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"I tagli uccidono il federalismo regionale addio a 5 miliardi di autonomia impositiva", di Roberto Petrini

Emendamento-beffa del governo: nella costruzione federalista non si calcola la manovra. I trasferimenti da fiscalizzare non ci sono più: sono stati già sforbiciati dal decreto.
L´espressione più densa di sarcasmo e un po´ macabra, l´ha usata il governatore della Puglia, Nichi Vendola, venerdì scorso, il giorno della rottura tra le Regioni e Tremonti. «Faranno il federalismo col morto», ha detto. Non è andato tanto lontano dalla realtà perché nella battaglia delle cifre che segna ormai da mesi il federalismo fiscale ci sono pochi punti fermi e – è bene dirlo subito – la manovra d´estate e il mancato accordo, rischiano di ammazzare anche quelli.
Il primo punto fermo è un numero che compare nell´«Allegato 2» elaborato dalla Copaff, cioè la Commissione tecnica paritetica per il federalismo fiscale, che il 30 giugno ha corredato di cifre la relazione presentata dal ministro dell´Economia Tremonti. La tabella ci dice che i trasferimenti alle Regioni che devono essere soppressi, per lasciare il posto alla fiscalizzazione, cioè alla trasformazione in gettito tributario (ovvero regolari e affidabili compartecipazioni alle tasse che lasceranno le mani libere alle Regioni sul piano finanziario), valgono 7,4 miliardi. Significa che tolti sanità, assistenza, istruzione e trasporti, che la Costituzione considera funzioni fondamentali e che non saranno finanziate con la fiscalità regionale, restano una serie di funzioni (turismo, imprese, famiglia, sostegno agli affitti, politiche giovanili, montagna e protezione civile) la cui gestione finanziaria (spese e tasse) passerà alle Regioni.
Come si è arrivati a questa cifra? Dai trasferimenti che lo Stato dà alle Regioni (pari a 96,5 miliardi) sono state tolte sanità, assistenza e istruzione. Ma l´operazione non è stata semplice perché è stato necessario verificare un requisito in più sulla cifra emersa: le somme «fiscalizzabili» devono essere strutturali e permanenti. Altrimenti come trasformare in «tasse» delle spese una tantum?
Così si è scoperto che i già esigui 7,4 miliardi, che dovrebbero essere l´embrione del federalismo, non sono tutti disponibili e nemmeno strutturali. Intanto ci sono 1,8 miliardi di fondi relativi a competenze regionali ma che sono nelle mani di vari ministeri e di Palazzo Chigi che non vogliono cederli. Altri fondi – 756 milioni – sono poi la ragione stessa della vita di altri ministeri (politiche giovanili, famiglia, protezione civile e montagna): difficili da cedere. Infine, la polpa e la sorpresa: 4,8 miliardi, strutturali e finanziati, relativi alle deleghe appartenenti alle Regioni e trasformabili da trasferimenti in gettito fiscale «puro e responsabile».
Ma ecco il colpo di scena finale. La cifra di 4,8 miliardi è quasi uguale a quella tagliata dalla manovra, ovvero 4,5 miliardi. Il federalismo viene ucciso nella culla. Perché il taglio è strutturale e dunque non si potrà fiscalizzare nulla. Così il decreto attuativo del federalismo, atteso per maggio 2011, rischia di non avere alcuna base. Se ne è accorto anche il governo che, paradossalmente, ha aggiunto un comma all´articolo 14 della manovra che recita: «In sede di attuazione dell´art. 8 della legge 42, in materia di federalismo fiscale, non si tiene conto del primo e del secondo periodo del presente comma». Altrimenti il federalismo sarebbe veramente una costruzione metafisica.

La Repubblica 11.07.10

Le Regioni si rivolgono a Napolitano. Le associazioni: "Rischio recessione culturale"

Lettera aperta al governo di Federculture, Civita, Fai, Italia Nostra, Legambiente e WWF. Il 26 scioperano i diplomatici italiani, che denunciano un “preludio allo smantellamento” del ministero. Il segretario del Pd Bersani si unisce alle richieste dei governatori. Quote latte, la Ue avvisa: “Rischio infrazione”

ROMA – Proseguono le proteste nei confronti della manovra che il governo varerà nei prossimi giorni. E se i diplomatici italiani annunciano uno sciopero per il 26 luglio, parlando di uno “smantellamento” della Farnesina, e il presidente della Conferenza delle Regioni Errani si rivolge al Capo dello Stato Napolitano, per ribadire che i governatori intendono rimettere le deleghe, sei associazioni culturali e ambientali scrivono al governo, paventando il rischio di una “recessione culturale nel Paese” a causa dei tagli operati dalla manovra. E, sull’emendamento che riguarda le quote latte, la Ue avvisa: se dovesse essere confermato, l’Italia verrà sottoposta alla procedura d’infrazione.

Appello delle Regioni a Napolitano. All’indomani della rottura avvenuta al termine del vertice con il premier Berlusconi e il ministro dell’Economia Tremonti, le Regioni si rivolgono al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, confermando l’orientamento, se la manovra economica non cambierà, di trovare la strada per restituire allo Stato le deleghe per funzioni che non sono più in grado di esercitare.

Preoccupati per le ricadute sul territorio, i governatori si riuniranno in una conferenza straordinaria mercoledìprossimo, mentre la manovra sarà al vaglio dell’aula di Palazzo Madama, e non escludono di proseguire i lavori del Parlamentino anche il giorno dopo, il giovedi del voto di fiducia al Senato. Intanto, secondo quanto ha appreso l’agenzia Agi, dopo il muro contro muro andato in scena con il premier Silvio Berlusconi e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, è stato lo stesso presidente della Conferenza delle Regioni a informare telefonicamente il Capo dello Stato delle preoccupazioni dei Governatori. Vasco Errani lo aveva annunciato, quando a nome della Conferenza, aveva chiesto di incontrare le massime cariche dello Stato. Un colloquio telefonico di pochi minuti in cui Errani avrebbe illustrato le buoni ragioni delle amministrazioni regionali nel confronto con il Governo e la ferma intenzione di proseguire un dialogo vero ed efficace, evitando scontri istituzionali.

L’intervento di Bersani. Anche il segretario del Pd Pierluigi Bersani interviene nello scontro tra il governo e le Regioni, e chiede ai governatori di spiegare chiaramente ai cittadini quali sono i tagli ai servizi essenziali che saranno costrette a fare a causa delle misure previste dalla manovra, che pesano per oltre il 50 per cento sugli enti locali, e in particolare proprio sulle Regioni.

Intervenendo al convegno del Pd a Venezia “L’isola che c’è”, una scuola politica del partito dedicata agli amministratori locali, Bersani ha detto: “Si si abbassa di 14 miliardi di euro la soglia della finanza regionale locale: o sono 14 miliardi di meno di servizi o sono 14 miliardi in più di tasse. Vogliamo toglierne uno per gli sprechi? Saranno 13 miliardi, saranno 12, ma questo sta succedendo”.

“Adesso le Regioni farebbero bene a spiegare ai cittadini di cosa si sta parlando – ha aggiunto Bersani – di quali servizi precisamente si sta parlando. Penso che nei prossimi giorni verranno fuori i temi crucialissimi che si stanno discutendo in queste ore: i trasporti pubblici locali, gli interventi per le piccole imprese, i servizi per la ricerca, la non autosufficienza, i servizi sociali, gli interventi sull’ambiente. Noi abbiamo le nostre proposte, garantiamo i tempi e garantiamo 24 miliardi di euro. Volete guardare le nostre proposte? C’è un modo diverso di fare questa manovra, abbiamo scritto dove andare a prendere i soldi e dove metterli in modo diverso. Certo, se si va avanti a colpi di fiducia e non si riesce mai a discutere, il problema diventa serio”.

La protesta dei diplomatici. I diplomatici italiani annunciano per il 26 luglio uno sciopero contro la manovra economica, della quale “non possono accettare quei tagli, alle risorse ed al funzionamento della loro carriera di servitori del Paese, che di fatto preludono allo smantellamento della Farnesina”. Lo annuncia un comunicato del Sindacato Nazionale Dipendenti Ministero Affari Esteri (Sndmae).”I diplomatici e tutti i lavoratori della Farnesina sono impegnati – si legge nel comunicato in cui si annuncia lo sciopero – a promuovere l’internazionalizzazione delle nostre imprese e ad appoggiarle quando investono e quando partecipano a gare e commesse. Senza l’impegno dei diplomatici, ci sarebbero meno posti di lavoro in Italia e meno ricchezza per il nostro Paese, le cui aziende hanno ormai – e devono avere, per vivere e prosperare – come orizzonte i mercati mondiali. Il Ministero degli Esteri, i diplomatici che dirigono le sedi all’estero e gli uffici a Roma, tutto il personale della Farnesina devono essere sostenuti perché il risultato del loro lavoro viene toccato con mano dagli italiani. Dagli italiani che scommettono sul mondo e da quelli che vogliono conoscerlo, e che la Farnesina non lascia soli in caso di crisi. Il Ministero degli Esteri, ricordiamolo, produce molto più di quanto costi al Paese”.

E quella delle associazioni culturali. Federculture, Civita, Fai, Italia Nostra, Legambiente e WWF hanno diffuso oggi una lettera aperta, indirizzata al premier, al ministro per i Beni culturali e al ministro dell’Economia, nella quale si sottolinea che “l’Italia è a rischio recessione culturale”, e che i tagli operati dalla Finanziaria mettono in discussione “la tutela e la promozione del nostro patrimonio culturale e ambientale, sancita dall’art.9 della Costituzione”, e penalizzano “un settore vitale che contribuisce positivamente all’economia del Paese, con conseguenze negative sulle possibilità di uscita dall’attuale crisi e sulle prospettive di una futura e duratura crescita”.

“La riduzione del 50% delle risorse destinate agli istituti culturali – si legge ancora nella lettera – quasi fossero tutti enti inutili, senza l’individuazioen di criteri o parametri oggettivi che valutino l’effettiva esistenza di sprechi, decreterà un ulteriore e indiscriminato abbassamento dell’intervento pubblico per la cultura, che mette ormai a rischio quantità e qualità dei servizi culturali nel Paese”.

Quote latte, la Ue: “Italia a rischio infrazione”. Se l’emendamento alla manovra sulle quote latte “dovesse essere adottato, la Commissione sarebbe costretta ad avviare la procedura appropriata ai sensi del Trattato”, scatterebbe cioè la procedura d’infrazione. Lo scrive il commissario europeo all’Agricoltura Dacian Ciolos in una lettera al ministro delle politiche agricole Giancarlo Galan, aggiungendo di appoggiare “pienamente la netta posizione” espressa da Galan in materia. Ieri in commissione al Senato è passato per un voto un emendamento che prevede lo slittamento a fine anno (dal 30 giugno) della restituzione delle multe da parte degli agricoltori, sulle quote latte.

da www.repubblica.it

"Con il federalismo truffa stanno tagliando 14 miliardi di servizi. Regioni, spiegatelo ai cittadini"

Bersani a L’ISOLA CHE C’E’: “Basta con la subalternità alla Lega. L’autonomismo lo abbiamo inventato noi, loro hanno fatto solo le ronde”
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“Non vorrei che il federalismo che ha in testa Tremonti diventasse la via italiana per ridurre lo stato sociale che è basato sulla dimensione locale. Non vorrei che il federalismo fosse il pretesto per dare una botta alla spesa sociale. Non si possono dare mazzate così senza sapere cosa si sta facendo, si passa dal federalismo delle chiacchiere al federalismo della truffa”.
Dalla scuola di politica del Partito democratico che si svolge a Venezia, Bersani ha denunciato come se “si abbassa di 14 miliardi di euro la soglia della finanza regionale locale, o sono 14 miliardi in meno di servizi o sono 14 miliardi in più di tasse. Se vogliamo toglierne uno per gli sprechi? Saranno 13 miliardi oppure saranno 12, ma questo è quello che sta succedendo. Poi come curiamo i cancri, come gestiamo gli asili che chiudono? Occhio ai costi standard. In Emilia 29 bambini su 100 hanno gli asili, in Calabria sono 1,2 magari Calderoli pensa che costa di più ma si sbaglia. Quanti bambini in Italia devono avere l’asilo? 14, 15? e poi chi dà i soldi a chi ha meno? Le Regioni – ha poi continuato – farebbero bene a spiegare ai cittadini di cosa si sta parlando, di quali servizi. Nei prossimi giorni emergerà il tema crucialissimo dei trasporti pubblici, degli interventi per le imprese, dei servizi per la ricerca, della non autosufficienza, dei servizi sociali e degli interventi sull’ambiente. Siamo in Parlamento con le nostre proposte che abbiamo rivolto al governo”.
E se il federalismo che nasconde le tabelle con i calcoli dei costi è un pericolo il Pd deve reagire: “Siamo quelli del sociale: che anche se gli rimane solo un euro lo dà a chi ha più bisogno perché alle difficoltà si risponde collettivamente, si risponde ai problemi solo guardando il mondo con gli occhi di chi è più in difficoltà. In Emilia Romagna son stato il primo maschio a far l’assessore ai servizi sociali e un ragazzo spastico mi disse: cosa m’importa di aver qualcuno che mi allaccia una scarpa se vede solo il mio piede e cosa m’importa se imparo ad allacciarmele se sono solo? mettiamo i bisogni nella comunità, è civilizzazione. La partecipazione è ascolto e presenza dell’amministratore sui problemi e nei luoghi. Il problema non è fare il sindaco è essere sindaco! Perché lo sei? Perché ci sei”.
“La lega ha inventato le ronde e basta, in 15 anni non hanno inventato una cosa, sono solo ideologia. E mentre noi dicevamo che le ideologie eran finite se ne sono costruita una!”, Il PD contro la lega degli egoismi deve tirar fuori “l’orgoglio autonomistico, la mia generazione deve consegnare il testimone ai nativi del PD ma dovete sapere cosa avete alle spalle: le culture a cui ci riferiamo son quelle che hanno inventato tutto quello che di buono il locale ha espresso. mentre dalle destre non viene nessuna politica locale per l’urbanistica. hanno inventato loro i consorzi sociosanitari con cui abbiamo rivoluzionato la sanità pubblica, le aree artigianali, gli asili nido? No. Non esistono riforme partite da Roma, ha sempre cominciato un luogo, con dei partiti riconoscibili per le politiche, dei franchising. ora dobbiamo ricostruire con le buone pratiche, validarle, farle diventare un marchio riconoscibile”. E poi il federalismo non è un’invenzione leghista: “Ne abbiamo iniziato a discutere in Italia ai tempi di Napoleone! Il discrimine già prima del Congresso di Vienna era tra chi proponeva una confederazione di stati e se a guida papale, piemontese…poi c’era un filone democratico radicale che vagheggiava l’unità pensando che a partire dal basso come meccanismo partecipativo si potesse accendere la miccia unitaria. ora, secoli dopo, grossomodo non siamo fuori da questa discussione, così il federalismo? il modo più efficiente per garantire con l’aiuto del centro il raggiungimento di livelli di servizi di base più efficienti con condizioni uguali per tutti. invece può mascherare una confederazione in cui ci son delle tabelle che accettano un divario nelle condizioni di base

Insomma rifiuta il modello delle destre e ne propone uno alternativo: “Non è la regione dei governatori e del popolo, ma quella di un presidente e delle funzioni. Più ti metti nella rete più devi inventare un recupero d’identità, facendolo a nostro modo, civilmente: non tenendo fuori gli immigrati ma recuperando la comunità. attenti a non giocare coi simboli, usiamolo in modo razionale, alternativamente ai leghisti. C’è un problema di ultimo miglio: in un sistema regionale o nazionale come la banda larga, la ricerca, la sanità, il ciclo dei rifiuti c’è un ultimo miglio politico e organizzativo che spetta all’amministratore locale inventare perché la rete è fredda. Una struttura non può essere isolata dal contesto”. E consiglia di scaldarla aprendosi: “Chiami le associazioni, inventi un servizio aggiuntivo, una convenzione con gli alberghi per l’ospitalità dei parenti dei malati. Se hai la banda larga in un paese di montagna metti a lavorare i giovani che studiano. è una parte importantissima o si crea distacco tra le burocrazie delle reti, regioni, Telecom, asl e i cittadini con in mezzo i comuni”.
In cosa un amministratore del PD deve essere riconosciuto in tutta Italia?
E’ la domanda attorno a cui ruota la parte più ampia del suo intervento: “Noi siamo per l’autonomia della convivenza. A Bolzano la destra accende i fuochi e il PD riconosce i problemi e propone la convivenza. Facile da dire meno da fare, certo non è il buonismo, guardiamo i decili di reddito: gli immigrati vanno tutti negli ultimi 2, quelli dei più poveri. i benestanti non se ne accorgono, non li minacciano, non sanno cos’è il tumulto delle graduatorie per case popolari, prestazioni. E c’è chi si vede buttato fuori. Allora nel federalismo fiscale se un comune ha un servizio e arrivano i nuovi poveri servono posti in più. Chi li paga? lo paga chi è nei decili più alti e magari usa l’immigrato come forza lavoro”.
E poi, il territorio: “Sappiamo che è scarso e dobbiamo disegnare progetto di città”.
Rivendica con gli amministratori e gli studenti della Scuola di Politica come “noi del PD siamo quelli della partecipazione, oggi fra stato e cittadini c’è di mezzo solo la tv. La tecnologica consente più cose ma un amministratore deve avere comunque la sua idea evitiamo di stare in balia dei sondaggi. Dobbiamo avere prima una propria idea, pronti a farsi smentire se ci si accorge di aver pensato una cazzata ma diciamo la nostra, facciamo vedere la personalità”.
E sprona i più giovani: “è l’elemento più forte di formazione alla politica la vera formazione è imparare i problemi sapere che ci sono applausi e fischi, sì e no e sono più formativi i no. E vanno spiegati, dev’esserci una logica “. U n intervento in cui non sono mancati i richiami alla sua storia personale: “Ho cominciato a 23 anni come consigliere comunale di minoranza in un comune di montagna poi ho fatto altre cose fino al ministro.. , ora so che perfino un buon amministratore può essere un pessimo politico ma è difficile che i buoni politici non abbiano mai incrociato un’esperienza di amministrazione, non c’è scissione: la politica deve avere passione, visione e concretezza”. Inizia da una riflessione sul suo percorso politico l’intervento del Segretario del PD, Pier Luigi Bersani a l’Isola che c’è, e poi tocca uno dei primi temi affrontati dalla formazione PD: cos’è la globalizzazione. La definisce “ l’indifferenza ai fatti locativi, oggi per un’impresa è indifferente fare le cose nel luogo in cui le si sono sempre fatte, si cerca un posto più conveniente per quel che si deve fare, si chiama indifferenza allocativa. Ecco che il locale si riafferma nella sua identità aprendosi alle relazioni”. E’ da qui che “per reazione nasce il leghismo, interpretazione del territorio come comunità omogenea intorno alla quale far barriere e attaccarsi alle radici”. e il compito dei democratici è “rovesciare come un guanto il localismo: comuni e regioni non possono farcela da soli, c’’è bisogno di rete per riorganizzare il servizio sanitario, l’acqua, mentre se ti chiudi in casa tua non ti riorganizzi. Certo ognuno ha il suo compito: la regione organizza le reti, deve dire ad esempio che non tutti i comuni possono avere ospedali, sarebbe inefficiente”. Non tagliare e basta però: “Allora fai presidi ambulatoriali, specializzi un comune per una funzione, ma non solo per lui, per tutti i vicini. E ogni territorio deve esprimere la sua vocazione: il comune termale organizza la politica turistica, chi ha un’università gestire la ricerca, tutto puntando sulla vocazionalità in rete”.
Difficile? certo e il segretario del PD avverte: “Occhio non è teoria, quando ho chiuso gli ospedali mi si son incatenati fuori, non è che la globalizzazione ti cura. Per fare l’amministratore ci vuole il fisico e il coraggio di gestire il consenso guardano un metro più in la del cittadino, non chilometri, sennò è inutile fare l’amministratore. E ho visto nei comuni dove si chiudevano gli ospedali che se c’era risposta e si mantenevano le promesse i voti arrivano”.
L’ultima parte della mattinata è passata rispondendo alle domande dei corsisti. è stata l’occasione per parlare di globalizzazione “un vento che ha dato schiaffoni al modello sociale che era il DNA dei progressisiti in Europa: salari alti, diritti dei lavoratori, welfare costoso, fiscalità alta. Un modello che d’improvviso ha trovato di fronte e non sui libri modelli con salari bassi, fisco inesistente e grandi migrazioni. E’ stata una scossa che ha cominciato ad abbassare le prestazioni e la gente ha cominciato a dire che il fisco è insostenibile”. Così la destra “ha avuto un vantaggio politico interpretando il ripiegamento difensivo su cui ha lucrato. Ma ora la destra non porta l’Europa da nessuna parte: buoni a prender voti non a tenere la barra.. manco sull’immigrazione dato che viviamo in regime di Bossi-Fini . Ma noi abbiamo 50.000 nuovi nati l’anno figli di immigrati: il 10%. tra 15 anni saranno il 30%. non hanno voluto emigrare no? Son nati qua e non sono né immigrati né italiani. E’ ora che gli diciamo chi sono provate a dirlo a quelli con cui litigate: non cela fanno a dirvi che avete torto”.

La strategia del PD: “è arrivata l’ora di metterci all’offensiva nei modi giusti: il compito di chi ha valori forti in testa e nel cuore è farli arrivare e essere concreti facendo attenzione che sbagliando si crea regressione. Il riformista porta i valori dal cielo alla terra e fa passi avanti, concreti. Sì alle radici ma leviamoci dalla testa le nostalgie, siamo neonati, dobbiamo darci la militanza, far passare il principio che i partiti sono società civile, rilegittimiamo la politica e facciamolo con fiducia”.
Basta subalternità alla Lega. “Occhio alle ideologie, il colore del comune è quello del gonfalone non il verde. La Lega ha strumentalizzato il territorio facendo il core business delle politiche locali sulla difensiva, ma non inventano nulla. Noi siamo un partito autonomista serio. Siamo troppo subalterni, basta. La Lega la sfido, m’invitassero a Varese alla festa e a chi urla direi: prova a chiedermi quanto deve pesare uno spiedino alla festa per non rimetterci e poi vallo a chiedere al miliardario… è contradditorio voler essere popolari e stare con Berlusconi. Ma che Roma ladrona? Son seduti loro con 4 ladroni di Roma, che è cosa diversa. Quindi no al federalismo delle chiacchiere si a quello razionale e serio”.
I partiti personali e il PD. “Nessun politologo ci pensa ma se guardate l’arco dei partiti italiani son tutti personali, basati su leadership che sono il core business. ma nel futuro la strada è quella o no? E’ qui la differenza tra populismo e democrazia riformante, partiti populisti e partiti popolari. Finché ci sono io scommettiamo su un partito non personale e ne derivano delle cose: serve la discussione non c’è comando. E nell’epoca del web immaginare una discussione senza rilievo pubblico è impensabile. Bisogna sempre far vedere che si discute, litiga, sui problemi dei cittadini e che i cittadini riconoscano come problemi. Se è così si può esprimer pubblicamente opinioni controverse, mostrare il pluralismo. E’ quando non si capisce perché si discute se non in termini di posizioni personali che non va, e i cittadini lo capiscono quando c’è differenza. E ricordate: le componenti devono diventare ingredienti … io son Bersani ma mi ritengo moderatamente bersaniano!

www.partitodemocratico.it

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Legge bavaglio, l’affondo di Berlusconi: libertà di stampa non è diritto assoluto
Un messaggio audio registrato e diffuso sul sito dei «Promotori della Libertà», un file breve e sintetico in cui il premier esprime tutta la sua rabbia contro le proteste di questi giorni – agitate contro il bavaglio, contro la manovra e soprattutto contro di lui – arrivando a dire che «la libertà di stampa non è un diritto assoluto».
«Care amiche e cari amici Promotori della Libertà – inizia il messaggio – vi ringrazio per l’impegno che avete profuso in questi mesi percomunicare agli italiani quanto di positivo ha fatto il nostro governoper fare uscire l’Italia dalla crisi economica senza lasciare indietronessuno e con i conti pubblici in regola, premessa indispensabile peruna ripresa solida e duratura.
I risultati sono indiscutibili e dicono che abbiamo governato bene, con saggezza e lungimiranza, e mantenuto tutte le promesse.
La ripresa economica è una realtà confermata da tutte le rilevazionistatistiche: è aumentata la produzione industriale, sono cresciute leesportazioni, e la crescita del prodotto interno nel primo trimestre (più 0,5 per cento) è più elevata che in tutti gli altri Paesi europei.
L’impegno che oggi vi chiedo è di portare nei gazebo e sulle piazze questo messaggio di fiducia e di ottimismo.
So per esperienza che il vostro entusiasmo, e quell’attivismo che vi distingue tra i militanti del Popolo della Libertà, hanno già saputo superare molti ostacoli. Ora avete un altro compito non facile, ma fondamentale: quello di togliere il bavaglio alla verità. Quel bavaglio che le è stato imposto da una stampa schierata con la sinistra e pregiudizialmente ostile al governo. Una stampa che disinforma, che non solo distorce la realtà, ma calpesta in modo sistematico il sacrosanto diritto dei cittadini alla privacy, invocando per sé la “libertà di stampa” come se si trattasse di un diritto assoluto. Ma in democrazia non esistono diritti assoluti, perché ciascun diritto incontra sempre un limite negli altri diritti prioritariamente ed egualmente meritevoli di tutela. Questo, come ben sapete, è un principio elementare delle democrazie liberali. Un principio che la stampa italiana, in maggioranza, ha scelto purtroppo di ignorare.
Allora dobbiamo spiegare tutto questo anche attraverso i gazebo a tutti gli italiani.
C’è poi anche un altro messaggio importante che occorre trasmettere in questi giorni.
Riguarda l’assoluta necessità della manovra economica, che è in linea con le richieste dell’Unione Europea di ridurre la spesa pubblica, che da anni ormai supera il nostro prodotto nazionale.
Per coniugare rigore e sviluppo, il nostro governo ha deciso di affiancare alla manovra alcune misure per la ripresa e per la liberalizzazione delle imprese. Abbiamo deciso di avviare una grande rivoluzione liberale, attraverso la quale diminuiremo l’oppressione burocratica, che è un peso altrettanto insopportabile, al pari dell’oppressione giudiziaria e di quella tributaria.
Modificheremo in senso liberale l’articolo 41 della Costituzione.
Ma abbiamo già introdotto nella manovra in corso di approvazione una norma che consentirà di non richiedere nessuna autorizzazione ex ante prima di aprire un’impresa, ad esempio un negozio, rinviando ad un momento successivo il controllo, che potrà essere solo “ex post”.
In Italia tutto ciò è stato impossibile finora a causa di una cultura comunista e catto-comunista, per la quale chi si assume la responsabilità e il rischio di prendere un’iniziativa in proprio, è un potenziale sfruttatore ed un potenziale evasore.
Per noi, invece, gli imprenditori sono la vera risorsa dell’Italia, sono il nostro petrolio. Per questo noi vogliamo che lo Stato ne riconosca nella stessa Costituzione l’utilità economica e sociale e il contributo che chi intraprende, chi rischia, chi investe dà al bene di tutti.
Con questa vera e propria rivoluzione per avviare una nuova impresa o un nuovo stabilimento basterà una semplice comunicazione allo Sportello unico che ogni Comune dovrà mettere in campo. Questa semplice comunicazione di inizio attività sostituirà la richiesta di permessi, di autorizzazioni, di concessioni, di licenze: che sono, tutte queste cose, un linguaggio da Stato despota, da Stato padrone, che concepisce i suoi cittadini come sudditi. Ribadisco.
Questa sarà una vera e propria rivoluzione e liberale.
Conto su di voi, cari amici, perché questo messaggio di fiducia, di rinnovamento liberale dello Stato e di amore per il bene di tutti, trovi ascolto tra la gente che ci ha votato ed anche tra coloro che lo faranno per la prima volta perché delusi da un’opposizione solo capace di criticare e di insultare».

da www.unita.it

«"Amo la Costituzione perchè è scritta in modo semplice". Giovanni Maria Flick apre la scuola di politica "L'Isola che c'é"», di Ivana Giannone

Giovanni Maria Flick apre la scuola di politica “L’Isola che c’é” a San Servolo: “L’hanno scritta così perchè avevano cose forti da dire”.

“Sono innamorato della Costituzione. Lo sono perché parla in modo semplice, perché i nostri padri la scrissero in modo semplice, così che potessero capirla anche i politici e i professori universitari. Diffidate di chi parla difficile: o non ha nulla da dire o non vuole farsi capire”. È questo il biglietto da visita di Giovanni Maria Flick, giurista ed ex presidente della Corte Costituzionale, nonché relatore d’apertura del workshop di “In buone mani”.

Davanti ad una platea di ragazzi e giovani amministratori locali, lo studioso apre i lavori del workshop con una profonda riflessione sul federalismo e l’unità d’Italia. Nella sue parole tanta passione e la precisa volontà di far comprendere a chiunque in sala concetti che normalmente sono appannaggio dei soli “addetti ai lavori”. Oggi quella Carta così semplice pone un problema fondamentale: quale modello di federalismo? “La riflessione è d’obbligo, tanto più nel centocinquantesimo anniversario dell’unità l’Italia. In questa ricorrenza la necessità è passare dall’unità d’Italia all’unione d’Italia”.

Ma è possibile con l’attuale legge sul federalismo fiscale (L. 42/2009)e dopo i pesanti tagli della manovra? “Nella relazione sui costi del federalismo, il governo ci ha fornito delle linee guida anche valide – dice il giurista – il punto è che non si è ancora capito quanto costerà attuare il federalismo”. Tutto dipenderà da quanto coraggio si avrà nell’attenersi alla volontà della Costituzione che prevede un ampio grado di responsabilità ed autonomia in mano alle regioni. Finora queste disposizioni sono rimaste “una bella predica”. Colpa di un centralismo statale che si è consolidato negli anni e che alle regioni ha sempre concesso poteri di amministrazione ampi non supportati dal potere sulle imposte. “Il governo di centrodestra adesso critica questo atteggiamento, ma di fatto ha abolito l’Ici, l’unica imposta concessa ai comuni”.

“Dare alle regioni il potere di imporre le tasse è un attestato di responsabilità, spinge gli amministratori ad evitare gli sprechi. Lo Stato centrale da parte sua non deve soffocare l’autonomia, ma intervenire per coordinare le fiscalità locali e agire sulla perequazione, ovvero assicurare l’equilibrio fra le regioni più ricche e quelle più povere”.

Proprio su questo secondo compito si apre la riflessione sui due principali modelli di federalismo: competitivo o solidale. “ Il federalismo, così com’era stato presentato dalla lega era di tipo competitivo. In poche parole questo modello prevede una totale autonomia e nessun coordinamento fra stato centrale ed ente locale. L’imposizione fiscale è libera e può dirigersi sugli stessi cespiti. Un federalismo così attuato significherebbe l’abbandono delle regioni deboli e alimenterebbe il divario fra nord e sud”. Fortunatamente la Carta che Flick ha difeso nei suoi 9 anni da giudice della Corte Costituzionale “pone un forte sbarramento ad un progetto del genere, che fra i suoi rischi vede l’acquisizione da parte delle regioni di materie come la sicurezza che portata ad estreme conseguenze da vita a idee come le ronde”. Il federalismo modello lega, insomma, è quello in cui “i ricchi se la godono, i poveri si arrangiano”.

Il federalismo solidale, al contrario, è il frutto di battaglie parlamentari che hanno stravolto il testo presentato dalla Lega e ci hanno portato al testo di oggi, di certo non perfetto ma anni luce distante dall’idea iniziale. L’intento del PD era raggiungere quello che Flick definisce “federalismo solidale, modellato sulla perequazione e sul coordinamento dello stato centrale. È un modello basato sulla responsabilità e sul controllo della spesa, che permette un controllo diretto da parte dei cittadini. La realtà a cui siamo vincolati è quella del federalismo solidale”.

L’obiettivo del federalismo può quindi essere uno solo. mantenere e rispettare le realtà territoliari senza lasciare indietro nessuno. “La nostra Costituzione si può sintetizzare in due principi fondamentali: la pari dignità sociale, che vuol dire diritto alla diversità, e la laicità delle idee, grazie alla quale si lavora insieme perl’unità, a prescindere dai pregiudizi”.

da www.partitodemocratico.it

«L’agenzia segreta di Carboni per aggiustare giudici e politici», di Claudia Fusani

A volte ritornano. Forse, peggio, non sono mai sparite del tutto. Sono le cricche, più o meno occulte, che muovono i fili del nostro paese. Se ha agito in modo «palese» la cricca di Anemone e Balducci pur in barba alle regole e al mercato, quella di Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino «era caratterizzata dalla segretezza degli scopi volta a condizionare il funzionamento degli organi costituzionali e di apparati della pubblica amministrazione dello Stato e degli enti locali». Una nuova P2. Di sicuro una sorta di agenzia segreta che aveva come obiettivo il condizionamento di giudici e politici per aggiustare e orientare sentenze e pronunce, decisioni importanti, dal Tar alla Cassazione, dal Csm alla Corte costituzionale. Il tutto in favore del Presidente del Consiglio (lodo Alfano), di qualche procuratore e presidente di Corte d’Appello (Milano), di governatori (Formigoni) e aspiranti tali (Cosentino).

Molte volte, come vedremo, il presunto sodalizio piduistico è andato a buca. «La figura di merda l’amme fatta nuje cu chille d’a Corte d’Appello (…). Pasquà tutta gente inaffidabile come Fofò, Pasquale, Nicola… noi non contiamo un cazzo» si lamenta al telefono il 4 marzo 2010 Arcangelo Martino con Pasquale Lombardi. Il «rammarico» nasce dal fatto che non sono riusciti ad agire sulla corte d’Appello di Milano, nonostante i buoni uffici col presidente Alfonso Marra per la cui nomina avevano scomodato mezzo Csm (da Mancino al consigliere laico Tinelli, passando per i togati Berruti e Ferri), per far riammettere la lista di Formigoni alle regionali.

Altre volte invece ha avuto successo, come nel caso delle nomine in Sardegna delle persone amiche che dovevano favorire gli interessi economici del gruppo nel settore dell’eolico. Comunque c’hanno provato in continuazione, sempre. Associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, all’abuso, alla violenza privata e alla diffamazione. Non basta: l’aggiunto della procura di Roma Giancarlo Capaldo contesta a Carboni, Lombardi e Martino anche l’articolo 2 della legge Anselmi, quella che ha sciolto perché illegale la loggia P2.

I promotori dell’associazione sono tre vecchie conoscenze: Flavio Carboni, l’uomo che ha intrecciato – sempre indenne a parte il crac dell’Ambrosiano – tutti i misteri d’Italia, dalla P2 alla morte di Roberto Calvi; Pasquale Lombardi, esponente della Dc campana, ex sindaco del suo paese in provincia di Avellino ed ex componente di Commissioni Tributarie; Arcangelo Martino, assessore socialista al comune di Napoli già coinvolto in Tangentopoli. Tre che forse un esponente delle istituzioni farebbe meglio a non frequentare. Tre, invece, che chiedono e vengono ricevuti, al Csm dal vicepresidente Nicola Mancino, in Cassazione dal presidente Vincenzo Carbone, da sottosegretari (Caliendo e Cosentino), da decine e decine di parlamentari, da Dell’Utri a Verdini, entrambi pdl, a Lusetti (Pd, ex Margherita). Come tutti i sodalizi criminali, anche questo ha un luogo e una data di nascita. La sera del 23 settembre 2009 nel bellissimo appartamento di Denis Verdini, palazzo Pecci Blunt in piazza dell’Ara Coeli, si ritrovano Carboni, Martino, Lombardi, il senatore Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller. Motivo della riunione è l’esito del Lodo Alfano, lo scudo processuale che avrebbe dovuto mettere il premier al riparo dai processi in cui è imputato.
La Consulta si riunirà il 6 ottobre e tutta la maggioranza è in fibrillazione. Sarà quella, come poi dimostrato dalle cronache, una data spartiacque delle legislatura. Specie se, come poi è avvenuto, la Corte dovesse bocciare il Lodo.

Tutti cercano di dare una mano al premier. Di farlo sapere e di averne in cambio favori. «Tra settembre e ottobre – si legge nell’ordinanza del gip Giovanni De Donato – Carboni, Martino e Lombardi hanno tentato l’avvicinamento di giudici della Corte Costituzionale per influire sul Lodo. L’operazione si intreccia con il tentativo dei tre di ottenere la candidatura dell’onorevole Nicola Cosentino alla presidenza della Regione Campania, contropartita in cambio degli interventi compiuti sulla Corte Costituzionale».
Il gip, al momento, dà conto di sei tentativi di condizionamento, per sei questioni diverse: Lodo Alfano; nomina di Cosentino; gli impianti per l’eolico in Sardegna; la riammissione della lista Formigoni alle regionali; le pressioni sul Csm per le nomine di alcuni procuratori (Isernia, Nocera Inferiore, Corte d’Appello di Milano); le pressioni sul ministero per inviare un’ispezione a Milano alla Commissione che aveva bocciato la lista Formigoni.
Lo scheletro dell’inchiesta sono le intercettazioni, telefoniche e ambientali. A proposito del Lodo, il 30 settembre Lombardi chiama l’ex presidente emerito Cesare Mirabelli: «I suoi colleghi, su che posizione staranno? La donna, dicono che è amica sua, possiamo intervenire almeno su di lei?». Il Lodo sarà bocciato con 9 voti contrari e sei favorevoli. E Lombardi dirà a Martino: «Che figura di merda, noi non cumandamm manc ‘o cazz».
Per far fuori Caldoro in favore di Cosentino («quel bravo ragazzo» dice Martino a Carboni) alla guida della Campania, il gruppo agisce su due piani. Da un lato Lombardi agisce col presidente della Cassazione Vincenzo Carbone per intervenire a favore del ricorso contro la richiesta d’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa del sottosegretario (ricorso che sarà poi rigettato). Dall’altra il gruppo agisce per diffamare, via internet («tutto on line, come siamo moderni noi») Caldoro e sue presunte abitudini sessuali. «Un Marrazzo in Campania» si diverte Martino al telefono con Sica, sindaco di Pontecagnano «che fine abbiamo fatto, siamo finiti in un mondo di froci, povero Berlusconi».
Andranno in porto due operazioni su sei (Sardegna, Corte d’Appello). «Se è vero che il sodalizio non sempre riesce nei propri scopi – scrive il gip – la mancata realizzazione degli obiettivi non esclude il reato di associazione segreta». Anche perché questa nuova presunta P2 agirà, come vedremo, anche su altri fronti.

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«Ma quali reati, era solo normale lobby»… di Angela Camuso

Ha respinto le accuse, sostenendo che le pressioni da lui esercitate al fine di favorire, ad esempio, la nomina di Ignazio Farris a presidente dell’Arpa in Sardegna ovvero a caldeggiare la candidatura di Cosentino a presidente della Regione Campania erano «normali attività di sostegno politico», cioè attività lecite di lobby. E che se altri suoi amici hanno commesso reati, come acquisire informazioni coperte dal segreto ovvero realizzare dossier contro Stefano Caldoro, costoro lo hanno fatto «a sua insaputa». Così, ieri mattina a Regina Coeli, si è difeso affiancato dal sua avvocato Renato Borzone il faccendiere Flavio Carboni, nel corso dell’interrogatorio di garanzia durato quasi due ore e interrotto da un malore accusato dall’indagato, che ha lamentato le sue gravi condizioni di salute per problemi cardiaci, facendo presente di aver subito un infarto soltanto un anno e mezzo fa. Davanti a Carboni, oltre al gip Giovanni De Donato, il pm Rodolfo Sabelli e il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, che gli hanno contestato le numerose telefonate che dimostrerebbero, secondo l’accusa, l’esistenza di una società segreta volta a condizionare attraverso la commissione di reati l’andamento democratico delle istituzioni della Repubblica. L’avvocato Borzone, al termine dell’interrogatorio, ha mantenuto la posizione già annunciata subito dopo l’arresto, sostenendo la debolezza dei capi d’imputazione dato che a Carboni, nell’ordinanza, non viene contestato alcun specifico episodio di corruzione ma soltanto una serie di attività svolte a fare pressioni a politici. Borzone ha anche chiesto l’immediata scarcerazione di Carboni per la sua malattia. Già ieri, a Regina Coeli, l’avvocato lo aveva trovato al centro clinico, dove era stato trasferito per un malore immediatamente dopo l’arresto. «Carboni era sconvolto, quasi in uno stato confusionale», ha detto Borzone, dicendosi ottimista. «Questa storia finirà come tutti gli altri processi che hanno coinvolto il mio assistito. Carboni viene inquisito soltanto perché ormai si è fatto una brutta fama», dice l’avvocato, che ha difeso il faccendiere anche nell’ultimo importante processo a suo carico, quello per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi, finito con un’assoluzione per insufficienza di prove. D’altra parte, c’è da dire che stando a indiscrezioni circolate in ambienti giudiziari l’inchiesta contro la società segreta avrebbe subito un’accelerazione a seguito di fughe di notizie. L’inchiesta, infatti, si basa quasi esclusivamente sulle intercettazioni telefoniche, diventate inutili nel momento in cui gli indagati ne sono stati informati.

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«Professò, ci aiuti per il Lodo Alfano, so’ anche amici suoi»…
di Massimo Solanitutti gli articoli dell’autore

Nicola Cosentino presidente della Campania. Per il gruppo di Carboni è una missione. Così, quando il sottosegretario è raggiunto da una ordinanza di custodia cautelare per i suoi rapporti con i Casalesi, la “ditta” si attiva per correre ai ripari: la prima mossa è intervenire con la Corte di Cassazione per chiedere (senza successo) l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare. Il 17 gennaio 2010 Lombardi telefona al primo presidente Vincenzo Carbone. «Ieri sono stato con molti amici bravi, parlano tutti bene di te, dicono che tu dovresti stare altri due anni alla Cassazione (…) Comunque venerdì sto da te perché ti voglio riferire quello che hanno detto». Il 25 gennaio Lombardo informa il sottosegretario Cosentino del suo intervento. «Io ho fatto il 90%, il dieci lo devi fare tu. Tu domattina te ne vai un po’ da Letta, Gianni, il quale è in ottimi rapporti con il mio amico». Il 26 gennaio Lombardi richiama Carbone: «Io mi so fatto portare l’olio e te lo porto domani mattina. Ti ha chiamato Letta?». L’intervento sulla Cassazione non sembra funzionare, e ecco allora pronto il piano B. «Dopo che i vertici del partito avevano individuato come candidato alla presidenza della Regione Campania Stefano Caldoro – scrive infatti il gip – il gruppo ha iniziato una intensa attività diretta a screditare il nuovo candidato tentando di diffondere notizie diffamatorie sul suo conto». Al progetto partecipa anche Ernesto Sica, all’epoca sindaco del Comune di Pontecagnano. Il 21 gennaio Martino chiama Sica. Martino: «Allora, noi abbiamo messo in piedi una cosa strepitosa. Questa cosa va accompagnata e assecondata fino all’ultimo». Sica: «Non so, tu pensi che una valanga mediatica sia opportuna? Ci vorrebbe un regista mediatico bravissimo». I due si sentono anche il giorno successivo. Sica: «Dico, mò tanto uscirà quella bomba e uscirà al momento opportuno!» Martino: «Ma quello, ma lui quando sta costruendo il dossier lo costruisce per fare questo, sennò che senso avrebbe?» L’8 febbraio Martino riceve un sms: «Dicci a Nicola che dovrebbe uscire il rapporto di Caldoro coi trans. Forse del problema ha parlato anche un pentito. Che fine abbiamo fatto, siamo finiti in un mondo di froci. Povero Berlusconi». Nel pomeriggio del 9 febbraio Sica chiama Martino dopo che su un sito web è stata pubblicata una notizia infamante sul conto di Caldoro. Sica: «Mo stavo leggendo, ho visto Internet, una cosa incredibile, dice: “Un Marrazzo in Campania, nuovo caso Marrazzo”. (…) Parla di queste passioni erotiche che c’ha Caldoro». Il Lodo Alfano deve passare al vaglio della Corte Costituzionale, e il gruppo di Carboni si spende perché la Consulta non bocci l’ombrello legislativo predisposto per il premier Berlusconi. Lombardi gioca la carta pesante. «Dopo essersi procurato il suo numero personale – scrive infatti il gip – la mattina del 30 settembre telefona al presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli. (…) «No dicevo questo, siccome il sei ottobre si verificherà il lodo del ministro… In quell’occasione i suoi amici colleghi, ex colleghi, su che posizioni staranno?». Alla risposta generica dell’interlocutore Lombardi chiarisce in termini espliciti il suo interesse. «Quella della Consulta che è la donna, dice che è sua amica». Nonostante il crescente imbarazzo di Mirabelli l’altro non desiste: «Possiamo intervenire almeno su questa signora?». La replica dell’interlocutore, che cerca con evidenza di sottrarsi alla richiesta inopportuna («Mah, non è che gli interventi valgano granché») non frena Lombardi, che lo informa che «abbiamo fatto un po’ tutto noi, abbiamo fatto almeno accertare di raggiungere un po’ quasi tutti e le dico il risultato, quattro negativi, cinque positivi, tre ni», e insiste: «Vedi un po’ se sulla signora possiamo avere un riscontro». Poi la chiusa: «Professò, mi stanno mettendo in croce gli amici miei… Sono anche amici suoi eh?”».

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Gerardo D’Ambrosio: «Il peggio non è mai passato Ma nel potere si aprono crepe»

Dottor D’Ambrosio, è tutta colpa di Flavio Carboni se abbiamo pensato a lei. È riemerso il faccendiere di tutti i faccendieri, è il passato che torna e che forse non se n’è mai andato, un incrocio epocale tra malaffare, misteri, politica, potere, un brandello della nostra più triste mitologia. Da Calvi all’Ambrosiano, da Moro alle cosche ed eccolo qui vivacissimo e ficcante, di nuovo, titolare di quell’incrocio, nei servizi offerti a un potere che si sviluppa come una gonna plissettata, fatta di angoli acuti disegnati però sempre dallo stesso filo. Carboni momentaneamente in cella, un presentimento oscuro nel cuore, uno scandalo nuovo dai contorni fin qui sfocati che, per via di quel nome, pare già vecchio. Saremo dei sentimentali, dottor D’Ambrosio, ma abbiamo pensato a lei che aveva ficcato il naso nel crack dell’Ambrosiano. Che effetto le fa ritrovare il nome di Flavio Carboni nei titoli di testa delle nostre cronache? «Non me ne meraviglio, pochissimo tempo fa è riemerso perfino Chiesa dalle nebbie della Prima Repubblica…» Prima, seconda…dobbiamo stare al gioco? « Ciascuno faccia come crede. Il malaffare in Italia non ha subito traumi significativi negli ultimi decenni, si muove allo stesso modo, penetra forse meglio e più di un tempo nei gangli della pubblica amministrazione, governa mercato e politica. Dov’è che inizia la Seconda Repubblica?» Dicono da Mani pulite. Da quando lei e altri bravi colleghi avete dato uno scossone a quel sistema di relazioni di potere ben nascoste dai caveau e dalle segreterie… «Scossone…Mi viene in mente Solone: diceva che bisognava dare uno scossone per alleggerire…dovremmo farlo oggi più di ieri perché la mia opinione è che dopo Mani Pulite sia incrementato…chiamiamolo il “coefficiente di penetrazione” del malaffare nelle commesse pubbliche. Non siamo passati dal paradiso all’inferno, sia chiaro. Anche in altri tempi le commesse, pur passando dalla fase della gara d’appalto, veleggiavano sulla base di sentieri spesso oscuri e predefiniti; ma oggi con ciò che si è fatto e si tende a fare distribuendo pass “politici” per urgenza e “grandi eventi”, si saltano formalità deterrenti rispetto alla spudoratezza dell’agire a “man bassa”, soprattutto si legittima ciò che la forma condannerebbe all’illegittimità, è una virata etica notevole, del tutto al passo con la nostra contemporaneità…» Scherza? Sta dicendo che abbiamo fatto passi indietro rispetto a quel verminaio? Che l’Italia è più marcia di allora, di quando si faceva suicidare il padrone di una banca sotto un ponte londinese e uno come Carboni veniva accusato di aver collaborato a quel “suicidio”; non solo, gli si imputava persino di aver fatto mercato dei segreti custoditi nella borsa di Calvi su un “banchetto” gestito dallo Ior? « Sì, confermo, stiamo peggio ma sono ottimista: mi pare che la gente, i cittadini, la base del paese stia dando segnali incoraggianti, non ne può più di questo stato di cose, ne ha consapevolezza, lotta. Dai cittadini de L’Aquila ai disabili: troppe crepe in questo presente che si vorrebbe blindare, anche con la legge bavaglio…» Come si fa a raccontare alla gente che Mani Pulite è servito così a poco? «Basta spiegare che Mani Pulite è finita mentre stava per affrontare il passaggio più alto e impegnativo nella lotta al malaffare e alle sue connessioni con la politica. Alla vigilia di quella fase, la magistratura fu messa al centro di un vortice tremendo in cui la parola d’ordine era una sola: sono i giudici i criminali, e quella parola d’ordine ci fu sistemata sulla testa come una lapide…come stanno facendo anche oggi…» Per essere sinceri, ricordo anche illustri esponenti della sinistra accodarsi, con qualche garbo in più, a quel coro… «E mica l’hanno concluso. Che senso ha garantirsi – come proponeva qualcuno nel Pd – che il presidente della Repubblica possa insediarsi al Quirinale anche se è sotto processo per un grave reato? Ce l’ha solo se si pensa di voler stendere uno zerbino in vista della salita al Colle di Berlusconi. Fortuna che questa cosa è rientrata, ma che aria è questa? Ci vuole uno scossone, lo dicevo prima…».

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«Personaggi e interpreti», di G. M. Bellu

Tutte le ragioni della legge bavaglio in 70 pagine. Un testo realizzato dal Tribunale di Roma grazie alla collaborazione non volontaria di alcuni tra i più autorevoli specialisti dei vari rami della complessa materia, da Flavio Carboni (rapporti con l’imprenditoria) a Denis Verdini (relazioni istituzionali). Il fatto che sia stata resa pubblica proprio nel giorno dello sciopero dei giornalisti, dà all’ordinanza di custodia cautelare che ha riportato in cella il leggendario faccendiere l’aura di misteriosa sacralità propria dei testi iniziatici. Ha infatti plurimi livelli di lettura. In un primo momento credi d’esserti imbattuto nella mediocre sceneggiatura di un film a tesi. Una storia esagerata che si apre con un incontro tra un importantissimo dirigente del partito al governo, un senatore condannato a sette anni di carcere per rapporti con la mafia e un anziano maneggione. I tre, circondati da una corte di magistrati, affaristi e furbacchioni, ragionano su un certo business da mettere in atto in un’isola lontana per il tramite del fragile governatore che l’amministra per loro conto. Dopo una dissolvenza, ecco che il maneggione allarga i suoi interessi a tutte le vicende politiche più importanti del momento: una legge che dà l’immunità al capo del governo, una decisione amministrativa che potrebbe escludere una lista dalle elezioni. Il gruppetto non ha freni: tenta addirittura di interferire sulle scelte della corte suprema. E, quando deve decidere chi sostenere come candidato al governo della Campania, sceglie un indagato per associazione camorristica che fa anche il sottosegretario. Bum! Stai per buttare via l’inverosimile script quando ti cade l’occhio sull’intestazione: “Tribunale ordinario di Roma”. Altro che fiction: era tutto vero. Sgomento per il brusco ritorno alla realtà, cominci ad abbinare i personaggi agli interpreti: Flavio Carboni, il maneggione, Denis Verdini, il coordinatore, Marcello Dell’Utri, il senatore condannato per mafia, Nicola Cosentino, il sottosegretario indagato per camorra. E poi gli altri, i comprimari. Come quell’incredibile Pasquale Lombardi (finito dentro con Carboni) che, per interferire nella decisione sul lodo Alfano, telefona a un imbarazzatissimo Cesare Mirabelli, presidente emerito della Consulta, e alla fine, un po’ deluso per non aver fatto breccia, gioca la carta che conosce meglio: «Professo’, mi stanno mettendo in croce gli amici miei, che sono anche gli amici suoi». Una frasetta che contiene un’idea del mondo e sintetizza bene le insidie del metodo. Non sempre Carboni e soci raggiungono l’obiettivo. Ma ci provano sempre, e senza remore: sono ora cordiali, ora seduttivi, ora melliflui, ora minacciosi. Fanno anche qualche piccolo regalo. E aggiungono nuovi nomi alla loro agenda. No, non era una fiction. Il tuo Paese si è veramente ridotto così. È allora che rilevi la curiosa coincidenza tra il tuo sciopero e la divulgazione di quest’opera. E ti viene il sospetto che non sia un caso, ma una beffa di qualche dio della libertà di stampa. Ti ha voluto dire che, se quella legge fosse stata in vigore, quella storia non avresti potuto né leggerla, né scriverla. E i suoi protagonisti avrebbero continuato a avvelenare indisturbati il tuo paese.
tutti gli artidoli sono tratti da www.unita.it

«Nuova analisi sulla lotta alla corruzione: l’Italia fa passi avanti (chi se ne è accorto alzi la mano)», di Roberto Galullo

E’ freschissimo di inchiostro il sesto rapporto sull’applicazione della convenzione Ocse anticorruzione, elaborato come ogni anno da Transparency International.

Chi ha seguito in miei servizi sul Sole-24 Ore a seguito di una prezioso fondo sul muo giornale del professor Guido Tabellini apparso domenica 4 luglio, sa che martedì 6 luglio ho snocciolato e fatto commentare i dati relativi alla stima della corruzione nella pubblica amministrazione italiana.

La “tangente” che tutti gli italiani (neonati inclusi) pagano a chi si arricchisce grazie allo scambio favori-denaro è tra i 50 e i 60 miliardi. Come dire circa mille euro prelevati ogni anno alle tasche degli italiani onesti e che entrano in quelle dei disonesti. Una tassa occulta, non bastassero quelle che già ci opprimono.

Questo risultato e altre combinazioni portano l’Italia al 63esimo tra quelli più corrotti al mondo (www.transparency.it). Il Corruption perception index di Transparency International viene spesso citato senza ricordare che la stessa Transparency afferma (si veda “Transparency International, Università di Passau (2008), The methodology of the corruption perception index 2008”) che non è possibile stilare classifiche e graduatorie: “… una graduatoria di Paesi può facilmente essere erroneamente interpretata come una misura assolutamente precisa delle performance di un dato paese. Questo non è affatto vero. Sin dalla sua prima pubblicazione nel 1995, Transparency international ha fornito i dati relativi alla deviazione standard e al numero delle fonti utilizzate per la costruzione dell’indice. Queste informazioni servono per evidenziare che vi è una intrinseca imprecisione. Inoltre viene fornita l’informazione del range tra il valore più basso/più alto. Ciò segnala il valore più alto e più basso fornito dalle diverse fonti, al fine di indicare il campo di variazione delle diverse valutazioni…”.

Sono dunque stime e parametri e come tutte le stime e i parametri valgono per quello che rappresentano. Vanno insomma ponderate, contestualizzate ma a mio giudizio testimoniano senza dubbio il dilagare del malcostume (anche) in Italia.

LA STIMA (VERA? VEROSMILE? FALSA?) DI 60 MILIARDI
La stima sul valore della corruzione è stato infatti estrapolato dalla “Relazione Kauffman” della World Bank del 2004, quella da cui si deduce che il costo della corruzione nel mondo è pari a circa il 3% del Pil mondiale. Da qui i 60 miliardi, pari al 3% del Pil italiano. Il costo totale della corruzione nel mondo sarebbe di 1 miliardo di dollari, con l’effetto che circa il 10% del valore della corruzione sarebbe in Italia. Forse un pò troppo esagerato e paradossale (o no?)

La stessa Banca mondiale infatti afferma che: “First, as shown clearly by the data, the scale of corruption varies significantly from country to country”.Vale a dire: come si può chiaramente evincere dai dati, la scala della corruzione varia da Paese a Paese.

Bene, non ho fatto in tempo a scrivere di queste amenità che l’indomani la sezione italiana di Transparency International mi ha mandato l’ultimo rapporto (giugno 2010) che contiene alcune novità che con voi vorrei condividere e commentare.

IL RAPPORTO DI TRANSPARENCY
La relazione del 2010 prende in considerazione 38 Paesi sui 38 che aderiscono alla convenzione Ocse contro la corruzione, ne restano fuori Islanda e Lussemburgo.

Sulla base dei giudizi compilati dagli osservatori, ne sono uscite tre scale di valori tra i Paesi che si sono distinti con azioni serie e concrete e indagini contro la corruzione.

La prima scala premia chi ha compiuto gli sforzi maggiori e qui compare l’Italia con Danimarca, Germania, Norvegia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti.

Poi ci sono quelli che hanno pigiato l’acceleratore ma non troppo (magari perché avevano già fatto molto) e sono Belgio, Finlandia, Francia, Giappone, Olanda, Corea del Sud, Spagna e Svezia.

Infine ci sono i Paesi che hanno alzato il piedino o non hanno proprio messo in moto (sempre in relazione al 2010) la macchina statale anticorruzione e sono la gran parte: Argentina, Australia, Austria, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Irlanda, Israele, Messico, Nuova Zelanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Slovacca, Slovenia, Sudafrica e Turchia.

LA FORZA DEGLI STRUMENTI
Transparency Italia sottolinea che in una prospettiva comparata con il resto del mondo, il nostro Paese ultimamente si è distinto anche per il ruolo (riconosciuto in sede Ocse) della Guardia di finanza, oggettivamente sempre più formata e attrezzata, senza parlare delle altre Forze dell’ordine e della stessa magistratura.

Nel maggio 2010 Franz-Hermann Bruener, recentemente scomparso, già Direttore generale dell’Ufficio anti-frode europeo (Olaf), evidenziò come l’Italia “… dispone degli arsenali di protezione penale e investigativa tra i più avanzati a livello europeo…”, con “… strumenti di indagine utilizzati tra i più avanzati al mondo … strumenti raramente utilizzati nella maggior parte degli altri Paesi per tali tipi di illeciti…” e con le Forze di Polizia e la Magistratura “… spesso invidiati dai colleghi di altri Paesi…”.

Nella giornata “porte aperte” delle Istituzioni comunitarie svoltasi a Bruxelles sabato 8 maggio 2010, l’Olaf ha presentato le Forze di Polizia italiane come un “… modello di polizia europea per il contrasto alle frodi ai danni del bilancio comunitario”.

“Paradossalmente – commenta Transparency Italia – più il sistema repressivo funziona e scopre corruttele, più aumenta la preoccupazione dei cittadini, diversamente da quanto accade in tema di criminalità predatoria: lì, infatti, la scoperta del ladro o del rapinatore contribuisce a rassicurare i cittadini”.

Nel 43° “Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese”, presentato dal Censis il 4 Dicembre 2009, si legge che: “…Dal 2004 al 2008 sono pervenute alle Forze dell’ordine 19.019 denunce per reati legati alla corruzione della Pa …”.

In realtà, nota Transparency international, il Censis scambia il totale dei reati contro la Pubblica amministrazione consumati nel periodo, il 40% dei quali commessi da privati che hanno scambiato la Pubblica amministrazione per un bancomat senza plafond, con quelli dove emergono corruttele, cioè infedeltà di pubblici ufficiali corrotti o che impongono dazioni attraverso costrizione o induzione.

IL PARAGONE CON L’EUROPA
L’Italia, a differenza di altri Paesi sistematicamente considerati a minor “rischio di corruzione”, non ha riportato segnalazioni negative nell’ultima “Risoluzione legislativa sulla tutela degli interessi finanziari delle Comunità e la lotta contro la frode” del Parlamento europeo del 24 aprile 2009, mentre il Parlamento Europeo si è detto “profondamente colpito dalla mancanza di disciplina nella segnalazione dei casi da parte degli Stati membri dopo vari anni e ritiene inaccettabile che 6 Stati membri – Francia, Svezia, Spagna, Irlanda, Lettonia e Lussemburgo – non utilizzino ancora i sistemi di segnalazione per via elettronica, che 14 di essi – situazione che costituisce un problema, in particolare in Francia, Spagna e Paesi Bassi – non abbiano rispettato i termini per la segnalazione e che alcuni di essi non abbiano classificato i casi di irregolarità segnalati…”.

PERCEZIONE E RICHIESTA DI TANGENTI
La “misura” che proviene dalle statistiche della delittuosità – che forniscono l’unica immagine ufficiale e sufficientemente nitida della corruzione – disegna l’estrema esiguità delle denunce per “corruzione-concussione”, a conferma della formidabile asimmetria tra percezione e andamento reale del fenomeno, fotografata da una indagine del 2008 svolta da Gallup e voluta dalla Commissione Europea.

Alla domanda sulla percezione dell’estensione della corruzione o di altri illeciti nella pubblica amministrazione il 76% degli italiani risponde che la percezione è “piuttosto frequente” mentre il 10% dice che è “piuttosto rara”. La media europea è (rispettivamente) 63% e 23%. Il Paese dove la percezione della corruzione è più alto è la Lettonia ma va segnalato che l’Italia è al quinto posto dopo Lituania, Polonia, Repubblica Ceca e Lettonia. Danimarca e Olanda sono le nazioni del “bengodi” dove la percezione forte della corruzione oscilla tra il 23% e il 28%.

Se si passa ad analizzare l’analisi sulla percentuale di cittadini che negli ultimi 12 mesi ha dichiarato di aver ricevuto richieste di tangenti da funzionari o addetti della pubblica amministrazione in cambio di atti, autorizzazioni etc etc, si scoprono cose molti interessanti.

In Romania la percentuale è del 23%, in Lettonia del 16% e in Ungheria del 13%.

La media europea è del 4%. E dove si colloca l’Italia? Ohibò, all’ultimo posto, vale a dire in una posizione prestigiosa che affianca il nostro Paese alla Germania e al Regno Unito: solo l’1% ha ricevuto richieste di tangenti. Caspiterina, addirittura meglio della Danimarca, dove il 2% della popolazione ha denunciato questo malcostume.

Il commento di Transparency Italia è netto: “L’Italia appare ai primi posti, in negativo, nella percezione, e, contemporaneamente, ai primissimi posti per quel che riguarda il dato reale e la capacità delle Forze di Polizia e della Magistratura di intervenire.

L’indagine Gallup appare una chiara e significativa conferma della estrema difficoltà che si incontra nell’utilizzare il parametro della percezione nelle valutazioni dei diversi Paesi e nel comparare gli esiti cui si perviene”.

L’ENNESIMA FOTOGRAFIA E LA VOCE DELLE IMPRESE
Una ulteriore fotografia è quella rilasciata nel 2008 da Global Integrity con il Report annuale, più analitico grazie ad una serie di dati quantitativi e qualitativi sul “sistema paese” e sulla sua struttura anticorruzione. E’ un utile strumento per la comprensione e il controllo dei meccanismi anticorruzione a livello nazionale, collazionato grazie ad una metodologia di ricerca – considerata come una best practice dalla World Bank – che mobilita una rete qualificata di ricercatori e di giornalisti nei diversi Paesi.

All’Italia è stato assegnato un punteggio complessivo di 79 su un punteggio massimo di 100. Questo punteggio colloca al confine della fascia nella quale sono censiti i Paesi che presentano un impegno “strong”, vale a dire “forte” sul tema dell’integrità e dell’anticorruzione, subito dopo il Canada che ha raggiunto 80 su 100 e prima della Francia che nell’ultimo monitoraggio (2007) ha conseguito 78 su 100.

Oltre alla repressione del “mercato della corruzione” che secondo queste analisi funziona e viene invidiato nel mondo, risultati positivi emergono anche sul versante preventivo, come indica il posizionamento dell’Italia nel Trac (Transparency in reporting on anti-corruption), che approfondisce l’efficacia della comunicazione di 500 grandi aziende quotate del mondo, tra le quali 20 italiane, in materia di politiche e provvedimenti assunti per combattere la corruzione.

L’efficacia e l’impegno delle imprese italiane è superiore alla media europea e l’Italia viene dopo Canada (prima in classifica), Stati Uniti, Svizzera, Olanda, Regno Unito e Spagna e prima di Germania, Svezia, Francia, Corea del Sud, Hong Kong, Giappone, Belgio, Cina, Taiwan e Russia.

Un esito simile è quello presentato da Vigeo (How do companies prevent corruption? A comparative analysis of North-American and European strategies for the prevention of corruption, 2007/2009), che ha verificato cosa fanno concretamente 800 companies nordamericane ed europee, al di là delle affermazioni di principio, per impedire fenomeni di corruzione. Vigeo (www.vigeo.com) è una società leader in Europa nella fornitura di analisi extra-finanziarie e “misura” anche le prestazioni delle imprese nel campo dello sviluppo sostenibile e della responsabilità sociale.

In questo campione di aziende esaminate, delle quali più del 10% sotto inchiesta penale o amministrativa per fatti di corruzione (con il 13 % delle imprese europee esaminate e il 15% di quelle nordamericane che sono state oggetto di almeno una accusa di corruzione negli ultimi 18 mesi) l’Italia è ben posizionata: due aziende nelle “top 30”, Terna e Atlantia (ex Autostrade per l’Italia), e l’Enel menzionata come best practices (migliori esperienze) con il suo piano “tolleranza zero” contro la corruzione.

CONCLUSIONI AMARE
Concludendo: la rassegna di questi indici, di questi studi e di questi parametri (e ci metto dentro anche l’attenzione che bisogna metterci per fare paragoni e statistiche, come ci insegna Transparency International) ci delineano un Paese, L’Italia, “strabico” e bizzarro.

La percezione della corruzione è altissima ma nei fatti chi denuncia la richiesta di tangenti è una fetta infinitesimale dei milioni di italiani che tutti i giorni hanno a che fare con lo strapotere della burocrazia e della politica. Un Paese in cui il legislatore ci dà che ci dà per mettere in riga i fetentoni e in cui le imprese ce la mettono tutta per non sgarrare. Un Paese (e solo su questo concordo appieno) in cui la magistratura e le Forze dell’Ordine si fanno in quattro per far rispettare leggi e buon senso.

Delle due l’una: o è proprio cosi (e allora chiedo ufficialmente di essere ricoverato in una clinica per malattie mentali perché non me ne ero mai accorto) oppure è proprio vero che le statistiche e i numeri spesso valgono solo per chi li produce e per chi vuole vederseli mettere sul tavolo per rassicurare tutti che (nel nostro caso) l’Italia è un oasi felice in cui i problemi, anzi il cancro di questo Paese, sono magistrati e giornalisti.

Meditate, gente, meditate, proprio mentre la mia categoria si appresta a uno sciopero a difesa di un bene ormai “schifato”: la democrazia.

r.galullo@ilsole24ore.com

da www.ilsole24ore.it

Napolitano: "Sì alle riforme costituzionali ma nel rispetto dei principi fondamentali"

Lettera del Capo dello Stato al congresso dei socialisti, che si è aperto ieri a Perugia. “Crescita sostenibile” solo se si darà spazio “ad una lungimirante valutazione dell’interesse generale e visione del futuro”

ROMA – Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiede ancora una volta di procedere verso le riforme costituzionali non rinviabili, purché siano però “circoscritte, condivise, coerenti con i principi fondamentali della Carta” che non sono oggi in discussione e non devono essere toccati.

“Il fondato richiamo alla nostra Costituzione quale imprescindibile punto di riferimento per lo sviluppo futuro dell’Italia – scrive il Capo dello Stato nel messaggio al congresso dei Socialisti che si è aperto ieri a Perugia – si iscrive opportunamente nel sempre più diffuso convincimento della necessità che ben mirate modifiche istituzionali ormai mature si definiscano attraverso un percorso condiviso nel rispetto dei principi fondamentali desumibili dall’intero impianto costituzionale”.

“Il valore del lavoro come elemento fondativo della Repubblica e i connessi principi di giustizia sociale e di solidarietà, che trovano profonde radici nella tradizione e nel pensiero socialista, costituiscono ancor oggi, nel difficile momento attraversato dall’economia mondiale, linea guida essenziale per ogni azione di riforma e di sviluppo. In questo contesto, ritengo importante il vostro intendimento di riaffermare, ad ogni livello della società e in particolare per chi riveste funzioni pubbliche, l’esigenza di comportamenti improntati alla sobrietà e all’etica della responsabilità: è quanto mai necessario comprendere che il nostro paese potrà imboccare una via di crescita sostenibile ed equilibrata quanto più l’attenzione agli interessi individuali, settoriali e di corto respiro, lascerà il posto ad una lungimirante valutazione dell’interesse generale e visione del futuro”.

“Con questo auspicio, nella convinzione che la tradizione del pensiero socialista possa continuare ad offrire validi e significativi spunti di riflessione -conclude Napolitano, rivolgendosi direttamente al segretario socialista Nencini- rinnovo a lei e a tutti i delegati il mio più cordiale saluto. E invio a lei onorevole segretario e a tutti i delegati un caloroso augurio per lo svolgimento dei lavori, unitamente al ringraziamento per le espressioni di stima e di considerazione che avete voluto rivolgermi”.

da www.repubblica.it