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"Le metastasi del Potere", di Massimo Giannini

“La magistratura è un cancro da estirpare”, sostiene da mesi il presidente del Consiglio, nella furia iconoclasta che lo spinge ad abbattere i simboli e le istituzioni repubblicane. Finge di non vedere la doppia metastasi che gli sta crescendo attorno, e che sta lentamente ma inesorabilmente divorando il suo governo. C’è una metastasi giudiziaria, che ormai mina alle fondamenta il sistema di potere che lui stesso ha costruito negli anni.

L’iscrizione di Dell’Utri e Cosentino nel registro degli indagati, per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulle società segrete, è per ora soltanto un’ipotesi investigativa. Ma è più che sufficiente a completare un quadro agghiacciante del rapporto tra politica e malaffare nell’epoca berlusconiana.

Le inchieste che si moltiplicano, da Milano a Roma, da Firenze a Napoli, da Perugia a Palermo, scoperchiano un verminaio che travolge a vario titolo gli uomini più “strategici” e più vicini al premier. Guido Bertolaso, ras della Protezione Civile, signore delle Emergenze e vicerè dei Grandi Eventi, finito nel tritacarne dell’inchiesta sul G8, che nel triangolo Balducci-Anemone-Fusi ha svelato un micidiale meccanismo di corruzione sistemica e di arricchimento personale. Claudio Scajola, feudatario ex democristiano e plenipotenziario del Nord-Ovest, dimesso da ministro per aver lucrato (a suo dire inconsapevolmente) un appartamento dalla stessa banda al lavoro tra La Maddalena e L’Aquila. Aldo Brancher, storico tenutario dei rapporti con la Lega, dimesso da ministro dopo aver tentato di approfittare della nomina per sottrarsi al processo che lo vede imputato per la vicenda Antonveneta-Bnl. Denis Verdini, potentissimo coordinatore del Pdl, invischiato in diversi filoni d’inchiesta: prima gli appalti del G8, adesso anche le cene organizzate con i compagni di merende per spartire gli affari, condizionare i giudici della Consulta chiamati a decidere sul lodo Alfano, fabbricare falsi dossier ai danni degli avversari dentro il Popolo delle Libertà. Nicola Cosentino, vicerè azzurro della Campania e accusato di concorso esterno in associazione camorristica, ora coinvolto anche nell’inchiesta sul killeraggio morale ai danni del presidente della Regione. Marcello dell’Utri, sovrano di Publitalia e delle Due Sicile, padre fondatore di Forza Italia e garante degli equilibri con Cosa Nostra (secondo la Corte d’Appello, sicuramente fino al 1993), a sua volta finito nell’inchiesta sull’eolico (insieme al governatore della Sardegna Ugo Cappellacci) in quanto ospite di casa Verdini per le cene con i magistrati alla Antonio Martone o i faccendieri alla Flavio Carboni.

Ci sarà tempo per verificare la fondatezza delle accuse formulate nei confronti dell’inner circle berlusconiano. Ma una cosa è già chiara, fin da ora. Quella che sta venendo fuori dal complesso panorama indiziario è molto più che una banalissima “cricca”, che si riuniva per pagare qualche mazzetta e condividere qualche affaruccio di sotto-governo. Quello che si delinea è un vero e proprio “sistema di potere” a fini privatistici, che chiama in causa non qualche sparuta mela marcia, non qualche episodico mariuolo. Ma piuttosto, verrebbe da dire, “tutti gli uomini del presidente”. E proprio per questo, quello che si delinea è un vero e proprio “metodo di governo” della cosa pubblica, nel quale politica e affari si mescolano nella violazione sistematica della legge e del mercato. Una fabbrica che genera illecito, attraverso la distribuzione di tangenti e lo scambio di favori. E che conserva potere, attraverso il controllo delle candidature a livello nazionale e locale e il pilotaggio delle nomine dei capi degli uffici giudiziari. Una fabbrica che produce fango, attraverso i dossier falsi (meglio se a sfondo sessuale) commissionati per distruggere avversari interni ed esterni, com’è capitato a suo tempo al direttore di “Avvenire” Dino Boffo, e come capita adesso al governatore della Campania Stefano Caldoro. E man mano che emergono nuovi, inquietanti spezzoni di queste inchieste, si capisce anche il perché Berlusconi abbia bisogno di un provvedimento come quello sulle intercettazioni, con il quale può anche cedere su alcuni punti che riguardano la procedibilità delle indagini, ma non su quelli che riguardano il diritto di cronaca. La legge-bavaglio serve esattamente a questo: non far conoscere agli italiani le malefatte di una “casta” che, come sostengono a ragione alcuni pm, somiglia sempre di più a un’associazione a delinquere.

Questa ragnatela di illegalità è sempre più diffusa, sempre più pervasiva. Non è incistata “nel” sistema. È “il” Sistema. E i suoi fili, con tutta evidenza, sono intrecciati in ciascuna delle varie indagini che le diverse procure stanno portando avanti. Il procuratore antimafia Pietro Grasso ha parlato di “favori tra reti criminali”. Qualcuno ha evocato una nuova “Loggia P3”, che agisce con pratiche non diverse, e altrettanto pericolose, della vecchia massoneria deviata di Licio Gelli. È una definizione convincente, al di là delle suggestioni giornalistiche. E comunque sufficiente a far pensare, a questo punto, che una “questione morale” esista davvero. E che interroghi direttamente il governo, e personalmente il presidente del Consiglio. Fino a quando può ignorare questa metastasi? Fino a quando può blindare e a difendere gli uomini che la incarnano? Fino a quando può illudersi che la cura sia l’ovvio passo indietro di un ministro impossibile come Brancher o quello di un modesto assessore regionale come Sica? Per questo la metastasi è ormai anche politica. Il Pdl è dilaniato da una faida violenta tra bande rivali. Il premier è accerchiato da ogni parte. Non solo Fini sulla giustizia e Tremonti sulla manovra. I Dell’Utri e i Cosentino, i Verdini e gli Scajola, gli si agitano intorno come spettri. Allegorie della sua ossessione giudiziaria, ma anche della sua concezione politica. In alto il Sovrano Assoluto, in basso il suo Popolo. In mezzo la sua Corte. Che ne mutua tutti i vizi, ne riproduce tutte le nefandezze. Così non può reggere. E non reggerà.

La Repubblica 13.07.10

"Un centro-destra fuori tempo", di Piero Ignazi

Più che marciare soddisfatta verso i festeggiamenti dei 150 anni, l’Italia si sta rinchiudendo in un cerchio sempre più stretto di malumore, insoddisfazione e cupezza.
Eppure se adottiamo uno sguardo lungo che abbracci il secolo e mezzo che ci separa dal 1861, i motivi di orgoglio sono innumerevoli.
Pensiamo agli ostacoli e alle difficoltà che il paese ha dovuto superare: all’interruzione del processo di graduale estensione dei diritti civili e politici causato dall’irruzione del fascismo che ha impedito una più rapida e sicura legittimazione dello stato; oppure alla devastazione prodotta dal conflitto mondiale e alle lacerazioni di una guerra civile, limitata quanto feroce; o, ancora, alla miseria disperata di tante parti del Mezzogiorno abbandonate alla prepotenza della criminalità e all’incuria e allo sfruttamento, di possidenti e rentiers. Nonostante questi e tanti altri scogli l’Italia è oggi “irriconoscibile” agli occhi delle generazioni passate: nessuno, nel corso dei primi cinquant’anni del secolo scorso, immaginava che sarebbe diventata un paese del G-7, (potenzialmente) leader in Europa, con i suoi militari impegnati con onore in tante missioni all’estero.

Tutto ciò è stato merito di un virtuoso intreccio tra economia e società da un lato, e politica dall’altro. Il dopoguerra ha consentito una feconda integrazione tra una società vogliosa di riscatto e di affermazione, una economia scoppiettante di iniziative e di intrapresa, e una politica in grado di indicare, quanto meno, una direzione.

Quelle energie e quell’integrazione erano andate esaurendosi già negli anni 80. La politica si trovò impreparata a interpretare quanto di nuovo andava fermentando nella società: emergeva allora una domanda di “liberazione”, su vari piani. Liberazione dalla egemonia culturale marxista e cattolica officiata dalle rispettive chiese politiche (Pci e Dc) e dai riti della politica tradizionale, burocratica e oligarchica, lottizzata e corrotta. Liberazione da un sistema economico e sociale riverente dei salotti buoni, e ingabbiato da lacci e laccioli. Liberazione da modelli di comportamento eredi di una tradizione cattolica pre-conciliare e di una società pre-moderna.
Di questo fermento, segnalato dai migliori opinionisti dell’epoca e monitorato dalle prime ricerche del Censis e di altri istituti, la classe dirigente, prima ancora della classe politica, non se ne curava. Pensavano, per riprendere una celebre espressione dell’allora primo ministro Bettino Craxi, che, comunque, “la nave andasse”. E invece si incagliò contro tangentopoli. Il collasso del vecchio sistema dei partiti era nell’aria da tempo perché il circuito virtuoso tra economia, società e politica si era spezzato.

La rivoluzione del ’94, anticipata dal successo della Lega e poi “incarnata” dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, parte da quel cortocircuito. E chi se non un imprenditore di successo e un disinibito tribuno del fai-da-te poteva meglio interpretare la domanda di cambiamento? I vincitori del ’94 esprimevano plasticamente la pulsione al nuovo sia sul piano economico (il liberismo pro-market berlusconiano di quella fase), che sociale (l’irruzione di nuovi ceti dalle partite Iva ai piccoli imprenditori, identificati con il popolo laborioso bossiano o con il self-made-man berlusconiano), che culturale (l’adesione agli stili di vita post-materialisti ben diversi da quelli veicolati dalla recente curvatura neoclericale del centro-destra).

Il successo ripetuto del centro-destra in questi quindici anni (anche nel ’96 era maggioranza ma perse perché diviso) si spiega con la sua capacità di intercettare esigenze di una società in trasformazione, esigenze che non trovavano interlocutori nei vecchi partiti, né tanto meno in quelli pallidamente trasformati della sinistra.

Negli ultimi anni però il centro-destra ha perso anch’esso contatto con la società. Ha vellicato il proprio elettorato di riferimento con una valanga di provvedimenti tagliati su misura, ma non ha capito che il vento è cambiato, e solo la pochezza degli avversari gli ha consentito di raccogliere ancora vittorie. Il vento ha girato a metà del decennio scorso quando si è manifestata la crisi della “quarta settimana”. Per la prima volta dal 1992 sono tornate preoccupazioni economiche, timori di impoverimento, senso di emarginazione sociale, perdita di fiducia nel futuro. Alla fine degli anni Novanta, rivela un sondaggio della Swg, gli italiani erano convinti che il paese si stesse modernizzando, grazie alla sfida vinta dell’euro. In pochi anni la quota di coloro che avevano espresso questa convinzione era salita dal 53% del 1997 al 76% del 2000 e questa valutazione si era mantenuta inalterata per alcuni anni. Poi, la delusione per la gestione del changeover, tutta a favore di chi poteva fare i prezzi e a danno di chi aveva reddito fisso, e una crescita stagnante, vicino alla zero, hanno incrinato quella fiducia; e ormai sono molti di più quelli che pensano che l’Italia stia regredendo (59%) rispetto a quelli che sperano ancora nella modernizzazione (41%).

L’umore del paese non è più quello degli anni 90 efficacemente interpretato dalla scintillante novità del forzaleghismo. Dietro il centro-destra oggi non ci sono più settori sociali convinti della proposta (ma quale?) della maggioranza. Anche la sua credibilità in termini di protezione e giustizia sociale – domande che si sono impennate nella società – resiste solo grazie all’afasia della sinistra, perché quelle domande non sono nei suoi geni politici.

Ne deriva una società che si incupisce nella crisi e che non trova interlocutori politici sensibili alle sue “nuove” domande di protezione e giustizia. L’origine profonda delle convulsioni del governo sta proprio nell’aver perso il sostegno originario di ceti, magari arrembanti ma vitali. Oggi le domande sono diverse ed a queste è più difficile dare risposte; e non solo da destra.

Il Sole 24 ore 13.07.10

Rainews, cacciano Mineo per favorire la Lega

Via il direttore di Rainews Corradino Mineo, al suo posto un esterno alla Rai con il pregio di piacere alla Lega Nord. Lo fanno sapere il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti e il senatore Pd Vincenzo Vita, due conoscitori delle faccende Rai: «Altro che ricerca del dialogo. Nelle prossime ore gli imbavagliatori, e i loro delegati alla Rai cercheranno di mettere le mani anche su Rainews allontanando il direttore Corradino Mineo, mortificando le richieste della redazione e addirittura mettendo al suo posto un esterno gradito alla Lega».

Per Giuletti e Vita «se tutto ciò dovesse essere confermato, per la prima volta nella storia della Rai una maggioranza avrebbe il controllo di 10 testate giornalistiche su 11 con l’aggravante di un premier proprietario dell’altra metà dell’etere e tuttora ministro ad interim delle telecomunicazioni».
Giulietti e Vita sostengono che sarebbero felici di venire smentiti ma hanno «l’impressione che la direzione generale non potrà farlo neanche questa volta. Per quanto ci riguarda – proseguono – non abbiamo intenzione alcuna di aspettare le loro mosse. Quindi daremo mandato immediato ai nostri legali per preparare un nuovo esposto alla Corte dei conti contro queste scelte arroganti e dilettantesche, i continui ribaltoni, i dirigenti messi a disposizione». «Per valutare altresì – concludono Giulietti e Vita – se non si sia in presenza di una truffa ai danni dei cittadini che pagano il canone e che sono sempre più privati del diritto di scelta».

L’Unità 13.07.10

"Più merito e sinergie la "fabbrica dei prof" cerca il rinnovamento", di Giuseppe Roma

L´annuale guida dell´università anche quest´anno non manca di fornire approfondite indicazioni su ciascun ateneo e facoltà, utili per chi abbia necessità o interesse a orientarsi nella complessa offerta di alta formazione esistente in Italia. Dalle numerose indagini e analisi effettuate, emerge anche una visione sintetica dell´evoluzione recente dell´università italiana, un´istituzione che ha sempre più bisogno di essere compresa per com´è realmente, piuttosto che costituire per alcuni una specie di sacro totem da cui dipende la ripresa dello sviluppo economico nazionale, e per altri una specie di carrozzone burocratico a bassa produttività.
Proprio l´anno trascorso ci dice che sono visibili gli effetti positivi di quei continui processi di revisione interna, operanti in modo differenziato per territori e discipline, che lentamente stanno facendo affermare nel sistema universitario principi, strategie e iniziative molto più virtuose che nel passato. Vince il relativismo pragmatico di chi, pur in una situazione difficile da molti punti di vista (risorse, poteri, occupazione intellettuale, eccetera), aggiusta via via il tiro, prendendo la giusta direzione del rinnovamento. Meno successo ottiene l´assolutismo dogmatico delle grandi affermazioni di principio, non seguite da conseguenti assunzioni di responsabilità. Gli importanti, anche se deboli, segnali presenti riguardano: le risorse umane, la semplificazione, la massa critica e le relazioni internazionali.
Nessuna università può essere migliore dei docenti e dei ricercatori che in essa operano. Una tale logica costituisce il più forte veicolo per far trionfare il merito. Come pura battaglia ideologica, etica o di principio il merito non ha sfondato, ma come strumento indispensabile a garantire la qualità della didattica e la ricerca, quindi la stessa rilevanza di una facoltà o di un dipartimento, sta registrando maggiori successi. Naturalmente per arrivare a forme di reclutamento più eque ed efficienti e, più in generale, per migliorare l´organizzazione del sistema formativo vanno eliminate le aberrazioni che avevano prodotto un´università senza più remore ad autoriprodursi all´infinito. Eliminare gli sprechi e semplificare il pacchetto d´offerta, ancor che con la necessaria completezza dovuta all´ampliamento delle esigenze conoscitive, è un esercizio di saggia razionalizzazione, che si va diffondendo in modo convinto , non ultimo per evitare i rischi d´implosione. Migliorare l´organizzazione in un sistema non sempre improntato ai principi del project management, vuol dire anche ricercare dimensioni ottimali che consentano un uso appropriato delle risorse. La presenza multipolare sul territorio in ambiti troppo frammentati di localizzazione o quella dei mini-atenei costituiscono problemi cui si inizia a prospettare nuove soluzioni quali accordi, strategie federate o conferme selettive. Fra le risorse da valorizzare non va dimenticato un patrimonio immobiliare, oggi, per lo più considerato “capitale morto” e che invece potrebbe costituire un vero asset per lo sviluppo.
Infine, l´apertura internazionale. Le università più attive trovano proprio nelle relazioni internazionali, soprattutto riguardanti la ricerca, il metro della loro qualità. L´aver triplicato le risorse per la ricerca con progetti finanziati dall´estero per un valore doppio delle risorse nazionali vuol dire appartenere alla comunità globale dell´innovazione. Chi è più avanti in un questo processo è certamente meglio orientato a raggiungere i più elevati standard di qualità presenti a livello mondiale. In definitiva il pianeta universitario si è rimesso a girare, saprà l´economia e la società italiana accogliere talenti e professionalità formate come ulteriore motore per fare sviluppo?

Presidente Censis Servizi

La Repubblica 13.07.10

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“Le università che vincono la sfida con il futuro”, di Aurelio Magistà

Da Bologna al Politecnico di Torino, da Genova a Trento. Le istituzioni accademiche migliori sono ormai quelle che puntano su un clima cosmopolita. Lo dice il Censis, che stila la classifica degli atenei più attrezzati.
Nelle università italiane gli studenti stranieri sono cresciuti più del 45 per cento tra il 2004/05 e il 2008/09: da 38.298 a 55.731, secondo i dati più aggiornati del ministero dell´Università e della Ricerca.
Una crescita costante che diventa fenomeno: il bisogno di un nuovo tipo di formazione con un respiro almeno europeo. Per questo le classifiche degli atenei italiani più internazionali meritano uno sguardo più approfondito. Ma chi decide chi vince e chi perde? A dirlo è la Grande Guida Università che sta per uscire: l´internazionalizzazione è una delle categorie che il Censis servizi, autore del ranking su incarico di Repubblica, valuta da alcuni anni per redigere le classifiche generali. Il Censis servizi dà i voti, che hanno validità scientifica, solo su dati certi e verificabili, come spiega il direttore Roberto Ciampicacigli: «Per ogni ateneo abbiamo esaminato quanti sono gli studenti stranieri iscritti, quanti studenti italiani escono dall´Italia con una borsa Erasmus, quanti studenti stranieri arrivano sempre con una borsa Erasmus e quanti soldi l´ateneo spende per la mobilità internazionale di ciascuno dei suoi studenti». Erasmus, acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, è il più popolare programma europeo che consente di compiere una parte dei propri studi all´estero: gli esami sostenuti fuori sono automaticamente riconosciuti dall´ateneo di origine. «Ma accanto a Erasmus – osserva Ciampicacigli – l´Unione europea finanzia Erasmus Mundus, un programma che vuole aumentare l´attrattività delle università europee su scala globale, ed esiste un progetto europeo per valutare non solo gli atenei, ma i singoli saperi, che in Italia sono organizzati nelle facoltà: tutti chiari indizi che la competizione universitaria sarà sempre più su scala internazionale».
Rettori e presidi sanno bene che le università più desiderate sono quelle che conteranno di più, ma in palio non ci sono solo gli studenti, bensì importanti finanziamenti. Fra i dati elaborati dal Censis ci sono anche i soldi che affluiscono nelle casse accademiche, con un confronto significativo: fra il 2006 e il 2008 le università hanno ottenuto circa 254 milioni di euro per i Programmi di ricerca di interesse nazionale (Prin), mentre i soldi incassati nello stesso periodo per la ricerca internazionale sono stati il doppio: 505 milioni di euro. Tirati fuori dall´Unione europea e da università straniere, istituzioni internazionali, imprese, organismi non profit. Morale: la ricerca nazionale vale 4.200 euro per ogni docente, quella internazionale 8.500. Il grosso della torta va al settore tecnico-scientifico, con 325 milioni di euro, mentre 121 milioni vanno a quello medico-sanitario e appena 58 a quello socio-economico. Essere vincenti a livello internazionale significa quindi avere più studenti, più soldi, più potere, più prestigio.
E dal punto di vista degli studenti? Andare all´estero frutta una formazione migliore e più spendibile sul mercato del lavoro? L´osservatorio più attendibile per dirlo è Almalaurea, il consorzio interuniversitario che mette in contatto gli studenti con il mondo del lavoro e che nella sua banca dati raccoglie il profilo di circa il 75 per cento dei laureati. Almalaurea esamina il rapporto fra formazione all´estero e mercato del lavoro nella periodica Indagine sulla Condizione occupazionale dei laureati. Il direttore Andrea Cammelli lo sintetizza così: «Un´esperienza di studio all´estero come Erasmus non rende più facile trovare lavoro. A un anno dalla laurea, addirittura, appare il contrario: lavora il 53 per cento di chi non ha alcuna formazione all´estero contro il 51 di chi la possiede. Tuttavia a cinque anni il dato si capovolge: 85 per cento di occupati contro 89 per cento. E per valutare bene occorre aggiungere altri elementi: chi ha studiato all´estero, già al primo impiego guadagna il 7 per cento in più, e la differenza aumenta negli anni successivi, inoltre chi ha studiato all´estero si dichiara più soddisfatto di quello che fa, segno che è riuscito più spesso a ottenere un lavoro affine ai propri desideri». Ad Almalaurea, che offre i curricula della propria banca dati alle aziende, risulta che «le imprese italiane considerano ancora poco le esperienze di studio all´estero, mentre per quelle straniere hanno maggior peso». E cita come esempio l´eccellente curriculum di una giovane che si è laureata benissimo a Tokyo e che per ora si è dovuta adattare a fare la receptionist in un albergo di Ostuni.
Anche gli studenti hanno le loro colpe, visto che non sempre prevalgono le ragioni di studio: il Paese straniero preferito dagli italiani è la Spagna (scelto da 6.460 studenti Erasmus nel 2009), seguito molto di lontano dalla Francia (2.748) e dalla Germania (1.752), ed è legittimo chiedersi quanto abbia pesato la qualità dell´insegnamento e quanto altre attrattive. Un valore aggiunto che a maggior ragione dovrebbe avvantaggiare l´Italia, con il suo appeal turistico, artistico e culturale. Per quanto riguarda l´insegnamento, le classifiche internazionali più note assegnano ai nostri atenei posizioni poco entusiasmanti, anche se al Censis ridimensionano la débâcle. «Questi ranking sono più rudimentali rispetto a quello che elaboriamo noi – commenta Ciampicacigli – si basano su pochi parametri, in alcuni casi molto discutibili: per esempio l´Academic Rankings of World University di Shanghai premia le università che hanno generato più premi Nobel, e quasi tutti attribuiscono molto peso all´Impact Factor, un indice che stabilisce l´importanza di uno studio in base al numero di citazioni ottenute sulle riviste scientifiche, criterio che di per sé avvantaggia i settori tecnici, scientifici e sanitari e comunque la produzione in lingua inglese».
Ma la competitività dell´università italiana può certamente migliorare. «Certo. E con un´analisi territoriale abbiamo verificato che le università a maggior margine di miglioramento sono quelle del Sud, che tanto per cominciare devono lavorare per fare riconoscere le lauree che rilasciano anche all´estero. Per tutte, comunque, la ricetta è semplice: spendere di più sull´internazionalizzazione, fare marketing sulle eccellenze che ci sono già, per esempio ingegneria, vulcanologia e certi settori dell´area medica, e poi coltivare le eccellenze possibili. Invece di cercare di recuperare dove la partita è comunque persa in partenza a causa dello svantaggio accumulato, conviene investire dove l´Italia ha già una vocazione o una buona base da cui partire». Come l´enogastronomia, il turismo, l´arte e l´archeologia, la lirica.

La Repubblica 13.07.10

"C'è bisogno della forza di indignarsi", di Michele Brambilla

Sarebbe interessante un sondaggio sull’ultimo «scandalo» che vede il ritorno dei vecchi coscritti della P2 e il coinvolgimento, fra gli altri, di uno dei coordinatori del Pdl, Denis Verdini. È probabile, anzi quasi certo, che la stragrande maggioranza degli interpellati dichiarerebbe di non saperne nulla. Chiunque di noi può sincerarsene organizzando un mini-sondaggio fai da te. Provate a parlarne a tavola o al bar con un gruppo di conoscenti: persone di buona istruzione, anche lettori abituali di giornali, vi guarderebbero sbarrando gli occhi come per chiedervi «Verdini chi?».

È che ormai nessuno scandalo fa più veramente scandalo. Bisognerebbe modificare la stessa definizione del termine che ne dà il vocabolario: da «evento o incidente che provoca una vivace reazione nell’opinione pubblica» a «fatto ordinario registrato dai media come le previsioni del tempo e serenamente accettato dai lettori».

A beneficio di questa stragrande maggioranza di connazionali che comprensibilmente non sa neppure di che cosa stiamo parlando, proviamo a fornire una sintesi dei fatti. A Roma c’è un’inchiesta della magistratura su una presunta associazione segreta che avrebbe cercato di condizionare le istituzioni.

Ad esempio, influenzando la nomina di importanti giudici e quindi tutta una serie di sentenze; e promuovendo o stroncando, a seconda dei casi, le carriere di uomini politici. Secondo l’accusa ci sarebbero state, a casa di Denis Verdini, alcune cene durante le quali un gruppo di persone avrebbe ad esempio: 1) cercato (senza riuscirci) di influire sui giudici della Corte Costituzionale per far passare il lodo Alfano, cioè la sospensione dei processi penali per le alte cariche dello Stato; 2) deciso (riuscendovi) il nome del nuovo presidente della Corte d’appello di Milano; 3) attivato una strategia per screditare il candidato del Pdl alla presidenza della Regione Campania Stefano Caldoro, facendolo passare per un frequentatore di transessuali, e così rendendo un servigio a un altro esponente del Pdl, Nicola Cosentino, impresentabile alle elezioni in quanto accusato di rapporti con la camorra; 4) fatto pressioni sulla Corte di Cassazione affinché accogliesse il ricorso dello stesso Cosentino contro la richiesta di arresto della Procura di Napoli.

In questa inchiesta sono indagati appunto Verdini, Cosentino e il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri. Altre persone sono addirittura state arrestate e tra costoro c’è un nome che è sicuramente sconosciuto ai più giovani, ma che è in grado di far sobbalzare sulla sedia i meno giovani con un meravigliato «ma come, è ancora vivo?». Si tratta di Flavio Carboni, che nelle cronache dei primi Anni Ottanta veniva presentato come «il faccendiere Carboni», e che era una delle anime nere della loggia massonica P2 di Licio Gelli (tra un po’, vedrete, rispunterà fuori anche lui: l’Italia è il Paese dei «rieccoli»).

È ovvio che siamo ancora ai preliminari e che nessun giudizio può essere azzardato. Tuttavia alcuni fatti sono innegabili. Intanto, Carboni ha nel cursus honorum una condanna a otto anni per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, un crac che rovinò decine di migliaia di famiglie: eppure è ancora in giro, fa riunioni con il coordinatore del partito di maggioranza e si occupa, come ha detto lui stesso, «di affari di Stato, di operazioni che riguardano lo Stato». Secondo, nella storia del trappolone a Caldoro qualche cosa di vero ci deve essere, visto che l’assessore regionale campano Ernesto Sica, indicato come uno degli attori del complotto, l’altro ieri si è dimesso. Eppure Nicola Cosentino, nonostante questa vicenda, e nonostante la precedente inchiesta per camorra, resta tranquillamente sottosegretario all’economia e coordinatore del Pdl campano. Non si è dimesso, come non si è dimesso Verdini e come non si è dimesso da senatore Marcello Dell’Utri, recentemente condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Come non si dimette quasi nessuno.

E questo accade proprio perché, come dicevamo all’inizio, tutto ormai scivola via, viene ingoiato nella normalità. Seguiamo poco, ci disinteressiamo. Un po’ per assuefazione, per noia. Ma un po’ anche perché, purtroppo, è cambiato – e molto – il comune senso della morale. Proviamo a immaginare che cosa sarebbe successo se un importante uomo politico, trenta o quaranta anni fa, fosse stato condannato per mafia e anche avesse solo partecipato a equivoci festini. Forse allora eravamo bacchettoni e ipocriti, ma l’ipocrisia è anche l’omaggio che il vizio rende alla virtù: nascondevamo le nostre malefatte perché sapevamo che c’era di che vergognarsi. Era l’Italia in cui finire sul bollettino dei protesti o più semplicemente andare in rosso in banca era un disonore: oggi, un rinvio a giudizio è una medaglia al valore. Ai politici perdoniamo molto perché molto abbiamo da farci perdonare.

Non stiamo facendo un elogio del professionista dell’indignazione: spesso l’indignato è colui che si indigna solo per i peccati altrui. Ma oggi il rischio è l’indifferenza, quando non la complice acquiescenza. Ed è questo che ci spaventa.

La Stampa 13.07.10

"All´ombra del potere berlusconiano aperta un´autostrada per la corruzione" intervista a Bersani di Alessandra Longo

Bersani: il Cavaliere ha fallito, deve prenderne atto. Giusto il tempo di guardare in albergo la partita Spagna-Olanda, dopo aver superato la dogana americana, sottoponendosi al rito di controllo delle quattro dita da esporre e delle pupille rivolte alla telecamera, e Pier Luigi Bersani è stato raggiunto ieri mattina a Washington, prima tappa della sua missione americana, dal rombo della politica italiana. Casini «apre» a Berlusconi nell´ipotesi di un governo di unità nazionale?
Il segretario del Pd si fa leggere bene la frase incriminata e mette la parola fine alle illazioni: «Casini sa bene che è arrivato il momento di chiudere con il ciclo berlusconiano, con sette anni che non ci hanno portato a niente. E´ vero: Berlusconi ha vinto le elezioni ma c´è un´altra verità altrettanto chiara. Berlusconi ha fallito. La maggioranza deve prendere atto del suo fallimento. Siamo alla fine, al secondo tempo, e bisogna evitare al Paese ulteriori danni». Stop, dunque. Bersani parla in piedi, davanti all´ingresso del Center for American Progress, pensatoio democratico presieduto da John Podesta, già capo staff di Clinton. Gli americani, pazienti, attendono che il loro ospite si occupi del solito caos made in Italy.
Bersani, scusi, Casini non si è un po´ allargato, sembrava quasi parlasse a nome del Pd. Lui è convinto che voi direste sì ad un governo Tremonti.
«Il leader dell´Udc prima ha annunciato un Pd disponibile ad un Berlusconi-bis, poi dice la stessa cosa indicando però Tremonti. Aspettiamo che ci proponga Rotondi… Comunque Casini fa uso di molta retorica. Ma sa bene che l´unica novità all´orizzonte è l´avvio del superamento del berlusconismo, un fenomeno che ha prodotto racconti, favole e poco o niente fatti».
L´alleato Casini sembra tuttavia tendere verso l´altro campo.
«Non abbiamo avuto mai un´alleanza con Casini così come Casini non ce l´ha ancora con il centrodestra. Questa è una situazione difficile da interpretare, con un unico punto chiaro: la maggioranza mostra di non farcela. Il resto sono chiacchiere, politicismi».
Con un Pdl in rissa permanente.
«Un altro buon motivo per dire che siamo al capolinea di questa alleanza. La resa dei conti tra di loro è cominciata e non si fermerà. E mentre continuano le lacerazioni, le gravi questioni socio-economiche del Paese non vengono affrontate. Berlusconi si limita a galleggiare, a rimuovere i problemi. Questo mentre l´Italia ha bisogno di uno sforzo per cambiare e riprendere la strada della crescita, per lasciare qualche prospettiva alle nuove generazioni».
Un coordinatore di partito come Verdini, sempre più nel mirino delle indagini, deve lasciare secondo lei? Ogni giorno ci sono nuove storie opache.
«Certo a noi il Watergate ci fa un baffo! Che vuole che le dica? Strutturalmente malcostume e corruzione sono mali endemici. Qui, però, all´ombra del potere politico-mediatico di Berlusconi, si sono creati dei meccanismi laterali alle amministrazioni. La legislazione speciale, le eccezioni alle regole per una nobile causa, sono diventate l´autostrada per la corruzione. Adesso sta alla magistratura districare la matassa, individuare i millantatori e gli attori protagonisti».
E intanto Verdini?
«Non c´è nemmeno bisogno di dirlo. Un responsabile politico di partito deve trarre le conseguenze da una situazione così. Poi se il partito vuole farsi raffigurare con il volto di Verdini, affari loro. Sinceramente mi preoccupo di più quando apprendo delle manfrine esercitate su organi istituzionali e delle pressioni messe in atto sul programma per gli interventi pubblici. Anche qui bisogna affidarsi ai giudici».
Berlusconi scende nei sondaggi ma il centrosinistra non ne beneficia.
«Aspettiamo a trarre conclusioni. E´ chiaro che questo non tranquillizza ma è il momento del voto quello che conta. Noi stiamo lavorando ad una proposta credibile di alternativa».
Sempre l´Udc, nella persona di Cesa, sostiene che nel Pd c´è un sospetto fermento. Grane in vista, magari con la componente dell´ex Margherita?
«Non mi risulta. A meno che Cesa sia a conoscenza di informazioni che io non ho».
Lei ha appena iniziato la sua visita negli Stati Uniti. Dice che è venuto qui per capire e confrontarsi, scambiare idee con centri di pensiero e di cultura. Che cosa invidia agli americani?
Ci pensa un po´, «sono tante le cose» però ce n´è una in particolare: «Qui non parlano male delle istituzioni. I governi si alternano, ma l´impianto è solido, è quello, e nessuno si sogna di metterlo in discussione».

La Repubblica 13.07.10

"La manovra rende i soldi virtuali", di Alessandra Ricciardi

Se non è un commissariamento, poco ci manca. I fondi di istituto, quelli che servono a pagare i compensi accessori di insegnanti, ausiliari, tecnici e amministrativi, valgono un miliardo di euro, abbondante. Con l’approvazione dell’emendamento Azzollini alla manovra correttiva, in commissione bilancio al senato, le risorse in questione non saranno più nella disponibilità materiale delle scuole, appoggiate sui singoli conti correnti. Gli istituti potranno emettere ordini di pagamento alla liquidazione dei quali provvederà, unitamente alle spettanze di base, lo stesso Tesoro. Una norma, quella spuntata in commissione su proposta del relatore della manovra, nonché presidente della Bilancio, Antonio Azzollini, che da un lato semplificherà i pagamenti e la vita delle scuole: non dovranno più pensarci le segreterie. Ma dall’altro impedirà agli istituti scolastici di utilizzare le risorse in questione per anticipi di cassa su altri fronti. E pagarci, per esempio, le supplenze brevi piuttosto che le forniture. Distorsioni contabili in cui sempre più scuole in questi anni, a corto di trasferimenti da parte dello stato centrale, sono incappate. Ora non sarà più possibile. Il ministro dell’istruzione, ogni anno, stabilirà la dotazione finanziaria a disposnzione delle singole istituzioni per i compensi accessori del personale. Sulla base di tale ammontare viturale si farà la contrattazione d’istituto per stabilire compensi e attività. Tra l’altro la nuova gestione contabile sarà oggetto di un decreto ad hoc di regolamentazione del ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini.
Tra gli emendamenti approvati in commissione, la riappropriazione del 30% annuo dei risparmi di gestione, previsti dal decreto legge 112/2008. Questi risparmi, che dovevano andare a pagare il merito dei docenti e degli Ata, oltre 300 milioni di euro l’anno, venivano inizialmente destinati dalla manovra a pagare i debiti pregressi maturati dallo stato centrale verso le singole scuole. Ora con decreto interministeriale (istruzione-Economia) se ne potrà dare una diversa utilizzazione. L’obiettivo dell’emendamento è di dirottarli a pagare i mancati scatti di anzianità, che il decreto legge correttivo ha congelato per tre anni.

Novità anche per gli alunni disabili e relativi prof di sostegno: una modifica parlamentare (Esposito-Latronico) rende possibile superare l’attuale tetto dei 20 alunni per classe quando è presente un ragazzo con handicap. «Con una mano il governo raccoglie, pur con ritardo, le giuste proteste degli invalidi sulle pensioni e sugli assegni d’accompagnamento, con l’altra torna a colpire tra i disabili i più deboli tra i deboli», attaccano l’ex viceministro, oggi senatore Pd, Mariangela Bastico, e il capogruppo Pd in commissione cultura alla camera, Manuela Ghizzoni, «negando il diritto all’integrazione». Confermato anche l’innalzamento dei requisiti per le pensioni, in particolare delle impiegate pubbliche, e la sforbiciata ai finanziamenti per i ministeri.

La manovra così fatta oggi approda nell’aula di Palazzo Madama per il primo sì. Giovedì è previsto il voto di fiducia, probabilmente su maxiemendamento governativo. Che dovrebbe recepire quasi tutte le novità approvate in commissione e qualcosa in più.

da ItaliaOggi 13.07.10