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"Troppo cibo nella spazzatura le mosse anti-spreco delle città", di Antonio Cianciullo

Gli sprechi hanno anche un costo ambientale per la collettività: una tonnellata di rifiuti alimentari genera 4,2 tonnellate di CO2. Nella cultura contadina lasciare un frutto sulla pianta al momento del raccolto era considerato un segno di empatia verso la natura, un sottolineare le radici comuni. La modernità ha trasformato questo atto simbolico in uno spreco colossale. In Italia tra il momento in cui pomodori e zucchine abbandonano i campi e quello in cui finiscono nel nostro piatto si butta una quantità di cibo sufficiente a sfamare tutti gli spagnoli. Non solo: si parla di 4mila tonnellate di alimenti acquistati dagli italiani e buttati in discarica ogni giorno, 6 milioni in un anno.
E in questo impegno dissipatorio siamo in buona compagnia. In Gran Bretagna si gettano ogni anno nella spazzatura 6,7 milioni di tonnellate di cibo ancora perfettamente utilizzabile e 10 miliardi di sterline. In Svezia ogni famiglia butta in media il 25 per cento degli alimenti acquistati. Negli Stati Uniti si arriva al 40 per cento. Numeri impressionanti e destinati a salire visto che dal 1974, nel mondo, lo spreco alimentare è aumentato del 50 per cento e continua a crescere. Per invertire questo trend è partita la campagna «Un anno contro lo spreco 2010», ideata da Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria dell´università di Bologna, e promossa da Last Minute Market con il patrocinio del Parlamento europeo. Gli organizzatori, con il sostegno di Eni e Telecom, premieranno le buone pratiche e organizzeranno a Bruxelles e a Bologna pranzi contro lo spreco basati su un menu prodotto con alimenti di recupero: cibi perfetti sotto il profilo sanitario e organolettico ma in origine destinati alla discarica.
E qualcosa si sta già muovendo in direzione di una correzione di rotta. Da uno degli ospedali di Bologna si recuperano ogni giorno 30 pasti pronti presso la mensa, per un valore complessivo di oltre 35 mila euro all´anno. A Ferrara si recuperano, presso le farmacie comunali, farmaci da banco per 11.300 euro all´anno. A Verona otto mense scolastiche recuperano 8 tonnellate all´anno di prodotto cotto che corrispondono a circa 15 mila pasti. «Vogliamo moltiplicare questi casi positivi in tutta Italia», propone Segrè. «Gli sprechi vengono spesso visti a senso unico, guardando solo attraverso la lente etica. Ma non è dando ai poveri gli avanzi dei ricchi che si può pensare di risolvere squilibri sociali che vanno affrontati con altri strumenti. Lo spreco alimentare è innanzitutto il fallimento del mercato, la negazione della logica dell´efficienza senza la quale l´impatto dell´esistenza umana è destinato a diventare insostenibile. In Italia buttiamo una quantità di cibo sufficiente a sfamare tre quarti della popolazione. È una perversione del sistema produttivo creata da meccanismi che incentivano gli sprechi perché non riconoscono il valore del danno ambientale prodotto e il suo costo per la collettività: ogni tonnellata di rifiuti alimentari genera 4,2 tonnellate di CO2». L´originalità di questa campagna, che verrà presentata mercoledì prossimo nelle sede romana del Parlamento europeo, è riassunta dallo slogan «-Spr+Eco, Formule per non alimentare lo spreco». Uno spreco che riguarda tutte le fasi della filiera alimentare. Nei nostri campi rimane a marcire la stessa quantità di frutta e verdura che consumiamo. La distribuzione al dettaglio butta il cibo sufficiente a fornire tre pasti ai giorno agli abitanti di Genova. L´industria agroalimentare produce sprechi che alimenterebbe il Veneto per un anno.
Oltre a intervenire nel momento della raccolta e della lavorazione, bisogna riorganizzare anche la distribuzione. «Ad esempio», suggerisce Segrè, «quando noi prendiamo uno yogurt da uno scaffale del supermercato e vediamo che scade dopo un paio di giorni lo rimettiamo a posto e ne cerchiamo un altro che dura di più. Così finisce che quel vasetto di yogurt, ancora buono, si trasforma in rifiuto con un danno economico per tutti, perché il costo dello spreco viene caricato sugli altri yogurt. Perché allora non venderlo con uno sconto?»

La Repubblica 12.07.10

100 donne ammazzate ogni anno da fidanzati mariti o ex.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità la violenza contro le donne rappresenta la prima causa di morte per il sesso femminile fra i 25 e i 44 anni. E a leggere i dati Istat del 2007 emerge che in Italia il 14,3% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito violenza dal partner o dall’ ex e che ogni anno vengono uccise di media 100 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Una mattanza che non conosce confini geografici, culturali o sociali. Circa il 10% degli omicidi avvenuti in Italia dal 2002 al 2008 secondo Massimo Lattanzi, fondatore dell’Osservatorio nazionale sullo stalking ha avuto come prologo atti di stalking, l’80% delle vittime è di sesso femminile e la durata media delle molestie è di circa un anno e mezzo. Una fotografia del fenomeno l’ha fornita ieri, nel corso di un convegno, anche il sottosegretario alla Giustizia Maria Elisabetta Casellati: a tutt’oggi 5 milioni di donne hanno subito violenze sessuali, ma le denunce sono soltanto il 7,3%.

L’Unità 12.07.10

"Silvio, una creatura tutta italiana", di Francesco Piccolo

Il dilemma che ci trasciniamo da molti anni, senza riuscire a trovare una dimostrazione oggettiva per risolverlo, è il seguente: ma è Berlusconi ad aver prodotto gli italiani, o sono gli italiani ad aver prodotto Berlusconi? Di solito, coloro che si ritengono immuni da responsabilità, rispondono che è Berlusconi ad aver prodotto l’Italia che vediamo. Coloro che si ritengono responsabili in qualche modo (o quantomeno temono di esserlo) propendono per l’ipotesi contraria: è l’Italia che ha prodotto Berlusconi. Questa seconda ipotesi è più complessa, più difficile da accettare, perché in qualche modo, in qualsiasi modo, ci riguarda. Io propendo decisamente per la seconda ipotesi.
La frase pronunciata da Berlusconi ai governatori delle regioni, alla fine di un incontro infruttuoso, è molto significativa. Ha detto: gli accordi non devono essere rispettati al 100%; siamo in Italia, il nostro paese è sempre andato avanti…
Questo modo di ragionare non è stato inventato da Berlusconi, ma chiunque può ricordare che arriva da molto più lontano; e forse è addirittura una caratteristica politica, costante nel tempo. Se qualcuno ci dicesse che è una frase pronunciata qualche anno fa da Fanfani, o da Andreotti, ci crederemmo subito. Quindi la frase non è rivelatrice della politica di Berlusconi, ma è una prova piuttosto visibile della tesi che vuole Berlusconi non come l’iniziatore, né il responsabile unico del peggioramento di questo paese, ma soltanto come l’interprete perfetto.

L’Unità 12.07.10

"La manovra uccide il nostro paesaggio", di Salvatore Settis

La “manovra” del governo che in nome del federalismo mette in ginocchio le Regioni, e senza affrontare i nodi della corruzione e dell´evasione fiscale taglia selvaggiamente sanità, ricerca, scuola sta facendo un´altra vittima: il nostro paesaggio.
Un´ecatombe annunciata già nel decreto-legge, che prevedeva (come ho scritto il 31 maggio in queste pagine) una forma aggressiva di silenzio-assenso sulle autorizzazioni paesaggistiche, annullando di fatto le garanzie del Codice dei Beni Culturali (varato nel 2004 da un governo Berlusconi). In sede di conversione in legge, com´era prevedibile, la sbandierata necessità di un voto di fiducia si traduce anche su questo tema in licenza di uccidere, che prenderà posto nel maxi-emendamento “omnibus”.
La Commissione Bilancio al Senato ha emendato, su proposta del presidente Azzollini (Pdl), l´art. 49 della “manovra” (ddl 2228), prevedendo di declassare la d.i.a. (dichiarazione di inizio attività) in s.c.i.a (“segnalazione certificata di inizio attività”), di fatto un´autocertificazione a cura dell´impresa o di un tecnico di sua fiducia, che elude ogni successivo controllo («l´attività oggetto della segnalazione può essere iniziata alla data della presentazione della segnalazione»). Si annienta in tal modo il sistema vigente invitando a edificare, anche in zone vincolate, senza alcuna autorizzazione, e lasciando alle pubbliche amministrazioni solo l´opzione di tentare un blocco dei lavori, purché entro 30 giorni o «in presenza di un danno grave e irreparabile per il patrimonio artistico, l´ambiente, la salute», e comunque sempre negoziando con l´impresa-committente (e autocertificante).
Questa norma è destinata a devastare il sistema, non a migliorarlo. Essa calpesta il principio (sempre confermato dalla legge 241 del 1990 ad oggi) secondo cui i meccanismi di accelerazione come il silenzio-assenso o la d. i. a. non possono mai riguardare beni e interessi di valore costituzionale primario come il patrimonio storico-artistico e il paesaggio. Principio riaffermato dalla Corte Costituzionale, secondo cui in materia ambientale e paesaggistica «il silenzio dell´Amministrazione preposta non può aver valore di assenso» (sentenze 26 del 1996 e 404 del 1997). La nuova norma, se non fermata in tempo, avrebbe natura francamente eversiva: essa non solo capovolge la gerarchia fra un principio fondamentale della Costituzione (art. 9: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione») e la libertà d´impresa di cui all´articolo 41, ma dà per approvata una modifica dell´articolo 41 che le Camere non hanno ancora discusso.
È´ solo di un mese fa l´ipotesi Tremonti-Confindustria di modificare l´articolo 41 della Costituzione, che oggi garantisce la libertà d´impresa purché non sia «in contrasto con l´utilità sociale»: secondo la proposta di modifica «gli interventi regolatori dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali che riguardano le attività economiche e sociali si informano al controllo ex post». In questa proposta di controllo postumo, che equivarrebbe di fatto all´azzeramento di ogni controllo, è la radice del silenzio-assenso elevato a principio assoluto, della metamorfosi della d.i.a. in s.c.i.a.: in una Costituzione immaginaria, non nella Carta vigente.
Nell´emendamento che il voto di fiducia intende imporre brutalmente al Paese, la libertà d´impresa viene sovraordinata al pubblico interesse, e viene cestinato l´articolo 9 che prescrive la tutela del paesaggio legandola a un sistema di valori incentrato sull´utilità sociale, la dignità della persona umana (art. 3), i limiti imposti alla proprietà privata «allo scopo di assicurarne la funzione sociale» (art. 42). Il pubblico bene viene calpestato, la tutela messa in sottordine rispetto all´unico diritto sovrano, quello di fare impresa a qualunque costo, anche inondando il territorio di cemento e di brutture, anche proseguendo lo spietato consumo di suolo già in corso (13 ettari al giorno cementificati nella sola Lombardia).
Al di sopra del paesaggio, che è bene comune di tutti, vien posta la fatturazione delle imprese, la cui pretesa autoresponsabilità spodesta tutti i poteri delle pubbliche amministrazioni. I controlli ex post, secondo i dettami di un “nuovo” articolo 41 della Costituzione di Lorsignori (opposta a quella vigente), occasionali e a campione, sarebbero del tutto inutili una volta arrecato il danno. Sulla base di semplici autocertificazioni, migliaia di pale eoliche devasteranno sull´istante anche i paesaggi più pregevoli, anche dove siano in corso azioni di tutela sinora efficaci, come è nel Molise ad opera della benemerita Direzione regionale dei Beni culturali: basterà una s.c.i.a. per rendere irriconoscibili l´antica città sannita di Sepino o il monte Caraceno, importante area archeologica, boschiva e paesaggistica con vista sul parco nazionale d´Abruzzo. Basterà una s.c.i.a. per evitare anche in futuro ogni controllo antisismico, preparando di fatto disastri futuri, pur di costruire (sempre mediante s.c.i.a.) “città nuove”. Del resto, secondo il deputato Pdl Giorgio Stracquadanio, «L´Aquila era una città che stava morendo indipendentemente dal terremoto, e il terremoto ne ha certificato la morte civile; il Governo avrebbe voluto fare una nuova università, una Harvard italiana, e ci è stato detto che volevamo cementificare». Menzogne come questa risuonano impunemente nell´aula di Montecitorio; una perversa Costituzione-fantasma, e non quella vera, detta l´azione di governo. Se non si corre velocemente ai ripari, muore il bene comune, muore l´etica della Costituzione, muore la legalità, la storia e l´identità del Paese.

La Repubblica 12.07.10

"Il premier cerca l'exit strategy", di Marcello Sorgi

Anche se molti, nell’entourage del presidente del Consiglio, assicurano che fosse stata attentamente preparata, fin dall’accorta scelta degli ospiti che dovevano presenziarvi e dalla scelta della casa che doveva ospitarla, l’idea che la rifondazione della Dc, vale a dire il partito-Stato della Prima Repubblica, potesse ripartire nel modo in cui Berlusconi ci ha provato giovedì sera, nella famosa cena a casa di Bruno Vespa, suona a dir poco approssimativa. E non sorprendono, va detto subito, le reazioni sconcertate con cui esplicitamente hanno preso le distanze sia il leader dell’Udc Casini, partner presunto e obbligato dell’operazione, sia il ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni, che lo stesso Bossi.

Per quanto logora, acciaccata e sopravvissuta a se stessa oltre ogni limite fino al momento della sua scomparsa, la Democrazia cristiana – il partitone cardine (oltre che guida, per una buona metà) di tutti i governi di più di quarant’anni della nostra storia -, era una cosa seria.

Alle sue spalle non c’era solo l’appoggio, peraltro intermittente e mai univoco, della Chiesa e delle Gerarchie vaticane, ma la variegata realtà del cattolicesimo italiano impegnato in politica, oggi in gran parte a disagio nella nuova democrazia bipolare e disperso in una lunga diaspora.

Che una complessa architettura come quella (che per semplificare faceva dire ai cronisti politici che nella Dc potevano convivere dai fascisti ai brigatisti) potesse rinascere in una cena romana, grazie alla disponibilità di uno dei più famosi giornalisti italiani e alla presenza di cardinali, banchieri, manager e una ristretta rappresentanza della classe dirigente italiana, francamente è un po’ troppo. Perfino Berlusconi, che spesso si lascia andare alla faciloneria, e che ha preso male le reazioni di Casini e della Lega, siamo sicuri che avesse ambizioni più forti. Anche lo stupore di alcuni degli ospiti, manifestato privatamente all’uscita dalla casa di via Gregoriana, era più che giustificato. Infatti non è proprio detto che per curare i mali italiani la medicina sia una nuova Dc.

Non è solo questione di procedure, che il Cavaliere si ostina a considerare superflue e invece fanno parte della liturgia repubblicana, come una crisi e un programma da rinegoziare, che diverrebbero indispensabili se il governo dovesse rinascere con una nuova maggioranza. È tutta la concezione berlusconiana della velocità e della semplificazione, per non dire dell’amicizia, che consentono di risolvere tutto, e al contrario sono messe a dura prova da una situazione divenuta, giorno dopo giorno, più difficile.

Davanti a sé Berlusconi ha il problema di un’«exit strategy» da una congiuntura di cui non porta, certo, tutte le colpe, ma che richiede da parte sua una piena assunzione di responsabilità, per capire veramente ciò che il governo può fare nella seconda parte della legislatura e cosa non può. E soprattutto, con chi può e vuole farlo. Senza chiamarlo necessariamente «governo d’emergenza» (un concetto che il Cavaliere rifiuta come tutti quelli che possono allarmare i suoi elettori), Berlusconi ha il dovere di mettere a punto un piano per una situazione che tutti, in Europa e in buona parte del mondo, considerano d’emergenza; di dire francamente quale parte del programma con cui ha vinto le elezioni nel 2008 considera ancora realistica e a quale è disposto a rinunciare; cosa pensa davvero di poter fare, uno, due tre punti, e con quali scadenze.

È sulla base di questo metodo, di questi contenuti assenti finora, che il premier potrebbe avviare una seria trattativa all’interno della sua attuale maggioranza, a cominciare dalla Lega, comprensibilmente nervosa per l’immobilismo del governo sulle riforme, e anche all’esterno, con partiti, come quello di Casini, ma non solo, che su alcuni punti potrebbero convergere, o dichiarare la loro disponibilità a gestire il nuovo programma fino al 2013. Un processo del genere, oltre a mettere in chiaro, di fronte agli elettori, chi è disposto a farsi carico della crisi, gli consentirebbe pure di riorganizzare il suo partito con la severità che richiedono tutti gli ultimi avvenimenti che lo hanno riguardato. Senza farsi imporre nulla, né ghigliottine né azzeramenti del gruppo dirigente, ma scegliendo autonomamente sulla base delle proprie convinzioni, del merito, delle capacità e di criteri oggettivi, come quello che se uno è investito da uno scandalo, per un po’ si può aspettare e veder di fare chiarezza, ma a un certo punto è legittimo chiedergli di farsi da parte. Specie se gli scandali non sono più uno, ma due o tre.

Tutto questo il presidente del Consiglio lo sa benissimo. Da tre mesi, cioè dalla sua ultima vittoria elettorale alle regionali, Berlusconi annuncia un giorno sì e l’altro pure novità e cambiamenti che il giorno dopo o due giorni dopo è costretto a rimangiarsi. Non fosse che per le urgenze e le emergenze che gli piovono addosso, dall’economia ai delicati appuntamenti internazionali, l’immagine che lui stesso avvalora, quando si sfoga in pubblico, è quella di un premier impotente, bloccato da veti paralleli e dall’ostruzionismo dei suoi stessi alleati. Siccome è perfettamente in grado – e lo ha dimostrato – di capovolgere un quadro del genere, a questo punto, ricordargli cosa può e deve fare è un normale esercizio giornalistico. Ma negli ultimi tempi, anche per questo, si rischia di incorrere nei suoi strali.

La Stampa 12.07.10

"Il lessico politico degli italiani", di Ilvo Diamanti

Proponiamo una mappa che rappresenta il «lessico politico degli italiani». Le parole che evocano i principali attori, progetti e concetti, estratte dal linguaggio pubblico e privato.
Sui media e nella vita quotidiana. Sono state sottoposte al giudizio di un campione rappresentativo della popolazione italiana, attraverso un sondaggio condotto da Demos-Coop per la Repubblica. In rapporto a due dimensioni diverse. Il primo riflette il significato e il valore che assumono oggi. Il secondo, invece, l´importanza che assumeranno nel prossimo futuro. È un modo di riflettere sugli orientamenti degli italiani, tra presente e futuro. Per individuare, mediante le parole, quali riferimenti oggi siano centrali e quali, invece, marginali. Quali siano destinati a perdere importanza e quali a guadagnarne. Nel linguaggio – e nella visione – delle persone.
La mappa che abbiamo ricavato è complessa. Osservata con attenzione, propone alcune indicazioni chiare e, a nostro avviso, interessanti.
A partire dalle zone più estreme del territorio cognitivo e simbolico delineato.
1. In alto a destra, anzitutto, vi sono i riferimenti topici della società italiana. Le parole che suscitano il favore più ampio e condiviso, sia oggi che in prospettiva futura. Due di esse evocano domande di tipo materialista. La lotta alla disuguaglianza e la tutela del lavoro. Altre due riguardano, invece, valori post-materialisti: la libertà di informazione; il rispetto dell´ambiente e della natura. Infine, la lotta all´evasione fiscale, riassunta nella formula: far pagare le tasse a tutti. All´incrocio fra civismo, giustizia e necessità (viste le difficoltà del momento economico). Cinque parole che definiscono i punti essenziali dell´agenda di ogni attore politico e di ogni governo. Anche quella «libertà di informazione», che il premier non ritiene «un valore assoluto». Contrariamente alla larghissima maggioranza della popolazione e dei suoi stessi elettori.
2. All´estremo opposto, ai margini del territorio simbolico in cui si muovono gli italiani, troviamo una zona brumosa. Dove appaiono – e scompaiono – parole che combinano un giudizio attuale altamente negativo e una valutazione pessimista circa il futuro. Richiamano soggetti di una unica classe – semantica e reale. Si tratta di organizzazioni e attori della politica. Partiti e leader. Senza distinzione. Di centro, destra e sinistra. Vecchi e nuovi. Berlusconi e Bersani, Di Pietro e Grillo, Idv, Udc, Pdl o Pd. Tutti insieme. Uniti dalla sfiducia. Dal distacco. Oggi e domani.
3. La distanza fra l´orizzonte delle domande sociali e i mezzi finalizzati a realizzarlo appare, dunque, un abisso. Nella pratica e nel lessico. Difficile da colmare nella pratica perché difficile, anzitutto, da «dire».
Allo stesso modo, anche gli attori che garantiscono rappresentanza e identità appaiono in declino. Il sindacato, ma anche la Chiesa. Parole che, in futuro, perderanno importanza, secondo gli italiani (intervistati). Al pari del Mezzogiorno, anch´esso declinante, come ambito socioeconomico e di riconoscimento.
4. Così, è interessante osservare come l´area strategica, la zona di passaggio verso gli obiettivi «topici» sia affollata di riferimenti diversi, per campo di significato, ma raramente politici. Fa eccezione Gianfranco Fini, la cui posizione, non lontana da quella del presidente della Repubblica, ne sottolinea il ruolo istituzionale più che politico. Ma anche la domanda di unità e di condivisione affidata dai cittadini, principalmente, a Napolitano.
Per il resto, invece, prevalgono i riferimenti territoriali. Le regioni, ma anche il Nord, il Centro (Italia). E l´Europa. Oltre all´identità nazionale. Da ciò l´importanza attribuita al federalismo e all´unità. Visto che ormai, nel linguaggio politico e in quello comune, l´appartenenza territoriale ha rimpiazzato quella politica.
Altre parole strategiche evocano la domanda di riforme, che valorizzino la concorrenza e il merito, ma anche l´integrazione degli stranieri (la cui «espulsione» è spinta ai margini del territorio simbolico).
È interessante osservare la presenza, in questa stessa area, delle associazioni imprenditoriali. In posizione ben più elevata rispetto ai sindacati. Suggerisce la perdita di «rappresentanza» del lavoro dipendente e il rafforzarsi di quello autonomo e indipendente. Con il rischio che gli operai, già oggi in-visibili, in futuro divengano in-dicibili. Per mancanza di immaginazione e di parole.
5. Se ne colgono altri segni nella regione dei riferimenti considerati emergenti. Poco apprezzati dagli italiani, oggi. Ma destinati a divenire di moda nel prossimo futuro. Segnalano la riduzione del pubblico a favore del privato. Nei servizi e nell´impiego. Non è casuale la presenza della Lega. Ultra-liberista e nordista. L´unico attore politico che sfugga all´area più marginale. Tuttavia, in questa stessa area si collocano anche lo Stato e il Parlamento. Più che soggetti emergenti: ri-emersi. Parole che ritornano, sollecitate dalle inquietudini e dalle paure sollevate dall´opposta spinta verso la privatizzazione e il Presidenzialismo (anch´esso emergente).
Nel complesso, questa Mappa del lessico politico degli italiani offre due indicazioni critiche.
a) È in atto un confronto tra progetti e valori diversi. Conflittuale, attraversa in parte gli stessi settori e perfino le stesse persone. Divise tra voglia di privato e richiesta di pubblico, domanda – e paura – di concorrenza e merito. Stressate fra Nazione e localismo. Anche nel linguaggio.
b) Si conferma il deficit – il vuoto – di rappresentanza politica e sociale. Da cui emerge una sindrome da abbandono. Una società priva di padri e di maestri. Partiti, leader, chiese e sindacati. Non sono in grado di dar loro casa né rifugio. Tanto meno un futuro. Per cui gli italiani – gran parte di essi – si affidano alle appartenenze – e ai miti – del territorio. L´Italia e il Nord, l´Europa, l´unità e il federalismo. In attesa di altri attori in grado di interpretarli. Di dar loro immagine, parola e significato.

La Repubblica 12.07.10

"Capitalismo di rapina. Come svuotare un'azienda e far soldi", di Roberto Rossi

Immaginate la storia di Eutelia come un’enorme matrioska. Nel gioco ogni pezzo ne custodisce un altro, è nascosto fino a quando non lo sveli. La vicenda della società di Arezzo, che ha portato venerdì all’arresto di otto persone per bancarotta fraudolenta, ha le stesse fattezze di un’enorme bambola di legno. Dove ogni reato ne nasconde un altro. E un altro ancora. Un sistema, semplice come una mastrioska appunto, per fare soldi sulle spalle dei lavoratori. Un simbolo del nostro capitalismo. La storia. Eutelia è una società giovane. Nasce undici anni fa ad Arezzo per operare nel settore di servizi telematici e in Internet. Fa capo alla famiglia Landi che occupa, con tutti i parenti, l’intero consiglio di amministrazione. All’inizio si chiama Plug-It. Cambia nome nel 2003 dopo la fusione con Edisontel. La società è un mostro. Muta forma continuamente. Costituisce rami d’azienda, altre società, come Agile e Omega, prende pezzi di attività, li smembra, li cede e li ricompra. Nel 2005 approda in Borsa. La sua bulimia non cessa. Acquisisce altre società, commesse, dipendenti. Fino a scoppiare. Fino a quando il sacco non è pieno. Nel 2008 inizia la fuga. La società, con i bilanci in profondo rosso, chiede lo stato di crisi. Si apre una lunga vertenza. Il 15 giugno 2009 a sorpresa, in piena trattativa sindacale presso il Ministero dello Sviluppo Economico, i 2000 lavoratori vengono trasferiti in Agile e contestualmente venduti per 96mila euro ad Omega. A capo di questo nuovo soggetto industriale vengono posti due noti fallimentaristi. Inizia lo svuotamento della società, il furto di lavoro. Secondo l’ordinanza della Procura di Roma i vertici di Eutelia concentrano su Agile perdite e debiti, dipendenti di cui ci si voleva liberare. «È stata fatta – è scritto nell’ordinanza – un’operazione di svuotamento attraverso operazione di distrazione, pagamenti a privati e società, privi di una oggettiva giustificazione per 12 milioni di euro». Vengono ceduti crediti a garanzia di obbligazioni che sono state assunte da altre società del gruppo Omega. Non solo. Nella scomposizione del castello societario Eutelia gira ad Agile un ramo di azienda It (Information Tecnology). Nel contratto di cessione, dice l’ordinanza, sono sovrastimante le attività del ramo d’azienda. Si scrive che ci sono 22 milioni ordini e di commesse. In realtà il valore effettivo non è superiore a sette. La cessione ha una logica. Non dà la possibilità di esigere i crediti relativi a questo ramo d’azienda. Il tutto sulla pelle dei lavoratori. Che, non solo sono sottoposti a una procedura di licenziamento, ma sono costretti a subire un’aggressione. Il 10 novembre del 2009 un gruppo di squadristi, travestiti da poliziotti, armati di tutto punto, e capeggiati dal proprietario Samuele Landi, irrompe nella sede di Roma, aggredendo i dipendenti riuniti in presidio. L’intreccio Interviene la magistratura. Il 23 dicembre il tribunale fallimentare di Roma sequestra l’azienda e la pone sotto custodia cautelare. Ma i Landi non demordono. Devono completare l’opera. A febbraio tentano di riappropriarsi dell’azienda con la richiesta di concordato preventivo. A garanzia del debito presentano fideiussioni. Prestate da una da una società che si chiama Cofiart. Ma sono fittizie. Cofiart non ha il patrimonio per garantire come prevede il testo unico bancario. La società fa capo all’imprenditore romano Dino Patrizio Cozzi. Quando i magistrati ne chiedono l’arresto scoprono che è già sotto indagine per associazione a delinquere, riciclaggio internazionale, bancarotta, creazione fittizia di capitale. Da tempo Cofiart offriva garanzie bancarie a società o enti locali che ne facevano richiesta per far fronte, appunto, a fideiussioni. In qualche mese, secondo la Finanza, la società avrebbe emesso 5mila polizze fideiussorie raccogliendo premi per oltre 11 milioni di euro a fronte di un capitale garantito che supera i 750 milioni di euro. Tutte false. Le fideiussioni fasulle sono in voga in Italia. I magistrati della Procura di Roma che lavorano ai reati economici (il gruppo è coordinato dal pubblico ministero Nello Rossi) le chiamano «titoli tossici all’italiana». Ce ne sono tante. E muovono i mercati finanziari. Le società che le gestiscono hanno un riconoscimento formale ma poi zero requisiti patrimoniali. Le loro garanzie costano poco. Si paga di meno, se ne ottengono in misura ridotta. Spesso le aziende le usano per rateizzare il debito tributario e frodare il fisco. Dopo una rata o due le società che le hanno contratte muoiono o, sfruttando una normativa particolare, si trasferiscono all’estero. E se l’operazione non risulta rapidamente entro un anno dal trasferimento fuori dai confini non può essere chiesto il fallimento. E senza fallimento niente bancarotta. Agli 8 amministratori dell’Eutelia finiti sotto inchiesta (Pio Piccinini, Leonardo Pizzichi, Claudio Marcello Massa, Marco Fenu, Salvatore Riccardo Cammalleri, Antonangelo Liori, Isacco Landi e Samuele Landi) servivano invece per riprendersi la società. E organizzare nuovi colpi. Progettavano nuove acquisizioni, di «ripartire» con delle nuove matrioske. In Italia o Romania. Dovunque si possa lucrare sulle spalle dei lavoratori.

L’Unità 11.07.10