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"La prima notte degli esami", di Raffaello Masci

L’Università di Roma «La Sapienza» è deserta, in questo torrido, afoso pomeriggio estivo. Ma non nei dintorni della facoltà di Lettere: nelle aiuole, sotto l’ombra degli alberi, undici tavoli con altrettanti docenti stanno tenendo esami (tecnicamente «esoneri», cioè parte di un esame): letteratura italiana contemporanea, storia del teatro, storia della lingua italiana, eccetera. Drappelli di studenti, silenziosi e attenti, stazionano davanti ad ogni commissione, in attesa del turno.

E’ così, con gli esami all’aperto che si protrarranno fino a domani, e con quelli notturni che si terranno stasera dalle 21 alle 24, che i 200 docenti della prestigiosa facoltà romana, vogliono innalzare un ennesimo, disperato, forse addirittura velleitario (ma non inutile) «grido di dolore», nei confronti dei tagli che la manovra e la riforma Gelmini impongono all’area del sapere, all’università e alla ricerca in particolare, e – in questo ambito – alle facoltà umanistiche, nello specifico.

Ogni cinque docenti che lasciano l’attività, ha deciso il governo, ne sarà assunto solo uno. «Il problema più grave – dice il preside Franco Piperno – è la dispersione dei saperi. Se mi viene a mancare un docente di letteratura italiana, ne ho altri venti, ma se mi manca quello di filologia bizantina, o di etnomusicologia, o di cultura copta, queste branche del sapere, fondamentali in una facoltà come la nostra, scompaiono e basta».

Da qui la decisione, assunta il 2 luglio scorso in sede di Consiglio di facoltà, di attivare una forma di protesta che richiamasse l’attenzione su questo problema. «All’inizio abbiamo pensato ad un differimento generalizzato degli esami – spiega il preside – ma poi abbiamo capito che a pagarne le conseguenza sarebbero stati gli studenti. Quindi abbiano optato per questa iniziativa: tenere gli esami all’aperto per tre giorni e, la sera del 13, in seduta notturna». Il Rettore Luigi Frati non ha voluto commentare ufficialmente l’iniziativa in corso di svolgimento, ma nei giorni scorsi l’ha bollata come «folcloristica». Altre facoltà hanno dato la loro solidarietà, ma nulla di più.

Solo Lettere e filosofia, dunque, insieme alle altre facoltà umanistiche (Studi orientali, filosofia, scienze umanistiche) continua sotto la canicola estiva e anche a ridosso dell’approvazione della manovra, la sua battaglia solitaria e strenua. Gli studenti, passata la tensione dell’esame, parlano: «Ci sono insegnamenti che scompaiono – commenta Laura subito dopo il suo “esonero” – ma soprattutto, in prospettiva, non ci saranno più contratti di ricerca. A me piacerebbe continuare a stare all’università, ma non mi pare aria». Il preside fa notare che il taglio dei finanziamenti significherà da subito, cioè da settembre, un «meno» generalizzato da porre davanti a tutto: meno ricercatori, meno didattica, meno libri, meno sapere, in definitiva.

Stasera è prevista la grande kermesse: la facoltà resterà aperta fino a mezzanotte. Le commissioni d’esame saranno una quarantina e lavoreranno a lume di candela, gli studenti che si sono prenotati sono 280. Le macchinette del caffè verranno sottoposte al maggiore stress produttivo della stagione. «Vogliamo dimostrare di essere vivi – conclude il preside – di non arrenderci, di saper lottare fino all’ultimo momento, con lo sguardo proiettato in avanti: perché se anche questa manovra dovesse passare, la prossima non sia così». Anche la scienza deve imparare a «fare sistema». Come? Mettendo in campo «sinergia, interdisciplinarietà e transnazionalità». Sono queste le sfide (in parte già realtà) che si sono dati gli scienziati Ifom (l’Istituto di oncologia molecolare della Fondazione italiana per la Ricerca sul cancro) ieri in convegno a Milano per festeggiare i primi 10 anni di ricerca. A trovare le risposte (sconfiggere il cancro, per esempio) non sarà la figura isolata del Superscienziato, ma un team misto e trasversale che integrerà esperienze, provenienze e discipline diverse: non solo medici e biologi ma ingegneri, chimici, fisici, informatici. Un esempio concreto? Il Centro Europeo che Ifom ha dedicato alla Nanomedicina, una delle più promettenti frontiere della ricerca scientifica del futuro.

La Stampa 13.07.10

"Visco: dal governo misure insufficienti", di Laura Matteucci

Su numeri così limitati non è poi molto difficile fare indagini. Del resto anche noi, in passato, avevamo scovato persone cui erano intestate fino a 200 automobili: sicuri prestanome, insomma. Ma il problema vero resta un altro: che l’evasione fiscale in Italia è un fenomeno di massa, e che la volontà politica per – almeno – ridurla drasticamente non c’è». L’economista Vincenzo Visco, più volte ministro per il centrosinistra, torna su un tema sul quale ha focalizzato la sua battaglia politica a partire dal dato-simbolo dell’associazione Contribuenti.it: ville per vip intestate a nullatenenti o a pensionati con la social card, «prestanome di facoltosi imprenditori, per evadere le tasse», dice l’associazione. Al di là di questo dato, peraltro come dice lei facilmente accertabile, qual è la situazione oggi? Secondo il governo l’evasione è diminuita. «Tutti i dati statistici, compresa la relazione della Banca d’Italia, dicono l’opposto. Anche gli industriali hanno posto con forza il problema, parlando di 124 miliardi di gettito evaso all’anno, in altri termini 8 punti di pil. E la base imponibile vale quasi il doppio. Ormai le stime sono convergenti. Del resto, è fisiologico: se non c’è un’adesione di principio alla lotta all’evasione – e con questo governo non c’è – non può che riprendere. La situazione in Italia è nota a tutti. Il problema è che non c’è mai la necessaria continuità di gestione per debellare l’evasione una volta per tutte. Durante i governi di centrosinistra le cose erano effettivamente cambiate, ma ci sarebbe stato bisogno di più tempo per stabilizzare i risultati. Una battaglia di questo genere necessita di strategie di lungo periodo, anche per avere un apprezzabile ritorno in diminuzione delle tasse. Tra il 1996 e il 2000 i dati pubblicati dimostrano che è stata ridotta di 10 punti, poi ha ripreso, ed è diminuita di nuovo nel 2007. Dopodiché hanno smesso di pubblicare le statistiche». Tremonti è tornato sui suoi passi, ripristinando alcune misure del governo Prodi che aveva subito cancellato. La manovra viene annunciata come un giro di vite per gli evasori: basta così? «Ci sono stati di recente dei segnali politici di adesione a misure che avevamo realizzato noi, ma di fatto piegate in modo tale che la gran massa dei contribuenti ne resta esclusa. Penso alla soglia della tracciabilità, innanzitutto, che è molto alta. Penso anche ad alcuni episodi eclatanti di lotta all’evasione. Segnali politici, appunto, ma dal punto di vista operativo nulla di davvero significativo. Segnali dettati dal fatto che la manovra pesa su alcuni settori soltanto, con i quali il governo cerca quindi di ravvivare il consenso. Hanno riabilitato delle politiche del centrosinistra che prima avevano demonizzato. Ma per riprendere una battaglia seria avrebbero dovuto ripristinare tutte le nostre misure, compresi gli investimenti in strumenti e persone negli uffici dedicati agli accertamenti. Perché il punto è lì: ci sono redditi tracciati, e alti no. Ma questo avrebbe avuto ripercussioni politiche micidiali, e ovviamente non è stato fatto». Il governo della deregulation ha trovato un nuovo filone: azzerare le autorizzazioni ambientali per chi costruisce. «Io non credo che il punto sia mettere troppi vincoli preventivi, in autorizzazioni e certificazioni. A patto però arrivi il momento dei controlli seri. Il rischio, invece, è che in tema di costruzioni di controlli non ne facciano mai: né prima, né dopo».

L’Unità 12.07.10

Università. Meloni (PD), “non è la manovra la sede per discutere le pensioni”

“Il ddl di riforma dell’Università entrerà in Aula al Senato tra una settimana. E’ quella la sede per discutere del sistema universitario, di studenti, reclutamento e carriere dei docenti, del loro stato giuridico. Per questo l’introduzione nella manovra di una norma che interviene in via di eccezione sul pensionamento di una specifica e ristretta categoria di
docenti, riportandone sostanzialmente l’età a 75 anni, non è condivisibile”.

Lo dichiara Marco Meloni, segreteria del Partito Democratico, responsabile Ricerca e Università. “Il rischio – spiega Meloni – è che, fra l’altro, si apra una breccia in una direzione opposta a quella di cui c’è bisogno. In sede di discussione del ddl Gelmini il PD confermerà la sua proposta di allineare l’età di pensionamento alla media dei paesi europei, dando comunque la possibilità a tutte le università di fruire delle attività di ricerca e didattica dei docenti attivi con specifici contratti”.
“La principale preoccupazione del Parlamento – prosegue Meloni – deve essere però un’altra: dare una risposta ai giovani ricercatori, strutturati e precari, con l’abolizione del blocco del turn-over e l’apertura di una campagna di concorsi che dia a tutti, per i prossimi anni, la possibilità di entrare nei ruoli di professore. E’ la condizione minima, unitamente alla
programmazione di risorse adeguate per questo e il prossimo anno – che il PD ha chiesto e che tutti sanno essere necessarie – per trovare una via d’uscita alla drammatica situazione nella quale il governo ha condotto le università, molte delle quali sono a un passo dal blocco delle attività”.
All’Aula del Senato – conclude Meloni – chiediamo di riprendere queste questioni la prossima settimana, e di soprassedere per il momento all’approvazione di questa norma”.

“Con una mano il governo dà, con l’altra toglie”

Sempre più difficile una positiva integrazione scolastica: ora è possibile derogare al vincolo dei venti alunni per classe in presenza di un disabile. La sen. Mariangela Bastico e l’on. Manuela Ghizzoni spiegano gli effetti di un emendamento approvato dalla maggioranza in commissione Bilancio. Ecco la loro nota congiunta.
«Con una mano il governo raccoglie, pur con ritardo, le giuste proteste degli invalidi sulle pensioni e sugli assegni d’accompagnamento, con l’altra torna a colpire tra i disabili i più deboli tra i deboli: i bambini, i ragazzi e il loro diritto a imparare e a crescere nelle scuole insieme ai loro coetanei.

L’emendamento approvato in commissione Bilancio dalla maggioranza rende sempre più difficile una positiva integrazione scolastica: stabilisce infatti che è sempre possibile derogare, superandolo, al vincolo dei venti alunni per classe in presenza di uno studente disabile. La legge vigente dice ‘di norma’, con l’emendamento il vincolo è di fatto annullato in tutte le classi. Gli effetti di questa norma sono gravissimi, soprattutto se collegati con altre due negative ‘innovazioni’ della manovra Tremonti: il numero massimo, un vero ‘tetto’, degli insegnanti di sostegno, già giudicato incostituzionale da una recente sentenza della Corte, e il fissare criteri più rigidi per la certificazione dell’invalidità per l’attribuzione dei docenti di sostegno.

Queste norme hanno l’effetto di rendere difficile l’inserimento scolastico, favorendo il ricorso a percorsi separati e segreganti per coloro che hanno difficoltà d’apprendimento: questo ci appare oggi con sempre più nettezza il reale obiettivo delle politiche del governo. Scelte ed obiettivi inaccettabili contro cui il Pd si batterà in Parlamento, in linea con la grande mobilitazione fatta dalle associazioni degli invalidi».

Ricoveri forzati, verso il cambiamento della 180. Pd: rischio ritorno ai manicomi

Un tempo li chiamavano matti, e vivevano chiusi nei manicomi. La legge che li ha tolti dalla reclusione forzata, la legge 180 approvata nel 1978, aveva promesso un’assistenza a misura d’uomo delle persone affette da disturbi mentali, facendo intravedere la possibilità di un loro reinserimento nella società. Dopo 33 anni, in presenza di un bilancio in chiaroscuro di quella riforma, che ha avuto il merito di cancellare la vergogna dei manicomi ma che in molte zone del paese è rimasta lettera morta nella creazione di strutture alternative, c’è chi sta pensando di tornare alle vecchie strutture contenitive.

In questi giorni è in discussione alla Camera una proposta di legge presentata dal deputato del Pdl Carlo Ciccioli . Una proposta che, per l’appunto, vuole rivoluzionare la legge Basaglia. In commissione ci sono sette proposte sullo stesso argomento. Quella su cui punta il pdl è proprio quella di Ciccioli. Tutto ruota intorno all’idea di eliminare o ridurre il disturbo psichico, costi quel che costi. Tanto per cominciare, il periodo di ricovero obbligatorio per i malati di mente in fase acuta, passa da sette a trenta giorni.

Ma il clou della proposta è nella gestione dei malati gravi quando i loro «raptus» sono finiti. Tutto è racchiuso in una sigla: Tsop. Significa «trattamento sanitario obbligatorio prolungato». Si tratta del ricovero forzato per quei pazienti che secondo gli psichiatri del dipartimento di salute mentale hanno bisogno di un lungo periodo di cure. Il Tsop dura sei mesi , ma può essere rinnovato. È deciso dal sindaco, con l’assenso del giudice tutelare, su proposta del dipartimento di salute mentale che ha in cura il paziente. Una volta presa la decisione, il malato viene portato in una struttura non ospedaliera, dove vengono assistiti pazienti dello stesso tipo. Il trattamento obbligatorio serve a imporre al paziente la cura che lo dovrebbe portare se non alla guarigione almeno al contenimento della sua patologia.

L’optimum , per i presentatori della proposta di legge, è che durante il ricovero coatto, il paziente accetti di firmare un «contratto terapeutico vincolante». È quel «contratto di Ulisse» di cui parla Ciccioli nella presentazione della sua proposta: come il protagonista dell’Odissea che si fa legare all’albero della nave nell’episodio delle sirene, il paziente decide di seguire le cure che gli vengono prospettate dallo psichiatra e anche se cambiasse idea, non ci sarebbe nulla da fare, il programma dovrebbe andare avanti.

Ce ne è quanto basta per mettere in allarme i difensori della legge 180, che temono un ritorno mascherato dei manicomi, anche se in una forma più soft. «La proposta del pdl – sostiene la deputata del Pd Margherita Miotto – è la classica risposta sbagliata a un problema reale. Dietro quella proposta, sulla quale si è posizionata la maggioranza, c’è la voglia di tornare a qualcosa che somiglia molto ai manicomi. Per fortuna il ministro Fazio ha detto che non bisogna cambiare la legge 180. Speriamo che tenga duro: finora, la sua maggioranza si sta muovendo in un’altra direzione».

Ma Ciccioli, il presentatore della proposta del Pdl, assicura che nessuno vuole mettere in discussione la legge 180. «Non ha senso mettersi il paraocchi. Oggi i malati psichiatrici più gravi entrano e escono dall’ospedale, e la loro gestione ricade interamente sulle spalle delle famiglie, che da sole non ce la fanno. Oppure , se una famiglia non ce l’hanno, diventano barboni. Prendersi cura di queste persone è un fatto di civiltà , e non si può negarlo per un pregiudizio ideologico». A fine luglio Ciccioli, che è stato nominato relatore sulla proposta di legge, presenterà un nuovo testo da mettere in votazione. «Entro settembre vogliamo arrivare al voto».

Il Messaggero 12.07.10

"Case, arriva l´imposta municipale Emilia e Liguria le più tartassate", di Valentina Conte

Parte con 30 miliardi il federalismo comunale: 400 euro a testa
I sindaci potranno manovrare elevando la tassa attraverso una addizionale . Agli attuali tributi si aggiungono Tarsu, cedolare secca e il gettito delle case fantasma. La domanda è: i cittadini pagheranno di meno o di più? E ai Comuni basterà o dovranno potenziarla in futuro? La “municipale”, l´ultima nata della categoria, la nuova imposta unica sugli immobili, detta anche “Service tax”, fa già discutere. Anche perché i conti non tornano e ogni giorno si aggiunge l´ingrediente a sorpresa, a nutrire una torta da 30 miliardi di euro. Denari che i sindaci, gongolanti, potranno gestire dal 2012 in autonomia, 20 miliardi in più di quanto oggi incassano con l´Ici. Ma che impoveriranno un equivalente gettito “centrale”, fatto anche di trasferimenti agli stessi Comuni. Una coperta troppo corta?
La nuova tassa locale, pilastro di esordio del federalismo, è comunque in dirittura d´arrivo. Potrebbe essere varata già il 31 luglio, con l´approvazione del decreto attuativo, uno dei cinque “federali”. Soddisfatto Tremonti («Il federalismo municipale porterà più trasparenza, più democrazia e poi verranno fuori bei soldi dal recupero dell´evasione»). Molto soddisfatta la Lega, ministro Calderoli in testa, che si attribuisce il merito della «politica delle formichine». Recupera di qua, recupera di là fanno, appunto, 30 miliardi.
Ma cosa c´è dentro la “municipale”? Tutte le imposte legate agli immobili (per il possesso o il trasferimento del bene), destinate ora all´accorpamento. All´inizio erano quattro: Ici (sulle seconde case), imposta ipotecaria e catastale, imposta di registro e Irpef riconducibile agli immobili. Poi, proprio Calderoli in un´intervista al Sole 24 Ore di ieri, ne ha aggiunte altre tre: la Tarsu (rifiuti), 4,2 miliardi, un´imposta forfettaria sulle case fantasma, 1,5 miliardi (meno dei 5 miliardi ipotizzati dal ministro), e la cedolare secca sugli affitti al 23% che vale 1,8 miliardi. «I Comuni potranno introdurre o meno la tassa», dice Calderoli che non esclude un´ulteriore addizionale per riunificare «gli altri tributi comunali come la Tarsu e che i sindaci potranno spostare in su o in giù». Una leva lasciata nelle mani dei primi cittadini che apre, pericolosamente, l´incognita: si pagherà di più o di meno?
Secondo le previsioni di calcolo della Cgia di Mestre, la “municipale” costerà 432 euro ad ogni italiano. Liguri ed emiliani tra i più tartassati, dovranno rispettivamente 670 e 611 euro. Record per i valdostani, 704 euro. Chiudono la classifica i molisani con 274 euro. Sopra la media nazionale, i marchigiani (586), i toscani (555), i lombardi (498), i piemontesi (472). Ma è solo una stima e per difetto. Il tributo sarà dovuto da tutti i possessori di qualsiasi immobile, situato nel territorio comunale e diverso dalla prima casa.
Le prime critiche alla Service tax arrivano dall´interno della maggioranza. «La cedolare secca sugli affitti non ha niente a che vedere con il federalismo, ma riguarda l´Irpef nazionale», attacca Mario Baldassari, senatore Pdl, membro della commissione sul federalismo. «Avevo proposto di inserirla nella manovra e avevo trovato anche la sua copertura, visto che la cedolare comporta circa 1,8 miliardi in meno di gettito Irpef: bastava anticipare al 2011 i tagli alla spesa della pubblica amministrazione. E invece l´emendamento è stato bocciato. Ora invece arriva la proposta del 23%, definita come una manna per i comuni. Ma chi paga? I comuni stessi, probabilmente, con meno trasferimenti. I miracoli non esistono».

La Repubblica 12.07.10

"Errani: nessuna divisione tra noi, il premier ci ascolti", di A.Ba.

Niente divisioni, «siamo uniti contro i tagli». Vasco Errani non molla la presa. Nonostante le prese di distanze esplicite di diversi colleghi da Zaia a Cota, dalla Polverini a Scopelliti, il presidente della conferenza delle Regioni insiste nel suo appello al premier «perché il governo ci ripensi». La settimana che inizia oggi per la manovra è quella decisiva: domani il testo sarà in aula al Senato per la sua approvazione definitiva.

A meno di sorprese sarà quello votato in Commissione Bilancio, ed è certa la richiesta del voto di fiducia.

Giulio Tremonti vuole portare a casa intatti i saldi della manovra – in tutto 24,9 miliardi di risparmi nel biennio – nella convinzione che questa è l`unica strada per continuare a mantenere solida la posizione dei titoli pubblici italiani sul mercato dei capitali, mai così turbolento come in questi mesi.

I presidenti di Regioni non la pensano così, e fino all`ultimo sperano di ottenere qualcosa.

L`ultimo atto della commedia dei tagli – 8,5 miliardi nel biennio – si è consumato attorno ad una battuta pronunciata durante un comizio dal leader leghista Umberto Bossi: «Tremonti mi aveva promesso di ridurre il taglio di un miliardo, ma loro (i presidenti, ndr) hanno voluto tutto e, logicamente, sono rimasti a secco». Il presidente lombardo Roberto Formigoni sale subito in sella:

«Mai saputo niente di tutto ciò. Comunque se questa proposta c`è ancora, siamo pronti a venire subito a Roma per firmarla».

Mercoledì i governatori faranno il punto in una conferenza straordinaria.

Le probabilità che a questo punto le Regioni ottengano qualcosa sono prossime allo zero anche se, sempre Bossi, ieri ipotizzava di un incontro per mercoledì con Tremonti «per vedere dove si possono pescare i soldi». Al netto dei saldi, qualche piccola modifica sulla manovra arriverà comunque, o questa settimana, o più probabilmente dal passaggio alla Camera. Benché la Lega insista per considerarla chiusa, una questione tutt`altro che risolta è l`emendamento che blocca le multe sulle quote latte. Non è detto che il premier e il ministro dell`Economia, di fronte alla prospettiva di una nuova procedura di infrazione da parte dell`Europa, decidano di lasciare intatta la norma. Negli ultimi vent`anni, riferiva ieri una fonte comunitaria all`Ansa, l`Italia ha dovuto pagare alla Commissione Europea più di quattro miliardi di multe. Per contro, dai produttori ha recuperato «non più di un terzo» del miliardo che le fattorie avrebbero dovuto restituire. Insomma, un vero salasso. L`altra questione che si potrebbe riaprire sono i tagli alla sicurezza:

il Sap non considera sufficienti i 160 milioni di euro promessi per sbloccare gli scatti di carriera del personale di Polizia. Chiedono di rivedere i tagli al settore e ai loro stipendi anche i diplomatici: il 26 luglio in piazza scenderanno anche loro.

La Stampa 12.07.10