il sommerso nel 2008 rappresenta addirittura il 20,6% del pil, contro il 17,5% calcolato per l’intera economia.
TIMORI PER L’ULTIMO BIENNIO Un altro capitolo importante e doloroso è quello del lavoro nero: le unità di lavoro non regolari (vale a dire la somma delle posizioni lavorative a tempo pieno e delle prestazioni a tempo parziale) hanno infatti ripreso a crescere e raggiunto – il dato è in questo caso relativo al 2009 – quota 2,966 milioni, pari al 12,2% dell’ input di lavoro complessivo, contro i 2 milioni e 958 mila (11,9%) del 2008. E sono proprio questi numeri a preoccupare la Cgil che, trasformando le unità di lavoro in lavoratori in carne e ossa, quantifica in oltre 3,5 milioni il numero di persone “in nero”. Ed il peggioramento fra il 2008 e il 2009 potrebbe essere il primo campanello di un allarme ben più generale. Con l’esecutivo Berlusconi si è proiettata l’immagine di uno Stato assai più lassista nei confronti dell’evasione, ed allo stesso tempo molto possibilista sull’introduzione di nuovi e vecchi condoni. Non a caso la Cgil parla di un peggioramento dovuto «all’allentamento della lotta all’evasione». E l’effetto sul sommerso e sul lavoro nero relativi all’ultimo bienno potrebbe rivelarsi devastante. Intanto, non dall’Istat ma dal Censis, è arrivato ieri un altro dato purtroppo in sintonia con quanto appena esposto: delle oltre 2 milioni di colf e badanti presenti in Italia, ben il62%lavorano «in nero » o con «un’evasione contributiva parziale»

L’Unità 14.07.10